giuliano

lunedì 5 giugno 2023

IL PENSIERO (prosegue....) (2)

 










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Circa il Pensiero 


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Bipensiero (3)






Per favorire tale risultato gli antichi offrivano covoni di frumento, resina fragrante, il profumo dei frutti e dei fiori e il sangue delle vittime. Il veicolo semimaterializzato essuda lentamente dalla pelle in gocce luminose opache o si condensa da una nube luminosa, dalla luce che si attenua con il peso e la densità crescenti.

 

La strega si spingeva oltre il medium, offrendo al fantasma che lentamente si anima qualche goccia del suo sangue. Una volta separato dall’uomo o dalla donna viventi, il veicolo può essere plasmato dall’anima di altri come dalla propria con la stessa facilità e perfino, pare, dall’anima dei vivi.

 

Per un po’ diventa parte di quel flusso d’immagini da me paragonato a riflessi sull’acqua.

 

Ma come possono ottenere immagini perfette anime che non hanno mai maneggiato strumenti per modellare né pennelli?




Quelle materializzazioni che imprimono i volti gagliardi sulla paraffina vi lasciano sculture che, tra ideazione e fattura, avrebbero richiesto molte ore a un bravo artista. Come aveva potuto una donna ignorante, così credeva Henry More, proiettare il suo veicolo sotto parvenza di lepre così riuscita che cavallo, cane e cacciatore l’inseguirono al suono del corno?

 

Non si tratta forse dello stesso problema posto da quelle scene e quei motivi sottilmente esposti che emergono dal buio, all’apparenza portati a termine in un batter d’occhio, mentre siamo nel dormiveglia, e da tutte quelle immagini complesse che nei momenti ispirati o evocativi trascorrono davanti all’occhio della mente?

 

I nostri spiriti animali o veicoli altro non sono, se vogliamo, che la condensazione del veicolo dell’Anima Mundi e danno sostanza alle sue immagini nella tenue materializzazione del nostro pensiero comune o, più grossolanamente, quando un fantasma ci fa visita. Una volta che queste immagini sono calate nel nostro veicolo, non dovrebbe essere una grande impresa ritrarle con la macchina fotografica.




Secondo Henry More una gallina spaventata da un falco mentre il gallo la monta partorirà un pulcino con la testa di falco (io non ci giurerei), perché prima che l’anima del pennuto non ancora nato possa imprimere la forma ‘la fantasia profondamente stimolata della madre’ richiama dal serbatoio universale delle forme un’immagine antagonista.

 

‘L’anima del mondo’

 

…prosegue

 

‘si frappone e s’insinua nella generazione di tutte le cose mentre la materia è fluida e arrendevole, il che indurrebbe a credere che non stia in ozio nella trasformazione del veicolo dei demoni ma ne assecondi fantasie e desideri, aiutando così a rivestirli e a esprimerli a piacere; o a volte potrà andare contro la loro volontà quando l’inanità della fantasia costringe la madre a un parto mostruoso’.




Pur se le immagini paiono scorrere e scivolare via, forse siamo noi a cambiare in rapporto a esse, ora perdendole, ora ritrovandole con gli spostamenti della mente; e di certo Henry More è inoppugnabile laddove afferma che quelle immagini possono essere dure per chi ha il tocco giusto come ‘colonne di cristallo’ e di un colorito convincente come il nostro per chi ha l’occhio giusto.

 

Shelley, da buon platonico, nelle opere giovanili sembra rimpiazzare Dio con quest’anima generale, opinione ora sostenuta ora contestata dalle fonti classiche, stando almeno a Cudworth, l’amico di More; ma More ci tranquillizzerebbe con una definizione. L’anima generale in quanto separata dal veicolo è

 

‘una sostanza incorporea ma esente da ragione e biasimo che pervade tutta la materia dell’universo e vi esercita, nelle parti dove opera, un’influenza plastica, a seconda del ventaglio di occasioni e predisposizioni, provocando fenomeni nel mondo, grazie all’indirizzo impresso alle parti della materia e al loro moto, che non è dato ridurre a semplici forze meccaniche’.




 Devo dedurne che ‘ragione e biasimo’, percezione e orientamento, sono sempre facoltà dell’anima individuale e che, come ha detto Blake, ‘solo Dio agisce ed è negli esseri esistenti o uomini’. 

(W.B. Yeats)        

 

 

...Nessun mutamento!

