giuliano

martedì 14 novembre 2017

UN PASSEGGERO A BORDO (& un condannato al binario morto ovvero il Progresso) (38)












































Precedenti capitoli:

Ruscelli d'Autunno (37)

Prosegue in:

Secondo Passeggero (a bordo... insomma si fa per dire...) (39) &

...Noi da Mattera andiamo a Folligno... (40)













….Due mesi dopo l’assassinio di John Kennedy, Robert compì un viaggio in Asia seguendo un itinerario che in origine era stata programmato per JFK. Nel corso di esso fece visita ad una scuola femminile nelle Filippine dove le studentesse cantarono una canzone che avevano composto in onore del fratello…




…Ho già letto una decina di pagine del dramma di quest’uomo e dell’intera sua famiglia e certo mi sto appassionando alla vicenda, ad un certo punto il passeggero qui assistito osserva: ‘Però questa frase non mi suona nuova. Tutto questo paesaggio, anzi, mi sembra di averlo già letto’….




E’ chiaro: sono motivi che ritornano, il testo è intessuto di questi andirivieni che servono ad esprimere il fluttuare del Tempo. Se un lettore e/o un controllore addetto alla linea sensibile a queste finezze, tu, pronto a captare le intenzioni del macchinista, e nulla ti sfugge. Però, allo stesso tempo, provi un senso di rabbia mista a disappunto; proprio ora che cominciavi a interessarti al paesaggio scorto dal finestrino, ecco che l’autore si crede in dovere di sfoggiare uno dei soliti virtuosismi letterari introdotti nel testo cosa fra l’altro poco gradita, questo okie che si infila come un pirata dentro un vagone merci, oppure, addirittura, entro strane celle frigorifere ove il clima ben regolato con il rischio di verificare quegli sbalzi termici dovuti alla linea così asservita e ben monitorata.
Allora dicevamo, l’autore si crede in dovere di sfoggiare uno dei suoi soliti virtuosismi acrobatici nonché letterari, rimane solo il dubbio amletico qual autore e qual Tempo! Ripete un capoverso, ci sono anche degli errori, talvolta sembra un bambino perso un mondo astratto poetico.

Un capoverso?




Ma è una pagina intera, puoi fare il confronto fra ciò che autorizzato esporre in evidenza il classico codice a barre come un treno incrociato poco fa’ ove ogni passeggero ben inciso nel proprio tatuaggio, ma anche questa è una storia già detta; e fra ciò di cui uno strano Spirito fuggito suggerire e andando avanti di questo passo cosa succede?
Nulla, la narrazione si ripete identica e fedele al marchio di fabbrica!

Un momento guarda il numero della pagina del testo citato…

Accidenti!

Da pagina 32 è tornato a pagina 17.

Quella che credevi una ricercatezza stilistica dell’autore non è altro che un errore di grammatica o peggio della tipografia o addirittura del copista: hanno ripetuto due volte le stesse pagine, sbagliano ponti incroci e riferimenti. E’ nel rilegare il volume che è successo l’errore: un libro è fatto di ‘sedicesimi’; ogni sedicesimo è un grande foglio su cui vengono stampate 16 pagine e viene ripiegato in 8; quando si rilegano insieme i sedicesimi può capitare che una copia vadano a finire due sedicesimi uguali; è un incidente che ogni tanto succede.




…Comunque sia, tu vuoi riprendere il filo logico della lettura, non t’importa null’altro, eri arrivato ad un punto su questo binario morto in cui non puoi saltare neanche una pagina.
Ecco di nuovo pagina 31, 32… E poi cosa viene? Ancora pagina 17, una terza volta, ma insomma cosa fa’ il controllore, ma che razza di libro t’hanno promesso, anch’io debbo fare il mio viaggio retribuito e ben pagato, su questo libro o scusate su questa linea non si può fare affidamento.

Scagli il libro e pugni contro il finestrino urli e imprechi, lo lanceresti assieme all’intero convoglio fuori dalla finestra ammirata, che triturino i suoi incongrui quinterni, le frasi le parole i morfemi i fenomeni zampillino senza potersi più ricomporre in discorso e io debbo pur scriverci il mio comizio in questa campagna innevata….; attraverso i windows, se sono infrangibili meglio ancora noi siamo una razza speciale casta servo assistita dalla immancabile Compagnia, scaraventare il libro ridotto a fotoni (guardo solo quelli… le parole non riesco più a leggerle dalla rabbia si è alzata una nebbia strana…), vibrazioni ondulatorie, spettri polarizzati; attraverso il muro, che questo treno con il suo libro si sbricioli in molecole, diventi peggio di Oswald ed i suoi compari.




Vorresti gettarlo fuori dalla casa, fuori dall’isolato, fuori del quartiere, fuori del comprensorio, fuori dall’assetto territoriale, fuori dall’amministrazione regionale, fuori dalla comunità nazionale, fuori del mercato comune, fuori dalla cultura occidentale ed orientale, fuori dalla placca continentale, dall’atmosfera, dalla biosfera, dalla stratosfera, dal campo gravitazionale, dal sistema solare, dalla galassia, dal cumulo di galassie….

…Poi magari ci scrivo un bell’articolo sulla disuguaglianza sociale sul razzismo sulla differenza in sedicesimo fra il mio e il suo strano libro in questa linea morta….

Ed invece no!




Raccogli il tutto, fai finta di nulla e corri dal libraio dal bibliotecario dal portiere di questa grande libreria della Storia. Ti lamenti e imprechi, mentre alla fermata il fischio annuncia e conta il Tempo senza Tempo dell’attesa del gesto calcolato….
Insomma in questi scaffali ben ordinati e composti in questo edificio ben solido cosa questo strano (ri)piano cela e vorrebbe pur dire senza nesso e ragione e il dovuto codice che fa della nostra linea la super-veloce per ogni secolare accadimento. Non vedi l’ora di riavere in mano un esemplare non difettoso del libro su questo vagone morto fermo in una strana ed incomprensibile metafisica attesa.
Passi una notte agitata, il sonno dei giusti è un flusso intermittente e ingorgato come la lettura o il viaggio più che scontato del tuo romanzo, l’indomani, appena un momento di tempo in questo tempo privato della freccia a distinguere il regolare flusso di vita e con essa della ragione… corri in libreria; entri nel negozio nel vagone merci predestinato, la vita è un flusso indeterminato di nascite partenze e soste senza tempo ed urli, o forse il contrario, un Secondo misurato ed afflitto dallo Spazio della materia calcolata che urla e vomita bava in nome dell’economia: ‘ma cosa mi ha venduto… ma guardi… Proprio sul più bello, io debbo fare la mia campagna il mio articolo il mio grande panorama il numero preferito dell’equilibrista sull’onda del successo…’.




Il librario il portiere il custode l’affidabile impiegato della Compagnia non si scompone.

‘Ah, anche lei? Già ho avuto diversi reclami lungo quella linea super-veloce in verità più lenta di un accelerato. E proprio stamane mi è arrivato un aggiornamento dai Messaggeri di Stato. Vede? Nella distribuzione delle ultime novità del nostro listino, una parte della tiratura del volume “Se una notte d’inverno un viaggiatore” risulta anch’essa difettosa. Ci dia il dovuto e più che nominato tempo, verifichiamo questa linea, per un errore di assemblaggio i fogli di stampa si sono mescolati con quelli di una diversa linea, lei capisce…, qui abbiamo un’infinità di passeggeri e treni in  transito'.

Ed allora in quale romanzo, mi scusi in quale tratta ci troviamo?

La direzione e partenza è verso il Commissariato dell’Industria Pesante Robotizzata, lì potrà fare il dovuto reclamo.
Penso: andrò a trovare il mio amico, è l’amico più caro che ho in città. A differenza di lui, dal suo finestrino non si muove, ed anche il giorno che salgo a cercarlo lo trovo lì uno strano tatuaggio sulla mano! E mi pare intento a mansioni di stato: sta pulendo una rivoltella a tamburo, e mi apostrofa.
‘Allora, sei venuto a mettermi in trappola anche tu….’.
‘O ad intrappolare gli altri’, rispondo.
‘Le trappole sono come gli incroci per questa linea, uno dentro l’altro e scattano tutte insieme’.




Sembra voglia dirmi qualcosa.

Il palazzo in cui sono installati gli uffici del Commissariato dell’Industria Robotizzata del Popolo confiscato dalla rivoluzione è ingombro da cineserie e cinesi stipati dietro strani finestrini minuscoli vagoni in attesa del domani.

‘E chi vorresti intrappolare in questa pagoda? Una regina orientale?’.

Da dietro lo scompartimento esce una donna: capelli corti, magra, bel profilo.

‘I sogni maschili non cambiano, con la rivoluzione del popolo', ed è il sarcasmo aggressivo della sua voce.
'Vedi? Ci sono orecchi che ascoltano ogni nostra parola', mi dice il mio amico, ridendo.
‘La Rivoluzione non fa il processo ai sogni, Irina’, le rispondo.
‘Né ci salva dagli incubi’, lei ribatte!
‘Ci siamo incontrati in un sogno’, dico io, stavamo precipitando da un ponte ed io ti ho salvato.
‘Le vertigini sono ovunque’, mi risponde cinicamente lei.




Il Viaggio riprende il suo lento procedere, ora lo spazio che deve percorrere con il suo panorama sovraccarico, denso, teso: correnti fuori e dentro lo scompartimento, occhi incrociati di sbieco più nessuna intimità, diffidenza densa come fumo, ammiccamenti e falsi compromessi condiscono il resto.

Fuori giganteggia come una grande insegna appannare uno strano Olimpo il vero dramma di questo nostro groviglio essere e divenire in questo sodalizio: il segreto che porto dentro il mio cuore offeso macellato, e non posso svelare né al mio amico ne ad Irina, dèa di un lontano ricordo: scoprire chi è la spia robotizzata intrufolata nel Comitato Rivoluzionario del popolo, i piani quinquennali agricoli prevedono diverso panorama attraversato, aspettavo la morte, e scopro la condanna del Tribunale del popolo per alto tradimento firmata e controfirmata

Mi precipito verso un altro Eretico Viaggio….














