giuliano

mercoledì 24 maggio 2017

MOSTRI & NEBBIE ARTICHE ovvero l'incubo nell'incubo prosegue.... (12)


































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Mostri e nebbie artiche: la lettera... (11)










Prosegue in:

I 'perfetti' ingranaggi dell'arte (13)

















Trascorsi il giorno successivo vagando per la valle.


Mi fermai vicino alle sorgenti dell’Arveiron, che prendono origine da un ghiacciaio, che, a passo lento, sta avanzando dalla cima delle colline fino a ostruire la valle. I ripidi pendii delle vaste montagne erano di fronte a me; la gelida parete del ghiacciaio mi sovrastava; alcuni pini spaccati erano sparsi intorno e il solenne silenzio di questa magnifica sala delle udienze della natura imperiale era rotto solo dallo scrosciare delle onde o dalla caduta di qualche grosso frammento, dal boato della valanga o dal crepitio, che riecheggiava fra le montagne, del ghiaccio accumulato che, attraverso il silenzioso lavoro di leggi immutabili, ogni tanto si spaccava e si staccava, come se non fosse stato che un giocattolo nelle loro mani.
Questi scenari sublimi e grandiosi mi offrivano la più grande consolazione che potessi ricevere. Mi elevavano da tutte le piccolezze del mio animo, e benché non cacciassero il mio dolore, tuttavia lo mitigavano e lo tenevano calmo. In qualche modo, inoltre, distolsero la mia mente dai pensieri sopra i quali avevo rimuginato durante gli ultimi mesi.
Rientrai la notte per riposare; il mio sonno fu conciliato e aiutato dall’insieme di quelle maestose figure che avevo contemplato durante il giorno. Si radunarono attorno a me; le vette delle montagne, immacolate e innevate, i pinnacoli scintillanti, i boschi di abeti, la gola aspra e selvaggia, e l’aquila che si elevava fra le nubi si raccolsero tutti attorno a me e mi offrirono la pace.

Dove erano fuggiti quando mi svegliai il mattino seguente?

Tutto ciò che aveva incoraggiato l’anima era fuggito col sonno, e una scura melanconia intristiva i miei pensieri. La pioggia cadeva a torrenti, e una fitta nebbia nascondeva le cime delle montagne, così che non vedevo neppure i volti di quei possenti amici. Eppure avrei penetrato il loro velo di nebbia e li avrei cercali fra i loro nascondigli di nuvole.




Cos’erano la pioggia e la tempesta per me?

Il mio mulo fu portato alla porta, e io decisi di salire la cima del Montanvert. Mi ricordai dell’effetto che la vista del terribile e mai fermo ghiacciaio aveva avuto sulla mia mente la prima volta che l’avevo visto. Mi aveva riempito di un’estasi sublime che aveva dato ali alla mia anima e le aveva permesso di librarsi dal mondo oscuro verso la luce e la gioia. La vista del terribile e del maestoso in natura aveva sempre avuto, a dire la verità, l’effetto di elevare la mia mente, facendomi dimenticare le preoccupazioni passeggere della vita.
Decisi di andare senza una guida, perché conoscevo bene il sentiero e la presenza di un’altra persona avrebbe distrutto la solitaria grandezza dello scenario. La salita è ripida, ma il sentiero è interrotto da tornanti brevi e continui, che aiutano a superare la perpendicolarità della montagna. È uno scenario terribilmente desolato. In migliaia di punti sono visibili le tracce della valanga invernale, dove giacciono alberi spezzati e sparsi sul terreno, alcuni completamente distrutti, altri piegati, appoggiati contro le rocce sporgenti della montagna o di traverso sopra altri alberi.
Il sentiero, man mano che si sale, incontra gole innevate, lungo le quali rotolano continuamente dei sassi; una di queste è particolarmente pericolosa, perché il minimo rumore, come ad esempio parlare ad alta voce, produce uno spostamento di aria sufficiente ad attirare la distruzione sopra la testa di colui che ha parlato. Gli abeti non sono alti né lussureggianti, ma sono tetri e aggiungono un’aria di severità allo scenario. Guardai la valle sottostante; una vasta nebbia stava salendo dai fiumi che l’attraversavano, avvolgendo in fitti anelli le montagne di fronte, le cui vette erano nascoste da nuvole uniformi, mentre la pioggia cadeva dal cielo scuro e aumentò la melanconica impressione che ricevevo dagli oggetti attorno a me.

Ahimè!

 Perché l’uomo si vanta di una sensibilità superiore rispetto agli animali?




Questo li rende solo degli esseri con più necessità. Se i nostri impulsi fossero limitati a mangiare, bere, desiderare, saremmo quasi liberi, ma noi siamo mossi da ogni vento che soffia e da una parola casuale o da una scena che quella parola ci trasmette.

  Dormiamo; un sogno ha il potere di avvelenare il sonno.
 Ci alziamo; un pensiero vagante contamina il giorno.
Sentiamo, comprendiamo, o ragioniamo; ridiamo o piangiamo,
accettiamo con amore il dolore, o gettiamo via i nostri affanni:
è lo stesso: perché che sia gioia o sofferenza,
il sentiero della sua partenza è ancora libero.
Il giorno trascorso non è mai quello a venire;
niente può durare, tranne la mutabilità.

