giuliano

mercoledì 8 luglio 2020

& CIARLATANI (5)




















Precedenti capitoli divisi e/o condivisi fra...:

Eretici e... (4/1)















…Non ho mai potuto allontanarmi da alcuno a causa di una differenza di opinioni, né prendermela col suo giudizio per non essere d’accordo con me in una cosa da cui alcuni giorni più tardi avrei forse dissentito io stesso. Non ho genio alle dispute di religione, e ho spesso ritenuto saggio declinarle, specie se in posizione di svantaggio, o quando la causa della verità poteva soffrirne della debolezza del mio patrocinio; là dove desideriamo venire informati, è bene discutere con uomini al di sopra di noi; ma per rafforzare e fissare le nostre opinioni, la miglior cosa è discutere con giudizi al di sotto del nostro, sì che le frequenti spoglie e le vittorie sulle loro ragioni possano fondare in noi stessi una stima e una rafforzata opinione delle nostre.

…Non ogni uomo è un degno campione del vero, e neppure atto a raccogliere il guanto di sfida nella causa della verità: molti, per ignoranza di queste massime e uno sconsiderato zelo di ciò che è vero, hanno attaccato troppo temerariamente le truppe dell’errore, e rimangono come trofei ai nemici della verità.




Un uomo può essere con lo stesso diritto in possesso della Verità così come di una città, e trovarsi tuttavia costretto ad arrendersi; è quindi di gran lunga preferibile goderne in pace, anziché cimentarla in battaglia. Se sorgono pertanto dubbi sul mio cammino, io li dimentico senz’altro, o li rimando per lo meno a quando il mio giudizio meglio fecondato e la ragione più matura siano in grado di risolverli; poiché mi rendo conto che la stessa ragione di un uomo è il suo miglior Edipo e, con una tregua ragionevole, trova il mezzo di sciogliere quei vincoli con cui le sottigliezze dell’errore hanno incatenato i più arrendevoli e deboli fra i nostri giudizi.




In Filosofia, dove la verità appare bifronte, non vi è uomo più paradossale di me; ma in teologia amo percorrere la strada maestra, e con fede umile, benché non cieca ed assoluta, mi piace seguire la gran ruota della Chiesa, con la quale io procedo, senza riserve di speciali poli o movimenti originati dall’epiciclo del mio cervello; in tal modo non lascio adito a errori, scismi o eresie di cui, presentemente, spero di non offendere la verità se dico di non avere né macchia né tintura, devo confessare che i miei studi più giovanili sono sati contaminati da due o tre di queste, non generate dai secoli più avanzati, ma vecchie e in disuso, di quelle che mai sarebbero potute resuscitare, se non ad opera di menti bizzarre e indipendenti come la mia; poiché le eresie non periscono certo con i loro autori, ma come il fiume Aretusa, benché perdano la loro corrente in un luogo, esse risorgeranno in un altro: un concilio generale non è in grado di estirpare una sola eresia; questa può venir cancellata per il momento, ma la rivoluzione del Tempo e gli identici aspetti del cielo la riporteranno in vita, ed essa prospererà allora, finché non venga nuovamente condannata; poiché, come se esistesse una metempsicosi e l’Anima di un uomo passasse in un altro, le opinioni dopo certi cicli trovano indubbiamente e uomini e spiriti simili a quelli che per primi le generarono…




Non occorre attendere l’anno di Platone per rivedere noi stessi; ogni uomo non è soltanto se stesso: ci sono stati molti Diogeni e altrettanti Timoni, benché solo pochi di quel nome; le vite degli uomini vengono rivissute, il mondo è ora com’era nelle età trascorse, non ci fu alcuno allora senza che ci sia stato da quel tempo altri, che egli stia alla pari, e che in un certo qual modo è il suo rivissuto…

Non sono mai riuscito a saziarmi della contemplazione delle meraviglie appartenenti alla Natura: il flusso ed il deflusso del mare, l’ingrossarsi del Nilo, il volgersi dell’ago verso nord, e mi sono perciò studiato di trovare il loro corrispondente e parallelo nelle più evidenti e trascurate opere della Natura; e questo quanto posso fare, senza spingermi oltre, osservando la cosmografia del mio stesso io; portiamo dentro di noi quelle meraviglie che cerchiamo al di fuori: vi è tutto un Continente con i suoi prodigi: noi siamo quell’audace ed avventurosa opera della Natura, da cui chi la studia saggiamente apprende quello per cui altri si affaticano esaminando le diverse parti di un trattato e un volume senza fine.




Sono due così i libri da cui ricavo la mia teologia; accanto a quello scritto da Dio, un altro della sua serva Natura, che è il manoscritto pubblico e universale aperto agli occhi di tutti; coloro che non lo videro mai nell’uno, l’hanno scoperto nell’altro: fu questa la Sacra Scrittura e la teologia dei pagani; il corso naturale del Sole portò costoro a tributargli una maggior ammirazione di quanta la sua posizione soprannaturale ne ottenne dai figli di Israele; gli effetti ordinari della Natura destarono un maggiore entusiasmo negli uni, che tutti i suoi miracoli negli altri; indubbiamente i pagani erano più capaci di leggere quelle mistiche lettere, di quanto lo siano i cristiani, che vogliono uno sguardo attento a questi comuni geroglifici, e non ci degniamo di succhiare la teologia dai fiori della Natura.