 

Sono in condizioni veramente strane.

 

A mano a mano che s’avvicina la sera e odo quelle voci quei rumori quelle frasi senza parole, quel dire assente al cogitare, quei suoni senza musica, quella vastità naturale sottratta alla vera Natura dell’uomo  senza panorama alcuno, l’uomo non certo la Natura si ricompone inferma anche lei per cotal identico male.

 

Allora mi piglia un’incomprensibile inquietudine, vorrei la mia amata Solitudine, ma quando la notte (non meno del giorno) s’appresta i dèmoni che l’accompagnano portano con loro, oltre la terribile minaccia, anche la natura maligna avversa al Bene che aggredisce lo Spirito dell’uomo non meno del Dio che lo presiede (con tutta la Creazione) assente al Tempo...




È divenuta materia in questa lotta antica!

 

Ceno presto e poi cerco di leggere; ma non capisco le parole; a stento distinguo le lettere. Comincio a passeggiare su e giù per il salotto, oppresso da un timore vago e irresistibile, il timore del sonno e il timore del letto.

 

Verso le dieci salgo in camera. Appena entrato do due mandate di chiave e serro il chiavistello: ho paura... di che?

 

Fino a oggi non ho temuto di nulla...

 

Apro gli armadi, guardo sotto il letto; tendo l’orecchio... per ascoltare: che cosa?




 Com’è strano che un semplice malessere, forse un disturbo della circolazione, l’irritazione d’una fibra nervosa, una leggera congestione, un piccolo perturbamento nel funzionamento tanto imperfetto e delicato della nostra macchina vivente, possano trasformare in malinconico l’uomo più allegro, e in vigliacco il più coraggioso!

 

Vado a letto e aspetto il sonno, come se aspettassi il boia. Lo aspetto e tremo per la sua venuta; mi palpita il cuore, mi sento le gambe percorse da fremiti; e il mio corpo trasale, fra il caldo delle lenzuola, finché cado a un tratto nel sonno, così come chi si getta per annegarsi in un pozzo d’acqua stagnante. Non lo sento più venire, come prima, questo perfido sonno, che sta nascosto vicino a me e mi spia, sta per afferrarmi la testa, chiudermi gli occhi, annullarmi.




Dormo a lungo, due o tre ore, poi ecco un sogno, no... un incubo. So bene che sono coricato e sto dormendo, lo sento e lo so; e sento pure qualcuno che mi s’avvicina, mi guarda, mi palpa, sale sul letto, mi s’inginocchia sul petto, mi afferra il collo tra le mani, e stringe, stringe con tutte le sue forze, per strozzarmi. Io mi dibatto, legato da quell’atroce impotenza che ci paralizza nei sogni; voglio gridare ma non posso, voglio muovermi ma non posso; tento, con sforzi tremendi, ansimando, di voltarmi, di scacciare l’essere che mi schiaccia e mi soffoca: non posso!

 

All’improvviso mi sveglio, terrorizzato, tutto bagnato di sudore. Accendo la candela. Non sono solo. Dopo la crisi, che si ripete tutte le notti, riesco ad addormentarmi e sto tranquillo fino all’alba.

 

Le mie condizioni si sono aggravate.




Che cosa avrò mai?

 

Il bromuro non mi fa nulla; le docce non mi fanno nulla. Poco fa, per stancarmi un poco (eppure, mi sento così stanco!) andai a fare una girata nella Foresta.

 

Sul principio credetti che l’aria fresca, dolce e leggera, odorosa di erbe e di foglie, mi versasse nelle vene nuovo sangue e nel cuore nuova energia. Imboccai una gran pista di caccia e svoltai in direzione della Bouille, per un viale stretto tra due schiere di alberi smisuratamente alti che interponevano un tetto verde, fitto, quasi nero, tra il cielo e me. Mi sentii rabbrividire, non per il freddo, ma per una strana angoscia.

 

Allungai il passo, turbato di (non) essere solo nel bosco, intimorito senza motivo, scioccamente, dalla mancanza di Solitudine. Ad un tratto mi parve d’essere seguito, che qualcuno mi camminasse dietro, vicino vicino, sì da toccarmi.




Mi voltai di scatto.

 

Non c’era nessuno.

 

Dietro a me vidi il viale ampio e dritto, vuoto, alto, tremendamente colmo d’un ‘male’ immenso fattosi materia, e dall’altra parte s’allungava a perdita d’occhio nello stesso modo, uguale, spaventoso.