Era circa mezzogiorno quando arrivai in cima alla salita. Rimasi per un po’ seduto sulla roccia che dava su quel mare di ghiaccio. Una foschia coprì sia quella che le montagne circostanti. Subito una brezza dissipò le nuvole, e io scesi sul ghiacciaio. La superficie è molto irregolare, si alza come le onde di un mare agitato, scende in basso, frammezzata da crepacci che si inabissano profondamente.
Il campo di ghiaccio è largo circa una lega, ma io impiegai circa due ore per attraversarlo. La montagna di fronte è una nuda roccia perpendicolare rispetto a dove mi trovavo io, Montanvert era esattamente all’opposto, a circa una lega di distanza; e sopra di esso si ergeva il Monte Bianco, nella sua terribile maestosità. Rimasi in una rientranza della roccia a osservare questo meraviglioso e stupendo scenario. Il mare, o piuttosto il vasto fiume di ghiaccio, serpeggiava tra le sue montagne, le cui aeree cime incombevano sui suoi recessi. I loro picchi ghiacciati e scintillanti brillavano alla luce del sole sopra le nuvole. Il mio cuore, prima pieno di dolore, si gonfiò di qualcosa simile alla gioia; esclamai:

‘Spiriti erranti, se davvero errate, e non riposate nei vostri stretti letti, concedetemi questa flebile felicità, o portatemi via, come vostro compagno, dalle gioie della vita’.




Mentre dicevo queste parole, scorsi improvvisamente la figura di un uomo, piuttosto distante, che avanzava verso di me, a velocità sovraumana. Balzava oltre i crepacci di ghiaccio, tra i quali io avevo camminato con prudenza; anche la sua statura, mentre si avvicinava, mi sembrava superiore a quella di un uomo. Fui turbato; una nebbia scese sopra i miei occhi, e mi sentii afferrare dalla debolezza, ma mi ripresi subito grazie al gelido vento delle montagne.

Mi accorsi, mentre la figura si faceva più vicina (visione terribile e odiosa!) che era il miserabile che io avevo creato.

Tremai di rabbia e orrore, decisi di aspettare che si avvicinasse e poi di giungere con lui a un combattimento mortale. Si avvicinò; il suo volto esprimeva un’amara angoscia, unita allo sdegno e alla malvagità, mentre la sua bruttezza spettrale lo rendeva quasi insopportabile alla vista umana. Ma io l’osservai appena; in un primo momento la rabbia e l’odio mi avevano privato della parola, e la ritrovai solo per sommergerlo di parole che esprimevano furioso abominio e disprezzo.




‘Demonio! - esclamai - Osi avvicinarti a me? E non temi che la feroce vendetta del mio braccio si sfoghi sulla tua miserabile testa? Vattene, vile insetto! Anzi, resta, che io possa calpestarti fino a ridurti in polvere! E, oh! Se potessi, con l’estinzione della tua miserabile esistenza, riportare in vita quelle vittime che tu hai assassinato così diabolicamente!’...

‘Aspettavo quest’accoglienza - disse il demone -Tutti gli uomini odiano gli sventurati; e come, dunque, devo essere odiato io che sono più miserabile di ogni altro essere vivente! Anche tu, il mio creatore, detesti e disprezzi me, la tua creatura, alla quale tu sei legato da vincoli dissolubili solo con l’annientamento di uno di noi. Tu vuoi uccidermi. Come osi giocare così con la vita? Fai il tuo dovere verso di me, ed io farò il mio verso di te e il resto dell’umanità. Se accetterai le mie condizioni, io lascerò in pace te e loro; ma se tu rifiuti, nutrirò le fauci della morte finché non sarà sazia del sangue degli amici che ti restano’….

‘Detestabile mostro! Sei un demonio! Le torture dell’inferno sono una vendetta troppo mite per i tuoi crimini. Miserabile diavolo! Mi rimproveri della tua creazione; vieni avanti allora, che io possa estinguere la scintilla che così imprudentemente ti ho dato’.

La mia rabbia era senza limiti; balzai su di lui, spinto da tutti i sentimenti che possono armare un essere contro l’esistenza di un altro.
Mi schivò con facilità e disse…




‘Stai calmo! Ti prego di ascoltarmi prima di dar sfogo al tuo odio sulla mia testa fedele. Non ho sofferto abbastanza, perché tu cerchi di aumentare la mia sventura? La vita, anche se può essere solo un ammasso di angoscia, mi è cara, e la difenderò. Ricorda, tu mi hai fatto più potente di te stesso; la mia altezza è superiore alla tua, le mie articolazioni più agili. Ma io non sarò tentato di oppormi a te. Io sono la tua creatura, e sarò persino mite e docile verso il mio naturale signore e re, se anche tu farai la tua parte, che mi devi. Oh, Frankenstein, non essere giusto verso tutti mentre calpesti me solo, a cui è dovuta la tua giustizia e ancor più la tua clemenza e il tuo affetto. Ricorda che io sono la tua creatura; dovrei essere il tuo Adamo, ma sono piuttosto l’angelo caduto che tu allontani dalla gioia, senza alcun crimine. Ovunque vedo felicità, dalla quale io solo sono irrimediabilmente escluso. Io ero benevolente e buono; la sventura mi ha reso un demonio. Fammi felice, ed io sarò di nuovo virtuoso’.

‘Vattene! Non ti ascolterò. Non ci può essere comunanza fra me e te; noi siamo nemici. Vattene, o lascia che proviamo la nostra forza in un combattimento, in cui uno dovrà cadere’.

