giuliano

martedì 14 febbraio 2017

UN NUOVO PROGETTO: il matrimonio (14)




















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Progetti fattibili (13)

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Un nuovo progetto: il matrimonio: purezza & castità (15)














No!
E’ vero, non toccava a lei per prima, aprire il libro dei conti della vita, ed io non chiesi la contropartita…
Passai la sera in un caffè, per le strade proprio il giorno di San Valentino ultimo dei santi ultimo dei patroni ultimo dei luoghi ove avrei voluto stampare o scrivere un libro, meditavo per il vero il problema della decadenza…
Perché tanta pena lancinante alla vista di un uomo che cade!
Perché in ciò c’è qualcosa ‘contro natura’ almeno così ciarlano e scrivono giacché propria quella reclama vendetta per una verità negata: il falso ordine delle cose scritto nell’errata interpretazione della natura esige il progresso (ed io odio il loro progresso…), lo sviluppo, ed ogni passo indietro tradisce la ‘decomposizione’ delle forze nell’inganno della fine scritta nel ‘futuro’ al teatro ove scrivo il copione nel falso loro progredire: recita ad un palcoscenico odiato quanta la vista incompiuta che tal matrimonio suscita…




Così nella vita sociale, in cui ciascuno aspira all’alto materialmente e moralmente ne deriva il sentimento tragico dinanzi ad una caduta, tragica come l’autunno, la malattia, la morte. Questa donna, che non ha ancora trent’anni, che ho veduto giovane, franca, leale, forte, educata, eccola già degradata, caduta in basso nel giro di pochi anni… Ma in realtà appare in alto all’atto ove instancabile interprete dell’Opera incompiuta: orgasmo consumato e poi fugacemente rinnegato giacché la donna vittima del proprio ed altrui teatro…
Scusatemi non vado di fretta forse è lei cotal vergine appena venuta io solo vittima della sua furia… Io son lento e non posso rischiare proprio in questo giorno benedetto dal santo di turno un nuovo tribunale ove la parola come ben avete letto stampata e rivenduta nonché inquisita…
Comunque ebbe la tentazione di attribuire a me la colpa, per attenuare la sua ‘venuta’, il che mi avrebbe confortato, forse è la qualità non certo la quantità che si sposa con il tradizionale talento…




E questo è sicuramente vero!
Procediamo…
Perché non ero in grado, proprio per ciò appena detto, di eleggermi a capro espiatorio! Giacché ero io che le ispiravo il culto del bello, di ciò che è superiore, e generoso, reale, autentico, mentre lei adottava i modi incolti della serva, dei guitti, dei ciarlatani; io andavo nobilitandomi, apprendendo buone maniere dell’alta sapienza, lei si dilettava alla più infima deficienza spacciata per intelligenza…
Negli amori pensieri riflessioni gesti ed intenti ispiro linguaggio cortese, imponendomi la misura che ostacolano gesti e linguaggi, che frenano le emozioni: la scienza delle persone elevate.
Ma lei è solo carnale istinto, sì carnale in quanto ne fa ampio consumo e mai digiuno: banchetti ove gli istinti sempre appagati e il pensiero governato e conteso nel verbo fra un primo e un secondo elemento e meditate quel che dico perché non certo si ragiona di elevata filosofica coscienza, giacché tutto ciò che ne deriva una tavolata ‘follemente’ imbandita: a loro la magnificenza d’una panza priva di qual si voglia spirituale sostanza; a me l’Anima e il privilegio di ragionar per altro ed opposto istinto abdicato al misero osso nominato follia in codesto paradiso, ed ove, se pur nobile da una cameriera licenziato… Ed appeso su per un uncino alla macelleria della parola rivenduta ed incoraggiata dalla nuova scienza…




Sì è pur vero: nei miei amori conservo dei modi casti, riservati, sogni di altri tempi, con rispetto del pudore, attento sempre ad non offendere la bellezza e l’intelligenza non meno della convenienza, che fanno dimenticare il sottofondo animale di un’azione che per me è più un rapporto con l’Anima che col corpo, come appena detto e non recitato… alla stessa tavola ove disdico l’invito…
Così fedele al mio nome nei giorni successivi di questo innominato amore mi chiudo in biblioteca sperando che il vasto repertorio di questo ‘vocabolario’ da osteria non invada l’Eternità dello Spirito e Dio!
Porto tutto il lutto del mio amore di ugual colore non di una donna ma di una portiera… Amore superbo, folle e celeste!
Tutto defunto è sottoterra: per lei ossa e costole divorate e sacrificate nel fugace pasto in nome del suo Dio; per me Spiriti di altri tempi…




Sì proprio questo il nostro confine principio di codesto confuso delirio… Il campo di battaglia, dove si sono svolte lotte amorose, non campi di fragile primavera o bianco immacolato annuncio di un Dio, ma il sapore un po’ ubriaco del suo vino non certo gradito quando aleggia come un fumo denso nell’intervallo del Secondo… arrosto saporito…
Due morti, tanti, troppi feriti per soddisfare i bisogni sessuali d’una donna che non vale due scarpe rotte. Almeno avessero, i suoi appetiti, un fine che li giustificasse a parte l’istinto…, la procreazione…, almeno così dicono…
Sì è pur vero la odio!
Voglio dimenticarla!
Ora dicono che l’acclamata carriera teatrale è finita ed io pago le conseguenze: reclamano più emancipazione nonché fruttuosa procreazione e sesso inciso a codice a barre e rivenduto in ogni mercato senza per questo nominarlo con il vero nome che più gli si addice qual moneta coniata in questo pornografico sacrificio diluito per ogni parabola consumata in onor del progresso scusate ma che dico: dell’amore…
Ma la colpa è mia, perché lei si è sposata con me!




