giuliano

martedì 11 dicembre 2018

IL PALCOSCENICO DELLA VITA (coro a due voci nel Sentiero dell'Autunno) (22/11)


















Precedenti capitoli:

Il palcoscenico della vita (26/10)

Prosegue:

Lo scambiatore universale (23)

L'ingiustizia della vita (Seconda voce nel Sentiero dell'Autunno) (28)














…La pioggia tamburella sui tetti e la stanza, in cui mi hanno accompagnato, è fredda come la sala operatoria e vigilata da una infermeria che sembra uscita da uno di quei film muti di orrore che ancora dovranno recitare, intanto, però, lei credendosi invisibile gira deambula spia controlla con un tamburo in mano per non essere meno degli altri suoi colleghi… E’ un teatro, il suo, che non raccomando a nessun essere con un minimo di ragione anima e Spirito… E’ un palcoscenico, il suo, che non raccomando a nessun uomo o bestia con un minimo di cultura donde il suo raziocinio la sua evoluzione… E’ un numero, il suo, il cui tamburo vigila ogni pensiero non confacente al tamburo del grande palcoscenico di questo stato ove la banda è solo una mafia ‘istituzionalizzata’…




Signore e Signori - dice il conquistador -
…Vi presentiamo adesso il famoso Maestro Hans Schutz, che avrà l’onore di offrirvi sul… filo flessibile… sette numeri inversi inglesi, tutti inventati di recente.
…Poi Mademoiselle presenterà sulla fune tesa e con i piedi uniti alcuni baci dalla corda, balli e inchini, cercando di insinuarsi con la massima precisione in mezzo a due amanti bizzarri, sospesi fra cielo e terra.
…Successivamente, si esibirà in un pezzo di destrezza un Maestro di equilibrismo, che, con schiocchi di nacchere e al ritmo della musica, trasporterà la signorina in un carretto, mandandola fuori dai gangheri.
…E per finire la nostra sirena siciliana suonerà per Voi con una buccina la melodia delle grotte con le stalattiti della miseria…




La signora tatuata di nome fa Koritzky, ma tutti la chiamano Nandl.
Riceve sopra una birreria e da lì i clienti salgono nel suo salottino. La tariffa è di trenta centesimi (…il suo è un tamburo di ultima generazione…), ma per gli attori del grande palcoscenico del filo telecomandato o a rete e rate distribuito… è tutto gratis…: il ‘tatuaggio’ del potere per lei è cosa seria… fra qualche anno inciderà gli stessi (tatuaggi o numeri su qualche braccio tanto per non perdere il conto tanto per fare un po’ di sana e vera…) per la gloria della sua ed altrui… economia…
La tariffa è sempre di trenta centesimi, si denuda il petto, le braccia e le cosce (il senso morale non c’entra, l’arte del suo tamburo ristabilisce l’equilibrio). Il corpo è tutto ricoperto di piccoli ritratti, la sua poesia mi è estranea il suo tamburo incide geroglifici alieni…
Il marito accompagna con la cetra…
Il sedere è ornato da due ali di farfalla è posto sul filo del confino e tutti fanno un inchino qualcuno balla un tempo di danza nel ricordo di una foresta smarrita o solo incenerita con l’uomo muto e la sua arpa…
Da qualche parte ho letto una volta di un’indiana che si era fatta incidere sulla pelle il nome del suo amante. Non è così nel caso di Nandl, che, con i suoi medaglioni-ritratto, offre un corso di letteratura tedesca e di storia della musica.
Si tratta di istruzione, non di erotismo.




L’opera di tatuaggio comunque dev’essere molto dolorosa e oltretutto è un pericolo per la salute pubblica nonché per l’ecologia ed il senso morale della vita. Almeno che non si è usciti dalla grande casa di accoglienza del comprensorio circondariale… I volti gli stessi… Gli sguardi i medesimi se presi di profilo nulla li distingue da i loro gorilla costretti nelle anguste celle, qualcuno ha enunciato una teoria che proprio da quelli derivano alla deriva di una strana economia…
Tatuare era originariamente un’arte ieretica.
Certo se i poeti dovessero incidere nella carne i loro versi, i loro frammenti, le loro rime…, la loro produzione calerebbe in modo drastico! D’altra parte, sarebbe meno facile eludere il senso originale dell’opera, che è la messa a nudo di se stessi. Che è la messa di Baal il Dio uno e trino! E poi certi lirici – non voglio fare nomi – sarebbero smascherati integralmente, qualora si mostrassero i loro lati più umani.
…Infine, si dovrebbe controllare se i libri sono imbrattati d’inchiostro o tatuati, in altre parole, se la bellezza è circoscritta agli abiti o brucia nella carne…