            

giovedì 9 novembre 2017

GO WEST BABY! (ovvero quando gli opposti coincidono...) (35)

















































Precedenti capitoli:

The Far East (34/1)

Prosegue in:

Pellegrini & Predicatori (36) &












Ruscelli d'Autunno (37)














Lo abbiamo già enunciato in diverse premesse citazioni e pensieri rafforzati anche da valenti ‘manifesti di cultura’, del resto tutto il lavoro fin qui espresso (circa il ‘libero arbitrio’ & in siffatta patria qui disdico e più non dico in quanto l’apparenza compone la maschera al teatro della dubbia e propria falsa consistenza e scena all’atto del Tempo imposta…)  sia come curatore di blog che come, non dico cronista - ma semplice osservatore di eventi - e  critico con gli stessi si pone sempre avverso al sistema e quindi ‘Eretico’ (onestamente perseguitato) per quanto giudicato ‘Ortodosso’.
Quindi non contrari all’economico progresso e/o all’‘uomo moderno’ che si perfeziona nella costante sua progressione (sempre e comunque sia a danno degli altri, cosa fra l’altro estranea al regno ‘naturale’ donde il tutto derivato, e codesto enunciato esula dalle sue naturali premesse rendendolo [l’uomo] sì evoluto ma incapace di quella propria e specifica coerenza che lo distinguono sempre e solo come il vero ed involuto predatore di Madre Terra) bensì propensi a giudicarne contenuti e forma (sia politica che capitalistica); e come questo si snoda ed arreca conseguente ed irreversibile danno, non a beneficio della società e socialità in cui posto, ma nel costante inganno arrecato ed offerto, specie in questi ultimi cento anni verso popoli e culture, e nell’insieme, quella ‘sacralità’ appartenente alla nostra quanto altrui genetica in quanto la reale manifestazione del detto ‘progresso’ tende a rimuovere valori comuni a beneficio di interessi mai collettivistici (anche se in apparenza giudicati tali), ma bensì per i pochi soggetti i quali nell’economica industriosità ne godono impropriamente i frutti non perseguendo quegli obiettivi confacenti con il territorio occupato secondo i meriti di una saggia e retta (geo)politica, ma al contrario tendono ad appianare ogni possibile compromesso soggiacente alle condizioni in cui l’uomo nato ed evoluto misura le distanze fra la corretta interpretazione dell’evoluzione così come rivelata e rilevata, e, in verità e per il vero, impropriamente adottata…




Quindi come già detto mi ripeto in cotal ‘manifesto’:

L’avvento dei nuovi Signori della Terra scatenerà anche una guerra senza quartiere per il dominio e il saccheggio [della Terra], combattuta con le sobrie ed invisibili armi della tecnica. Si tratterà della lotta per lo sfruttamento illimitato della Terra come materia prima e per l’impiego senza riserve del ‘materiale umano’ al servizio del potenziamento assoluto della volontà di potenza nella sua essenza… Sotto la pioggia di bombe che distrugge secoli di storia d’Europa, anche il politico moderno viene dunque ridotto in macerie con la sua aspirazione a svolgere un’azione di direzione e di governo totale. Nessun Fuhrer può più illudersi di guidare le sorti del mondo, senza obbedire egli stesso per primo agli imperativi del comando che guidano l’assalto tecnico. Per questo la sconfitta storica del nazismo nonché medesima del comunismo non annunciano e premettono e/o risolvono la fine dell’èra del totalitarismo, ma solo l’ingresso in una nuova fase, dal volto meno truce e sinistro. Si comprenderà altresì come non poter immaginare come ‘salvatori’ gli Alleati assieme ai Sovietici (non meno dei cinesi), entrambi di altre forme altrettanto inquietanti di potenze nichilistiche, orientate al medesimo dominio planetario. Russia e America (e come vediamo anche ai nostri giorni: la Cina) rappresentano entrambe la stessa cosa: la medesima desolante frenesia della tecnica scatenata e dell’organizzazione senza radici dell’uomo massificato e mercificato. 




La dimensione dominante in queste realtà ‘virtuali’ è quella di un desolante livellamento, causato dalla riduzione di ogni cosa all’estensione e al numero; tutto risulta uguale e indifferente, al punto che questo puro quantitativo si è trasformato in una sorta di qualità. Già nel 1939 tutta l’umanità appare ormai minacciata da quell’uniformizzazione quale supremo e vero pericolo. Essa è un fenomeno di carattere planetario che nella sua forma essenziale presenta senz’altro gli stessi tratti in America e in Russia come in Cina, in Giappone e in Italia, in Inghilterra e in Germania, e che curiosamente è indipendente dalla volontà dei singoli, dalla specie dei popoli, degli stati, delle civiltà. Al di là, quindi, delle differenti ideologie proclamate e dalle differenti forme storiche assunte, il presupposto ‘metafisico’ della tecnica già risuonava nella formula annunciata da Lenin, secondo la quale il bolscevismo è ‘potenza dei sovietici + elettrificazione’. …Il pensiero-calcolante cattura ormai tutti i popoli della Terra, finendo con l’assumere il senso di un destino mondiale, infatti sul piano della Storia dell’essere il materialismo proclamato dal marxismo va ricondotto all’essenza della tecnica in virtù della quale ‘tutto appare come il materiale da lavoro’ e su questo piano, dunque, esso mostra di avere il medesimo fondamento dell’americanismo. 




Così come il nazionalismo e internazionalismo, poggiando sulla stessa metafisica della soggettività, finiscono per essere indistinguibili, allo stesso titolo di collettivismo e l’individualismo. Nitzsche aveva infatti preconizzato: ‘Si avvicina il tempo in cui sarà ingaggiata una lotta per il dominio della Terra – sarà ingaggiata nel nome di dottrine filosofiche fondamentali, ma lo scontro epocale tra nazismo, comunismo e americanismo, che ha insanguinato la storia del Novecento, conclusosi infine con il trionfo della superpotenza americana, si rivela in ultima istanza, al di là del piano storico dello scontro tra ideologie contrapposte, lo scontro tra gradi e forme diverse di una medesima volontà di potenza che, attraverso la tecnica, intende imporre il proprio dominio sull’intero pianeta. E non c’è dubbio che, da questo punto di vista, l’America abbia saputo con maggiore efficacia imporre il proprio modello totalitario, proprio perché meglio delle altre potenze in gioco, è stata in grado di travestirlo nel suo esatto contrario, sostituendo l’edonismo consumistico al terrore, la pubblicità alla propaganda, il regno della (apparente) libertà e della libera realizzazione degli interessi di ciascuno all’assoggettamento disciplinare delle masse asservite al consumismo materialistico. Per questo oggi, avendo saputo coniugare la necessità della tecnica con il liberismo economico, ha assurto il ruolo, con fede missionaria, di incontrastata promotrice di una Tecnica che promette libertà (di impiegare e consumare risorse) e felicità (nel ‘libero’ impiego e consumo), divenendo, anche, politicamente la prima potenza mondiale.
(C. Resta, Nichilismo Tecnica Mondializzazione)




Quindi da saggio ‘manifesto’ detto dal Far East procediamo simmetricamente in questa doppia linea in cui corre l’alta velocità della vita verso il Go West per i futuri Baby che correndo non si accorgono, in verità e per il vero, di procedere verso il baratro del viaggio della vita, anche quando questa celebra(va) il Grande Regno del Sacro non  protetto né pregato e/o rinnovato entro e fuori le grandi muraglia dell’impero [medesimo impero], bensì cancellato ad uso e consumo di chi pur viaggiando e correndo cieco di quanto Sacro creato nel nome e per conto del Creato e fors’anche di un comune Dio celebrato sacrificando al materialismo un Paradiso in Terra nell’Inferno fondato…

Saliamo sul treno detto….  

Nel non lontano 1873, dopo la Guerra di Secessione (in verità e per il vero non ancora del tutto terminata…) in America la struttura finanziaria della nazione somigliava ad un grande bacino imbrifero. Man mano che la massa monetaria grazie alle grande compagnie ferroviarie affluiva nel grande bacino finanziario al centro di Manhattan, i banchieri ne investivano buona parte in prestiti a vista a brevissimo termine ed alto tasso d’interesse agli operatori di borsa, legando le sorti delle nuove comunità rurali cresciute dai territori sottratti ai nativi più sperdute all’andamento del mercato azionario (il sistema non certo mutato solo evoluto ed esportato, non si può negare l’umor di Stato compiaciuto del proprio operato quando l’Agenzia di turno offre il voto allo ‘scolaro in servizio’ incidendo sulla vita politica ed economica di una intera nazione e/o unione…, tacendo però sul vero senso del bene goduto e a chi sottratto, e altresì, negando quanto danno arrecato… nel TEMPO E LA MEMORIA COSI’ OFFESE E DEGRADATE).
A partire dal Novecento, il sistema della Federal Riserve avrebbe semplificato molto i grandi movimenti di denaro attraverso il paese. Durante tutto l’anno grandi quantitativi di contanti di denaro si muovevano verso New York per tornare in autunno verso le zone dei terreni agricoli. E viaggiavano tutti in ferrovia. Le Compagnie ferroviarie non maneggiavano direttamente i carichi di beni ma anche di contanti; il grande potere delle grandi Compagnie ferroviarie – le prime grandi società ad emergere negli Stati Uniti – sbalordiva il nascente capitalismo americano. “La società moderna ha creato una classe di esseri artificiali che promettono di diventare ben presto i padroni del loro creatore”….




...Nella primavera del 2002 a Lhasa stava cambiando tutto...

Le politiche scelte per potenziare la campagna ‘Go west’ stavano trasformandosi da progetti in imprese reali, destinate a mutare il Tibet in una civilizzata società post-industriale simile a Pechino, Shangai o al centro manifatturiero di Shenzhen. Era una visione che meritava molto di più di una ferrovia. In realtà, richiedeva la precipitosa urbanizzazione non solo di Lhasa, ma anche dei più piccoli villaggi delle regioni più rurali. Nel nono piano quinquennale per la TAR del 1996, il governo centrale aveva richiesto la creazione di più di 70 nuove cittadine e di diverse grandi città entro il 2020. Quegli obiettivi, che erano stati vagamente definiti decenni prima, quando Mao aveva dichiarato che la popolazione del Tibet avrebbe dovuto raggiungere i 10 milioni, ricevevano ora una grossa spinta dalla nuova audacia della Cina.

Il primo passo della nascente trasformazione del Tibet implicava l’eliminazione di ogni infrastruttura antiquata, con un processo che era iniziato a Lhasa nel 2002 (ancor prima, come già enunciato nel...1950), poco dopo il disgelo primaverile. Se ci spostava in direzione ovest sulla Bejing Donglu, verso il torreggiante palazzo del Potala, la città appariva sottosopra. I crescenti tormenti dello sviluppo facevano sembrare i quartieri situati tra Barkhor e la piazza del palazzo appena bombardati. Solo l’angolo di una strada manteneva la caratteristica architettura tibetana sbandierata sugli opuscoli turistici, cioè un muro a forma lievemente piramidale ricoperto di calce che splendeva al sole. A poca distanza, l’intera città era coperta da cumuli di macerie. Una piccola strada, delimitata da pochi muri sinuosi che erano sopravvissuti alla distruzione, portava a quello che era stato un cortile centrale, il nucleo tradizionale degli edifici residenziali di Lhasa.




