giuliano

martedì 12 novembre 2019

UN ERETICO (31)




















Precedenti capitoli:

Un terapeuta (30/1)

La grande notizia celebrata














Secchi d’acqua piovuta dal cielo. Un lamento univoco ad un sol coro. Affogare in cotal mare ed in qual tempo prosperare, la scelta avverte urgenza e coerenza, mentre la commedia assume toni da farsa.




Inutile dilungarsi su Spirito ed Anima, quando l'umana coscienza per sua misera natura ne è sprovvista meno della bestia, talché apostrofare l’alta marea indice di alto gradimento chi con l’errata interpretazione della materia prospera.




La chiesa mi dicono bagnata, i muri trasudano acqua, certamente il buon Dio per ogni Elemento a lui caro, vuol battezzare la Verità d’ogni peccato consumato ed in segreto celebrato, ma in pubblico contrariato.




Annunziano disastro nell’ululato del mare, mi dicono però, il lupo ben braccato così non può cantare Inno e Lode, Strofa dell’eterno loro peccato da lui mai consumato: azzannare falsa pecunia nel recinto ben custodita fors’anche nel male allevata.




Nuotano fra alta e bassa marea aspettando il lieto natale, così da ricordare ad ognuno  colui che per sempre alla verità nato sarà condannato e sacrificato.




Forse il Dio avendo intuito l’errore, lo sbaglio, il turpe inganno, vuol consolare i futuri celebranti ed assicurar loro, che la grotta il riparo, il disperato rifugio braccato, al di sopra del mare creato e nell’acqua rinato.




Così il buon Dio avendo udito il lamento di tutte le sue creature le ha volute pur consolare, apostrofando l’universale per ogni diluvio celebrato, rammentando che se pur il loro destino nella croce della materia scritto, è bene battezzare e purificare nell’acqua tanto letame dall’uomo seminato.





Il mare s’alza nella marea, l’ululato del vento celebra la propria Rima e non certo lamento, ricordando al misero chi superiore ed inferiore in codesto povero mondo dall’uomo vilipeso non men che calunniato.  













domenica 10 novembre 2019

SILENZIO DEL TEMPO (29)




















Precedenti capitoli:

Il mistico silente (silenzio del Tempo) (28)

Prosegue con...:

Un Terapeuta (30)














Filone è stato veramente il più efficace strumento di mediazione fra la spiritualità ebraica e l’intellettualità ellenica. Si comprende come sotto l’assillo predominante dei suoi intenti morali; avido solo di mostrare ai rappresentanti della cultura profana quale meraviglioso retaggio di idealità morali conservasse nel proprio grembo la tradizione sacra di Israele; Filone non abbia tralasciato di segnalare una sola di quelle manifestazioni di vitalità etica, che potevano ridondare a gloria della sua razza e della sua fede.

Tanto più scrupolosamente egli assolve questo compito di segnalazione e di celebrazione quanto più intensamente egli avverte che in ogni insigne pratica virtuosa è lo sfolgoramento di una eccezionale assistenza di Dio, e che quindi il popolo, nelle cui fila il bene raccoglie stuolo più copioso e più volonteroso di gregari, non può andare spoglio di una singolare investitura carismatica.

Filone è così tratto dalle stesse esigenze logiche della sua apologetica a indurci nella conoscenza più circostanziata dei movimenti ascetici della società giudaica ai suoi tempi:

essenismo e terapeutismo.




Dell’essenismo ci parla nel Quod omnis probus, liber e in alcuni frammenti riportati da Eusebio nella sua Preparazione evangelica. Lo scrittore alessandrino si introduce, secondo il suo piano consueto, con una rapida disquisizione sulla vita virtuosa, ch’egli definisce irraggiungibile, finché si vagoli nel tumulto del mondo.

“Di gente avida di gloria e di piacere è ricolma la terra e il mare: di saggi, di giusti, di buoni, esiguo è il numero, raro il genere”.

Ma immediatamente dopo s’indugia a rilevare, con compiacimento manifesto, che la Siria e la Palestina non sono sterili di virtù, abitate da quel popolo quanto mai prolifico che è il giudaico.

