giuliano

sabato 17 novembre 2018

LA VARIANTE DELLA VITA (nel Viaggio intorno al mondo) (2)


















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La variante della vita (17/1)














...Orbita nell’evoluto Secondo annunciato. 

Lui il quale rinasce all’alba di ogni mattina/Lui il quale non conosce evoluta Rima ma dona la più bella Poesia al tomo della vita, con solo gli occhi di una profonda e infinita misericordia rimembrare il mondo nato e privo di ogni umano peccato/Lui il quale volteggia sopra la mia Rima pregando di non abbandonare la nebbia della sua invisibile Poesia/Lui qual sentinella fedele urla tutte le volte che l’evoluto ingegno sfiora il feudo e regno della mia misera e gnostica mente/Lui il quale mi mostra l’Opera magnifica senza intelligenza alcuna ogni mattina ed al tramonto di ugual via/Lui il quale implora acqua ed Elemento tradito composto nell’evoluto ingegno cui ora il volo il passo la corsa affaticata e sconfitta/Lui il quale mi indica ogni simmetria comporre invisibile dimensione per ogni loro ‘variante’ alla misera dimensione cui tradotta la vita, corsa giammai compresa/Lui che quando lacrimo una sconfitta mi consegna al Sentiero della Natura ad indicarmi il miracolo nominato vita… 




...Strano intento il loro Dio per ognuno cui composto da una più evoluta favella rispetto all’idiota ed inutile Rima nominata Natura, in quanto proprio in quella costretto dalla ‘fortuna’ della ‘superiore specie’ sua presiedere l’Opera incompresa: il cielo ove se scruti attentamente potrai ammirare o solo sperare nel regno sicuro per una ciclica ‘spirale’ guerra stellare ove la terra colma compensare l’odio ed umano progresso nel millenario intento selezionare la specie più adatta alla vita così concepita.... 

...E se una mattina scorgi il cielo qual nebbia fitta con solo un satellite comporre la tua misera poesia indicare il meteo di una Natura sconfitta, non darti sconforto perché questa è la ‘variante’ nominata vita. La quale iniziò una non lontana mattina, ma dall’uomo tradotta in più triste accadimento e fortuna per l’economico principio verbo pregato. Non certo il più forte è il solo degno alla selezione della vita, il progresso riconosce un ‘puntino’ per ogni vita alla quale assommiamo un più vasto e sicuro ingegno così da rendere il miracolo studiato consegnato ad una più certa evoluzione più degna e consona alla vita. Più degna e consona al progresso....



Ed alla ‘variante’ ove questo corre suggeriamo un Sentiero più onesto più umile adagio al passo ordinato di una Rima e con essa di una più certa simmetria consona alla Poesia dell’intero Universo studiato. E non certo al popolo ingannato truffato e rapito, figlio di un Creato non certo capito interpretato dal politico di turno promettere paradiso nel ‘caos’ di un probabile inferno… La vita così celebrata all’incrocio di un solstizio o forse un equinozio non ricordo… Scomposta in più comandamenti enunciati e tutti ben pagati al ‘canone’ cui progredito ma dal corto respiro già mutilato affaticato in codesta Genesi annunciata. 

...Ragion per cui in questo storico giorno in attesa di salpare per più ecologico ed istruttivo intento, mentre il vento conduce al felice porto un nuovo miracolo, tanti ‘intorno al mondo’ affollano e popolano codesta nuova o recente dottrina ad annunciar il Viaggio, o meglio la vita, qual dura selezione qual difficile intento. Anche nel girarlo tutto in tondo che la Compagnia (e con essa l’Agenzia…) ne va più che fiera...






"Tutto il resto è sale di mare ed inutile Eresia e non rompeteci la nobile isola cui il sole mi sbronza… alla branchia la qual di nuovo respira, beninteso non salga dalla crosta una nuova particella a rovinarmi l’aperitivo”, giacché questa la specie evoluta proporre la rima raccomandata. Se tutt’attorno deserto non badate a codesta nuvola! Al principio di una strana vigilia o variante di via: vapore condensato in nube di vita ad annunciare fertilità e promessa per ogni principio cui si nutre la macchina della vita, ed in cui la stessa rinasce al purgatorio di una materiale ed economica dottrina nemica del sapere, e con essa, della vera saggia e sana  arte con la quale ogni Profeta mantiene la promessa non certo dall’umana esperienza compresa… ed ad un ‘incrocio’ destinata qual vita smarrita…