…Ma io ti saluto Nadl… i tuoi servigi non ci occorrono, il tuo tamburo è un inutile rumore, la tua poesia un’offesa alla Natura ed ad ogni sana economia, ogni tua parola un’insulto per la cultura e solo concime per il regime a cui presti la tua strana calligrafia il tuo geroglifico… da incidere con un numero neppure compreso sulla carne viva…
Il tuo profilo può ornare al massimo una bacheca con sotto un numero e una impronta giacché proprio quella lasci ad ogni tua visita poco gradita…




Sono andato a far visita alla negra grassa…
Miss Ranovalla di Singapore…
Ha delle braccia da scaricatore di porto ed un tatuaggio che sembra un quadro gli ingombra tutto il corpo uno non sa con chi parlare, se con lei o con questo grande quadro dalle dimensioni spaventose, arreca soggezione e considerevole considerazione…, tutto il resto quasi un inutile contorno…
E’ seduta vicino alla stufa in una locanda della grande città e soffre il freddo del grande Nord di quella terra venduta… e comprata nell’orgia vicino al mercato… Sulla pelle porta un vestito azzurro a sacco e un cappottino con bordi rossi sulle spalle. Se ne sta seduta triste, con il viso lanuginoso e nero di una scimmia a guardia del suo padrone (ogni giorno ne cambia uno…).
L’Europa è naufragata sotto i suoi occhi.
Il tamburo narra, però, una storia un po’ diversa un po’ più movimentata…
Il suo impresario è di Roma, denti robusti amici potenti ed influenti, un tempo Miss Ranovalla si esibiva in un duetto con un bavarese poi d’improvviso, sempre colpa del tamburo, è arrivato uno poi centinaia… teste rasate per uno strano numero è tutto il teatro è rinato in antico delirio. Qualcuno si è alzato non sono riusciti a tenerlo composto e ha urlato al bis perché il numero è piaciuto!




…Quando i Ratti circolano così liberamente, mi trovo sempre ad immaginare che potrebbero essere di cartone e correre su rotelle…
La padrona di casa ne parla in termini rassicuranti, ma quando all’improvviso ne ho visto uno seduto di fronte a me sul tavolo dove mi preparavo a scrivere, sono costretto a pensare che una volta o l’altra li troverò anche nel letto, coperti fino al collo e con le zampette sulla coperta. Sarebbe una bella sorpresa, se anch’io un giorno fossi un topo disteso nella mia camera a mordicchiare una sigaretta, leggendo un giornale. Senza dubbio, queste fantasie vengono dai ratti giganteschi che vedevo da bambino alla fiera. Ma son sicuro che lì erano criceti travestiti.
Davanti al baraccone c’era un manifesto con la scritta: ‘Ratti giganti turisti e naviganti’!...
(H. Ball, La fuga dal Tempo) 














                

domenica 9 dicembre 2018

I VIAGGI DELL'ANIMA (20/9)











































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I Viaggi dell'Anima (19/8)

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Il palcoscenico della vita (21/10) &

Curare il mondo (10)













...Sensazioni esterne del corpo’, e la seconda, ‘detta talvolta anche spirituale’ come quella che si produceva ‘mediante forme, e similitudini impresse nei sensi’. Sulla classificazione delle diverse forme di èstasi e rivelazioni, e sulla distinzione tra visioni reali e illusorie dissertava anche Federico Borromeo, autore di un De vario revelationum et illosionum genere (1617), cui seguivano i De vera et occulta sanctitate libri tres (1621), opere che tendevano, in quella fioritura di mistiche devote che caratterizzò la fine Cinquecento e il primo Seicento, a definire e indagare la santità piuttosto che imporre cautele, anche se non mancava naturalmente l’avvertenza che la vera santità doveva mantenersi occulta piuttosto che esibirsi con superbia…