 

Chiusi gli occhi.

 

Perché?




E cominciai a fare giravolte su un tallone, a gran velocità, come una trottola. Stavo per cadere, riaprii gli occhi, e gli alberi, intorno a me, ballavano, la terra ondeggiava. Fui obbligato a sedermi. Dopo di che non sapevo più da che parte fossi venuto eppure ho trovato tutti i Sentieri.

 

Strano!

 

Strano, strano davvero!

 

…Non sapevo più nulla il male aggredisce me quanto la Natura che m’accompagna…

 

La ricordavo nei minimi tratti, nei più brevi e infiniti fraseggi d’ogni Sentiero già percorso letto come un libro…

 

Mi avviai verso destra e mi ritrovai nella pista che mi aveva portato nel cuore della Selva…

 

Volevo esser solo ma c’era il male…




 …Oggi sono potuto fuggire per due ore, come il prigioniero che trova aperta per caso la porta della cella. Ho sentito, improvvisamente, che ero libero, che lui se n’era andato. Subito ho ordinato di attaccare e sono arrivato a….

 

Ho fatto fermare davanti alla Biblioteca e sono andato a prendere in prestito il grande Libro del Sentiero quello che già avevo percorso in un grande Esperimento cura della loro follia….

 

Ah! che nottata! che nottata! Eppure mi pare quasi che dovrei rallegrarmi. Fino all’una di mattina ho letto e riletto Libro Grande del Sentiero.

 

…Dottore in filosofia e teogonia, ha scritto la storia e le manifestazioni di tutti gli esseri invisibili che errano intorno all’uomo, o che egli sogna. Ne descrive origine, dominio e poteri. Ma nessuno di costoro somiglia a colui che mi ha preso. Parrebbe che l’uomo, da quando pensa, abbia presentito e temuto l’avvento d’un essere nuovo, più forte di lui, che debba essere il suo successore nel mondo; e, non potendo prevedere la natura (dedita al male) di costui, abbia creato, nel suo terrore, la fantastica popolazione degli esseri materiali, vaghi fantasmi germinati dalla sete di potere...




Lessi dunque fino all’una di mattina, poi andai a sedermi vicino alla finestra aperta, perché il vento tranquillo della notte mi rinfrescasse la mente e i pensieri. L’aria era buona e tiepida. In altri momenti, come mi sarebbe piaciuta una simile notte! Non c’era luna. In fondo al cielo nero le stelle mandavano scintillii frementi. Chi abita in quei mondi: quali forme, quali esseri, quali animali e quali piante esistono laggiù? Quelli che pensano, in quei lontani universi, che cosa sanno più di noi? Quali poteri costoro hanno più dei nostri? Che cosa vedono, che noi non vediamo? Forse, un giorno o l’altro uno di costoro attraverserà lo spazio ed apparirà sulla terra per conquistarla, come i normanni, nei tempi lontani, varcavano i mari per asservire i popoli più deboli.

 

Siamo tanto deboli, tanto disarmati, ignoranti e piccoli, noi, su questo granello di fango sciolto in una goccia d’acqua!...

 

Fantasticando a questo modo, carezzato dal fresco venticello della sera, m’addormentai.




Avrò dormito per circa quaranta minuti, quando riapersi gli occhi, senza muovermi, ridestato da uno strano e confuso turbamento. Sulle prime non vidi nulla, poi mi parve che una pagina del libro, ch’era rimasto aperto sulla tavola, si fosse voltata da sé. Dalla finestra non era entrato nemmeno un soffio d’aria. Restai sorpreso; e aspettai. Dopo circa quattro minuti, vidi, vidi, sì, vidi con questi occhi un’altra pagina sollevarsi e posarsi sulla precedente, come se un dito l’avesse sfogliata. La poltrona era, pareva vuota; ma capii che c’era lui, seduto al mio posto, e stava leggendo. Con un salto furioso, un salto da bestia ribelle che stia per sbranare il domatore, traversai la stanza per acchiapparlo, per stringerlo, per ammazzarlo!... Ma, prima che potessi arrivarci, la poltrona si rovesciò, come se qualcuno stesse scappando... la tavola traballò, il lume si rovesciò, si spense e la finestra si chiuse, come se un malvivente, sorpreso, fosse fuggito nella notte, afferrandosi alle imposte e tirandole a sé.

 

Dunque, era scappato... aveva avuto paura; paura di me, lui!

