giuliano

mercoledì 10 aprile 2024

VALORIZZARE I LUOGHI SACRI (Seconda Parte)

 









Prima parte 


Prosegue con il...: 


Capitolo completo







L’azzeramento delle singole identità e delle singole singolarità è stata la vicenda della modernità, non certo ancora terminata, rivendicare l’universalità indeterminata dello spazio astratto suona come un’irrisione della sedimentazione storica e della Natura di Memoria dei luoghi.

 

La nostra civiltà, con la logica del progresso e dell’accrescimento dei beni economici, ha scelto l’espansione, l’innovazione inarrestabile, l’incremento dei consumi, ma per farlo è stato ed è necessario un modello di pensiero che non riconosca limite alcuno alla propria potenza (o assoluta demenza): né il limite trascendente del divino, né quello, ecologico e fisico, della Natura quale dimensione intelligente (e pensante) del vivente. E dunque nemmeno la finitezza intrinseca della Terra e delle sue risorse ha costruito un’evidenza sufficiente ad orientare diversamente o a frenare la corsa, occidentale, ed ormai planetaria, alla distruzione accompagnata alla conseguente violenza irreversibile.




Ma se il ‘progresso’ non ha potuto arrestarsi nemmeno di fronte ai molteplici annunci della propria imminente fine per esaurimento delle materie prime e sovvertimento dell’equilibrio ecologico, nemmeno si è lasciato intralciare da tradizioni o culture o consuetudini diverse…(anzi si è ben organizzato e adoperato affinché tali singolarità siano soppresse confuse bandite nel cerchio confuso di un’approssimata e nuova mitologia alla parabola di una più confacente dottrina… al limite di un’odierna ed incompiuta filosofia che forse con l’intera geografia poco e nulla condivide eccetto una vaga ed approssimato ‘piano-regolatore’ ove deformare e circoscrivere ogni Natura prigioniera dell’odierno vivere… così malmente costruito e edificato…).

 

Quindi la questione della conservazione è un problema cruciale e ineludibile, e insieme, come un tema e un termine difficili da pensare e da argomentare, per l’immediata - quanto spesso irriflessa e pregiudiziale - diffidenza che suscitano.




Eppure, dovrebbe essere intuitivo che la conservazione è un aspetto non secondario in qualsiasi riflessione che voglia comprendere la realtà del paesaggio al di là del mero studio delle poetiche del passato: alla conservazione e alla tutela dei beni culturali, ma anche ambientali, sono dedicati corsi di studio e di specializzazione universitaria, specifiche istituzioni, saperi e tecnologie.

 

Sembrerebbe dunque ovvio che l’elaborazione di un pensiero del paesaggio (o del territorio) come identità singolare dei luoghi non possa esimersi dal porsi la questione e interrogarsi sul valore della conservazione, e che il dibattito sulla conservazione, presente e vivo in ambito architettonico e storico-artistico, debba essere affrontato anche dal punto di vista filosofico ed estetico, e possibilmente geofilosofico.




Di fronte al paesaggio di Orte scempiato dal disordine e dalla sciattezza delle nuove edificazioni, Pierpaolo Pasolini poteva legittimamente mostrare come il degrado estetico andasse congiunto a una decadenza civile e sociale. Del pari, Cesare Brandi, già negli anni Sessanta, denunciava aspramente l’inizio del disastro civile e ambientale che si stava prefigurando per l’Italia proiettata nella logica del boom economico, nell’incomprensione per il valore di irrepetibile identità del paesaggio italiano, del suo essere non un generico pittoresco, ma un pittoresco storicizzato, assurto a fisionomia stessa del paese, rivendicando un’attiva difesa e sostegno all’agricoltura, di contro all’industrializzazione più irresponsabile, come la forma più efficace di salvaguardia della facies dei paesaggi storici.

 

Però, oggi, se si pone l’accento sull’inscindibilità della manifestazione estetica di un paesaggio dalla sua realtà culturale, dalle modalità dell’abitare che in quel luogo si realizzano (dunque delle scelte economiche, ecologiche, sociali, sacrali, ecc.), mostrando come lo scempio paesaggistico e la dissipazione del patrimonio storico e architettonico non sia una deplorevole svista causata dalla priorità di questioni ineludibili (l’economia, il mercato, la modernizzazione), ma discenda necessariamente dal modello culturale della modernizzazione e dall’indiscriminata apertura a modelli globalizzanti, immediatamente si è sospettati di conservatorismo.