Né io dimentico a tal punto Dio, da adorare il nome della Natura; che non è da me definita, con le Scuole, come il principio del moto e del riposo, ma come quella linea dritta e regolare, quel corso determinato e costante con cui la sapienza di Dio ha disposto le azioni delle sue creature, a seconda delle loro diverse specie.




…Io ritengo che vi sia una bellezza generale in tutte le opere di Dio, e che non esista quindi deformità nelle creature di qualsiasi genere e specie; e non esiste, quindi, deformità se non nella mostruosità, in cui pur nondimeno esiste una specie di bellezza, escogitando la Natura con tanta ingegnosità quelle parti irregolari, da renderle talvolta più notevoli della struttura principale. Per esprimermi ancora più esattamente, non vi mai nulla di brutto e deforme, eccettuato il caos; in cui pur tuttavia, a voler esser precisi, non ci fu deformità, non esistendo allora la forma e non essendo stato ancora impregnato dalla voce di Dio.

Ora, la Natura, non è in dissidio con l’arte, né l’arte con la Natura, essendo entrambe al servizio della sua provvidenza. L’arte è il perfezionamento della Natura: se il mondo fosse ora come lo era il sesto giorno, ci sarebbe ancora un caos: la Natura ha fatto un mondo e l’arte ne ha fatto un altro. In breve, le cose sono tutte artificiali, poiché la Natura è l’arte di Dio.




Più amo e prego la Natura e più di concerto scopro e ora vi confesso che nelle Scritture ci sono storie che certamente superano le favole dei poeti, e che ad un lettore cavilloso fanno lo stesso effetto di Gargantua o di Bevis: che si esaminino, infatti, le leggende tutte dei tempi passati e i concetti favolosi di questi presenti, e sarà difficile trovarne uno che meriti di far da scudiere a Sansone; pure tutto questo è facilmente possibile, se concepiamo un concorso divino o un influsso che semplicemente derivi dal mignolo dell’Onnipotente.

E’ impossibile che alla debolezza della nostra comprensione non debbano manifestarsi irregolarità, contraddizioni e antinomie, nel discorrere dell’uomo o nell’infallibile voce di Dio: potrei io stesso mostrare un elenco di dubbi che, a quanto mi risulta, non sono stati finora immaginati o sollevati da alcuno, e che non sono risolti al loro primo presentarsi, non essendo quesiti stravaganti e nemmeno obiezioni campate in aria: poiché non posso sentir parlare di atomi in teologia. Posso leggere la storia della colomba che fu mandata fuori dall’arca e mai ritornò, senza tuttavia domandarmi come ritrovasse il compagno che non l’aveva seguita; che Lazzaro fu resuscitato dalla tomba, senza tuttavia chiedere dove se ne stesse in attesa la sua anima nel frattempo; o senza sollevare una questione giuridica per stabilire se il suo erede potesse legittimamente trattenere l’eredità assegnategli dalla sua morte, e se egli, benché richiamato in vita, non potesse più accampare alcun diritto a quanto gli era appartenuto.




Non discuto la possibilità che Eva fosse ricavata dal lato sinistro di Adamo, poiché non so ancora con certezza quale sia il lato destro dell’uomo, o se esista una tale distinzione nella Natura; credo che sia stata fatta dalla costola di Adamo, pure non sollevo una questione sul chi dovrà sorgere con quella costola alla resurrezione; o sulla possibilità che Adamo fosse ermafrodito, come sostengono i rabbini interpretando alla lettera il testo, poiché è cosa affatto contraria alla ragione che dovesse esistere un ermafrodito prima che esistesse una donna, o una composizione di due nature prima che ne fosse composta una seconda.  

Allo stesso modo, se il mondo sia stato creato in autunno, estate, o primavera; poiché fu creato in tutti; poiché qualsiasi segno abbia il sole, quelle quattro stagioni sono di fatto esistenti: è della Natura di questo luminare distinguere le diverse stagioni dell’anno, e ciò è quanto esso fa contemporaneamente sull’intera Terra, ed in successione nelle varie parti di questa.
Vi è un mucchio di sottigliezze, non solo in filosofia, ma nella teologia, indicate e discusse da uomini ritenuti eccezionalmente capaci, che non sono in verità degne delle nostre ore libere, e ancor meno dei nostri studi… più seri…
  
(T. Browne, Religio Medici)











giovedì 2 luglio 2020

IL DIALOGO DEI CANI (2)





















Precedenti capitoli:

Di due cani (lungo la strada)

& Il capitolo testamentario completo (3)

Prosegue fra...:

Eretici e ciarlatani (4/5)














‘Ma dove volete’,

…replicò l’altro,

‘che il mio capocomico abbia abiti paonazzi per dodici cardinali?’.

‘Ebbene, se me ne toglie anche uno soltanto’,

…rispose il poeta,

‘io gli darò la mia commedia tanto facilmente come potrei mettermi a volare. Corpo di Bacco! E vorreste mandare in rovina una scena così grandiosa? Immaginate un po’, di qua, che figura farà in teatro un sommo pontefice con dodici solenni cardinali e con tutto il seguito che per forza si devon tirar dietro. Giuro al cielo che sarà uno dei più grandi e solenni spettacoli che mai si sia visto in una commedia, foss’anche quella del Mazzolino di Daraja!’.