…il testo non votato soltanto alla laboriosa formulazione di complicate formule scientifiche, ma ibrido continuamente e curiosamente fra incanto e meditata risoluzione, fra documentazione rigorosa e dubbio procedurale, fra impegno fattuale e fascino della scoperta; e poi ancora, di ibrido fra il mondo pre e postdarwiniano, fra l’accettazione ed il rifiuto di principi già maturati nella mente dell’autore, ma non ancora perfezionati, o non ancora adatti alla divulgazione…
Pur professandosi ‘più ignorante di un somaro’ in materia, Darwin non manca di far reagire le sue passioni civili, il suo senso storico e morale. Generalmente poco notato e poco discusso, questo è invece un aspetto rilevante del suo racconto. Egli è toccato da un orrore profondo, appena velato dai modi rapidi e bozzettistica della scrittura, di fronte al destino che l’espansionismo europeo riserva agli antichi abitatori degli altri continenti. In America sono ovunque visibili le tracce della caccia, della persecuzione, degli eccidi: intere comunità sconvolte, i deboli e le donne sopra una certa età uccise, gli abili ridotti in schiavitù, i bambini venduti – ‘prezzo medio quattro sterline ognuno’.




A Darwin che tenta una protesta si risponde: ‘Come fare? Sono così prolifici!’. Allo sbando, i gruppi dei fuggiaschi frantumano: ognuno cerca scampo come può, la resistenza appare impossibile, e confinata ad atti di disperazione individuale. Una squadra di cavalieri in caccia – sono le truppe del generale Rosas, poi detestato presidente dell’Argentina – viene osservata in un momento di riposo, ed è una scena rivoltante di disordine e bestialità. Gridano vendetta le condizioni di lavoro dei minatori cileni  ‘era veramente sconvolgente vederne lo stato…’; rimane indelebile la pena di fronte al trattamento degli schiavi in Brasile: ‘Anche oggi, all’udire un grido lontano, si riaccendono con penosa vivezza i sentimenti che provai quando, passando davanti a una casa, udii i gemiti più pietosi, e non potei fare a meno di sospettare che qualche povero schiavo urlasse il proprio malessere nei confronti della vita così indegnamente vissuta…’.

(C. Darwin, viaggio di un naturalista intorno al mondo con (*) del curatore del Blog...)    


















lunedì 12 novembre 2018

IL BASTONE DEL FILOSOFO (14)










































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Il bastone del Filosofo (9)  (10)  (13)

....E gli altri... chi sono (11/12)

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Il paradiso riconquistato (15)














Thoreau contempla e sposa la natura, che non è oggetto di una religione concettuale, come in Emerson, né di una religione del progresso, come in Etzler, ma di una filosofia esistenziale.

In questa filosofia esistenziale, poco importa salire in ascensore su edifici di decine di piani, lavarsi in una vasca di acqua calda, attraversare l’Atlantico in aereo, passeggiare di notte per strade illuminate a giorno, vivere cent’anni, mangiare cibi sofisticati in mezzi di trasporto collettivi veloci come il lampo o abitare in un appartamento dove fa freddo d’estate e caldo d’inverno.

Cos’hanno a che vedere con Thoreau tutte queste invenzioni costose, dispendiose quanto inutili?




Lui che ha recitato l’elogio del camminare e del contatto col suolo; che si bagna nell’acqua gelida dei laghi e confessa di preferire l’odore di topo muschiato del cacciatore di pellicce a quello di polvere del professore rinchiuso nella sua biblioteca; che, salvo uno o due brevi viaggi fuori del suo villaggio, non lascerà mai Concord, la sua città natale; che si rallegra di fare ritorno al suo capanno di legno, nella foresta, nelle notti senza luna, più gratificanti per l’istinto rispetto alle notti di luna piena; che si preoccupa non della quantità, ma della qualità e dell’eccellenza del tempo da vivere; che confida al suo diario il desiderio di mangiare una marmotta cruda per incorporare la sua vitalità; e che consiglia di coprirsi bene d’inverno o più leggeri d’estate per adeguare i vestiti al clima del momento; a che pro una vita sofisticata, ma falsa, quando una vita semplice, ma vera, è alla portata del primo venuto?

A contatto con la natura, Thoreau confessa di recuperare le forze eventualmente mancanti. La lettura della sua intera opera mostra in lui un temperamento stoico, un’indole austera e ascetica. Ai suoi lettori confida di non aver mai conosciuto momenti di depressione o di malinconia. Anche quando la tubercolosi ridurrà considerevolmente la sua energia, la sua forza, la sua resistenza, vivrà quegli anni della sua vita da uomo che confida nelle virtù riparatrici delle passeggiate, della camminata, del contatto coi boschi, le strade, la foresta, i campi, da cui il saggio attinge serenità, il naturalista il soddisfacimento della sua libido sciendi.