Gli Esseni sono appunto una delle espressioni tipiche della pietà giudaica. Essi abitano i villaggi,

“lungi dalle città tumultuose, disgustati dalle colpe quotidiane dei cittadini, ben sapendo come da esse, quasi da turbine pestifero, si propaga il contagio di un morbo insanabile, che soffoca e uccide lo spirito”.




La descrizione della loro foggia di esistenza assume rapidamente il tono solenne e idilliaco del panegirico:

“In mezzo ad essi non si incontrano schiavi. Tutti vivono, uguali e liberi, nella assistenza e nel servizio reciproci. Condannano recisamente ogni personale dominio, non solamente come ingiusto, in quanto violatore della comune uguaglianza, ma anche come irrimediabilmente empio, perché sovvertitore delle naturali leggi. La parte della filosofia che involge i procedimenti dialettici, essi lasciano ai cacciatori di parole. Quella, fisica, che investe la natura, lasciano agli oziosi ricercatori delle cose. Ma coltivano quella che implica la conoscenza di Dio e del suo rapporto con l’universo. Studiano assiduamente l’etica. Il loro programma di vita è tutto in queste tre parole: amanti della virtù, di Dio, degli uomini. Nessuno di essi possiede una casa propria: ogni loro dimora è casa di tutti. Una filosofia completamente spoglia del vano lavorio per il possesso della cultura ellenica ha generato questi insigni atleti della virtù”.




Filone conclude osservando che a giudizio di tutti la vita in comune degli Esseni rappresenta un’immagine luminosa della vita perfetta e della beatitudine. Un movimento come l’essenico, dai caratteri così variamente compositi, dalla fisionomia così evanescente e così tendenziosamente ritratta dai suoi testimoni storici, non si presta agevolmente ad una valutazione esatta.

Quali sono i suoi presupposti, quali le sue interferenze col giudaismo dell’epoca neotestamentaria e con la coltura ellenistica, quali i suoi possibili collegamenti ideali con le correnti rigoristiche del cristianesimo primitivo?

Una risposta unilaterale sarebbe, con probabilità, storicamente ingiustificabile. L’essenismo ha tutta l’aria di avere raccolto in sé le più disparate tendenze spirituali, che caratterizzavano la vita morale nel mondo ellenistico alla vigilia del messaggio cristiano e di averle amalgamate nel programma di una perfezione associata, la quale, pur sul solco della tradizione mosaica, instaura una purezza di prescrizioni e una larghezza di proselitismo, in cui non sarà arbitrario scoprire un segno precursore delle future forme dell’ascetismo cristiano.




Di molto maggiore interesse per la nostra analisi comparativa appare la organizzazione dei terapeuti, che Filone descrive ampiamente in uno speciale suo scritto, de vita contemplativa, e che tradisce i caratteri di una vera e propria società monacale.

La rassomiglianza fra i due istituti è così palmare, che fin dai suoi tempi Eusebio vi ha preso abbaglio e si è dato ad immaginare che Filone parli precisamente di monaci cristiani.

Si tramanda – egli osserva – che Marco, giunto in Egitto, vi predicò il Vangelo, ch’egli aveva già dettato, e fondò in Alessandria le prime comunità; fin dal primo momento fu così densa la moltitudine di uomini e di donne che abbracciarono la fede di Cristo, che Filone ritenne opportuno ricordare nei suoi scritti le loro occupazioni, le loro adunanze, i loro banchetti, tutto il genere di vita che essi menavano”.

Eusebio rileva che le regole di condotta, segnalate da Filone come disciplinanti la vita dei terapeuti, son le stesse osservate dagli asceti cristiani ai suoi tempi. L’abbaglio eusebiano ebbe lusinghiera fortuna. Il buon Epifanio di Salamina, sulle orme di un così autorevole testimone, non esitò ad affermare nel suo Panárion che Filone dimorò per un anno intero presso i terapeuti cristiani, assistendo, in mezzo ad essi, alla celebrazione del rito pasquale.




Il medioevo ecclesiastico ripeté, senza ombra di contestazione, l’anacronistico equivoco, finché la Riforma, preoccupata di dimostrare che l’ascetismo è fenomeno estraneo e contrastante alla primitiva predicazione cristiana, lo abbatté in pieno.