La parte che per lei avevo scritto è caduta nel dimenticatoio e per forza: l’aveva rovinata con un’interpretazione ad alto rischio acrobatico, per certe esibizioni bisogna aver cognizione dell’amplesso nominato progresso…. Ove l’amore finisce e si contorce ed avvinghia in un qualcosa di molto più meccanico, nulla del povero Cartesio che neppur chiamo in causa nel suo piccolo inferno, ma vera meccanica intrisa e distribuita ad orari industriali propizi ove la distribuzione sfiora l’orgasmo reclamato sul viso allietato e ben illuminato dell’iniziato…
Infatti proprio in quest’epoca comincia ad affacciarsi la grande baggianata denominata ‘questione femminile’, frutto di una commedia scritta dal trombone norvegese. La monomania delle ‘donne’ soggiogate dal maschio cattura i rammolliti. Non mi lascio raggirare, perciò vengo tacciato di misoginia…
Durante una lite, in cui mi sono permesso di dire alla diletta amata in questo giorno a Valentino dedicato, si esibisce in una scena di grande isteria. Ed ecco che si rivela la più importante nonché indiscussa scoperta del diciannovesimo secolo nel campo della terapia neurologica. Ed è semplice, come tutte le scoperte importanti. 




Tra le urla della malata, io impugno una caraffa d’acqua e con voce tonante pronuncio la parola magica:
‘Piantala o ti annaffio!’.
Le urla cessano di colpo ed uno sguardo pieno di ammirazione, di riconoscenza affettuosa e di odio mortale scaturisce dall’occhio della mia adorata. Ho paura ma il maschio, che si è ridestato, non molla la presa e anche questa volta impugno la caraffa e grido:
‘Basta con queste smorfie o ti annego!’.
Si alza ma soltanto per darmi del mascalzone, del furbastro, del miserabile: buon segno, la cura ha funzionato!
Uomini ingannati o non ingannati, fidatevi di me, che son vostro amico sincero e devoto poiché vi ho rivelato il prezioso mezzo che guarisce la grande ipocrisia.
Tenetelo caro!
Da questo momento la mia morte è iscritta nel carnet di una donna nella veste dell’intera società così rivenduta ed anche prostituita e l’adorata comincia a detestarmi! Il sesso femminile tutto intero, ha votato il mio annientamento, così ora trascorre il suo improprio tempo a torturami a morte…
Forse questa ‘autodifesa’ prosegue giacché l’isterica ora scalcia e reclama il proprio ed altrui appetito ed a chi nel teatro di questo delirio assiso una tavola indico e abdico l’innominato e taciuto istinto giacché il pensiero non ancora nato e l’amore in attesa di esser cotto allo spiedo di un sesso con tanti troppi numeri e nessun naturale sentimento per esser celebrato…

(A. Strindber, l’autodifesa di un folle)
















mercoledì 8 febbraio 2017

COMMENTI SENZA... COMMENTI (12)






































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Perché tanta insoddisfazione? (11)

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Un progetto fattibile (13)  (Seconda parte)












9 aprile 1968

...Mentre le ceneri fumavano ancora, i saccheggi dei negozi continuavano e in alcune città americane si lanciavano molotov, su Atlanta convergeva un tale numero di aerei privati con a bordo persone dirette al funerale di Martin Luther King che alcuni dovettero girare sopra la pista tre quarti d’ora prima di ottenere il permesso di atterrare. Trasportavano Nelson Rockefeller, George Romney, Eugene McCarthy, Hubert Humphrey e ...Robert Kennedy: secondo l’Atlanta Constitution, era ‘il più grande raduno di candidati presidenziali mai verificatosi’.
 Il funerale di King creava non poche difficoltà anche a Kennedy. I tumulti avevano complicato parecchio la sua strategia, ovvero fare iscrivere agli elenchi un numero record di neri e contemporaneamente riconquistare molti dei lavoratori bianchi che nel 1964 erano passati all’ex governatore dell’Alabama, George Wallace.




Questi ‘backlash voters’ vedevano già Kennedy come il campione dell’elettorato nero. I filmati che lo ritraevano mentre parlava agli afroamericani di Indianapolis e mentre camminava per le vie di Washington in testa a una folla nera avevano rafforzato questa impressione; la sua presenza al funerale di King avrebbe rappresentato un’ulteriore conferma…
Nei giorni successivi ai disordini, i membri di ambedue i partiti avevano tenuto discorsi forti sul mantenimento della legalità e dell’ordine. Anche Kennedy aveva dichiarato che la violenza era ‘inaccettabile’, ma aveva sempre collegato questa affermazione a una denuncia ugualmente decisa dell’ingiustizia razziale. Anche lui partecipava con riluttanza ai riti funebri e, dopo avere assistito al suo arrivo, Remer Tyson dell’Atlantic Constituition, scrisse che le sue mani inquiete e i suoi occhi tristi mostravano ‘quanto presente dovesse essere il pensiero dell’assassinio del fratello, quando scese da quell’aereo’.