La città offre un clima tetro e deleterio, attiva le forze patogene. La campagna invece produce individui sani, semplici. L’assenza di contatto con la natura genera tristezza e malinconia.

Nella sua Storia naturale del Massachusetts, Thoreau scrive:

‘Se, come minimo, i nostri piedi non si trovano al cuore della natura, i nostri visi non saranno che pallidi e lividi’.

La natura dà salute, e quelli che pretendono che essa generi tristezza sono malati che proiettano la loro patologia su di essa. A partire dall’idea della correlazione natura/salute, città/malattia, Thoreau si spinge fino ad avanzare la strana ipotesi di una genealogia della negatività nella sfera politica:

‘Le teorie della disperazione, della tirannia e della servitù spirituale o politica, non furono mai insegnate da uomini che condividono la serenità della natura’.




La tesi stupisce, ma quando si prova a sottoporla a verifica, ci si interroga, e si cercano esempi o controesempi, non si trova niente da contrapporre ad essa.

Osservare la natura e ricavarne delle lezioni non basta!

Bisogna anche applicarle nella vita quotidiana e incarnarne gli ideali. Walden contiene, in mezzo ad alcuni aforismi eterni, una frase sublime:

‘Ai nostri giorni ci sono professori di filosofia, ma non filosofi’.

Essere filosofo non significa mettere a punto pensieri sottili, e neanche creare scuole di pensiero, ma ‘amare la saggezza per vivere secondo i suoi decreti, una vita semplice, indipendente, generosa e fiduciosa. Significa risolvere alcuni problemi della vita, non solo in teoria, ma in pratica’.




Magnifica lezione.

I filosofi antichi agivano così: vivere il proprio pensiero, pensare la vita, e compiere incessantemente un movimento di andata e ritorno tra una teoria e una pratica per affinare l’una e l’altra. Questa dialettica segnò le scuole di saggezza precristiane – pitagorismo, stoicismo, cinismo, cirenaici, epicureismo – nel corso di alcuni secoli, prima che venissero cancellate dal trionfo del cristianesimo che avrebbe rivendicato il monopolio della vita filosofica.

Vivere da filosofo significò allora vivere da cristiano, mentre l’esercito dei filosofi apologeti si incaricava di predicarne le modalità. Per molti secoli, la filosofia fece allora parte del meccanismo disciplinare cristiano. I pensatori fornivano concetti e teorie, discorsi e dibattiti, argomenti e casistiche, retorica e sofistica, in grado di giustificare e legittimare questo colpo di Stato ontologico sulle anime e sulle coscienze.




Filosofare diventò quindi questione di laboratori, uffici, biblioteche, università, crogiuoli in cui si fondevano le armi da guerra intellettuali dell’Impero cristiano che aveva devastato la vita filosofica antica per sostituirla con la macerazione ascetica. Venne allora il regno dei professori di filosofia, così numerosi, secondo Thoreau, quanto sono rari i filosofi, in altri termini gli individui il cui esempio mostra che essi non si accontentano di parlare.

La vita filosofica si oppone alla vita gretta.

Ma che cos’è una vita gretta?

Un’esistenza interamente dedita al denaro, all’avere, alle ricchezze, al possesso, agli onori, alla reputazione, vizi che risalgono alla più remota antichità.

…Al che occorre aggiungere dei vizi recenti: la vita sottomessa ai dogmi della società consumistica – desiderare, comprare, consumare, sostituire, una catena perversa, che, come Thoreau intuisce già a vent’anni, minaccia di diventare religione nel futuro prossimo del popolo americano.




Per quanto riguarda le relazioni con gli altri, la vita gretta si accontenta delle apparenze e della superficie, a scapito della profondità, che nondimeno costituisce la loro verità.

Perversione diffusa nelle città, ma molto meno in campagna, dove il contatto diretto con la natura garantisce una relazione sana e vera con la semplicità, la verità degli esseri.

La vita di salotto, la vita mondana, la vita della schiuma delle relazioni umane, la vita della chiacchiera, questa è la vita gretta. Essa caratterizza sempre una vita nella quale non ci si trova al centro di sé, ma ai margini, altrove, in periferia.


