giuliano

martedì 15 maggio 2018

FORS'ANCHE (SOLO) TACIUTE (36)





















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Anime incompiute (35)

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In memoria di Don Marco Marioni ovvero i Geni della Foresta (37)














Il Profeta che ti appare ed il suo Universo, lo scruti nella giusta preghiera di un intero mondo taciuto, forse lo hai visto, e quando ti sei avvicinato ed hai contemplato l’Assoluto, ammiri la vita nel cosmo compiuto. Vi sono Spiriti dimorare e rinascere ad altre nature, risorgere così ai loro sentimenti opere ed errori, in questo nulla possono eccetto il Principio. Chi risentito e prigioniero, anche nella bellezza per sempre pregata o rifiutata, alla ricerca del comune principio Spirito desiderato, vuol tornare in verità e per il vero all’originale Natura…, per questo hai udito le tante voci di Eretici prigionieri della materia, ora godono il ‘consolamentum’ del sogno dell’eterna via destinata.
Poi risorgeranno con il loro ‘peccato’ a nuova vita!
Chi in verità attende resurrezione dei corpi divisa e pregata nei gironi di ugual vita, anche se con nomi diversi, Inferno Purgatorio o Paradiso, ha inventato una strana dottrina per svelare e narrare la Natura. Ha inventato un falso sentiero, cedere ad un Dio incompiuto il passo di un  parola assente al Suo giudizio per abdicarla alla verità taciuta dell’opera mia… Se fosse così meschina e misera la vita, o la Natura da me solo sognata e pensata, sarei incompiuto per ciò che appare Infinito. 
Sarei più piccolo del Creato, Frammento di quanto pensato.
L’Universo che scruti e vedi, viaggi ammiri e brami, dove formuli numeri e teorie, è uno specchio fra te e il Dio pregato e cercato.
Il Tempo?
Un inganno con cui abbandonano la Verità della dimensione cercata, se osservi attentamente la strana teoria, vedrai altri Universi prima del principio della… Vita… Così potrai comprenderne la verità muta ed invisibile alla dimensione della tua via… Nell’inganno del Tempo creato ove la materia stende lo spazio osservato… Compongo nei miliardi di anni luce non ancora giunti alla comprensione della tua vista, una diversa Rima… Quando l’immagine si ricompone fra secoli millenni milioni miliardi di spazi contati, scoprirai galassie dove se scruti vedrai la vita, e forse un pianeta ove appena eretta una strana ‘dottrina’ ciecamente pregata… ed osservata…
Ti guarderai come eri e diverrai, ma quando poggerai l’occhio smarrito all’Albero della Vita, Universo taciuto, sarai al capolinea della terrena venuta, avrai mutato il corso d’un pensiero sogno incompiuto, scorgerai l’errore della vita dominata, godrai dello scempio della Terra ora albero secco e muto morto all’opera (tua) compiuta. Una lacrima nel sotterraneo del rifugio bagnerà il viso, vedrai una terra piatta da un Oceano di continenti unita, e nei secoli rinascerai al piccolo tuo sogno di gloria incarnato in un Dio di potenza giudice del peccato mai consumato. Pensa governare la Terra, quando in verità tutto in lei più morto di prima.
Vedrai una terra, un pianeta, una foglia ed un Albero di vita…
Ma te che ti fai beffa dell’opera sei alla fine di ciò che pensi la cima, Sentiero cui hai dominato e confuso la vita…
Quel pazzo assiso senza parola privato del nesso della vita, che pensano aver smarrito la retta via… ha scritto e scoperto in silenzio il segreto dell’intera ed infinita segreta immateriale sua essenza… Mortificherai la verità, braccherai Dio, calunnierai il Suo mistero… ed ad un Teschio condannerai la retta Parola…  

Così in questo spazio tridimensionale mi accorgo che in realtà la nostra percezione tende a trascurare e condizionare, per nostro limite, altre dimensioni o visioni. Ciò che non vediamo composto nella materia della vista o percepito con l’udito, non esiste. Esiste solo ciò di cui si compone l’immagine ed il proprio elemento, ciechi e sordi di fronte al simmetrico suo specchio e riflessa nell’armonia dell’invisibile, né vista né udita, ma radice, dell’universale pianta che ammiriamo in silenziosa preghiera. L’essenza prima sulla quale poggia la teoria della ‘meccanica quantistica’ risiede in questa specifica intuizione nella definizione di moto dal micro al macrocosmo della materia visibile e quantificabile.
Quando immaginiamo una scala, in senso prettamente metafisico, tocchiamo per il vero le ragioni della fisica. Ma dobbiamo adoperare un’immagine surreale, che non si assommi nella Babele della propria altezza, bensì cerca di allontanarsi da quel giogo di gravità intesa in termine fisico e culturale a cui siamo assoggettati quale condizione della visione stessa, quando uno stesso mezzo, il più antico nella sua efficacia, relegato in una singola visione e non interagendo con le altre. Se pensiamo l’uomo, la storia da lui creata, lo spazio occupato ed i presunti risultati conseguiti da quando riscontriamo i segni della sua presenza su questo pianeta, ci accorgiamo che per rispondere ad alcune domande circa il dubbio (nonché ciclico così come poco fa espresso circa la ‘grammatica’ quale scrittura composta di  interrogativi in virgole e punti distribuiti) operato raggiunto nei secoli dobbiamo rivolgerci ad altre scienze e discipline. Ci sono insufficienti argomentazioni attendibili circa i temi trattati da alcune discipline sulla natura umana. Dobbiamo cercare, così come faremmo nel cosmo, altri elementi per spiegare la sua natura per poi prevederne e capire dinamiche passate e future distribuite entro la dimensione dello spazio e tempo, in una probabile freccia del tempo se l’Universo ne contenga una o molteplici.
Nell’evoluzione della materia conosciamo questa direzionalità irreversibile, ed attraverso questa scala così immaginata aspirare al concetto precedente l’Universo, cui proveniamo in assenza di tempo direzione e reversibilità. Per poi decifrare più che capire, visto la distanza della materia osservata, visto la profondità dell’abisso scavato, visto l’impossibilità della percezione ottenuta attraverso questa vista, questo sguardo, questa intuizione, questo sogno. Quindi l’uomo con i propri limiti i quali riconducibili ad uno specifico DNA acquisito nei milioni di anni connesso a fattori bio-chimici da cui la vita nella totalità estensiva della propria evoluzione, ed in cui per l’appunto, nessun ‘senso’ o elemento esulare dall’intero contesto interagendo con gli altri, l’ecosistema vita si rivela in base a questo principio . Ma anche cotal fisica via, mi sembra comprendere, contiene un aspetto riduttivo e fors’anche selettivo ridotta alla materia (precipitata composta e successivamente ‘corrotta’), se pur spiega molte più cose di quanto siamo abituati ad esaminare e studiare secondo le discipline attuali, le quali tendono evidenziarne il profilo psicologico nel contesto sociale in cui calato l’essere umano nel quotidiano vivere esulando in verità e per il vero da molti altri metafisici aspetti fondamentali per una più retta e saggia comprensione di una probabile ed invisibile dinamica.
Certo, leggere l’umano attraverso un ‘codice a barre’, è come leggere un libro chiuso cui è stato affidato il compito ad operatori incaricati del suo commercio nel magazzino e scaffale della storia. La storia in realtà comprende più aspetti, più letture e chiavi di interpretazione. Più fattori che uniti assieme  convergono o divergono, creando nel cosmo della vita molteplici interpretazioni ed evoluzioni. Psicologiche sociali antropologiche genetiche filosofiche scientifiche e via dicendo.
Così quando ci accingiamo alla nostra costruzione, alla nostra scala, in puro senso metafisico, siamo attenti ai ‘legni’ adoperati per erigerla aspirando innanzitutto alla somiglianza dell’essenza della radice, per la quale i motivi del frutto visibili opposti che convergono. Uno ben godibile dalla corteccia al ramo quale immagine di vita, l’altra invisibile ed essenza del principio cui la sostanza dipende. La funzione della radice indispensabile, metaforicamente parlando, nel  ciclo della vita, la quale ci riconsegna grazie alla fotosintesi a quel processo costante ed essenziale per l’esistenza nel nostro ed altrui benessere. Pensare di abbattere ciò che è imprescindibile ed indispensabile per la vita per diversa fonte di sussistenza e con questa guadagno e profitto per tutti gli interessati, significa non voler progredire ed evolversi nel senso scientifico della parola; bensì regredire con tutte le immediate conseguenze e successivi disagi che si palesano a breve e lunga scadenza. Migliorare la qualità della vita non significa solo guardare ai grandi traguardi conseguiti dalla scienza in questi ultimi anni, bensì vedere la ‘scala’ così come noi la intendiamo nella reale costruzione per la quale è stata pensata.