Anche senza il de vita contemplativa la produzione filoniana offre argomenti sicuri ed indizi eloquenti per constatare come le aspirazioni ascetiche costituiscono nei primi secoli cristiani un tratto comune a tutta la cultura morale del mondo ellenistico, e sgorgano dal bisogno di creare, di contro all’opprimente gerarchia dei valori sociali e politici, un fascio di liberi rapporti mistici e una impalpabile federazione di coscienze, dominate dal programma della gioia nella rinuncia.

I terapeuti si sono offerti a Filone come l’attuazione stupenda del suo ideale etico e religioso. La descrizione che egli ci fa della loro forma di esistenza non è esauriente. Dopo aver accennato alla loro uscita dal mondo e dopo aver descritto il luogo del loro rifugio presso lo stagno della Mareotide, nelle vicinanze di Alessandria, egli, premessa una dichiarazione di assoluta ed oggettiva imparzialità, espone gli usi che disciplinano l’esistenza associata di questi transfughi del mondo. Isolati dal consorzio umano, essi vivono in piccole casette, a due a due, avendo un cenacolo comune per il raccoglimento e la lettura. Una volta alla settimana convengono insieme e nella solennità della Pentecoste si raccolgono insieme, terapeuti e terapeutidi, per leggere testi sacri e sciogliere insieme canti religiosi.




“La vocazione caratteristica di tali filosofi è spiegata dalla loro stessa denominazione – terapeuti e terapeutidi – poiché praticano una virtù medica superiore a quella praticata nelle città, in quanto questa cura solamente i corpi, quella invece anche le anime possedute dalle malattie crudeli e difficilmente guaribili, in cui le gettarono i piaceri, le concupiscenze, le tristezze, i timori, l’avidità, la stoltezza, le ingiustizie e la moltitudine sterminata di tutti gli altri mali e di tutte le sofferenze. O anche perché dalle sante leggi e dalla natura furono chiamati ad adorare l’ente che è migliore del bene, più schietto dell’uomo, più antico della stessa unità”.

 L’allusione al culto monoteistico dei terapeuti, induce naturalmente Filone, senz’altro, a diffondersi in celebrare l’adorazione del Dio unico, contrapponendola alle forme religiose dell’idolatria, che egli definisce come cieco e stolto ossequio agli stoicheía (elementi) del mondo.




“La classe dei terapeuti, già addestrata alla contemplazione di Dio, non si allontanerà dalla meditazione si trovano gruppi di questo tipo in molte parti dell’universo, poiché era conveniente che partecipassero a questa foggia di esistenza pagani e cristiani; ma sopra ogni altro luogo fioriscono in Egitto e precisamente nelle vicinanze di Alessandria”.

Di questi terapeuti alessandrini, quelli che egli doveva conoscere di persona, Filone descrive la residenza e le occupazioni.

“Le piccole case dove essi vivono hanno ciascuna un minuscolo sacello (semneíon), nel quale i solitari compiono i misteri. È così vivo in essi il sentimento del divino che anche nel sogno hanno la visione della bellezza e della potenza di Dio. Due volte al giorno essi sono soliti pregare: all’alba e alla sera. Al sorgere del sole per chiedere una felice giornata, per impetrare che il loro intelletto sia illuminato dall’alto: al tramonto, affinché l’anima del tutto sgombra dal tumulto delle esperienze sensibili si raccolga nel proprio riposto sinedrio, nel segreto della impenetrabile coscienza, e segua le orme della verità. L’intervallo dalla mattina alla sera è per essi una ininterrotta ascesi”.











sabato 9 novembre 2019

QUANDO L'ANIMA ERA PURA (29)














































Precedenti capitoli:

Quando l'Anima era pura (26/1)

Prosegue nel:

Mistico silente silenzio del Tempo (28)  &  (29)













È assolutamente possibile praticare l’essenza di una fede o di una cultura senza associarla a una religione.

La nostra cultura tibetana, ancorché in larga parte ispirata dal buddhismo, non deve a esso tutta la propria filosofia. Una volta ho suggerito a un’organizzazione per il soccorso ai rifugiati tibetani l’interessante idea di valutare quanto il nostro popolo debba al suo stile di vita tradizionale. Quali sono i fattori che rendono i tibetani persone calme e di buonumore?

La gente cerca sempre la risposta nell’unicità della nostra religione, dimenticando che anche il nostro ambiente naturale è unico. La tutela della natura non è necessariamente un’attività sacra e non richiede sempre il ricorso alla compassione.