(M. Onfray; Fotografie di A. Masuri)











domenica 11 novembre 2018

...E GLI ALTRI CHI SONO? (12)




















































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Ti sei lì e sei tu! (11/1)

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Il bastone del Filosofo (13/4)













E per questo occorreva ghigliottinare l’autore, quando intanto nulla si crea e nulla si distrugge? O lo si è ucciso per farlo tacere su ciò che fingendo rivelava, come Newton che tanta ala vi stese ma continuava a meditare sulla Gabbala e sulle essenze qualitative?

La sala Lavoisier del Conservatoire è una confessione, un messaggio cifrato, una epitome del conservatorio tutto, irrisione dell’orgoglio del pensiero forte della ragione moderna, sussurro di altri misteri. Jacopo Belbo aveva ragione, la Ragione aveva torto. Mi affrettavo, l’ora incombeva.

Ecco il metro, e il chilo, e le misure, false garanzie di garanzia. L’avevo appreso da Agliè che il segreto delle Piramidi si rivela se non le calcoli in metri, ma in antichi cubiti. Ecco le macchine aritmetiche, fittizio trionfo del quantitativo, in verità promessa delle qualità occulte dei numeri, ritorno alle origini del Notaríkon dei rabbini in fuga per le lande d’Europa.




Astronomia, orologi, automi, guai a intrattenermi tra quelle nuove rivelazioni. Stavo penetrando nel cuore di un messaggio segreto in forma di Theatrum razionalista, presto presto, avrei esplorato dopo, tra la chiusura e la mezzanotte, quegli oggetti che nell’obliqua luce del tramonto assumevano il loro vero volto, figure, non strumenti. Su, attraverso le sale dei mestieri, dell’energia, dell’elettricità, tanto in quelle vetrine non avrei potuto nascondermi. Man mano che scoprivo o intuivo il senso di quelle sequenze ero preso dall’ansia di non aver tempo di trovare il nascondiglio per assistere alla rivelazione notturna della loro ragione segreta.

Ormai mi muovevo come un uomo braccato – dall’orologio e dall’orrido avanzare del numero.

La terra girava inesorabile, l’ora veniva, tra un poco mi avrebbero cacciato. Sino a che, attraversata la galleria dei dispositivi elettrici, giunti alla saletta dei vetri. Quale illogica aveva disposto che oltre gli apparecchi più avanzati e costosi dell’ingegno moderno dovesse esserci una zona riservata a pratiche che furono note ai fenici, millenni fa?




Sala collettanea, era questa, che alternava porcellane cinesi e vasi androgini di Lalique, poteries, maioliche, faenze, muranerie, e in fondo, in una teca enorme, in grandezza naturale e a tre dimensioni, un leone che uccideva un serpente. La ragione apparente di quella presenza era che il gruppo figurava interamente realizzato in pasta di vetro, ma la ragione emblematica doveva essere un’altra...

Cercavo di ricordarmi dove avessi già scorto quell’immagine.

Poi ricordai.

Il Demiurgo, l’odioso prodotto della Sophia, il primo arconte, Ildabaoth, il responsabile del mondo e del suo radicale difetto, aveva la forma di un serpente e di un leone, e i suoi  occhi gettavano una luce di fuoco. Forse l’intero Conservatoire era un’immagine del processo infame per cui, dalla pienezza del primo principio, il Pendolo, e dal fulgore del Pleroma, di eone in eone, l’Ogdoade si sfalda e si perviene al regno cosmico, dove regna il Male…




…Ma allora quel serpente, e quel leone, mi stavano dicendo che il mio viaggio iniziatico – ahimè à rebours – era ormai terminato, e tra poco avrei rivisto il mondo, non come dev’essere, ma come è. E infatti notai che nell’angolo destro, contro una finestra, stava la garitta del Periscope.

Entrai.

Mi trovai davanti a una lastra vitrea, come una plancia di comando, su cui vedevo muoversi le immagini di un film, molto sfocate, uno spaccato di città. Poi mi accorsi che l’immagine era proiettata da un altro schermo, posto sopra il mio capo, dove appariva rovesciata, e questo secondo schermo era l’oculare di un periscopio rudimentale, fatto per così dire di due scatoloni incastrati ad angolo ottuso, con la scatola più lunga che si protendeva a mo’ di tubo fuori della garitta, sopra la mia testa e dietro le mie spalle, raggiungendo una finestra superiore da cui, certo per un gioco interno di lenti che gli consentiva un grande angolo di visione, captava le immagini esterne.