 Di solito però vivevamo giorno per giorno nella severa ritiratezza del nostro Eremo. Esso era edificato ai margini delle Scogliere di Marmo, nel mezzo di una delle isole pietrose che interrompono qui e la terra fertile dei vigneti.
...Dalla terrazza si passava ella biblioteca per una porta a vetri. Nelle serene ore mattutine questa  porta era interamente aperta, sicché fratello Ottone sedeva al suo ampio tavolo come se fosse in giardino. Entravo sempre volentieri in questa camera, alla cui parete le verdi ombre del fogliame pareva giocare, ed il silenzio era appena interrotto dal pigolio degli uccelli usciti da poco dal nido e dal vicino ronzio delle api.
Presso la finestra su di un cavalletto era disposta la grande tavola da disegno, e alle pareti si susseguivano file di libri sino al soffitto. La fila inferiore era disposta in un compartimento alto, opportuno per gli in-folio, per il grande Hortus Plantarum Mundi e per le opere con illuminatore a mano, quali ormai più non si stampano. Sopra quel compartimento sporgevano i ripostigli, che si potevano ancora ampliare mediante tavole, coperte di carte occasionali o dei fogli ingialliti degli erbari. Quei cassetti contenevano anche una raccolta di piante, che noi avevamo estratte da miniere di calce e di carbone, e fra di esse parecchi cristalli, che si usano esporre come soprammobili, e che a volte si soppesano in mano, per trastullo, nel meditato conversare.
Sopra le cassettiere si innalzavano le file di volumi di formato minore, una raccolta di opere botaniche non molto vasta ma completa di tutto quanto prima d’allora era apparso sulla coltivazione dei gigli. Questa parte della biblioteca si distingueva in tre diversi rami, formati cioè dalle opere circa la struttura, il colore e il profumo del giglio.
...Eravamo venuti all’Eremo con il piano di dedicarci a profondi studi circa le piante, e cominciammo,secondo l’ordine del respiro e dell’imporci un regime nella nutrizione. Come tutte le cose di questa terra, anche le piante ci vogliono parlare, una mente chiara è necessaria per comprenderne il linguaggio.
(E. Junger, Sulle scogliere di marmo) 

      (G. Lazzari, L'Eretico Viaggio) 













       

sabato 12 maggio 2018

IL CUSTODE DELLE ANIME (34)



















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Il custode delle Anime (33)

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Anime incompiute (35)













Theodore il poeta



Da ragazzo, Theodore, te ne stavi lunghe ore
sulla riva del torbido Spoon
a fissare con occhi incavati la tana del gambero,
in attesa di vederlo, mentre spinge avanti,
prima le antenne ondeggianti, come festuche,
e poi subito il corpo, color steatite,
gemmato con occhi di gaietto.
E ti chiedevi rapito nel pensiero
cosa sapesse, cosa desiderasse, e perché mai vivesse.
Ma poi il tuo sguardo si volse agli uomini e alle donne
che si nascondono nelle tane del destino in grandi città,
per veder uscire le loro anime,
e così capire
come vivessero, e per che cosa,
e perché s'affannassero tanto a strisciare
lungo la strada sabbiosa dove manca l'acqua
quando l'estate declina.




Russel Kincaid


Nell'ultima primavera che vissi,
in quegli ultimi giorni,
me ne stavo nell'orto abbandonato
dove oltre la distesa di verde scintillavano
le colline di Miller's Ford;
così a contemplare il melo
col suo tronco decrepito e i rami secchi,
e i verdi germogli dai fiori delicati
sparsi sull'intrico scheletrico,
che mai avrebbero dato frutti.
E stavo là con lo spirito avvolto
da carne quasi morta, i sensi intorpiditi,
ripensando alla giovinezza e alla terra giovane, -
fantomatici fiori dal pallido splendore
sui rami esanimi del Tempo.
O terra che ci lasci prima che il cielo ci prenda!
Fossi stato almeno un albero che rabbrividisce
di sogni di primavera e giovinezza frondosa,
sarei caduto nel ciclone
che m'avrebbe strappato al dubbio dell'anima e gettato
dove non c'è né terra né cielo. 

(E.L. Masters; Antologia di Spoon River)














martedì 8 maggio 2018

SUL COMMERCIO DELL'ANIMA E DEL CORPO (31)









































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Sul commercio dell'Anima e del corpo (30)

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Sul commercio dell'Anima e del corpo (32)














Qui Sobakeviè scosse perfino la testa con rabbia. ‘Blaterano: istruzione, istruzione, ma questa istruzione - pfui! Direi anche un'altra parola, solo che a tavola non sta bene. In casa mia è diverso. In casa mia quando c'è il maiale, via, servi in tavola tutto il maiale, se c'è montone, - porta qua tutto il montone, se un'oca - tutta l'oca! Meglio che mangi solo due piatti, ma mangi a sazietà, finché ne ho voglia’.

Sobakeviè confermò coi fatti questa affermazione: si rovesciò mezzo quarto di montone nel piatto, mangiò tutto, rosicchiò e succhiò fino all'ultimo ossicino.

‘Sì’ pensò Èièikov, ‘questo qui è una buona forchetta’. ‘In casa mia è diverso’ diceva Sobakeviè, pulendosi le mani nel tovagliolo, ‘in casa mia non è come da un Pljuškin qualsiasi: ha ottocento anime e vive e mangia peggio del mio pastore!’. ‘E chi è questo Pljuškin?’ domandò Èièikov. ‘Un imbroglione’ rispose Sobakeviè. ‘Uno spilorcio come è difficile immaginarne. In galera i forzati vivono meglio di lui: ha fatto crepare di fame tutta la sua gente’. ‘Davvero!’ intevenne Èièikov con partecipazione. ‘E lei dice che da lui, sul serio, la gente muore in grande quantità?’. ‘Come le mosche, crepano’. ‘Come le mosche! Possibile? E mi permetta di chiedere se abita lontano da lei?’. ‘A cinque verste’. ‘A cinque verste!’ esclamò Èièikov e sentì perfino un lieve batticuore. ‘Ma uscendo dal suo portone, sarà a destra o a sinistra?’. ‘Le consiglio di ignorarla addirittura la strada che mena da quel cane!’ disse Sobakeviè. ‘È più perdonabile andare in qualche posto indecente, piuttosto che da lui’. ‘No, non l'ho chiesto per qualche fine particolare, ma solo perché m'interessa conoscere luoghi di ogni genere’ rispose allora Èièikov.