‘Come posso commuoverti? Nessuna supplica può spingerti a volgere uno sguardo benevolo sulla tua creatura, che implora la tua bontà la tua compassione? Credimi, Frankenstein, io ero benevolente; la mia anima ardeva di amore e umanità, ma sono solo, miseramente solo? Tu, il mio creatore, mi detesti: che speranza posso raccogliere dai tuoi simili che non mi devono nulla? Essi mi disprezzano e mi odiano. Le montagne deserte e i ghiacciai desolati sono il mio rifugio. Ho vagato qui intorno per molti giorni; le caverne di ghiaccio, che solo io non temo, sono una dimora per me, ed è l’unica che l’uomo mi concede. Io saluto questi pallidi cieli, perché sono più gentili dei tuoi simili. Se la moltitudine dell’umanità sapesse della mia esistenza, farebbe come hai fatto tu, e si armerebbe per distruggermi. Non dovrei dunque odiare coloro che mi detestano? Non raggiungerò mai un accordo con i miei nemici. Io sono un miserabile, e loro condivideranno la mia sventura. Tuttavia è in tuo potere ricompensarmi e liberarli da un male che spetta a te solo rendere così grande, perché non solo tu e la tua famiglia, ma migliaia di altre persone, non siano inghiottite dal vortice della collera. Lasciati muovere a compassione, e non disprezzarmi. Ascolta la mia storia; quando l’avrai ascoltata, abbandonami o commiserami, come giudicherai che meriti, ma ascoltami. Le leggi umane consentono ai colpevoli, per quanto crudeli siano, di parlare in loro difesa prima di essere condannati. Ascoltami, Frankenstein. Tu mi accusi di omicidio, e tuttavia vorresti, con la coscienza tranquilla, distruggere la tua creatura. Oh, sia lodata l’eterna giustizia dell’uomo! Tuttavia, io non ti chiedo di risparmiarmi; ascoltami, e poi. se puoi, se vuoi, distruggi il lavoro delle tue mani’…




‘Perché mi richiami alla memoria - risposi - circostanze alle quali tremo quando vi rifletto, poiché io ne sono stato la miserabile origine e l’autore? Sia maledetto il giorno, aborrito demonio, in cui hai visto la luce! Siano maledette (benché io maledica me stesso) le mani che li hanno formato! Tu mi hai reso infelice oltre ogni dire. Non mi hai lasciato il potere di considerare se sono giusto o no verso di te. Vattene! Libera la mia vista dalla tua detestabile forma’.

‘Così te ne libererò, mio creatore, - disse e mise le sue odiate mani davanti ai miei occhi, che io scostai da me con violenza - così ti tolgo una vista che aborri. Comunque puoi ascoltarmi e concedermi la tua compassione. Ti chiedo questo, in nome delle virtù che possedevo un tempo. Ascolta la mia storia; è lunga e strana, e la temperatura di questo posto non è adatta ai tuoi sensi delicati, vieni nella capanna sulla montagna. Comunque, il sole è ancora alto nei cieli; prima che scenda a nascondersi dietro quei precipizi innevati e a illuminare un altro mondo, tu avrai ascoltato la mia storia e potrai decidere. Dipende da le, che io abbandoni per sempre la compagnia dell’uomo e conduca una vita inoffensiva, o diventi il flagello dei tuoi simili e l’autore della tua rapida rovina’.

Detto questo tracciò la via tra il ghiaccio; io lo seguii. Il mio cuore era colmo, e non gli risposi, ma mentre avanzavo, soppesavo i vari argomenti che aveva usato e infine decisi di ascoltare la sua storia. In parte ero spinto dalla curiosità, e la compassione rafforzò la mia decisione. Fino ad allora lo avevo ritenuto l’assassino di mio fratello e desideravo ardentemente una conferma o una smentita di questa opinione. Per la prima volta, inoltre, sentii quali fossero i doveri di un creatore verso la sua creatura, e che avrei dovuto renderlo felice prima di dolermi per la sua malvagità. Queste motivazioni mi spinsero ad accettare la sua richiesta. Attraversammo dunque il ghiaccio, e salimmo sulla roccia di fronte. L’aria era fredda, e la pioggia ricominciò a scendere; entrammo nella capanna, il demone con aria di esultanza, io con il cuore pesante e lo spirito depresso. Ma acconsentii ad ascoltare, e mi sedetti vicino al fuoco che il mio odiato compagno aveva acceso, così egli cominciò la sua storia….








                                                           LA STORIA



Una settimana fa, ulteriore inattesa conferma….



Il gruppo conservatore americano “Judicial Watch” ha reso pubblico un rapporto ‘top secret’ della Dia (Defense Intelligence Agency), i servizi segreti del Pentagono. Il documento, 7 pagine, datato 12 agosto 2012, espone il solito errore geopolitico di sempre. La Dia prevede e convalida la creazione di uno Stato islamico per sbarazzarsi del presidente siriano Bashar al-Assad, la cui dittatura – oggi sappiamo – ha causato il  massacro di oltre 200.000 vittime nella guerra civile siriana. Ma la nascita di un “principato salafita” che “unifichi l’estremismo jihad tra sunniti in Iraq e in Siria” non impedisce un’altra accurata previsione: “Assad rimarrà al potere”. La scorsa estate Isis ha conquistato Mosul in Iraq, il mese scorso ha preso il controllo anche di Ramadi.
E da tre giorni  la bandiera nera dello Stato Islamico sventola anche nella storica città siriana di Palmyra. Il papello desecretato suscita domande inquietanti.
Uno, diventa lecito mettere in dubbio gli sforzi che ampliano i poteri statali anti-terrorismo, cioè  il monitoraggio di Cia e Nsa  da parte del governo Usa, e dei servizi in Uk e altri paesi alleati (anche in Italia per il Giubileo di ottobre).
Due, l’Occidente combatte contro un nemico comune che però è nato in laboratorio come il mostro di Frankenstein, grazie a maneggi ed alchimie degli stessi suoi creatori per fini geopolitici inconfessabili. Ecco perché non ha senso continuare a fare gli stessi errori  degli ultimi 20 anni, come dice l’ottimo Rand Paul.
(di Luca Ciarrocca)  