 

Allora... domani, o dopo... un giorno qualunque... potrei stringerlo fra le braccia, e schiacciarlo contro il suolo!

 

Non capita che anche i cani, certe volte, mordano e strozzino i loro padroni?

 

(G. de Maupassant)


(PROSEGUE...)







domenica 4 giugno 2023

UN PAZZO NASCOSCO NEL FOLTO DEL BOSCO (4)

 



















































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(15) Nell’illusione della vita debbo albergare chi cieco può appena vedere, io che dimoro come un ospite di tutto riguardo da grande sovrano in questo rifugio (della vita) avvolto da una infinita foresta nella vallata antica. Dimoro da tempo in questa foresta tanto che ho perso la mia prima memoria, forse perché quel sasso mi ha narrato una diversa storia, da allora tutto qui attorno si prende cura della mia persona come fosse il grande e vero miracolo della vita.
Per questo devo conservare il ricordo e servire chi disconosce la storia, chi disconosce e non vede, chi non ode e non compone, chi solo riesce a scorgere la cornice e il contorno nominata vita, perché… signori della morte in questa eresia…. 
Io li servo e li guido e rimango in ascolto come quel lupo incontrato un giorno, mi seguì come un lontano ricordo fu l’ombra della Prima Rima nominata vita. E’ parola non ancora narrata e braccata, libera padrona della sua forza, vaga in cerca della rima, lui di cui tutti conservano nobile paura. Perché la libertà è come un grande fiume scende impetuoso alto da una cima, forse perché ode la prima strofa di un Dio che così ha composto la sua rima. Poi si fece uomo ed in mezzo agli altri volle albergare per comprendere le grandi distanze che dividono lo spirito di un Dio e la sua materia… equazione di una sera, per poi all’alba di una mattina sussurrare quello che a tutti appare come una Eresia.

Nominare ogni elemento prima del Tempo.

Ad ogni sentiero creare una nuova parola ed il suo pensiero divenire  Principio, come un quadro mai visto solo appena accennato… nominato Creato.




(16) Padre, lei che prega il suo Dio ogni mattina per questa vallata antica e che alberga come quel sovrano cui sovente tiene e bacia la mano, qui dimora come fosse la parola di un Papa, ogni volta che si affaccia dalla finestra intona una strana litania, è ammirato dal suo Dio così pregato che si mostra come un Paradiso nel nuovo Creato così ben edificato!
Lei prega e venera la sua parola, luce e specchio di una Bibbia narrata e un Vangelo scritto da un discepolo, lei per il vero ha braccato l’eretico perso nella fitta nebbia, perché spesso ripeteva una diversa preghiera e la sua Chiesa un bosco era. Perché nella sua strana pazzia predicava che non vi sono altari dove poveri agnelli debbono essere sacrificati per i peccati degli altri, proprio come quel giorno nel Tempio. 
Dove un sol uomo deve morire macellato ed inchiodato ad un legno, perché la sua parola non è di questo regno. La sua parola ed il suo Verbo, per il vero, nessun Tempo o uomo di Chiesa ha mai compreso, perché non è scritta nel Testamento di questa materia. Si cela non vista ed è per sempre braccata, e mai dimora in ogni Chiesa dove l’hanno di nuovo crocefissa.
Quell’Eretico perso nel bosco come un lupo incontrato una mattina, caro professore, insegna una diversa dottrina, perché Dio segue il suo Tempo e sempre si cela in ogni nuova preghiera, è natura che crea. Cambia volto e nome, ora è un Dio in uno strano Tempo dove l’incenso è una fitta nebbia ed un Buddha narra la sua eresia. Un Tempo fu un Eretico sempre braccato dal Dio di una Chiesa, tanti nomi aveva con il Tempo che crea il suo falso profeta. Fu perseguitato sempre come un pazzo e poi sacrificato sull’altare di un altro Dio, chi fosse il Primo… io lo servo perché sono oste ed ho poca dimestichezza con questa materia che nominano Teologia, ma forse un Tempo fu solo Filosofia.