A questo punto mi persuasi del tutto che il primo era un poeta e il secondo un attore.




L’attore consigliò al poeta di tagliare un pochino sui suoi cardinali, se non voleva rendere impossibile al capocomico la rappresentazione del lavoro; al che il poeta rispose che doveva ringraziarlo se non ci aveva messo dentro tutto il conclave ch’era riunito durante i memorabili fatti che voleva richiamare alla memoria della gente nella sua magnifica commedia; il comico rise, e lo lasciò alle sue occupazioni per andare a fare il mestiere, ch’era quello di studiare una parte per una nuova commedia.

Il poeta dopo aver scritto qualche altra strofa del suo capolavoro, con molta compostezza e molto tono tirò fuori di tasca alcuni tozzi di pane e una ventina di chicchi d’uva passa, che a quel che mi pare, gli contai a uno a uno, e sono ancora in dubbio se fossero proprio tanti, perché insieme con essi c’erano, a far numero, certi bricioline di pane che li accompagnavano.




Ci soffiò sopra e fece cadere le briciole e poi, uno alla volta, si mangiò i chicchi d’uva con tutti i gambi, giacché non gliene vidi buttar via nemmeno uno, spingendoli giù con i tozzi di pane che, colorati com’erano dalla fodera della tasca, sembravano ammuffiti, ed erano talmente duri di indole che, sebbene egli cercasse di ammorbidirli girandoseli in bocca molte e molte volte, non riuscì a smuoverli dalla loro ostinazione.

Il ché ridondò infine a mio vantaggio, perché me li tirò dicendo:

‘TOH! TOH! PRENDI, E BUON PRO TI FACCIANO!’.

‘Guarda un po’,

…dissi tra me,

‘che nettare e che ambrosia mi dà questo poeta, sebbene sogliano dire che di ciò si mantengono gli Dèi e il loro Apollo, su in cielo!’.




In realtà, almeno per la maggior parte, la miseria dei poeti è grande; ma il mio bisogno era più grande ancora, se mi costrinse a mangiar quello ch’egli buttava via. Finché durò la composizione della sua commedia, egli non tralasciò un sol giorno di venire nell’orto, né a me vennero a mancare tozzi di pane, perché egli li divideva con me con grande liberalità; poi ce ne andavamo alla noria, dove, io a quattro zampe ed egli con il secchio, ci si toglieva la sete come due re. Ma poi il poeta non venne più, ed in me la fame giunse a tal punto che decisi di abbandonare il mio amico e di andarmene in città a tentare la sorte, ché chi cerca trova...




Alla morte di don Chisciotte e dopo le prime condoglianze e la logica agitazione, gli amici lì riuniti, la governante e la nipote non seppero bene cosa fare, anche se poi, piano piano, agirono in modo ordinato durante il resto del giorno, quasi quella fosse allo stesso tempo la prova generale e il debutto di una così triste e memorabile giornata, e fecero quanto ritenevano indispensabile per confortare il dolore degli altri, alleggerendo in questo modo il proprio.

Alla morte di don Chisciotte… e dopo, presso non più il capezzale, ma dall’Ospedale alla Tomba, eterno Sepolcro ed Altare del sommo Maestro, e con lui accompagnato, chi al meglio lo ha dapprima creato e poi resuscitato, qual specchio della grande Anima araldo della nobile dimenticata casata, ornare edificando lo Spirito avvilito e vilipeso, coniare  sommo Dialogo e motto: profilo con due cani affamati di saggia antica dismessa somma Verità…




SCIPIONE. Amico Berganza, lasciamo questa notte l’ospedale in guardia della Fiducia e ritiriamoci in questo luogo solitario, su queste stoie, dove, senza che nessuno ci veda, potremo godere di quest’insolito favore che il cielo ci ha fatto a tutte e due nel medesimo tempo.

BERGANZA. Fratello Scipione, io sento che tu parli e so che io parlo a te, né posso persuadermene, perché mi pare che il parlar noi passi i limiti del naturale.

SCIPIONE. È vero, Berganza, e tanto maggiore viene ad essere questo prodigio in quanto che parliamo non solo ma parliamo e ragioniamo, come se fossimo capaci di ragione; mentre tanto ne siamo privi che la differenza tra il bruto e l’uomo consiste nell’essere l’uomo animale ragionevole e il bruto no.

BERGANZA. Quanto tu dici, o Scipione, io lo capisco; e il dirlo tu e il capirlo io mi è causa di nuova maraviglia. Ben è vero che nel corso della mia vita spessissimo e in diverse occasioni ho sentito ricordare i grandi pregi che noi abbiamo, tanto che pare ci siano stati alcuni i quali hanno volentieri creduto che noi abbiamo in molte cose un istinto particolare così vivo e così fino da offrire indizio e argomento che poco manca a dimostrare che abbiamo un non so che d’intelligenza, capace di ragionamento.