Nelle successive ventiquattro ore non vi sarebbe stato quasi un istante in cui a Kennedy non fosse ricordato il fratello defunto. Lo condussero dall’aeroporto a casa Coretta Scott King, dove una delle amiche della vedova gli riferì che, dei 12.000 telegrammi che la signora King aveva ricevuto, quello che più l’aveva commossa era stato quello inviato dalla madre di Lee Harvey Oswald:
…Ethel indicò degli appartamenti sopra una fila di negozi danneggiati dalle fiamme e chiese: ‘Chi abitava lì, dei bianchi?’.
‘No! Gente nera’ gridò la folla.
Delle donne si sporgevano dalle finestre gridando: ‘Quello è Kennedy?’. Poi quando videro che si trattava proprio di lui lo salutarono gesticolando e lo acclamarono. Si fermò in uno dei pochi negozi di alimentari ancora aperti.
Uno degli uomini in fila gli prese la mano e disse: ‘Anch’io ho dieci figli e voglio una vita migliore per loro’.
Una donna lo fissò incredula, ‘Sei proprio tu?‘ chiese. ‘Sapevo che saresti stato il primo a venire caro’.




 Raggiunto un punto in cui la strada saliva, Kennedy e Fauntroy si bloccarono, all’improvviso interdetti alla vista di un panorama di distruzione che quasi lambiva la Casa Bianca. Fauntroy domandò a Kennedy come stesse andando la campagna e lui rispose che procedeva bene e che se avesse vinto nell’Indiana e nel Nebraska pensava di poterci riuscire nell’Oregon e in California, e a quel punto avrebbe potuto ottenere la nomina a candidato.
Fece poi una pausa, come a ponderare attentamente le prossime parole, poi disse: ‘Ma c’è un problema’.
‘Di che cosa si tratta, Bobby?’.
‘Temo che ci siano dei fucili tra me e la Casa Bianca’.
Fauntroy rimase di sasso, stupito che Kennedy avesse espresso quella paura silenziosa che covava in chiunque lo conoscesse, camminasse con lui in mezzo alla folla, gli stesse accanto sull’angolo di una strada circondato da alti edifici o viaggiasse con lui su una decappottabile.




Se questa fosse stata l’unica volta in cui Kennedy si espresse in questo modo, si sarebbe potuta liquidare la frase come un’esagerazione, alimentata dalla morte di King e dalla vista delle truppe armate che in quello stesso momento circondavano la Casa Bianca.
Ma la notte dell’assassinio aveva confidato a Joan Braden: ‘Potevo essere io’, e solo un mese dopo avrebbe detto allo scrittore Romain Gary: ‘Non c’è modo di proteggere un candidato nel corso della campagna. Devi concederti alla folla e da quel momento deve correre i tuoi rischi… Lo so che prima o poi subirò un attentato. Non tanto per ragioni politiche ma per contagio, per emulazione’.
...Pochi politici sono stati amati e odiati con la passione che è stata rivolta a Bobby Kennedy, o si sono fatti nemici pericolosi quanto Jimmy Hoffa e J. Edgar Hoover. Un informatore dell’Fbi riferì che il capo degli autotrasportatori, Jimmy Hoffa, aveva esclamato: ‘Devo occuparmi di quel figlio di puttana di Bobby Kennedy… Non ha nemmeno delle guardie intorno a casa. Siete pratici delle bombe al plastico?’.
Le minacce raggiunsero l’apice dopo che Kennedy cominciò la corsa alla presidenza…
(T. Clarke, L’ultima campagna)

















venerdì 3 febbraio 2017

CORRI UOMO CORRI! (8)









































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Corri uomo corri! (1/7)

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Polizza 'Walker' (9)













Il Big Bass Club si trovava sulla Centoventicinquesima strada nei pressi dell’Ottava Avenue, proprio nel cuore di Harlem. Aveva la sagoma di un contrabbasso incastonato all’interno di una parete di piastrellata. Nella vetrinetta che fiancheggiava l’ingresso erano appese numerose fotografie delle attrazioni che era solito ospitare. E, nella sua foto, Linda Lou Collins aveva una tale somiglianza con Pearl Bailey da far sorgere qualche legittimo dubbio sulla buona fede dei gestori del locale. L’entrata dava su una sala anch’essa a forma di contrabbasso da un lato, il ricurvo bancone del bar; dall’altro, una sfilata di separé. Sulle pareti erano dipinte, a mo’ di ‘murale’, le prime otto battute di svariati successi di blues.




In fondo alla sala, un tendaggio nascondeva l’accesso a un privè il cui unico requisito d’ammissione era il danaro. Si trattava di tutto un altro mondo, un vero proprio night-club per i ricchi di Harlem, unico sulla faccia della terra. L’atmosfera era allo stesso tempo sensuale e animalesca, l’aria pesante, densa, ricca di aromi, pungente e profumata. Il luogo pullulava di tori che tenevano d’occhio le proprie giumente. Tori addomesticati, certo, ma pur sempre pericolosi. Ogni uomo aveva in tasca un coltello, e recava su di sé le cicatrici di tante battaglie. E le mammelle di ogni giumenta erano rigonfie di sesso, odoravano di stalla; giumente che erano state montate un'infinità di volte e non aspettavano altro che essere montate ancora e ancora. Tori che il più delle volte sembravano belli tranquilli, come rinchiusi in qualche recinto. Ma la violenza era sempre nell’aria, un’aria fragrante di fumo e di whisky. Era un ritrovo per gente che trafficava nel vizio: papponi, giocatori d’azzardo, delinquenti di media e piccola tacca, madame e prostitute. Esclusa la borghesia nera, costoro erano gli unici a potersi permettere un posto del genere. I prezzi erano troppo alti per la classe operaia. Ma i negri della classe media - uomini d’affari e professionisti, medici, avvocati, dentisti e necrofori - loro sì, che si facevano vedere ogni volta che gli saltava il ghiribizzo di far baldoria nei bassifondi. L’intrattenimento era un buon livello, anche se calibrato per un pubblico nero. Quindi, doveva essere buono per forza. Gli avventori non facevano altro che starsene lì a sbevazzare, ascoltare la musica e sgranocchiare pollo fritto. A divertirli, ci pensavano le varie attrazioni del locale. Il ballo non era previsto. Chi voleva ballare, veniva invitato dal direttore a muovere il culo e andarsene al Savoy Ballroom. Laggiù sì che c’era un sacco di posto. Nessuno si azzardava a flirtare con le donne altrui.




