giuliano

domenica 19 gennaio 2020

Fior secco (o seccato) in libro vecchio e dimenticato [...]














































Precedenti capitoli giacché il...:

Il Trònfero s'ammolvola in verbizie (o delizie?) [...]  &

i Quattro Elementi (citati in Giudizio!) (1/22)

Prosegue in...:

Breve parentesi storica [...]













Ricordi quando usavano le boppie  [1]
calate sui pitànferi supigni,   [2]
e légoli girucchi a panfe doppie   [3]
ornavano gli splagi e i pitirigni?   [4]

Oh zie, oh dolci zie in bardocheta   [5]
voltatevi col glostro ricamato,
scendete per le scale a beta beta   [6]
dai màberi del tempo agglutinato!   [7]

Chissà laggiù se ancora la sbidiera
gramugna lentamente a cantalaghi
nell’ufe coccia coccia della sera?  [8]

Or più non usa uscire sugli sbaghi  [9]
guardando avanti a sé con aria altera,
tra i lùgheri, gli arcostoli, gli snaghi.  [10]









1. Ricordi… le boppie: bei tempi quelli! Andati! Erano ancora Tempi che non conoscevamo i pippibaudi ascoltavamo la radio senza neppur il sermone del Santo Remo, solo brevi intermittenti interferenze messaggeri alieni criptati & intercettati. Tempi dell’ozono senza buco oppur uno solo; neppure l’osso sgrignattato inerente l’ingerente apparato auricolare. Hora che fa freddo  ognun bussa al convento di Santa Moana associata S.PA. Azionisti ex piazzisti bussano alla porta & la Giostra si fa fredda. Pugnare o Pregare? Abdicare o Comandare? Il Germano predica astinenza nella confusa Protesta. Nella Metamorfosi Ovidio pubblica oppur ristampa. La Stampa fedele come ogni Tr… al proprio Regime. Conclusione al Bar che (de)Riva: sparite le boppie e arrivati i disc-jockey con gli stilisti: il joker vince il Primo Premio oppur se preferite gran Premio, e con lui tutto l’Impero donde ogni pugna connessa si maschera a festa!    

2. …Pitàanferi supigni: e oramai non si usano più neanche i pitànferi:supigni (quelli per lungo), né troniati (quelli per ritto).  

3. …Légoli girucchi: orli a giorno col frullino. A panfe doppie: modo tipico di ricamare, nel Pistoiese, delle giovani donne da marito che si preparavano il corredo. ‘O quella che ce l’ha a panfe doppie?’ – era il modo di dire dei giovani del posto che stava ad indicare una ragazza altera, poco alla mano.

4. …Splagi: lenzuola di lino a due piazze ove datosi poste a coprire pregiatissimo legno collodiale (a forma anellata di legno abbattuto ancor prima di nascere color cenere preferito nelle stanze migliorate e ben albergate) sarebbe bene conservare sotto naftalina evitando quanto possibile eccessi di fumi i quali dalle scogli potrebbero risalire - come i più famosi spaghetti - di nuovo verso, ed in costante moto, alle Splage dette…  Facendo molta attenzione agli immancabili candidi puri bianchi et immacolati pitirigni: fazzolettini di lino…





5. …Bardocheta: mantella di lana che le anziane signore indossavano in casa, e fuori, per coprirsi le spalle dagli spifferi della tramontana. Pare che tornino di moda: ce ne sono già in commercio, firmate Versace, Dolce & Gabbana, Trussardi, Armani ecc., a prezzi popolari forse possiamo dire proletari - da sardine - sopra i duemila Euro. Se pagati in dollari al cambio del Tempio cinese, e rivenduti presso i mercatini di Pasqua celebrati a Natale, visto i vistosissimi curati ricama all’ozono si possono ottenere con mercato instabile e preservato da ogni bolla papale anche per 3000 $ cinesi. O forse Ticinesi, qualcuno dalla regia urla sta Là L’ayatollah il più bel mantello della sera quando tutto s’accende e illumina!

6. Scendete dalle stelle. O forse dalle Stalle. Calar un po’ girati sul fianco, uno scalino alla volta, lentamente. Quando la corrazzata cripta & urla. Attenti al carrozzino. Alla mamma col bambino. Alla vecchia senza più il mantello neppur l’accompagno. L’Ucraina vuole la cittadinanza senza reddito e mitraglia. Scendere adagio dalle stelle oppure dalle scale? Il dubbio rimane? Amleto non se ne vuol andare il pedaggio neppur vuol onorare, deve fondare il nuovo Ordine Mondiale. Scendete adagio dalle scale!