Calcolando il percorso che avevo fatto salendo, capii che il periscopio mi permetteva di vedere l’esterno come se guardassi dalle vetrate superiori dell’abside di Saint-Martin - come se guardassi appeso al Pendolo, ultima visione di un impiccato.

Adattai meglio la pupilla a quell’immagine scialba: potevo ora vedere la rue Vaucanson, su cui dava il coro, e la rue Conté, che idealmente prolungava la navata. Rue Conté sfociava su me Montgolfier a sinistra e me de Turbigo a destra, due bar agli angoli, Le Week End e La Rotonde, e di fronte una facciata su cui spiccava la scritta, che decifrai a fatica, LES CREATIONS JACSAM.

Il periscopio.




Non così ovvio che fosse nella sala delle vetrerie anziché in quella degli strumenti ottici, segno che era importante che la prospezione dell’esterno avvenisse in quel luogo, con quell’orientamento, ma non capivo le ragioni della scelta. Perché questo cubicolo, positivistico e verniano, accanto al richiamo emblematico del leone e del serpente?

In ogni caso, se avessi avuto la forza e il coraggio di restare lì ancora per poche decine di minuti, forse il guardiano non mi avrebbe visto. E sottomarino rimasi per un tempo che mi parve lunghissimo. Sentivo i passi dei ritardatari, quello degli ultimi custodi. Fui tentato di rannicchiarmi sotto la plancia, per sfuggire meglio a un’eventuale sbirciata distratta, poi mi trattenni, perché restando in piedi, se mi avessero scoperto, avrei sempre potuto fingere di essere un visitatore assorto, rimasto a godersi il prodigio.




Poco dopo si spensero le luci e la sala restò avvolta nella penombra, la garitta diventò meno buia, tenuamente illuminata dallo schermo che continuavo a fissare perché rappresentava l’ultimo mio contatto col mondo. La prudenza voleva che restassi in piedi, e se i piedi mi dolevano, accovacciato, almeno per due ore.

L’ora di chiusura per i visitatori non coincide con quella di uscita degli impiegati. Mi colse il terrore delle pulizie: e se ora avessero incominciato a ripulire tutte le sale, palmo per palmo?

Poi pensai che, visto che alla mattina il museo apriva tardi, gli inservienti avrebbero lavorato alla luce del giorno e non alla sera. Doveva essere così, almeno nelle sale superiori, perché non sentivo passare più nessuno. Solo dei brusii lontani, qualche rumore secco, forse porte che si chiudevano.




Dovevo restare fermo.

Avrei avuto tempo di raggiungere la chiesa tra le dieci e le undici, forse dopo, perché i signori sarebbero venuti solo verso la mezzanotte. In quel momento un gruppo di giovani usciva dalla Rotonde. Una ragazza passava in rue Conté, girando in rue Montgolfier. Non era una zona molto frequentata, avrei resistito ore ed ore guardando il mondo insipido che avevo dietro le spalle?

Ma se il periscopio era lì, non avrebbe dovuto inviarmi messaggi di qualche segreto rilievo?

Sentivo venire il bisogno di orinare: bisognava non pensarci, era un fatto nervoso. Quante cose ti vengono in mente quando sei solo e clandestino in un periscopio. Deve essere la sensazione di chi si nasconde nella stiva di una nave per emigrare lontano. Infatti la meta finale sarebbe stata la statua della Libertà, con il diorama di New York. Avrebbe potuto sopravvenire la sonnolenza, forse sarebbe stato un bene.




No, avrei potuto risvegliarmi troppo tardi...

La più temibile sarebbe stata una crisi di angoscia: quando hai la certezza che tra un istante griderai.

Periscopio, sommergibile, bloccato sul fondo, forse intorno già ti navigano grandi pesci neri degli abissi, e non li vedi, e tu sai solo che ti sta mancando l’aria...

Respirai profondamente più volte.

Concentrazione.

L’unica cosa che in quei momenti non ti tradisce è la lista della lavandaia. Riandare ai fatti, elencarli, individuarne le cause, gli effetti. Sono arrivato a questo punto per questo, e per quest’altro motivo...

Sopravvennero i ricordi, nitidi, precisi, ordinati.




I ricordi degli ultimi frenetici tre giorni, poi degli ultimi due anni, confusi con i ricordi di quarant’anni prima, come li avevo ritrovati violando il cervello elettronico di Jacopo Belbo. Ricordo (e ricordavo), per dare un senso al disordine della nostra creazione sbagliata.