Nella letteratura degli esperti di conservazione dei beni monumentali e architettonici, invece, è abbastanza normale esprimere allarme e indignazione per la distruzione accelerata portata dalla ruspa del moderno:

 

Che si tratti di uno sventramento per celebrare qualche aquila reale alla conquista del mondo o di una radicale pianificazione urbana in nome di qualche marchio alla conquista del mercato, su un punto convergono le eredità depositate nell’immaginario collettivo dalla modernizzazione affannata e dall’autoritarismo barbarico: la dissoluzione del tessuto tradizionale, l’umiliazione del valore civico, la distruzione del bene culturale.

 

Ma anche nei più autorevoli urbanisti, negli ultimi anni, forse anche a motivo della presenza di un clima di pensiero geofilosofico, ricorre l’affermazione della improrogabile necessità di mutare i paradigmi della pianificazione, i suoi obiettivi, ritmi, strumentazioni tecniche e concettuali: la necessità di conservare, ripristinare, ma anche di demolire e de-costruire, riconoscendoli come aberrazioni dannose, molte costruzioni (residenziali, ma anche infrastrutture) realizzate nei decenni scorsi in nome del modernismo e della modernizzazione.




Nel contesto tardomoderno in cui giungono al più alto livello la crisi e l’insostenibilità di un modello di sviluppo basato sul dogma di una crescita illimitata, e dunque sulla riduzione del territorio a estensione indifferentemente manomettibile dalla tecnica e da criteri di economicità dettati dalla globalizzazione, si impone con urgenza la questione della distruzione irreversibile di quel patrimonio che sono i luoghi, una volta che vengano interpretati come meri depositi di risorse.

 

Il territorio, in quanto realtà naturale e ambientale, ha proprie regole di conservazione e riproduzione (di lunga durata), le quali, se vengono ignorate, portano al dissesto e alla distruzione. I luoghi sono sempre dotati di una propria individualità (che il geografo Vidal De La Blache chiamava la personalità) che costituisce propriamente la loro facies culturale, il loro essere paesaggio prodotto da comunità che ne rispettano la legge singolare di configurazione e mantenimento.

 

Se i luoghi si mantengono nella propria differenzialità singolare grazie a continui atti territorializzanti - cioè a comportamenti e scelte che conservano e incrementano il senso della loro specificità, la questione della conservazione non può che assumere un ruolo centrale.




In altri termini, un luogo è tale solo se le sue invarianti strutturali sono mantenute: se i caratteri fondativi delle identità dei luoghi, ossia gli elementi che strutturano il territorio, sono riconosciuti nella loro natura di patrimonio territoriale durevole.

 

Secondo Magnaghi devono essere questi caratteri identitari, che costituiscono il valore di un luogo, a dettare direttive, prescrizioni, azioni per la tutela e la valorizzazione secondo obiettivi prestazionali riferiti alla sostenibilità dello sviluppo, dal momento che è la permanenza e la durevolezza di tali caratteri a costituire l’indicatore principale della sostenibilità.

 

Non si tratta di pensare secondo gli schemi di interventi meramente conservativo-vincolistici, e quindi prevalentemente a posteriori, a partire da una logica che, riconoscendo l’ineluttabilità del degrado, si limita a preservare artificialmente tracce e testimonianze di un essere diversamente che si attribuisce a un passato non recuperabile se non in forma documentaria, bensì di porre le basi per una riterritorializzazione, una sempre ulteriore valorizzazione dei luoghi che non si limiti alla loro fissazione museale o turistica, ma rifiuti di considerarli come semplici risorse in un orizzonte esclusivamente economicistico.




È evidente come non possa sussistere paesaggio senza trasmissione di sapere, cultura e stile specifico del territorio (inteso come il risultato di atti coerenti, anche se distribuiti in un arco temporale magari molto lungo, di territorializzazione): senza tradizione. Ma la tradizione, diversamente dall’accezione imbalsamatoria ed eternizzante in cui per lo più suona il termine, è un processo dinamico di selezione, valorizzazione, adattamento del patrimonio che costituisce una cultura nella sua differenzialità, sia pure nel mantenimento della riconoscibilità delle sue matrici formali nell’incessante adattamento e trasformazione della realtà territoriale: esse devono poter costituire il più a lungo possibile il terreno comune e il criterio fondamentale di ogni progetto che riguardi quel luogo:

 

Ogni ciclo di territorializzazione, riorganizzando e trasformando il territorio, accumula e deposita una propria sapienza ambientale, che arricchisce la conoscenza delle regole genetiche, contribuendo alla conservazione e alla riproduzione dell’identità territoriale attraverso le trasformazioni (distruttive e ricostruttive) indotte dalla peculiarità culturale del proprio progetto di insediamento.




