giuliano

martedì 25 giugno 2013

PROSTITUTE & BIBBIE (2)














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prostitute & bibbie











....Ma ciò non impedì alla stampa popolare di etichettare Allen come l'uomo
più malvagio di New York'.
Fu proprio il gusto per il sacro che portò Allen alla rovina......
Nel maggio 1868 un pastore di nome A. C. Arnold, che dirigeva la vicina
Howard Mission, entrò nel suo locale e lo trovò completamente ubriaco.
Approfittò quindi della situazione per convincerlo a fargli tenere degli incon-
tri di preghiera nella casa.
All'inizio quelle funzioni rappresentavano per i clienti di Allen una novità, ma
dopo un po' si stancarono e girarono al largo. In agosto, Arnold e altri predi-
catori annunciarono che il locale era chiuso, che le 'Maddalene' di Allen pote-
vano essere assunte come domestiche nelle case dei credenti, e che lo stes-
so Allen si era convertito ed emendato.




Nel frattempo, i ministri del culto ottenevano risultati portentosi con le altre
  santine del vizio nel quartiere, compreso il Rat's Pit di Kit Burns, e per un
certo periodo quei luoghi attirarono anche i devoti, che vi si recavano per
assistere e osservare con stupore le vestigia della più completa dissolutez-
za.
Alla fine il 'New York Times' pubblicò un'inchiesta secondo la quale la con-
versione miracolosa in realtà era una frode, e i sacerdoti pagavano Allen
350 $ al mese per il privilegio di convertire lui e la sua casa; inoltre erano
state distribuite mazzette analoghe ad altri proprietari, compresi 150 $
mensili a Burns.




L'articolo affermava inoltre che la congregazione radunata per le funzioni era
unicamente composta da rispettabili borghesi, e non comprendeva, eccezion
fatta per i proprietari, nessuno dei viziosi e delle peccatrici da redimere....
L'informazione può sembrare vera, anche se resta il dubbio che le mazzette
potessero realmente compensare la perdita di clienti nei locali.
Forse i gestori pensavano che le fortune della zona fossero ormai al tramon-
to, e che quella strana trovata pubblicitaria fosse l'unica occasione di tenere
in piedi la loro attività, anche solo per un breve periodo.




In ogni caso, l'articolo sul 'Times' contribuì ad allontanare i pastori, ma i vec-
chi clienti non ritornarono, e così Allen finì alla rovina.
Nel dicembre dello stesso anno, sua moglie e molte delle ragazze furono de-
nunciate con l'accusa di aver rapinato 15 $ a un marinaio.   Subito dopo la
Guerra Civile la temperie morale della città era cambiata, e forse questa è
la vera spiegazione delle disgrazie di Allen, visto che la prostituzione si era
estesa  a tutta la città.
I bordelli, ora contraddistinti dalla luce rossa sulla porta, spuntarono come
funghi sulle vie laterali a ovest di Broadway e presto invasero il Tenderloin.
(L. Sante, C'era una volta New York)














domenica 23 giugno 2013

L' AQUILA (del Gran Zebrù) (2)





































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l'aquila del Gran Zebrù.....















Fortemente impressionato, ritornai al nido e dissi a mia sorella: 'Bisogna far la
posta. Pronti a lanciarci giù appena padre e madre si allontanano.'.
'Per fare cosa?' disse lei.
'Per  catturare i piccoli. Non hai visto come sono belli rosa? Più rosa ancora
dei porcellini appena nati'.
'Impossibile' fece mia sorella 'che siano buoni come i porcellini. Non c'è carne
migliore del maiale'.
C'erano anche mio padre, mia madre, altre aquile amiche di famiglia, tra cui la
più vecchia dei Feruc, un tipo verboso di filosofo.
Ricordo che cominciò una discussione.




'Ragazzo', mi disse il patriarca 'lascia stare gli uomini. Essi non sono come le
altre bestie. Anche se non è capace di volare, l'uomo è uno dei grandi enigmi
della natura, l'uomo accende il fuoco come fanno i fulmini, sa mettere pietra
su pietra, emette suoni complicati.
La sua intelligenza testimonia la saggezza dell'Eterno, arricchisce la maestà del-
l'Universo. Fargli male sarebbe sacrilegio!'.
'Balle!' ribatté senza riguardi uno della mia compagnia.
'Lasciali fare, o vecchio, e poi te ne accorgerai. Lo ho visti arrampicarsi su una
rupe, sembravano camosci. Lo ho visti andare a caccia, ammazzare le lepri da
lontano, lanciando degli stecchi. Lasciali fare!... Un giorno arriveranno qui, bru-
ceranno i nostri nidi, ci faranno a pezzi.