…Quando Walker spinse di lato il tendaggio del privè, Linda Lou ....stava cantando. ‘Come to me, my melancholy baby........’.
…Nessuno dei due aveva tempo da perdere là dentro!
Al terzo piano passò nel corridoio e si diresse alla porta dell’appartamento di Linda Lou. Quando la ragazza che aveva da poco finito il suo numero aprì la porta si aspettava di trovarsi di fronte a Jimmy. Sotto un kimono semislacciato, era completamente nuda. Voleva che Jimmy facesse l’amore con lei, e temeva di essere respinta ancora una volta. Temeva il ripetersi di una nuova scenata. Alla vista di Walker, la tensione che la logorava in un istante il punto di rottura, provocandole un nuovo attacco isterico.
‘Oh, è lei il cattivone’, disse senza fiato.
Lui s’irrigidì per un attimo, ma si rilassò non appena la vide esplodere in una risata altrettanto isterica.
‘Certo sono il mostro in persona’, disse con un sorriso triste.




Entrò in casa senza aspettare un invito, e si chiuse la porta alle spalle. Il suo sguardo opaco si lanciò in un veloce e professionale esame di quella stanza così piena di cianfrusaglie.
‘Non faccia caso al mio comportamento’, disse lei con voce strozzata.
‘E’ del tutto naturale. Prenda pure una sedia e si metta a suo agio’.
E’ un po’ stordita pensò lui.
Linda annaspò alla cieca verso l’ottomana e si sedette sull’orlo, nascondendo il volto tra le mani. Aveva le cosce in piena mostra, lisce e marroni com’erano, ma sembrava disinteressarsi della cosa. Le spalle curve tremavano come in preda alle convulsioni. Walker le andò accanto e gliele accarezzò con calma. Sotto il sottile nailon del Kimono riusciva a sentire il suo corpo vibrante.
‘Non avrebbe dovuto mettersi a litigare con lui’, disse.
‘Litigare con lui? Io?’ singhiozzò lei. ‘Cristo santo! Sono a malapena riuscita ad aprire bocca’.
‘Avrebbe dovuto aspettarselo fin da subito’, disse lui, continuando ad accarezzarle le spalle. ‘E non andare su di giri’.
‘Non andare su di giri? Mica capita tutti i giorni di essere piantata in asso dal tuo uomo’.
Il massiccio revolver che Walker aveva in tasca sbatteva piano contro il bracciolo dell’ottomana. Il palmo della mano gli stava diventando elettrico.
‘Tornerà’, le disse. ‘Non sa dove andare’.




Il solo pensiero la fece piangere ancora di più. Le gambe di Walker stavano cominciando a cedere. Il caldo di quella stanza lo intorpidiva. Si guardò attorno in cerca di una sedia, ma l’unica in vista occupata dal cappotto di pelliccia della ragazza. Scorse il divanetto consunto accanto al mobiletto della tv. E lo tirò a sé. Si tolse il cappello e si sedette di fronte a Linda. Le prese la mano sinistra e iniziò ad accarezzargli lentamente e con metodo, dalla punta delle dita fino al polso. Lei abbassò lo sguardo e vide le sue cosce nude. Accostò le falde del kimono.
‘E’ riuscita a farlo parlare?’ le chiese lui.
‘Parlare! Altro che, se ha parlato!’ esclamò la ragazza, scoppiando in una nuova risata isterica.
‘Non ci pensi, adesso’, disse Walker, prolungando la sua carezza fino all’avambracio nudo, per arrivare poi al gomito. ‘Non ci pensi. Troveremo il modo per salvarlo’…
…L’idea di uno psicopatico bianco che si era messo sulle sue tracce con l’intenzione di ucciderlo gli sembrava lontana come i sogni del giorno prima… Se in quel momento avesse intravisto Walker sarebbe stato capace di andargli incontro e prenderlo a cazzotti sui denti. Che strana cosa, pensò. L’aveva raccontato a un sacco di gente, com’erano andate davvero le cose su quei delitti. Alla sua ragazza; al procuratore distrettuale; a questo o quell’agente o ufficiale di polizia che a turno l’avevano interrogato; all’avvocato che rappresentava la S & S. E nessuno gli aveva creduto. Eppure, era certo che gli sarebbe bastato abbordare il primo nero che passava di lì e raccontargli l’intera faccenda, per suscitare in lui quel senso di fiducia che nessun altro gli aveva dimostrato. Alzò lo sguardo e vide la sua sagoma riflessa nella vetrina. Da sotto la tesa del cappello le ciocche scappavano in ogni direzione, come lana dietro le orecchie di una pecora. Se non vado a tagliarmi questi capelli, finirò per sembrare l’unico e solo Zio Tom, disse a se stesso, e svoltò in direzione della bottega di barbiere a sud della 124sima.…