Dopo il quarto di montone seguirono delle focacce alla ricotta, ognuna delle quali era molto più grande del piatto, poi un tacchino grosso come un vitello, ripieno di ogni ben di Dio: uova, riso, fegatini e chissà che altro ancora, tutta roba che si bloccava sullo stomaco. Con ciò il pranzo si concluse; ma quando si alzarono da tavola, Èièikov si sentì più pesante di un intero pud. Andarono in salotto, dove si trovava già, in un piattino, della marmellata che non era né di pere, né di prugne, né di frutti di bosco, e che del resto non fu toccata né dall'ospite, né dal padrone di casa. La padrona uscì per metterne anche negli altri piattini. Approfittando della sua assenza, Èièikov si rivolse a Sobakeviè, il quale, sdraiato in poltrona, ansimava un pochettino dopo un sì lauto pranzo ed emetteva dalla bocca dei suoni inarticolati, segnandosela e coprendola ogni momento con la mano. Èièikov gli rivolse queste parole:

‘Vorrei parlarle di un affaruccio’. ‘Ecco dell'altra marmellata’ disse la padrona di casa, tornando con un piattino, ‘rafano cotto nel miele!’. ‘La prenderemo più tardi’ disse Sobakeviè. ‘Adesso va' in camera tua, che io e Pavel Ivanoviè toglieremo il frac e faremo un riposino!’. La padrona aveva già espresso l'intenzione di mandare a prendere piumini e cuscini, ma il padrone disse: ‘Non fa niente, riposeremo in poltrona!’ e lei uscì. Sobakeviè chinò un poco il capo, preparandosi ad ascoltare in cosa consistesse l'affaruccio.




Èièikov cominciò molto alla lontana, toccò in generale tutto l'impero russo e ne lodò molto la vastità, disse che eppure l'antico impero romano era stato così grande, e che gli stranieri giustamente se ne meravigliavano...Sobakeviè ascoltava tutto, a capo chino. E che per le leggi vigenti in questo Stato, la cui gloria era ineguagliata, le anime censite che avevano concluso il corso dell'esistenza venivano comunque valutate alla stessa stregua di quelle vive, fino alla consegna di una nuova lista di revisione, per non oberare in tal modo gli uffici pubblici di una quantità di insignificanti e inutili documenti e non aumentare la complessità del meccanismo statale, già così complesso... (Sobakeviè ascoltava sempre, a capo chino) - e che tuttavia, per quanto giusto fosse questo provvedimento, esso finiva col risultare gravoso per molti proprietari, giacché li obbligava a pagare un tributo come per un soggetto vivo; e che egli, per la stima personale che aveva di lui, era pronto perfino ad assumersi in parte questo onere veramente gravoso. Riguardo all'argomento principale Èièikov si espresse con grande prudenza: non chiamò mai morte le anime, ma soltanto inesistenti. Sobakeviè ascoltava sempre come prima, a capo chino, e nulla di simile a un'espressione appariva sulla sua faccia. Sembrava che in quel corpo l'anima non ci fosse affatto, oppure che fosse non dove si conviene, ma, come in Košèej l'Immortale, in qualche posto oltre le montagne, e ricoperta da una scorza così spessa, che qualunque cosa si fosse mossa nel suo fondo non avrebbe prodotto il minimo turbamento in superficie.




‘E dunque?...’ disse Èièikov, aspettando la risposta non senza apprensione. ‘Le servono delle anime morte?’ domandò Sobakeviè molto semplicemente, senza il minimo stupore, come se si trattasse di grano. ‘Sì’ rispose Èièikov e di nuovo attenuò l'espressione aggiungendo: ‘inesistenti’. ‘Si troveranno, perché no...’ disse Sobakeviè. ‘E se si troveranno, allora a lei, senza dubbio... farà piacere sbarazzarsene?’. ‘D'accordo, sono disposto a venderle’ disse Sobakeviè, che aveva già alquanto alzato la testa e capito che il compratore doveva certo averci il suo tornaconto. ‘Al diavolo’ pensò Èièikov fra sé, ‘questo qui vende prima che io abbia detto 'bah'!" e chiese ad alta voce: ‘E ad esempio quale sarebbe il prezzo? Benché, del resto, sia un articolo tale... che è perfino strano parlare di prezzo...’. ‘Mah, per non chiederle troppo, cento rubli l'una!’ disse Sobakeviè. ‘Cento!’ esclamò Èièikov, restando a bocca aperta e guardandolo dritto negli occhi, non sapendo se aveva sentito male o se la lingua di Sobakeviè, muovendosi male per la sua naturale pesantezza, avesse pronunciato per sbaglio una parola al posto di un'altra. ‘Perché, le sembra caro?’ replicò Sobakeviè e poi aggiunse: ‘E quale sarebbe, allora, il suo prezzo?'. 





‘Il mio prezzo! No, qui dev'esserci un errore oppure non ci capiamo, abbiamo dimenticato di cosa stiamo parlando. Io ritengo da parte mia, mettendomi la mano sul cuore, che ottanta copeche l'anima sia il prezzo massimo!’. ‘Eh, buona questa, ottanta misere copeche!’. ‘Ebbene, a mio giudizio, credo che di più non si possa’. ‘Ma non vendo mica ciabatte’. ‘Però ne convenga anche lei: non sono neanche uomini’. ‘Dunque lei crede che troverà qualcuno così stupido da venderle un'anima censita per ottanta copeche?’. ‘Ma permetta: perché le chiama censite, quando le anime stesse sono morte da un pezzo, e ormai non resta altro che un suono impercettibile ai sensi. Del resto, per non entrare in ulteriori discorsi su questo argomento, sia pure, le darò un rublo e mezzo, ma di più non posso’. ‘Dovrebbe vergognarsi anche solo a nominare una cifra simile! Contratti, dica un prezzo serio!’. ‘Non posso, Michail Semënoviè, mi creda, in coscienza, non posso: quello che non si può fare, non si può fare’ diceva Èièikov, e tuttavia aggiunse un altro mezzo rublo. ‘Ma perché fa tanto l'avaro?’ disse Sobakeviè. ‘Non è mica caro! Un altro imbroglione la ingannerebbe, le venderebbe degli scarti, e non anime; mentre i miei son tante noci piene, di prima qualità: chi non è artigiano, è comunque un contadino robusto. Osservi lei: ecco, per esempio, il carrozziere Micheev! Non ha più fabbricato una sola carrozza che non fosse a molle. E non come quei lavori fatti a Mosca, che durano un'ora soltanto: roba solida, e lui stesso le tappezza e le vernicia!’.