Altro che maestà dell'Universo!'.
I vecchi erano però tutti di un parere e mi fecero energico divieto.
Ero giovane allora e le persone che parlano difficile mi facevano impressione.
Sul momento tacqui, persuaso. Ma ben presto la voglia mi rinacque e continuavo
a guardare in basso, al praticello. E quando il sole fu giunto al sommo del suo ar-
co, vidi i due uomini, maschio e femmina, uscire insieme dalla tana.
Scrutarono a lungo il cielo, per paura forse di vederci, poi discesero al fiume,
allontanandosi con quella loro ridicola andatura.
Subito io mi gettai a capofitto.
In un baleno fui all'ingresso della grotta.




Era larga, non profonda né difesa.
I piccoli giocavano per terra. Stavo per piombargli addosso quando da dietro un
macigno si alzò urlando un uomo; era magro e altissimo, grinzoso, con una lunga
barba bianca. E non so bene come facesse, ma cominciò a lanciarmi pietre, che
fischiavano.
Spaventato mi risollevai nell'aria e roteavo sopra il loro nido, rimandone disco-
stato per evitare il lancio delle pietre.
Intanto i piccoli correvano di qua e di là strillando.
Altre grida risposero dal fiume.
Scelsi il momento giusto e come una saetta mi lanciai su uno dei cuccioli che
si era messo a fuggire per il prato. Doveva essere il più piccolo.




Già io volavo e me lo sentivo tra gli artigli, caldo e soffice, doveva essere un cibo
delizioso.....
In quel mentre dal basso salì un suono a me ignoto, curiosissimo.
Mi riabbassai un poco per guardare: tanto, che mi poteva più raggiungere...
Era la madre (grassa e appetitosa più dei cuccioli...); ritornai alla caverna, ora
sul prato si divincolava, tenendo a me le due zampe anteriori.
Mi abbassai un poco.
Adesso la distinguevo meglio, in tutti i suoi particolari!
Sempre con le zampe tese, per minacciarmi o supplicarmi, vibrava tutta, sussul-
tando, la faccia si accartocciava in buffe smorfie e dagli occhi veniva fuori acqua.
Però la cosa impressionante era la voce.
Mai avevo udito un lamento simile......




Chissà come, a quel pianto mi passò la voglia di mangiare.
In pochi colpi d'ala fui in alto. Per quanto io salissi, non riuscivo tuttavia a raggiun-
gere il silenzio.
La voce disperata mi inseguiva anche lassù (era un belato mascherato da urlo...).
La preda, che mi palpitava tra gli artigli, divenne ad un tratto pesantissima.
Per rinfrancarmi, come facevo spesso, levai gli sguardi alle grandi rupi, palazzi e
chiese del mio regno. E allora, alti sopra di me, sull'estremità delle somme guglie,
vidi gli anziani.
Sagome nere contro il cielo, stavano immobili come le rocce stesse, le ali irrigidite
e parevano seduti a tribunale.




Che aspettavano?
Perché mi fissavano in quel modo?
All'improvviso mi venne addosso la vergogna.
Fermai le ali, non sapevo neppure io il perché.
Discendevo, discendevo a grandi cerchi, sfiorando le pareti.
Non lo lasciai cadere, lo deposi sul prato piano piano, ripartii sollevato.
Con smanie ignobili a vedersi, la femmina si precipitò verso il suo nato, mugolando.
E ora sono passati più di 30.000 anni, io sono un esempio di esemplare da museo,
e può anche darsi che non muoia più.
Nel frattempo, se ne ho viste!