(17) Caro ingegnere, lei cultore di un Dio perfetto scolpito nella materia che tutto crea, quel pazzo forse un giorno ha visto parlare con il fiume, discutere con il vento, accendere poi un fuoco la sera, e non per immolare una bestia o scrutare le viscere o divorare le carni come insegna il mito, di cui la sera anche lei, intorno ad ugual fuoco, conversa con il professore, come fosse il passo antico dell’uomo. Per poi raccoglierne lo spirito sparso tutto intorno e parlare ai suoi Dèi invisibili nella materia, scomporli per l’alba di una nuova mattina, dove il suo sapere li ricompone come fosse lui il nuovo Creatore, l’Universo per il vero li ha forgiati per il grande componimento del Primo Architetto, né visto né udito… e forse neppure capito nell’ultimo versetto a cui tutti hanno prestato il loro orecchio al sermone dal curato servito e predicato.
Io che raccolsi una pietra antica una mattina per leggere tutta la (sua) Prima poesia, io che parlai con un lupo e con lui rincorsi ogni sogno taciuto del Secondo venuto…, io raccolsi la rima e la predica della vita per ogni Dio alla  parola… muto…





(18) Signora non si spaventi in questa nostra eterna compostezza se il vero Dio bracchiamo mentre lei in quella Chiesa recita la sua strana preghiera. Lei lo ha visto, e impaurita affida la sicura parola (come fosse una visione di terrore per lo strano luogo di un bosco che crea) per sempre pregata al pastore della Chiesa, la confessione è così ben pagata nel luogo dei custodi della sola ragione.
Lei lo ha appena accennato al curato con il suo sorriso strano, come incerta nel confine di una confusa geografia, come incerta nel luogo dove dimora la retta via e da qualcuno narrata Pazzia, là dove vi è il confine fra l’eterna normalità nominata ricchezza e il regno senza parola dove alberga la povertà e la pazzia appena intravista.
Certo! Quell’uomo è povero e solo, ma lui nella sua immensa pazzia o saggezza si ritiene il sovrano più ricco di questa Terra. Perché è lui il principio di ciò di cui lei gode non avendo mai nulla creato che non possa essere distrutto o conquistato. Lei e il suo valente marito a cui servo un umile inchino, avete conquistato e regnato in molte terre, ma nulla avete mai creato nel miracolo di un Primo Mattino.




(19) Quell’uomo, quel pazzo, da voi appena annusato…, voi sacri e superiori animali nel fitto bosco ora dominato, certo un pazzo un eretico un profeta un Dio senza più trono né terra avete braccato. E’ il principio del bene e della parola, perché là dove lui dimora ogni cosa crea e compone, dove il vostro sangue principio della Sacra Stirpe con il fuoco uccide e cancella in nome di un Dio mai visto nella sua Chiesa… perché è il bosco che crea…..




(20) Professore, mi scusi, ho dimenticato in questo mio servire e riverire affaticato al suo bel tavolo…, questa sera, il piatto di frutta con cui è solito concludere la gradita cena. Lei ed il prete avete le stesse pretese dopo un secondo ricco e nutriente, l’ingegnere gradisce anche del buon formaggio che aggrata il palato. Questa sera sono un più stanco del solito, servo la frutta e se posso anche quella di bosco, è una rarità nella vostra bella città o campagna che sia.
Voi che siete soliti raccogliere frutti e pensieri di altri e poi interpretarli nella strana parola del Tempo e il suo Dio che vi dimora, per lui avete eretto in ogni luogo una grande Chiesa dopo aver conquistato in suo nome ogni Terra ed il segreto suo frutto avete colto, e con quello saziato ogni vostro ingordo peccato dell’appetito così ben coltivato nel nome di un Dio inchiodato su un legno, anche lui senza più il suo Regno.
In nome Suo avete fondato terre e ricchezze poi vi siete nominati Sovrani, avete posto leggi e confini convinti di essere signori del grande banchetto a voi offerto nel rito del Tempo e della Parola cui pensate di averne carpito il  segreto Pensiero, un Dio scritto e costretto tutto entro un libro ed anche uno strano versetto. Ed alla Prima portata essere serviti del pasto sovrano che il Secondo non è ancora ben macellato, Agnello che toglie ogni peccato, lo divorate come un nobile e segreto miracolo, perché nel libro è narrato il rimedio dell’ingordo peccato e poi su una croce immolato. Perché da quel pasto raccogliete ogni ricchezza e comandamento convinti di essere fedeli servitori della sua Parola, mentre divorate le budella di ogni nemico del vostro secondo (piatto) preferito. Mentre divorate l’agnello mito antico avverso ad ogni vero Dio.