                                                                EPILOGO




….Secondo il dottor Darwin e secondo alcuni tedeschi l’evento su cui si fonda questo racconto non è da considerarsi impossibile…

Non voglio si creda che io riponga il più lontano grado di seria fiducia su tale fantasma o per meglio dire ‘mostro’; tuttavia, assumendola come la base di un lavoro di immaginazione non mi sono limitato a tessere insieme una serie di orrori (ed errori) soprannaturali.

In quanto l’evento da cui dipende l’interesse della Storia è privo di effetti di un semplice racconto di spettri o di magia così ho cercato di conservare la verità dei principi elementari della (dubbia natura umana) e chi si imbatte in cotal velato motivo può leggersi anche, ed in ciò per una volta concordiamo, l’ultima enciclica circa la vera Natura che ci circonda… ognuno alla propria Finestra assiso ciò mi sembra più che logico…ed umano destino…









domenica 21 maggio 2017

PIU' O MENO NEGLI STESSI ANNI (in Europa) (2)





































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Continuando a girellare a questo modo oziosamente mentre la grande nave da crociera in cui riposta con cura ogni vita… affonda nel mare di una strana ed economica… dottrina…

… Si trovò ad aprire a caso la porta del biliardo, dove il tenore italiano giuocava da sé prendendo pose più o meno estetiche colla persona e colle braccia, allo scopo principale di far risaltare i propri polsini agli occhi della sua bella vicina di mensa, seduta sopra un divano fra due giovanotti ai quali leggeva una lettera poi una poesia…
All’entrare dell’alpinista ella s’interruppe di colpo, e uno dei giovanotti, il più alto, una specie di mujik, di scimpanzé dalle mani ricoperte di un vello nero e coi lunghi capelli corvini che si riunivano alla barba incolta, si alzò in piedi e fece due passi così decisamente verso il sopraggiunto, e squadrandolo da capo a piedi in modo tale che questi ritenne opportuno, senza tanto chiedere spiegazioni, fare un mezzo giro di tacchi con infinita prudenza e dignità ed altrettanta sveltezza…

‘E dicono che sono tanto socievoli bel Nord! Non mi sembra davvero’…




…diss’egli ad alta voce e sbatacchiando la porta per dimostrare a quel selvaggio ch’egli non aveva paura di lui…
Non gli restava che il salone come ultimo rifugio…
Mondo piccino!
Una stanza mortuaria, amici miei!
La stanza mortuaria del Gran San Bernardo, dove i monaci espongono i cadaveri degli sciagurati trovati sulle nevi negli atteggiamenti più diversi che abbi aloro fatto prendere la morte per assideramento…
Tale era il salone del Rigi Kulm!
Le signore, immobili, livide, intirizzite, disposte a gruppi sui divani circolari; alcune isolate, rincantucciate qua e là.
Le misses, stecchite sotto la luce sinistra delle lampade, stringendo ancora il libro, la rivista, il ricamo che avevano in mano nell’istante del loro assideramento. E tra esse le otto figliole del generale, le piccole peruviane dalle faccione color zafferano, i lineamenti alterati e i fiocchi multicolori dei vestiti che scoppiettavano sinistramente nella monotonia del verde bile delle livide inglesi. Povere creaturine, venute dai paesi del sole, dove ognuno se le immagina felici, altelenandosi arrampicate sopra i grandi palmizi del cocco e delle banane, più di tutte le altre vittime facevano stringere il cuore in quello stato di ferale silenzio e di congelamento.




Nel fondo della sala era il vecchio diplomatico austro ungherese, colle manine nei mezzi guanti, irrigidite sulla tastiera del pianoforte che rifletteva sul suo viso chiazze violacee e gialle. Venutegli a mancare le forze, e con le forze la memoria, smarritosi in una polca di sua composizione che ricominciava senza fine nel medesimo motivo, e non giungendo più a trovarne il finale, il disgraziato si era addormentato suonando, e con lui tutte le signore del Rigi che parevano cullare nel sonno certi romantici ricciolini o certe cuffiette di pizzi simili a pasticcini dolci, a cui le dame inglesi sono affezionatissime e che fanno parte indispensabile del loro bagaglio.
Il sopraggiungere dall’alpinista non bastò a ridestare, ma, penetrato egli stesso da quell’atmosfera di ghiaccio, si gettò sopra un divano, scoraggiatissimo, quando degli accordi forti e spensierati scoppiarono nella sala d’ingresso, dove erano apparsi tre suonatori girovaghi, dall’aspetto sciagurato, arpa, violino e flauto, di quelli che girano a piedi per gli alberghi svizzeri con certe rendingote che scendono fino ai garetti.
Dalla prima nota il nostro uomo balza in piedi elettrizzato gridando:

