giuliano

mercoledì 15 agosto 2018

TRA GLI ALBERI... COSA C'E'? (23)


































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Il figlio degli Dèi (22)

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Un cimitero Funerario (24) &

Relatività Spirituale (25) &

Il figlio dei Lupi (con il permesso della 'lupara') (26)














....Gli spettatori pensano che l’improvvisa deviazione sia dovuta a uno sparo, forse a una ferita; ma prendete questo binocolo e vi accorgerete che sta cavalcando verso una breccia nella parete e nella siepe. Ha intenzione, se non lo uccidono prima, di attraversarla e guardare dall’alto la campagna al di là.
Non dovete dimenticare la natura di questa azione solitaria; non vi è permesso di considerarla una bravata, né, d’altra parte, un inutile suicidio. Se il nemico non si è ritirato, dev’essere in forze su quel crinale.
L’esploratore s’imbatterà nientemeno che in uno schieramento di battaglia; non c’è bisogno di reparti avanzati, di vedette e soldati d’avanguardia, per annunciare il nostro avvicinamento; le nostre linee d’attacco saranno visibili, lampanti, esposte a un fuoco d’artiglieria che rasenterà il terreno non appena usciranno allo scoperto e, per un tratto lungo la metà del loro percorso, saranno sotto il tiro di una scarica di pallottole di fucile dalla quale nessuno potrà uscire vivo. In breve, se il nemico si trova lì, sarebbe una pazzia attaccarlo frontalmente; dev’essere raggirato con l’antichissimo espediente di minacciare le sue linee di comunicazione, indispensabili alla sua esistenza quanto il respiratore al palombaro in fondo al mare.
Ma come si può constatare se il nemico è davvero lì?




C’è un solo modo: qualcuno deve andare a vedere. La cosa più naturale e ovvia da fare è mandare in avanscoperta gli uomini delle prime file. Ma in questo caso risponderanno in modo affermativo con il sacrificio delle loro vite; il nemico, acquattato in doppia fila dietro la parete di pietra e nascosto dalla siepe, aspetterà finché non sarà in grado di contare i denti di ciascuno degli assalitori. Alla prima raffica verrà falciata metà della linea degli esploratori, l’altra metà verrà abbattuta prima di riuscire a portare a termine la ritirata prevista.
Com’è alto il prezzo da pagare per soddisfare una curiosità!
A quale costo un esercito deve, talvolta, procurarsi le informazioni!
‘Lasciatemi pagare per tutti’ dice questo soldato valoroso, questo Cristo dell’esercito!
Non c’è speranza, tranne quella nell’impossibile eventualità che non ci siano soldati sulla cima. È vero, potrebbe preferire la cattura alla morte. Finché avanzerà, la prima linea non farà fuoco… perché dovrebbe? Può giungere tranquillamente tra le fila dei nemici e diventare un prigioniero di guerra. Ma in questo modo verrebbe meno al suo scopo. Non risponderebbe alla nostra domanda; deve tornare incolume oppure farsi uccidere davanti ai nostri occhi. Solo così sapremo come agire. Se viene catturato… be’, avrebbero potuto farlo mezza dozzina di sbandati.
Adesso ha inizio uno straordinario scontro mentale tra un uomo e un esercito.




Il nostro soldato di cavalleria, ormai a mezzo chilometro dalla cima, improvvisamente svolta a sinistra e galoppa in direzione parallela rispetto alla cima. Ha scorto il nemico; sa tutto. Una posizione vantaggiosa gli permette di dominare dall’alto una parte del fronte. Se fosse qui, potrebbe raccontarcelo. Ma ormai questo è impossibile; deve sfruttare nel modo migliore quei pochi minuti che gli restano da vivere, costringendo il nemico a rivelarci quante più informazioni possibili nel modo più esplicito… cosa che, naturalmente, quell’esercito prudente non ha intenzione di fare. Non c’è tiratore in quelle schiere acquattate, non c’è cannoniere dietro quei cannoni mimetizzati e caricati, che ignori le esigenze della situazione e la necessità imprescindibile della pazienza. Per di più, c’è stato tempo a sufficienza per ordinare loro di non fare fuoco. È vero, un’unica fucilata potrebbe abbatterlo privandoci così di un’importante rivelazione. Ma sparare è contagioso… e guardate con quale rapidità incede il giovane ufficiale, senza mai fermarsi se non per far cambiare direzione al cavallo, mai all’indietro verso di noi, mai in avanti verso i suoi carnefici.




Vediamo tutto ciò con il binocolo; sembra succedere a un tiro di schioppo; vediamo tutto fuorché il nemico, di cui possiamo solo intuire la presenza, i pensieri, gli scopi. A occhio nudo non si vede nient’altro che una sagoma nera in groppa a un cavallo bianco, che si muove lenta a zigzag lungo il pendio di una collina lontana… così lenta che sembra quasi strisciare.
Ora… osservando di nuovo con il binocolo… appare seccato per il fallimento, o si è accorto dell’errore, oppure è impazzito; si sta lanciando verso la parete, come se volesse superare con un salto la siepe e tutto il resto! Un attimo dopo eccolo voltarsi nella direzione opposta e scagliarsi a tutta velocità giù per il pendio… verso gli amici… verso la morte!
Immediatamente la parete viene sormontata da una cortina di fumo denso che si estende per un centinaio di metri a destra e a manca e viene dissipata quasi subito dal vento; prima che il rombo dei fucili ci raggiunga, il soldato di cavalleria è smontato di sella. No, ritorna al suo posto; ha solo fatto acquattare il cavallo. Si rialzano e riprendono la marcia!
Tra le nostre fila si leva un fragoroso urlo di gioia che dà sfogo all’insopportabile tensione cui sono stati sottoposti i nostri sentimenti. E che fine hanno fatto il cavallo e il cavaliere? Già, si rialzano e riprendono la marcia. Hanno davvero ripreso la marcia: si stanno dirigendo alla nostra sinistra, in senso parallelo rispetto alla parete ormai del tutto in fiamme e avvolta dal fumo.