SCIPIONE. Quel ch’io ho sentito lodare ed esaltare è l’aver noi molta memoria, la gratitudine e la fedeltà nostra, tanto che si è soliti dipingerci come simbolo dell’amicizia. E cosí avrai visto (se ci hai badato) che sulle tombe di alabastro su cui di solito sono ritratti quelli che lí giacciono sotterrati, mettono, quando sono marito e moglie, fra l’uno e l’altro, giù da piedi, una figura di cane per significare che si serbarono in vita amicizia e fedeltà invidiabile.

BERGANZA. So bene che ci sono stati cani così riconoscenti che si sono buttati dentro la stessa sepoltura con i morti corpi dei loro padroni; altri che si sono accucciati sui sepolcri dove erano sotterrati i loro proprietari, senza più discostarsene, senza più mangiare fino a lasciarsi morire; so pure che dopo l’elefante, il primo a sembrare di avere intelligenza è il cane, poi il cavallo e in ultimo la scimmia.

SCIPIONE. Così è, però ben vorrai confessare di non avere mai visto né sentito dire che qualche elefante, o cane, o cavallo o bertuccia abbia parlato; perciò son per credere che questo nostro parlare così a un tratto rientra nel numero di quelle cose che son chiamate prodigi, al mostrarsi e all’apparire dei quali l’esperienza ha dimostrato che qualche grande calamità minaccia il mondo.




Alla morte di don Chisciotte tutto si fece un po’ più confuso ma anche più chiaro di prima…

…E accadde anche un’altra cosa…

…Alla morte di don Chisciotte, i più ingenui (o più ignoranti) pensarono che anche le sue storie avrebbero avuto fine (per abdicare il sogno ad innominati incubi, per tacitare ed abdicare la Natura ad ingannevoli sofferenze neppure svelate in tutta la loro abietta statura in ciò che compone sofferto contrario principio alla Lei per sempre avverso), proprio come, anche se il paragone non è elegante, si vuol dire: morto il cane, niente più rabbia.




BERGANZA. Grazie, amico Scipione, perché se non mi avvisavi, tanto mi andavo infervorando a dire che non mi sarei fermato finché non ti avessi esposto un libro intero, di quelli che mi tenevano in inganno. Ma verrà tempo che potrò dir tutto con migliori ragioni e con miglior procedimento d’ora.

SCIPIONE. Guardati un po’ ai piedi e disfarai l’arcolaio Berganza; voglio dire che tu rifletta che sei un animale privo di ragione e che, se ora mostri averne un po’, siamo rimasti tutti e due d’accordo essere cosa soprannaturale e non mai veduta.

BERGANZA. Così sarebbe se io stessi nell’ignoranza di prima; ma ora che m’è venuto a mente quel che avrei dovuto dire al principio della nostra conversazione, non soltanto non mi maraviglio del mio parlare, ma sono stupito di quello che tralascio di dire.

SCIPIONE. Ma allora, non puoi dire quello di cui adesso ti ricordi.

BERGANZA. È una certa avventura che mi accadde con una gran fattucchiera, discepola della Camaccia di Montiglia.

SCIPIONE. Voglio che me la racconti prima che tu vada avanti nel racconto della tua vita.

BERGANZA. No davvero, finché non sia tempo. Abbi pazienza e ascolta, per ordine come mi sono accaduti, i miei casi, ché così ne avrai più piacere; se pure il desiderio di conoscere quei di mezzo prima di quei di cima, non ti sia molesto.

SCIPIONE. Sii breve e racconta quel che vuoi e come vuoi.




BERGANZA. Dico dunque che io mi trovavo bene con l’ufficio di guardiano del gregge, parendomi di mangiare il pane dei miei sudori e delle mie fatiche, e che l’ozio, causa e padre di tutti i vizi non avesse a che fare con me, perché riposavo il giorno; non dormivo la notte, dovendo stare all’erta per gli assalti che ogni poco ci davano i lupi. E appena i pastori mi avevano detto: al lupo, Rossino! io correvo prima degli altri cani verso dove m’indicavano che c’era il lupo. Mi davo a correre per le valli, frugacchiavo per i monti, penetravo nei boschi, saltavo botri, attraversavo strade e la mattina facevo ritorno al branco senza aver trovato del lupo neppur la traccia, ansimante, sfinito che cascavo a pezzi, con i piedi spaccati dai rovi; e nel branco trovavo ora una pecora uccisa ora un montone sgozzato e mangiato mezzo dal lupo. Io mi disperavo nel vedere quanto poco servisse il mio tanto zelo la mia tanta diligenza. Capitava il padrone del gregge: i pastori gli uscivano incontro con la pelle della bestia uccisa: lui incolpava di trascuratezza i pastori e ordinava di castigare i cani come poltroni. Sopra di noi piovevano legnate e sopra di loro rimproveri. 