Una donna anziana, sua figlia e la nipotina erano sedute fuori da una porta e cercavano di proteggere le scodelle di ‘noodle’ dalla onnipresente polvere delle demolizioni. Vicino a loro ondeggiava un enorme telone di plastica blu che sostituiva uno dei muri demoliti. Le donne avevano la bocca protetta dal filtro dell’immancabile velo. Vicino a loro si estendeva un’area desolata coperta da nubi di polvere, dove alcuni uomini, in cima a mucchi di macerie bianche di circa cinque metri, facevano ruotare le mazze in lunghi archi fluttuanti per poi abbatterli ovunque fossero ancora rimaste parti di muro intatte. La donna più giovane spiegava che la polizia annunciava ai residenti la demolizione solo quando era il momento che se ne andassero. Lei e la madre aspettavano la notizia da un momento all’altro, ma non sapevano dove andare. La campagna di demolizione della gran parte di Lhasa, quasi simile a quella che si stava conducendo quell’anno a Pechino nei tipici quartieri ‘hutong’, raggiunse il culmine nel maggio del 2002. Allontanarsi da un quartiere per ventiquattro ore significava tornare e trovare che aveva cambiato aspetto, che un altro edificio era stato distrutto e al suo posto erano già stati alzati nuovi ponteggi. Come un mare crescente, i negozi cinesi e i portici che si erano insediati all’estremità occidentale di Lhasa stavano lentamente avanzando oltre il palazzo del Potala verso il Barkhor, il quartiere più caratteristico, più sacro e più tibetano della vallata. Alla sua estremità meridionale, gli antichi edifici lungo il fiume Kyichu venivano demoliti a ritmo devastante per far posto a nuove costruzioni. Il santuario storico del Barkhor era preso d’assalto. 




Stranamente, in quell’epoca i turisti preferivano vedere l’altro aspetto di Lhasa. In effetti, visitare la città nel 2002 significava entrare in una specie di caparbio stato di negazione che si appoggiava sulla sopravvivenza di un numero ancora sufficiente di aspetti tipicamente tibetani, come i templi profumati di incenso e i monaci vestiti di giallo zafferano. La guida del Tibet di ‘Lonely Planet’ non dedicava più di qualche decina di parole alle parti della città esterne all’area del Barkhor, come se non esistessero. I visitatori si addentravano in giri senza fine per il Barkhor, visitando il tempio di Jokhange quello vicino di Ramoche, fotografando i pellegrini tibetani con gli abiti dai colori vivaci che erano arrivati a Lhasa dalla campagna, poi sorseggiavano un aromatico ‘masala’ indiano o un ‘daal baat’ tibetano in un caffè destinati ad attrarre il gusto degli occidentali. Quando ne avevano voglia abbastanza del Barkhor, potevano prendere un taxi per il Potala o fino ai grandi monasteri vicini, come quelli di Drepung e Sera, o al massimo organizzare un giro in jeep nei dintorni. Per gli stranieri era illegale usare i servizi pubblici verso le principali mete turistiche fuori Lhasa, ma, da quando Pechino aveva identificato il turismo come uno dei pilastri della regione, non mancavano le guide e neppure le agenzie. Mentre scivolavano da una stradina all’altra, i viaggiatori scrutavano minuziosamente ovunque, in una silenziosa competizione per scoprire gli angoli più genuini, evitando di instaurare legami tra loro per salvaguardare le loro private fantasie alla Francis Younghsband: ognuno avrebbe potuto essere il primo occidentale a scoprire la vera Lhasa in mezzo alle macerie. Ma più sovente si lamentavano della città imperfetta che avevano trovato. Secondo alcuni, Lhasa era stata ridotta a un deludente crocicchio di turisti sulla strada verso l’Everest, il Nepal o l’Occidente incontaminato del Tibet.




Un antropologo espatriato, Matthew, cercava ogni tanto di scrollare gli occidentali dalla loro miopia, sfidandoli a guardare a occhi aperti il Tibet in via di estinzione. ‘Il fascino del Tibet è in qualche modo una serratura a tempo, sopravvissuto a diversi cambiamenti,e la gente vuole afferrarlo in qualche modo’, mi spiegò. ‘La maggior parte dei turisti va in Tibet per qualcosa di esotico: c’è questa idea di vedere che cosa riusciamo a catturare di quanto esisteva precedentemente, ignorando che cosa c’è adesso’.
Ma mentre molti occidentali scrutavano il passato con la lente d’ingrandimento, i cinesi tenevano sempre di più gli occhi fissi sul futuro. Al centro dei rapidi cambiamenti nelle strade di Lhasa c’era il grande dilemma moderno della Cina: come sarebbe stato possibile trasformare le province più povere da un passivo a un attivo?
Per quattro anni, Pechino accompagnò il Tibet verso un maggiore grado di autonomia e una rinascita religiosa che erano diventati inimmaginabili da quando il Dalai Lama era fuggito in esilio nel 1959. Furono eliminate le tasse e il Paese ritornò alla proprietà privata, dopo che vennero smantellati gli ultimi pezzi del sistema delle comuni e i resti del grande balzo in avanti. I cambiamenti ebbero un effetto immediato e positivo sul benessere dei tibetani. Al centro di quelle politiche c’era la consapevolezza che fosse possibile ricondurli all’ovile del comunismo attraverso il progresso e lo sviluppo economico più che con la forza bruta.




Ma alla metà degli anni’ 80, forse sentendosi sicura degli sforzi politici fatti, Pechino cambiò la politica di riforme, allontanandosi dalla ricerca di progresso per i tibetani e sostituendola con un’aggressiva modernizzazione economica, definita su scala nazionale più che locale. In quegli anni di riforme, però, i tibetani avevano rafforzato la loro identità culturale. La rinascita dei monasteri e la fiorente cultura religiosa contribuirono alla crescita di un senso di indignazione nei confronti dei cinesi e un inorgoglito desiderio di protestare a voce alta. Nel settembre del 1987, i monaci inferociti dalla risposta al vetriolo della Cina agli sforzi del Dalai Lama per risvegliare la consapevolezza internazionale sulla situazione tibetana, protestarono fuori dal tempio di Jokhang. Più di una decina furono arrestati e, di conseguenza, scoppiò una rivolta di solidarietà. I tibetani assaltarono e incendiarono la stazione di polizia del Barkhor. La polizia cinese sparò sulla folla dai tetti, uccidendo dieci persone e ferendone moltissime altre. Le agitazioni e la tensione continuarono per un anno e mezzo. Intanto il Dalai Lama conduceva una campagna di opinione, rivolta ai governi occidentali, per far conoscere la causa dei diritti, se non dell’indipendenza, del Tibet, che gli fece vincere il Premio Nobel per la pace nel 1989. Ancora una volta, Pechino fu costretta a restaurare l’ordine sulle sue rauche frontiere e nominò segretario del partito nella TAR Hu Jintao, il giovane governatore della provincia del Guizhou, uno dei candidati alla presidenza del partito. Con la prospettiva di succedere a Jiang Zemin, Hu non poteva permettersi errori. 




Il giorno dopo la sua nomina, la polizia represse un’altra protesta nel Barkhor, questa volta sparando direttamente a chiunque facesse sventolare una bandiera del Tibet. Un mese dopo, Hu si recò a Shigatze per incontrarsi con il Panchen Lama, che però gli oppose una certa resistenza, prendendo al volo l’opportunità per criticare apertamente il dominio della Cina sul Tibet, con un lacerante ed insolito richiamo ai leader di Pechino. Cinque giorni dopo, nonostante fossero note le sue buone condizioni di salute, fu trovato morto nel monastero di Tashi Lhunpo, dove viveva, apparentemente per un infarto: la sequenza di eventi portò molti tibetani a convincersi che Hu avesse qualcosa a che fare con quella morte. La rabbia crebbe. I tibetani si resero conto in fretta che per loro, senza protezione del Panchen Lama, l’epoca delle riforme liberali era alla fine. Nel mirino della strategia di controllo cinese c’era la religione. Hu Jintao riteneva che la diffusione della religione in Tibet fosse del tutto inconciliabile con gli obiettivi delle ‘quattro modernizzazioni’ che definivano la politica economica cinese: la religione, come sostenevano lui e molti altri conservatori, coltivava il nazionalismo. I tibetani dovevano creare un mercato basato sui beni materiali, non pregare i Buddha dorati o il Dalai Lama, la cui testimonianza in tutto il mondo dava parecchio fastidio a Pechino. Da allora, il governo iniziò un periodo di intensa repressione delle pratiche religiose nei monasteri. Attraverso un processo di ‘rieducazione’, i monaci dovettero studiare testi di propaganda cinesi per poi essere interrogati a fondo e dimostrare la loro lealtà, e a volte erano mantenuti in isolamento per molti giorni. Il governo chiedeva che disconoscessero il Dalai Lama e giurassero la loro fedeltà al Partito comunista. Quelli che rifiutavano venivano imprigionati, altri si suicidarono. Il risultato fu che il sistema monastico, che aveva iniziato a ricomporsi negli anni 80, fu di nuovo travolto e i tibetani dovettero sottomettersi ai cinesi un’altra volta.




Il governo cinese ritiene che per il 2020 saranno necessarie più di 85.000 camere d’albergo (per non parlare di futuri campi base organizzati per l’avventura della cima), non solo a Lhasa ma bensì nel grande deserto probito agli stranieri di un tempo: la richiesta di sviluppo turistico dell’altopiano attraversato dal Grande Treno (portatore di merci persone e contanti per ugual Riserve a cui destinare futuri ‘riservisti’ confinati entro e non oltre il proprio territorio come la Storia conserva atroce memoria); ed intanto il treno di lusso con il proprio prezioso carico di circa 1000 $ a notte offrirà ai turisti appartamenti da 38 metri quadri con sale da pranzo private e vasche da bagno con l’acqua calda…. Se si valuta come starebbe il Tibet (e la sua antica scienza Sacra) con noi o senza di noi, è chiaro che starebbe meglio con noi, dichiarò lo stesso - uno dei tanti e troppi direttori dell’antica Compagnia - a proposito del suo investimento di 130 milioni di $.... (Buon Viaggio…).

Ciò di cui un tempo un Viaggio avventuroso nel quale le meraviglie della civiltà tibetana, della sua millenaria cultura e della sua storia erano una ricompensa per la tenacia e la scomodità per arrivarci, ora, invece, è diventato una routine… a dispetto di tutta quella antica sacralità per sempre perduta per non parlare di quella magnifica Natura fin sul Tetto di un dèmone muratore presiedere l’Inferno!

