giuliano

mercoledì 18 dicembre 2019

(EREMITI) NELLA TAIGA (2)








































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Eremiti...

'Dossier Eremitico' (completo...)

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Legge immutabile della Natura (4)













DAL LIBRO DEL GIORNALISTA:



Per due ore sorvolammo la taiga (e ce ne innamorammo subito), levandoci sempre più in alto nel cielo. A questo ci costringeva l’altezza crescente delle montagne. Dolci e tranquilli nei dintorni di Abaza, i monti diventavano a poco a poco severi e inquietanti. Le verdi e ridenti vallate inondate dal sole cominciarono a restringersi gradualmente e verso la fine del percorso si mutarono in voragini scoscese, con in fondo i fili argentati di fiumi e ruscelli.

‘Eccoci arrivati, mi urlò il comandante dell’elicottero’.

Nella buia valle il fiume riluceva come picchiettato di vetrini al sole, l’elicottero lo sorvolava sempre più basso… Atterrammo su un ghiaione presso la base dei geologi. Sapevamo che da lì fino all’abitazione dei Lykov bisognava risalire quindici chilometri lungo il fiume e poi su per la montagna. Ma avevamo bisogno di una guida. Trovata la guida rieccoci in aria, sorvoliamo l’Abakan riproducendo nella stretta gola le volute del fiume.

Atterrare vicino alla casa dei Lykov è impossibile.





E’ situata sul fianco della montagna. E, a parte il loro orto, nella taiga non c’è una sola radura. Tuttavia da qualche parte nelle vicinanze c’è un acquitrino di montagna su cui non si può atterrare, ma su cui si può scendere molto bassi. Facendo ben attenzione i piloti descrivono un cerchio dopo l’altro per avvicinarsi alla radura dove, sull’erba, luccica pericolosamente l’acqua. Durante queste manovre vediamo sotto di noi quello stesso orto così come era stato scoperto dall’alto.

Orto!

Delle strisce di solchi di patate lungo il declivio, e più giù ancora delle altre verdure. Accanto, la catapecchia annerita.  Quando abbiamo descritto il secondo cerchio abbiamo visto due figurine vicino alla capanna: un uomo e una donna. Osservavano l’elicottero riparandosi con una mano dal sole. Per loro la comparsa di questa macchina significa l’arrivo di esseri umani. Sospesi sull’acquitrino gettammo nell’erba il nostro bagaglio, poi saltammo anche noi sul cuscinetto di muschio bagnato.

Un minuto dopo, senza bagnare i pattini d’atterraggio nell’acquitrino, l’elicottero si sollevò elastico per nascondersi subito dietro la cresta boscosa della montagna.

Silenzio…




Un silenzio assordante, ben noto a chiunque si sia lanciato da un elicottero. E proprio qui sull’acquitrino Erofej confermò la triste notizia giuntaci ad Abaza: della famiglia dei Lykov erano rimasti solo due persone: il vecchio e la figlia minore Agaf’ja. Dmitrij, Savin e Natal’ja erano morti l’autunno scorso uno dietro l’altro, praticamente a catena.

‘Karp Osipovic! Siete vivo?’.

Chiamò Erofej avvicinandosi alla porta il cui stipite superiore gli arrivava sotto la spalla.

Qualcuno si mosse nell’izba. La porta cigolò e vedemmo emergere al sole un vecchietto. Lo avevamo svegliato. Si stropicciò gli occhi, li strizzò, si passò il palmo lungo la barba arruffata e infine esclamò:

‘Signore, Erofej!’…




Era chiaro che il vecchio era contento dell’incontro, mala mano non la diede a nessuno. Avvicinandosi incrociò le braccia sul petto e si inchinò a ciascuno dei presenti.

E noi aspettavamo, aspettavamo. Abbiamo pensato che fosse un elicottero dei pompieri. E ci siamo messi tutti tristi a dormire. Il vecchio riconobbe anche Nikolaj Ustinovic, che era stato da lui l’anno prima.

‘E questo è un ospite di Mosca. Un mio amico. Si interessa alla vostra vita’,

…disse Erofej.

Il vecchio si inchinò con fare circospetto nella mia direzione:

‘Siate il benvenuto, siate il benvenuto’.

(Vasilij Peskov, Eremiti nella Taiga)






L’APPELLO DELL’EREMITA (2014)



Quella dell’eremita è stata da sempre una figura ambigua, vista con un misto di timore e fascinazione.

Ma esistono eremiti contemporanei?

L’uomo è un animale sociale, e fin dalla notte dei tempi si è organizzato in forme di vita comunitaria, dalle tribù di cacciatori-raccoglitori alle metropoli contemporanee. La mente dell’uomo soffre dell’assenza prolungata di contatti con i propri simili, e in molte culture ed epoche il bando e l’esilio, cioè l’essere estromessi dalla comunità e lasciati da soli all’‘esterno’, in quelle che per gran parte delle storia umana erano terre selvagge e inospitali, erano considerati punizioni peggiori alla morte.