In quanto buddhisti esercitiamo la compassione nei riguardi di tutti gli esseri senzienti, ma non di necessità verso ogni singola pietra o albero o abitazione.

La maggioranza di noi si preoccupa della propria casa senza però provare compassione verso di essa. La manteniamo in buone condizioni per poterci vivere serenamente. Siamo più solleciti che compassionevoli.

Il nostro pianeta è come la nostra casa e noi dobbiamo trattarlo con cura, se vogliamo assicurare il benessere a noi, ai nostri figli, ai nostri amici e agli esseri senzienti che condividono con noi questa grande dimora.




Se pensiamo che il nostro pianeta sia la nostra casa, o la «nostra madre», la nostra madre Terra, non possiamo non prendercene cura. Oggi abbiamo capito che l’avvenire dell’umanità dipende dal nostro pianeta e che il futuro di quest’ultimo dipende dall’umanità. Ma non sempre ciò è così chiaro. Finora la nostra madre Terra ha tollerato le nostre negligenze. Ora però il comportamento degli uomini, il loro numero e la loro tecnologia hanno raggiunto uno stadio in cui la nostra madre Terra non può più sopportare in silenzio.

‘I miei bambini si comportano male’,

…sembra dire, per farci prendere coscienza che esistono limiti da non superare. Noi buddhisti tibetani raccomandiamo la temperanza, che non è priva di relazione con l’ambiente, poiché porta a non consumare in modo sconsiderato. Noi poniamo dei limiti alle nostre abitudini di consumatori e sappiamo apprezzare uno stile di vita semplice e responsabile. Il nostro rapporto con l’ambiente è sempre stato particolare. Le nostre antiche scritture parlano di un contenitore e del suo contenuto.




Il mondo è il ‘contenitore’, la nostra casa, e noi, gli esseri viventi, siamo il contenuto.

Il risultato è un rapporto speciale con la natura, perché senza il contenitore il contenuto non ha modo di esistere. Il fatto che gli esseri umani sfruttino le risorse naturali per sovvenire alle proprie necessità non è in sé riprovevole, ma la natura non va sfruttata al di là dello stretto necessario.

È essenziale ricomprendere da un punto di vista etico quanto ci è stato dato, ciò di cui siamo responsabili e ciò che dobbiamo trasmettere alle generazioni future. È evidente che la nostra generazione si trova a vivere in un passaggio critico. Abbiamo accesso a una forma di comunicazione globale, e nondimeno è più frequente che ci si scontri, anziché dialogare per costruire la pace.




Le meraviglie della scienza e della tecnologia coesistono con numerose tragedie, come la fame nel mondo o l’estinzione di certe forme di vita. Mentre ci si dedica all’esplorazione dello spazio, gli oceani, i mari e le fonti di acqua dolce sono sempre più inquinati. È verosimile che per le generazioni future alcune specie terrestri – animali, piante, insetti e persino microrganismi – divengano sconosciute. Dobbiamo agire prima che sia troppo tardi.

A pensarci bene, si potrebbe concludere che se il Buddha Śākyamuni tornasse tra noi per iscriversi a una formazione politica, questa sarebbero i Verdi!

Sarebbe un ecologista!




In fin dei conti il Buddha non è nato in un paradiso, ma in un giardino. Quando ebbe l’illuminazione non si trovava in un ufficio, in una casa o in un tempio, ma all’ombra di un albero, l’albero della bodhi. E al momento della morte, fu ai piedi di due alberi che entrò nel grande nirvāna.

Se fossi chiamato a votare, voterei per un partito che difendesse l’ambiente. Uno degli sviluppi più positivi registratisi in tempi recenti è la crescente presa di coscienza dell’importanza della natura. La materia non ha in sé nulla di sacro o di santo. Come esseri umani traiamo vita dalla natura, per cui agire contro di essa è un’insensatezza. Ecco perché dico che l’ambiente non è questione né di religione né di etica né di moralità e che queste sono un lusso, dal momento che per sopravvivere possiamo farne a meno. Se però continuiamo ad agire contro la natura, non sopravvivremo.