(A. Lustgarten, Il grande treno)


















domenica 5 novembre 2017

LO SCIAMANO AUA (32)







































Precedenti capitoli:

Lo sciamano Aua  (31)

Prosegue in:

In fase di aggiornamento (33)    Nel Far East (34)














... Con tale forza che tutte le ossa della foca si rompono uscendo attraverso la pelle e il grasso’.
Aua stesso un giorno aveva visto un orso avvicinarsi di soppiatto a un branco di trichechi addormentati. Teneva fra le zampe anteriori un massiccio blocco di ghiaccio e si nascondeva continuamente dietro i lastroni d ghiaccio accavallati, in modo che il suo corpo giallo non fosse mai visibile ai trichechi. Se si muovevano rimaneva sdraiato immobile, tutt’uno con le lastre di ghiaccio, ma non appena si calmavano cominciava di nuovo a strisciare avanti, alto sulle zampe posteriori. Infine scelse con cura un tricheco molto giovane e gli lanciò il blocco di ghiaccio con tale forza che quello rimase tramortito, mentre tutti gli altri si gettavano in acqua…..
… Avevamo festeggiato la cattura del tricheco con un banchetto, poi io ed Aua ci eravamo seduti sul giaciglio e rimanemmo lì a fumare la pipa. Gli altri abitanti della casa stavano sdraiati intorno a noi, perché Aua mi aveva dato il permesso di chiedere tutto ciò che volevo…. Ed io iniziai, impaziente: ‘Dove vanno gli uomini quando muoiono?’.




‘Alcuni vanno in cielo e diventano ‘uvlormiut’, il popolo del giorno. Il loro paese è nella direzione in cui nasce il giorno. Altri vanno sotto il mare, dove c’è una terra sottile che ha il mare da entrambi i lati. Questi vengono chiamati ‘qimiujarmuit’, il popolo della lingua stretta. Nel paese del giorno risorgono solo le persone che perdono la vita per sventura, per annegamento o omicidio. E’ un grande paese con molte renne. Si sta bene e c’è molta gioia, si gioca quasi sempre a palla, con i piedi, in gruppi che ridono e cantano, e giocano col cranio di un tricheco. Quando i morti giocano a palla in cielo, sulla terra si vede una luminosa aurora boreale.
I grandi sciamani fanno spesso visita al popolo del giorno. Quando devono fare un viaggio spirituale come quello, si siedono in fondo al giaciglio, dove una tenda di pelle di renna li nasconde alle persone riunite nell’abitazione. Devono avere le mani legate dietro e la testa legata alle ginocchia. Non appena sono terminati tutti i preparativi, sulla punta di un coltello viene presa una brace dalla lampada a grasso e viene portata sopra la loro testa disegnando dei cerchi in aria, e tutti coloro che assistono al volo devono dire forte in coro: ‘Venite a prendere colui che deve andare in visita!’. Poi si spengono le lampade e tutti chiudono gli occhi. Così si rimane a lungo in profondo silenzio, ma dopo un istante si cominciano a sentire dei suoni strani, si sentono dei sibili che provengono dall’alto, ronzii e fischi, e poi dopo lo sciamano interviene improvvisamente e grida con tutte le forze: ‘Halala-halalalé-halala-halalalé!’. E subito tutti devono gridare:’Alé-alé-alé!’. Poi un sibilo attraversa l’igloo e tutti sanno che ora si è creata un’apertura per l’anima dello sciamano, un’apertura che è rotonda e stretta come il foro di respirazione di una foca, e attraverso quell'apertura l’anima dello sciamano vola in cielo, aiutata da tutte le stelle che un tempo erano persone.




Salgono e scendono attraverso l’apertura dell’anima per mantenerla aperta per lo sciamano; alcune scendono, altre volano su, e tutta l’aria risuona di fischi… sono le stelle che fischiano all’anima dello sciamano, e ora la gente di casa deve provare a indovinare i loro nomi umani, il nome che avevano quando vivevano sulla terra. Se ci riescono si sentono due brevi fischi, e poi un sottile suono stridulo che si perde in cielo.
C’è sempre una grande gioia quando uno sciamano va in visita nel paese del giorno. Subito tutte le anime escono dalle loro dimore. Ma le abitazioni non hanno cunicolo, non hanno entrata o uscita, e perciò le anime escono dovunque gli capiti, attraverso la parete, attraverso il tetto. Attraversano la casa, e sebbene sia possibile vederle, non sono nulla, in loro non c’è materia e perciò nemmeno buchi sulle case nel punto in cui escono. E corrono verso chi arriva, contente di rendergli omaggio, contente di dargli il benvenuto, perché credono che sia l’anima di un uomo morto come loro.




Solo quando lui dice: ‘Io sono in carne e ossa’ tornano indietro deluse. Quando lo sciamano si è divertito un po’ fra tutti i defunti felici, torna di nuovo a casa dai suoi compagni di insediamento, stanco e affamato, per raccontare tutto ciò che gli è capitato. Nel paese della lingua di terra stretta vanno tutte le persone che muoiono di morte naturale, di malattia, in casa o nella tenda. E’ un grande paese sul mare aperto, dove si caccia ogni tipo di animale marino. Anche qui lo sciamano può andare in visita, ma sono solo viaggi di piacere. Dei viaggi con scopi particolari sono invece quelli che portano giù dal grande spirito del mare, quando lo spirito custodisce con troppa avarizia le proprie foche, al punto che gli esseri umani soffrono di stenti. I preparativi di una discesa come quella sono più o meno gli stessi del viaggio nel paese del giorno. Tutte le lampade di casa vengono spente, si sentono solo ansimare e sospirare persone morte da tempo. Questi sospiri risuonano come gli spiriti fossero nell’acqua, nel mare, come animali marini, e si sente uno sguazzare e soffiare  di animali che respirano. ora tutti in casa intonano una canzone per gli spiriti e continuano a ripeterla: ‘Protendiamo le mani per aiutarti a salire,/ siamo senza cibo, senza prede!/ Protendiamo le mani…’.




Per i grandi sciamani si apre ora una strada attraverso la terra, quasi come un tubo verso il fondo del mare. Così scendono nella dimora dello spirito del mare, che è come la casa di una persona normale. Però non c’è il tetto e davanti è completamente aperta affinché lo spirito, dal suo posto accanto alla lampada, possa tenere d’occhio facilmente gli insediamenti degli uomini. Tutte le prede del mondo – foche, foche barbate, trichechi e balene – sono riunite a destra della sua lampada in un buco nel ghiaccio, dove stanno lì a respirare. Di traverso sopra lo stretto ingresso c’è un grosso cane rabbioso che dev’essere allontanato prima che lo sciamano possa entrare. Quando entra può capitare che il grande spirito del mare, la madre degli animali marini, sieda – come segno della sua ira – con le spalle alla lampada e a tutte le prede che altrimenti manda dagli uomini.
Ha i capelli spettinati e arruffati, un aspetto terribile, ma lo sciamano deve afferrarla subito per una spalla e girarle il volto verso la lampada e le prede, poi deve carezzarle i capelli e lisciarli premurosamente dicendo: ‘Quelli lassù non riescono a prendere foche’. A questo lo spirito del mare risponde: ‘Sono le loro trasgressioni a sbarrare la strada’....

(K. Rasmussen, Il grande viaggio in slitta)



















martedì 31 ottobre 2017

PER TUTTI I DIAVOLI! (28)






































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Laudati si' mi' Signore.... (27)

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'Laudato sii o mio Signore per nostra sora morte corporale...' (29)














In molte leggende delle Alpi appare il diavolo come figura malefica e minacciosa. Ora egli invidia gli uomini e riesce a perderli per tutta l’eternità; ora si accinge a qualche terribile opera di distruzione, ma non riesce a compierla secondo il suo desiderio, ed è vinto dalla forza sovrumana dei santi…

Altre volte ancora come nelle leggende più strane e paurose, note alle nazioni cristiane del Medioevo, prende forme spaventevoli, che muta a suo talento; o trasporta enormi sassi da un sito all’altro, facendosi pure con frequenza costruttore ardito di ponti. Era inevitabile che molte leggende di formazione medioevale accennassero in modo speciale alle cime delle Alpi, dicendole predilette dimore del nostro secolare nemico.
Esse nei tempi lontani erano state credute dalle antiche genti, sedi eccelse dei numi; perché i padroni della folgore ed altre divinità adorate dai Celti, dai popoli retici e dagli Slavi, dovevano al pari di Giove Olimpico avere altissimi troni; ed essendo le Alpi i veri giganti di Europa, si sfidarono infiniti pericoli per elevare sulle più alte cime il tronco d’albero, il sasso enorme, la colonna, che furono i simulacri e le prime are delle divinità. Di certo i primi alpinisti furono sacerdoti accesi dal desiderio di onorare i numi, nelle regioni più alte del loro dominio terreno.



  
Si credette pure che più facilmente si potesse conoscere l’avvenire interrogando i numi sulle alture e sulle cime delle montagne, che divennero sacre innanzi ai popoli delle Alpi. I Celti credevano che sulle vette sublimi si compiacesse Beleno, prima che conoscessero il nome di Giove Olimpico; ma coll’andare del tempo le divinità degli alpigiani dovettero cedere il posto d’onore agli dei vittoriosi di Roma; o per meglio dire, non potendo quelle antiche genti perdere la memoria del proprio culto, e disprezzare le divinità nazionali, per adorare unicamente quelle dei Romani, che erano innanzi ad esse invasori e nemici, accettarono per nuovi numi quelli che più si avvicinavano nella figura del mito, nel carattere, e nella potenza ai loro dei. Per questa ragione Giove si confuse col Taranis dei Celti e col Penn dei Vallesani. Minerva si unì nel concetto popolare con Belisana, Apollo con Beleno. La stessa confusione accennata fra le divinità dei Celti e quelle dei Romani, si ripeté fra quelle dei popoli retici e dei nuovi invasori; però tutte divennero, innanzi ai popoli cristiani del Medioevo, numi infernali, demoni che atterrivano le genti, e stavano ancora sui troni eccelsi delle Alpi, come fra gli ultimi baluardi dai quali era difficil cosa bandirli per sempre. Dalle Alpi Marittime fino alle Pennine si ebbe culto verso questa divinità. Non sarebbe una lontana immagine della dea Bercht del Tirolo e della Berta svizzera? Czoernig, nella sua opera Die alten Völker oberitaliens, Wien, 1885, vuole che fra le poche divinità dei Reti, di cui si conosca il nome, si trovassero Cuslanus, Rhamnagalle e Squanagalle. Non ne trovai memoria nelle leggende alpine. Un’antica credenza ricordata gravemente dal Thesauro, faceva sicuri i nostri avi che un demonio ‘tiranneggiava l’una e l’altra Alpi Graie e Pennine, e da quell’alte rupi, come da eccelso trono, tutte le soggette valli con barbarie non più udita infestava’.