‘Bene! Bravo! Sotto! Forza! Musica, per Dio!’,




…grida dandosi a correre per tutte le sale e spalancando le porte, afferrando bottiglie di champagne che porta ai musicanti per dar loro coraggio e metterli in allegria, ubriacandosi egli stesso senza bisogno di bere, con quella musica che gli rende la vita.
Si mette ad imitare il flauto, l’arpa, il violino, imita colle mani le nacchere sopra la propria testa tutto divincolandosi nel corpo alla bella usanza spagnuola, sgrana e mulina gli occhi, balla, salta e grida:

‘Ohilà! Sotto ragazzi!’…

…col più immenso stupore di tutti, accorsi e accorrenti esterrefatti a tanto scandalo e scompiglio. Finché all’attacco di un valzer di Strauss, che i musicanti già eccitati dallo champagne strimpellano con strepito da tzigani autentici, l’alpinista, scorta all’ingresso della sala la moglie del professore Schwanthaler, piccola viennese rotondetta dagli occhi furbi, rimasti giovani sotto i capelli grigi e molto incipriati, corre verso di lei e, acciuffatala per la vita, la trascina nel mezzzo del salone gridando:

‘Forza! Sotto, ragazzi! Valzer, per Dio!’.




Il ghiaccio era rotto, piano piano l’enorme ammasso di quel funebre albergo incomincia a disgelare, si muove, circola, turbina trascinato dalla musica…
Si balla nell’ingresso, nel salone, intorno alla solenne tavola verde della biblioteca…
Quel diavolo d’uomo era riuscito a rimettere in corpo la vita a tutti quei cadaveri…
Ma lui oramai non balla più!
Dopo qualche giro sbuffa come una vecchia locomotiva, non ne può più; incalza i musicisti, sprona i deboli e gl’incerti, accoppia i ballerini, getta il professore universitario fra le braccia di una vecchia inglese, e fra quelle del ponderoso storico accademico di Francia la più acrobatica delle peruviane.
Non è possibile né umano resistere!
Si sprigionano dal terribile alpinista effluvi che alleggeriscono e sollevano.

‘Forza! Bravi! Sotto, ragazzi!’.




Non più disprezzo né odio né indifferenza, tutto scomparso; né riso né susine, ma valzer di Vienna e polche senza interruzione…
…A questo punto una svizzerina gli si avvicina rossa fiammante del suo valzer interrotto, e gli presenta una penna col registro dell’albergo.

‘Il signore vuole essere tanto gentile di scrivere il proprio nome?’…

Prese la penna con la mano indifferente, e sotto i nomi degli scienziati, diplomatici e storici illustri scrisse il proprio che li eclissò di colpo; e come se nulla fosse accaduto, salì verso la propria camera senza neppure voltarsi per vedere quale fosse l’effetto, di cui era arcisicuro.
La bella svizzerina guardò sul registro:


TARTARINO DI TARASCONA…




…Allorchè questo nome di Tarascona squilla come una fanfara sulla linea Parigi-Lione-Marsiglia, nell’azzurro limpido e palpitante del bel cielo di Provenza, le teste dei curiosi si sporgono da tutti i finestrini del direttissimo, e da un vagone all’altro i viaggiatori si dicono:

‘Tarascona! Tarascona! Ecco Tarascona! Vediamo un po’ Tarascona!’…

Quello che ne può vedere passando a questo modo in fretta, non presenta in fondo nulla di straordinario: una cittadina pulita e tranquilla, delle torri, dei tetti, un ponte sul Rodano.
Ma il sole tarasconese con i suoi prodigiosi effetti di luce così fecondi di sorprese, di creazioni e di abbagli, di bizzarrie deliranti in questo popolo giocondo, grande come un cece, ma che illumina e riassume tanto bene la psicologia di tutto il Mezzogiorno della Francia – vivace, rumoroso, ciarliero, fanfarone, ingenuo e comico, impressionabile: questo è quello che i curiosi del direttissimo cercano al loro passaggio e non possono vedere, e che forma la grande popolarità del paese.
In pagine indimenticabili che la modestia impedisce di ricordare con maggior chiarezza, lo storico Tarascona ha cercato già di descrivere i giorni felici della piccola città, fra le sale del circolo dove si cantano romanze comiche e sentimentali, ciascuno la propria, e in mancanza di selvaggina si organizzano originali cacce ai berretti.




Scoppiata la guerra, e con essa sopraggiunti i tempi difficili, egli ha narrato di Tarascona e della sua eroica difesa; circondata di torpedini, il circolo e il teatro inspugnabili, gli abitanti inquadrati in compagnie di volontari con uniformi fregiate di teschi sui femori incrociati, e grande abbondanza di sciabole, accette, revolver americani, i tarasconesi giungevano a farsi paura gli uni con gli altri, e a non osare più di fermarsi per la via.
Molti anni sono trascorsi dopo la guerra, molti almanacchi sono andati a finire nel fuoco, ma Tarascona non ha dimenticato i suoi giorni eroici, e rinunciando ai futili passatempi di allora non ha nutrito più che un’aspirazione: farsi sangue e muscoli a profitto delle future rivincite. Società di tiro a segno e di ginnastica, in uniforme e fornite tutte di musica e bandiera; sale d’armi, di pugilato, bastone e scherma; podismo, lotta a mano aperta e a mano serrata, fra persone della migliore società; queste nuove istituzioni hanno via via rimpiazzato le vecchie cacce ai berretti e le platoniche discussioni nella bottega dell’armaiolo Costecalde.