Dobbiamo accettare questo dato di fatto: se rompiamo gli equilibri naturali, l’umanità avrà di che soffrire. Noi, che ci troviamo a vivere oggi, inoltre, dobbiamo pensare a chi verrà domani. Un ambiente pulito è un diritto umano come gli altri. Rientra quindi nelle nostre responsabilità quella di trasmettere un mondo sano, se non più sano di come lo abbiamo trovato. Tale obiettivo non è così difficile come potrebbe sembrare.

Certo, il nostro potere d’azione individuale è limitato, ma l’impegno di tutti non lo è. Individualmente siamo chiamati a fare il possibile, per poco che sia. Se spegnere la luce quando si lascia una stanza sembra non avere particolari conseguenze, ciò non significa che non dobbiamo farlo.




A tale riguardo, come monaco buddhista, ritengo che la credenza nel karma sia di grande utilità nella vita di ogni giorno. Se si crede al legame tra la motivazione di un atto e il suo effetto, si diventa più sensibili alle ripercussioni delle proprie azioni, su di sé e sugli altri.

Per questo, malgrado la tragedia che si sta consumando in Tibet, vedo nel mondo molte cose buone. In particolare mi conforta rilevare che la concezione del consumo come un fine in sé sembra cedere il passo all’idea che le risorse della Terra vanno preservate. È assolutamente necessario.




Mi auguro di riuscire, un giorno, a fare arrivare al popolo cinese questo messaggio sulla necessità di proteggere l’ambiente e di preoccuparsi degli altri. Il buddhismo non è un fatto estraneo ai cinesi e io ritengo che su un piano pratico possa loro essere utile.

Il IX Panchen Lama impartì un’iniziazione del Kalachakra nella città di Pechino. Se dovessi farlo anch’io, avrei alle spalle un precedente. Sono un monaco buddhista e perciò le mie cure sono rivolte a tutti i membri della famiglia umana, anzi a tutti gli esseri senzienti.

Con il crescente impatto della scienza sulle nostre vite, religione e spiritualità possono giocare un ruolo ancora più grande, rammemorandoci la nostra umanità.




Tra l’uno e l’altro approccio non c’è contraddizione. Ciascuno dei due ci fornisce valide intuizioni, che permettono di comprendere meglio l’altro. Sia la scienza, sia gli insegnamenti del Buddha ci parlano dell’essenziale unità di ciò che vive.

Al giorno d’oggi, il degrado delle foreste, causato dal sovraffollamento e dall’aumentata concentrazione di sostanze chimiche nell’atmosfera, provoca piogge irregolari e il surriscaldamento del globo.

Ne risultano cambiamenti climatici tali che le nevi perenni che coronano le nostre montagne si stanno sciogliendo, evento che colpisce non solo gli esseri umani, ma anche altre specie viventi.




Questa situazione critica è presa molto sul serio nel mondo. Una volta, in Tibet, lo strato delle nevi perenni che ricopriva le montagne era molto spesso. I nostri anziani ricordano che, quando erano giovani, le cime erano coperte da un manto nevoso molto denso.

Secondo loro, la rarefazione delle nevi, oggi, è uno dei segni della fine del mondo.

È vero che il cambiamento climatico è un processo lento e i suoi effetti diventano evidenti dopo un periodo di tempo molto lungo. Anche gli animali e le piante del nostro pianeta si adattano in funzione di tale cambiamento.

Lo stesso vale per la struttura fisica dell’uomo, che, sempre in funzione di quei cambiamenti, si sta modificando di generazione in generazione.




A causa dell’aumento della popolazione mondiale, molti alberi vengono tagliati per fare da combustibile e per aumentare la superficie dei terreni agricoli. Inoltre, in Tibet, i cinesi hanno distrutto alberi secolari con la stessa facilità con cui ci si rade la testa, cosa che equivale a una devastazione su larga scala del patrimonio dei tibetani.

Allo stesso modo, il continuo declino delle foreste in molte parti del mondo, tra cui le Americhe, ha effetti negativi sul clima di tutto il pianeta, che ha già cominciato a modificarsi, sconvolgendo l’esistenza della comunità umana e di tutti gli esseri viventi.