La sede prediletta di questo terribile demonio alpino trovavasi, secondo la narrazione del Thesauro, sul monte che ora dicesi ancora di Giove ed ove alzavasi una statua del sommo dio dell’Olimpo. I Vallesani l’avevan gittata a terra innalzando in sua vece quella del loro dio Pennino; ma Terenzio Varone, conquistatore della Valle di Aosta, rimise a suo posto la statua di Giove, che divenne la dimora del terribile demonio alpino; il quale derubava i passeggeri e spesso li gettava in profondi burroni. Questo signore delle Alpi era così spaventevole, che faceva ‘impallidire al suo aspetto le stelle, tremare al suo moto la terra, vestita della più nera caliggine; il cielo accozzar vento con vento, infestar le aure col fiato, far piangere le nubi e grandinar sassi’.
Forse questa leggenda accenna ai Saraceni che predarono a lungo su tanti varchi alpini, e nel Breviario di Aosta, citato dal Thesauro, è scritto che sull’altare del dio Giove o Pennino, i demoni facevansi pagare la decima parte di quanto possedevano gli abitanti di quelle montagne, e imponevano a coloro che passavano sui pericolosi sentieri dei colli, il pagamento di forte tributo; quando non credevano di seguire miglior consiglio derubando gl’infelici, e facendoli precipitare nei profondi burroni.
Alcune volte i Saraceni passarono come nembo devastatore sulle Alpi, ritirandosi prontamente nel loro temuto ricovero di Frassineto col bottino raccolto; ma vi è anche prova che essi rimasero in altri casi a custodia di molti varchi alpini; e narrasi che Ugo conte di Arles, nipote di Lotario re di Lorena, fu chiamato a regnare sui Longobardi e venne accolto così bene in Milano, che ebbe origine in quell’occasione il proverbio provenzale: ‘Être reçu comme le Roy Huguet’.




Egli affidò ai Saraceni, dei quali era pure stato nemico terribile, la custodia delle Alpi. Più tardi Ugo fu di nuovo in guerra coi Saraceni che scacciò verso la Provenza, ma poi lasciò che molti si ritirassero sulle Alpi Cozie, e vi si fortificassero esigendo tributi, ed è probabile che si avvalsero a lungo di questa facoltà anche sulle vicine Alpi Graie e Pennine. In ogni modo la leggenda narra che giunsero un giorno in Aosta nove pellegrini francesi, che dissero lo spavento provato e i danni sofferti, per la malvagità del demonio che imperava sul monte Giove. San Bernardo pensò subito di andarlo a combattere e salì sui monti dirupati, vestito di bianco e col bastone pastorale in mano. Terribile fu il combattimento fra il diavolo ed il santo, ed accrescevano il terrore di quella scena, degna di esse re descritta dal Milton ‘horrendi ruggiti, larve, spettri e tutto ciò che può per gli occhi mettere il terrore in un'anima’. Ma San Bernardo fu vittorioso ed il demonio delle Alpi precipitò in una voragine profondissima chiamata Maglio.

L’antica leggenda del Rocciamelone, narrata nella preziosa cronaca della Novalesa, dice che era impossibile salire sull’acuminata vetta del monte, ove i demoni accoglievano con una pioggia di sassi i curiosi, e difendevano il tesoro accumulato lassù da un certo Re Romolo. Questo tesoro non fu trovato mai, sebbene innanzi all’ardimento di un marchese Arduino, il quale andò sull’alta cima, seguito dal clero e col suo vessillo superbamente alzato, i terribili demoni sparirono. Vi è una certa somiglianza fra questa leggenda e quella che diceva esservi sui Pirenei il terribile Principe del vento, il quale imperava dalle cime dei monti fino alle acque burrascose dell’Atlantico, ed era anche a custodia di tesori. Egli però non accoglieva coll’imperversar della tormenta i coraggiosi che volevano conoscere i segreti delle montagne, ma sapeva allettarli con mille inganni onde menarli a sicura rovina.




Fu credenza molto estesa quella che ritenne anche i ghiacciai custoditi da innumerevoli spiriti malvagi, che impedirono a quanto pare i nostri avi di dedicarsi con animo sereno all’alpinismo. Nelle regioni ove non penetrarono i Saraceni, e le loro temute figure non si poterono confondere con quelle di crudeli divinità, si dovette pur conservare dagli alpigiani, un invincibile terrore per certi spiriti malefici, i quali secondo alcune credenze dei pagani, che furono anche comuni ai popoli del Medioevo, si aggiravano nell’aria, ed impedivano alle anime di salire verso il cielo.
I popoli Slavi chiamarono questi malefici spiriti Vijulici; essi potevano colla forza sovrumana rendere impossibile agli uomini di andare nelle alte regioni. Dicesi che trovansi forse ancora nei siti più inaccessibili della Macedonia.

Il Monte Bianco fu pur detto in tempi lontani il Monte maledetto, e veniva guardato con terrore dagli alpigiani. Forse più di qualsiasi altro monte o ghiacciaio leggendario, fu dalla fervida fantasia delle genti, popolato con animali favolosi, con esseri soprannaturali o divinità di un ordine inferiore, addette alla custodia di grotte dalle pareti di brillanti; alle quali era impossibile che si avvicinassero gli uomini, essendo difese da abissi spaventevoli e da crepacci paurosi. I demoni divennero pure, innanzi alla fantasia popolare, signori dello stesso monte, e si disse che le tormente erano cagionate da quegli spiriti infernali. Fu pur creduta opera loro l’avanzarsi dei ghiacciai, che in certi anni giunsero fino alle case di parecchi villaggi, e coprirono terre coltivate; di maniera che gli alpigiani usarono di pregare caldamente per vincere la malefica potenza di quei demoni. Vedremo in altri capitoli come le popolazioni superstiziose delle Alpi, tremanti al ricordo delle antiche loro divinità, costringevano i parroci a benedire i laghi ed a esorcizzare i temporali; egual cosa avvenne rispetto al Monte Bianco, e dicesi che verso la fine del secolo XVII trovandosi Monsignor Giovanni dìArenthon a Chamonix, non solo benedisse la popolazione che si era inginocchiata ove egli passava, ma dietro le calde preghiere di quella buona gente, dovette avvicinarsi ai ghiacciai ed esorcizzarli.




Anche nelle basse regioni delle Alpi ebbero, ed hanno ancora, secondo la credenza popolare, dimora i demoni. Nella Svizzera tedesca chiamansi Tobel certi strettissimi valloni, ove non vedesi un'abitazione di pastori. Chiusi da alte e nere pareti hanno aspetto selvaggio e nel cantone di Berna sono detti Krachen. In quei siti desolati dimorano, secondo le leggende, folletti, diavoli, o altri spiriti malvagi, mentre nel Trentino i montanari della Rendena, credono che nella Valle di Genova, così imponente e bella coi suoi vasti ghiacciai dominati dall’Adamello, ed ove il Sarca balza negli spaventevoli burroni, il Concilio di Trento, o qualche santo potente abbia mandato in esilio tutte le streghe e i demoni del Trentino.
E per una stranezza della fantasia popolare, parecchi grossi massi che trovansi a piè delle dirupate pareti, portano i nomi dei demoni più noti nella valle. Fra questi vi è Zampa de Gal, il quale prende aspetto di elegante giovanotto per ammaliare le belle fanciulle, ma non può mutar forma al piede di gallo che gli serve di mano. Poi trovasi Schiena de Mul, il quale possibilmente offre i suoi servigi a qualche viandante, nel desiderio di portarlo sulle montagne, finché gli riesca di farlo precipitare in un burrone e di prendergli l’anima. Manarot è il demone tentatore dei contrabbandieri, Calcarot manda sogni terribili agli Alpigiani, Balajal, che ha orgoglio pari all’indomabile coraggio, è il re di quella temuta schiera di demoni.




Il diavolo delle Alpi Cozie, del quale trovasi ricordo in Frossasco, ha qualche somiglianza col galante e bellissimo Zampa de Gal della Valle di Genova. Narrasi in quel comune che una giovanetta andava a ballare tutte le sere all’insaputa dei suoi genitori. Con infinita cura, per non destare i suoi che dormivano tranquillamente, essa chiudeva l’uscio di casa, e l’amante, che l’aspettava vicino alla casa paterna, l’accompagnava al lieto convegno. Una sera ella uscì secondo il solito e nell’oscurità diede il braccio ad un giovane, che stava fermo sulla via, e che le parve il suo promesso; ma colui non le disse una parola ed invece di camminare accanto a lei, la sollevò nell’aria. Con sommo suo sgomento la fanciulla capì che era in balia del diavolo, il quale rideva fra la notte oscura, mentre dagli occhi mandava faville. La povera fanciulla aveva la mano destra libera ed appena si riebbe alquanto, dopo la prima impressione terribile di spavento, poté fare il segno della Santa Croce, che valse a liberarla subito dal suo nemico, che la lasciò cadere a terra. Nel mattino seguente certi contadini usciti pel lavoro la trovarono più morta che viva, in vicinanza di una chiesetta dedicata alla Madonna, e che ora vedesi ancora. Non v’è altro monte nel Friuli il quale, per l’aspetto imponente, possa più del monte Canino divenire innanzi alla fantasia popolare un monte leggendario.

Nelle vicine valli di Raccolana e della Resia, gl’immensi massi trasportati dagli antichi ghiacciai formano cumuli spaventevoli, che sembrano rovine delle città dei giganti; mentre altre rocce immense si elevano verso il cielo come una fortezza immane, e sono anche dimore dei diavoli e dei dannati. Il vano gigantesco che trovasi su quelle e dicesi Prestrelenich, è, secondo una leggenda, la finestra dalla quale il diavolo si affaccia; e forse non poche volte quando le nubi nere si addensano sulle alte cime e le saette flagellano le rupi, qualche pastore atterrito vedesi innanzi all'accesa fantasia una gigantesca figura, che si alza fra le rupi, imponente e truce; adattandosi mirabilmente alla grandezza del paesaggio alpino, e che forse guardando la valle, ride da quell’altezza sulle miserie dei poveri mortali.




Oltre la valle d’Ala, fra le maestose moli della Bessanese e della Ciamarella, ritroviamo il diavolo, non in aspetto di mostro spaventevole, come lo dissero tante leggende che divennero popolari nel Medioevo, ma in forma di camoscio; mentre corre da ghiacciaio a ghiacciaio, balza da rupe a rupe, innanzi alle palle di un cacciatore pazzo d’ira, che non aveva ancora fino a quell’ora fallito il colpo, e che non riesce nella corsa vertiginosa a ferire il suo nemico. Poi l’uccide, ne beve il sangue e come ebbro di gioia, discende portandolo sulle spalle, verso l’incantevole Pian della Mussa, ove trionfa in tutta la sua bellezza la flora alpina; ma pargli che la strana bestia diventi di piombo e affranto la getta sull’erba. Gli occhi del camoscio si fanno in un baleno fiammeggianti, e con voce minacciosa quella bestia infernale chiede come cosa sua l’anima del cacciatore atterrito che salvasi invocando San Giorgio. Questa leggenda che udii narrare in Balme nell’allegro villaggio alpino, all’imboccatura della valle che volge al Piano della Mussa, parmi una delle più belle che si trovino sulle Alpi; ed acquista un fascino maggiore se pensasi al paesaggio sublime, in mezzo al quale il cacciatore leggendario seguì il suo diabolico nemico.