Gli uomini hanno invaso il mondo, fatto strade, tagliato boschi, massacrato le altre
bestie. Tra poco li vedremo spadroneggiare anche quassù, con gli schioppi e le lo-
ro smorte facce da maiali... 
Essi hanno tolto ad una ad una le cose che facevano grande questo mondo, e non
si fermano mai, corrono, continuamente corrono in su e in giù, si direbbe che si
sentano inseguiti.
Chissà perché corrono tanto e si affannano.
Come se poi non gli toccasse di morire come tanti porcellini....
Sì! porcellini convinti di essere grandi aquile con le ali.....
E ora penso sempre a quel lontano giorno. E dico: ingenuo che io fui, stupido illuso...
ma sono sempre in tempo per quel tenero e appetitoso banchetto.......
(D. Buzzati, Le Aquile)














MADDALENA LA FALSA STREGA (2)















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Maddalena la falsa strega










Tale caratteristica non può essere addebitata alla traduzione in
inglese. Anche per questi motivi le opere di Leland non furono
prese sul serio dai folcloristi di stampo accademico.
Alcuni si arrovellavano per cercare di capire (oltre ad un reale
nesso logico con la tradizione pagana, anche il contenuto di ta-
li formule e parole...) se Maddalena produsse davvero tali ma-
noscritti; in effetti, la donna avrebbe potuto 'stiracchiare' le pro-
prie conoscenze della stregoneria (producendo nuove formule)
per assecondare le richieste del suo interlocutore, che si suppo-
ne offrisse del denaro per ottenere tali informazioni.




Anche Leland, d'altra parte, aveva sospettato che Maddalena e
'le sue sorelle' (vale a dire streghe di varia provenienza) si fosse-
ro inventate molte cose.
Altri, invece, si domandano se Leland abbia manipolato le infor-
mazioni ricevute e fino a che punto lo abbia fatto. A questi dubbi
non è possibile dare una risposta certa, in ogni caso quelle infor-
mazioni dimostrano che alla fine dell'Ottocento esisteva, nella
tradizione popolare romagnola, un insieme  di credenze che non
sono pallide sopravvivenze di antichi rituali di fertilità, ma memo-
rie vive di antiche pratiche religiose.




Il 1° gennaio 1897, a Colle Val d'Elsa, il folclorista statunitense
ricevette da Maddalena un altro manoscritto, che pubblicò nel
1899 con il titolo: Aradia, il Vangelo delle streghe.
Quest'opera, molto ridotta rispetto alle precedenti, è struttura-
ta decisamente meglio. Dopo la prefazione, in cui Leland spiega
le peculiarità della stregoneria italiana, il primo capitolo, Come
Diana diede vita ad Aradia, si apre con un mito fondatore della
stregoneria; restando, invece, sul versante propriamente magico,
Aradia contiene una serie di invocazioni e incantesimi chiaramen-
te distinti, nel senso che non si mostrano ripetitivi come le formu-
le riportate nei volumi precedenti.....




Ma questo elemento, pur variando le formule o invocazioni......,
non conferisce all'intera opera il carattere di autenticità, in quan-
to Maddalena avrebbe potuto essersi fatta aiutare da qualcuno.
In ogni caso, quel 'qualcuno' aveva riordinato una serie di miti,
credenze e rituali dando forma a un culto vero e proprio, sebbe-
ne non strutturato e pieno di ingenuità....
Di fatto Maddalena ha recitato o interpretato al meglio il ruolo
di strega, appagando la volontà nascosta di qualche invisibile
'artefice' che di certo, nel vano tentativo di ripercorrere una tra-
dizione antica, ha commesso degli errori strutturali che fanno
sorridere scadendo quasi ...... nel ridicolo.......















lunedì 17 giugno 2013

LA TESTA DELL' UOMO ELEFANTE (2)














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la testa dell'Uomo Elefante












Passa poi a descrivere la schiena, le natiche, le gambe e le braccia
di Merrick, in un crescendo di pietà e di disgusto.
Ma anche questa ricostruzione letteraria lascia un senso di frustra-
zione a noi che tentiamo di immaginare questo mostro; e allora con-
vinti che soltanto le immagini possano rendere in maniera adeguata
ciò che era destinato anzitutto all'occhio, ci rivolgiamo alle sue foto-
grafie (innumerevoli scattate sotto la diretta guida del dottor Treves).




Costui, però, aveva avuto le prime informazioni sulla mostruosità di
Merrick (ragione della sua fortuna...) da una foto assai differente da
quelle degli studi clinici che ci ha lasciato.
E quaranta anni dopo, ricordava ancora l'insegna appesa davanti al
baraccone dove nel 1884 tutti i passanti disposti a versare due cents
potevano vedere l'Uomo Elefante sbarazzarsi di un sudicio lenzuolo,
per mostrare tutto l'orrore della propria nudità.