Eppure, se la condizione del solitario e del ‘bandito’ dalla comunità è stata associata ai criminali e agli emarginati, basti pensare alla vicenda biblica di Caino, il primo assassino, dall’altra la solitudine è stata, in certi casi, prerogativa di individui superiori, che estraniandosi dal ‘mondo’ (nel senso dell’ambiente delle relazioni sociali) si sono posti per certi versi al di sopra di esso.





La solitudine è da sempre considerata una condizione ideale per l’introspezione, cioè per l’esame del proprio animo, lontano dalle distrazioni e dal ‘rumore di fondo’ prodotto dalla altre persone. Ma è anche una delle pratiche preferite dagli asceti e dagli ‘uomini santi’ per elevarsi spiritualmente e per entrare in contatto con l’‘altro’ mondo, quello della divinità, dei morti e degli Spiriti della Natura. Pensiamo agli sciamani, che si isolavano per lunghi periodi in luoghi solitari e inospitali per comunicare con il proprio spirito-guida.

Ma anche molte figure chiave delle grandi religioni sono passate, secondo le rispettive tradizioni, attraverso la prova cruciale della meditazione solitaria, da Gesù, che passò quaranta giorni e quaranta notti nel deserto, a Buddha, che visse per anni nella foresta nutrendosi solo di un chicco di riso al giorno. Il ‘mondo’, cioè l’insieme di coloro che sono rimasti nella comunità, ha sempre considerato con un misto di timore, fascinazione e rispetto la figura di chi si isola volontariamente dal resto dei propri simili, tanto per la sua supposta vicinanza alle forze della natura e della divinità quanto per la forza d’animo fuori dal comune che sicuramente doveva possedere chi sceglieva di intraprendere una strada così onerosa.





La tradizione cristiana è ricca di saggi, santi e monaci che si isolano dal mondo per cercare un maggiore contatto con il divino, e per loro è stata coniata la parola ‘eremita’, dal greco ‘erēmitēs’, cioè ‘abitante del deserto’.

La figura dell’eremita ha giocato un ruolo importante nella cultura europea dei secoli passati, ispirando innumerevoli storie e opere dell’arte e della letteratura. Con l’avvento dell’età moderna è nata anche la figura dell’‘eremita laico’, incarnata dal naufrago Robinson Crusoe, uscito dalla penna dello scrittore inglese Daniel Defoe. Sebbene Robinson si ritrovi isolato dal mondo non per motivi religiosi ma per un incidente, nondimeno vive una profonda trasformazione spirituale nel corso della sua avventura, e ritorna nel ‘mondo’ come un uomo nuovo.

Il caso tornato agli onori della cronaca negli ultimi giorni in riferimento agli ‘Eremiti’ è  quello della russa Agafia Lykova, una donna nata e vissuta in una capanna nel mezzo della taiga siberiana, a circa 250 km dalla città più vicina, dove tuttora risiede all’età di 71 anni. I suoi genitori appartenevano al movimento dei Vecchi credenti, una fazione tradizionalista della Chiesa ortodossa, e nel 1936 fuggirono in Siberia per scampare alle persecuzioni staliniste.





Per i primi 35 anni della sua vita Agafia non incontrò persone che non fossero i genitori o i fratelli. Le uniche conoscenze che Agafia aveva del mondo esterno venivano dai racconti di suo padre. La famiglia visse completamente isolata dal mondo per decenni, sopravvivendo grazie alla caccia, fino a quando non fu scoperta per caso da un gruppo di geologi che stavano facendo una ricerca nell’area. Scienziati e viaggiatori visitarono la famiglia negli anni successivi, scoprendo che i suoi membri, a causa del lungo isolamento, parlavano un dialetto russo talmente distorto da risultare quasi incomprensibile agli estranei.

Negli anni Ottanta il viaggiatore e giornalista Vasiliy Peskov pubblicò alcuni articoli su Agafia e la sua famiglia, e lei divenne una piccola celebrità. Il governo sovietico si offrì di farle fare un giro della Russia a sue spese, e durante il viaggio Agafia vide per la prima volta dei cavalli e delle automobili, e assistette per la prima volta all’uso del denaro. Dalla morte del padre nel 1988, Agafia è la sola sopravvissuta della famiglia, e continua a risiedere nella casa in cui è nata in mezzo alla foresta siberiana, rifiutandosi di lasciare il suo isolamento nonostante le numerose offerte di accoglienza che le sono giunte da ogni parte del mondo. A dispetto della collocazione remota, Agafia riceve numerose visite durante l’anno da parte di viaggiatori, giornalisti e fotoreporter, che ricambiano la sua ospitalità aiutandola nei compiti ormai troppo pesanti per lei, data l’età avanzata, come raccogliere la legna per il fuoco in previsione del lungo inverno siberiano.