Èièikov aprì la bocca, per osservare che Micheev, però, da un pezzo non era più di questo mondo: ma Sobakeviè, come si suol dire, era entrato nel vivo del discorso, e da lì gli eran venuti la scioltezza e il dono della parola:

‘E Probka Stepan, il carpentiere? Ci scommetto la testa che non lo trova più un mužik così. Che marcantonio! Se avesse prestato servizio nella guardia, Dio sa che cosa gli avrebbero dato, due metri e quindici di statura!’.

Èièikov di nuovo voleva osservare che anche Probka non era più di questo mondo; ma Sobakeviè, evidentemente, aveva preso l'aire: da lui fluivano tali torrenti di parole, che bisognava solo ascoltarlo:

‘Miluškin, fornaciaio! Poteva allestirti un forno in qualsiasi casa. Maksim Teljatnikov, calzolaio: un colpo di lesina ed eccoti gli stivali, e che stivali coi fiocchi, e la vodka non sapeva neanche che cosa fosse. E Eremej Sorokoplëchin! Ma questo mužik da solo varrebbe per tutti: commerciava a Mosca, e solo di tributo in denaro mi portava cinquecento rubli l'anno. Ecco che gente! Non come quella che le venderebbe un Pljuškin qualsiasi’. ‘Ma permetta’ disse finalmente Èièikov, sbalordito da un così copioso profluvio di parole, che pareva non aver mai fine, ‘perché mi enumera tutte le loro qualità, se adesso non servono proprio a nulla, se è tutta gente morta! Con un corpo morto non ci puntelli neanche lo steccato, dice il proverbio’.’Sì, certo, sono morti’ disse Sobakeviè, come riscuotendosi e ricordando che effettivamente erano già morti, ma poi aggiunse: ‘Del resto, c'è anche questo da dire: e che se ne fa della gente che adesso figura come viva? Che razza di uomini sono? Mosche, non uomini’. ‘E comunque esistono, mentre quelli sono una chimera’. ‘Eh no, non una chimera! La racconterò che tipo era Micheev, di uomini così si è perso lo stampo: un colosso, che in questa stanza non ci entrerebbe; no che non è una chimera! E nelle sue spallone aveva una forza, che neanche un cavallo; vorrei sapere dove potrebbe trovarla altrove una chimera del genere!’.





Queste ultime parole le aveva dette ormai rivolgendosi ai ritratti di Bagration e Kolokotronis appesi alla parete, come di solito accade quando nel corso di una conversazione all'improvviso, non si sa perché, uno si rivolge non alla persona con cui sta parlando, ma a un terzo sopraggiunto per caso, magari un perfetto sconosciuto, da cui sa che non riceverà né una risposta, né un parere, né una conferma, ma su cui, tuttavia, fissa lo sguardo come se lo chiamasse a fare da intermediario; e lo sconosciuto, sulle prime alquanto imbarazzato, non sa se rispondergli su una questione di cui non ha sentito nulla, o restarsene lì un po', per rispettare le convenienze, e poi andarsene via.

‘No, più di due rubli non posso darle’ disse Èièikov. ‘E va bene, perché poi non mi accusi di chieder troppo e di non volerle fare un piacere, e va bene: settantacinque rubli l'anima, e in biglietti di banca e, sia chiaro, solo perché è lei!’ ‘Ma sul serio’ pensò fra sé Èièikov, ‘mi prende per un cretino o cosa?’ e poi aggiunse ad alta voce: ‘Davvero mi fa uno strano effetto: sembra che fra noi si stia svolgendo qualche rappresentazione teatrale, qualche commedia, altrimenti non so spiegarmi... A quanto pare lei è una persona piuttosto intelligente, non priva di cultura. Questa merce non è altro che fuffa. Che cosa vale? A chi serve?’. ‘Ma lei la vuol comprare, dunque serve’.

Qui Èièikov si morse il labbro e non trovò nulla da rispondere. Cominciò a parlare di chissà quali circostanze famigliari e domestiche, ma Sobakeviè rispose semplicemente: ‘Non m'importa sapere i fatti suoi; in questioni famigliari io non voglio entrare, questo è affar suo. Lei ha bisogno delle anime, e io gliele vendo, e se non le compra se ne pentirà’. ‘Due rublettini’ disse Èièikov. ‘E dàlli, che mi ripete sempre la stessa solfa, come la gazza del proverbio; una volta fissatosi sul due, non vuole più spostarsi di lì. Su, dica un prezzo serio!’. ‘Ma che il diavolo se lo porti’ pensò Èièikov fra sé, ‘gli aggiungerò mezzo rublo, al cane, e buon pro gli faccia!’. ‘E sia, aggiungerò mezzo rublo’. ‘Be', d'accordo, anch'io le dirò la mia ultima parola: cinquanta rubli! Davvero, ci perdo, più a buon mercato non la comprerà da nessuna parte della gente così in gamba!’….


(N. Gogol’, Le Anime morte)
















(N. Gogol’, Le Anime morte)

lunedì 7 maggio 2018

ANIME UNIVERSALI (29)




















Precedenti capitoli:

Geografia Cosmologica (28)

Prosegue in:

Sul commercio dell'Anima e del corpo (30)














Insistendo su questo stesso tema, egli lo ricollega al problema più generale della Natura che, come l’Anima (mundi), non può essere considerata causa, ma effetto, in linea con la strategia antimaterialistica, infatti, la teoria dell’influsso spirituale si rivela in questo caso funzionale per affermare che le ‘res naturates’ non sono altro che i veicoli ed i mezzi di cui l’Anima si serve per produrre i suoi effetti nel mondo.