‘…Ascoltami, adesso’, attaccò….
S’interruppe subito, e lo guardò con attenzione…
‘Hai cambiato aspetto’, notò. ‘Ti sei tagliato i capelli. E io stavo qui a preoccuparmi a morte, mentre tu…’. S’interruppe. Sgranò gli occhi e gli tolse il cappello. ‘Oh, amore, hai cambiato pettinatura!’ esclamò estasiata. Gli fece scorrere le dita nel ciuffo imbrillantinato, arruffandogli la messa in piega. ‘Soffice come seta’. Gli allungò un sorriso di venerazione. ‘Amore, sei splendido’, tubò.
Lui la strinse a se. Le loro bocche si fusero in una cosa sola. In quel momento Jimmy avrebbe dato tutto quel che possedeva per ritrovarsi libero dall’orrore che lo imprigionava e dalla tremenda consapevolezza di essere braccato da un assassino…
Dopo che l’amore fu consumato le disse…
‘Sai Linda, ormai non sembri neanche più una donna di colore stai facendo il gioco di quel bastardo bianco dalla prima volta che ci hai scambiato due parole’.
‘Tu non pensi neanche che sono nera, eh?’ esclamò lei, e iniziò a strapparsi di dosso i vestiti con atteggiamento di sfida. Si fermò solo quando fu rimasta in calze e giarrettiera…. ‘L’ha ammesso, che ti sta seguendo’ disse lei senza preoccuparsi di rivestirsi. ‘Sta solo cercando di incastrare il killer, dice. Se questo discorso non ha senso, allora perché non ti ha già ammazzato?’.




‘Perché non gli è capitata una buona occasione’.
‘Allora perché non ti ha ucciso ieri sera? O stamattina? Solo perché è scivolato e tu l’hai visto? Ma che differenza vuoi che facesse, per come la racconti tu. Anzi, sarebbe stato pure contento di farsi vedere in faccia da te, mentre ti uccideva’.
‘Perché sono scappato, ecco perché. Perché sono fuggito come un fulmine per salvarmi la vita, proprio come la prima volta. E lui aveva una pistola in pugno. La stessa dell’altra volta, col silenziatore. Quella che ha usato per uccidere Luke e Fat Sam. E sparare a me….’.

…IL NOME SULLA TARGHETTA D’ACCIAIO INOX RECITAVA: 

                                     MATTEW WALKER.

Jimmy dopo la sua lunga confessione schiacciò il campanello e ne udì il suono lontano e attutito. Sentì la pistola che aveva comperato da poco premergli contro il ventre teso come una pelle di tamburo… poi con più ansia di prima e senza aver sortito effetto alcuno si avviò senza fretta su per Broadway, superando le vetrine illuminate di Woolworth e l’entrata della multisala della RKO. Giocava in casa, adesso. Era teso, ma non spaventato. Sapeva che Walker intendeva ucciderlo prima che potesse entrare in casa. Ma non era preoccupato. L’avrebbe ucciso prima lui. Il Bell’s Bar & Grill si affacciava sull’angolo di Broadway. Dietro le tende alle finestre una clientela di colore si accalcava attorno al bancone circolare. Si chinò d’istinto, e come verso l’entrata del bar. La pallottola destinata a colpirlo al cuore lo beccò invece alla spalla sinistra, in alto, e lo fece ruotare su se stesso. Jimmy perse l’equilibrio e cadde in maniera grottesca. La seconda pallottola lo colpì alla schiena, sotto la scapola destra, passò due costole e gli perforò il polmone.




….Quando il suo corpo andò a schiantarsi contro la porta a vetri del Bell’s Bar, Jimmy aveva già perso i sensi, Walker intanto s’infilò la pistola nella tasca del soprabito e attraversò con calma la corsia nord di marcia, voltò verso sud, su Broadway e continuò a camminare con noncuranza diretto all’ingresso della metropolitana…
...Un corridoio  sotterraneo collegava i seminterrati di tutti gli edifici del Peter Cooper Village. Walker entrò nella sala caldaie a tre isolati di distanza dal palazzo in cui abitavano lui ed Eva, per poi risalire dalla scala di servizio e raggiungere l’appartamento di Eva. Pose l’orecchio alla porta sul retro. Non udì alcun rumore. Usò la chiave della donna per far scattare la serratura senza rumore. Poi girò il pomello con la mano sinistra e aprì la porta in totale silenzio. Ancora con la sinistra sul pomello, estrasse la pistola con la destra e la tenne sollevata. Poi spinse in tutta fretta, la pistola spianata, ed entrò in casa. Richiuse la porta con la stessa velocità e lo stesso silenzio con cui l’aveva aperta. Si fermò nell'oscurità e trattenne il respiro per ascoltare meglio. Nessun rumore. Si trovava nella stanzetta sul retro che serviva da lavanderia. Avanzò quatto quatto, con la mano sinistra tesa davanti a sé. Appoggiò l’orecchio alla porta della cucina e si mise di nuovo in ascolto. Non poteva credere che fosse uscita. Magari si era addormentata, pensò. Era più da lei, restare seduta al buio e rimuginare chissà cosa. Aprì in silenzio la porta della cucina e, alla cieca, avanzò nella stanza. Una seconda porta dava sul lato del soggiorno che fungeva da sala da pranzo. Cercò di scorgere anche la minima luce filtrare da sotto la porta, ma l’entrata era immersa nel buio. Quindi anche le tende erano tutte tirate, altrimenti si sarebbe visto l’alone dei lampioni stradali, pensò.  Pose ancora l’orecchio alla porta. Gli parve di udire un respiro. Trattenne il fiato, e non udì più niente.