7. Dai màberi: dai meandri (cfr. ‘Nei màberi mi persi in corridoi assolati in mezzo a funghi e scaffali che la via o la retta corsia s’era smarrita’ Dante Alighieri XIII canto del 25 Marzo. Morto o Rinato? Faust(o) il meccanico sta guasto il borgo se tutto ito e perito morto d’acciaio). Tempo agglutinato: dei ricordi che man mano si fanno indistinti, rugginosi. Faust(o) incalza impreca.

8. Chissà… della sera?: questo ricordo, questo domandarsi se la sbidiera gramugna nell’ufe coccia coccia (calma calma) della sera, in che marcia stiamo  donde veniamo e ove andiamo? È  struggente! Kantiano! Dalla Regia mi dicono che Santo Remo interferisce promette Bolla et Scomunica. Si lanci breve messaggio pubblicitario!

9.  …Uscire sugli sbaghi: stare fuori dalla porta, sul panchetto così come una volta, a tre gambe e dopo il calar del Sole, a puntate sotto la famosa trapunta merlettata ad ozono, predicar bene e razzolare male e sperare che da Sky Joker arrivi e li scarichi tutti quanti. Alla Seconda Puntata trapuntata il regista mi lascia breve spazio per una sigaretta. Vai con l’hot spot: ‘Milly l’Abbraccio tutta trapuntata’!

10. …Lùgheri: piccoli vicoli acciottolati. Sgarbati! Arcostoli: deliziosi portici ornati a pietra viva con lapide segnaletica posta fra un Pozzo e l’Abbraccio (‘Così la Vita. Così la Via se pur smarrita’ Dante canto XIII. Faust(o) il meccanico consiglia l’ottimo pneumatico. Il pleroma s’è ito per altra via). All’incrocio proseguire a destra (e manca?) lapidata nell’hora Terza o Nona. Il regista urla et impreca. Hora della Santa Preghiera. Santa Moana Pozzi & Associati salvaci oggi se manco domani. E gli snaghi che, ahimè, sono del tutto scomparsi. Nella mia casa in campagna ne conservo uno ancora in discrete condizioni e, ogni volta che vi poso sopra lo sguardo, mi si stringe lo core seppur et ancor non fu fatto Santo! 

(F. Maraini & Associati) 













giovedì 16 gennaio 2020

LA GRANDE RITIRATA (19)






































Precedenti capitoli:

Per una questione solo di accenti? (1/18)

Prosegue nella...:

Grande 'intuizione' (20)











Raccomandiamo a tutti i Soci del Club Alpino Italiano la qui unita circolare emanata dal geologo professore Antonio Stoppani.
      

                                                                                           Firenze, 25 giugno 1878




Egregio Signore,


Uno dei fatti più interessanti por la fisica terrestre, è, per così chiamarlo, la riproduzione su piccola scala ai nostri giorni della stessa vicenda, per rapporto ai ghiacciai delle Alpi, che caratterizza l’Epoca glaciale.

Noi assistiamo attualmente ad un periodo di straordinario regresso.

Da quando ebbi occasione di annunciare, in uno dei precedenti miei scritti {Note ad un corso di geologia, Voi. I, § 515), che un seguito d’anni come il 1861 farebbe rinculare i ghiacciai ben addentro i recessi delle Alpi; questi non hanno cessato ritirarsi.




Non ho mancato nelle mie susseguenti pubblicazioni di chiamare, quasi ogni anno dappoi, l’attenzione del geologi su questo fatto. Le morene frontali, per quanto mi consta, furono, tutte senza eccezione, abbandonate a molte centinaia di metri dalla fronte del rispettivo ghiacciaio; le rocce lisciate, arrotondate, striate, messe a nudo sopra estensioni di migliaia di metri quadrati sulla fronte e sui fianchi; le vedrette sono ridotte a piccole tasche di neve e moltissime scomparse; di nevi fresche quasi più nessuna traccia sulle alture coperte di nevi persistenti; queste ridotte a ben più angusti confini.

Chi ha visitato ripetutamente le stesse località in questi ultimi anni, dev’essersi accorto che il paesaggio alpino, nelle regioni più elevate, ha interamente cambiato di aspetto.




Questo periodo di straordinario regresso, il quale altri ne ricorda storici ma di data molto antica, corre dal 1860, e non accenna a chiudersi certamente. Ma esso fu preceduto, come avvenne in grande nell’epoca glaciale, da un periodo di avanzamento il quale era già cominciato, se valgono le notizie da me raccolte, molto avanti la fine dello scorso secolo, ed occupò tutta la prima metà del presente, toccando il suo maximum verso la fine del primo quarto e più precisamente nel 1820.

Da che hanno origine codeste vicende?