[Continua la sua disquisizione (di cui potremmo aver discordanti principi) con qualche contraddizione alla quale abdico ogni obiezione riconoscendo alla sua Opera un profondo rispetto anche nella dubbia morale in talune geografie ‘dissolta’, pur nella paradossale illusione e condizione rivolta al contrario principio in cui (in)scritto il libero arbitrio negato… E se pur i conflitti o diverbi governano il mondo, concedo alla visione dello scienziato e teologo l’opportunità del suo stratigrafico Universo fino alla vetta con cui si è soliti conoscere l’apparente evoluzione detta… E nel rispetto di cotal principio mi assento da qualsivoglia raggiro o operetta di filosofica ed equivoca natura nella regola morale parente del diritto: Pensiero il quale può essere solo approfondito giammai nel cavillo nel quale ogni presunta e storicamente dedotta ‘ortodossa scienza’, antica presente o futura che sia, riconosce la natura della propria essenza rivolta alla progressiva convergenza di un simmetrico autoritario e bestiale istinto (senza arrecare offesa alcuna alla bestia o piante di apparente morta natura in quanto vive di cotal progredita ed emancipato progresso nominato similmente natura, in eccesso, e mai in difetto della propria deficienza spacciata rivenduta per arguta intelligenza… astuta e ben compiaciuta della propria statura giacché la morale difetta proprio nell’evoluzione di questa…) parente di nessun Dio pregato… Ma nell’uguale volontà  di colui che approdato da una scienza fino ad un pensiero in apparenza irrazionale o privo di quella ‘natura’ la quale pone la dovuta differenza fra ciò che è e non è razionale premette ed accetta, di conseguenza, solo materiale consistenza cercando di svelare la contraddizione ed il limite di questa, giacché, come già più volte detto ed espresso la condizione ‘materiale’ dell’uomo pone codesto confine ed il superarlo, o ancor meglio, il cercare di svelarlo aprendo a successive ‘metafisiche’ conclusioni riflessioni ed esperienze mi pare una via ben conseguibile anche per rimanere in accordo a quel ‘multiverso’ di Greene il dotto ed acuto scienziato, il quale esamina se pur da un differente punto di vista, ugual nodo e conseguente dilemma… E specchiandoci e prendendo ispirazione da questa ‘ugual materia, per porre la dovuta consistenza fra ciò che vivo, e al contrario, propriamente o impropriamente definito morto. Sicché emerge, come leggeremo, successivamente a questo breve accenno allo Swedenborg detto, un opposto intento rivolto alla morte e alle Anime che nutrono un differente ‘pasto’ e con questo una cultura, sottintendendo le dovute considerazioni sulla reale natura dell’uomo, non tanto del ‘visionario-veggente’ ma di coloro che delle stesse (anime) ne fanno un diverso commercio… Sia, che queste pur ‘vive’ ma ben sepolte, sia, al contrario, apparentemente ‘morte’ e approdate alla vera convergenza dell’invisibile ed impercettibile ‘vita’ dimensione a noi - morti - sconosciuta (chi il vivo e chi il morto abdico l’intricato antico dilemma), ma quantunque sempre rapportate al principio eterno del loro ‘ochemico’ principio sul quale possiamo divergere, ma, mi par sottinteso, riconosciamo una reale corrispondenza ed eterna invisibile affinità nel permettere loro consistenza, e, divergendo irrimediabilmente e improrogabilmente da chi pensa la ‘materia’ assente da questa peculiarità riconoscendo nella vita e i suoi principi una ‘opposta ed infinita’ inclinazione per un lecito ‘commercio’ di tutto ciò che può appagare un corpo malato assente ed in difetto di una più ‘elevata natura’ aspirare ai principi veri e sani di cui la vita…    

E pongo accento sul successivo cammino e passo…

…La vera vita, unica, increata e proveniente da una fonte infinita, è suscettibile di alimentare e influenzare le forme che la ricevono, cioè tutte le parti dell’universo creato. A torto confondiamo l’Anima con la vita, la riteniamo un principio vitale in grado di sostenere da sola l’essere, e che perciò si possa vivere solamente grazie ad essa. Da ciò derivano una serie di errori e gli uomini costruiscono nella loro mente ‘caverne oscure’, piene di illusioni, e veri e propri labirinti di idee…

…Se finora i filosofi hanno considerato l’influsso come proveniente e diretto dall’Anima verso il corpo, per cui le indagini si sono soprattutto concentrate sul nesso Anima-corpo, Swedenborg ritiene invece che siano da considerare Dio-Anima-corpo e che il rapporto tra Dio e l’Anima sia quello decisivo, generalmente sottostimato dalla maggior parte dei pensatori.
…Riscoprire questo legame significa stabilire un rapporto d’elezione col divino e rinsaldare l’antica alleanza tra Terra e Cielo, che aveva contraddistinto l’età adamitica e quella dei primi popoli…

 (F. M. Crasta, Geografia celeste & Mundus imaginalis)

















domenica 6 maggio 2018

UN UNIVERSO NEL MULTIVERSO ovvero: come svelarne (e fuggirne) il Senso così malrappresentato…. (27)




















Precedenti capitoli:

Noi siamo i morti! (25)

 Voi siete i morti! (26)

Prosegue in:

Geografia cosmologica (28)













…Cioè per proseguire il composto e complesso Titolo che arricchisce nella difficile trama del Sapere un argomento che per gli ortodossi addetti ai lavori, per intenderci, il verso e senso, parrebbe una condizione da pazzi, giacché avvezzi a non considerare un probabile ‘multiverso’ nella matafisica trasceso, figuriamoci smontare da una ‘macchina’ così ben organizzata per salire su una carrozza altrettanto ben pensata… Eppure la macchina del Tempo come nel Post precedente, una probabile e conseguibile traguardo dell’uomo, tralascio per ora come il Greene ne tratta ampliamente, scadendo o elevandosi quantunque, e fors’anche, entrando a pieno titolo a ruolo incompreso di ‘veggente’.

…Così come ben vedete, se pur sembra regnare una strana confusione fra il precedentemente detto e il presente riproposto, dirò ed offrirò a qualsiasi Winston che fugge dal proprio Secolo 1984 un motivo in più del libro da lui letto…

…E che ognuno può leggere… nel proprio Universo e ‘multiverso’ contemplato…

…E signori!

Voi che “lavorate” ogni retto e metafisico ingegno come il Grande Fratello insegna - con i sensi e le orecchie occultate da strane nacchere ed un filo collegate - intendete bene la soluzione finale la quale ben prevedete ed asservite quale Rogo per l’Universale Sapere, giammai racchiuso nel piccolo guscio della materia ma fuoriuscito per svelarne l’arcano mistero…

…Per tutti gli altri, invece,  esiste solo il grado posto alla futura  temperatura del 451 la quale regnerà incontrata sopra ed entro questa Terra ove ogni dubbio e con lui il vero senso, quantunque da medesimo Dio raccolto, tornare cenere per il solo diletto della elettrica ed astuta formicuzza, la quale incontrai nella mia ultima “Roussuniana passeggiata” quando d’improvviso vidi di fronte a me un Universo invisibile per colui che corre di fretta con medesima scusa della natura, pur da quella rubandone il vero ed arcano principio e mistero ugualmente condiviso…

…Era, amici miei, un piccolo verme attorcigliato all’invisibile suo filo il quale da un albero pendeva per qualche metro dal terreno, lo osservai così come dovrebbe uno scienziato, poi ho proseguito il meditato cammino…

…Verso il traguardo alla modesta carrozza con cui accompagnato et anco trasportato (il tele lo abdichiamo a bel altre trame) e  con la quale combatto questo tempo a voi nemico, alle spalle fui colto da un urgenza con il fiero aspetto mascherato da velocipedista, talché la fedele mia compagna o se preferite fidata Natura, lanciarsi furibonda qual lupo inferocito verso il drago intravisto e ben fiutato lungo… ugual  tragitto: sapete, lei è molto più vigile e attenta, io sicuramente distratto spesso mirare Universi a molti sconosciuti…

…L’intrepido sportivo impaurito e in qualtempo agguerrito mi rimprovera (pur non professando parola) in nome della società da lui pedalata e così egregiamente rappresentata (quando non mascherata) che questo Universo così corso di fretta in macchina o simmetricamente alla catena pedalata, è a misura d’uomo e non certo per questi strani ed indesiderati animali ricchi pasti per un mondo per sempre allo e dallo stomaco digerito…

…Sicché, amici miei, voi che traete intelligenza e diletto al crocevia della via per ingannare ogni Sapere fingendovi sportivi impauriti d’un lupo imprecare chi contrario ad ogni Poesia e con essa più elevata metafisica, ho ‘intuito’ il senso di quel verme parlare e raccontare un breve tratto di Universo… Dirmi  avvertirmi enunciarmi ed illuminarmi circa inattese simmetrie regnare non viste…