E’ una cosa che non sopporto fare, si disse…
Sarebbe stato meglio poterle sparare al buio. Rimase immobile per parecchi minuti, aspettando che il suo sesto senso gli fornisse eventuali indicazioni di pericolo. Ma non accadde nulla. Aprì silenziosamente la porta e brancolò nel buio con la mano sinistra alla ricerca dell’interruttore. La grossa piantana in fondo al canapè si accese prima ancora che la sua mano riuscisse a sfiorare l’interruttore. Proprio al centro del canapè sedeva Brock, la calibro 38 d’ordinanza dritta al cuore di Walker. 
‘Getta la pistola, Matt’, disse atono.
Walker si bloccò come se fosse diventato di pietra.
Piano piano le sue dita mollarono la presa sull’impugnatura dell’arma, che piombò sul tappeto con un tonfo. Sorrise a Brock con aria da ragazzino.
‘MA CHE ASTUTO FIGLIO DI PUTTANA’, disse a bassa voce.
‘Sicuro’, rispose Brock. ‘Occhio a quel che fai, o ci lasci le penne’.
‘Ho anche la pistola d’ordinanza’, disse Walker sorridendo. ‘Vuoi pure quella?’.
‘No’, rispose Brock, scuotendo il capo. Non mi spareresti mai con il revolver d’ordinanza.
‘Non essere troppo sicuro’, disse Walker.
‘Correrò il rischio’, disse Brock, e ripose il suo revolver nella fondina. Siediti.
Walker acchiappò una sedia da pranzo, con lo schienale rigido, e vi si mise di traverso, proprio di fronte a Brock. Poi guardò il cognato con un sorrisetto malinconico.
‘Eva ha cantato’, disse.




‘Sicuro’, rispose Brock. E cosa pensavi che facesse, che se ne restasse zitta in eterno?
‘Sapevo che avrebbe cantato’, disse Walker, ma non che l’avrebbe fatto così presto. Pensavo che avrei avuto l’opportunità di sgombrare il campo.
 ‘Sicuro’, disse Brock. Di metterla a tacere per sempre’.
‘Era l’unica cosa da fare’, rispose Walker. Così nessuno ne avrebbe mai saputo niente’.  
‘No’, fece Brock. ‘Io lo sapevo già da prima’.
Walker lo guardò interessato. ‘E’ per colpa della mia storia’, ipotizzò. ‘Sapevo che non l’avevi bevuta. Ma sapevo anche che senza Eva non potevate farmi niente.
‘No, non è per la tua storia’, disse Brock. ‘In realtà, io non avevo bevuto neanche la prima, quella che hai rifilato al procuratore. Ma quando mi hai raccontato la seconda versione, al Lindy’s, avevo già capito tutto’.
Walker parve incuriosito. ‘Razza di furbacchione. Un vero figlio di puttana, insomma. Come hai fatto, allora?’
‘Ho trovato la prostituta, quella che ti sei scopato quella sera’.
‘Ah sì? E hai saputo dov’era?’. Walker gli rifilò uno sguardo offeso. ‘E non mi hai detto niente?’.
‘Sicuro. Mica volevo farla ammazzare’.
‘E cosa sapeva?’.
‘Sapeva che avevi la pistola. Hai minacciato di uccidere anche lei, con quella. Dove l’hai pescata?’.
‘L’ho presa nel museo della Omicidi’, disse Walker.
‘E’ l’arma usata da Baby Face per far secco Jew Mike’.
‘Ah, ecco da dove veniva’.
‘Pensavo che tu avessi indovinato anche questo’, disse Walker.
‘Certo che quella notte devo aver proprio dato fuori di testa, aggiunse poi. ‘Chissà quant’altra gente ho ammazzato’....

(Chester Himes, Corri uomo corri)

















sabato 28 gennaio 2017

SALVARE NOI STESSI (6)








































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Salvare noi stessi (5)

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Corri uomo corri! (7/1)














Vi è poi una terza condizione di estraneità, nella quale lo Straniero è interpretato quale concetto chiave e primario dallo gnosticismo.
Gli gnostici infatti portano infatti alle estreme conseguenze l’uso della metafora presente nel Vangelo di Giovanni. E ciò, in una duplice direzione. Da un lato, lo Straniero, in quanto oggetto, diventa il mondo, concepito come lo Straniero esterno e cioè il nemico per antonomasia. Dall’altro, lo Straniero, in quanto oggetto, coincide ora con lo stesso gnostico. La radicalizzazione dell’oggetto corre parallela con la radicalizzazione del soggetto, come effetto di un dualismo cosmologico che si radica in un processo di demonizzazione totale del cosmo.
In questa prospettiva, la caratteristica principale dell’uso gnostico della metafora può individuarsi nel fatto che tendono a scomparire i gradi intermedi rilevati nell’uso cristiano. Lo gnostico è uno Straniero esterno, che non ricerca né vuole avere alcuna possibilità di compromesso, alcun permesso di soggiorno temporaneo nel mondo. Anzi, si può dire che il suo problema consista appunto nel rendersi conto di questa sua condizione: soltanto quando ne avrà preso consapevolezza, gli si aprirà veramente quella possibilità di ritorno in patria (celeste), che costituisce la sua unica ancora di salvezza.




Questa concezione dello gnostico come Straniero si fonda su di un radicale sentimento di estraneità al mondo, che porta alle sue estreme conseguenze spunti platonici, biblici e cristiani. Attraverso l’analisi del collegato vocabolario gnostico è possibile cogliere una climax, che aiuta a comprendere come l’autoconsapevolezza dello gnostico come Straniero sia il punto di arrivo di un processo di progressiva estraneazione nei confronti del mondo.
L’estraneità al mondo che vive lo gnostico e descrivono i testi gnostici è prima di tutto un sentimento, il quale riflette una condizione esistenziale di disagio. La descrizione di questa situazione conosce varie sfumature, che aiutano meglio a comprendere la profondità e la raffinatezza dell’analisi psicologica soggiacente ai testi gnostici. Si va da un senso iniziale e generico in cui essere estraneo o Straniero coincide in fondo con l’esser strano o con la ‘novità’ della situazione. Questa iniziale e indistinta situazione si precisa nella misura in cui approfondisce il confronto col mondo e le sue potenze, un mondo avvertito in tutti i sensi ostile.