(* 1)…Le diagnosi di santità, come quelle opposte di possessione, sono ‘razionali’ entro questo quadro epistemologico che concepisce l’Anima come forma del corpo, che lo anima in quanto gli dà vita e calore, movimento e sensazione; ammette che possa, come Spirito o sostanza, distaccarsi da esso per rendersi eguale alle altre forme o intelligenze solo spirituali, non percepibili dai sensi ma intelligibili, ossia reali per la visione intellettuale e ammettere infine che l’Anima sia in grado, come di esistere senza corpo dopo la morte – data la sua immortalità – così da distaccarsi dal corpo in vita, per sentire passioni, udire rivelazioni e contemplare visioni anche fuori di esso… Possessione ed esorcismo, non meno che èstasi… e ratti…, sono un’applicazione della fisica e metafisica neoscolastica. Il domenicano Gravina distingue, come si è già accennato, le visioni e apparizioni di Spiriti Invisibili ma di natura sensibile (raffigurabili), da quelle di enti soltanto intelligibili (cioè senza forma e figura), che appaiono nei ratti ai veri santi. Gli esorcisti considerano i diavoli come Spiriti, ossia come essenze intelligibili, capaci di agire sui corpi e sulle Anime; e allo stesso modo i teologi gesuiti dissertano sulle ‘intelligenze’ angeliche, controparte degli Spiriti o ‘intelligenze’ diaboliche. Teologi ed esorcisti si muovono entro il quadro di una teoria aristotelica che distingue dai sensi esterni il sensorio comune o interno, come organo della sensazione e della passione, in cui possono imprimersi sia le immagini proiettate dalle realtà esterne delle cose, sia quelle degli enti o forme invisibili, intellettuali perché senza materia, provenienti dalla realtà ultraterrena degli Spiriti, delle ‘intelligenze’ angeliche o diaboliche. …Nel… ratto superiore all’èstasi, l’Anima dovrebbe essere finalmente in grado di abbandonare del tutto il corpo, e di raggiungere, salendo nei cieli empirei, la visione puramente intellettuale degli enti invisibili e intelligenti che li muovono e li abitano: dovrebbe insomma entrare in contatto con gli angeli e con Dio e comunicare direttamente con loro. Questo Viaggio dell’Anima in totale distacco dal corpo è l’unico Viaggio non inquinato dal sospetto di ‘illusione demoniaca’: giacchè in tutti gli altri casi sussiste sempre il dubbio se l’èstasi sia naturale, divina o diabolica, se la comunicazione avvenga con Spiriti ultraterreni boni o mali, con angeli o diavoli, come si vedrà anche nell’analizzare qualche trattato teorico sul ‘discernimento degli Spiriti’, e qualche manuale d’esorcismi.

Ma come assicurarsi della ‘visione intellettuale’? (*1!)




…Per riconoscere la vera santità occorreva padroneggiare l’arte della Discriminatio Spirituum, ed essa supponeva una contiguità tra santità vera, ‘affettata’ e possessione diabolica. Per meglio comprendere quest’arte della Discretio spirituum, necessaria a distinguere la vera santità (ed in merito a questo punto possiamo anche eludere la santità detta, e rimanere nel terreno e più consono campo di cui i mali dei nostri tempi ci fanno indagare e rapportare diverse teologie o diversi sistemi della visione circa la vita; visione la quale per secoli ci ha diviso in ‘equivoci’ e ‘falsi idealismi’ divenuti pretesti, e, partecipare quindi alla santità cui ognuno dovrebbe aspirare, rimanendo come dicevo, nel terreno di ogni  retta, per quanto, saggia buona fede nel voler perseguire finalità ed intenti di cui l’Anima o lo Spirito non contaminato da ciò che a ragione e intelletto possiamo definire diabolico! Il qual esula per sua malefica natura da tutto ciò di cui la stessa (Anima) nei secoli ha principiato! La qual esula per sua deficienza e limitata consistenza da quando ogni uomo santo o pastore che sia, sciamano o bramino per sua natura ha cercato per ogni confine varcato con il suo ed altrui dolore la giusta appartenenza il consono Universo donde l’infinita visione rispecchiare la vita per ogni prospettiva e dimensione… Raccolta dall’uno all’altro continente ove la cellula evoluta, ove la frattura se pur la vita deve progredire ed evolvere nella consona prospettiva… cui l’uomo può con il dono di tutta la propria ed altrui Natura donde deriva…[*2]) non solo da quella finta, ‘ipocrita’ o ‘affettata’, ma anche dai sintomi della possessione diabolica – talvolta difficili da classificare e differenziare da quelli di presunta santità (o solo ed anche superiorità di Spirito avverso sempre e comunque sia per chi sempre abituato a pensare con o tramite la materia…), sarà utile richiamare i fondamenti teorici ed epistemologici che la ‘scienza’ dei segreti e segni di santità e possessione traeva (allora) e trae dalla filosofia (in continuo metafisico Viaggio di ricerca) e in specie dalla fisica aristotelica, posta alla base della teologia tomista rinnovata nella neoscolastica spagnola.




(*2) Allo stesso modo in cui entravano nel ‘senso interno’ le ‘immagini’ o specie sensibili, potevano entrarvi i diavoli (non più dèmoni di un mondo antico oppure trasposti al variegato mondo della Natura…) a manipolare le immagini, ma con dei limiti, infatti non siamo lontani dalla verità di Candido Brugnoli quando afferma: ‘Talvolta si dice che il male o solo il diavolo entra attraverso l’immaginazione (cui vuol suscitare o imporre i favori del suo delirio accordando la prospettiva della propria forviante natura verso una dimensione aliena e non consona alla verità casuale destinata o idealizzata cui ognuno indistintamente partecipa ed aspira anche nella umile santità celata di cui si può consumare un Sentiero una più consona via… Mentre sappiamo di certo che quello, come il male detto, vuol sovrintendere con l’inganno il baratto cui ispirato il suo mercato confondendo Dio e Natura Dèmone ed Elemento Verità e bugia…) e per questa via poteva produrre ‘effetti nel corpo quanto e non più nel cuore nella mente, nei sensi tanto esterni quanto interni, e soprattutto nell’immaginativa – indotta e virtuale – divenuta fallace propettiva, anamorfica specchio di una realtà trasposta…