Dipendono esse da oscillazioni secolari della temperatura, ovvero da quantità minore o maggiore di vapori portati dalle correnti atmosferiche?

Si tratta di vicende telluriche o di semplici fenomeni regionali?

È ufficio della scienza osservarci fatti ed indagarne le ragioni. Ma se parlasi di fenomeni i quali si compiono soltanto in un largo giro d’anni o di secoli (come sono appunto i grandi cicli meteorologici di cui i ghiacciai possono considerarsi come i principali misuratori), lo scienziato purtroppo deve limitarsi per lo più al semplice ufficio d’osservatore, lasciando ai posteri quello di scoprirne le cause e di cavarne le conclusioni per la scienza.




In questo ufficio di osservatore però, dev’essere, quanto più gli riesca, preciso, abbondante, facendosi aiutare da quanti hanno a cuore il progresso della scienza, in guisa da lasciare ai posteri quel maggior numero possibile di dati incontestabili, che permetterà loro di afferrare i veri in oggi a noi contesi, più che da altro, dalla trascuratezza e dall’apatia dei nostri maggiori.

È con queste idee e queste intenzioni, che il sottoscritto ha già posto mano ad un lavoro il quale è appunto destinato a mettere nella maggior luce possibile i fatti che riguardano l’attuale regresso dei ghiacciai alpini, in corrispondenza al progresso verificatosi antecedentemente al 1860 ed alle vicende somiglianti segnalate in altri luoghi e in altri tempi, ed attestato dalla storia o dalla geologia.




Trattandosi però di uno studio il quale, anche tenuto semplicemente entro i limiti dell’osservazione, non potrebbe condursi a buon fine senza visitare in sito un gran numero di ghiacciai, raccogliere il maggior numero possibile di notizie e di tradizioni dalla bocca di alpigiani, fare lo spoglio di opere antiche e moderne e degli archivi degli osservatori metereologici, senza far quello insomma a cui non basterebbero più persone insieme; prevede che a ben meschini risultati approderebbero i suoi sforzi, senza il concorso che altri già gli prestarono efficacissimo, e ch’egli invoca da lei, egregio signore, e da quanti lei sa che apprezzino l’importanza di tali scientifiche ricerche e siano capaci in qualunque modo di coadiuvarvi.




Mi permetto dunque di indicarle qui sotto le cose a cui bramerei principalmente rivolte le di lei indagini, colla preghiera di parteciparmene a suo tempo il risultato.

1 Morene frontali abbandonate probabilmente dopo il 1820, riconoscibili facilmente perché ricoperte soltanto di erbe e d’arbusti e da qualche giovine pianta. Loro attuale distanza dalla fronte del ghiacciaio.

2 Morene frontali abbandonate dal 1860 in poi. Loro numero e distanza di ciascuna dalla fronte del rispettivo ghiacciaio. Queste morene si riconoscono con tutta certezza, essendo fresche, nude, e affatto incoerenti.

3 Estensione dell’area frontale messa a nudo dal regresso del ghiacciaio.

4 Morene laterali abbandonate dopo il 1860, riconoscibili come sopra. Loro attuale elevazione sul lato rispettivo del ghiacciaio.

5 Larghezza dell’area laterale denudata, dove si mostrano facilmente a nudo le rocce frescamente lisciato, striate ed arrotondate.

6 Calcoli approssimativi sulla quantità di ghiaccio perduto da ciascun ghiacciaio dopo il 1860.

7 Vedrette impiccolite o scomparse.

8 Aree rimaste spoglie recentemente di nevi persistenti.

9  Diminuzione in genere delle così dette nevi eterne o persistenti.

10 Passi alpini resi più accessibili ed ascensioni divenute più facili per la scomparsa o riduzione delle vedrette , dei crepacci e delle nevi persistenti.

11 Notizie sui freddi straordinari, sulle straordinarie cadute di nevi o invasioni de’ ghiacciai, e sulle variazioni di clima e di stagioni, ordinarie o straordinarie, riferibili od anteriori al secolo presente, o anche antichissime, che siano opportune a stabilire in qualunque modo dei rapporti tra le oscillazioni dei ghiacci, quelle delle nevi perpetue, e le condizioni meteorologiche parziali o generali delle diverse epoche.

12 Spoglio degli archivi degli osservatori metereologici per ciò che riguarda specialmente la quantità di pioggia o di neve caduta nelle diverse stagioni in un maggior numero possibile di anni.




Qualunque notizia del resto possa, egregio signore, raccogliere o dalle proprie osservazioni, o dalla bocca degli alpigiani, o dagli osservatori o dai libri, tornerà sempre utile e graditissima al sottoscritto, dandole diritto alla sua riconoscenza, ch’egli spera di poterle pubblicamente attestare, come fa ora privatamente, mentre le anticipa i più vivi ringraziamenti e le si rassegna.



