giuliano

venerdì 15 giugno 2018

IL GIUDIZIO DI SE' (nel 'bilancio' della vita) (56)



















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Quinto Potere (55)

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15 Giugno 1845 (57)













Ciò che ha determinato una presunta ‘caduta di ragione’ nella spettacolarizzazione della vita e con essa l’aspetto di una scelta (nel suicidio quale nuova emozione per una reale e concreta ‘diretta’ con l’umano Spirito al crocevia di una Parabola allo spettacolo della vita), è il giudizio insindacabile dell’indice d’ascolto, che, come l’odierno ‘spread’ possono tanto per quel senso di cui si è smarrito il saggio e retto intendimento con cui dovremmo nutrire l’Anima non meno dello Spirito… nel ‘Quinto Potere’ cui l’uomo sembra aver delegato il suo rapporto (connesso sospeso & in bilico) in diretta tra la vita e la morte…

Questi gli odierni Tempi non meno degli attuali accadimenti…

Ma cerchiamo di esaminare i rapporti che l’uomo intratteneva con la morte nell’evoluzione del proprio Sé nei secoli condiviso con la vera Signora e Padrona nel ballo della vita…





L’uomo subiva con la morte, una delle grandi leggi della specie e non pensava né a sottrarvisi, né ad esaltarla. L’accettava semplicemente, appena con quel tanto di solennità che bastava a contrassegnare l’importanza delle grandi tappe, che ogni vita doveva sempre superare.

Se nel caso del precedente post il Quinto Potere della materia detta le inesorabile leggi della stessa dalla Parabola distribuite e condivise, nel nostro comune passato le cose erano assai diverse; la preoccupazione per la sorte del singolo individuo sono riassunti nella rappresentazione (iconografica e spirituale) del Giudizio universale, alla fine dei tempi, ed il conseguente spostamento del Giudizio alla fine di ogni vita, nel momento preciso della morte; i ‘temi macabri’ e l’interesse nutrito per le immagini della decomposizione fisica…




Nel XIII secolo, l’ispirazione apocalittica, l’evocazione del grande ritorno sono stati quasi cancellati. L’idea del ‘giudizio’ ha avuto il sopravvento, e quella che viene rappresentata è una vera e propria ‘corte di giustizia’.

Il Cristo è assiso sul trono del giudice, circondato dalla sua corte (gli apostoli). Due azioni assumono una sempre maggiore importanza, la pesatura delle Anime e l’intercessione della Vergine e di san Giovanni, in ginocchio con le mani giunte, ai due lati del Cristo-giudice. Ogni uomo è giudicato secondo il ‘bilancio della propria vita’, le buone e cattive azioni sono scrupolosamente separate sui due piatti della bilancia. Del resto, sono state già scritte su un libro. Nel magnifico glancore del ‘Dies irae’, gli autori francescani del XIII secolo fanno portare il libro davanti al giudice dell’ultimo giorno, un libro dove è racchiuso tutto quello secondo cui il mondo sarà giudicato.




Questo libro, il ‘liber vitae’, ha potuto essere concepito dapprima come il formidabile censimento dell’universo, un libro cosmico. Ma, alla fine del Medioevo, è divenuto il libro dei conti individuale. Ad albi, nel grande affresco della fine del XV secolo o principio del XVI che raffigura il Giudizio universale, i resuscitati lo portano appeso al collo, come un documento di identità, o piuttosto come un ‘bilancio’ dei conti da presentare alle porte dell’eternità.

Un nuovo aspetto connesso con il Giudizio dei tempi, si concentra e svolge o meglio dispiega nella camera del moribondo. Troviamo una abbondante iconografia in xilografie diffuse attraverso la stampa, in alcuni libri che sono dei trattati dell’arte del ‘ben morire’: le ‘artes moriendi’ del XV e XVI secolo.




In questa nuova iconografia il moribondo è a letto, circondato dai suoi amici e parenti, sta eseguendo i riti che ben conosciamo. Ma succede qualcosa che turba la semplicità della cerimonia e che i presenti non vedono, uno spettacolo riservato solo al morente, il quale del resto lo contempla con un po’ d’inquietudine e molta indifferenza. Degli esseri soprannaturali hanno invaso la camera e si affollano al capezzale del ‘giacente’, da una parte la Trinità, la Vergine, tutta la corte celeste, e dall’altra Satana e l’esercito dei demoni mostruosi.

La grande adunata che nel XII e XIII secolo aveva luogo alla fine dei tempi, nel secolo XV avviene oramai nella camera del malato.

Come interpretare questa scena?

Si tratta ancora veramente di un giudizio?

Non è un giudizio vero e proprio!




La bilancia su cui si pesano il bene ed il male non serve più. C’è sempre il libro, e troppo spesso avviene che il diavolo se ne approprii con un gesto di trionfo – perché i conti della biografia gli sono favorevoli (del resto che desumiamo dal dialogo fra il ‘futuro morto’ e veggente abbagliato dalla propria illuminazione nel bilancio finale della propria vita all’indice d’ascolto protesa, e il ‘male’ il quale conviene ad un patto con il ‘bene’ che lo avversa nel ‘Quinto potere’ di una diversa e materiale esistenza?...). Ma Dio non appare più con gli attributi del Giudice. E’ piuttosto arbitro o testimone nelle due diverse e distinte interpretazioni che si possono dare: la prima è quella di una lotta cosmica fra le potenze del bene e del male che si disputano il possesso del moribondo, e il moribondo stesso assiste al combattimento come un estraneo, per quanto rappresenti la pista in gioco.

E questa interpretazione è suggerita dalla composizione grafica della scena nelle incisioni delle ‘artes moriendi’; ma se si leggono con attenzione le leggende che accompagnano queste incisioni, ci si accorge che si tratta di un’altra cosa, ed è appunto la seconda interpretazione che ne ricaviamo: Dio e la sua corte sono là per constatare come si comporterà il morente durante la prova che gli viene proposta prima di esalare l’ultimo respiro, e che determinerà la sua sorte nell’eternità.




Questa prova consiste in un’ultima tentazione…

Il moribondo rivedrà tutta la sua vita, quale è contenuta nel libro, e sarà tentato sia dalla disperazione per i suoi errori, sia dalla ‘vanagloria’ delle sue buone azioni, sia dall’amore appassionato per gli esseri e le cose. Il suo atteggiamento, nel lampo di quell’attimo fugace, cancellerà di colpo i peccati di tutta la sua vita, se respinge la tentazione,o, al contrario, annullerà tutte le sue buone azioni, se vi cede.