(E. Brambilla, Corpi invasi e viaggi dell’anima)

















sabato 17 novembre 2018

LA VARIANTE DELLA VITA (nel Viaggio intorno al mondo) (18)


















Precedente capitolo:

La variante della vita (17/1)

Prosegue in:

I Viaggi dell'Anima (19/9)














...Orbita nell’evoluto Secondo annunciato. 

Lui il quale rinasce all’alba di ogni mattina/Lui il quale non conosce evoluta Rima ma dona la più bella Poesia al tomo della vita, con solo gli occhi di una profonda e infinita misericordia rimembrare il mondo nato e privo di ogni umano peccato/Lui il quale volteggia sopra la mia Rima pregando di non abbandonare la nebbia della sua invisibile Poesia/Lui qual sentinella fedele urla tutte le volte che l’evoluto ingegno sfiora il feudo e regno della mia misera e gnostica mente/Lui il quale mi mostra l’Opera magnifica senza intelligenza alcuna ogni mattina ed al tramonto di ugual via/Lui il quale implora acqua ed Elemento tradito composto nell’evoluto ingegno cui ora il volo il passo la corsa affaticata e sconfitta/Lui il quale mi indica ogni simmetria comporre invisibile dimensione per ogni loro ‘variante’ alla misera dimensione cui tradotta la vita, corsa giammai compresa/Lui che quando lacrimo una sconfitta mi consegna al Sentiero della Natura ad indicarmi il miracolo nominato vita… 




...Strano intento il loro Dio per ognuno cui composto da una più evoluta favella rispetto all’idiota ed inutile Rima nominata Natura, in quanto proprio in quella costretto dalla ‘fortuna’ della ‘superiore specie’ sua presiedere l’Opera incompresa: il cielo ove se scruti attentamente potrai ammirare o solo sperare nel regno sicuro per una ciclica ‘spirale’ guerra stellare ove la terra colma compensare l’odio ed umano progresso nel millenario intento selezionare la specie più adatta alla vita così concepita.... 

...E se una mattina scorgi il cielo qual nebbia fitta con solo un satellite comporre la tua misera poesia indicare il meteo di una Natura sconfitta, non darti sconforto perché questa è la ‘variante’ nominata vita. La quale iniziò una non lontana mattina, ma dall’uomo tradotta in più triste accadimento e fortuna per l’economico principio verbo pregato. Non certo il più forte è il solo degno alla selezione della vita, il progresso riconosce un ‘puntino’ per ogni vita alla quale assommiamo un più vasto e sicuro ingegno così da rendere il miracolo studiato consegnato ad una più certa evoluzione più degna e consona alla vita. Più degna e consona al progresso....



Ed alla ‘variante’ ove questo corre suggeriamo un Sentiero più onesto più umile adagio al passo ordinato di una Rima e con essa di una più certa simmetria consona alla Poesia dell’intero Universo studiato. E non certo al popolo ingannato truffato e rapito, figlio di un Creato non certo capito interpretato dal politico di turno promettere paradiso nel ‘caos’ di un probabile inferno… La vita così celebrata all’incrocio di un solstizio o forse un equinozio non ricordo… Scomposta in più comandamenti enunciati e tutti ben pagati al ‘canone’ cui progredito ma dal corto respiro già mutilato affaticato in codesta Genesi annunciata. 

...Ragion per cui in questo storico giorno in attesa di salpare per più ecologico ed istruttivo intento, mentre il vento conduce al felice porto un nuovo miracolo, tanti ‘intorno al mondo’ affollano e popolano codesta nuova o recente dottrina ad annunciar il Viaggio, o meglio la vita, qual dura selezione qual difficile intento. Anche nel girarlo tutto in tondo che la Compagnia (e con essa l’Agenzia…) ne va più che fiera...