Spetta a noi, che discutiamo del bene di tutti gli esseri senzienti, dare il nostro contributo alla tutela dell’ambiente. Dal momento che anch’io ho la mia parte di responsabilità in materia, e perché le generazioni presenti e future possano godere dell’ombra rinfrescante degli alberi e dei loro frutti, ho portato questi semi di alberi da frutto, acquistati con parte del denaro del mio premio Nobel per la pace. Ho chiesto che venissero distribuiti durante questo grande raduno in occasione del Kalachakra, raduno nel quale voi rappresentate i cinque continenti. I semi sono stati messi accanto al mandala per riceverne le benedizioni. Ci sono germogli di albicocco, nocciolo, papaya, guava e di altri alberi che potrete coltivare a latitudini diverse.

(Dalai Lama, Salviamo il mondo)












giovedì 7 novembre 2019

A DETTA DI UN 'BARBONE' (24)





















Precedenti capitoli:

L'imbarbarimento del sapere (23/1)

Prosegue in:

A detta di un 'barbone' (25)

...Anche in formato Fotoblog...













Tra gli studi dedicati alla tradizione manoscritta, la circolazione e la diffusione del trattato sui misteri degli Egiziani, spiccano i lavori di Angelo Raffaele Sodano e Martin Sicherl. All’epoca in cui Sodano si dedicò allo studio dei codici nei quali è contenuto il De Mysteriis, il loro numero ammontava a ventidue esemplari. Sodano li suddivise in due famiglie.

Eccezion fatta per l’estratto Vaticanus graecus 1026, gli altri codici risultano essere posteriori al sec. XV.

Ora, venendo alla prima delle due classi, Sicherl ha accertato che lo scrivano di A e di Z (entrambi copiati da V) fu Pietro Candido, monaco camaldolese che risiedeva a Firenze, più precisamente nel convento di Santa Maria degli Angeli.

Secondo un’annotazione presente nel Vatic. gr. 1898 (f. 136), Candido avrebbe lavorato per conto di Scutellio o del card. Egidio da Viterbo († 1532), dal momento che Scutellio collaborava con l’alto prelato alla traduzione dei testi dal greco in lingua latina. Pare, inoltre, che Z fosse stato donato da Luca Olstenio al card. Francesco Barberini († 1679). É andata invece perduta la copia di un manoscritto H (Hamburgensis philol. gr. 36).

Il manoscritto V appartenne a Marsilio Ficino, che lo fece copiare per sé da Giovanni Scotariota, probabilmente poco prima del 1458-59. In un secondo momento il medesimo codice pervenne ad Achille Stazio († 1581). La copia più antica di V è il codice C (Vindobonensis philosophus graecus 264), risalente al sec. XV, di cui non si conosce il copista.

Per quanto concerne W (Vallicellianus E. 36), Sicherl dimostra che a possederlo fu Nicola Scutellio, del quale ha riconosciuto la scrittura a margine 10 Y appartenne al card. Guglielmo Sirleto († 1585), da cui la denominazione codex Sirletianus, e fece parte della biblioteca di Diego Hurtado da Mendoza, ambasciatore spagnolo a Roma dal 1547 al 1554. Questi fu anche il primo proprietario di F, il cui copista fu con ogni probabilità Andronico Nunzio. Il ms I (Matritensis N 136) fu copiato da Andrea Damario.

S’aggiunga alla prima famiglia di manoscritti anche il Ravennate 381,11 contenente alcuni excerpta falsamente attribuiti ad Olimpiodoro. Il codice è stato fatto risalire al sec. XVII da Martin (1884) e Bernicoli (1895),12 e contiene una serie di brani tratti dal De mysteriis.

Giamblico può essere considerato il filosofo neoplatonico che più di ogni altro ha assimilato l’influenza della tradizione caldaica e che, attraverso l’assimilazione di questa alla filosofia di Platone, ha conferito al contenuto degli Oracoli di Giuliano lo statuto scientifico di teologia platonica. Di ciò costituiscono piena testimonianza i numerosi passi del De mysteriis che richiamano gli Oracoli ai 28 libri dedicati espressamente alla teologia caldaica andati perduti.

Gli interessi di Giamblico risultano orientati maggiormente verso problemi di ordine religioso anziché squisitamente filosofico e sotto questo profilo egli si inserisce perfettamente nel contesto culturale del suo tempo, nel quale il pensiero filosofico – e in particolar modo quello neoplatonico – assume un carattere piuttosto pratico, dominato dalla preoccupazione (non tanto di quella ‘felicità’ precedentemente apostrofata dall’autrice ‘citata…) della purificazione dell’Anima e dell’unione con la Divinità.