…Anche il velocipedista lungo l’invisibile suo filo attendere e divorare una strana materia, lungo il fusto e la corteccia che da questa diviene foglia… Infatti entrambe due fanno il loro pasto della foglia della vita e con essa un più degno Universo da tutti indistintamente respirato… Ci sono angeli e demoni in questo Universo, e con esso il male e il bene regnare nei principi Finiti ed Infiniti della Terra è sì un argomento così vasto quello fra Finito ed Infinito dicevo… che già qui io ho esaurito la breve premessa conclusione della passeggiata inizio d’un più felice e consapevole cammino, per altri solo il termine del Pensiero racchiuso tutto entro il bi-pensiero futuro destino…

…L’arguto ed intrepido ma simmetrico risultato della natura concludono felicemente il proprio percorso: un verme avvinghiato all’invisibile ed impercettibile suo filo e l’altro, simmetricamente, avvinghiato alla’oscura parabola del breve e comico suo agguato contrario ad ogni respiro divenuto Lupo inferocito…

…Giacché il fiero pensiero avevano ben mirato quello che appunto nasce all’ombra d’ogni foglia così mal masticata e divorata…

…Ma il Dio da me pregato per l’intero cammino mi insegna ed avverte che pur la Natura dispensa segreta Parola superiore ad ogni Pensiero…




Lo schema swedenborghiano presuppone, come premessa generale, la riconsiderazione del concetto cartesiano di estensione (meccanica: infatti il filo del verme se mosso comporta un movimento a spirale sullo stesso, come il filo del velocipedista comporta un ugual movimento meccanico a spirale sullo stesso - in e in cui - si snoda, ne conseguono molte considerazioni proprie non solo sulla Natura, ma anche sul concetto di bene e male, comunque le finalità di entrambe i due ‘vermi’ rappresentati sembrano intaccare l’elemento vegetale così fagocitato, solo nel fine possiamo comprendere la dinamica del primo e conseguentemente del secondo da cui derivato, premettendo che le spirali più che mutate dalla originaria provenienza, non voglio dire spirali d’odio come l’amico Rousseau che mi accompagna favella, ma comunque d’odio e non certo di sopravvivenza per medesima favella da chi pur senza quella… mostra e insegna), che risulta radicalmente modificato dalla nuova nozione dinamica di punto metafisico quale principio della formazione delle strutture sia del mondo inorganico che di quello organico, secondo un processo di sviluppo continuo al cui culmine si pone l’Anima e il compimento del suo destino ultramondano (ho trascurato di annunciare nella breve premessa di questa discussa passeggiata, che l’antiquaria ‘macchina’ ha fatto il suo prodigioso ingresso ed io in senso inverso al loro natural cammino ho rappresentato la corrosa carrozza la quale ha dato alito e vento ad un concerto di smorfie alle dame quali foglie al vento protese in nome e per conto del progresso; certo, posso ben dire che la mia carrozza antica non meno del loro muso al vento… anch’essa dicevo, ha offerto un miserevole argomento per le antiquarie macchine in cerca di futuro consenso: ossigeno per miglior polmoni per ogni foglia così sospesa nelle proprie ed altrui emozioni….)…

Sulla natura di un tale punto, intermedio tra Infinito e Finito (ecco ho quasi finito…) Swedenborg si sofferma a lungo nella prima parte dei "Principia rerum naturalium”, in cui prende corpo un complesso modello cosmologico variante a quello cartesiano… Ci troviamo immersi così ad un impianto che indubbiamente tradisce parentele filosofiche con la grande famiglia del platonismo e del neoplatonismo, e quando, per la disgrazia e in nome della Foglia espressa sopraggiunge la morte sopraggiunge indistintamente o fors’anche apparentemente la fine della dimensione corporea (scusate miei amici, se il mio Lupo inferocito, però giacché voglio appagare l’infinito vostro appetito sappiate per nostro comune diletto alla vostra vista e dopo il grande abbaiare anche lui ha dato sfogo al  material  suo corpo… ottimo concime per il mugnaio non molto lontano, fertile vita …la vostra  - scusate  -solo….. correre e pedalare in ugual via…), ma non certo la fine della vita: l’Anima infatti continua la propria esistenza (nel tronco e ramo di questa vita…) in una realtà sopramondana (tralasciamo per ora la mondanità dell’antiquaria macchina nella strada di ritorno con la mia discussa carrozza…) e spirituale che invera la precedente, dandole senso e valore. Essendo creata, e quindi appartenendo al mondo dei… Finiti, l’Anima possiede una qualche forma materiale incorruttibile e destinata a permanere oltre il decadimento (nella pessima figura offerta della e nella scalcinata carrozza) dell’involucro corporeo, che assicura la sua sopravvivenza oltre la morte e legittima la continuità della vita nel mondo celeste, riflesso di quello naturale… Il mondo spirituale perpetua tutti i caratteri di quello terrestre; l’uomo vi ritrova una geografia familiare e conserva gli stessi affetti che nella nuova dimensione può sperimentare in maniera del tutto diversa da come gli è stato possibile durante la sua vita precedente, legata al corpo e ai sensi. Questa finestra sull’aldilà apre a significati nella direzione di una nuova escatologia e si appoggia idealmente, alla tradizione del ‘corpo spirituale’ (ebbene mi dice il Rousseau con cui accompagnato essendo ben a conoscenza di taluni meccanismi in cui la nobiltà così fiorita e anche dipinta, di non insistere troppo specie se di sabato su cotal spirituali intenti, giacché nei salotto celebrati spesso codesto spirito a grandi dosi diluito servito et anco pregato che quando uniti escono a regnare il mondo intero, e, ad una breve passeggiata inchiodato, concimare e fondare indistintamente nel secolo non ancor approdato al 1984 ove la macchina del Tempo incontrata presenta medesimo viso così schifato…)…


Il Vostro Fedele
Ammirato
Estasiato
Onorato
&
Alquanto sgrammaticato
nonché inarticolato
corrisposto…
corrispondere e
uguagliare ugual smorfia

di schifo…












sabato 28 aprile 2018

IL LABIRINTO (Terza Parte) (23)




















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Il Labirinto (22)

Prosegue in:

Il Labirinto (Quarta Parte) (24)














…Se invece di un oggetto o di un essere particolare si considera ciò che potremmo chiamare un mondo, nel senso già da noi attribuito alla parola, ossia l’intero àmbito costituito da un dato insieme di compossibili che si realizzano nella manifestazione, tali compossibili dovranno essere tutti i possibili che soddisfano determinate condizioni, le quali caratterizzeranno e definiranno con precisione il mondo in questione, che viene a rappresentare uno dei gradi dell’ESISTENZA UNIVERSALE. Gli altri possibili, che non sono determinati dalle medesime condizioni e pertanto non possono far parte dello stesso mondo, evidentemente non sono per questo meno realizzabili, anche se, beninteso, ciascuno secondo il modo che conviene alla sua natura…

…In altri termini, ogni possibile ha in quanto tale un’esistenza propria, e i possibili la cui natura implica una realizzazione, nel senso usuale del termine, cioè un’esistenza in un modo qualunque di manifestazione, non possono perdere tale carattere che è loro essenzialmente inerente e divenire irrealizzabili per il fatto che altri possibili sono effettivamente realizzati. Si può dire inoltre che ogni possibilità che sia una possibilità di manifestazione deve appunto per questo necessariamente manifestarsi e che, inversamente, ogni possibilità che non deve manifestarsi è una possibilità di non-manifestazione; posta in questi termini, sembrerebbe una semplice questione definitoria, eppure l’affermazione precedente non implicava altro che questa verità assiomatica, la quale non può essere posta minimamente in discussione…