                                                                                            Devotissimo servo

                                                                                       Antonio Stoppani






P.S. Tutto ciò per quanto detto osservato e studiato non sollevano le concause circa responsabilità dell’uomo dal fenomeno dedotto, semmai evidenziano come una persistente ‘ritirata’ può imputarsi non ad un evento naturale o ciclico, circa lo stesso fenomeno evidenziato lungo un  lasso di tempo rilevato nei millenni e secoli, semmai, una “pregiudizievole consistente determinante significativa interferenza” umana (oltre che della stessa Natura come dal mio libro che introduco) che ne determina una oscillazione notevole, anche e comunque se preesistente su scala temporale nella breve frequenza storica in cui tal fattore rilevato si intensifica, e non più dovuta allo stesso fenomeno nell’estensione della propria ciclicità in riferimento a ben precise relazioni con l’Universo stesso [il Sole in primo luogo]. Ritirate e Estensioni differiscono con i valori rilevati determinando concause non inerenti alle naturali studiate nei millenni di storia Geologica e nuova Glaciologia…

(Prosegue...)










domenica 12 gennaio 2020

I NOSTRI 'PASSI' PEI BOSCHI (16)





















Precedenti capitoli:

I nostri "Passi" (15)   (14)   (13)

Prosegue con la guida delle...:

Alpi Bergamasche (aggiornata!) (17)














Gita nei Boschi.

Il dottore Ebermayer, direttore degli osservatori di meteorologia forestale in Baviera, ha testé pubblicato un’opera dalla quale l’Agricoltore Ticinese riassume alcuni dati relativi all’influenza delle foreste sul clima, che ci sembrano importanti, la temperatura media annuale del suolo è meno elevata nel bosco che non fuori. La maggior differenza per la temperatura del suolo nel bosco e quella del suolo non boscato si verifica in primavera; nell’estate essa raggiunge (nei luoghi dove ha sperimentato l'autore) 4° centesimali alla profondità di 60 centimetri (1 braccio federale).




In autunno questa differenza diminuisce, e cessa completamente nello inverno. La temperatura media pel suolo diminuisce con l’altitudine del luogo sul livello del mare, ma più rapidamente pei suoli scoperti che non per quelli coperti dalle foreste. In Baviera la diminuzione è di un grado centesimale per 171 metri nei suoli scoperti e per 198 metri nello foreste.

Le foreste dunque moderano lo variazioni della temperatura del suolo, ma diminuendo la massima più che non aumentando la minima. E sotto la loro difesa le variazioni di temperatura giungono a minor profondità, la quale d’altronde è tanto più piccola quanto è più grande l’altitudine sul livello del mare. L’influenza delle foreste sulla temperatura dell’aria è la stessa di quella che esse spiegano sul suolo, colla differenza che è meno pronunciata. La media temperatura annuale è più bassa nell’aria della foresta del dieci per cento di quella che è nell’aria fuori del bosco.




Le foreste dunque temperano gli estremi di temperatura, ma diminuendo più la massima dell’estate che non elevando la minima dell’inverno. In estate, e segnatamente a metà del giorno, l’aria essendo meno calda nello foreste che non sia fuori di esse, si ha tendenza alla produzione di una corrente d’aria proveniente dalle foreste verso lo località circostanti. Di notte accade il fenomeno inverso, si produce una corrente dal di fuori verso la foresta. E queste correnti, benché assai limitate, sono analoghe a quelle che si osservano sulle rive dei laghi e su quelle dei mari.

La temperatura degli alberi nelle foreste fu trovata intermedia fra quelle dell’aria circostante all’albero e quella dello strato terreo nel quale si trovano le sue radici. In estate e di giorno la temperatura dell’inverno dai tronchi è tanto più bassa comparativamente a quella dell’aria circostante, quanto più è grosso il tronco, e quanto meno la scorza è conduttrice del calore. Però anche la qualità del legno ha un’influenza su questa temperatura; così essa si è trovata prossima alla temperatura dell’aria nell’interno dei tronchi di faggio che non dentro ai tronchi di quercia. In vicinanza alla corona degli alberi la temperatura media del tronco fu trovata tal poco più elevata che non ad un metro e mezzo di altezza dal suolo.




L’umidità relativa nel bosco e fuori del bosco non è la stessa; è maggiore là dove l’aria è più fredda cioè nel bosco; ma la tensione del vapore acqueo è in generale la stessa in entrambi i luoghi.