"Questa rozza immagine raffigurava una spaventosa creatura che
sarebbe stata possibile solo in un incubo. Era la figura di un uomo
con le caratteristiche di un Elefante. La metamorfosi (per tutti i de-
mocratici paganti...) non era molto avanzata. C'era ancora più dell'-
uomo che della bestia (forse anche una bestia...). Questo fatto - che
fosse ancora umana (non ancora del tutto bestia) - era l'attributo più
repellente della creatura (dai tempi remoti dell'uomo lupo... il mostro
che aveva sacrificato innumerevoli pargoli... nelle desolate lande del-
la Germania...).




Non c'era nulla in essa della miseria del malformato o del deforme,
né del grottesco, ma solo la disgustata insinuazione di un uomo mu-
tato in animale....".
Per i suoi ultimi idillici tre anni e mezzo la descrizione migliore ce
la dà, forse una lettera inviata al Times dopo la sua morte da F. C.
Carr Gomm, resa ancor più commovente dal tono condiscente e
compiaciuto.




"Qui, dunque, il povero Merrick poté trascorrere gli... anni rima-
nenti della propria vita nella solitudine e nel conforto. Le autorità
ospedaliere, il personale medico, il cappellano, le suore e gli infer-
mieri si unirono per allievare il più possibile la miseria della sua e-
sistenza, ed egli imparò a chiamare la propria camera la sua casa.
Ricevette inoltre molte visite gentili, tra le quali quelle delle più al-
te personalità del paese... era un vorace lettore e veniva abbon-
dantemente fornito di libri; per la cortesia di una signora, uno de-
gli ornamenti più luminosi della professione teatrale, gli fu anche
insegnato a intrecciar panieri e più di una volta fu portato a vede-
re commedie, alle quali assisteva nascosto in un palco privato....".




Ma quella che a me rimane in mente come qualcosa di non defini-
to non è però la nota patetica o quella devota, bensì l'erotica: l'-
imperioso bisogno di Merrick di avere una donna, esarcebato dal-
 le grandi dame che (sollecitate da Treves) andavano a trovarlo,
gli parlavano, gli prendevano la mano e gli spedivano persino fo-
tografie con autografo.
'La sua deformità fisica aveva lasciato intatti gli istinti e le sen-
sazioni dei suoi anni', ci dice Treves di questo giovane che morì
appena ventiseinne.




'Era sensibile all'amore' e, nella meno cauta relazione pubblica
in 'The Transactions of the Pathological Society of London' del
1885, sottolinea il paradosso delle condizioni fisiche di Merrick
scrivendo: 'E' singolare che la pelle del pene e dello scroto fos-
sero normali sotto ogni aspetto'.
Il fascino dell'Uomo Elefante fu sin dall'inizio ambiguamente ero-
tico: le sue prime esibizioni erano una sorta di spogliarello in....
quanto, dopo una lunga attesa, finiva per scoprire completamen-
te il proprio corpo. E anche le successive conferenze-dimostrazio-
ni del dottor Treves non poterono del tutto evitare questo metodo




di presentazione, come dimostrano le fotografie del 'British Me-
dical Journal' che ci sono rimaste.
In fondo l'orrore totale di Merrick poteva essere visto soltanto
nella totale nudità.
Lo stesso giornale e bollettino medico, spiega, inoltre, con sor-
presa dei lettori, dell'interessamento da parte delle signore cir-
ca il pene del povero Merrick. Ma non trovò mai - né tra il suo
pubblico né in ospedale - chi fosse disposto a essere la Bella di
lui Bestia; non si materializzò neppure quella donna idealmen-
te cieca sulla quale egli amava fantasticare.




E quindi, per concludere, a differenza delle sue equivalenti di
sesso femminile, Julia Pastrana e Grace McDaniels, non prese
moglie e non generò figli; forse perché in lui, come non acca-
deva in loro, la nota dell'eccitazione erotica era sommersa dal-
la 'disgustosa insinuazione di un uomo mutato in animale'......














giovedì 6 giugno 2013

UN ALTRO OMICIDIO (un giorno da ricordare 5/6/1968) (2)






































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un altro omicidio (un giorno da ricordare: 5/6/1968)












Prima di scendere nella sala da ballo Kennedy si rivolse a John Lewis
ed esclamò:
- Oggi ha mancato il colpo. I messicani-americani che mi hanno vota-
to sono più dei negri.
Tutti risero.
- Aspettatemi,
riprese Kennedy,
- Torno tra quindici o venti minuti.
Lewis si ricorda che aveva un'aria così felice che sembrava potesse
uscire dalla stanza senza sfiorare il pavimento.
Alcuni degli amici e alcuni membri dello staff di Kennedy rimasero
nella suite per seguire il discorso alla televisione, preferendo evitare
il chiasso e gli spintoni della Embassy Ballroom.




