giuliano

martedì 3 febbraio 2015

IL TEMPO E LA MEMORIA (13)











































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.... Pietra è mia ora all’occhio di quel Polifemo nemico della comune ora…! Io sono Ulisse e qui dalla grotta ti scrivo ma abbiamo stabilito un patto antico contro un comune nemico).
Ragion per cui, anche se codesta Rima di Vita può far sorridere chi privilegia il Turbo di una diversa turbina, il bosco della nostra Poesia per sempre ‘ossigenerà’ la verità dell’Eretica memoria, suggerendo, con Nobile Parola, che il moderno potere della nuova tortura che avanza scalcia e minaccia può solo contare sulla violenza figlia e maestra di una Ortodossa creanza, e come Storia insegna (se non leggi impara: nel paese dei balocchi trovi anche qualche Tomo che narra il tuo gesto antico, che racconta la Storia, su di un foglio su di un rigo, non certo scritta in un messaggino, su un visorino dove assestare il colpo della tua violenza antica: lancia…alla mia schiena già ferita al Teschio di una verità per sempre smarrita, Catena di un sogno antico: siamo due a reclamare verità e unanimi nel giudizio alla tua falsa parola perché ciò che ci divideva a me quel Cristo ora difeso era l’onore di una stessa Storia a cui chiedevamo giammai il tuo violento sacrificio, ma l’onore di uno stesso Dio Primo al Secondo parente del tuo Tempio antico) in essa poi ci sarà una diversa verità che avanza, perché la dittatura così costruita non ha edificio nel bosco del nostro martirio, e rinasceremo con ugual parola, e te per sempre costruirai il rogo della tua falsa storia!

(Giuliano Lazzari, curatore del blog...)

… E giacché fai di me un incolto ricercatore della verità di codesta Terra, te, nobile scienziato della Parola, regalo alla tua Memoria un po’ di Storia nel tuo Tempo fermo ad un Evo antico, ti regalo questa breve storia: un po’ di cacio saporito con il quale condire il ricco banchetto al fasto della tua perenne gloria…
Ave Cesare e Costanzo a te il formaggio…. e buon appetito (Giuliano così è scritto… alla mensa del tuo breve messaggino): 


             

Volete che vi insegni la vera strada?
Quanto al contenuto Eterodosso di questo tipo di predicazione, non era possibile avere dubbi – soprattutto allorché Menocchio espose una sua singolarissima cosmogonia di cui era giunta al Sant’Uffizio un’eco confusa:

‘Io ho detto che, quanto al mio pensier et creder, tutto era un caos, cioè Terra, aere, acqua et foco insieme, et quel volume andando così fece una massa, apunto come si fa il formazo nel latte, et in quel deventorno, et quelli furno li angeli; et la santissima maestà volse che quel fosse Dio et li angeli; et tra quel numero di angeli ve era ancho Dio creato anchora lui da quella massa in quel medesmo Tempo, et fu fatto signor con quattro capitani, Lucivello, Michael, Gabriel et Rafael. Qual Lucibello volse farsi signor alla comparation del re, che era la maestà de Dio, et per la sua superbia Iddio commandò che fusse scaciato dal cieolo con tutto il suo ordine et la sua compagnia; et questo Dio fece poi Adamo et Eva, et il populo in gran moltitudine per impir quelle sedie dellì angeli scacciati. La qual moltitudine, non facendo li commandamenti de Dio, mandò il suo figliol, il quale li Giudei lo presero, et fu crucifisso’.




… E soggiunse:

‘Io non ho detto mai che si facesse picar come una bestia. Ho ben detto che si lassò crucificar, et questo che fu crucifisso era uno delli figlioli de Dio, perché tutti semo fioli de Dio, et di quella istessa natura che fu quel che fu crucifisso; et era homo come nui altri, ma di maggior dignità, come sarebbe dir adesso il papa, il quale è homo come nui, ma di più dignità de nui perché può far; et questo che fu crucifisso nacque de s. Iseppo et de Maria vergine’.

… Di colpo, verso la fine di aprile si verificò un fatto nuovo….

I rettori veneziani invitarono l’inquisitore di Aquileia e Concordia, fra Felice da Montefalco, a uniformarsi alle consuetudini vigenti nei territori della Repubblica, le quali imponevano cause del Sant’Uffizio la presenza di un magistrato secolare accanto ai giudici ecclesiastici. Il contrasto tra i due poteri era tradizionale. Non sappiamo se in quest’occasione ci fosse stato anche un intervento dell’avvocato Trappola in favore del suo cliente. Fatto sta che Menocchio fu condotto a Portogruaro, nel palazzo del podestà, perché confermasse alla presenza di quest’ultimo gli interrogatori che si erano già svolti.
Dopo di che, il processo ricominciò…
A più riprese, in passato, Menocchio aveva detto ai compaesani di essere pronto, anzi desideroso di dichiarare le proprie ‘opinioni’ sulla fede alle autorità religiose e secolari.