L’ultima prova ha sostituito il Giudizio finale…

Il terzo fenomeno che propongo alla vostra riflessione appare nello stesso tempo delle ‘artes moriendi’: è l’apparizione del cadavere nell’arte e nella letteratura, è interessante, infatti, il fatto che nell’arte, dal XIV al XVI secolo, la rappresentazione della morte sotto forma di una mummia, di un cadavere semidecomposto, è meno diffusa di quanto si creda, si trova soprattutto nelle illustrazioni dell’ufficio dei morti nei manoscritti del XV secolo, nella decorazione parietale delle chiese e dei cimiteri nella famosa ‘danza macabra’….

Ed a proposito di questa ne esaminiamo un contesto iconografico in tutta la propria eccellenza…

(P. Ariès, Storia della morte in occidente)

(Prosegue...)

















giovedì 14 giugno 2018

VENERDI' (54)







































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Mercoledì   Giovedì  &

Il Quarto Potere

& trattenete il respiro.... su tutti i teleschermi

in anteprima...:

















Quinto Potere (55)









Il pianeta Venere, i suoi spiriti e abitanti








105. Il pianeta Venere, nella concezione degli spiriti e degli angeli appare a sinistra, un po’ indietro, ad una certa distanza dalla nostra terra. Si tratta dell'idea che di ciò hanno gli spiriti, perché né il sole né alcun pianeta appare ad essi; gli spiriti conservano solo un’idea dell’esistenza di questi corpi celesti. In conseguenza di ciò il sole di questo mondo è rappresentato dietro, come qualcosa di scuro ed i pianeti immobili, come nel mondo, fissi nei loro rispettivi posti; si veda sopra (n. 42).




106. Nel pianeta Venere ci sono due generi di uomini di attitudine opposta tra loro; il primo mite e umano, il secondo selvaggio e simile alla bestia feroce. Quelli che sono miti e umani appaiono nella parte più vicina del pianeta, gli altri appaiono a distanza guardando verso i primi, conformemente alla condizione della loro esistenza, dato che nel mondo spirituale tale condizione determina ogni apparenza di spazio e distanza.




107. Alcuni di quelli che sono miti e umani si sono presentati sopra la mia testa è ho conversato con loro di vari argomenti. Hanno riferito che durante la loro vita sulla terra e a maggior ragione quando diventano spiriti essi riconoscono nostro Signore come il loro unico Dio. Hanno aggiunto che lo hanno visto sulla loro terra ed hanno rappresentato anche in che modo è stato visto. Questi spiriti, nel grandissimo uomo sono in relazione con la memoria delle cose materiali che sono in accordo con la memoria delle cose spirituali con le quali ultime sono in relazione gli spiriti di Mercurio, perciò gli spiriti di Venere e Mercurio sono nella massima armonia. Quando essi erano insieme un considerevole cambiamento ed una forte influenza era percepibile nella mia mente attraverso il loro influsso; si veda sopra (n. 43).




108. Non ho parlato invece con gli spiriti selvaggi di Saturno, simili alle bestie selvatiche, ma sono stato informato dagli angeli delle loro attitudini e dell’origine del loro carattere così feroce. La ragione di ciò è che provano enorme piacere nella rapina ed in particolare nel mangiare le prede; il piacere che scaturisce dal loro pensiero di cibarsi delle prede mi è stato trasmesso, e lo ho percepito come qualcosa di eccezionale. Che sulla nostra terra vi siano stati abitanti di una simile natura, appare dalla storia di varie nazioni, tra queste gli abitanti della terra di Canaan (1 Samuele, 30:16) ed anche gli ebrei e gli israeliti, perfino al tempo di Davide quando questi compivano scorrerie tutti gli anni, depredavano i gentili e facevano festa per il bottino. Ho appreso altresì che quegli abitanti erano per lo più giganti e che gli uomini della nostra terra guardavano solo al loro ombelico, erano avvolti nella loro stupidità, non si interrogavano sul cielo o sulla vita eterna ma badavano solo alle cose mondane.




109. Poiché sono di una tale indole, nell’altra vita sono infestati dai mali e dalle falsità. Gli inferni cui essi appartengono appaiono nei pressi della loro terra e non sono in comunicazione con gli inferni degli spiriti malvagi della nostra terra, perché differiscono nell’indole e nelle attitudini, quindi anche i loro mali e le loro falsità sono di una specie diversa.





110. Questi spiriti comunque possono essere salvati e a questo scopo sono confinati in luoghi di rovina, e ridotti all’ultimo stadio della disperazione; poiché non vi è altro metodo con cui i mali ed i falsi convincimenti possono essere sottomessi e rimossi. Quando essi sono nello stato di disperazione, esclamano con vigore di essere bestie, che sono orrendi, che sono odiosi e che sono dannati. Alcuni di loro, quando sono in questo stato, inveiscono contro il cielo, ma poiché questo è frutto della disperazione, è perdonato loro. Il Signore fa in modo che le loro ingiurie non oltrepassino certi limiti. Quando questi sono passati attraverso la sofferenza estrema, sono salvati, in quanto le cose corporee in loro sono perite. È stato inoltre detto a proposito di questi spiriti che durante la vita nella loro terra essi credevano in un creatore supremo per il tramite di un mediatore; ma quando essi sono salvati, sono istruiti sul fatto che solo il Signore è Dio, salvatore e mediatore. Ho visto alcuni di loro, dopo che sono passati attraverso la sofferenza estrema, entrare nel cielo, e quando sono stati ricevuti lì ho avvertito un’impalpabile letizia in loro tale da provocare le lacrime nei miei occhi.

(Emanuel Swedenborg, Terre nell’universo)

















martedì 12 giugno 2018

LA FAVOLA DELLE API (50)




















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La doppia Anima (delle api) (49)

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Il Fiore e l'Universo (con dedica al dio Budha) (51)













Un grande alveare affollato di api, che viveva nel lusso e negli agi, e, tuttavia, tanto famoso per leggi e armi, quanto fecondo di numerosi e vitali sciami, era considerato la grande culla delle scienze e delle arti. Mai api ebbero governo migliore, né mai furono più inquiete e scontente. Esse non erano schiave di una tirannide, né governate da una rozza democrazia, ma da re, che non facevano ingiustizia perché la legge ne limitava il potere.