…Se però ci si domandasse perché non tutte le possibilità devono manifestarsi, cioè perché vi sono ad un tempo possibilità di manifestazione e possibilità di non-manifestazione, basterebbe rispondere che l’àmbito della manifestazione, il quale è limitato per il fatto stesso di essere un insieme di mondi o di stati condizionati, non può esaurire la Possibilità Universale nella sua totalità; esso lascia al di fuori di sé tutto l’incondizionato, cioè precisamente quello che, in termini metafisici, conta di più…

…Domandarsi poi perché mai una data possibilità non deve manifestarsi al pari di un’altra equivarrebbe semplicemente a chiedersi perché essa è quello che è e non altro da sé; è dunque esattamente come se ci domandasse perché un dato essere è se stesso e non un altro essere, un interrogativo del tutto privo di senso. Ciò che va bene compreso, invece, al riguardo, è che una possibilità di manifestazione non ha, come tale, alcuna superiorità rispetto ad una possibilità di non-manifestazione; essa non è oggetto di una sorta di ‘scelta’ o di ‘preferenza’, ha soltanto una natura diversa…

…Se poi si vuole obiettare, a proposito dei compossibili, che, secondo l’espressione di Leibniz, ‘esiste un solo mondo’, vi sono due possibilità: o tale affermazione è una pura tautologia, o è priva di senso. Infatti, se per ‘mondo’ si intende l’Universo totale, o piuttosto, limitandosi alle possibilità di manifestazione, l’intero àmbito di tutte queste possibilità, cioè l’Esistenza universale, l’enunciato è fin troppo evidente, sebbene il modo in cui è espresso sia forse improprio; ma se con tale termine si intende un dato insieme di compossibili, come si fa solitamente, e come noi stessi abbiamo fatto, sostenere che la sua esistenza impedisce la coesistenza di altri mondi è altrettanto assurdo quanto dire, per riprendere l’esempio precedente, che l’esistenza di una figura rotonda impedisce la coesistenza di una figura quadrata, o triangolare, o di qualunque altro genere…

…Si può solo dire che, come le caratteristiche di un determinato oggetto escludono da tale oggetto la presenza di altre caratteristiche con le quali esse sarebbero in contraddizione, così le condizioni da cui un determinato mondo è definito escludono da quel mondo i possibili la cui natura non implica una realizzazione soggetta a quelle stesse condizioni; tali possibili sono pertanto al di fuori dei limiti del mondo considerato, ma non per questo sono esclusi dalla Possibilità, dato che si tratta per ipotesi di possibili, e nemmeno in casi più particolari, dall’Esistenza in senso proprio, ossia intesa come ciò che comprende tutto l’àmbito della manifestazione universale.

…Nell’Universo esistono molteplici modi di esistenza, e ciascun possibile ha il modo che conviene alla sua natura; ma parlare, come talvolta si è fatto, e proprio riferendosi alla concezione di Leibniz, di una sorta di ‘lotta per l’esistenza’ tra i possibili, significa possedere una concezione che non ha certamente nulla di metafisico, e tale tentativo di trasporre quella che è solo una semplice ipotesi biologica appare anzi del tutto incomprensibile…

…La distinzione fra il possibile e il reale, sulla quale parecchi filosofi hanno tanto insistito, non ha dunque alcun valore metafisico: ogni possibile è reale a modo suo, e nel modo che la sua natura comporta, altrimenti avremmo dei possibili che sarebbero niente, e dire che un possibile è niente è una contraddizione pura e semplice; è l’impossibile, e solo l’impossibile, a essere, come già si è detto, un puro nulla. Negare che si diano possibilità di non-manifestazione significa voler limitare la Possibilità Universale; d’altra parte, negare che, tra le possibilità di manifestazione, ve ne siano di differenti ordini significa restringerla ancora di più.

…Prima di proseguire faremo osservare che, invece di prendere in esame l’insieme delle condizioni che determinano un mondo, come abbiamo fatto in precedenza, si potrebbe anche, dallo stesso punto di vista, considerare singolarmente solo una di tali condizioni; per esempio fra le condizioni del mondo corporeo, lo spazio inteso come ciò che contiene le possibilità spaziali. E’ del tutto evidente che, per definizione, soltanto le possibilità spaziali possono realizzarsi nello spazio, ma non è meno evidente che questo non impedisce alle possibilità non-spaziali di realizzarsi anch’esse al di fuori di quella particolare condizione di esistenza rappresentata dallo spazio.

…Eppure, se lo spazio fosse infinito come taluni pretendono, nell’Universo non vi sarebbe posto per alcuna possibilità non-spaziale, per citare l’esempio più comune e noto a tutti, potrebbe allora venire ammesso all’esistenza solo a condizione di essere concepito come qualcosa di esteso, concezione di cui la stessa psicologia ‘profana’ riconosce senza alcuna esitazione la falsità; ma, lungi dall’essere infinito, lo spazio non è che uno dei possibili modi della manifestazione la quale poi a sua volta non è affatto infinita, nemmeno nell’interezza della sua estensione, con l’indefinità di modi che essa comporta, ciascuno dei quali è a sua volta indefinito…

…Analoghe osservazioni si potrebbero ugualmente applicare a qualunque altra particolare condizione di esistenza; e quel che è vero per ciascuna di tali condizioni presa singolarmente lo è anche per l’insieme di più condizioni, la cui unione o combinazione determina un mondo…

(R. Guénon)        














domenica 22 aprile 2018

...E SIAMO… STRAORDINARIAMENTE ... E ASSOLUTAMENTE… NOI… (19)



















Precedenti capitoli:

Da Castle Garden all'Impero (18/1)

Prosegue in:

Breve Pensiero alla 'Parabola' offerto (20)













…Viaggeremo a bordo di un veicolo a motore elettrico di provenienza locale che abbiamo noleggiato…

Ancora nel viale di fronte a uno stupefatto Mr Beech, Brooks continuò a pontificare mentre lo chauffeur in uniforme aiutava i due Henry, Del e Caroline a salire sull’alta vettura a motore…

‘La guerra è una condizione naturale dell’uomo. Ma per quale scopo? Per l’energia…’…

‘Oh, per l’energia!’,

gridò contemporaneamente Henry Adams, mentre la sgraziata vettura elettrica, guidata dallo chauffeur in uniforme, avanzava lungo il parco, con ulteriore stupore di Mr Beech – e del cervo… Sui sedili posteriori Caroline e Adams si trovavano faccia a faccia con Del e Henry James.

‘Non ho mai sentito parlare Brooks parlare con un tono di voce tanto appassionato e, mi sia concesso, abbondante’

Henry James fece quel suo sorriso malizioso che Caroline aveva finito per trovare affascinante; per quanto lei poteva vedere James, sebbene non gli sfuggisse niente, non sembrava mai lanciare giudizi nei confronti di qualcuno…

‘Mi esaurisce’,

sospirò Adams.