L’influenza delle foreste sull’umidità dell’aria è maggiore sulle montagne che non in pianura, e in estate che non nelle altre stagioni. La differenza tra l’umidità relativa dell’aria nel bosco e quella fuori del bosco raggiunge un massimo del 10 per cento in più per la prima località nel mese di giugno.

Variazioni eguali a queste presentate dalla umidità si sono verificate, nelle indagini di Ebermayer, anche per l’ozono. Così nelle foreste, o anche soltanto in vicinanza di esse, l’aria è più ricca di ozono che non nei luoghi poco o non affatto boscati. La quantità d’ozono vi è maggiore d’inverno che non in estate, ciò che dimostra non potersi attribuire la formazione dell’ozono all’azione delle foglie degli alberi. L’ozono è più abbondante nei mesi più umidi dell’anno e sulle montagne che non nelle pianure.




La quantità di pioggia, che cade annualmente aumenta con l’altitudine del luogo sul livello del mare. La quantità di pioggia che giungo direttamente sul terreno è minore nei luoghi boscati che non per quelli nudi. La differenza raggiunge il 20 e il 22 per cento in media pei boschi di essenze a fogliame caduco, e il 26 per cento per quelli di conifere a fogliame sempre verde. Una parte però di quest’acqua di pioggia che le piante col loro fogliame impediscono  direttamente cadere sul suolo, giunge sul terreno fluendo lungo i rami e i tronchi, sicché in ultima analisi la quantità totale di acqua che riceve un suolo boscato è di poco inferiore a quello che riceverebbe se fosse spoglio di vegetazione. Ma siccome l’evaporazione del suolo nei boschi è circa un sesto di quella che si verifica fuori dei boschi, è chiaro che quelli devono ritenere una maggiore quantità di acqua che non ritengono i suoli non boscati. I suoli delle foreste hanno un grado di permeabilità all’acqua maggiore di quello posseduto dai suoli di egual natura non boscati. Però i suoli dei terreni boscati sono in generale tal poco più permeabili quanto sono coperti di fogliamo morto e sono più ricchi di terriccio che non quando ne sono privi.




Ebermayer trovò che sul complesso di un anno le quantità di acqua lasciate passare dal suolo sono rispettivamente fuori del bosco 50 e 54 per cento della pioggia caduta: nel bosco privo di strame 67 per cento della pioggia caduta; nel bosco con strame e terriccio 66 e 77 per cento della pioggia caduta.

Sull’evaporazione superficiale delle masse di acqua le foreste hanno un’influenza ancor più grande. Nel bosco l’evaporazione fu trovata in media del 64 per cento minore che non fuori del bosco. Una cotale influenza si spiega più forte in estate che non d'inverno; ma essa si mantiene anche in quest’ultima stagione, e non cessa come si è veduto accadere per la temperatura del suolo. Ciò condurrebbe ad ammettere che lo stato di maggior umidità relativa dell’aria nell’interno dei boschi sia da attribuirsi in gran parte alla maggior calma che vi ha l’aria stessa.

Sull’evaporazione del suolo l’influenza delle foreste è in tutto analoga a quella che si verifica sull’evaporazione di una massa d’acqua, soltanto  che raggiunge un limite maggiore durante la stagione della vegetazione. Infatti in quest’epoca l’evaporazione del suolo nell’interno di un bosco è di 84 per cento minore che all’esterno. Così mentre il suolo nudo fuori delle foreste perde per evaporazione 100 volumi di acqua, il suolo boscato non ne perde che 15, ossia un sesto circa.














venerdì 10 gennaio 2020

I NOSTRI PASSI (14)



















Precedenti capitoli:

Dei nostri Passi... (13/1)

Prosegue con...:

i nostri 'Passi' (15/6)














Per fortuna, al sentirsi rivolgere la parola nella propria lingua, i tibetani divennero mansueti. I coltelloni vennero rinfilati nella guaina, lentamente.

Dopo l’episodio dei coltellacci, ci fu altro di notevole?

Nossignore. Ben presto uscimmo dalla foresta e ci trovammo allo scoperto. Il paesaggio era ormai davvero tibetano; qualche erba magra e infiniti sassi bigi e gialli. Il tempo si guastò. Salimmo per alcune ore fino ad un ripiano glaciale della valle, dove trovammo quattro tende di nomadi, e ci fermammo. Pioveva e faceva freddo.

Dite un po’, sono simpatici questi vostri tibetani, in genere?