Ora, come l’altra sera nel periscopio, mi contraggo in un punto remoto della mente per emanarne una storia. Come il Pendolo. Diotallevi me lo aveva detto, la prima sefirah è Keter, la Corona, l’origine, il vuoto primordiale. Egli creò dapprima un punto, che divenne il Pensiero, ove disegnò tutte le figure...

Era e non era, chiuso nel nome e sfuggito al nome, non aveva ancora altro nome che ‘Chi?’, puro desiderio di essere chiamato con un nome...

In principio egli tracciò dei segni nell’aura, una vampa scura scaturì dal suo fondo più segreto, come una nebbia senza colore che dia forma all’informe, e non appena essa cominciò a distendersi, al suo centro si formò una scaturigine di fiamme che si riversarono a illuminare i zefiro inferiori, giù sino al Regno. Ma forse in questo simsum, in questo ritiro, in questa solitudine, diceva Diotallevi, c’era già la promessa del tiqqun, la promessa del ritorno… 

(U. Eco)

















sabato 10 novembre 2018

IL BASTONE DEL FILOSOFO (10)











































Precedenti capitoli:

Il bastone del filosofo (9)

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Tu sei lì e sei tu! Gli altri chi sono (11/12)













Thoreau comunica per impulsi di emozioni e di percezioni, non sceglie tra filosofia, letteratura e poesia, come se l’una escludesse l’altra, ma passa alternativamente da un registro all’altro, quando non li fonde secondo il suo capriccio.

Al poeta non si chiede di essere chiaro, a patto che sia efficace e che le sue immagini generino nel lettore altre immagini. Se un autore vuole comunicare col suo lettore, può scegliere l’argomentazione classica e rispettare le regole abituali della retorica e dell’eloquenza nell’esposizione delle idee.

Questa è una maniera determinata di comunicare.




Ma ne esiste anche un’altra che mira ad attingere nell’inconscio dell’individuo al quale ci si rivolge un materiale che entrerà in relazione con l’inconscio del poeta.

Conoscenza per empatia, per simpatia, per impulsi di energie che travalicano gli spazi angusti del razionalismo.

Il metodo di Thoreau volta le spalle a quello dell’Occidente.

Il discorso sul metodo di Descartes ha valore di bibbia per i filosofi europei.

Le regole del metodo esposte dal pensatore francese sono tuttavia prive di valore per il filosofo americano, il quale, tra l’altro, intende coltivare in tal modo la sua specificità di metafisico del Nuovo continente.

Praticare il dubbio metodico?

Considerare falso tutto ciò di cui si può dubitare?




Dubitare del mondo sensibile, delle dimostrazioni matematiche, ma risparmiare la morale e la religione dominanti?

Riconoscere in ciò che è chiaro e distinto i caratteri del vero?

Dover enumerare le difficoltà?

Sopprimere i pregiudizi dell’infanzia?

Chiedersi che cosa siamo e rispondere che la nostra natura è quella di pensare?




Thoreau non vede l’utilità di tutto ciò: il dubbio non serve a nulla, solo l’osservazione permette di accedere a conoscenze vere; il vero e il falso non sono che parole; la sola cosa di cui siamo sicuri è il sensibile, e per convincersene non occorre fare appello a dimostrazioni sofistiche; la prova del pudding è nel mangiarlo; la morale e la religione sono faccende convenzionali, la giustizia è superiore ad esse; il chiaro e il distinto non sono necessariamente virtù, e ad esse si può preferire l’oscuro e l’indistinto, le tenebre e l’incerto; il bambino non deve essere superato, ma conservato, se non addirittura riscoperto dentro di noi; infine, la nostra natura non consiste nel pensare, ma nel contemplare la natura, imparare a conoscerla e chiederle lezioni – ad essa più che a Dio – per vivere bene e meglio.




In poche righe, giusto prima della fine della sua Storia naturale del Massachusetts, Thoreau consegna il suo Discorso sul metodo: la sperimentazione del reale non è affare di un filosofo nel suo studio, ma immersione di un osservatore nella materialità del mondo – e se Emerson pensa in veste da camera, Thoreau entra completamente vestito nell’acqua delle paludi per inseguire le variazioni di colore della ali di una libellula. La conoscenza è una questione fisica, sensibile, materialista, immanente, empirica. Da discepolo inconsapevole di Locke o di Condillac, sa che non si può arrivare alla conoscenza senza le informazioni date dai sensi. I cinque sensi non sono tutti ugualmente efficienti, devono essere educati, sollecitati, affinati per poter disporre di eccellenti strumenti di precisione. Non basta esaminare le cose, occorre contemplarle.