Anche se i testi gnostici mettono il lettore di fronte a uno spettro variegato di posizioni dualistiche, quelle che ora devono interessare sono le espressioni più decise e conseguenti, che presuppongono una concezione dualistica radicale, fondata a sua volta su di una concezione totalmente pessimistica del mondo e del suo creatore. E, allora, confrontandosi con questo mondo e col suo signore che lo gnostico prende progressivamente consapevolezza della stranezza del mondo e, nel contempo, della sua totale estraneità a questo mondo. Quest’ultimo, inizialmente avvertito come qualcosa di estraneo, di diverso da noi, da ‘me’, dal vero io o sé, senza che questa estraneità comporti però una reale presa di distanza, in una seconda fase o in un secondo stadio di questo percorso ideale di estraneazione e, per converso, di presa di consapevolezza della propria estraneità, si configura non soltanto per noi ma anche per sé come qualcosa di estraneo, un quid di minaccioso ed ostile.
Il terzo stadio, di questo processo ideale può essere individuato nel sorgere e nel manifestarsi di un sentimento di estraneità quanto tale, in sé. Gli gnostici quindi sono gli Stranieri per definizione, in quanto appartengono non ad un tertium genus (il che presume il diritto ad esistere di due altri genera e la necessità di essere riconosciuti da questi), ma alla stirpe straniera per definizione, che si presenta e coincide con l’unica stirpe ‘vera’. 




Questa orgogliosa consapevolezza trova espressione in talune affermazioni che i testi gnostici mettono in bocca al loro rilevatore. Così, nella seconda Apocalisse di Giacomo, il rivelatore gnostico, identificato col Cristo risorto, esclama a Giacomo: ‘Io sono lo Straniero’; o Mani, un personaggio storico fondatore di una tipica religione di gnosi come il manicheismo, definisce se stesso ‘il primo Straniero, lo Straniero proveniente dalla grande gloria, il figlio del dominatore’; e così si definisce anche il salvatore nei testi mandei.
Ma lo gnostico è Straniero, così come lo è il rivelatore, perché, in ultima analisi, Straniero è lo stesso Dio della gnosi, nella sua assoluta trascendenza inaccessibile alla ragione umana e conoscibile soltanto mediante rivelazione della gnosi: in questo mondo, il volto del Cristo neotestamentario, vicino e lontano nel contempo, si è trasformato nel volto di un Dio Straniero, assolutamente inaccessibile, salvo, appunto, che per chi è a lui consustanziale.
Lo Straniero, di conseguenza, viene a chiamare lo Straniero, viene a salvare gli stranieri; e, viceversa, salvando gli stranieri dispersi nel mondo, Egli salva se stesso.


(G. Filoramo, Veggenti Profeti Gnostici)  

















martedì 24 gennaio 2017

CIO' CHE NON MUORE RISORGE (2)


















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Ciò che non muore risorge (gennaio...) (1)


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Ciò che conta! (3)














Infatti ci vedranno fra breve esitare ad imporre le più modeste norme di sicurezza ambientale nella costruzione delle automobili o a esigere che le società finanziarie dicano la verità sugli interessi richiesti per i prestiti che concedono.  Hanno intuito che la criminalità organizzata, questo impero della corruzione, della venalità ingorda e dell’estorsione, continua a prosperare, non soltanto tollerata ma spesso alleata a importanti personalità dei sindacati, del mondo degli affari e del governo.
Per queste ragioni - ora rinnovate ed aggiornate - forse molti giovani come molte donne nel loro manifesto disprezzo per gli eccessi del ‘materialismo’ di una falsa e non solo ingorda ricchezza ma dannosa economia, fanno eco agli insegnamenti di un altro giovane ribelle:

“Ed Egli mandò via i ricchi a mani vuote”.

Ma come ben vedete nel mio ed altrui sacrificio nulla servito perché i ricchi escono dallo stesso mio e vostro ‘studio’ a mani piene di monete e non solo… Ma ciò che respingono questi giovani è qualcosa di più di questi abusi dovuti al principio del profitto; spesso è proprio la natura del materialismo della nostra comune società e le sue conseguenze che li portano ad un ragionevole e rivoluzionario rifiuto.




I sobborghi come avete visto rimangono ‘scatolette sparse su una collina… tutte fatte di cartapesta come un gioco di bambini con i loro giochi, tutte uguali’. ‘Col danaro non mi compero l’amore’, cantano. Ai loro occhi, misuriamo troppo spesso il valore di un uomo in base allo stipendio o a quello che possiede. In definitiva, ritengono che la vecchia generazione abbia rinunciato ai valori sociali e personali in cambio di ‘giocattoli’ che una volta qualcuno ha definito ‘una collezione di passatempi per gente immatura’.
Infatti approfondendo e aggiornando questo concetto, al proliferare di spazi inaccessibili e fortificati, si osserva una sempre più scarsa presenza dei luoghi pubblici, che invece dovrebbero favorire l’incontro, il dialogo, il confronto e lo scambio tra gli individui. Al loro posto sorgono invece nuovi spazi, creati appositamente per il consumo.  Le comunità locali e gli spazi pubblici non sono più quelli di una volta: perdendo ogni legame con il territorio e la capacità di essere occasioni di incontro, viene meno anche la loro funzione principale, cioè quella di aggregare le persone e tenerle unite.