Simpaticoni. Cordiali, sempre pronti a scherzare, aperti, franchi, un po’ farabutti, qualche volta maneschi, facili a commuoversi, generosi, ospitali e rozzi. Assai diversi da quel che si pensa debba essere un ‘orientale’. Niente in comune cogli indiani, poco coi cinesi. Quando arrivammo al drok-sa (campo dei nomadi, pascolo) una donna ci venne incontro con grandi feste. Era Kandron, la sorella del mio portatore Si-thar; suo marito, Dondrukdorje, era proprietario di una delle tende; venimmo dunque accolti come gente di casa.

Avanti- descrizione della tenda, di questi nomadi, dei prodotti caseari eccetera...




Sissignore. Sarò un po’ lungo. Mi scuserete. Bisogna infatti cominciare ‘ab ovo’ dall’origine di tutto. L’origine di tutto è lo yakil, bos tibetanus, un grosso animale peloso, dalle corna possenti, ma gentile, mansueto, pacifico. La femmina dello yak si chiama dri. Yak e dri danno da vivere al nomade tibetano ed alla sua famiglia. Innanzitutto il lungo pelo dell’animale viene filato; se ne tesse poi un panno grossolano che serve per fare la tenda. La tenda (ba) è sostenuta da alcuni pali ritti, all’interno, e da una trentina di pali corti (sigyang) all’esterno del muro circolare di pietre che serve di fondamento a tutta la casa. Nell’interno, al centro, v’è un quadrato scavato in terra pel fuoco (me-kyor); tutt’intorno la gente si siede su pelli di yak o di pecora selvatica.

E chi c’era nella tenda dove stavate?

C’era anzitutto Dondruk-dorje, un uomo forte, alto, grosso, di 29 anni, con una faccia da schiaffi...

Faccia da schiaffi?




Sì, sapete il genere di persona la quale comincia a prendere in giro lo straniero con barzellette che quello non può capire, così tutti ridono del suo imbarazzo... Ma insomma stavamo allegri, anche se spesso a mie spese. I tibetani sono così, che volete farci, montanari un po’ selvaggi, capaci di grandi generosità e di ferocia senza pensarci, a cinque minuti di distanza. Poi c’era Kandron, 24 anni, una vasta cavalla di donna, in fondo belloccia. Per fortuna Kandron mi proteggeva: ogni volta il marito ne tirava fuori una nuova, e tutti ridevano, lei mi chiedeva scusa e mio ffriva del latte! Latte di dri, fenomenale; crema, profumo di fiori alpini. E poi yogurt, ricotta, formaggio...succhi bianchi della neve e del sole, deliziosi, ricchi, essenziali. Certo un sahib non dovrebbe stare così coi suoi portatori — almeno questa è una raccomandazione che si sente ripetere. Ma avrei mai partecipato alla vita dei nomadi, così dall’intimità, standomene solennemente fuori sotto la mia tenda? Mi pare valga sempre la pena di sacrificare un po’ di rispetto per un po’ di fratellanza.

Scusate, questi nomadi stavano li tutta la giornata a ridere e scherzare con voi, senza far nulla?



Poche impressioni potrebbero essere più errate. Dondruk-dorje faceva il burro; lavoro lungo e faticoso. Una ventina di litri di latte vennero versati in un otre costituito dalla pelle d’una vacca; poi Dondruk-dorje scosse violentemente quest’otre per circa un’ora; infine ne tirò fuori un grosso malloppo di burro. Kandron intanto bolliva il latte scremato (oshang) con dello yogurt (sho) per fare ricotta (chura). La ricotta veniva messa a fermentare per farne del formaggio(chu-she). Tutti lavori lunghi e abbastanza faticosi; alza un pentolone, porta un sacco, sposta una forma, riempie un secchio... e così per tuttala giornata. Sul tardi ci fu la mungitura. Scena bellissima. Dondrukdorjee Kandron sortirono dalla tenda. Gli yak erano dispersi per le coste della montagna. L’uomo andò lontano per rintracciare le bestie. Il tempo intanto s’era rimesso. La valle apparve luminosa in tutta la sua ampiezza, circondata e chiusa da grandi montagne dirupate su cui scintillavano ghiacci rosa di tramonto. Silenzio e fiori; qualche allodola altissima e invisibile nel vento. Campanoni lontani delle mandrie. Quando gli yak cominciarno a rientrare, Kandron li diresse verso le tende lanciando delle pietre con la fionda di corda (ota).

Evidentemente questa Kandron vi ha commosso.




Sissignore. Era veramente un’immagine di barbarica bellezza. Si chinava a raccattare la pietra, la poneva tra le cordicelle della fionda, poi piegandosi indietro, curvandosi, roteando tutte le spalle, il petto, fermissima sulle gambe forti e ben piantate in terra, lanciava il proiettile, e questo piombava sibilando vicino allo yak, dalla parte donde bisognava spaventarlo perché corresse verso casa.