Dotata di un’intelligenza fuori dal comune a detta di coloro che l’anno conosciuta, Agafia accende ancora il fuoco come le ha insegnato suo padre decenni fa, con acciarino e pietra focaia. Qualche settimana fa, Agafia ha dovuto finalmente ammettere il passare degli anni e, in una lettera a un giornale russo, ha lanciato un appello perché qualcuno vada con lei nella taiga, aiutandola nei compiti ormai per lei troppo gravosi, in modo da permetterle di rimanere nella casa dove ha sempre vissuto. Il 20 gennaio il fotografo Vladimir Nad ha risposto all’appello, annunciando che si trasferirà da Agafia per un anno, aiutandola e girando nel contempo un film documentario sulla sua vita. Almeno per un po’ di tempo, dunque, Agafia continuerà a vivere nell’unica casa che ha mai conosciuto…




  

DAL LIBRO DEL GIORNALISTA:



Su queste montagne le notti sono fredde. Non avevamo tende. Agaf’ja e suo padre, osservandoci mentre ci apprestavamo a stenderci vicino al fuoco ‘con quanto ci aveva mandato Dio’ ci invitarono a passare la notte nell’izba. E con la descrizione di questa bisognerà terminare le impressioni della nostra prima giornata.

Curvateci sotto lo stipite della porta sbucammo in un’oscurità quasi completa. La luce azzurra della sera era visibile solo nella finestrella grande quanto due palmi. Dopo che Agaf’ja ebbe acceso una scheggia di legno e l’ebbe fissata nel portaschegge in mezzo all’izba ci fu possibile vedere alla meno peggio l’interno. Persino col lucignolo le pareti erano scure – la fuliggine di molti anni non rifletteva la luce. Anche il soffitto basso era nero come il carbone.

Orizzontalmente sotto il soffitto erano appesi dei bastoni per asciugare i panni. Alla stesa altezza lungo le pareti c’erano degli scaffali per le stoviglie di scorza con le patate secche e i pinoli. In basso lungo le pareti c’erano delle grandi panche. Su queste, come si poteva capire da alcuni stracci, dormivano e adesso si poteva stare seduti. Alla sinistra dell’ingresso lo spazio principale era occupato dalla stufa di pietra. Il camino della stufa, fatto anche quello di lastre di pietra tenute insieme con l’argilla e rivestite con scorza di betulla, non usciva attraverso il tetto, ma dal muro.

D’inverno ci si sarebbero potuti congelare i lupi.





‘Allora abbiamo fabbricato per loro questa stufa a legna. Ancora oggi mi chiedo come abbiamo fatto a trascinarla fin qui…’, disse Erofej, che aveva già pernottato lì più di una volta. In mezzo all’abitazione c’era un tavolino lavorato a colpi d’accetta. Era tutto quello che c’era. Ma si stava stretti. Lo spazio di quella tana era all’incirca di sei passi per cinque, e non si riusciva a capire come sei adulti di entrambi i sessi avessero potuto stringersi lì tutti quegli anni.

Era la miseria…

Il vecchio e Agaf’ja parlavano senza agitazione e con piacere. Ma spesso la conversazione era interrotta dal loro bisogno improvviso di pregare. Voltatisi verso un angolo dove, evidentemente, si trovavano delle icone rese invisibili dall’oscurità, il vecchio e la figlia intonavano a voce alta le loro preghiere, gemevano, sospiravano rumorosamente, sgranavano con le dita i grani della loro lestovka, il rosario usato dai vecchi credenti per tenere il conto delle prosternazioni. La preghiera finiva all’improvviso così come era iniziata, e la conversazione riprendeva dal punto dove era stata interrotta…

…All’ora stabilita il vecchio e la figlia si misero a cena. Mangiarono delle patate che intingevano nel sale macinato grosso. I chicchi di sale caduti sulle ginocchia li raccoglievano con cura e li rimettevano nella saliera. Agaf’ja chiese agli ospiti di portare le loro tazze e vi versò il ‘latte di cembro’. La bevanda, preparata con acqua fredda, aveva un colore simile a quello del tè al latte e forse anche più saporita. Agaf’ja lo aveva preparato di fronte ai nostri occhi: aveva macinato i pinoli in un mortaio di pietra, li aveva mescolati all’acqua in un recipiente di scorza, poi li aveva filtrati…

Agaf’ja non aveva nessuna idea della pulizia.

Il cencio color terra attraverso cui la bevanda era stata filtrata serviva alla padrona di casa anche per pulirsi le mani. Ma che fare, il ‘latte’ lo bevemmo e, procurando ad Agaf’ja un evidente piacere, lodammo sinceramente la sua bevanda.














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