Molto affollato era il fecondo alveare, ma era proprio il gran numero a farlo prosperare. Milioni di esseri si sforzavano d’appagare la reciproca sfrenatezza e vanità, mentre altri milioni erano intenti a consumare l’ingegnoso lavoro di quelli. Rifornivano metà dell’universo, e avevano, tuttavia, più lavoro che lavoratori. Alcuni, con poca fatica e molto denaro, si lanciavano in affari di gran guadagno, altri erano condannati alla falce e alla vanga e a quei duri e pesanti mestieri nei quali miserabili di buona volontà si affaticano ogni giorno e logorano forze e braccia, per mangiare. Mentre altri facevano mestieri per i quali pochi fanno apprendistato, che non richiedono che sfrontatezza e possono essere avviati senza un soldo: truffatori, parassiti, mezzani, giocatori, borsaiuoli, falsari, ciarlatani, indovini, e tutti quelli che, con inimicizia, astutamente volgono senza scrupoli a loro vantaggio la fatica del prossimo buono, ma malaccorto. Costoro venivano chiamati furfanti ma, eccetto che per il nome, da essi non differivano quelli che lavoravano veramente. Mestieri e impieghi avevano tutti i loro imbrogli, non c'era professione che non avesse i suoi trucchi.




Ma chi potrebbe ridir tutti gli inganni? Persino i rifiuti che si vendevano per strada come concime per ingrassar la terra, spesso erano, per un quarto, mescolati con pietre e ciottoli inutilizzabili, e il contadino brontolava lui che vendeva burro pieno di sale.

Così ciascuna parte era piena di vizi, ma l’insieme un paradiso; adulate in pace e temute in guerra, erano rispettate dagli stranieri e, prodighe delle loro ricchezze e delle loro vite, erano la bilancia di tutti gli altri alveari. Tali erano le benedizioni di questo Stato: le loro stesse colpe contribuivano alla loro grandezza, e la virtù, che dalla politica aveva appreso mille astuzie, per questa felice influenza era diventata amica del vizio; e, quindi, anche la peggiore delle api faceva qualche cosa per il bene comune.

Ma come è vana la felicità dei mortali! Avessero esse solo conosciuto i limiti della felicità, e che la perfezione quaggiù  è più di quel che gli dèi possono concedere, le insensate che brontolavano se ne sarebbero state contente coi loro ministri e col loro governo. Ma esse invece, a ogni insuccesso, come creature perdute senza riparo, maledicevano politici, esercito, flotta, e ognuna gridava: Abbasso gli imbrogli! e ingiustamente, benché consapevole dei propri, non voleva sopportare quelli degli altri.




Alla minima cosa mal fatta e che intralciava gli affari pubblici tutte quelle malandrine senza pudore gridavano: Santi dèi, se solo ci fosse un po’ di onestà! Mercurio sorrideva a tanta impudenza e gli altri chiamavano mancanza di buon senso questo inveire contro quel che amavano, ma Giove, preso da indignazione, alla fine, irato, giurò che avrebbe liberato lo schiamazzante alveare dalla frode, e lo fece. In quel preciso momento questa si allontana e l'onestà colma i loro cuori e mostra loro, come il famoso albero, quelle colpe di cui esse si vergognavano e che in silenzio ora confessano, arrossendo per le loro cattiverie, come bimbi, che vorrebbero nascondere una monelleria e, col rossore, rivelano i loro pensieri, immaginando, se qualcuno li guarda, che gli si legge in fronte quel che hanno fatto.

Ma, o dèi, quale costernazione! Che grande e repentina trasformazione! In mezz’ora, in tutta la nazione, la carne diminuì di un penny per libbra, cadde la maschera dell’ipocrisia al grande statista ed al villano, ed alcuni, notissimi nel falso aspetto che avevano assunto, apparvero, al naturale, come stranieri. Da quel giorno il tribunale fu vuoto, poiché adesso i debitori pagavano spontaneamente anche i debiti che i creditori avevano dimenticato, e costoro li rimettevano a quelle che non potevano pagare. Quelle che erano in torto tacevano e lasciavano cadere i processi cavillosi e vessatori, dal momento che niente poteva prosperare meno degli avvocati in un alveare onesto, tutti, eccetto quelli che avevano guadagnato abbastanza, con i loro calamai se ne andarono in frotta.




Guardate ora il glorioso alveare e vedrete come onestà e commercio vanno d’accordo. Ma lo spettacolo dura poco, rapidamente si dilegua e mostra tutt’altro aspetto, poiché, non soltanto se ne sono andate quelle che ogni anno spendevano grandi somme, ma molte, che ci vivevano sopra, sono anch’esse quotidianamente obbligate ad andarsene. Invano hanno tentato altri mestieri, tutti sono ugualmente affollati.

Crolla il prezzo della terra e delle case; meravigliosi palazzi, le cui mura, come quelle di Tebe, vennero innalzate con la musica, devono esser dati in affitto, e gli dèi familiari, un tempo lieti nelle ricche dimore, avrebbero preferito morire tra le fiamme piuttosto che vedere la volgare scritta sulla porta irridere a quelle superbe di cui si adornarono. L’arte del costruire è ormai finita, gli artigiani sono senza lavoro. Non c’è più un sol pittore famoso per la sua arte, e sconosciuti sono gli scalpellini e gli scultori.

E mentre vanità e lusso diminuiscono, anche le vie del mare sono abbandonate. Non ci sono più mercanti, e intere fabbriche vengono chiuse. Tutte le arti e i mestieri sono negletti: l’accontentarsi del proprio stato, rovina dell’industria, le induce ad apprezzare i prodotti del paese e a non cercare né desiderare altro. In così poche rimangono nel grande alveare, che non possono difenderne la centesima parte dagli attacchi dei numerosi nemici, ai quali tuttavia esse resistono valorosamente, finché si ritirano in un rifugio fortificato, e qui difendono il loro territorio o muoiono. Non ci sono mercenari nel loro esercito, e, poiché combattono eroicamente per la patria, il loro coraggio e la loro lealtà sono infine coronati da vittoria. Ma trionfarono non senza perdite: molte migliaia di api perirono. Indurite dalla fatica e dall’esercizio, considerarono un vizio lo stesso riposo, e ciò rafforzò talmente la loro sobrietà che, per evitare ogni eccesso, volarono nel cavo di un albero tutte soddisfatte e oneste.






                                                           Morale



Cessate dunque di brontolare: soltanto i pazzi si sforzano di far diventare onesto un grande alveare. Godere dei piaceri del mondo, essere famosi in guerra, e pure vivere in pace, senza grandi vizi, è una vana utopia dell’intelletto. Frode, lusso e superbia debbono esistere fino a quando ne cogliamo i benefici. La fame è una piaga spaventosa, non c’è dubbio, ma senza d’essa, chi digerisce e gode buona salute?

Non dobbiamo il vino alla vite misera e contorta che, fin quando cresceva liberamente, soffocava le altre piante e dava solo legna, ma ci allietò del suo nobile frutto quando fu legata e potata?