"Tutto il resto è sale di mare ed inutile Eresia e non rompeteci la nobile isola cui il sole mi sbronza… alla branchia la qual di nuovo respira, beninteso non salga dalla crosta una nuova particella a rovinarmi l’aperitivo”, giacché questa la specie evoluta proporre la rima raccomandata. Se tutt’attorno deserto non badate a codesta nuvola! Al principio di una strana vigilia o variante di via: vapore condensato in nube di vita ad annunciare fertilità e promessa per ogni principio cui si nutre la macchina della vita, ed in cui la stessa rinasce al purgatorio di una materiale ed economica dottrina nemica del sapere, e con essa, della vera saggia e sana  arte con la quale ogni Profeta mantiene la promessa non certo dall’umana esperienza compresa… ed ad un ‘incrocio’ destinata qual vita smarrita…




…il testo non votato soltanto alla laboriosa formulazione di complicate formule scientifiche, ma ibrido continuamente e curiosamente fra incanto e meditata risoluzione, fra documentazione rigorosa e dubbio procedurale, fra impegno fattuale e fascino della scoperta; e poi ancora, di ibrido fra il mondo pre e postdarwiniano, fra l’accettazione ed il rifiuto di principi già maturati nella mente dell’autore, ma non ancora perfezionati, o non ancora adatti alla divulgazione…
Pur professandosi ‘più ignorante di un somaro’ in materia, Darwin non manca di far reagire le sue passioni civili, il suo senso storico e morale. Generalmente poco notato e poco discusso, questo è invece un aspetto rilevante del suo racconto. Egli è toccato da un orrore profondo, appena velato dai modi rapidi e bozzettistica della scrittura, di fronte al destino che l’espansionismo europeo riserva agli antichi abitatori degli altri continenti. In America sono ovunque visibili le tracce della caccia, della persecuzione, degli eccidi: intere comunità sconvolte, i deboli e le donne sopra una certa età uccise, gli abili ridotti in schiavitù, i bambini venduti – ‘prezzo medio quattro sterline ognuno’.




A Darwin che tenta una protesta si risponde: ‘Come fare? Sono così prolifici!’. Allo sbando, i gruppi dei fuggiaschi frantumano: ognuno cerca scampo come può, la resistenza appare impossibile, e confinata ad atti di disperazione individuale. Una squadra di cavalieri in caccia – sono le truppe del generale Rosas, poi detestato presidente dell’Argentina – viene osservata in un momento di riposo, ed è una scena rivoltante di disordine e bestialità. Gridano vendetta le condizioni di lavoro dei minatori cileni  ‘era veramente sconvolgente vederne lo stato…’; rimane indelebile la pena di fronte al trattamento degli schiavi in Brasile: ‘Anche oggi, all’udire un grido lontano, si riaccendono con penosa vivezza i sentimenti che provai quando, passando davanti a una casa, udii i gemiti più pietosi, e non potei fare a meno di sospettare che qualche povero schiavo urlasse il proprio malessere nei confronti della vita così indegnamente vissuta…’.

(C. Darwin, viaggio di un naturalista intorno al mondo con (*) del curatore del Blog...)    


















lunedì 12 novembre 2018

IL BASTONE DEL FILOSOFO (14)










































Precedenti capitoli:

Il bastone del Filosofo (9)  (10)  (13)

....E gli altri... chi sono (11/12)

Prosegue in:

Il paradiso riconquistato (15)














Thoreau contempla e sposa la natura, che non è oggetto di una religione concettuale, come in Emerson, né di una religione del progresso, come in Etzler, ma di una filosofia esistenziale.

In questa filosofia esistenziale, poco importa salire in ascensore su edifici di decine di piani, lavarsi in una vasca di acqua calda, attraversare l’Atlantico in aereo, passeggiare di notte per strade illuminate a giorno, vivere cent’anni, mangiare cibi sofisticati in mezzi di trasporto collettivi veloci come il lampo o abitare in un appartamento dove fa freddo d’estate e caldo d’inverno.

Cos’hanno a che vedere con Thoreau tutte queste invenzioni costose, dispendiose quanto inutili?




Lui che ha recitato l’elogio del camminare e del contatto col suolo; che si bagna nell’acqua gelida dei laghi e confessa di preferire l’odore di topo muschiato del cacciatore di pellicce a quello di polvere del professore rinchiuso nella sua biblioteca; che, salvo uno o due brevi viaggi fuori del suo villaggio, non lascerà mai Concord, la sua città natale; che si rallegra di fare ritorno al suo capanno di legno, nella foresta, nelle notti senza luna, più gratificanti per l’istinto rispetto alle notti di luna piena; che si preoccupa non della quantità, ma della qualità e dell’eccellenza del tempo da vivere; che confida al suo diario il desiderio di mangiare una marmotta cruda per incorporare la sua vitalità; e che consiglia di coprirsi bene d’inverno o più leggeri d’estate per adeguare i vestiti al clima del momento; a che pro una vita sofisticata, ma falsa, quando una vita semplice, ma vera, è alla portata del primo venuto?

A contatto con la natura, Thoreau confessa di recuperare le forze eventualmente mancanti. La lettura della sua intera opera mostra in lui un temperamento stoico, un’indole austera e ascetica. Ai suoi lettori confida di non aver mai conosciuto momenti di depressione o di malinconia. Anche quando la tubercolosi ridurrà considerevolmente la sua energia, la sua forza, la sua resistenza, vivrà quegli anni della sua vita da uomo che confida nelle virtù riparatrici delle passeggiate, della camminata, del contatto coi boschi, le strade, la foresta, i campi, da cui il saggio attinge serenità, il naturalista il soddisfacimento della sua libido sciendi.