Perciò un giorno che mi vidi castigato senza aver colpa, e che la mia attenzione, sveltezza e bravura non giovavano a cogliere il lupo, mi decisi a cambiare modo, non più stancandomi per cercarlo, com’ero solito,  lontano dal gregge, ma tenermi sempre vicino a questo. Poiché li veniva il lupo, lì più sicuro sarebbe stato il prenderlo. Ogni settimana si dava un allarme; e una notte scura scura, pure riuscii a scorgere i lupi da cui il gregge non avrebbe potuto guardarsi. Io mi accovacciai dietro un cespuglio; i cani, miei compagni, passarono oltre; spiando di lì, vidi che due pastori, agguantato un montone, fra i migliori dell’ovile, l’ammazzarono sì che la mattina sembrò che davvero il lupo fosse stato il carnefice. Gran sorpresa fu la mia, stupefatto al vedere che i lupi erano i pastori e che quegli stessi sbranavano la mandria i quali avrebbero dovuto guardarla. Al loro padrone facevano subito sapere che il lupo aveva predato, gli davano la pelle e parte della carne; essi poi se ne mangiavano il più e il meglio. Il padrone, da capo a rimproverarli, e da capo anche il castigo ai cani. Lupi non ce n’era e il branco scemava! Avrei ben voluto svelare la cosa, ma non avevo la favella; e tutto questo intanto mi riempiva di maraviglia e di amarezza.

‘Dio buono! dicevo fra me; chi potrà metterci riparo a questa iniquità? Chi sarà capace di far comprendere che il difensore è che offende, che le sentinelle dormono, che la fiducia è ladra e che colui che vi bada è quello che ammazza?’.

(Prosegue alla morte di don Chisciotte [capitolo completo] )










domenica 7 giugno 2020

VERSO IL VELOCIPEDE (34)



















Precedenti capitoli:

Di una grande 'invenzione' (33)














...Altra data storica e memorabile è quella del ’29 Floreale anno 12°’ (19 marzo 1804), che vide rappresentata in un teatro parigino – il Vaudeville – una commedia intitolata ‘I Velociferi’.

Finalmente, nel 1809, la nuova macchina è anche consacrata alla pubblica utilità, e viene usata ‘per servizio’ dagli impiegati amministrativi. Giungiamo ora fino al 1818. Per passare dal celerifero primitivo al velocipede, era indispensabile che nel campo della tecnica venissero risolti due problemi di capitale importanza: render mobile la ruota anteriore affinché l’apparecchio potesse convenientemente diretto; adattare poi ad una delle ruote un sistema di propulsione che rendesse tale propulsione continua.





Logicamente i due perfezionamenti dovettero seguirsi nell’ordine indicato, poiché l’equilibrio sulla bicicletta è dato appunto dalla mobilità della ruota anteriore, che permette lo sviluppo delle forze centrifughe necessarie alla stabilità. Questo principio indispensabile, di rendere articolata la ruota anteriore alla macchina la libertà di direzione, venne per la prima volta applicato da un barone badese, agricoltore e ingegnere: Drais de Sauerbron. E dal suo nome il nuovo apparecchio venne chiamato draisienne. In fondo, la draisienne non era che un velocifero articolato: il cavaliere sedeva sopra una sella e dirigeva la macchina mediante una specie di manubrio adattato alla ruota anteriore.

Il barone Drais – a quanto riferiscono le cronache del tempo – credette veramente di aver fatta una meravigliosa scoperta, e si dilettò a annunziarla, ‘urbi et orbi’, con non troppa modestia. E come ogni eccesso chiama reazione, così la prima troppo vantata draisienne, presentata in pubblico a Parigi, nel giardino di Tivoli, ottenne più che altro un successo d’ilarità.





La Germania considerava il barone Drais come l’inventore del velocipede: è però certo in ogni modo che la sua invenzione fu molto conosciuta. Egli nacque a Karlsruhe nel 1780 e vi morì nel 1851; indubbiamente fu una caratteristica figura del suo tempo. Fece viaggi a Vienna, a Parigi, a Londra ed anche in America per far conoscere la sua invenzione, ma essa non ebbe, in nessuna parte del mondo, gran favore presso i suoi contemporanei.

In Francia si volle poi contestata al barone Drais la paternità dell’invenzione a lui attribuita. Il ‘Petit Journal’ cita come suo predecessore Achille Vivot, mentre un giornale inglese, ‘The Well World’, rivendica alla Gran Bretagna l’onore della scoperta, attribuendola a Denis Johnson. Pare che l’una e l’altra versione siano dovute a ‘chauvinismes’ locali; è però certo che non si trattava di macchine la cui concezione fosse dovuta a eccessiva genialità. Così infatti può dirsi del successore immediato della ‘draisienne’, il ‘pedestrian hobby-horse, ideato e costruito in Inghilterra verso la fine del 1818, da certo Krnight.





Di nuovo e di notevole l’hobby-horse non poteva vantare che il fatto d’essere costruito interamente di ferro, e d’essere quindi il primo ‘velocipede’ metallico apparso, per quanto ci consti, sulla faccia della Terra. Si ricorda altresì che questa nuova macchina ben che atrocemente perseguitata dai caricaturisti di allora – primo il celebre Cruikshank – ottenne perfino le graziose preferenze delle misses londinesi, che non esitarono – historia docet – a mostrarsi in pubblico graziosamente atteggiate sul novissimo cavallo non ancora d’acciaio.