‘Mi ha detto, - riferì Francesco Fassetta, - che se mai lui andasse in mano della giustizia per questo, vorebbe andar con le buone, ma quando li usasse straniezza, vorebbe dir assai contra li superiori delle loro male opere’.
E Daniele Fassetta:
‘detto Domenego ha detto che se lui non dubitasse della vita parlaria tanto che faria stupir; et quanto a me credo che volesse dir della fede’.
Alla presenza del podestà di Portogruaro e dell’inquisitore di Aquileia e Concordia, Menocchio confermò queste testimonianze: ‘è vero che io ho detto che se non havesse havuto paura della giustitia parlarebbe tanto che farebbe stupire; et ho ditto che se havessi gratia di andar avanti o il papa o un re o un principe che mi ascoltasse, haverei ditto molte cose; et poi se mi havesse fatto morir non mi sarei curato’.
Allora lo esortarono a parlare: e Menocchio abbandonò ogni reticenza. Era il 28 aprile. Cominciò denunciando l’oppressione esercitata dai ricchi sui poveri attraverso l’uso, nei tribunali, di una lingua incomprensibile come il latino (ancora oggi vige ugual problema nella controversa interpretazione della legge ed altri disposizioni inerenti gli obblighi fiscali per non incorrere nelle sanzioni che la legge stessa pone quale vincolo per scoraggiare il cittadino al mancato rispetto di essa; tutte quelle norme che i più debbono affrontare con l’ausilio di enti compotenti abilitati allo svolgimento delle mansioni fiscali, e non, per gli onori civili e sociali cui tutti dobbiamo adempiere.):

‘Io ho questa opinione, che il parlar latin sia un tradimento de’ poveri, perché nelle litte li pover’homini non sano quello si dice et sono strussiati, et se vogliono dir quatro parole bisogna haver un avocato, che neanche quelo riusciam a capire’.




Ma questo non era che un esempio di un generale sfruttamento, di cui la Chiesa era complice e partecipe:

 ‘Et mi par che in questa nostra lege il papa, cardinali, vescovi sono tanto grandi et ricchi che tutto è de Chiesa et preti, et strussiano li poveri, quali se hanno doi campi a fitto sono della Chiesa, del tal vescovo, del tal cardinale’.

 Si ricorderà che Menocchio aveva due campi a livello, di cui ignoriamo il proprietario; quanto al suo latino, si riduceva apparentemente al credo e al pater noster imparati servendo messa; e Ziannuto, suo figlio, si era affrettato a procurargli un avvocato, appena il Sant’Uffizio l’aveva messo in carcere. Ma queste coincidenze, o possibili coincidenze, non devono trarre in inganno: il discorso di Menocchio, anche se prendeva lo spunto dal suo caso personale, finiva con l’abbracciare un ambito molto più vasto. L’esigenza di una chiesa che abbandonasse i suoi privilegi, che si facesse povera coi poveri, si legava alla formulazione, sulla traccia del Vangelo, di una religione diversa, senza insistenze dogmatiche, ridotta ad un nocciolo di precetti pratici:




‘Vorria che si credesse nella maestà de Dio, et esser homini da ben, et far come disse Giusu Christo, che rispose a quelli Giudei che li dimandavano che legge si dovesse haver, et lui li rispose “Amar Iddio et amar il prossimo” ’ .

Questa religione semplificata non ammetteva, per Menocchio, limitazioni confessionali. Ma l’appassionata esaltazione dell’equivalenza di tutte le fedi, sulla base di un’illuminazione concessa in egual misura ad ogni uomo.

‘La maestà de Dio ha dato il Spirito Santo a tutti; a christiani, a heretici, a Turchi, a Giudei, et li ha tutti cari, et tutti si salvano a uno modo; et vui altri preti et frati, anchora vui volete saper più de Dio, et sette come il demonio, et volete farvi dei in Terra, et saper come Iddio a guisa del demonio: et chi più pensa di saper, manco sa; et credo che la legge et commandamenti della Chiesa siano tutte mercantie, et si viva sopra di questo’.

La netta contrapposizione tra una religione ridotta a un nucleo essenziale e le sottigliezze teologiche richiama le affermazioni di Menocchio – che del resto, pur avendo letto una parola come ‘predestinazione’, disse addirittura d’ignorarne il significato. Ancora più preciso il riscontro tra la condanna delle ‘legge et commandamenti della Chiesa’ come ‘mercantie’ e l’invettiva, contro preti e frati…




Mercato fanno di sepelir morti
come d’un sacco di lana, o di pevere:
in queste cose sono molto accorti
in non voler un defonto ricevere
se i soldi in prima in man non gli vien porti;
poi se gli vanno a manducare e bevere
ridendo de chi fa cotal dispensa
godendo i buoni letti e grassa mensa.
Mercati poi di maggior importanza
si fanno de la Chiesa che fu mia
tirandosi tra lor ogni abondanza
non si curando de chi ha carestia.
Appresso a me questa è una mala usanza
si faccian di mia Chiesa mercantia
e beato chi può haver più benefici
dicendo poche messe, e manco uffici.

… ‘Volete che vi insegni la vera strada? attendere a far ben et camminar per la strada de mi antecessori, et quello che commanda la S. Madre Chiesa’: queste erano le parole che, come si ricorderà, Menocchio sostenne di aver detto ai compaesani. Di fatto, Menocchio aveva insegnato proprio il contrario, a discostarsi dalla fede degli antenati, a respingere le dottrine che il pievano predicava dal pulpito. Mantenere questa scelta deviante per un periodo così lungo (forse addirittura una trentina d’anni) prima in una piccola comunità come quella di Montereale, poi di fronte al tribunale del Sant’Uffizio, richiedeva un’energia morale, e intellettuale che non è esagerato definire straordinaria. Né la diffidenza dei parenti e degli amici, né i rimproveri del pievano, né le minacce degli inquisitori erano riuscite a incrinare la sicurezza di Menocchio.
Ma che cosa lo rendeva così sicuro?

In nome di che cosa parlava?

(C. Ginzburg, Il formaggio e i vermi)      
















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