Così il vizio diventa benefico quando è sfrondato e corretto dalla giustizia. Anzi, se un popolo aspira a essere grande, il vizio è necessario allo Stato quanto la fame per mangiare. La virtù da sola non può far vivere le nazioni nello splendore; coloro che vorrebbero far tornare l’età dell’oro insieme con l’onestà debbono accettare le ghiande.

Bernard de Mandeville















martedì 5 giugno 2018

OVVERO: LA RASPHUIS (47)












































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Il lavoro gradito a Dio (46)

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Psicopannichia ovvero: il sonno delle Anime (48)














Queste dinamiche, prosegue il nostro Blom, ci appaiono più dure e spietate che mai nella città di Amsterdam, dove negli anni d’oro della potenza marittima e commerciale olandese, si era venuta a creare la massima concentrazione mondiale di esseri umani, mezzi economici, consapevolezza, possibilità di carriera e spirito di inventiva. Alla base di questa ascesa c’erano le strategie del mercantilismo: un modello di crescita economica fondata sullo sfruttamento (ed anche - possiamo aggiungere - sulla speculazione caratteristica quale vera genetica del mercato), e ciò, prosegue Blom, non significava che per i cittadini di Amsterdam, che pure beneficiavano in modo diretto o indiretto di quelle ricchezze strappate ad individui senza tutela (visto l’apporto della politica economica delle colonie ieri non meno di oggi), la vita fosse rose e fiori. I prezzi (ieri come oggi per altri fattori rilevati di cui talvolta o troppo spesso poco comprendiamo valori e termini innestati nel nostro quanto altrui vivere comunitario anche per il controllo degli stessi) crescevano in continuazione. Occorreva darsi da fare ogni giorno. Soltanto i rari esponenti dell’èlite godevano di un benessere sicuro.

Per chi invece, non era disposto a lavorare la città aveva in serbo un rimedio, la cosiddetta ‘rasphuis’, un istituto la cui storia ha molto da dire sulla mentalità legata alla genesi di un nuovo mondo urbano e dei relativi stili di vita. La ‘rasphuis’ era una sorta di prigione, un istituto correzionale sui generis nel quale i giovani disavvezzi al lavoro imparavano a guadagnarsi il pane con il sudore della fronte. Era dotato di laboratori nei quali il legno tropicale veniva ridotto in polvere per servire da pigmento nella tinture delle stoffe. La manodopera veniva compensata a cottimo, ma soggiaceva ad un regime rigido e severo che non solo prevedeva pene corporali per chi disobbediva, ma consentiva ai visitatori paganti di osservare i reclusi al lavoro, come in una sorta di zoo.

Molti di quei visitatori hanno accennato ad una peculiarità della ‘rasphuis’, un dettaglio sul quale non abbiamo altri documenti: sembra che nelle cantine fosse allestita una speciale camera stagna destinata a chi si rifiutava di fornire lavoro. Il renitente veniva rinchiuso e la cella, a poco a poco, si riempiva d’acqua. Il detenuto aveva a disposizione una pompa idraulica per salvarsi dall’annegamento, in altri termini, era fisicamente costretto a lavorare.

Il lavoro era cosa gradita a Dio!

Già Calvino lo aveva insegnato, e nessuno più degli olandesi era sensibile a quelle dottrine. Anche nelle politiche sociali delle autorità comunali di Amsterdam, specialmente per quanto concerne i sussidi ai più poveri, erano improntate al concetto della predestinazione. La pretesa che un povero peccatore potesse costringere Dio a perdonarlo vivendo in modo retto, argomentava il teologo svizzero, era incompatibile con l’attributo dell’onnipotenza, perché comportava una limitazione della sovranità inerente al concetto divino. Dio sceglie di redimere o dannare in modo del tutto autonomo, e lo fa prima che l’anima si incarni. Il dono del benessere materiale non era che l’attributo esteriore accordato ai soggetti votati alla salvezza per distinguerli dagli altri. In altri termini, per i calvinisti (come per certi similari aspetti i protestanti) la ricchezza era segno di elezione, una prova della benevolenza divina. Accumulare denaro equivaleva a dimostrare il favore dell’Altissimo. I poveri (oppure nel nostro caso - i protestanti avversi ai protestanti…), in altri termini, erano colpevoli del proprio destino:

Dio li aveva giudicati indegni della vita eterna *.

Credo non ci sia bisogno di aggiungere commenti per quanto rivelato e rilevato, solo nell’arguzia che renderà i termini del comune Intelletto e cammino scritti nel libero arbitrio, mio e quello di Blom, nel comprenderne i principi discorsivi e regolatori per rapportarli ad un saggio intendimento a prescindere l’ ‘epoca glaciale’ influire sull’intero ecosistema non meno dell’odierno mercato asservito per ugual ghiaccio precipitato dall’Elemento offeso; così da non cadere o nuotare in medesimi abissi e cantine affogate… Giacché la cultura non meno del sapere e con essa il vero intendimento dello Spirito ‘della e nella’ Storia posto, possono far ben decifrare le paradossali condizioni cui ognun soggetto, ed, consapevole e inconsapevole oggetto…

(Il curato(re) del blog, accompagnato da P. Blom, il primo inverno) 













   

domenica 3 giugno 2018

SECONDO... IL QUADRO DAL POLITICO ISPIRATO (44)



















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Secondo... il Quadro dal politico ispirato (43)

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Rime taciute alla parabola del Tempo (45)