L’hobby-horse morì, se così storicamente può dirsi, nel 1820, e nessuna delle applicazioni del vecchio principio, tentate negli anni successivi, val la pena d’essere riportata. Ritroviamo nel 1839, una vettura ‘manomotiva’ inventata in Inghilterra, che però non ebbe applicazioni pratiche, e nel 1853 una nuova macchina, composta di una unica ruota gigantesca, portante due persone – pur che fossero di identico peso – su di una sorta di prolungamento del suo assecentrale, dall’uno e dall’altro lato. Questo apparecchio, chiamato ‘pedocaedro’, sembra pure non sia mai stato costruito.





1855: questa data segna una importante pietra miliare della storia del velocipedismo, come quella che vide per la prima volta le emancipazioni dell’antico e vieto sistema, incomodo e inefficace, della spinta con i piedi contro il suolo. L’ingegnoso e semplice perfezionamento della applicazione dei pedali alle ruote è dovuto al fabbro meccanico Michaux di Parigi. Prescindendo dalla infantilità della prima applicazione, che una stampa dell’epoca ci rappresenta in modo rudimentale ma evidente, è certo che lo storico disposto a una certa larghezza di vedute non può a meno di riconoscervi il ‘principio’ di una fase completamente nuova.

L’invenzione di Michaux, non appena i contemporanei ne ebbero riconosciuta l’importanza, suscitò polemiche aspre ed ebbe acerrimi nemici denigratori. Al fabbro parigino si volle contestare la paternità della idea geniale, che venne invece attribuita a certo Pietro Lallement, operaio carrozziere, nato a Pont-a-Moussou. Costui avrebbe fatte in Francia, nel 1863, le prime prove che sortirono esito infelice; emigrato in America nel 1866, avrebbe ritentata l’applicazione del suo trovato, e non con fortuna migliore. Ritornato in patria, quando Mchaux già erasi affermato inventore del pedale, ebbe partigiani e fautori che vollero rivendicargli la gloria, allora assai futura, di aver creato il velocipede a pedali.





Se dobbiamo credere a una incisione del tempo, la macchina di Lallement aveva anche non dubbi pregi di estetica, e certo rappresentava un miglioramento notevole del rozzo tipo meccanico di Michaux. D’altronde oggi ancora può solo dirsi che la maggioranza riconosce in Machaux l’inventore del pedale, mancando gli elementi per una unanimità di giudizio.

Il 1867 segna il principio di un periodo importante: il periodo industriale.

Lallement, al suo ritorno, trova che Michaux, industrialmente dotato di non comune iniziativa, ha munita la sua macchina di un freno – un volgare freno a paletta, agente sulla ruota posteriore. Ma è tuttavia un nuovo utilissimo elemento che ritrova la sua pratica applicazione. L’esposizione del 1867 rivela al gran pubblico il nuovissimo sport, e le prime macchine a pedale di ‘marca’ francese sono vendute in Inghilterra al modesto prezzo di 25 sterline!





Lallement ne imprende la fabbricazione, pubblica dei… cataloghi, riceve ordinazioni di macchine ‘su misura, secondo la lunghezza delle gambe del cavaliere’; insegna finalmente ai velocipedisti di allora – e per la prima volta – di premere sui pedali con la parte anteriore del piede. Intanto certo James Carrol, ex socio di Lallement, lancia per suo conto la macchina francese nel Nuovo Mondo. Lellement morì nel 1870, dopo aver conseguita, per tutto il suo lavoro e non senza l’aiuto di un processo giudiziario, la somma di 10.000 franchi. E Michaux padrone del campo fonda la più importante fabbrica di velocipedi dell’epoca, sotto la ragione sociale ‘Michaux & C’. (più tardi Compagnie Parisienne), che impiegò fin da principio 500 operai.

Ben che da questo punto possa veramente iniziarsi la storia del velocipede trasformato per successivi miglioramenti in veicolo sufficientemente pratico nella sua concezione generale, e tuttavia lecito ricordare come e quanto noi dobbiamo oggi riconoscere, in questo breve sguardo retrospettivo, che la macchina lanciata in quei tempi dalla ‘Compagnie Parisienne’ non poteva essere considerata se non un principio, grossolanamente completo del concetto meccanico del velocipede moderno non solo, ma anche dei monumentali congegni oggi scomparsi, e che pure segnavano sul primo tipo di macchina a pedale, un progresso notevolissimo. E gioverà per ciò ricordare che tutte le parti   del velocipede Michaux, nel 1870, erano di legno, con cerchi di ferro alle ruote, costituendo un complesso pesantissimo.





Ma i perfezionamenti furono rapidi e radicali. Si cominciò con l’applicazione di un freno, agente, come già dicemmo, sulla ruota posteriore: nel mezzo de manubrio era attaccata una cinghia di comunicazione con la paletta del freno medesimo il quale si poteva stringere facendo girare il manubrio, mobile nel suo asse, a mezzo delle manopole. Intanto nuove modificazioni erano indispensabili; diminuire le trepidazioni e i sobbalzi della macchina, che ne rendevano faticosissimo l’uso, ed alleggerirne il peso, allora di circa 40 chilogrammi.