Ma le persone che lo accompagnarono erano abbastanza numerose
da creare un ingorgo nel corridoio che portava agli ascensori. Là si
imbatté nella figlia undicenne, Courtney, e mentre tutti lo aspettava-
no, trascorse vari minuti a chederle della sua giornata.
Si fermò anche a parlare con l'opinionista Joseph Kraft, che gli ave-
va suggerito di abbandonare le primarie e assicurare il suo appoggio
a McCarthy per poi passare a Humphrey nel momento in cui Mc-
Carthy avesse perso la nomina. Kraft aveva sostenuto che alla scon-
fitta di Humphrey contro Nixon, Kennedy si sarebbe trovato a con-
trollare tutto il partito.




- Adesso è in trappola,
scherzò Kraft, intendendo dire che dopo aver vinto in California
avrebbe dovuto portare avanti la campagna della Convention.
Comprendendo bene cosa intendeva, Kennedy sorrise e annuì con
il capo.
Poiché i risultati avevano tardato ad arrivare, molti si trovavano nel-
la Embassy Ballroom da diverse ore. Il clima iniziale era esuberante
ormai in procinto di divenire isterico, e in seguito alcuni dei presenti
avrebbero ricordato una folla 'piena di un'energia quasi animalesca'
e una 'violenza repressa che faceva paura'.




A mezzanotte, quando Kennedy finalmente si avvicinò al microfono,
i più giovani dei sostenitori che avevano collaborato attivamente alla
campagna si scatenarono ballando una conga, gridando:
- Fagliela vedere Bobby!;
altri aspettavano le chitarre, saltellando e cantando:
- This man is your man. This man is my man. This man is....Robert
Kennedy...
Kennedy parlò per circa un quarto d'ora a braccio, lanciando ogni
tanto uno sguardo sugli appunti che gli aveva messo in mano Frank
Mankiewicz. Il discorso aveva lo stesso tipo improvvisato di chi
viene premiato agli Oscar:



senza seguire un ordine particolare ringraziò Jesse Unruh, sua so-
rella e suo cognato, Steve e Jeane Smith, la madre 'e tutti i vari
Kennedy', il cane Freeckles ed Ethel.
Scherzò sul fatto di avere citato Freckles prima della moglie, ma ri-
badì a quel cane inglese ci teneva.... Poi ribadì il suo impegno ad
aiutare 'coloro che ancora soffrono la fame negli Stati Uniti e in tut-
ti i luoghi del mondo' e, preoccupato di dilungarsi troppo, continuò
con un 'Se posso rubare ancora un minuto o due del vostro tempo'.
Voleva dare la sensazione a tutti i presenti di andare a braccio, di
improvvisare, ma così non era, era parte del copione studiato con
il suo amico Frankenheimer....




Seguì quindi il consiglio di Schulberg e ringraziò 'tutti i miei amici
della comunità nera'.
Dopo avere nominato César Chavez e Dolores Huerta aggiunse:
- Abbiamo certi obblighi e responsabilità nei confronti dei nostri
concittadini, ne abbiamo discusso ampiamente nel corso di que-
sta campagna,
e promise di tenere fede alle sue promesse una volta presidente.
Finalmente, con un gran sorriso stampato sul volto, in piedi ac-
canto a Ethel disse:
- Così ringrazio tutti voi, ora partiamo per Chicago, andiamo a
vincere anche lì....




Poiché queste furono le ultime parole pronunciate da Kennedy
in pubblico - parole che coglievano in modo perfetto l'atmosfera
di trionfo del momento - nei giorni successivi vennero messe in
onda più volte e sono diventate uno dei Leitmotiv dei documen-
tari sugli anni sessanta.
Dopo avere fatto con la mano il segno della V per vittoria di
Churchill, lasciò il palco mentre il pubblico gridava:
- Vogliamo Bobby! Vogliamo Bobby!
A questo punto infranse la propria regola di uscire sempre dalla
sala attraversando la folla, permettendo al vicemaitre d'hotel Karl
Uecker di prenderlo sottobraccio e guidarlo verso i locali della
dispensa.