Anche assai grandiosa nel concetto è la leggenda che ci mostra il diavolo in aspetto terribile, mentre passa nel volo audace sulle cime della Levanna e della Ciamarella, e sui ghiacciai di Sea, oltre l’estrema punta di Val Grande; portando orgogliosamente l’enorme rupe detta Pietra Cagna, ch’egli deve far piombare sopra una città .maledetta. La notte è profonda e il diavolo ride, finché spossato, affranto in modo nuovo, e per una ragione che gli pare incomprensibile, è costretto a lasciare la rupe nel vallone del Torrione, mentre la preghiera di un santo eremita, il quale dimorava nel sito ove ora sorge il Santuario della Madonna di Groscavallo, ha ottenuto il perdono dei condannati.
Per un caso strano, raccontasi nella Svizzera una leggenda simile a questa, e dicesi che mentre cominciava a sorgere la città di Berna, il diavolo ebbe vaghezza di distruggerla; ed avendo sollevato un masso enorme sul Gottardo lo portava superbamente, volando con rapidità, verso la città condannata, volendo farlo piombare su quella; ma Iddio conobbe il suo triste proposito leggendogli nell'animo perverso, e prima che egli giungesse alla meta del suo viaggio perdette ogni forza lasciando cadere il masso, che vedesi ancora nel sito ove avvenne la sconfitta dell’orgoglioso nostro nemico. Esso chiamasi il Peso del diavolo.




Circa ai due terzi della strada che, da Alagna in Val Sesia, conduce al Col d’Olen, per discendere a Gressoney, si vede un grosso macigno spaccato in due da cima a fondo, e vien chiamato il Sasso del diavolo. Questo nome basta a farci intendere che deve avere la sua leggenda, e narrasi che nel mentre gli abitanti di Gressoney la Trinité fabbricavano la loro chiesa, il diavolo volle di struggere la parte già costrutta, e prese nel fondo della valle sulla sponda della Sesia, o come altri afferma, in vicinanza di Roma, un grosso macigno; e caricandolo sulle spalle lo portò nella Valle di Olen, coll’intenzione di farlo precipitare dalla vetta della montagna, appena vi fosse giunto, verso l’altro versante; ove nella caduta avrebbe atterrato la parte della Chiesa che sorgeva dal terreno. Ma questa volta ancora, come eragli già avvenuto in altre regioni alpine, mentre voleva compiere opere nefande di distruzione, egli fu vinto da somma stanchezza, ed a poca distanza dalla vetta del colle di Olen, dovette per riprendere lena lasciare il gran peso del sasso. Quando volle riprenderlo sulle spalle, non ci fu verso che vi riuscisse, rimanendo il sasso immobile sulla terra; ed allora vinto da un tremendo impeto di rabbia, il diavolo scaraventò un violento pugno sul masso, che si spaccò con enorme fenditura. Poi come a manifestare ancora il proprio furore egli urlò in modo orrendo dicendo anche la parola Prebretz, che forse nel suo diabolico linguaggio era qualche terribile bestemmia, e da quel tempo il macigno fu chiamato sempre il Sasso del diavolo o Prebretz-Stein.




Una leggenda del Trentino ci mostra anche il diavolo spossato, vinto in una delle sue tristi imprese notturne. Egli vestito di rosso e cogli occhi sfavillanti, trovavasi a piè della Cima Gaiarda, mentre la luna irradiava il bizzarro gruppo di Brenta e la Cima Tosa. Poi tolse da terra un involto pesante, se lo caricò sulle spalle e andò innanzi fra boschi e burroni, senza nessuna fatica, benché fosse assai grave il peso ch’egli portava. Ma in un attimo cominciò a sentirsi affranto, a curvarsi e andò a stento innanzi, mentre eragli apparsa alla Svolta dei Cavai una croce, innanzi alla quale era stato acceso un lumicino a ricordo di una recente sventura. Finalmente egli fu costretto a gettare a terra l'involto, il quale conteneva danaro rubato, e andò subito a sollevare un grosso masso erratico che collocò sul suo tesoro; poi, mentre guardava sempre la croce vittoriosa, diresse il volo verso la Valle di Genova onde tornare nel suo triste regno. Nel giorno seguente una vecchietta passando vicino al masso erratico, vide delle monete d’oro sparse a terra, che il diavolo aveva perdute, mentre nascondeva il tesoro. Ella si fermò inutilmente per raccoglierle, perché da una spaccatura della montagna, vicino al ghiacciaio di Lares, detta il Crozzon del Diavolo, costui soffiava con tanta violenza verso il masso, che non era possibile prendere le monete. Intanto siccome al cacciatore della Valle d’Ala avvenne di perdere la Messa, quando pazzamente inseguiva il camoscio, così mentre la vecchia affannavasi nel volere raccogliere le monete, essa mancò al suo dovere di buona cristiana; ed è forza credere che fu dannata, perché ora ancora dicesi che si aggiri intorno al masso ed alletti i passeggeri, facendo splendere innanzi ad essi, sulla via, delle monete che non giungono mai a raccogliere; mentre il diavolo continua a soffiare senza posa dal leggendario Crozzon.

Nell’alta Vallemaggia trovasi pure il Sasso del diavolo, enorme blocco di roccia, che si eleva innanzi al villaggio di Prato e vicino al fiume. La leggenda vuole che il diavolo si adirò fortemente contro quei di Prato, e divisò di chiudere il corso dell’acqua vicino al paese, trasportando in quel sito il blocco; e di certo egli si allietava nel pensare che presto avverrebbe una tremenda inondazione a minaccia del villaggio, travolgendo ogni cosa nella sua furia indomabile. Ma la Vergine non gli permise di eseguire il suo terribile disegno, ed egli fu costretto a lasciare il masso nel sito ove ora trovasi. La gente di Prato a testimoniare la sua gratitudine, eresse alla Vergine una piccola chiesa che sol da poco tempo fu abbattuta.




Le leggende delle Alpi italiane in cui i massi erratici segnano terribili sconfitte del diavolo, possono dirsi in relazione colla credenza espressa in certe leggende francesi, che li dicono rimasti nei siti ove si trovano, dopo tremende lotte fra il principio del bene e quello del male.
In Valle d’Aosta ritroviamo il nostro secolare nemico, mentre vuole impedire il passaggio del colle di St. Théodule al gran Santo che gli aveva dato il nome, essendo stato il primo a varcarlo dopo il passaggio dell’Ebreo errante; ma non avvenne a quella sublime altezza un epico combattimento, pari a quello ricordato dal Thesauro a proposito di San Bernardo. Invece il diavolo della Valle di Aosta prese sulle spalle una delle enormi caldaie che servono ai pastori, e si mosse allegramente per varcare il colle, perché il santo gli aveva promesso di farsi suo schiavo, se egli avesse potuto portarlo a Valtournanche; ma ad un tratto mentre senza guide attraversava il ghiacciaio, egli perdette la forza e precipitò volgarmente colla caldaia fino a Zermatt, nè dopo quella sconfitta ha più osato lasciarsi vedere sul colle.




Altra strana leggenda delle Alpi è quella in cui troviamo, nel genio del male, un ricordo del nordico Wuothan, del quale già parlai come capo dei cacciatori selvaggi. Questo dio, che si potrebbe chiamare il Marte dei Barbari, dilettavasi specialmente di cacce e di battaglie, mentre Voldunus era una divinità dei Celti alla quale consacravasi il fuoco. La sua bizzarra trasformazione medioevale avvenne sulle Alpi di Vaud, ove egli prese anche il nome di Vaudai o Wodan. La leggenda che lo riguarda accenna, forse al pari del combattimento sostenuto da San Bernardo, alla lotta acerba fra il paganesimo e la nuova legge d’amore; ed essa narra che or sono circa 1500 anni Wodan, essendo costretto a ritirarsi innanzi al cristianesimo vittorioso, scelse come suo ultimo baluardo sulle Alpi l’alta punta dei Diablerets a 3250 metri; ma spiacendogli la solitudine volle intorno tutto lo splendore della sua corte infernale, ed imperava sopra innumerevoli schiere di demoni, di streghe e di dannati. Pur fra tante anime maledette non trovava pace sulle alte vette delle Alpi, perché sembravagli che da un momento all’altro sarebbe vinto sull'ultimo suo baluardo; ed egli decise finalmente di fare quanto potrebbe, per ottenere una suprema vittoria, e vendicarsi in modo terribile dei suoi nemici. Con questo desiderio nell’animo perverso, chiamò tutti i suoi sudditi e diede loro ordine di seguirlo, poi in aspetto maestoso, discese dal suo trono eccelso, per andare verso le sorgenti del Rodano. I demoni neri in volto e cogli occhi sfavillanti, i dannati orribili che gettavano all’aria montana urla di dolore e maledizioni tremende; le streghe coi capelli irti sulle fronti ingiallite, gli stavano intorno in aspetto minaccioso, e vi era guerra fra le montagne ed il cielo, in un violento imperversare della tormenta; mentre il vento flagellava le rocce ed il fulmine colpiva nelle valli armenti e villaggi.




Finalmente Wodan sedette sopra un trono formato dalle acque del Rodano, sollevatesi al suo comando, e andò seguendo la corrente del fiume. Egli aveva sul capo un serto fiammeggiante, mentre in una mano stringeva lo scettro di fuoco, e ridendo in modo spaventevole si avvicinava sempre in mezzo alla sua corte paurosa verso le prime case abitate dai cristiani; finché ordinò al Rodano di cominciare una terribile opera di distruzione, volendo che precipitasse nella valle con impeto violento e travolgesse ogni cosa nella sua rabbia. Il fiume ubbidì: in un istante le acque livide, spumeggianti, balzarono contro le rocce, frangendosi con violenza innanzi ai massi enormi che facevano ostacolo alla loro furia, e Wodan rideva ancora, mentre le grida di trionfo dei suoi seguaci coprivano la gran voce del fiume, che toccava quasi le modeste case di un villaggio chiamato San Maurizio; quando in un baleno l’acqua non poté andare avanti. Con furia maggiore il Rodano percosse le rupi, balzando più scuro, più minaccioso ancora; ma la croce venerata dai santi difendeva il villaggio, e Wodan umiliato e vinto dovette ritornare su certe altissime cime delle Alpi, donde soffia con violenza il terribile Vaudaire, o vento del diavolo, che passa sibilando nelle foreste, e solleva l’acqua dei laghi. Ma il vecchio dio, dopo la sua terribile sconfitta, rimane con maggior frequenza sulla cima dei Diablerets, ove comanda al fulmine ed alla tormenta; ed in mezzo alla sua corte infernale, fra la quale arrivano di continuo le anime dei suicidi, egli cagiona infiniti danni alle valli, colla caduta di nuove frane, ed il rovinio di spaventevoli valanghe.