Risparmiateci pure la mungitura dei dri.

Ma bisogna che vi dica due parole sui cani. In Tibet ci sono i Lhasa terrier’s, degli animalini simili ai pechinesi, di lusso; e poi ci sono i mastini. Questi ultimi sono dei canoni grossi come dei San Bernardo, e sono le più terribili e selvagge bestie che si possa immaginare. Vicino alla tenda di Dondruk-dorje ce n’erano tre. Uno, meno funesto, stava in giro libero, però ringhiava sempre; gli altri due erano spaventosi. Mettevano i brividi. Bastava avvicinarsi a venti metriche cominciavano a saltare mordendo ferocemente la catena, digrignando i denti, abbaiando come avessero davvero sete di sangue umano.

E dove dormiste quella sera?




Nella tenda di Dondruk-dorje c’era troppa folla. Durante la cena era venuto a riunirsi alla compagnia un altro nomade, la cui tenda si trovava a dieci minuti di distanza; si chiamava Hri-tar, era un giovane di 28 anni, il quale aveva un garzoncello di 16 o 17 per aiutarlo nei lavori; quest’ultimo si chiamava Sonam. La cena era stata tutta un lungo e splendido succedersi di latticini: yogurt, ricotta, latte a morire, formaggio fresco, formaggio secco, latte ancora fino a sentirsi come uno tre...

Ritenete possibile ci si possa ubriacare col latte?

Preso in queste formidabili proporzioni induce una sorta di sonnolenza beata non lontana dagli effetti di certi vinelli  leggeri…

O di certi vini pesanti…

Già, forse.

Soggetti di conversazione durante la cena?




Perché il figlio di Ishe non abbia voglia di lavorare, perché Ten-zin abbia venduto i vitelli così presto, perché il prezzo del burro non sia salito come doveva e allora Dorje... E’  bello quando si comincia a conoscere tutti su per una valle e ci si sente quasi di casa! Me nestavo in silenzio, sdraiato sulla pelliccia di pecora selvatica, sorbendo ogni tanto un poco di latte cremoso; ed ero veramente felice. Finalmente Hritar volle muoversi. Fuori era buio, faceva freddo, pioveva di nuovo. Nella tenda di Hritar si stava invece benissimo. C’erano pelli e spazio. Sonam accese un gran fuoco, ci sedemmo a bere del tè, a sorbire un sorso di arak, a chiacchierare; poi verso le undici ci mettemmo a dormire.

Notte nella tenda?

Silenzio; ogni tanto un campano di yak che si muove; lento spegnersi del fuoco; saggio morire dei tizzoni; canti mormorati dal vento. Hritar che parla nel sonno.

L’indomani?



Prestissimo Hritar si levò dal giaciglio vestendosi e gridando a Sonam: ‘dormiglione, alzati; ci sono diecimila cose da fare; io alla tua età ero fuori avanti l’alba; levati dormiglione, pigrone, pezzo di cispa’... Sonam, scosso dalle semi benigne pedate di Hritar si levò, cogli occhi ancora chiusi dal sonno, si vestì e cominciò meccanicamente ad accendere il fuoco, a preparare il tè. Hritar intanto andò fuori a mungene i dri. La mungitura della mattina è meno faticosa di quella della sera. Gli animali passano la notte legati a delle corde fissate con pioli per terra; non c’è da andare a cercarli, sono lì...

Vi vestiste, prendeste il tè, sortiste fuori della tenda, e poi?

Poi fui improvvisamente dinanzi al mondo!

Apocalittico?

Apocalittico.

Archetipico?

Archetipico

Spiegatevi.




Ecco: il sole incendiava i ghiacciai di sublime splendore, mentre le immense pareti nere dei monti nell’ombra grondavano ancora notte. Avrei voluto cantare un peana di vittoria: vittoria di tutto ciò ch’è grande, nobile, puro, degno di dedizione e di sacrificio nella vita degli uomini...

Invece?

Invece bevvi solennemente del latte. E con un dito? Con un dito ripulii la tazza della crema saporosa rimasta sull’orlo, attorno.

Infine?

Infine partimmo. Addio Hritar! Addio Kandron e Dondruk-dorje! Addio nomadi felici, compagni d’un giorno sperduto fra i monti dell’Imàlaia! Ah la vostra vita serena lontana dai moti malefici del mondo! Resterete vivi per sempre nella mente e nel cuore del viaggiatore ch’è stato per un poco con voi! Tu Hritar che mostri orgoglioso i tuoi yak più forti; tu Sonam che accendi il fuoco; tu Kandron che lanci le pietre al cielo, e tu Dondrak-dorje ...Ah, maledetto! Mentre partiamo n’ha detta una finale. Ora tutti ridono... Che ha detto? Sconcezze, sconcezze... No, Kandron, grazie...Latte proprio no, non ne posso più...