Bill Barry aveva dato per scontato che Kennedy sarebbe uscito
come al solito attraverso la sala e si era già avviato per fargli
strada tra la folla.  
Quando si accorse che Kennedy si stava avviando verso la di-
spensa, fece dietrofront e lo seguì.
La ragione per cui Kennedy optò per questa via d'uscita non è
chiara. Forse la frenesia della folla aveva turbato e spaventato
persino lui, o forse dopo essere stato strapazzato dalla gente
per 82 giorni, voleva semplicemente tirare il fiato, oppure era
impaziente di sbrigare l'incontro in programma alla Colonial
Room con i giornalisti della carta stampata, per potersi dirigere
al Factory, per la festa della vittoria.




Successivamente Dutton si sarebbe rimproverato di non avere
obiettato a questa decisione dell'ultimo momento:
- Me ne sono sempre fatto una colpa...
ha confessato.
Mentre Kennedy si dirigeva verso le cucine, vide Paul Scrade,
uno dei suoi primi sostenitori e direttore regionale della United
Auto Workers, e lo chiamò:
- Paul, voglio che tu e Jess veniate con me.
Schrade pensava intendesse di accompagnarlo alla Colonial
Room, Seguendo Kennedy nella dispensa si ripeteva:
- E' per questo che abbiamo lottato, Sarà presidente.




Mentre Kennedy si allungava sopra uno dei tavoli da lavoro
per stringere la mano a uno dei membri del personale delle cu-
cine, il braccio di un giovane palestinese con il nome uguale al
cognome, Sirhan Sirhan, sbucò dalla folla: puntò una pistola al-
la testa di Kennedy e fece fuoco....
I colpi ricordarono ad alcuni dei presenti il rumore dei petardi
di Chinatown..., ma nessuno li scambiò per botti inoffensivi.
- Sono stato in fanteria durante la Seconda guerra mondiale,
avrebbe poi comunicato Dutton,
- e capii immediatamente di cosa si trattava.




Sirhan adoperò una calibro 22, un'arma che non produce neces-
sariamente ferite mortali anche usata a distanza ravvicinata, non
certo l'arma preferita del killer professionista.
Era vicino quando sparò e uno dei chirurghi che operò Kennedy
dichiarò che se la pallottola fatale lo avesse colpito anche solo un
centimetro più indietro, sul capo, sarebbe sopravvissuto e si sareb-
be ripreso entro qualche settimana, in tempo per riprendere la ...
campagna.




Quando si udirono gli spari già parecchie persone si trovavano
nella dispensa, che si riempì in un attimo.
Frank Mankiewicz si appoggiò alla schiena di qualcuno e pianse.
John F. Kennedy e Martin Luther King Jr, e con loro molti altri,
erano stati abbattuti a distanza con carabine di precisione, come
cervi ad una battuta di caccia....
Perché ai profeti... si spara......
(T. Clarke, L'ultima campagna)















mercoledì 5 giugno 2013

L' OMICIDIO (8)













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l'omicidio (7)











- No, perché, Berto,
rispose pacatamente.
- Kitty cadde, tu lo sai; eravamo ubriachi...
La sua voce si trascinava, mentre si spostava avanti lenta-
mente.
- Fermati lì!,
disse Stroud riparandosi subito dietro una sedia.
- Getta via quella maschera. Ti stai proprio muovendo ver-
so questa tavola. Aspetta un minuto. Lasciami il medaglio-
ne di Kitty e quel denaro che mi devi.




Carletto rimase a bocca spalancata; non aveva mai visto il
tranquillo giovane a difendersi. Aveva egli udito bene?
Carletto vinceva al pugno, al fucile, a carte.
Gli uomini però, non questo amante malato e sbarbatello,
con il cappello bianco.
Una violenta passione saliva in Carletto; le sue lunghe e
vigorose mani si serravano; le poteva quasi sentire attor-
no al collo di Stroud.
Balzò improvvisamente con la testa bassa, le braccia tese
a guisa di lottatore.
 



Con la mano sinistra Stroud estrasse rapidamente l'arma,
sparò senza colpire.
Carletto si diresse verso Stroud che sparò a bruciapelo.
Carletto si avvicinò, e Stroud con il revolver colpì alla
testa Carletto che si abbatté sul pavimento ai piedi di
Stroud, con un braccio teso che si contorceva davanti al-
la sedia.
Carletto era stato colpito a morte al secondo colpo.