....Possederla nella strana preghiera, e profanare ogni segreto del suo corpo perché ora è più Diavolo o Santo… di prima…
Lei poveretta, cameriera per dovere della sua povera terra, tanti pargoli custodisce in essa, perché il latte e il vino della vita gli viene privato ogni mattina, da quando suo marito rimase invalido e menomato della vita in nome di una strana guerra principio di ogni falsa ricchezza. Ora deve sfamare i suoi pargoli ed il povero marito mutilato come un Cristo.
Fame e carestia hanno nutrito la sua misera vita.
L’ingiustizia ha divorato la sua povera terra.
La bellezza l’ha di certo abbandonata come fosse un’antica Dèa pagana incarnata in una statua mal conservata nella posa strana… La bellezza incontrata dall’uomo ora sacrificato nel tormento terreno come fosse un agnello.
Una mattina lo trascinò via un diavolo con una strana divisa a combattere una guerra neppure capita, loro fedeli solo all’umile piacere dell’amore. Loro  custodi della vita incontrata all’alba di ogni mattina. Loro che un tempo, al principio della vallata quando il grande albergo non vi dimorava, avevano parlato con un uomo avvolto nella nebbia di una Prima mattina. Aveva narrato di una strana vita libera dalla schiavitù a loro per sempre comandata; libera dalla divina dottrina predicata, libera dal pregiudizio, dalla colpa, dall’ingiustizia nella terra da loro accudita.
Libera ogni mattina e nutrita con il pane della vita affinché il suo frutto possa essere colto ogni giorno, perché l’insegnamento e l’Eresia dello Straniero dimorano nella bellezza del Creato libero dall’inganno predicato da un Secondo Dio seminatore di ogni peccato coltivato. Ogni giorno udivano sempre la sua Natura, infiniti Frammenti in rima sparsi lungo la via, ed anche se non lo vedevano mai come era apparso nel Primo incerto sogno, lo impararono a riconoscere in ogni capolavoro, in ogni poesia che loro come d’incanto impararono quasi prima della parola, sgorgava come un torrente in piena a seminare la vita.
Ogni giorno udivano la sua Natura, e ogni volta che la nebbia lasciava la loro dimora pregavano un cielo limpido e azzurro che ora si specchia su quel  Paradiso, e l’acqua del fiume narrava il suo capolavoro, il tempo e la parola in lei imparavano come il mistero dell’intero Creato, poi videro i colori dell’Universo, ogni stella e pianeta, ogni cometa seminare l’eterna preghiera perché una nuova Parola avevano gridato dallo stupore non ancora del tutto svelato.
Poi, come ho detto, la guerra portò via l’uomo, lo costrinse all’inferno di una bestia, e la poveretta vivere schiava della sua bellezza, cameriera nell’albergo della fertile vallata. Tutti la vogliono e desiderano in quella sala altare e principio del falso creato, perché ora vi dimora la parola nuova di un Dio da signore vestito… o forse solo mascherato…. politico creato!
Si nutre della bellezza della Terra e da politico e uomo di principio ha comandato una guerra in nome del suo Dio, è un ministro importante quell’uomo bianco vestito, profana la bellezza di un altro Dio… Lasciando loro l’inutile martirio di un eterno conflitto tutto racchiuso nel pensiero di un diverso… Principio. Lasciando loro l’inganno del Tempo nutrimento della falsa parola chi poesia e rima non intende in questa misera e povera vita.
Chi parola… mai ha udito nel silenzio…. di un Primo mattino!
Così il saputo ministro di Dio e con lui il grande Regno governato, dopo aver colonizzato in codesto modo il nuovo Creato, costrinsero la bella Eva, ora solo un umile ed incolta serva, a saziare le voglie per il resto della sua vita uno strano Dio inchiodato, agnello di ogni loro peccato. Costrinse il bosco rigoglioso di ogni bellezza al buio di una nera cella per ogni verità detta. Costrinse a chiedere perdono dello strano desiderio istinto di vita specchio della sua bellezza come una serpe che striscia. Costrinse a pregare per il resto dei suoi giorni un uomo sacrificato come lei ed anche tradito proprio come il suo povero marito.
Mutilato della vita in una guerra infinita e giammai capita. Costrinse a confessare, dopo aver servito il frutto proibito di un peccato mai consumato con un Primo Dio, ma ora donato al Secondo Dio; fu l’ultima mensa, o se più vi piace, l’ultima cena servita, prima del castigo di una cella serva di Dio. Il segreto portò fin davanti all’altare costretta ad espiare una colpa mai consumata, ma di questo mistero fu ricca più di prima la sua Infinita vita, di questo sacrificio fu l’invisibile rima del Primo Dio, fuggito una Prima Mattina dall’uscio della sua dimora corpo della vita, perché lei la paura dello spirito aveva custodito e nutrito con il pane e un poco di vino, perché questo avevano imparato dalla Natura del Primo Dio.
Ma l’assassino lo colse lungo la via, e la vita ed il Libro portò via, Inquisitore dell’Eretica parola, la costrinse al fuoco della sua dottrina, la donna che vide così bella volle possedere, e per questa nuova segreta conquista sradicò dall’albero della vita anche il frutto marcio eretica rima della sola Parola nutrita, la guerra mai è finita nell’inganno della vita. L’invalido della vita urlava la sua sventura quando l’uomo soffocò ogni sua paura, ed il sangue sgorgò come un fiume in piena, macchiato dall’infamia della Storia!
L’uomo tornò casto e sazio della sua linfa, politico di mestiere il freddo è la  segreta natura quando uccide e tortura. L’inganno è il Regno della sua fiera natura, non temete volgo che lavora! Il raggiro è la sua poesia, non tema il Papa o il Sovrano che sia, con loro la ricchezza è ben nutrita! La paura è la vera disciplina… non tema il servo di Dio, la terra è così ben seminata ed accudita!
La diplomazia è la vera disciplina…, l’inganno la sola rima….
In questa nuova mattina, il politico, diplomatico di corte, si affaccia dalla loggia e contempla la vita, lui padrone di questa bella vallata…, per nulla mutata all’occhio ciclopico Polifemo di antico antenato.
Parla del futuro del suo gregge, ora, il nuovo Dio approdato pastore di stato, discute del futuro… lui uomo arguto e risoluto, decide le sorti e conta i morti, contempla le greggi e conta pecunia, porta la legge e dona misericordia dopo  aver tirato bene la corda. Ordina alla serva il piatto mattutino per lui il primo, di lei saprà tacitare ogni ricordo circa la vera natura del suo istinto contorto, non avrà più onore e dovere di servire alla mensa della loggia così fieramente e devotamente onorata.
Per lei, invece, serva del potere, saranno solo misere preghiere a tacitare i frutti della sua terra, non potrà ricordare le verità per sempre ammirate, solo con la paura dovrà dialogare con la segreta speranza giammai privilegio antico di non fare ugual fine di suo marito e di quell’uomo sul rogo crocefisso; per lei non vi sarà più nessun appetito l’ultimo pasto è così pietosamente servito!