Certamente la genialità degli inventori, nel 1870, non trovò l’appoggio e il conforto di una opzione pubblica favorevole; anzi i fautori del nuovissimo mezzo di trasporto ebbero a sostenere asprissime lotte e persecuzioni vere e proprie. Il misoneismo inconsulto dei governanti d’allora – che d’altronde sotto alcune forme rivive ancora oggi, forse meno ingiustificato, in alcune contrade d’Europa, contro lo sport automobilistico – non poté tuttavia opporsi, per nostra fortuna, al graduale progredire della nuova industria.

(U. Grioni, Il ciclista)












sabato 6 giugno 2020

L'INCONTRO CON I CIUKKI (tribù nativa) (32)
















Precedenti capitoli:

Della 'Grande Depressione' (31)

Prosegue in...:

Bicicletta (33/4) 














Il ‘finto’ Capitano, al contrario, era piccolotto, quasi nano, tanto che ai tempi dell’Arena veniva chiamato Salgarello. Nel terzo dei tre necrologi che Salgari scrisse in occasione del suicidio dell’esploratore vengono raccontati nel dettaglio l’arrivo della bara alla stazione di Verona e la partenza verso il Piemonte. Un quarto di secolo dopo, compiendo lo stesso identico percorso – ma in direzione opposta - anche la bara del suicida Salgari passerà dalla stessa stazione, diretta al cimitero di Verona.

Quel mattino di agosto di 130 anni fa, Salgari aveva preso il testimone da Bove. E la realtà dal primo stava per scivolare nel mondo di fantasia del secondo…

Leggendo le biografie dei personaggi di cui stiamo seguendo le tracce, mi imbatto in una matassa di altre coincidenze che ha come fulcro proprio il suicidio.

Strano, penso di fronte a ciò che sembra diventare un vero e proprio tormentone: non solo Bove e Salgari si sono ammazzati. Si suicideranno anche i figli di Salgari, Romero e Omar, e anche il padre Emilio si era tolto la vita gettandosi dalla finestra a Verona. Così pure si suiciderà il futuro marito di Luisa, vedova Bove. E si suiciderà anche Furio, primogenito di un altro personaggio che incontreremo in queste pagine, Edmondo De Amicis: Furio De Amicis si sparerà un colpo di pistola alla tempia sotto un albero (come Bove) al parco del Valentino, a Torino.




Indecifrabili tutti questi suicidi, rifletto davanti ai libri, alle fotografie e alle fotocopie di altri libri sparpagliati sulla mia scrivania. Non riesco più a raccapezzarmi di fronte a tutte queste morti volontarie.

Strano, tanto più che a quel tempo non si era ai primi dell’Ottocento, quando togliersi la vita invocando la propria amata era divenuto un gesto alla moda, mettendo in atto ciò che gli psichiatri hanno poi definito ‘effetto Werther’.

Non c’era pietà per i suicidi nella bigotta Italia di allora.

Le spoglie del Capitano Bove vennero portate a Genova dalla vedova. Ma a Genova la bara fu rifiutata:

‘Niente funerale per un suicida da noi’

le risposero!

‘No, non c’è posto per lui insieme agli altri al campo santo’.




La vedova decise allora di ripiegare su Aqui Terme, la cittadina vicino a Maranzana, paese natale del Capitano. Ma anche qui resistenze a non finire che sfociarono in un clima di tensione. Dicono le cronache riportate dalla Gazzetta di Aqui che il giorno della tumulazione, domenica 14 agosto, il prete non volle officiare il funerale. Alla vedova tra le lacrime venne persino rifiutato di apporre una lapide sulla tomba del marito.

Chi si credeva quello per decidere di andarsene per suo conto?

Lungo la strada del cimitero era accorsa una folla silenziosa: Bove era pur sempre una celebrità nazionale, allora. Curiosi che volevano veder passare la bara del famoso esploratore. Ma tra i presenti non figurava il sindaco di Aqui, tal avvocato Accusani del Partito clericale. E suonava molto stridente, quasi beffardo, ciò che aveva dichiarato Bove nella sua lettera di addio, come avesse ribaltato l’ordine delle cose:

‘Ringrazio Dio di avermi spinto al triste passo’.

Ma sapeva ciò che stava scrivendo? O era talmente disperato da non rendersene conto? Ci vuole una certa dose di presunzione per decidere autonomamente la propria uscita di scena (qualcuno lo pensa ancora oggi).




La vita non appartiene a noi stessi, si sa: c’è ben altro che sovraintende alla nostra esistenza! Colpevole di una tale offesa, la damnatio memoriae cadde inesorabile come una scure sul poveretto. E presto il grande pubblico si dimenticò di lui e del suo significativo passaggio tra i vivi durato trentacinque anni, tra il 1852 e il 1887.

Rimosso per colpa di quell’ultimo, imperdonabile, gesto, Bove entrò nel buio. Eppure un ghiacciaio, un monte e un fiume in Patagonia oggi portano il suo nome. Così come un promontorio sull’isola Dickson oltre il circolo polare artico, e anche una vecchia base scientifica italiana in Antartide. Nel mondo occidentale Giacomo Bove significa qualcosa.

In Italia molto meno.