Forse questa leggenda è anche il ricordo di una terribile inondazione del Rodano, della quale trovai memoria nella storia ecclesiastica dei Franchi, di Gregoire de Tours; ma se ciò non fosse si potrebbe domandare a quale terribile invasione dei barbari accennasi in questa leggenda delle Alpi. Non è facile indovinarlo, ma il Rodano a dispetto del suo corso, così breve, vicino a quello di altri maggiori fiumi di Europa, doveva avere le sue leggende bizzarre. La sua importanza somma, innanzi alla fantasia popolare, è stata cagionata dal ricordo di lotte tremende avvenute nelle regioni ove scorre, mentre dalle Alpi volge al mare, e dai passaggi famosi d’invasori. 
Così dicesi il suo nome in certe leggende che ricordano il fatto storico del passaggio di Annibale, o che accennano alle invasioni degli Unni. Ritroviamo pure la sua grandezza leggendaria nelle canzoni di gesta, che ricordano le lotte tra i Saraceni ed i Franchi; e credo che si potrebbe scrivere a lungo sulla poesia delle credenze popolari, che si sono formate intorno ad esso, uscendo però anche dalle regioni alpine, ove trovasi ricordo dell’audace impresa del dio Wodan. Il diavolo sulle Alpi di Vaud chiamasi anche Bocan, perchè secondo la credenza popolare assume spesso forma di bouc, caprone, quando è a custodia di un tesoro, o presiede alle colpevoli adunanze del sabato.

Sono pure innumerevoli sulle Alpi della Svizzera tedesca le strane leggende sul diavolo; ma non mi è parso di trovare traccia della credenza nei demoni custodi dei varchi. Vediamo però spesso su quelle montagne il diavolo come costruttore ardito di ponti; ed al pari della leggenda così popolare in Piemonte sulla costruzione del ponte del Diavolo, che trovasi vicino al comune di Lanzo, sulla Stura che scende dalle Alpi, accennano anche ad un patto col nostro eterno nemico le leggende sparse non solo sulle Alpi della Svizzera e nel Tirolo, ma anche in gran parte di Europa intorno alla costruzione dei ponti del diavolo; ed esse ci mostrano quasi sempre lo spirito malefico tratto in inganno da qualche astuto mortale, dopo la terribile promessa fatta.




La leggenda svizzera del ponte del Diavolo sulla Reuss, non ha minore importanza di quella del ponte leggendario sulla nostra Stura; ed essa narra che un giovane alpigiano non poteva andare a visitare la sua fidanzata senz’attraversare la Reuss, con infinito suo disagio e pericolo; o era costretto a fare un lunghissimo giro per giungere fino alla casa ove essa dimorava. Un giorno egli era sopra una piccola altura, e guardava sgomentato le acque furiose della Reuss, straordinariamente ingrossata mentre si scioglievano le nevi sulle montagne. Era pur triste cosa non andare vicino alla fanciulla amata, e di questo egli dolevasi in cuor suo finché esclamò: ‘Ah ! se il diavolo venisse a costruire un ponte laggiù’. Aveva appena pronunziato quelle parole quando si vide allato il diavolo, non già in aspetto spaventevole o grottesco, ma sorridente e con insolita espressione di benevolenza sul volto. Il pastore che era un buon cristiano non si smarrì e guardò in faccia il suo terribile vicino, il quale gli disse che avrebbe in un attimo fabbricato il ponte, sol che gli venisse promessa l’anima del primo essere vivente che se ne fosse avvalso per attraversare la Reuss. Il giovane pastore promise ciò che voleva il diavolo, tale era l’amore ch’egli aveva nel cuore ed il desiderio di vedere fabbricato quel ponte, che gli avrebbe resa agevole la via per andare dalla fidanzata. Il diavolo cominciò subito l’arduo lavoro che però egli seppe compiere in un baleno, secondo la sua promessa; poi con una gioia intensa nel cuore aspettando il prezzo del suo lavoro, rimase sul ponte ardito. Ma il giovane non osava essere il primo ad avvalersene, ricordando la promessa fatta all’infernale costruttore; quando fortuna volle che un camoscio apparisse sulla sponda del fiume. Con piede leggiero s’inoltrò sul bel ponte nuovo e divenne subito preda del diavolo, il quale furente nel vedere che non eragli riuscito di far sua un’anima umana, sbranò la povera bestia gettandone i pezzi sulle rupi vicine.




Un’altra leggenda mostraci San Gottardo come costruttore del medesimo ponte, mentre il diavolo con mille arti infernali provavasi a non fargli continuare l’opera cominciata; ma il ponte si elevò sulla Reuss a suo dispetto, ed all’impressione di meraviglia che provasi nel vedere fra le montagne quell’arditissima costruzione, si unisce un senso di mestizia se pensasi che l’ira degli uomini turbò in quel sito la pace solenne delle Alpi, ove pure si svolgono tanti drammi nelle ardue lotte dell'uomo contro la natura. Nel 1799 quando gli Austro-Russi battevansi contro i Francesi sulle Alpi, e l’azione principale aveva luogo sul Gottardo; gl’Imperiali attaccati con impeto violento dai Francesi, dopo molte ore di accanita difesa si concentrarono nelle gole, presso il leggendario ponte, avendo perduto 2000 uomini fra morti e feriti.

Una leggenda quasi simile a quella che ci fa vedere il diavolo come costruttore del ponte sulla Reuss, ritrovasi in lontano paese. Essa dice che il ponte di Domingo Terne fu fatto dal diavolo che volle aiutare due fidanzati divisi da un fiume. Tutte le sere lo spirito malefico gettava sull’acqua il ponte ove il giovanotto affrettavasi a passare, e lo lasciava eretto finché egli tornava a casa. Vi fu chi si avvide di questo fatto, ed essendo un gran bene per molta gente, se il ponte rimanesse per sempre in quel sito, le cose furono disposte in maniera che un frate poté seguire il giovane, mentre egli passava sul ponte, e benedicendolo prontamente tolse al diavolo la facoltà di farlo sparire e di danneggiarlo in qualche modo.




Altre leggende somiglianti a queste si trovano pure sulle Alpi del Tirolo, e sempre il diavolo si offre a costruire un ponte in sito, ove l’arte umana incontrerebbe immense difficoltà per superare gli ostacoli; come pure egli chiede sempre nel patto infernale l’anima del primo essere vivente che passerà sul nuovo ponte. E come se l’inganno nel quale fu tratto una volta, non bastasse a metterlo in guardia, trovasi invariabilmente chi usando un po’ d'astuzia fa passare sul ponte un animale; che secondo le diverse leggende è un gatto, un cane, un lupo o un topo.
In una leggenda tirolese la bestia rimasta sopra un ponte nuovo fu una capra, alla quale il diavolo acceso d’ira strappò la coda. Anche un ponte del diavolo vedesi nella leggendaria valle bernese di Lauterbrunnen, e molti se ne trovano ancora in Germania ed in Francia; come pure sono numerosi i racconti in cui il diavolo vuole impedire la costruzione di ponti, di chiese, di cappelle; e credo che una delle più antiche leggende scritte su quest’argomento si trovi in una delle versioni della celebre canzone di gesta detta Le Moniage Guillaume.
Essa narra che re Luigi di Francia era assediato in Parigi da un brigante chiamato Isoré, ed egli mandò a chiamare il celebre guerriero Guglielmo d’Orange, che erasi fatto eremita.




Il prode cavaliere accorse per salvare il re, ma giunto nelle vicinanze di Parigi non poté, a causa della sua gigantesca statura, trovar riparo in una piccola capanna che vedevasi sulla strada, ed avvenne un prodigio; perché il tetto dell'umile dimora si elevò insieme alle mura, e Guglielmo poté entrarvi. Egli sfidò Isoré, lo vinse in duello e poté ritornare in una specie di deserto per fabbricare – belement son Moustier – poi si accinse a costruire un ponte sopra un torrente che passava a piè di una collina; ma il diavolo rovinava di notte il lavoro che il guerriero, mutatosi in eremita, aveva fatto di giorno. Il santo uomo ebbe pazienza per un mese intero, poi essendo stanco di vedere distrutta in quel modo l’opera sua, aspettò una sera il diavolo, e quando gli fu vicino l’afferrò per un braccio e lo gettò in un vortice del torrente. Non di rado su qualche pietra in vicinanza di ponti infernali vedesi, come ciò pure avviene sul leggendario Ponte del Diavolo sulla Stura, l’impronta del piede diabolico, che rassomiglia a quello del caprone e del cavallo. In altri siti delle Alpi egli lasciò pure con frequenza l’infernale impronta, e questa vedesi anche vicino ad una piccola cappella dedicata a San Rocco, non lungi da Melchtal in Isvizzera. In quella cappella i pastori di un villaggio, fabbricato assai in alto sulle Alpi, vanno d’estate ad assistere alle funzioni religiose. Essa è fabbricata vicino ad un tranquillo lago alpino e ad una rupe detta il Salto del diavolo. Pare che costui balzò da un altissimo sasso su quella pietra, volendo impedire ai pastori di costruire la cappella; ma non poté andare avanti, e per castigo della sua audacia dovette lasciare sulla rupe, coll'impronta del piede maledetto, una traccia della sua sconfitta.




In certe leggende francesi il diavolo è detto anche il vieux Gérôme o il vieux Guillaume, ed ha secondo il solito, piede di caprone o di cavallo e corna minacciose. Egli porta un mantello rosso, e, secondo certi racconti, assume con frequenza aspetto così imponente che è chiamato – Le grand seigneur. – Spesso monta, al pari di Teodorico divenuto cacciatore selvaggio, un cavallo nero, che ha grande importanza leggendaria, o si mostra in forma di cane barbone; e vario è il modo in cui egli sparisce dopo che si è lasciato vedere dagli uomini. Alcune volte mutasi in vento o fumo coll’indispensabile odore di zolfo, altre volte ancora in pioggia. Spesso la distruzione segna il suo passaggio, le case sono atterrate senza che più riesca agli uomini di rifabbricarle, gli alberi sono abbattuti, e la fertilità cessa nei campi. Se posasi nel suo passaggio sopra un pezzo di legno, questo diventa nero, e le pietre sulle quali si ferma portano l’orma del suo piede maledetto o quella dei suoi artigli. Dicesi che nel 1798 quando giunsero i Francesi nel cantone di Lucerna, preceduti da pessima fama, vi fu chi ricordando forse le strane credenze sui diavoli, guardò curiosamente i loro piedi, perché dicevasi che li avevano simili a quelli dei caproni!Anche su certe pietre dette delle streghe, sulle Alpi, vedonsi secondo la credenza popolare, impronte di piedi di caproni e di artigli enormi, e nella Valle Grande di Lanzo, sulla leggendaria Pietra Cagna, le tracce lasciate dal passaggio di qualche antico ghiacciaio, sono credute impronte segnate dal diavolo in un momento di cieco furore, quando dovette abbandonarla nel Vallone del Torrione.