Lui decide la miglior via, politico di corte, quando la pensiamo smarrita ed anche mal nutrita e forse anche assisa nel pensiero suo contorto di un regno mai morto parente di un impero, futuro scudiero di un regime di prossimo avvenire; il sentiero fino alla cima saprà a tutti indicare ingannando la giusta e retta via. Saprà amministrare anche la Divina Giustizia, lui, ora che ammira il campo fiorito, indeciso sulla prossima stagione del suo bel fiore in lei partorito, se estirpare o seminare nuova terra dopo averla purgata della nostra eterna Primavera, in cui ci onora, conferendoci privilegio antico, della illustre sua e sapiente nonché arguta compagnia.
Tutti gli araldi del vicinato, nobili venerati, lo ammireranno mentre beve il latte appena munto come fosse un servo appena venuto, tutti si compiaceranno e ascolteranno la sua dialettica antica mentre annusa il profumo di una rosa, tutti applaudono le mani mentre arpeggia con il liuto il motivo preferito, e complice un bicchiere di vino, accenneranno a qualche passo del nuovo musico, perché la vecchia danza in onor della Natura, pagana ed innominata per questa Imperiale cultura, non venga più nominata alla loggia della superiore creanza, affinché l’antica ed immonda eresia sia sepolta come una bestia o una povera arpia. Il suo corpo, fra un inchino ed uno sputo, possiamo solo ungere per il rogo che scaccia il pensiero di un diverso Dio celebrato in ogni bosco inesplorato, e alla fine del misfatto condire cacciagione ed altre saporite carni, ammirare le teste così ben tagliate ornare la sala del vero convivio. Qualcuna, dopo uno o più bicchieri del buon Dionisio, assomiglia vagamente ad un vago sorriso incontrato un mattino, forse solo un animale braccato nel bosco, eretica parola come una lingua di bestia entro un corpo scolpito e dipinto, la caccia per questo Paradiso non conosce la pietà di Dio.
Così, come è nostro costume, in nome dello stesso Dio, la bestia il marito e il lupo dal Diavolo partorito, del suo uguale appetito ho così ben condito al mio camino preferito accompagnato dal dolce e caldo sorriso. Quando ammiro il trofeo ora donato alla sala del Municipio provo ancora la voglia e il desiderio che fanno dell’uomo un cacciatore antico, porre così il vero confino fra la bestia ed il vero Dio…
Lui, fiero e devoto cacciatore e politico di corte, oltre al fiore e alla bestia così ben braccata, sacrificherà in nome del progresso… anche tutto il resto, l’avventura e il coraggio mostrerà come un provato e consumato attore di teatro per ogni anima devota, perché l’uomo è padrone della storia, non certo può dirsi il contrario, la Bibbia e Dio hanno comandato questo divino oltraggio…
Della serva rimarrà solo un confuso ricordo, del marito suo la povera ed innocente demenza, del nero assassino neppure il nome ad illuminare diversa scienza. Dello Straniero, colui che smarrì la retta via, venga cancellata ogni rima e poesia, l’eresia antica in cerca di nuova dimora verrà cacciata per ogni vita. Per questo, come ben vedete, io politico illuminato da Dio ed incaricato dal Sovrano per benedetta sua mano, pur sapendo e facendo finta di non sapere il segreto della vita, uccido ed confondo ogni Spirito disceso sulla stessa via, Demonio incarnato in ogni natura nominata peccato.
Per questo lo bracco e costringo alla mia disciplina: ogni elemento così come fu pregato è il solo e vero… primo peccato, ogni natura figlia di un ricordo è un Diavolo già morto. Non dono a lui la vita, Straniero alla mia via, ma abuserò della sacra sua alchimia, bellezza che danza cavalca o viaggia un’antica rima, inverte il tempo della mia rotta, predica e legge il futuro, sarà da me posseduta e cacciata come una bestia maledetta ed ogni frutto di questa turpe conoscenza non avrà giardino a custodire il sapore antico…, certo non prima che io l’abbia assaggiato e colto per evitare un sapere che so’ già incenerito in un buon piatto saporito.
Sacrifico il mio appetito al veleno di questo sogno proibito, così la santità mi sarà donata e l’araldo mio, con scolpito un motto,  farà la storia, ed un  diverso nome (con vicino un numero) concederà ai posteri l’eterna mia memoria….
Si narra che due lupi furono visti, quando l’ultimo respiro muto e strozzato del sacrificio compiuto entro quella luce costretta fu esalato come uno strano ululato…, nel silenzio del Tempo divenuto peccato…, nell’inganno della Storia divenuta rogo della memoria …
Si narra che la montagna vomitò una valanga come nessuno l’aveva mai vista prima, cancellò ogni via che in essa dimorava, segreta rima di un Eretico che in lei confida dalla nebbia di una Prima Mattina fino alla cima di una vista dove il libro della vita narra la sua antica sostanza, dove un Primo Dio svela la vera creanza e la natura tutta parla e racconta, e ogni anima discesa e incarnata ricorda la sua vita passata…, la verità scorreva come un fiume in piena ed ogni anima rinasce nell’eresia di una poesia antica….
Si narra che l’uomo dal basso della loggia abbia creduto e parlato di un miracolo, e negli anni a venire il fiume divenne una lacrima di un diverso dire, tutta la vita dal ghiacciaio nutrita fu barattata per nuova ricchezza in nome di un falso avvenire, dottrina predicata come il presagio di una santa profezia…
L’albergatore si chiuse nel suo dolore, nulla poté contro il potere! Lui che aveva fatto uno strano patto un giorno: sconfiggere il Tempo per servire i minuti le ore i giorni e i secoli della storia…, nell’Infinito Secondo della falsa memoria. Così da ricordare e servire quale verità pregare e nascondere entro il ventre di una caverna scura, che la segreta via… non vada mai né perduta né taciuta…
Lui, il Primo Sogno senza Tempo una mattina aveva scorto come fosse stata una invisibile preghiera, c’era della nebbia, e anche se il volto di quell’uomo non scorgeva, la parola udì, con lui fece un lungo discorso ed un patto incise sulla dura pietra, fossile del tempo specchio della materia.
Il Tempo dovrà servire udire e farne tesoro… e mai intervenire, solo scrutare fuori da quello il vero Cielo, il Regno, come un umile e povero Straniero al suo Creato, un albergo narrato al principio… di un falso miracolo, narrato nel Tempo di un Dio senza ricordo e da un politico accorto al peccato, contato nella strofa e nella strana poesia da chi assente e eterno al limite di questa vita,  invisibile alla vista… materia prigioniera di una falsa dottrina.
Il miracolo della vita ogni giorno farsi rima combattere il male eterna apparenza privato della vera sostanza….          
Questa la rima segreta.
Questa la verità mai detta!
Certo che il politico griderà vendetta e compirà il circolo del Tempo incaricato della Storia… in nome del Sovrano inganno della memoria, che la caccia sia la loro rima…                    
         