Infine il circolo, il vecchio circolo, rinnegando i suoi antichi giuochi sedentari, s’è trasformato in Club Alpino sotto il patronato del famosissimo Alpine Club di Londra, che ha portato fino nelle Indie il nome glorioso dei suoi esploratori. Con questa differenza; che i tarasconesi, invece di espatriare alla ricerca di cime straniere da conquistare, hanno preferito quelle che avevano lì nella loro patria amatissima, alle porte della loro città, a portata di mano, o, per dire più esattamente di piede.
Le Alpi di Tarascona ogni mattina pulite da un esercito di operatori ecologici dei quali abbiam perso conto e numero… Certo non proprio le Alpissime, di quelle cioè che non si finisce mai di andar su, e col pericolo sempre di tornar giù tutto in una volta, ma le alpicelle, le alpette… le alpine!
E’ un vero piacere ogni domenica mattina vedere gli eretici tarasconesi in ghette o calzettoni, la piccozza nella mano sicura, il sacco sulle spalle, partire col trombettiere in testa (il maresciallo della zona che dirige l’intera orchestra un tantino suonato anche lui dicono voci di popolo…), che poi il ‘Forum’ giornale locale, descrive con sfoggio di particolari e lusso di vocaboli:





abissi

voragini crepacci

gole

cime

non meno di strani tagliagole

…da lì transitati o comandati

Ancora non chiaro al traForum di stato!


(A. Daudet, Tartarino sulle Alpi) 

















mercoledì 17 maggio 2017

ALLA MORTE DI DON CHISCIOTTE (8)
















Precedenti capitoli:

Un Sogno non muore mai... (7)

Prosegue in:

Parlando di un altro naufragio: ovvero l'incubo un naufragio nel naufragio (9)














E cosa poteva fare un hidalgo in quel misero paese se non leggere romanzi? E certo, quando li ebbe letti volle farsi cavaliere. Cos’altro avrebbe potuto diventare, sennò?
In quella sua prima uscita arrivò ad una locanda che scambiò per un castello, a tre o quattro leghe da casa sua. Si sarebbe potuto pensare che chiunque, vedendolo, l’avrebbe riconosciuto, ma don Chisciotte non lo conosceva nessuno, perché non aveva l’abitudine di viaggiare o di farsi vedere in giro… Per cacciare per come la intendono loro i suoi paesani, andava appena fuori dal paese, nei campi comunali, e se restava fuori una notte dormiva all’aperto. Lì c’erano cerbiatti, volpi, faggi, gheppi e tanto altro e lui parlava e dialogava con tutti della caccia a ben altri Spiriti ed Elementi destinava e cimentava il proprio ed altrui istinto in diversa connessione elevato, e Ronzinanate compie un inchino giacché lui li scorge prima con il suo fiuto… nel Dialogo celebrato…




Ad esempio ai lupi aveva insegnato come fuggire ogni prode cavaliere avversario e come scannare ogni belare pecunia di un visibile e diverso reame colmo di catrame; alle volpi di cogliere i frutti ben maturi non meno dei polli, giacché il suo cruccio fu un tomo mal interpretato oltre che mal copiato…; Ai gheppi di volare ben alti altrimenti il Pensiero e con lui il Genio braccati vigile sulle ali di elementi  a cui comandava direzione e Tempo… disperdere il vero Principio e Dio… nella Parola cacciata…; Ai cerbiatti di correre lesti giacché il bosco divorato dal medesimo rogo di chi brucia ogni Tomo e magnifica miniatura al fuoco della vita… ed ornare più oscuro castello padrone dell’intera selva…; Ai cinghiali di scavare le fosse in cui seppellire ogni ortodosso accadimento non meno della retta via… E così via!




Per cui appare più che logico che la maggior parte dei giorni mangiava da solo, ad un tavolo di legno di pino contro il muro. Perciò è naturale che nella locanda nessuno l’avesse mai visto prima, e che nessuno riconoscesse la sua faccia. Lì vegliò le sue armi e si fece armare cavaliere da tutti i paladini appena citati e con loro, in verità e per il vero, molti altri, i geni più nobili generosi e innamorati del mondo non meno del loro prode cavaliere.
Almeno questo ciò accadeva!
E come loro don Chisciotte voleva mettere sullo scudo un grande motto che parlasse di umiliare il superbo e il potente e innalzare l’umile, soccorreva e vegliava tutta la Natura accorsa al suo capezzale. Gli sembrava non meno di adesso che con Parole antiche e sonore si arrivasse più lontano e s’innalzasse di più lo Spirito che usandone altre di moderna invenzione, proprio come con le sue armi vecchie e arrugginite pensava di poter riparare con più facilità i soprusi ingiusti e tutte le persecuzioni e non solo le proprie; e che i vigliacchi e i malandrini si sarebbero piegati alla sua guerra…
Ma un vigliacco rimane sempre un vigliacco!
Un persecutore rimane sempre un aguzzino!
Un imbecille rimane sempre un idiota! 