‘E’ un genio, quello che lavora. Così lui finisce per … estrarmi, come oro o, per meglio dire, piombo da una miniera. Vedi dispongo di un gran quantità di teorie nebulose che lui fa diventare leggi ferree’…

‘Ma ci sono veramente leggi che governano il corso della Storia?’,

…chiese Del con curiosità improvvisa…




…E allora lor signori così come fu ed è nell’Eretico Viaggio con cui (con)divido cotal sofferto cammino in medesima macchina ‘incamminato’, mi sia concesso breve intervento lungo ugual passo accompagnato dalla vostra illustrissima artificiale artificiosa meccanica consistenza nutrita or ora da una scintilla mare nero donde ogni ricchezza di questa Terra così attraversata inseguita e corsa… Sicuramente non gradito l’intervento di chi non meglio e specificatamente Titolato al pari vostro, però rimembro ai cari signori assisi nel perenne viaggio fermo della Vita giacché meditate l’Impero, mentre  indistintamente operate sul singolo Elemento, perciò non abbiate paura sono uno di loro, una volta avevo un trono indistintamente diviso come un Giano Bifronte fra una grande Terra e medesima Speranza discesa in Terra… Ma qual Invisibile Elemento debbo prender atto della Parola mai recitata solo rinata… Dunque, essendo solo quello tratto nel vostro dispendioso e prezioso Tempo, urge il vento che lieve smuove le nobili vostre criniere… il finestrino è rimasto aperto, e quel che vedete o ammirate lungo il cammino solo la sostanza dell’Invisibile porre dubbio… Certo potete evitare codesto spiffero di vento, ma chi dopo di voi viaggerà per medesimo Sentiero il piffero diverrà trombone turbine e tempesta, non temete sono solo i rigori della velocità che così meditate dal trono di ogni dubbioso pensiero divenire, come dicevo, fastidioso Elemento penetrare nel piatto mare di codesto Oceano… Ecco! Qual Elemento vi narravo le Stagioni della vita mutate per ogni vostra teoria, mentre vi alternate compiaciuti alla carrozza e da questa sino all’elettrico movimento e poi ancora, tornare d’un sol colpo (a scoppio) al carbone dell’antica miniera forziere di cotal magnifico principio (fine di ogni èra), ma anche oggetto della disquisizione ragione del mio intervento…





Mi scusi signora; i capelli si sono un pochino smossi non vorrei rovinarle la nobile criniera taglio alla moda… Il popolo non l’acclamerebbe come la più bella… della Favola diletto di ogni fanciullo per ugual finestrino…

…Allora, come poco fa dicevo, mi sia concessa Invisibile Parola (anche se tutto pensate vedere scomporre e prevedere) in questo Dialogo cui traggo ispirazione circa il vero Principio della Vita, giacché intervengo anche se non certo gradito (come ogni soffio di vento poi bufera da medesima Rosa….), sono, come vi dicevo, un Invisibile Spirito entrato nella biblioteca dell’immenso sapere, ove se pur celebrata la nascita dell’Impero, ci deve esser consentito medesimo distinto Pensiero, il nostro si divise nel momento in cui il Sogno si infranse su dei barbari e ugual istinto di conquista, ed un Uomo sceso in Terra qual Profeta fondare nuova ed antica Regola… Fu, se non erro, ucciso in Primavera e nella stessa risorgere per ogni Secolo da quando, cioè, codesto fastidioso vento scompigliare la fiera capigliatura, qual Elemento lo rimembro al vostro immane ingegno mentre lo scorgiamo per ogni prato fiorito (divenuto nostro comune martirio) verde rinato da un sonno di ghiaccio; verde ove la Sua luce risplende trasformando in oro quanto il vostro impareggiabile argomento, e di cui, se pur vedete e disponete, ciechi di fronte alla vera ricchezza… Ebbene illustrissimi signori (non inforchi gli occhiali sembra ed appare più cieco di pria… è solo il Sole della Vita…) non visto medito quel valore che oscilla ondeggia indietreggia scende sale ed arrampica sino alla cima, che, né castello né grattacielo è ed era… Ogni tanto si riposa per ciò che nominate Arte donde derivata la Poesia della Vita…., ebbene, pur questa Prima Parola aver ornato con magnificenza la grande Economia…, avete frainteso il senso di tutto l’equilibrio ragione di medesima economica materia con cui condividete ogni guerra, così se pur ogni dimora gode i favori di codesta divina Parola…., le stagioni della Vita che andate così egregiamente apostrofando e sentenziando stanno mutando la fiera chioma ove cinta l’eterno elmo, le Stagioni della vita… Dicevo…, mutate indistintamente e con esse la vera e prima economia (giacché traete elemento dalla terra pur la saggezza dell’Universo disceso da un più alto e nobile Universo), principio su cui muovete l’arte dell’inutile parola…. 





Così, se prima erano Quattro Dee poi un Profeta, in nome e per conto dello stesso Universo rinato in Terra, ora ne possiamo dedurre e calcolare con ugual impareggiabile scienza economica… solo Due, il cui numero fu anche caro a Giamblico sia filosofo che passo da Poeta, non meno del Figlio e il suo Dio, e le rimanenti in opposta apparente guerra, rifondare la Parola da voi solo voi così magnificamente interpretata (se lo spartito non fosse del tutto diverso….): ossia applicando arguto economico monologo, se al principio fu Arte di un Dio ritrarre se stesso, ora insano paradossale conflitto di alterna èra: il freddo più cupo e l’infernale prometeico fuoco con cui qualche poeta ne trasse materia quando vagò per medesimo Sentiero giacché la via smarrita…. Inverno! Freddo senza clemenza alcuna come una steppa ferma nell’incuria privata del frutto del dovuto tempo…. Ed un fuoco qual caldo soffocante, donde, se pur, almeno così dicono, nascere la vita la parola e la ricchezza ragione dell’illuminato dialogo da cui l’inatteso intervento qual lieve spiffero di vento da un finestrino lasciato distrattamente aperto… Forse, solo per godere di un po’ di frescura che la velocità assicura per ogni nuova ed antica avventura… In verità e per il vero, dal fuoco opposto al gelo nascere diverso elemento che se pur da quello rimembrarne l’economico principio, in verità soffocato da solfurea nebbia che dallo stesso deriva… Gli elementi in principio furono quattro, anzi e fors’anche, ancor di più di quanto filosoficamente numerato cogitato in codesto sofferto ‘secondo’ opposti alternarsi nel sisma violento di cui l’attuale condizione così come interpreta la nuova vita…. E mi scusino loro illustrissimi signori giacché medito questo Eretico sofferto Pensiero a loro poco gradito, anch’io ho perso la retta via tutte le volte che vedo un Profeta inchiodato al legno della nuova Stagione del vostro nobile cammino… perdere d’improvviso l’oro della chioma all’inizio del Tempo come una Primavera lieve perire nel fuoco di uno strano Inferno…




…L’atmosfera, per tutto quell’episodio, si mescolò indissolubilmente all’insieme della mia impressione; senza dimenticare, ad esempio, il modo in cui ‘la condizione delle strade’ e l’aggressione dell’Aria intorbidita sembravano fare tutt’uno con l’aspetto, il trambusto, la qualità e la patina dell’insieme, la collaudata, abituale monotonia della folla e di tutto l’inutile rumore che da essa deriva sino a raggiungere il caos e non certo la vita…
(James & uno strano Invisibile Elemento)