(G. Lazzari, Lo Straniero)












            

lunedì 28 maggio 2018

IL 'MANDATO CELESTE' contro L'OPERAZIONE BARBAROSSA (39)




















Precedenti capitoli:

Due Selve (38) &
















Un breve intervento di un testimone sul fronte orientale....


Prosegue in:















L' 'Enigma' della traduzione (& il segreto del 'Touring') (40) &

Chi il vero Eretico Qui taccio e non dico! (41)














Ogni azione che non proceda dalla conoscenza manca di principio e non è che vana agitazione; ogni potere che non si riconosca subordinato all’autorità spirituale è del pari vano e illusorio; separato dal suo principio, potrà esercitarsi soltanto in modo disordinato e correrà fatalmente verso la rovina.

E poiché abbiamo parlato di ‘mandato celeste’, non ci sembra qui fuori luogo riportare come si dovesse adempiere tale mandato secondo lo stesso Confucio  (ponendo in essere due distinte realtà trascese e tradotte nel mondo metafisico della ‘Poesia’; la prima espressione d’una Verità antica; la seconda, la quale abdico al volenteroso ‘trovatore’ la relativa traduzione, esplicita un contesto storico formalizzato di cui l’occidente rinnovato nella propria ciclica fase temporale; da che se ne traduce e rileva che la Verità - l’Eretica Verità - condizione non solo di un buon Imperatore ma anche dei sudditi - su cui esercita la propria funzione -, non si riconosce nella seconda (trobadorica) condizione posta; talché se ne deduce ancora la paradossale condizione della nostra ed altrui realtà; in verità e per il vero, solo nella corretta e giusta cornice - e non solo storica - in cui i due contesti o Versi muovono la propria Infinita essenza… rileviamo la vera 'materia' da cui l’odierna contraddizione risalta la propria immobile staticità nel moderno ed evoluto divenire…nominato ‘progresso’…)






“Per far risplendere le virtù naturali nel cuore di tutti gli uomini, gli antichi principi si adoperavano prima di tutto a ben governare ciascuno il proprio principato.

Per ben governare il principato essi prima di tutto stabilivano il buon ordine nelle loro famiglie.

Per stabilire il buon ordine nelle famiglie, lavoravano prima di tutto a perfezionare se stessi.

Per perfezionare se stessi, disciplinavano prima di tutto i battiti del cuore.

Per disciplinare i battiti del cuore, rendevano perfetta prima di tutto la loro volontà.

Per rendere perfetta la volontà, sviluppavano il più possibile le loro conoscenze.

Le conoscenze si sviluppano penetrando la natura delle cose.

Penetrata la natura delle cose, le conoscenze raggiungono il grado più elevato.

Quando le conoscenze raggiungono il grado più elevato, la volontà diviene perfetta.

Quando la volontà è perfetta, i battiti del cuore diventano regolari.

Regolati i battiti del cuore, l’uomo tutto è privo di difetti (il vero ‘perfetto’).

Dopo aver corretto se stessi, si stabilisce l’ordine nella famiglia.

Quando l’ordine regna nella famiglia, il principato è ben governato.

Ben governato il principato, presto tutto l’impero gode della pace”.  (Confucio)


  

I

D‘un sirventes far
en est son que m‘agenssa
no·m vuolh plus tarzar
ni far longa bistenssa;
e sai ses doptar, 5
qu‘ieu n‘aurai malvolenssa,
car fauc sirventes
dels fals, malapres
de Roma, que es
cap de la dechasenssa, 10
que dechai totz bes.

II

No·m meravilh ges,
Roma, si la gens erra,
que·l segle avetz mes
en trebalh et en guerra; 15
e pretz e merces
mor per vos e sosterra,
Roma enganairitz,
qu‘etz de totz mals guitz
e cima e razitz; 20
que·l bons reis d‘Englaterra
fon per vos trahitz.

III

Roma, trichairitz,
cobeitatz vos engana,
c‘a vostras berbitz 25
tondetz trop de la lana.
Lo sains esperitz,
que receup carn humana,
entenda mos precs
e franha tos becs. 30
Roma, no m‘entrecs,
car es falsa e trafana
vas nos e vas Grecs.

IV

Roma, als homes pecs
rozetz la carn e l‘ossa, 35
e guidatz los secs
ab vos inz en la fossa,
e passatz los decs
de Dieu, car trop es grossa
vostra cobeitatz, 40
car vos perdonatz
per deniers pechatz.
Roma, de gran trasdossa
de mal vos cargatz.

V

Roma, ben sapchatz 45
que vostra avols barata
e vostra foudatz
fetz perdre Damiata.
Malamen renhatz,
Roma. Dieus vos abata 50
en dechazemen,
car trop falsamen
renhatz per argen,
Roma de mal‘esclata
e de mal coven. 55

VI

Roma, veramen
sai eu senes doptanssa
c‘ab galiamen
de falsa perdonanssa
liuretz a turmen 60
lo barnatge de Franssa
lonh de paradis,
e·l bon rei Lois,
Roma, avetz aucis,
c‘ab falsa predicanssa 65
l traissetz de Paris.

VII

Roma, als Sarrazis
faitz vos pauc de dampnatge,
mas Grecs e Latis
liuratz a carnalatge. 70
Inz el pos d‘abis,
Roma, faitz vostre estatge
en perdicion,
Ja Dieus part no·m don,
Roma, del perdon 75
ni del pelegrinatge
que fetz d‘Avinhon.

VIII

Roma, ses razon
avetz mainta gen morta,
e jes no·m sab bon, 80
car tenetz via torta,
qu‘a salvacion,
Roma, serratz la porta.
Per qu‘a mal govern
d‘estiu e d‘invern 85
qui sec vostr‘estern,
car diables l‘en porta
inz el fuoc d‘enfern.

IX

Roma, be·is decern
lo mals c‘om vos deu dire, 90
quar faitz per esquern
dels crestians martire.
Mas en cal quadern
trobatz c‘om deja aucire,
Roma·ls crestians? 95
Dieus, qu‘es verais pans
e cotidians,
me don so qu‘eu desire,
vezer dels Romans.

X

Roma, vers es plans 100
que trop etz angoissosa
dels perdons trafans
que fetz sobre Tolosa.
Trop rozetz las mans
a lei de rabiosa, 105
Roma descordans.
Mas si·l coms prezans
viu ancar dos ans,
Fransa n‘er dolorosa
dels vostres engans. 110

XI

Roma, tant es grans
la vostra forfaitura
que Dieu e sos sans
en gitatz a non cura,
tant etz mal renhan, 115
Roma falsa e tafura,
per qu‘en vos s‘escon
e·is magra e·is cofon
lo jois d‘aquest mon.
E faitz gran desmesura 120
del comte Raimon.

XII

Roma, Dieus l‘aon
e·lh don poder e forsa
al comte que ton
los Frances e·ls escorsa, 125
e fa‘n planca e pon,
quand ab els se comorsa;
et a mi plaz fort.
Roma, a Dieu recort
del vostre gran tort, 130
si·l plaz; e·l comte estorsa
de vos e de mort.