Ma non penso sia stato solo il velo nero della Chiesa ad aver sancito la definitiva rimozione dell’esploratore piemontese. Forse ha concorso in misura maggiore un certo disinteresse degli italiani per lo studio della geografia, di cui esploratori e vecchi alpinisti sono i portabandiera. Nelle scuole della Gran Bretagna si studiano le esplorazioni ai poli come da noi si studiano le guerre d’indipendenza, e si tengono appassionanti lezioni sulle vicende di Shackleton a bordo dell’Endurance. L’esploratore polare e premio Nobel per la pace Fridtjof Nansen è, in Norvegia, un eroe nazionale come da noi lo sono Mazzini o Garibaldi.

E Bove, in Italia, chi lo conosce? 

(Marco Albino Ferrari, La via incantata) 




           

VISITA DI MENKA, CAPO DEI CIUKKI


Questa mattina fummo visitati dal capo dei Ciukki della Penisola omonima, il quale dimora a Markowa e trovasi da queste parti per riscuotere il tributo delle popolazioni poste lungo la spiaggia di questa penisola. Wassily Menka, non appena messo piede a bordo, ci presentò un ‘ukase’ scritto in russo nel quale era considerato come il capo dei Ciukki della parte orientale della baia di Coliucin, i quali dovevano ubbidirgli e pagargli quei tributi che egli sarebbe andato a riscuotere.

Questo ‘ukase’ portava il timbro della Cancelleria imperiale di Ircutsk. Fu fatto scendere nel quadrato, ed egli, vedendo alcuni quadri appesi lungo le parti e credendoli santi, cominciò a gesticolare dinanzi ad essi facendosi a più riprese il segno della croce e borbottando certe preghiere senza darsi il minimo pensiero delle persone che gli stavano intorno. Finita che ebbe la sua preghiera dinanzi ad un quadro che rappresentava una visita notturna di Romeo, ci salutò con lunghi ‘probasci’ (unica parola che sapesse di russo e che vuol dire buongiorno).




Nordquist, che giunge già a farsi capire in ciukkcio, gli rivolse diverse domande. Rispose che veniva da Markowa, distante dieci giorni, e che, lasciate le sue renne ad una giornata di marcia a monte di Pitlekai, s’era spinto con una slitta e due schiavi a detto villaggio, non tanto attiratovi dal tributo che doveva riscuotere dagli abitanti di Pitlekai, quanto dalla notizia del nostro arrivo, che a quest’ora credo abbia già fatto il giro di tutta la penisola. Gli furono offerti dei sigari, che egli fumò colla voluttà che impiega un barbaro quando arriva a mettersi in bocca uno di questi malanni dell'umanità; ma ciò che gli stava a cuore era la bottiglia di cognac.

Il Menka, di capo non ne ha certamente la presenza: è piccolo e con una faccia delle più brutte che si possano immaginare. Gli si domandò quando ripartiva per Markowa, rispose: dopodomani; allora il professor Nordenskiold lo pregò di portare una lettera al Governatore di Anadirsk, ove si diceva che la ‘Vega’ era giunta all’est della Biaia di Coliucin, e si attendeva che le acque si facessero libere per continuare il nostro viaggio.




Gli furono consegnate, chiuse tra due tavolette, anche delle lettere personali, e Hovgaard e Nordquist seguirono Menka sino al suo prossimo accampamento. Menka volle vedere quello che le tavolette contenevano e apertele tirò fuori la lunga lettera al Governatore, la spiegazzò dinanzi al popolo e cominciò con un sangue freddo ammirabile a leggere, benché il brav’uomo non si fosse accorto che il foglio era capovolto.

Menka gode di tutta l’autorità di un capo e su di questo pare non voglia transigere. Ed invero, sia che si trovi nella tenda che lo ha ospitato, sia fuori di essa, i restanti stanno a rispettosa distanza e si fanno un dovere se non un piacere di prevenire qualunque suo desiderio. Del resto la nostra presenza nella rada di Pitlekai deve aver servito non poco ad aumentare la sua autorità, poiché egli ebbe l'onore di scendere nel nostro quadrato.




Intanto Menka non è partito; alle 9 viene nuovamente a bordo e, nel mentre stava nel nostro quadrato, gli fu annunziato l’arrivo di tre distinti personaggi. Si slanciò sulla prua per riceverli e senza avvedersene pose il suo trono presso un luogo poco decente. I tre signori montarono a bordo e levatisi il berretto baciarono per tre volte Menka, che li abbracciò affettuosamente e restituì loro il bacio. Dopo aver salutato anche noi, questi uomini cominciarono con Menka una lunga chiacchierata.

Questi tre Ciukki vengono dal Colima e sono diretti allo stretto di Bering per fare acquisto di pellicce. Vestono finissime pellicce di renna come veste Menka, il quale oggi però ha pensato bene di indossare una lunga ‘zimatra’, che, a giudicare a lume di naso, doveva essere una volta bianca, ma che oggidì darebbe dieci punti alla famosa camicia della non meno famosa Regina Isabella.

Menka è appassionatissimo della musica e della danza: gli basta di sentire strimpillare uno strumento qualunque che si anima di una gioia quasi selvaggia, e comincia a dimenare le gambe, piedi, testa, sì da farlo credere invaso dal…demonio…

Ed invero, per lui deve essere ben qualche cosa più di un demonio quella piccola scatola la quale senza dar segno alcuno di vita manda suoni che gli scendono fin nel profondo del cuore…