La città offre un clima tetro e deleterio, attiva le forze patogene. La campagna invece produce individui sani, semplici. L’assenza di contatto con la natura genera tristezza e malinconia.

Nella sua Storia naturale del Massachusetts, Thoreau scrive:

‘Se, come minimo, i nostri piedi non si trovano al cuore della natura, i nostri visi non saranno che pallidi e lividi’.

La natura dà salute, e quelli che pretendono che essa generi tristezza sono malati che proiettano la loro patologia su di essa. A partire dall’idea della correlazione natura/salute, città/malattia, Thoreau si spinge fino ad avanzare la strana ipotesi di una genealogia della negatività nella sfera politica:

‘Le teorie della disperazione, della tirannia e della servitù spirituale o politica, non furono mai insegnate da uomini che condividono la serenità della natura’.




La tesi stupisce, ma quando si prova a sottoporla a verifica, ci si interroga, e si cercano esempi o controesempi, non si trova niente da contrapporre ad essa.

Osservare la natura e ricavarne delle lezioni non basta!

Bisogna anche applicarle nella vita quotidiana e incarnarne gli ideali. Walden contiene, in mezzo ad alcuni aforismi eterni, una frase sublime:

‘Ai nostri giorni ci sono professori di filosofia, ma non filosofi’.

Essere filosofo non significa mettere a punto pensieri sottili, e neanche creare scuole di pensiero, ma ‘amare la saggezza per vivere secondo i suoi decreti, una vita semplice, indipendente, generosa e fiduciosa. Significa risolvere alcuni problemi della vita, non solo in teoria, ma in pratica’.




Magnifica lezione.

I filosofi antichi agivano così: vivere il proprio pensiero, pensare la vita, e compiere incessantemente un movimento di andata e ritorno tra una teoria e una pratica per affinare l’una e l’altra. Questa dialettica segnò le scuole di saggezza precristiane – pitagorismo, stoicismo, cinismo, cirenaici, epicureismo – nel corso di alcuni secoli, prima che venissero cancellate dal trionfo del cristianesimo che avrebbe rivendicato il monopolio della vita filosofica.

Vivere da filosofo significò allora vivere da cristiano, mentre l’esercito dei filosofi apologeti si incaricava di predicarne le modalità. Per molti secoli, la filosofia fece allora parte del meccanismo disciplinare cristiano. I pensatori fornivano concetti e teorie, discorsi e dibattiti, argomenti e casistiche, retorica e sofistica, in grado di giustificare e legittimare questo colpo di Stato ontologico sulle anime e sulle coscienze.




Filosofare diventò quindi questione di laboratori, uffici, biblioteche, università, crogiuoli in cui si fondevano le armi da guerra intellettuali dell’Impero cristiano che aveva devastato la vita filosofica antica per sostituirla con la macerazione ascetica. Venne allora il regno dei professori di filosofia, così numerosi, secondo Thoreau, quanto sono rari i filosofi, in altri termini gli individui il cui esempio mostra che essi non si accontentano di parlare.

La vita filosofica si oppone alla vita gretta.

Ma che cos’è una vita gretta?

Un’esistenza interamente dedita al denaro, all’avere, alle ricchezze, al possesso, agli onori, alla reputazione, vizi che risalgono alla più remota antichità.

…Al che occorre aggiungere dei vizi recenti: la vita sottomessa ai dogmi della società consumistica – desiderare, comprare, consumare, sostituire, una catena perversa, che, come Thoreau intuisce già a vent’anni, minaccia di diventare religione nel futuro prossimo del popolo americano.




Per quanto riguarda le relazioni con gli altri, la vita gretta si accontenta delle apparenze e della superficie, a scapito della profondità, che nondimeno costituisce la loro verità.

Perversione diffusa nelle città, ma molto meno in campagna, dove il contatto diretto con la natura garantisce una relazione sana e vera con la semplicità, la verità degli esseri.

La vita di salotto, la vita mondana, la vita della schiuma delle relazioni umane, la vita della chiacchiera, questa è la vita gretta. Essa caratterizza sempre una vita nella quale non ci si trova al centro di sé, ma ai margini, altrove, in periferia.


(M. Onfray; Fotografie di A. Masuri)











domenica 11 novembre 2018

...E GLI ALTRI CHI SONO? (12)




















































Precedenti capitoli:

Ti sei lì e sei tu! (11/1)

Prosegue in:

Il bastone del Filosofo (13/4)













E per questo occorreva ghigliottinare l’autore, quando intanto nulla si crea e nulla si distrugge? O lo si è ucciso per farlo tacere su ciò che fingendo rivelava, come Newton che tanta ala vi stese ma continuava a meditare sulla Gabbala e sulle essenze qualitative?