La via che conduce a tale unione implica la pratica di tutti quei riti contemplati dalle dottrine religiose di origine orientale, ivi comprese le pratiche divinatorie e i misteri teurgici finalizzati, appunto, alla purificazione dell’Anima. Il Pensiero di Giamblico a questo riguardo è in verità abbastanza complesso e in parte, talvolta, anche contraddittorio. Nel De mysteriis, infatti, si legge che l’uomo ha due anime:

‘L’una derivata dal primo intelligibile e partecipa anche della potenza del demiurgo; l’altra ingenerata in noi dal movimento dei corpi celesti in cui entra l’anima che contempla dio’. (De mysteriis VIII)

(M.P. Barbanti)




[Ora quest’Anima la quale contempla e nel qual tempo contemplata Frammento del Dio, la quale soggetta e assoggettata a vari interpretazioni per cui anche ciò che, al meglio o al peggio, per medesima ugual natura gli appartiene; può essere ancor meglio esplicitata e dedotta compreso il linguaggio con il quale coniugare ciò che per sua indelebile Natura al meglio, e come già detto, indistintamente gli appartiene...

…Per quanto riguarda un aspetto ‘antropologico’ quindi scientifico con cui coniugare non solo l’uomo ma l’intera Natura da cui nato compresa l’Universo da cui la stessa Madre (…) grazie all’Evoluzione perfezionata, circa i termini della dovuta comprensione adottati non meno quelli di simmetrica connessione per chi alla medesima fonte probabilmente si è dissetato, non intendiamo né rimuovere né escludere nessun contesto o singolo Frammento ove cotal bisogno - non tanto di felicità - ma innato istinto di sapere nato neppure estraneo al mondo inanimato, giacché per nostra ed altrui Universale appartenenza e natura ugualmente aspiriamo alla Luce quanto alla Vita, e questa in diversi modi difesa coniugata tradotta migliorata nonché e per ultimo, interpretata; seppur da opposta immateriale consistenza nata.




…Ed altresì in questa comune prospettiva non escludendo o tantomeno subordinando o tacendo quanto per difettevole carente natura e con essa presunta cultura, escluso, o ancor peggio, esplicitato circoscritto e sacrificato quale irrimediabile irreversibile ‘povertà di mondo’ (di cui il Dalai Lama ha enumerato talune cifre in ugual opposta materia dalla Weil dedotta) e relativa inconsapevolezza di potervi partecipare solo qual ‘atto’ subordinato all’altrui inferiore ‘umana’ volontà per medesimo atto ed istinto condiviso solo qual sacrificio o animata-inanimata ugual materia da cui la dovuta sopravvivenza.

Univoci linguaggi glutterati da cui nati.

Traduco; abbiamo accennato attraverso i capitoli del presente Sentiero non certo la volontà della Cima riducendo così la presunta salita nei termini propri in cui cotal aspirazione si snoda rendendola in ugual medesimo Tempo acrobatica evoluta aspirazione, o, regresso intendimento affine al cammino in cui l’uomo retto ed evoluto provenire da un Passo certamente inferiore: chino a quattro zampe divincolarsi da medesimo mare fino ad una Cima stratificato ed in cui tutte le precedenti vite da cui nati appartenenti al comune linguaggio: abbiamo nuotato volato strisciato camminato ed arrampicato sino al medesimo Creato fin sulla cima evolutiva, ‘intendendo’ ed altresì ‘intuendo’, oppure ‘sottintendendo’ ed anche ‘tacendo’, una presunta conquista così come prima di noi erroneamente s’era pur evoluta la vita.

…Potremmo anche noi rappresentarne la dotta eccezione e non certo equazione, e bensì non la regola specchio della vera superiore intelligenza…

Attendiamo responso dal Cielo così come in Terra!