(21) Ora la frutta vi è cosa gradita in questa lieta e bella tavola per voi così ben imbandita, ed io umile oste e vostro eterno servo, a voi porgo questi poveri frutti di bosco. E’ il pasto rubato ad un povero pazzo, perché agnello non divora, nemmeno il lupo suo amico, che con lui, si racconta, alberga in una grotta segreta come fosse un agnello per la vostra strana preghiera, così da poter allietare il saputo ciarlare e parlare di lui come un animale, tenero e ben cotto è un ottimo argomento cui ridere e professare il mito antico…, fra una risata ed un bicchiere di vino, ma forse è solo il sangue suo che sgorga dalla strana vostra parola, mentre pensate di servire Dio: uccidere il Primo Straniero pazzo così ben visto al nobile tavolino e di cui non è gradito lo strano martirio, per voi è solo pazzia…, e il demonio gli fa eterna compagnia nel rogo di questa Storia a voi servita…                                
Quelli li divorate voi con il sorriso grasso e unto fra le mani scorticando le ossa come fossero rami secchi di un bosco a cui avete privato ogni sogno o ricordo che sia, dell’anima ne fate diletto per la  nuova rima della vita che non è certo poesia…




(22) Il lupo vi aspetta nel sentiero solo per dare tormento alla parola del gregge nell’ovile della storia così ben nutrita, e se ogni tanto qualche fanciullo o putto divora…, non datevene pena, forse avrà scorto un futuro tiranno taciuto nella seconda natura cresciuto, in nome di un Dio benedetto da noi giammai nominato e tantomeno pregato.
Forse per questo pensiero celato di un Primo Dio eretico braccato e anche esiliato, privato della Terra e del Libro Grande della vera memoria, è meglio scannarlo per il bene del Creato e di ogni altro peccato nella gnosi tramandato o solo appena sussurrato.
La forza nascosta della grande foresta… coscienza prima della parola.
Certo questo non è pensiero che allieta, divorare le teneri carni di un agnello come un secondo ricco e gustoso su cui banchettare in onore di un Imperatore, ha creato l’Inferno sulla Terra da lui nominata Regno Sovrano di codesto Creato… Impero fatto dalla santa sua mano.
E noi che dimoriamo nel Paradiso del Primo Creato (peccato nella gnosi coltivato), possiamo solo giudicare ogni antico e nuovo misfatto quando il Tempo ci sfugge di mano, quasi un inutile e ripetitivo dettaglio, ed allora per il bene che vi dimora, reso al giudizio della Prima Parola braccata dalla Storia, concediamo l’ultimo ululato primo evento della vita narrato. Giammai può dirsi parola o rima di una immonda poesia così per sempre insegna la storia nell’ovile della Sacra dottrina. Ma gentile sofisticata nonché arguta ed ingannevole eresia, ultima strofa di una tormentata e silenziosa tortura che anche l’anima divora entro una litania che vuol esser vita; condita poi nel dolore di una smorfia di dolore confuso per pazzia, è tutta la verità umiliata entro una piaga di una guerra così ben venduta…, ed ogni sogno ruba e divora ma non è bestia che mangia e divora nella nobile e celebrata pagina… della Storia. Non è lupo o foresta che sia, non è certo la vita di una lunga rima nell’eterna sua poesia, ma solo l’inganno nato nel peccato e un grasso putto futuro sovrano, mentre l’anima di codesto Creato così ben pregato…, è braccata e bruciata dall’ingorda e nobile parola: lo cerca e divora nel Paradiso di un peccato giammai consumato.




(23) Certo non è Universo visibile ogni mattina, non è Tempo da contare per i lumi della futura storia, ma Primo Dio senza storia, Straniero alla sua Terra con una falsa memoria. Per questo in quella e nella valle antica di codesta eresia volli albergare e servire ogni viandante, l’unico modo per giudicare e governare il suo vasto Creato in eterno odore di peccato, così da poterlo dividere dal male e dal suo Dio pensato.  Rispondere ad ogni misfatto in nome Suo per sempre arrecato è pregare il Primo Dio… dimenticato. Cucito in araldo e su un soffitto ben dipinto, un grasso putto nel trono del Paradiso così ben custodito, specchio di un Sovrano che mangia ingordo il suo nuovo misfatto.