Una leggenda della Valsesia narra ancora che or sono molti e molti anni un buon giovanotto in una sera d’estate, passava soletto sulla via che da Alagna mette all’alp di Bors per andare a passare qualche ora di allegria, insieme alle fanciulle che stavano a custodia del gregge. A poca distanza dal ponte sulla Sesia, dietro la cappella di Sant’Antonio, il poveretto fece un tristissimo incontro, il quale poteva atterrire gli uomini più coraggiosi; poiché vide sorgere dietro un gran sasso una figura d’uomo altissima e nera, e di certo si trovò di fronte il diavolo, che l’afferrò e gettandolo contro il sasso si provò a strozzarlo. Ma l’infelice riuscì con una mano libera a fare il segno della croce, ed il diavolo urlando in modo spaventevole sparì. Nel macigno scorgesi ancora in modo distinto l’impronta della spalla e della testa di un uomo, a ricordo eterno del caso pauroso.




Altra leggenda assai diversa spiega la causa di certi segni profondamente impressi sopra uno dei molti massi erratici che si vedono ancora in Savoia, sul vasto piano fra Reignier, l’Arve e le montagne di San Sisto. Questi massi, come spesso avvenne anche in altri siti, furono usati dai Druidi come are pei sacrifizi, ed ora al pari dei massi sparsi, come già vedemmo, nel Trentino, in Val di Genova, ciascuno di essi ha un nome. Così vedonsi laggiù – la pietra dei morti – la pietra delle fate – la pietra del tesoro – la roccia del diavolo – il passo del cavallo – ed è quest’ultimo masso il quale ha la sua leggenda bizzarra, e trovasi non lungi dal villaggio di Arbusigny.

Troveremo in altre leggende delle Alpi ricordo di Pilato e di Erode, ma la leggenda del – passo del cavallo – dovrebbe superare le altre in antichità, poiché risale fino a Noè! Dicesi che dopo la scelta da lui fatta degli animali che volle ritirare nell’Arca, tutti quelli che al pari di tanti uomini rimasero in balìa delle acque invadenti, si diedero a precipitosa fuga; o con rara prudenza cercarono siti ove credevano di trovar sicuro riparo. Fra questi un cavallo, pazzo di terrore, saltò sul masso erratico nel piano in vicinanza di Arbusigny e si credette al sicuro, ma parecchi uomini pensarono che sarebbe stato per loro gran ventura se potevano salirgli in groppa. Essi non vi riuscirono perché il cavallo difendevasi gagliardamente, ed a forza di battere sul sasso lasciò l’impronta dei ferri, i quali, a quanto pare da questa leggenda, si usavano già nei tempi antidiluviani. Però a nulla valse il suo egoismo, perché a poco a poco le acque salirono e lo travolsero nella loro furia.




Anche nelle leggende così numerose sulle Alpi, intorno ai tesori, che secondo le credenze popolari trovansi ad ogni passo, appare con frequenza il diavolo, quando le belle regine delle montagne, i draghi spaventevoli o i nani, che hanno però tutti qualche cosa d’infernale, non sono addetti alla loro custodia.
Una di queste leggende parla del così detto oro del sole, che ritrovasi pure in molte regioni alpine, e che forse potrebbe nella sua lontana origine collegarsi a qualche mito solare, oppure ci ricorda l’uso che si ebbe di chiamare certe monete – d’oro del sole. – In ogni modo, secondo la leggenda, un certo cavaliere Runo di Gastelen era uomo avido di ricchezze, il quale avrebbe fatto volentieri un patto col diavolo per divenire l’uomo più ricco del suo paese. Il diavolo conobbe il suo segreto pensiero e gli apparve un giorno, quando egli era sopra una montagna, in vicinanza del suo castello. Questa volta, come avviene quasi sempre, la leggenda si adatta all’ambiente e ci mostra il diavolo in aspetto nuovo. Egli si lasciò vedere dal Cavaliere Runo, come uomo di alta statura, con un bastone nodoso in mano, i piedi di caprone ed il muso d’orso, e fece subito un patto coll’avido signore, che senza curarsi della terribile importanza della sua promessa, anelava solo al momento di vedere le nuove ricchezze che gli erano state promesse. Con un sol cenno del suo bastone il diavolo fece avvenire sulla montagna un cambiamento meraviglioso. Le rupi, gli altissimi abeti, i fiori alpini divennero in un baleno di un oro così lucente, che vinceva al paragone lo splendore del sole; ma il rapace cavaliere non poté reggere a lungo nel guardare il fulgore che lo circondava, ed ebbe appena il tempo di vedere quali tesori erangli donati dal diavolo; poi perdette la vista per sempre, ed ammalandosi pure gravemente pel dolore di non poter guardare l’oro cotanto amato, divenne presto preda del diavolo. Lo splendido tesoro è però sparito sotto terra, ma una volta all’anno, nel Venerdì Santo, a mezzanotte, appare di nuovo sulla montagna; dalle rupi e dagli alberi partono raggi di vivissima luce e scintille; all'alba tutto ritorna nella terra, senza che sia dato ad alcuno di possedere il tesoro del Cavaliere Runo.




Anche altre leggende delle Alpi svizzere e tirolesi accennano all’apparizione, in certe epoche determinate, di splendidi tesori, i quali mandano una luce vivissima sulle montagne; mentre sempre avviene che non riesce agli uomini d’impossessarsene; ma nella Vallemaggia trovasi una variante nelle leggende sui tesori, i quali, secondo la credenza popolare, appariscono pure in quella regione, nella notte di Natale o nel Sabato Santo, quando si celebra la Messa. Questi tesori appartengono agli spiriti delle montagne che li mostrano così all’aperto; essi spariscono subito innanzi agli uomini, e potrebbe solo impossessarsene chi vedendoli fosse pronto a gettare un oggetto sui cumuli d’oro. Forse in queste innumerevoli leggende sui tesori, che sono quasi sempre sotto la custodia del diavolo, si possono anche avere lontanissime reminiscenze di miti solari; confusi stranamente colla convinzione che in tante regioni delle Alpi si trovano preziose miniere d’oro, a scoprire le quali molte persone perdettero il tempo inutilmente o con poco risultato; essendovi anche però delle regioni ove l’oro si trovò in abbondanza, come nella Bessa, vicino alla Serra Biellese; immenso deserto coperto di ciottoli e stranamente sconvolto, ove si dice che Roma mandasse a cercar l’oro.




Era inevitabile che specialmente nei tempi in cui per combattere il lusso e la corruzione di una civiltà decrepita, si predicavano con maggiore entusiasmo le virtù dell’umiltà ed il merito della povertà, le ricchezze essendo ritenute come fonte di perdizione, il diavolo fosse innanzi alla fantasia popolare addetto alla custodia dei tesori; e non solo nelle leggende delle Alpi e di tutta la Germania lo troviamo destinato a quest’ufficio, ma le leggende francesi ce lo mostrano come padrone di tutte le ricchezze che si ascondono nelle viscere della terra; dicendolo beato se può riuscirgli di menare a perdizione un’anima che aneli al loro possesso.
Il Monte Cistella, dal quale scorgesi tanta parte della catena delle Alpi, sta come gigante fra il paesaggio maestoso e indescrivibile che abbraccia il Monte Rosa, il Monte Bianco, la Jungfrau, il Breitt e l’intera catena delle pittoresche Alpi Bernesi. Esso ha pure la sua importanza leggendaria, ed in Varzo e Valle Antigorio dicesi che racchiuda tesori e che: Però mi sembra che la riputazione del Monte Cistella non giunga all’altezza di quella che ha in Val Grande di Lanzo la Pietra Cagna, che già dissi, secondo la credenza popolare, trasportata dal diavolo, poiché vuolsi che:Bec Ceresin e Pietra CagnaValgon più di Francia e Spagna.
Ma ritornando al Monte Cistella, esso ha pure, come dimora prediletta di misteriosi spiriti, la stessa importanza della cima dei Diablerets, del Monte Pilato, del Monte Canino e di altri colossi alpini, intorno ai quali narransi in maggior numero portentosi racconti. Vi è pure chi dice che nel Monte Cistella si trovano pozzi di mercurio, ma coloro che li vedono e vanno a prendere recipienti per attingerne, non li trovano più al loro ritorno. I pastori raccontano che il Piano del Cistella è il gran salone da ballo del diavolo, e che ne incoglierebbe male a chi si trovasse di notte lassù, mentre forse Satana vi tiene corte bandita e si odono urla e grida che fanno spavento.




Parecchi volumi non basterebbero a contenere tutte le leggende delle Alpi in cui entra il diavolo, e che trovansi specialmente nelle regioni appartenenti all’Italia, alla Svizzera ed all’Austria. Ora dirò solo che secondo il concetto che ho potuto farmi sui racconti creati dalla fantasia popolare, che vide apparire Satana sull’immensa catena, si trova in essi, in modo assai spiccato, la grande influenza che l'ambiente ha sull’animo degli uomini.
Dante che aveva in cuore un alto ideale della bellezza nell’arte, ed era avvezzo alla classica forma degli antichi, volle, descrivendo molti demoni, attenersi pure alle credenze sparse da tante leggende popolari; ma non diede neppure a Lucifero la deformità abominevole e triviale, che la figura del diavolo ha con tanta frequenza, in certe leggende ed in molti dipinti del Medioevo.

Gli alpigiani che stanno fra paesaggi grandiosi ed imponenti, e sono avvezzi a vedersi dinanzi la meravigliosa bellezza delle montagne, adattano la figura di Satana all’ambiente che li circonda. Essi lo descrivono quasi sempre come terribile o vinto signore di monti altissimi e di valloni spaventevoli, e danno una grandezza epica alla sua figura gigantesca. Altre volte se lo mettono in condizione più umile, e fanno vedere la sua malizia infernale vinta dall’astuzia degli uomini, o dal potere soprannaturale dei Santi; la sua figura non è neppur tale da far provare indicibile ribrezzo e nausea a chi può immaginarla secondo il concetto popolare. Ed anche se appare nelle leggende delle Alpi in forma di caprone, di drago, di cavallo, basta risalire fino ai miti oscuri delle religioni diverse, per ritrovare l’antica grandezza epica di certe figure, che ricordano il genio del male, il quale doveva essere vinto innanzi allo splendore eterno della Croce….