E il Tankar-la, era ancora lontano?




Sissignore. ‘Il Passo del Pane Bianco’ era ancora parecchio più su. Gli uomini restarono addietro. Camminai per ore, da solo, avanti, arrampicandomi di morena in morena. Ero certo che avrei toccato il cielo, tanto questo era azzurro, solidamente azzurro, sopra di me. Scomodo camminare sulle cime più alte con la testa curvata, per non sbattere nel cielo... Poi piano piano il tempo si guastò. Nebbie si condersarono dal nulla, il vento si fece cattivo ed antipatico. Giunsi sul passo appena in tempo per vedere qualcosa dell’altro versante, dal lato del Sikkim, prima che le nuvole si chiudessero. Mi nascosi sotto un landro di roccia. Pensavo: tristezza di trovarmi per la seconda volta nell’Imàlaia da solo. Come avrei voluto avere un compagno con me! Insieme avremmo potuto tentare qualche impresa degna di ricordo, invece di queste passeggiate... Forse una volta verrà il giorno felice? I portatori mi raggiunsero con la pioggia. Non facemmo neppure a tempo ad alzar la tenda, ci bagnammo tutti prima di poterci riparare.

Come trascorreste il tempo fino all’ora di dormire?




Si chiacchierò un poco, facemmo del tè, lo bevemmo, mangiammo qualcosa. Poi mi misi a leggere...

Naturalmente un’opera sublime, in carattere coi luoghi: Dante, Milarepa o la Bhagavad Gita, vero?

Niente affatto. Scusatemi, signore, ma sarebbe di cattivo gusto. Quando si vive nel sublime, quando si respira il sublime, si guarda il sublime, si pesta il sublime, si tocca il sublime, oh no, signore, allora è dolce e consolante entrare nella tenda e rifugiarsi dal sublime. E’ un cercar riposo per gli occhi, pei sensi tutti, e per la mente. Nel caso mio questa difesa dal sublime era costituita da un romanzo di Trollope, capitatomi non so come fra le mani. Pacifico e solido romanzo inglese dell’ottocento, quadrato come un mobile e dal sapore di zuppa casalinga. Duecento pagine fino al primo timido bacio, altre cento fino al matrimonio e la fine. Intanto si ragiona di parrocchie e di zie, di ninnoli e di mammole. Come sono dolci queste cose in una tenda a cinquemila sull’Imàlaia! Fuori i silenzi smisurati dell’Asia e rocche sovrane di ghiaccio che nascondono le stelle ,dentro un prezioso angolo di provincia ed immagini delle consolanti cose di cattivo gusto che si conservano nei salotti polverosi...




Cantaste la mattina dopo svegliandovi?

Speravo di cantare! Cantare col sole, con lo scintillio dei ghiacciai vicini e lontani; salutare il Cangenzongà, il Pauhunri, il Cangenghiau... Invece nebbia e bigiore. Per qualche momento si poterono vedere i dintorni immediati del passo; selvaggi luoghi da urli o martirii. Pietre, massi, ghiaccio e lame sbilenche di montagne in bilico. Geologia in divenire. Ossa del mondo scarnite dall’odio degli elementi. Rovina e in abissarsi di scorie. Luna.

Così lasciaste il campo senza tristezza, m'immagino...

Partimmo prestissimo, Si-thar ed io, per salire una cima a nord del passo. Dopo poco ci trovammo su un ghiacciaio ripido e con parecchi crepacci; poi su, su, ancora nella nebbia, nel vento, per un ripido pendio nevoso che non finiva mai, fino alla vetta, una crestina a forse 5500metri.`

Qu attendeste che le nubi si aprissero…




E.. naturalmente non si aprirono affatto.

Così dovemmo tornare senza aver potuto fotografare il panorama, da lì certo meraviglioso. Oramai non restava che scendere a Lachung nella stessa giornata. Disfacemmo le tende verso mezzogiorno e poco dopo partimmo. Giù, giù come bauli, per quella valle che non finiva mai; giù per ghiaccio, per neve, per morene, lungo torrenti, per prati, per boscaglie di rododendri, poi giù tra i primi alberi, giù nella foresta, giù dalle abetaie ai primi segni di tropico, sempre nella nebbia, sotto la pioggia, con le sanguisughe che assaltano le caviglie, giù ancora, da 5500 a 2500, e sull’imbrunire a Lachung. Morti. Dormire come sassi.

Fosco MARAINI