Accenti non molto diversi risuonano in un altro celebre urbanista, difficilmente tacciabile di essere nostalgico o conservatore, Pier Luigi Cervellati, il sottotitolo del cui libro suona: ‘Una modesta proposta per non perdere la nostra identità storica e culturale e per rendere più vivibili le nostre città’.

 

In un certo senso, il testo è una presa d’atto dei molti errori di valutazione compiuti dall’architettura e dall’urbanistica moderniste e progressiste e degli scempi ambientali e urbani che ne sono derivati. La tesi forte di Cervellati è che non si devono costruire nuove città e grandi opere infrastrutturali, bensì ripristinare le forme del territorio precedenti alla barbarizzazione modernista e industrialista, percorrendo con determinazione la strada della demolizione ogni volta che si renda necessaria.




Occorre rinaturalizzare, restaurare l’antica interdipendenza delle città con i loro territori, tornare a pretendere e a realizzare bellezza. Non si tratta soltanto di un restauro/ripristino dei soli monumenti o una fossilizzazione di quanto del passato è sopravvissuto all’ondata devastatrice del cosiddetto sviluppo; al contrario, è partendo dalla tradizione che diventa possibile progettare per il futuro, ri-fondare la città a partire da un correlativo recupero delle campagne e da un privilegiamento del riuso e della manutenzione delle strutture esistenti:

 

Il paesaggio non appartiene tanto alla sfera della creatività, quanto a quella della manutenzione. E del restauro inteso, come l’abbiamo inteso prima, quale restituzione.

 

È un’affermazione molto forte, e forse scomoda, della necessità, in molti casi, di un’emendazione del paesaggio dagli interventi e dagli effetti di progettazioni miopi e devastanti - esteticamente, civilmente, ecologicamente. Dunque, in certi casi, non solo si può, ma si deve concepire il futuro come un ritorno allo statuto intrinseco dei luoghi, ristabilendo le condizioni originarie dei luoghi deturpati […] Il bosco deve ritornare ad essere un bosco, il prato un prato.




I rapporti tra aree ad elevata densità e impatto abitativo o industriale devono necessariamente essere controbilanciate da aree vuote o rade, e non è possibile alterare un certo equilibrio sia all’interno del territorio stesso che fra territori diversi:

 

Negarli è solo futile, velleitario, dispersivo e alla fine destinato all’insuccesso, al rovesciamento con risultati opposti, accendendo un processo depressivo tanto più grave, quanto più grave è la manomissione compiuta.

 

In questo cantiere che ha estensione tendenzialmente planetaria, ma che esercita una devastante incidenza in luoghi sempre specifici, è giunto il momento di pensare non più in termini di ulteriore espansione e intensificazione dello sfruttamento, ma di riuso, manutenzione, restauro, abbellimento, di periodico riassetto e di correzione di abusi ed eccessi.

 

Non si tratta di opzioni di basso profilo, rinunciatarie, se si pensa che è proprio a causa della perdita di consapevolezza dei limiti intrinseci di ogni costruzione umana (e del contesto che la rende possibile), che la civiltà corre il rischio di autodistruggersi:

 

La trasformazione della terra da parte dell’uomo, dapprima per lunghissimo tratto irrilevante, è andata accentuandosi man mano che crescevano forze operative della società umana, giunte a condizionare la vita biologica spesso in modo devastatorio autolesivo;




...ci troviamo su quella linea (o forse l’abbiamo già oltrepassata) in cui la Terra richiede uno sguardo unitario, che non sia solo quello unilaterale e disponente della tecnica o quello, ancor più miope, dell’economia; ma questa consapevolezza globale di aver raggiunto il limite dell’equilibrio deve essere declinata ogni volta nella specificità delle configurazioni territoriali e dei loro peculiari punti di equilibrio e di conservazione.

 

Ogni tessuto territoriale è un organismo complesso e delicato, non appiattibile a semplice superficie disponibile per qualsiasi manomissione; bensì una plurima sedimentazione di temporalità e intenzionalità funzionali diverse, scale differenti e orientamenti differenziati che non si sovrappongono o si elidono meccanicamente, come strati inerti, ma piuttosto si armonizzano in una vitale integrazione e collaborazione resa possibile dalla presenza articolante e vivificante di una stessa matrice di interpretazione e configurazione spaziale e simbolica.