     

Ed all’inizio, la gente tutta riunita che lo vide passare con quelle reliquie arrugginite di altri tempi, parlando da solo con il suo Ronzinante pensava: ‘e costui, da dove è scappato?’
E gli si avvicinavano chi per umiliarlo chi per denigrarlo chi solo per guardarlo con più attenzione e con un minimo di appetito dalla coscienza ispirato… ascoltarlo…
E a volte diceva cose da pazzo e altre no, oggi aveva un brutto carattere e un umore pessimo, e il giorno dopo invece era un uomo profondo, affabile e malinconico e veniva voglia di non lasciarlo mai perché non faceva che raccontare storie molto argute.
…Ad ogni modo tutti come si narra non solo al ‘don’ nominato, tutti indistintamente, l’avevano bastonato la fame è cosa seria e ragione di un più valido appettito…
Così si decise per il miglior progredire in nome del progresso conseguito di bruciargli i libri, e si narra in realtà che l’idea fu del curato (chi andrebbe a lui di certo qui tacciamo e non diciamo dal Teschio da cui proveniamo…), una bravissima persona anche se, come tanti religiosi e dottori dell’inguaribile Anima e Spirito (scusate non facciamo né distinguo né contorno assieme mescoliamo la portata… servita…) un tantino ‘fissati’ con i roghi; ma la nipote furiosa nel vedere come lo zio avrebbe finito per dissipare il patrimonio di famiglia se non si fosse arginata la sua passione per i libri, si era unita con entusiasmo all’iniziativa, così come la o il governante, anche se questi lo fecero per altre ragioni.




Si narra che aveva almeno duemila libri, in scansie verniciate color noce e fissate alla parete. A loro interessava più la noce che il contenuto non meno di questo o altro frutto maturo, insomma nature vive e morte dipingere e narrare insoluti immateriali opposti: di lui, infatti, si narra che nella sua pazzia parlare con ogni corteccia ramo e foglia non meno del frutto, come del resto con il Ronzinate estasiato da cotal Dialogo abdicare la mela ad una braccata Rima la quale assieme comporre codesto Tomo della vita… Braccati da un diversa genesi accompagnata anche dal tartufo che nel sottobosco reclama la venuta di un più nobil fiuto…

Non ce n’erano tanti né in chiesa, né nei due conventi, né in nessuna delle case del paese. E glieli avrebbero bruciati tutti se non fossero intervenuti il curato e il barbiere, con i quali la nipote, e la o il (scusate la pazzia grammaticale…), governante non si azzardarono a discutere. Si fece un gran falò e sulle recinzioni di legno del cortile si alzarono un milione di faville, nere come pipistrelli. In verità il curato ed il barbiere furono un po’ turbati dalla loro piromania, e salvarono alcuni tomi. Gli pareva poco misericordioso e troppo esemplare che dovessero pagare tutti per il male causato da quelli cattivi (certo è che la censura non sottrasse le ragioni nell’invariato Tempo narrato…).
Quindi portarono i Tomi graziati nella stanza in cui venivano conservati e subito dopo ne murarono la porta del resto da inquisire o peggio da bastonare e torturare!




Così approfittando del fatto che don Chisciotte doveva ancora riprendersi dalle botte da qualcuno precedente,  qualche verità detta e rimata non meno di averla personalmente camminata… e vissuta come la più nobile avventura, e gli spiegarono che i libri e la stanza erano stati portati via dalla sua ed altrui Memoria, giacché questa intendesi nella corretta grammatica e natura da loro difesa e promossa: giga byte di più retta ‘parabola’ al giusto canone asservita… era stata portata via dagli incantatori (serpenti in ugual Genesi posti), versione aggiornata che lui trovò assolutamente logica nella logica di cotal Dio rimembrato e celebrato. Perché oltre che andar pazzo per i libri era afflitto da manie persecutorie, il che dimostrava il più che giusto intervento di ogni curato narrato in codesto o altro Creato…
Dei libri per il vero non si preoccupò troppo perché a dispetto della piccola e breve loro Storia lui in realtà li conosceva tutti in ugual e diversa Memoria ancor prima di essere scritti…

(Liberamente ispirato da ‘Alla morte di don Chisciotte’, di A. Trapiello & con il cavaliere rimembrato di questo sogno nel sogno narrato…Accompagnato dalle bellessime fotografie di Alexandru Crisan) 














       

sabato 13 maggio 2017

OWL CREEK




















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Un sogno non muore mai... (7)  &















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(Dedicato a M. Twain .... da uno Straniero......)







L'uomo braccato vide tutto questo al di sopra della spalla;
ora nuotava energicamente col favore della corrente.
Il cervello era pieno d'energia come le braccia e le gambe;
pensava con rapidità del fulmine.
- L'ufficiale',
ragionò,
- "non ripeterà l'errore di rispettare rigidamente la proce-
dura. Una scarica è facile da schivare quanto un solo colpo.
Probabilmente ha già dato l'ordine di sparare a volontà.
Che Iddio m'aiuti, non posso schivarli tutti!".
Un tonfo spaventoso a due metri di distanza fu seguito da
un suono forte e fragoroso, un diminuendo, che sembrò ri-
percorrere a ritroso il cammino in direzione del forte e si
spense con un'esplosione che agitò le acque del fiume da
capo a fondo!