L'autopsia mostrò la pallottola entrata violentemente nella
 tempia destra , nel basso bacino.
Stroud fissò intensamente l'arma che aveva sparato con-
tro l'uomo , che giaceva immobile, e le sue mani tremava-
no.
Avvicinatosi al tavolo, riconobbe il medaglione di Kitty in un
barattolo; lo prese e partì con la rivoltella in mano.
Un uomo si trovava sulla porta della villa vicina;
- Che succede là dentro?




- Nulla,
rispose Stroud; percorse rapidamente la via Franlklin, e ri-
tornò al palazzo Clarke.
Entrato cautamente, ripose la rivoltella nel cassetto, mise la
scatola delle pallottole vicino, e collocò in fretta il medaglio-
ne e la catena spezzata sulla calza di Kitty.
Stroud si fermò e guardò a lungo Kitty addormentata sul
letto.




I suoi capelli nella luce scialba, si increspavano d'oro in
contrasto stridente con le sue palpebre ammaccate.
Cinque minuti dopo, Stroud.....
(T. E. Gaddis, Il morto vivente di Alcatraz)














lunedì 3 giugno 2013

ANTENATI (4)









































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antenati (3)












'I Cherokee, se lo sai dalla storia americana, vivevano nelle
Caroline e in Virginia e in uno stato chiamato Franklin che
adesso fa parte del Tennessee orientale.
E decisero che volevano essere gente come tutti gli altri.
Abitavano in capanne e in case, proprio come i bianchi. E
il governo li ha cacciati..., il sentiero delle lacrime, fino all'-
Oklahoma' (Arthur Johnson).
Nel 1838, il governo federale diede inizio all'espulsione dei
Cherokee e al loro trasferimento al di là del Mississippi, in
Oklahoma, a oltre mille miglia di distanza. Circa 14.000
uomini e donne si avviarono per la lunga marcia che sarà
ricordata col nome di Trail of Tears, sentiero delle lacrime;
ma alcuni riuscirono a rimanere.
A quanto pare, l'ultimo fu il vecchio Sam Whitson, che abi-
tava ancora vicino a Black Mountain negli anni trenta e ve-
niva spesso a vendere e comprare a Harlan'.




Fred Napier: 'Mio padre comprò un pezzo di terra su que-
sta montagna, e a quel tempo c'erano ancora un po' di in-
diani che abitavano qui.
Avevano una scuola fatta di tronchi, e una chiesa.
Io andavo in chiesa lì, dietro la scuola. Poi su tutta la cima
della montagna era abitato da gente di colore e da indiani.
C'era un vecchio indiano che passò di qui ero piccolo, rima-
 se da noi per tutto l'inverno e ci portava la legna e cose
per il fuoco e un giorno se ne andò in cerca di una miniera.
Poi morì, e lasciò la sua roba a casa nostra, i mocassini e
tutto. E mio padre prese la sua mappa della miniera e la
trovò'.




Storie di famiglia in rete parlano di una banda di indiani
'pacifici' chiamati Quadrules che sarebbero rimasti attor-
no a Wallins Creek fino alla guerra civile.
Nella storia inedita di Harlan, anche Elmon Middleton
parla di questi indiani 'friendly' che 'si mescolavano libe-
ramente coi bianchi' - finché non furono deportati in mas-
sa verso una riserva nel West.
'Ma adesso gli indiani non ci sono più, sono morti e se
ne sono andati, non so dove sono andati, forse saranno
tornati a casa loro' (Martha Napier).
 Naturalmente, questa era casa loro; ma l'immagine ro-
mantica della 'scomparsa del - vanishing American - fa sì
che avere antenati indiani - a differenza del 'sangue' afro-
americano - evochi nostalgia e orgoglio anziché vergogna.
Come se, sostenendo di essere discendenti dei primi abi-
tanti, i bianchi potessero oggi affermare il possesso della
terra come una legittima eredità.




Arthur Johnson: 'In un certo senso, gli indiani sono anco-
ra qui. Prima che li cacciassero, molti di loro si erano spo-
sati con famiglie bianche.
Erano uomini e donne molti belli; e non li lasciavano anda-
re a scuola ma imparavano lo stesso. E si sposavano con i
bianchi.
Così, se ti metti a risalire gli alberi genealogici, arrivi a
una bisnonna che non c'è, perché loro non erano elencati
nei censimenti....
Semplicemente non esistevano....'.
(A. Portelli, America Profonda)