 

Così nei nostri territori convivono e si integrano la centuriazione romana e i grandi percorsi naturali, gli insediamenti locali propri delle età iniziali ribaditi intatti nel Medio Evo e la città comunale, ricalcante quasi costantemente la colonia romana e la polis preromana; il tessuto e la struttura stessa dei campi è un acquisto sostanzialmente mai perduto, sempre ritrovato, perché intrinseco alla natura dei luoghi e all’uso che dei luoghi l’uomo può farne e seguiterà a farne. Questa è la lezione che il tessuto ci dà: ed è, per chi la sa leggere, una alta lezione al tempo stesso di realtà e di umanità.




Quello stadio di nuova consapevolezza civile, che ormai quarant’anni fa invocava Saverio Muratori, sembra incontrare ancora molti ostacoli sul proprio cammino. Eppure solo da una lettura consapevole del territorio locale, nelle sue interconnessioni globali, può essere compresa la straordinaria portata culturale, civile e comunitaria (oltre che ecologica) di un modo nuovo (in realtà tradizionalissimo) di intendere il progetto e la realizzazione architettonica: come un prendersi cura di tutto ciò che concorre alla vita della irripetibile singolarità dei luoghi, nei loro tratti paesistici, tradizionali, memoriali, differenziali, con la spontanea sollecitudine con la quale si cerca di evitare il degrado, l’abbandono, l’imbruttimento, il malfunzionamento della propria dimora.

 

Il territorio è una struttura essenzialmente unitaria, concreta, totale e univoca; che tuttavia, appunto perché è insieme unitaria, cioè permanente, e concreta, cioè polivalente, non può che essere stabile e crescente, cioè conservativa e accumulativa; e che appunto per essere insieme totale, cioè molteplice, e univoca, cioè individuale, non può che essere ciclica e asintotica, cioè integrativa e confermativa di se stessa all’infinito.




Se ogni cultura, finché è vivente e consapevole di sé, opera in accordo con il nomos dei luoghi per poter fiorire e mantenersi, la contemporaneità mercantile e speculativa, con una caratteristica miopia, anche in fatto di gusto, finisce con l’interrompere in modo tendenzialmente definitivo il circolo virtuoso territorio-cultura, anche a partire dal profondo misconoscimento dell’idea stessa di conservazione.

 

Eppure, conservare significa tenere presso di sé (cum-serbare), preservare nella cura, trattenendolo dalla sparizione, ciò che si ha a cuore, dunque con un’intensità che può concernere solo ciò che davvero conta per noi: tutto il contrario dell’accezione freddamente museale, asetticamente imbalsamatoria con la quale per lo più risuona alle nostre orecchie questa parola, e che presuppone un automatico disinteresse e una subitanea dimenticanza per quanto, essendo stato catalogato, può essere abbandonato in un virtuale deposito di memorie da cui sembra poter essere momentaneamente estratto ogni volta che lo si voglia.

 

Una paradossale forma di conservazione, quella della modernità, l’approntare istituzioni che consentano la buona coscienza dell’oblio e della distruzione, siano esse musei o parchi a tema, oppure riserve etnografiche di vario tipo, con tanto di mediatori culturali.




Un illusorio trattenere dalla scomparsa definitiva quei mondi che lo stesso Occidente - dentro e fuori di sé - ha incessantemente sfigurato e cancellato; non a causa di un generico processo di inevitabile entropia che dalla perfezione dell’origine porterebbe ineluttabilmente il mondo alla sua fine, a una disintegrazione concepita in termini meccanici o energetici, bensì in una precisa destinalità connessa all’affermazione della cultura dell’illimite faustiano, che ancora oggi, in quasi ogni atto o scelta le nostre società esprimono.