Una massa d'acqua si incurvo sopra di lui, gli cadde ad-
dosso, lo accecò, lo strangolò!
Il cannone aveva preso parte al gioco.
Mentre scuoteva la testa per liberarsi dalle acque agitate
dal colpo, lo udì deviare e ronzare in aria più avanti, e un
attimo dopo spaccare e frantumare i rami della foresta.
- Non lo rifaranno,
pensò,
- "la prossima volta useranno una scarica di mitraglia. De-
vo tenere d'occhio il cannone; il fumo mi avviserà, la deto-
nazione arriva troppo tardi, si sente quando il proiettile è
già partito. Quello è un buon cannone".




Improvvisamente si sentì risucchiare e girò su se stesso
come una trottola. L'acqua, le rive, le foreste, il ponte o-
ra lontano, il forte e gli uomini: tutto si mischiava e si con-
fondeva.
Gli oggetti si distinguevano solo per il colore; cerchi oriz-
zontali di colore era tutto quel che vedeva. Era stato pre-
so in un vortice e avanzava roteando a una tale velocità
da fargli venire il capogiro e la nausea.
Pochi attimi dopo, fu scagliato sulla ghiaia ai piedi della
riva sinistra, la riva meridionale, dietro una sporgenza che
lo nascondeva ai suoi nemici.
L'arrestarsi improvviso del movimento, l'abrasione che
si era procurato a una mano strusciando sulla ghiaia, lo
riconfortarono ed egli pianse dalla gioia.




Affondò le dita nella sabbia, se la gettò addosso a man-
ciate e la benedisse a voce alta. Erano diamanti, rubini,
smeraldi; non riusciva a pensare a niente di bello a cui
somigliasse.
Gli alberi sulla riva erano piante ornamentali giganti; no-
tò che erano disposte secondo un ordine, aspirò la fra-
granza dei loro fiori.
Una strana luce rosata splendeva negli spazi tra i tron-
chi e il vento intonava tra i rami la musica delle arpe
eoliche.
Non desiderava portare a termine la fuga; si acconten-
tava di rimanere in quel luogo incantato fino a quando
lo avrebbero ripreso.
Il sibilo e il crepitio della mitraglia tra i rami sopra il
suo capo lo ridestarono dal sogno. Il cannoniere bef-
fato gli aveva sparato a casaccio una raffica d'addio.




Balzò in piedi, salì a gran velocità sulla riva e si immer-
se nella foresta.
Camminò tutto il giorno, orientandosi sul corso del so-
le. La foresta sembrava interminabile; da nessuna par-
te gli riuscì di scoprire una via d'uscita, neppure un sen-
tiero da boscaioli.
Non si era mai reso conto di vivere in una regione così
selvaggia. La rivelazione aveva qualcosa di inquietante.
Al calar delle tenebre, era stanco, aveva le piaghe ai
piedi ed era affamato.
Il pensiero della moglie e dei figli lo spinse a prosegui-
re. Infine trovò una strada che lo guidò verso quella che
sapeva essere la giusta direzione.
Era larga e diritta come una strada di città, eppure sem-
brava non battuta.




Non era fiancheggiata da campi, da nessuna parte si
vedevano case. Neppure l'abbaiare di un cane che sug-
gerisse l'insediamento umano.  Le masse nere degli al-
beri formavano da entrambi i lati delle pareti verticali
convergenti in un punto all'orizzonte, come un diagram-
ma in una lezione di prospettiva.
Guardando in alto da quella fenditura nel bosco, vide
risplendere grandi stelle dorate dall'aspetto insolito,
raggruppate in in strane costellazioni.
Era certo che fossero disposte secondo un ordine dal
significato oscuro e maligno. Da entrambe le parti, il
bosco echeggiava di rumori bizzarri, tra cui una volta,
due volte, e poi ancora, egli udì distintamente dei bi-
sbigli in una lingua sconosciuta.




Il collo gli doleva e alzando la mano per toccarlo, lo
sentì orribilmente gonfio. Sapeva che era cerchiato
di nero là dove la corda lo aveva stretto coprendo-
lo di lividi.
Sentiva gli occhi congestionati; non riusciva più a...
chiuderli. Aveva la lingua gonfia dalla sete; allievò
la sua febbre cacciandola fuori tra i denti all'aria fre-
sca. Com'era soffice il tappeto erboso che aveva
ricoperto la via non battuta!
Non riusciva più a sentire la strada sotto i piedi.
Senza dubbio, nonostante il dolore, si deve essere
addormentato camminando, perché ora vede un'-
altra scena; forse si è solo ripreso da un delirio.




Al cancello casa sua.
Tutto è come lo ha lasciato, luminoso e magnifico
nel sole del mattino. Deve aver camminato per
tutta la notte.
Appena spalanca il cancello e si avvia per il gran-
de viale bianco, vede un svolazzare di abiti femmi-
nili; la moglie dall'aspetto giovane, fresco, dolce,
scende dalla veranda per andargli incontro.
Rimane in attesa in fondo alle scale, con un sorri-
so di gioia ineffabile, un atteggiamento di impareg-
giabile grazia e dignità.
Ah, com'è bella!
Si precipita in avanti a braccia spalancate. Mentre
sta per stringerla a sé, sente alla nuca un'esplosione
 assordante; una luce bianca accecante avvampa




tutto intorno a lui col rumore di un colpo di cannone....
poi tutto è oscurità e silenzio!
Peyton Farquhar era morto; il suo corpo, con il collo
 spezzato, oscillava gentilmente da una parte all'al-
tra sotto le travi....del ponte di Owl Creek.....

(A. Bierce, Accadde al ponte di Owl Creek)