Nei luoghi di riunione si creavano anche norme, in modo da poter fare giustizia e da imporla orizzontalmente, sì da trasformare coloro che parlavano in una comunità, separata dagli altri e integrata al suo interno da criteri comuni e condivisi di valutazione. Ora, un territorio che venga privato di spazi pubblici offre scarse possibilità perché le norme vengano discusse, i valori messi a confronto, perché ci siamo scontri e negoziati. Ciò che viene a mancare è dunque lo spazio del confronto costruttivo, della discussione e della condivisione dei valori; tutte attività importanti e necessarie per costruire e tenere viva una comunità.  “Lungi dall’essere terreno di coltura dello spirito comunitario, le popolazioni locali sono piuttosto accozzaglie di entità prive di legami reciproci”. Le persone che sono escluse e si trovano a vivere assieme nello stesso spazio, condividono semplicemente un vincolo territoriale, ma legami di altro tipo non sussistono; per questo, pur essendo dei gruppi, delle comunità, non possono essere paragonati alle comunità del recente passato.




Questi fenomeni sfociano nella disgregazione delle collettività e nell’erosione degli spazi pubblici, come luoghi di incontro, e producono una condizione, volontaria o imposta, di isolamento dell’individuo: c’è chi sceglie di isolarsi e fa di tutto per rimanere distaccato e chi invece si trova escluso, estromesso, per volontà altrui, perché gli viene negato l’accesso. Le élites hanno prescelto l’isolamento e, per ottenerlo, pagano generosamente e volentieri. Il resto della popolazione si trova tagliata fuori e costretta a pagare l’alto prezzo culturale, psicologico e politico del nuovo isolamento in cui è caduta. Quanti non hanno i mezzi per scegliere di stare separati e di pagare i costi di servizi di sicurezza, si trovano a vivere gli aspetti passivi di questo fenomeno attuale.
Da una parte si trovano dunque le persone che si barricano nelle loro fortezze e dall’altra le persone che sono costrette a rimanere all’interno dei loro spazi, perché estromessi dalle aree di potere. In questo modo la distanza tra le élites che sperimentano l’extraterritorialità e le persone che invece rimangono legate alla territorialità aumenta inevitabilmente, e questa disparità si fa sentire ancor di più se si considera che extraterritorialità vuol dire anche libertà, capacità di movimento, in opposizione alla stanzialità e ai vincoli imposti dalla territorialità:




“Se la nuova extraterritorialità della élite viene vissuta come una inebriante libertà, la territorialità degli altri non fa tanto pensare a una casa, a una base sicura, ma sempre più a una prigione, tanto più umiliante quanto più viene ostentata la libertà di movimento degli altri”.
…Abbiamo conservato gelosamente il nostro sistema educativo e soprattutto universitario considerandolo anch’esso uno dei pilastri della società liberale. Ma questa fede non è condivisa da tutti. Uno dei suoi critici ha detto: “L’educazione è per sua stessa natura un problema individuale… da mantenere al di fuori degli ingranaggi della produzione di massa. Il suo compito non è quello di produrre gente che, istintivamente, vada tutta nella stessa direzione… [eppure] i nostri milioni di studenti imparano tutti le stesse lezioni e trascorrono ore di fronte ad internet o alla televisione guardando più o meno le stesse cose e le stesse cose condividere in ugual identico momento. Per una ragione o per l’altra trascuriamo sempre più le differenze, quando addirittura non cerchiamo di dimenticarle. Andiamo diritti verso la standardizzazione dei cervelli, verso quello che Goethe chiamava ‘il mortale luogo comune che ci incatena tutti’ ”.





Chi ha parlato così non era un oratore di una manifestazione di Berkeley; era Edith Hamilton, uno dei nostri massimi cultori degli studi classici.
Giudizi molto simili vengono pronunciati dai nostri giovani critici. Così ha parlato un rappresentante degli studenti in una riunione del consiglio di amministrazione dell’università di California: “Abbiamo chiesto di essere ascoltati! Avete rifiutato e continuato a firmare accordi in nome del vostro business! Abbiamo chiesto giustizia e non solo per i neri. L’avete chiamata anarchia senza il dovuto codice a barre! Abbiamo chiesto la libertà al di fuori del limitato intento da voi nominato ‘geografia’ globale! L’avete chiamata ‘licenza’. Piuttosto che affrontare la paura e la sfiducia che avete motivato ad ogni vostro evento rinnovato numerato dal ‘sette all’otto’ con il russo corrisposto, avete chiamato tutto questo ‘comunismo’. Ci avete accusato di essere usciti dalle giuste vie. Ma siete a voi a precludercele con ogni vostro nuovo trattato e firma! Voi, non noi, avete edificato le università e non solo quelle sulla sfiducia e sulla disonestà”.




È impossibile fraintendere l’angoscia che scaturisce da queste ed altre proteste. Possono esserci molte cose dietro quel grido, ma una di queste è certamente la protesta dell’individuo contro l'‘universalità’ divenuta una corporazione burocratica troppo spesso foraggiata da interessi privati, contro l’ottusa standardizzazione di cui parlava Hamilton. Perché nella burocrazia e nella standardizzazione (anche con la virtuale e confusa se non addirittura mascherata  pretesa del contrario) c’è la negazione del valore dell’individuo e dell’importanza dell’uomo come tale: se tutti sono uguali, perché ascoltare ciò che il singolo ha da dire? Se non siamo disposti ad ascoltare, allora gli uomini non sono altro che numeri di una serie di statistica, una parte del prodotto nazionale lordo, come tante tazzine da caffè o tanti computer ove a piacimento ricavare dati o se non altro rubarli o spiarli…