(24) Generale stasera lei digiuna, beve solo del bianco vino, per lei a quest’ora è come una medicina, allontana ogni triste ricordo dell’eterna guerra nominata vita… Le ho mandato ieri pomeriggio un mio figliolo, perché qualche voce pettegola mi aveva detto che il senno aveva smarrito vicino ad un vecchio pino. Vicino ad un letto di fiume dove parla con schiere di anime cadute, le tolgono il sonno, ma in cuor suo, come l’eretico pazzo nel bosco, ha solo difeso i confini di un Regno: quelli invisibili da ogni popolo custoditi nella  segreta preghiera, cella inquisita dalla ‘retta’ parola. Ha donato loro la libertà privata da un vecchio tiranno con cui ha costruito il diabolico pasto della Storia. Di quelli, generale, ne ho piene le sale e le biblioteche, in ogni Tempo e in ogni sasso e fossile di questa terra vi è narrata la loro infamia come sola e unica certezza confusa nella ricchezza, donando a noi quanto mai ci aspetta: dolore e tristezza seppellite di fretta dopo una vita intera in compagnia della falsità concime del ricco orto… Regno mai morto e visibile da ogni schiera, per il Tempo padrone della guerra…
La lotta fra il male che divora e il bene che crea e difende la Terra non è Eresia ma principio di Vita. Per questo generale da quel letame sono nati alberi rigogliosi con cui lei divide come un pazzo il vero Tempo di questa eretica rima, sono le sue schiere a cui implora il perdono per un urlo… una bestemmia morta vicino ad una nebbia… di un’ultima o Prima mattina….
Ma io sono solo un umile oste, a me è dato l’onore e il piacere di servire ogni forestiero, dal più povero al più ricco (di questo inpervio sentiero) della terra. Questo il mio compito Sovrano di un invisibile regno. Vi debbo servire e riverire come il vostro Dio vi ha creato ma certo giammai pensato come invece fu’ il sospiro del Primo, scrutare poi il vostro profilo e il ritratto appeso in ogni museo e dipinto dal fiero e ricco pittore di corte nel Paradiso così ben creato.

Noi invece dimoriamo senza parola esclusi dal libro della storia.

Il vostro comandamento privato della legge del Primo Dio, con cui scannate e uccidete per conto del Secondo Dio, appartengono ad un pazzo eretico senza parola uscito all’alba di una strana mattina, Straniero al suo popolo che nel Tempo di un falso mito ne tradisce e confonde per sempre… la vera  memoria.

Il Tempo compose ad ogni parola… ad ogni poesia.

Noi siamo solo la sua invisibile…. Rima….  

(G. Lazzari, Lo Straniero)













venerdì 2 giugno 2023

L' ERETICO FUGGITO (2)

 



















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Un pazzo nascosto nel folto del bosco (3/4)














(15) Nella grande vallata dipinta un lupo si ferma, mi osserva e contempla, mi fissa, forse vede ciò che anche io vedo. Non ho paura è come se lo conoscessi,  annusa l’aria, muove l’orecchio, ode la voce di un lontano rumore come una nota sospesa a mezz’aria, da qualche parte l’ha udita, ecco perché mi guarda e mi fissa. Ode la musica, vede la vita, lontano dove solo il fiuto supera la vista; e dietro quello c’è un altro quadro: un tempo l’aveva dipinto, amato venerato e difeso. Con cui aveva discusso ogni colore del vento, con cui aveva condiviso un lamento lontano. Con cui aveva suonato una strofa fuori dalla cornice, ove un cacciatore appese la sua vita, il suo abito, trofeo raro ad un camino, canto ubriaco di un villaggio appena insediato.

(16) Così lo ritraggo, profilo raro: vecchio saggio che non conosce ora, appena sceso, passo stanco da un bosco lontano come fosse l’eterno treno del suo cammino strano. Guarda il bosco come fosse l’eterna partenza per ugual viaggio, e lui ora sceso è armato solo del suo antico coraggio, l’aveva imparato da un tipo strano che un giorno accarezzò il suo profilo raro, e con il latte aveva sfamato il suo appetito lontano, istinto raro di una natura abituata ad azzannare ogni estraneo, viandante per quel mondo immacolato.




(17) Forestiero in quell’acqua pura, e se per mia cultura con l’acqua io ho dissetato la sua prima venuta, con la stessa acqua abbiamo pregato il Dio Straniero e creatore di questa eterna visione… di natura.

Mi fermo, ora la stessa acqua della sacra visione mi asciuga la fronte, mi disseta, battezza il corpo stanco di questo viandante venuto da lontano. L’acqua asciuga il sudore antico perché al dipinto ho aggiunto quel profilo, quasi non riesco a mormorare parola, solo un suono strano come un ululato.