XIII

Roma, be·m conort
quez en abans de gaire
venrez a mal port, 135
si l‘adreitz emperaire
mena adreich sa sort
ni fai so que deu faire.
Roma, eu dic ver,
que·l vostre poder 140
veirem dechazer.
Roma, lo vers salvaire
m‘o lais tost vezer.

XIV

Roma, per aver
faitz mainta vilania 145
e maint desplazer
e mainta fellonia.
Tant voletz aver
del mon la senhoria
que ren non temetz 150
Dieu ni sos devetz,
anz vei que fazetz
mais qu‘ieu dir non poiria
de mal, per un detz.

XV

Roma, tan tenetz 155
estreg la vostra grapa
que so que podetz
tener, greu vos escapa.
Si·n breu non perdetz
poder, a mala trapa 160
es lo mons cazutz
e mortz e vencutz
e·l pretz confondutz.
Roma, la vostra papa
fai aitals vertutz. 165

XVI

Roma, cel qu‘es lutz
del mon e vera vida
e vera salutz,
vos do mal‘escarida
car tans mals saubutz 170
faitz, per que lo mons crida.
Roma, deslejals,
razitz de totz mals,
els focs enfernals
ardretz senes falhida, 175
si non penssatz d‘als.

XVII

Roma, als cardenals
vos pot hom sobreprendre
per los criminals
pecatz que fan entendre, 180
que non pensan d‘als,
mas cum puoscan revendre
Dieu et sos amics
e no·i val castics.
Roma, grans fastics 185
es d‘auzir e d‘entendre
los vostres prezics.

XVIII

Roma, eu sui enics,
car vostre poders monta,
e car grans destrics 190
totz ab vos nos afronta,
car vos etz abrics
e caps d‘engan e d‘onta
e de deshonor;
e·il vostre pastor 195
son fals trichador,
Roma, e qui·ls aconta
fai trop gran follor.

XIX

Roma, mal labor
fa·l papa, quan tensona 200
ab l‘emperador
pel dreich de la corona
ni·l met en error
ni·ls sieus gerriers perdona
car aitals perdos 205
que non sec razos,
Roma, non es bos;
enans qui l‘en razona
reman vergonhos.

XX

Roma, ·l Glorios 210
que sofri mortal pena
en la crotz per nos,
vos done mal‘estrena,
car voletz totz jors
portar la borsa plena, 215
Roma, de mal for,
que tot vostre cor
avetz en tresor;
don cobeitatz vos mena
el fuoc que no mor. 220

XXI

Roma, del malcor
que portatz en la gola,
nais lo sucx, don mor
lo mals e s‘estrangola
ab doussor del cor; 225
per que·l savis tremola,
quan conois e ve
lo mortal vere
e de lai on ve,
Roma, del cor vos cola 230
don li pieitz son ples.

XXII

Roma, ben ancse
a hom auzit retraire
que·l cap sem vos te,
per que·l faitz soven raire, 235
per que cug e cre
qu‘ops vos auria traire,
Roma, del cervel,
quar de mal capel
etz vos e Cistel, 240
qu‘a Bezers fezetz faire
mout estranh mazel.

XXIII

Roma, ab fals sembel
tendetz vostra tezura,
e man mal morsel 245
manjatz, qui que l‘endura.
Car‘ avetz d‘anhel
ab simpla gardadura,
dedins lops rabatz,
serpens coronatz 250
de vibr‘engenratz,
per que·l diable·us cura
coma·ls sieus privatz.   (Guilhem Figueira, ‘Solo Federico sconfiggerà  Roma’)





….Se la distinzione tra ‘iniziazione sacerdotale’ e ‘iniziazione regale’ non è mantenuta in modo molto netto e rigoroso, si forma allora un territorio intermedio in cui può prodursi ogni sorta di confusione, per non parlare di certi conflitti che non sarebbero neppure concepibili se il potere temporale avesse di fronte un’autorità spirituale pura.

Non aspetta qui a noi ricercare quale fra le due possibilità che abbiamo appena indicato corrisponda attualmente lo stato religioso del mondo occidentale, e il motivo è facile a comprendersi: un’autorità religiosa non può avere l’apparenza di quella che noi chiamiamo autorità spirituale pura, anche se ne ha internamente la realtà; vi è stato certamente un tempo in cui essa possedeva questa realtà, ma la possiede ancora di fatto?

E’ tanto difficile dirlo, perché, quando la vera ‘intellettualità’ viene a perdersi in modo così completo come nell’epoca moderna, è naturale che la parte superiore e interna della tradizione diventi sempre più nascosta ermetica ed inaccessibile, giacché soltanto una ristrettissima minoranza è ormai in grado di comprenderla; vogliamo supporre, fino a prova contraria, che le cose stiano così e che in alcune persone, per quanto poco numerose, sopravvive ancora la coscienza della tradizione integrale, con tutto ciò che comporta.

Del resto, anche se questa coscienza fosse internamente scomparsa, ogni forma tradizionale regolarmente costituita continuerebbe a mantenere, grazie alla conservazione della ‘lettera’ al riparo da ogni ‘alterazione’, la possibilità della propria restaurazione, la quale avrà luogo se un giorno, fra i rappresentanti di tale forma tradizionale, si incontreranno uomini con le attitudini intellettuali richieste.

Ad ogni buon conto, quand’anche avessimo, per qualche via, dati più precisi al riguardo, non dovremmo esporli pubblicamente, a meno di non esservi condotti da circostanze eccezionali, ed ecco perché: un’autorità che sia soltanto (politicamente) religiosa continua tuttavia ad essere, nel caso più sfavorevole, un’autorità spirituale relativa; vogliamo dire che, pur non essendo un’autorità spirituale pienamente effettiva, ne possiede la virtualità che le deriva dalla sua origine, e perciò è sempre in grado di esercitarne le funzioni all’esterno; è dunque legittimo che essa adempia tali funzioni nei confronti del potere temporale, e nei suoi rapporti con quest’ultimo va veramente considerata tale.

Chi avrà capito il nostro punto di vista potrà rendersi conto senza difficoltà che, in caso di conflitto tra una qualsiasi autorità spirituale, anche relativa, e un potere puramente temporale, dobbiamo sempre schierarci, in linea di principio, a fianco dell’autorità spirituale; diciamo in linea di principio perché sia chiaro che non abbiamo la minima intenzione di intervenire attivamente in simili conflitti né, soprattutto di prendere parte alle diatribe del corrotto e decadente mondo occidentale, cosa che peraltro non ci compete assolutamente….

(R. Guénon)