La sala Lavoisier del Conservatoire è una confessione, un messaggio cifrato, una epitome del conservatorio tutto, irrisione dell’orgoglio del pensiero forte della ragione moderna, sussurro di altri misteri. Jacopo Belbo aveva ragione, la Ragione aveva torto. Mi affrettavo, l’ora incombeva.

Ecco il metro, e il chilo, e le misure, false garanzie di garanzia. L’avevo appreso da Agliè che il segreto delle Piramidi si rivela se non le calcoli in metri, ma in antichi cubiti. Ecco le macchine aritmetiche, fittizio trionfo del quantitativo, in verità promessa delle qualità occulte dei numeri, ritorno alle origini del Notaríkon dei rabbini in fuga per le lande d’Europa.




Astronomia, orologi, automi, guai a intrattenermi tra quelle nuove rivelazioni. Stavo penetrando nel cuore di un messaggio segreto in forma di Theatrum razionalista, presto presto, avrei esplorato dopo, tra la chiusura e la mezzanotte, quegli oggetti che nell’obliqua luce del tramonto assumevano il loro vero volto, figure, non strumenti. Su, attraverso le sale dei mestieri, dell’energia, dell’elettricità, tanto in quelle vetrine non avrei potuto nascondermi. Man mano che scoprivo o intuivo il senso di quelle sequenze ero preso dall’ansia di non aver tempo di trovare il nascondiglio per assistere alla rivelazione notturna della loro ragione segreta.

Ormai mi muovevo come un uomo braccato – dall’orologio e dall’orrido avanzare del numero.

La terra girava inesorabile, l’ora veniva, tra un poco mi avrebbero cacciato. Sino a che, attraversata la galleria dei dispositivi elettrici, giunti alla saletta dei vetri. Quale illogica aveva disposto che oltre gli apparecchi più avanzati e costosi dell’ingegno moderno dovesse esserci una zona riservata a pratiche che furono note ai fenici, millenni fa?




Sala collettanea, era questa, che alternava porcellane cinesi e vasi androgini di Lalique, poteries, maioliche, faenze, muranerie, e in fondo, in una teca enorme, in grandezza naturale e a tre dimensioni, un leone che uccideva un serpente. La ragione apparente di quella presenza era che il gruppo figurava interamente realizzato in pasta di vetro, ma la ragione emblematica doveva essere un’altra...

Cercavo di ricordarmi dove avessi già scorto quell’immagine.

Poi ricordai.

Il Demiurgo, l’odioso prodotto della Sophia, il primo arconte, Ildabaoth, il responsabile del mondo e del suo radicale difetto, aveva la forma di un serpente e di un leone, e i suoi  occhi gettavano una luce di fuoco. Forse l’intero Conservatoire era un’immagine del processo infame per cui, dalla pienezza del primo principio, il Pendolo, e dal fulgore del Pleroma, di eone in eone, l’Ogdoade si sfalda e si perviene al regno cosmico, dove regna il Male…




…Ma allora quel serpente, e quel leone, mi stavano dicendo che il mio viaggio iniziatico – ahimè à rebours – era ormai terminato, e tra poco avrei rivisto il mondo, non come dev’essere, ma come è. E infatti notai che nell’angolo destro, contro una finestra, stava la garitta del Periscope.

Entrai.

Mi trovai davanti a una lastra vitrea, come una plancia di comando, su cui vedevo muoversi le immagini di un film, molto sfocate, uno spaccato di città. Poi mi accorsi che l’immagine era proiettata da un altro schermo, posto sopra il mio capo, dove appariva rovesciata, e questo secondo schermo era l’oculare di un periscopio rudimentale, fatto per così dire di due scatoloni incastrati ad angolo ottuso, con la scatola più lunga che si protendeva a mo’ di tubo fuori della garitta, sopra la mia testa e dietro le mie spalle, raggiungendo una finestra superiore da cui, certo per un gioco interno di lenti che gli consentiva un grande angolo di visione, captava le immagini esterne.




Calcolando il percorso che avevo fatto salendo, capii che il periscopio mi permetteva di vedere l’esterno come se guardassi dalle vetrate superiori dell’abside di Saint-Martin - come se guardassi appeso al Pendolo, ultima visione di un impiccato.

Adattai meglio la pupilla a quell’immagine scialba: potevo ora vedere la rue Vaucanson, su cui dava il coro, e la rue Conté, che idealmente prolungava la navata. Rue Conté sfociava su me Montgolfier a sinistra e me de Turbigo a destra, due bar agli angoli, Le Week End e La Rotonde, e di fronte una facciata su cui spiccava la scritta, che decifrai a fatica, LES CREATIONS JACSAM.