Guardare a lungo, sospendendo il tempo, permette di giungere a vedere.




Il reale si cattura, e occorre molta pazienza per accedere alla verità delle cose. In altre parole, il filosofo deve agire come un fenomenologo che osserva i particolari, seziona il reale, ne coglie tutte le sfaccettature, lo investe con tutti i suoi sensi. La coscienza di chi osserva, ascolta, tocca, sente, gusta, immerso nella natura, penetra l’oggetto da esaminare e perviene a toccarne l’essenza. La fenomenologia del sensista fonda una filosofia naturalista. Come conferma questa frase di Walden:

‘Non è per mezzo dell’induzione, deduzione o applicazione delle matematiche alla filosofia che noi apprendiamo, ma mediante una relazione diretta e una simpatia con l’oggetto da studiare’.




Malgrado il suo approccio sperimentale, non Bacone – o Emerson –, ma il Poeta e i suoi versi, le sue immagini, le sue folgorazioni e le sue oscurità. O l’Indiano, con i suoi miti, le sue allegorie, le sue favole. Omero, Dante o Shakespeare al posto di Platone, Descartes o Leibniz. L’Odissea contro La Repubblica, la Divina Commedia contro i Principi della filosofia, il Sogno di una notte di mezza estate contro la Monadologia. Ecco un filosofo fatto apposta per dispiacere alla corporazione dei professori di filosofia.

Walden contro la Scienza della logica o l’Enciclopedia delle scienze filosofiche di Hegel.

La conoscenza non la ottiene dunque il filosofo obiettivo, ma il pensatore soggettivo. Non esiste altro che l’esperienza umana, e solo lo sperimentatore – di cui la filosofia ufficiale diffida, quando non pretende persino di farne a meno – produce risultati. Ciò che garantisce una conoscenza eccellente, per Thoreau, non deriva evidentemente da diplomi o da una formazione classica, ma dalla totale arbitrarietà: per ben conoscere, bisogna essere un grande vivente!




Il motivo è molto semplice: la vita che abita un essere in misura più o meno grande entra in relazione, per capillarità, con la vita che si trova nell’oggetto esaminato. Più l’individuo custodisce in sé stesso la vita, più è sviluppata ed estesa la sua facoltà di entrare in contatto con la vita che alberga nelle cose. Ogni conoscenza si compie per empatia vitalista e non per deduzione intellettuale, implica la simpatia esistenziale e non l’analisi scientifica.

L’Indiano contro il ricercatore di laboratorio.

Un grande scienziato è un grande vivente.




Il chiaro e il distinto non costituiscono dunque l’orizzonte insuperabile della filosofia. Il Poeta si preoccupa dell’immagine, non del vero. Dell’efficacia empatica, non della persuasione laboriosa. Thoreau non aspira a dimostrare, intende suggerire. Meglio una bella Rima – infatti scrive anche dei poemi –, una bella immagine, un bell’effetto, una bella allegoria, una bella favola – che una dimostrazione irreprensibile. La corporazione dei professori direbbe che Thoreau pratica l’assertorio da selvaggio e rifiuta l’apodittica dei civilizzati. (E che per questo motivo non otterrà il diploma).

La tradizione filosofica rivendica i Lumi.

Da Platone in poi, il filosofo si illumina al fuoco delle idee intelligibili e l’oscurità è la sorte riservata agli abitanti della caverna, ai non-iniziati, alla maggioranza, al volgo. Il lavoro filosofico esige dunque che sia sempre portata la fiaccola della conoscenza e del sapere nel tugurio del mondo delle tenebre. Anche i pensatori apologetici del cristianesimo associano la luce alla verità rivelata e l’oscurità al mondo demoniaco.




Thoreau mette i piedi dove non dovrebbe facendo esplicitamente la critica dei lumi e prendendo nettamente partito per l’oscurità. Il pensatore americano ha un bel credersi indenne dai condizionamenti del suo tempo, che è comunque l’epoca dei ‘temporali desiderati’ dell’autore di Atala o delle Avventure dell’ultimo degli Abenceragi – anche lui grande ammiratore di Indiani e autore di un Viaggio in America (1827). Il temporale, la tempesta, gli elementi scatenati, il sublime della natura, sono cose che non dispiacciono a Thoreau, come non dispiacciono a Chateaubriand.