(18) Il bastone del viandante che approdò in quel primo quadro ora è uno strumento di caccia raro, caverna che bosco non era mi dona certezza per un riparo, perché è la natura che per prima crea.




(19) Fermo al mio albero sento la musica delle foglie che frusciano al vento, conosco le note antiche del dolce dormire, ma non dormo, veglio la mia prima esistenza, e quando il vento mi accarezza ammiro il tempo di quella sublime preghiera. Passa e corre, ora, la mia visione, perché priva di parole in quell’ora sospesa. Sospesa come una foglia al vento che ora prego, e lei contraccambia con un inchino. Rimaniamo privi di parole alla luce di quel primo mattino con solo il mio e suo respiro. Rimaniamo privi di pensieri in balia di una intuizione, brilla come una stella e si scorge lontana anche nel sorriso del primo mattino, poi scompare, a noi ha donato un altro respiro.

(20) E’ sparita all’improvviso per divenire una foglia di quel paradiso, quando l’ho guardata mi ha fatto  un sorriso, poi si  è avvicinata ed ha cambiato colore come l’abito di un prato fiorito. Ne ho visti tanti in quel primo mattino che se pur freddo mi hanno donato un eterno sorriso.




(21) Il cielo all’improvviso, scuro di una notte insonne è divenuto fiorito, e nel dipinto si è vestito con tante luci di stelle su un prato infinito. I colori e le luci donano una strana impressione, perché in questa visione il tempo mi è nemico, ed anche se tu, passando ammiri un viandante con il suo dipinto, lo scrittore con il suo libro, la parola con la sua penna, pensiero antico: io vedo e scorgo un altro mondo…, mio caro amico.

(22) Ed in questa avventura non mi accompagna la paura, ma un onda che danza al ritmo della vera natura. Un onda che fluttua come acqua che inonda una terra sconosciuta, e pur rimanendo sospesa ed eterna, come fosse una nuvola, a lei io brindo alla sua prima parola, colori e panorami scorgo come fossi immerso nell’oceano di una lunga notte: ora scanza la paura e da una foglia mi scruta ed insegna la prima strofa.




(23) Lo stupore è immenso in questo Secondo… giorno. Secolo, millennio,  nell’onda di luce desiderio più forte di ogni parola, proprio perché priva di nome in quell’ora, …. Dio contempla la sua opera. Lì vicino il mio amico, anche lui assopito, forse perché il sogno non si è smarrito, spirito e guardiano di un ricordo dipinge il mio volto, fuori dalla caverna mi veglia ad ogni tratto ulula alla luna per narrarne il nome, come l’antro di uno sciamano che tiene il suo spirito sulla mano. Ringhia ad ogni rumore strano che non sia pioggia vento o altro elemento con lui nato, ad ogni nemico di quel sogno lontano perché non ancora parola in quel quadro, in quella pagina…, ma volo di sciamano. Lascia la sua impronta su una parete dove la pietra è solo un foglio o una tela…, per il dipinto della vita.




(24) Cerco di imitare il suo urlo e con la gola fatico, come se fossi sprofondato in fondo ad un sogno antico, non riesco a svegliarmi da quel precipizio di un primo mattino. Come quando il sogno si fa profondo e premonitore, pur sognando si è certi di un altro mondo ove l’uomo sta navigando, e si è incerti in quel tempo senza parole dove si è scivolati in un mondo innominato assente al visibile creato. Si vuol risalire la china, scalare la parete per destarsi da quella terra lontana ove ogni confine appare vago. Si cerca un appiglio, e all’improvviso un urlo di stupore squarcia il vento, incide la tela, intona parola sul tomo della vita.




(25) Il fiero lupo mi guarda e sorride, la foglia brilla nel cielo di quella eterna mattina. Come mi fossi appena svegliato da un letargo antico senza fine e principio, come fossi rinvenuto all’improvviso da un sonno senza inizio e fine. Provo quella prima parola, ammiro il quadro ora, rileggo la strofa della  prima rima, lontano il lupo mi guarda e ride, come fosse lui il padrone di quel primo intuire. …Lui che di notte ulula alla luna come per annunciare una nuova venuta, ed di giorno accarezza ogni strofa della poesia nominata vita.

(G. Lazzari, Lo Straniero)