Al contrario; esulando i termini propri di siffatta pretesa, analizzando e decifrando il Sacro attraverso una propria - non certo circoscritta quantunque sintesi, quanto ‘globale’ dispiegamento di conoscenza in cui le ‘fonti’ apportano un senso comune per l’intendimento e dovuto conseguimento della Verità e mai Golgota della Cima. E con lei, i molteplici termini con cui una o più simmetriche Verità si congiungono alla Storia dall’asimmetria in cui nata ed evoluta, facendo dispiegare una invisibile tela, e non certo ragnatela, con cui assicurarsi nei limiti e crepacci o difficoltà di medesima materia qual corda, per non rimantenerne impigliati nella trama al pari… d’una fitta ragnatela. Per meglio raggiungere in medesimo globale istinto ed atto ‘con e nella’ Natura disquisito immagine del Dio che così magnificamente l’ha pur pensata, decifrarne quanto perso, quindi antropologicamente o evolutivamente parlando, estinto, per propria natura o difettevole altrui dotta limitata materia.

Quindi e al contrario e a ritroso di come si procede in un determinato contesto culturale ritenuto specchio dell’evoluzione, o peggio del progresso, quanto della Verità (giacché come l’Anima e la disquisizione che gli appartiene connesse ad una duplice natura come dal Giamblico delineato…) una delle tante Verità apostrofate, rimosso a beneficio di false deduzioni.




Possiamo disquisire sull’intendimento e dispiegamento circa Anima Intelletto e Spirito… e Dio, ma di certo non possiamo sottrarci dalla costante volontà di ricerca la quale intende nella salita di medesimo Sentiero cancellato ‘assicurato’ nei termini propri di quella corda tradotto nella volontà cui sembra accennare anche la mitologia.

Ed in cui la Storia ancora afflitta!

…Certamente l’interpretazione dell’Anima può risolversi dispiegarsi come annodarsi o peggio avvinghiarsi in vari intendimenti e procedimenti, rilevando non tanto il paradosso, semmai come gli stessi se pur distinti, medesimi in secolari disquisizioni le quali certamente non esulano sulla Natura di identico Dio trattato, giacché l’avvento della religione cristiana ne ravviverà, o al contrario, limiterà intento ed intendimento, ed in cui, altrettanti valenti dottori di chiesa in veste di filosofi, si alternano e dibattono circa medesima materia nella dovuta ortodossa eretica o pagana dottrina… circoscritta…

Riducendo la corda allo zero in cui posta fors’anche nata, sia per propria mano che altrui tempio. E Dio per proprio conto ritirarsi all’Olimpo in cui assiso e malriposto per ogni Elemento divenuta avvelenata materia avvolgere la spirale donde l’immateriale Pensiero nato formare il baratro della spirale non più equiangolare ‘con ed in cui’ dedotto e nella materia apostrofato, bensì contraria spirale scavare morta materia solo per affliggerne l’essenza.  




Ora tutte queste disquisizioni riconoscono un comune denominatore della materia trattata e non tanto nella progressione del numero qual scienza divina, almeno come esplicitata e dedotta dalla Weil, ma nel velo che tale esplicitazione conserva nel proprio codice genetico.

Ossia; per quel poco, qual Nessuno che sono ed ero, permettermi in siffatta disquisizione, nell’affermare altresì per come ho letto e interpretato la Teologia del divino Pitagora celare, come intenderebbe il Rossetti, non una paradossale condizione di come questa si risolve e dispieghi nella materia, accrescendo la Natura del Dio, bensì al contrario, come manifestandola nelle dovute divine proporzioni, in verità e per il vero, ne celi ed in qual tempo accresca il vero e più profondo divario e significato circa medesima verità teologica enunciata. 




Per cui rapportandolo all’Armonia della musica come i due precedenti accademici disquisivano e ne discutono ancora, sottolineo tra l’altro che la vastità degli argomenti trattati non sono di dominio comune, ovvero, la storiografia tende a mutarne e rimuoverne i distintivi tratti ‘nel e del’ Sacro armonizzato, facenti parte non solo dell’Armonia, ma in toto quell’Armonia la quale indistintamente conserviamo qual Gene derivato specchio ed immagine d’un primordiale creato; ossia non distinti da quanto creato, ma facenti parte  dell’Anima ampiamente disquisita, e non solo per la felicità impropriamente dall’autrice sopracitata qual presunta formula filosofica nell’atto di oggettivare un argomento sì vasto nel procedimento non certo mutato pur se convinti del contrario, giacché non....