 

Eppure, solo coloro che ereditano consapevolmente potranno accedere al futuro: come scriveva Nietzsche, l’uomo dell’avvenire è colui il quale è dotato di più lunga memoria; chi, si potrebbe dire, ha le radici più profonde e ramificate, saldamente piantate nel terreno delle sue tradizioni. A differenza di quanto ha pensato la cultura faustiana dell’Occidente, non è andando via, nel nomadismo senza riferimenti né orizzonti, nella scelta oceanica dell’illimitato e immisurabile che si trova la promessa dell’avvenire, bensì in una rinnovata consapevolezza del proprio orizzonte nella sua ineliminabile embricazione con gli altri orizzonti, accessibili uno alla volta, nella propria specificità: non quindi nella grande discarica dell’omologazione, nel mercato dove si trovano i detriti e le caricature di tutte le culture del mondo, e nemmeno in quella santificazione delle scorie indifferenziate che, con gesto uguale e contrario alla generalizzazione della distruzione e dell’indefinita riproducibilità, eleva a bene culturale (dunque meritevole della conservazione istituzionale) ogni oggetto che appaia originale…




Questa moda (in realtà declinazione del consumismo e della ricerca di genealogie surrogatorie) o retorica dell’originale non ha niente a che fare con una reale attenzione al significato della tradizione che si incarnava nel modo d’essere dei territori, e che oggi ci è diventato per lo più inintelligibile. Anzi, questa musealizzazione entrata a far parte dei comportamenti di massa e che trova ampie ricadute a livello di iniziative e sostituzioni rischia di essere la più subdola antitesi di un’idea di "conservazione" dell’identità culturale di un luogo:

 

Si continua, ovviamente, a distruggere il paesaggio e a compromettere l’ambiente, si insiste nel saccheggio di ogni fonte di ricchezza. Però, al contempo, la retorica dell’identità sociale ha sposato la memoria disciplinare, che porta a trasformare ogni fotocopia del sé espressivo nell’originale del chissaché significativo.

 

L’affermazione della necessità di riconoscere ed elaborare uno statuto dei luoghi, da parte degli urbanisti, significa il riconoscimento della necessità di mantenere l’identità culturale del territorio, a partire dall’individuazione di matrici formali che si rivelano nella configurazione temporale:




Struttura storica significa individuare quel processo - evolutivo o involutivo - che ha conformato l’attuale assetto del territorio urbano. C’è, indubbiamente, la città storica con tutti i suoi prolungamenti extra moenia. Ma c’è anche il territorio. La campagna intesa quale manufatto o artefatto che presenta le stesse caratteristiche (o problematiche) riscontrabili nel centro storico.

 

Leggere il tessuto storico, la conformazione territoriale sottostante all’aspetto estetico, è il passo preliminare a qualsiasi operazione di pianificazione o intervento:

 

Le strutture storiche sono il riferimento per guidare i progetti di assetto urbano e territoriale, per ripristinare l’antico rapporto della città con il suo territorio. Si pensi alla possibilità di valorizzare, con il ripristino delle alberature, il formarsi di percorsi che consentano di riscoprire la magnificenza del paesaggio. Lo storico sistema dei canali, dei boschi e dei prati - ma anche dei campi - quali strumenti organizzativi del territorio, può configurarsi quale monumento del paesaggio per riqualificare gli stessi progetti di eventuali e sempre più inadeguati completamenti edilizi.




Se è forse corretto dubitare dell’ideologia che proietta in un intatto passato l’ideale della perfezione, nondimeno, come scriveva un filosofo certo non sospettabile di passatismo,

 

fintanto che il progresso deformato dall’utilitarismo violenta la superficie della terra, non si lascia completamente tacitare, nonostante tutte le dimostrazioni in contrario, la sensazione che ciò che è al di qua della tendenza di sviluppo e anteriore ad essa è, nella sua arretratezza, più umano e migliore.

 

È quel che Adorno chiama, significativamente, un momento di diritto correttivo, che, sospendendo l’adesione al culto del progresso, consente di gettare uno sguardo distaccato e consapevole sulla distruttività dell’epoca. Liquidare semplicemente il retaggio del passato perché la sua conservazione sarebbe reazionaria o patetica di fronte alle adulte ragioni dell’economico, è nichilistico e autolesionistico. Non è possibile l’abitare in un mondo accettabile senza continuità di forme e tradizioni, né, tantomeno, pensare che esso possa possedere significati estetici, che non siano cosmetizzazione commerciale, in assenza di consapevolezza culturale: senza memoria storica non ci sarebbe alcuna bellezza, e al massimo la natura può essere parco naturale e alibi.

 

Per farlo, è necessario arrivare a considerare l’architettura propria (appropriata) di un luogo, ossia quella di chi, abitandovi da tempi immemorabili ne ha distillato una sapienza estetica consequenziale e un’avvedutezza nell’uso e nel mantenimento delle risorse, anche simboliche e immateriali.








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