Il teorico che esalta l’eccellenza di una buona immagine e il suo primato sul ragionamento in materia di conoscenza, per illustrare il suo discorso racconta un aneddoto preso in prestito da Niépce, scopritore del ‘principio di attinide’. L’inventore della fotografia aveva in effetti constatato che i raggi del sole danneggiano la struttura del granito. Se esistesse solo la luce, senza il suo doppio e il suo complemento, l’oscurità, la pietra si sfalderebbe prestissimo e si ridurrebbe in polvere. Ma esiste un contropotere a questo effetto: di notte, i corpi rovinati recuperano la loro integrità grazie all’effetto dell’oscurità. Non c’è luce, quindi, senza ombra – affinché la vita esista e duri.




Ciò che è vero per la geologia vale al di là di questo piccolo mondo, in quanto la natura è animata da un principio che, attivo in un punto infimo, lo è altrettanto in uno spazio infinito: la forza, la vita, l’energia che rendono possibile la magia di una formica spiegano anche l’ordinamento dei pianeti, i loro corsi e i loro moti.

La legge che vale per il granito vale anche per la conoscenza: la luce esiste in abbondanza, perciò bisogna coltivare l’oscurità. Così, quando si scrive, occorre mirare all’effetto che si intende produrre nel lettore. In questo ordine di idee non bisogna esprimersi né con eccessiva completezza, né con troppi particolari. Non occorre sforzarsi di offrire un resoconto assolutamente fedele delle cose. In compenso, la strada giusta è quella di suggerire, evocare e sollecitare nel lettore un’emozione in grado di permettere la trasmissione e la comunicazione veritiera. Da qui l’interesse per le frasi dense, enigmatiche, sintetiche, nelle quali si trovano condensate intere biblioteche – ‘frasi tali che, per costruirle, un uomo venderebbe i suoi castelli e le sue terre’ (Journal, agosto 1851).




Ecco dunque il discorso sul metodo del filosofo Henry Thoreau: elogio della saggezza indiana, dell’intuizione, della simpatia e dell’empatia con la materia del mondo; esaltazione di una conoscenza soggettiva; cultura dell’oscurità; inclinazione a suggerire più che ad affermare; preferenza accordata all’immagine, alla poesia, all’allegoria, rispetto al discorso, alla filosofia e alla dimostrazione; rivendicazione di una fenomenologia sensista; oltre alla figura dell’Indiano, in compagnia dell’Eremita e del Bramino; culto della semplicità e dei temperamenti ad essa associati: il Bambino, il Semplice di spirito, l’Incolto.

La cultura infatti allontana dalla natura, corrompe la verità di un essere che coincide con la sua semplicità.

Fustigando il ‘preteso sapere’, Thoreau osserva che la conoscenza si ottiene spesso a detrimento della natura, che viene ignorata, negletta, sciupata o maltrattata. Gli esseri semplici invece non la danneggiano affatto. Il filosofo rimanda più volte all’ignoranza socratica di chi sa di non sapere nulla – o poco, molto poco, e che questo poco confina col nulla rispetto all’ampiezza di tutto ciò che ignora.




Sin dal termine dei suoi studi, Thoreau cominciò a criticare aspramente la modernità, caratterizzata dal trionfo dei mercanti, dei tecnici, degli ingegneri, dei banchieri, dei commercianti e di tutti coloro che in quel periodo stavano edificando l’America trionfante che tanto affascinava il Tocqueville della Democrazia in America. Il filosofo non ama le città, il denaro, il commercio, le fabbriche, l’industria; preferisce la campagna, l’autosussistenza, la produzione per il consumo personale, e quella che definisce ‘l’economia di vita’, altrove chiamata anche… la filosofia.

Contro questo regno americano del denaro, che si sposa così bene al puritanesimo, si vedono fiorire parecchie comunità fourieriste. Fruitland, come abbiamo visto, ma anche un certo numero di esperienze promosse da discepoli dell’autore del Nuovo mondo industriale e societario, come Victor Considérant, Albert Brisbane, George Ripley, i quali credono che la salvezza, e anche la felicità, degli uomini passino attraverso soluzioni collettive e comunitarie alternative al modo di produzione capitalistico liberale.





Contro il predominio del mercato, gli utopisti credono nel piano eudemonista e nella riorganizzazione paradisiaca della società. In questa disposizione d’animo, ma andando oltre il fourierismo, John Adolphus Etzler pubblica nel 1833 The Paradise within the Reach of all Men, without Labor, by Powers of Nature and Machinery [Il paradiso alla portata di tutti gli uomini, senza lavoro, per mezzo della potenza della natura e della meccanica], un successo ai suoi tempi.... 

(M. Onfray; Fotografie di A. Masuri)