Il periscopio.




Non così ovvio che fosse nella sala delle vetrerie anziché in quella degli strumenti ottici, segno che era importante che la prospezione dell’esterno avvenisse in quel luogo, con quell’orientamento, ma non capivo le ragioni della scelta. Perché questo cubicolo, positivistico e verniano, accanto al richiamo emblematico del leone e del serpente?

In ogni caso, se avessi avuto la forza e il coraggio di restare lì ancora per poche decine di minuti, forse il guardiano non mi avrebbe visto. E sottomarino rimasi per un tempo che mi parve lunghissimo. Sentivo i passi dei ritardatari, quello degli ultimi custodi. Fui tentato di rannicchiarmi sotto la plancia, per sfuggire meglio a un’eventuale sbirciata distratta, poi mi trattenni, perché restando in piedi, se mi avessero scoperto, avrei sempre potuto fingere di essere un visitatore assorto, rimasto a godersi il prodigio.




Poco dopo si spensero le luci e la sala restò avvolta nella penombra, la garitta diventò meno buia, tenuamente illuminata dallo schermo che continuavo a fissare perché rappresentava l’ultimo mio contatto col mondo. La prudenza voleva che restassi in piedi, e se i piedi mi dolevano, accovacciato, almeno per due ore.

L’ora di chiusura per i visitatori non coincide con quella di uscita degli impiegati. Mi colse il terrore delle pulizie: e se ora avessero incominciato a ripulire tutte le sale, palmo per palmo?

Poi pensai che, visto che alla mattina il museo apriva tardi, gli inservienti avrebbero lavorato alla luce del giorno e non alla sera. Doveva essere così, almeno nelle sale superiori, perché non sentivo passare più nessuno. Solo dei brusii lontani, qualche rumore secco, forse porte che si chiudevano.




Dovevo restare fermo.

Avrei avuto tempo di raggiungere la chiesa tra le dieci e le undici, forse dopo, perché i signori sarebbero venuti solo verso la mezzanotte. In quel momento un gruppo di giovani usciva dalla Rotonde. Una ragazza passava in rue Conté, girando in rue Montgolfier. Non era una zona molto frequentata, avrei resistito ore ed ore guardando il mondo insipido che avevo dietro le spalle?

Ma se il periscopio era lì, non avrebbe dovuto inviarmi messaggi di qualche segreto rilievo?

Sentivo venire il bisogno di orinare: bisognava non pensarci, era un fatto nervoso. Quante cose ti vengono in mente quando sei solo e clandestino in un periscopio. Deve essere la sensazione di chi si nasconde nella stiva di una nave per emigrare lontano. Infatti la meta finale sarebbe stata la statua della Libertà, con il diorama di New York. Avrebbe potuto sopravvenire la sonnolenza, forse sarebbe stato un bene.




No, avrei potuto risvegliarmi troppo tardi...

La più temibile sarebbe stata una crisi di angoscia: quando hai la certezza che tra un istante griderai.

Periscopio, sommergibile, bloccato sul fondo, forse intorno già ti navigano grandi pesci neri degli abissi, e non li vedi, e tu sai solo che ti sta mancando l’aria...

Respirai profondamente più volte.

Concentrazione.

L’unica cosa che in quei momenti non ti tradisce è la lista della lavandaia. Riandare ai fatti, elencarli, individuarne le cause, gli effetti. Sono arrivato a questo punto per questo, e per quest’altro motivo...

Sopravvennero i ricordi, nitidi, precisi, ordinati.




I ricordi degli ultimi frenetici tre giorni, poi degli ultimi due anni, confusi con i ricordi di quarant’anni prima, come li avevo ritrovati violando il cervello elettronico di Jacopo Belbo. Ricordo (e ricordavo), per dare un senso al disordine della nostra creazione sbagliata.

Ora, come l’altra sera nel periscopio, mi contraggo in un punto remoto della mente per emanarne una storia. Come il Pendolo. Diotallevi me lo aveva detto, la prima sefirah è Keter, la Corona, l’origine, il vuoto primordiale. Egli creò dapprima un punto, che divenne il Pensiero, ove disegnò tutte le figure...

Era e non era, chiuso nel nome e sfuggito al nome, non aveva ancora altro nome che ‘Chi?’, puro desiderio di essere chiamato con un nome...

In principio egli tracciò dei segni nell’aura, una vampa scura scaturì dal suo fondo più segreto, come una nebbia senza colore che dia forma all’informe, e non appena essa cominciò a distendersi, al suo centro si formò una scaturigine di fiamme che si riversarono a illuminare i zefiro inferiori, giù sino al Regno. Ma forse in questo simsum, in questo ritiro, in questa solitudine, diceva Diotallevi, c’era già la promessa del tiqqun, la promessa del ritorno… 

(U. Eco)