I moschetti continuano a rombare e il bersaglio di ogni pallottola è quel cuore coraggioso. A un tratto, una grossa nuvola di fumo bianco s’innalza da dietro la parete. Un’altra e un’altra ancora, una dozzina di nuvole salgono verso il cielo prima che il rimbombo delle esplosioni e il sibilo dei proiettili raggiunga le nostre orecchie e che i proiettili stessi rimbalzino attraverso la cappa di fumo sopra il nostro nascondiglio, colpendo un uomo qua e là e provocando una confusione momentanea, un fugace pensiero egocentrico.
La polvere si disperde.
Incredibile!
Il cavallo e il cavaliere fatati hanno superato un burrone e si stanno inerpicando su un altro pendio per smascherare un’altra cospirazione silenziosa, per contrastare la volontà di un’altra schiera armata. Un attimo dopo s’infiamma anche quella cima. Il cavallo s’impenna e agita le zampe anteriori nel vuoto. Alla fine sono caduti.
Ma osservate di nuovo: l’uomo si è allontanato dall’animale morto. È dritto in piedi, immobile, e brandisce la spada con la mano destra proprio sopra il capo. È rivolto verso di noi. Adesso abbassa la mano all’altezza del viso e la protende verso l’esterno, descrivendo una curva verso il basso con la lama della spada. È un segnale indirizzato a noi, al mondo e ai posteri.
È il saluto che un eroe rivolge alla morte e alla storia.




L’incantesimo è di nuovo spezzato; i nostri uomini cercano di acclamarlo, ma l’emozione li soffoca; lanciano grida dissonanti e roche; stringono le armi e si accalcano con foga verso lo spiazzo aperto. I soldati delle prime file, senza attendere gli ordini, sfidando gli ordini, avanzano a un’andatura forsennata, come segugi sguinzagliati. I nostri cannoni parlano e quelli dei nemici rispondono in coro; a destra e a sinistra, fin dove riusciamo a vedere, la cima lontana, che adesso sembra così vicina, innalza le sue torri di fumo mentre la gragnola di proiettili si riversa scrosciando sulle nostre schiere in movimento. Le nostre bandiere emergono una dopo l’altra dalla foresta; le nostre linee incedono una dopo l’altra, attirando la luce del sole sulle armi lucenti. I battaglioni della retroguardia sono gli unici a obbedire agli ordini: mantengono la distanza opportuna dal fronte ribelle.
Il comandante non si è mosso.
Ora allontana il binocolo dagli occhi e guarda verso destra e verso sinistra.
Vede la marea umana riversarsi tutt’intorno a lui e alla scorta stretta al suo fianco, come onde che si infrangono su uno scoglio.




Dal suo volto non traspare alcuna emozione: sta pensando. Guarda di nuovo davanti a sé: i suoi occhi si voltano lentamente verso quella cima fatale e tremenda. Con calma rivolge poche parole al trombettiere. Trallalà! Trallalà! L’ordine si fa valere in virtù della propria autorità. Viene ripetuto dalle trombe di tutti i comandanti subalterni; le stridule note metalliche s’impongono sul rumore sordo e continuo dell’avanzata e si insinuano nel rombo dei cannoni.
Fermarsi equivale a ritirarsi.
Le bandiere indietreggiano lentamente; le linee fanno dietrofront e le seguono con aria cupa, reggendo i feriti; i soldati dell’avanguardia fanno ritorno, raccogliendo i morti.

Ah, quante perdite inutili!

A quell’anima nobile il cui bel corpo giace lassù, così ben visibile contro l’arido fianco della collina, non poteva essere risparmiata almeno l’amara consapevolezza di una vana devozione?

Un’unica eccezione avrebbe guastato troppo la perfezione spietata dell’eterno piano divino?

(A. Bierce)
















sabato 11 agosto 2018

ALL'ALBA DEL NUOVO MILLENNIO (nel convento) ovvero la Freccia del Tempo (19)













































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L'Imperatore Eretico (18)

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L'odiato nemico 'barbone' (20)










“Verba vana aut risui apta non loqui!”.

Ci voltammo.

Chi aveva parlato era un monaco curvo per il peso degli anni, bianco come la neve, non dico solo il pelo, ma pure il viso, e le pupille.

Mi avvidi che era cieco.

La voce era ancora maestosa e le membra possenti anche se il corpo era rattrappito dal peso dell’età. Ci fissava come se ci vedesse, e sempre anche in seguito lo vidi muoversi e parlare come se possedesse ancora il bene della vista. Ma il tono della voce era invece di chi possieda solo il dono della profezia.

“L’uomo venerando d’età e sapienza che vedete”,

disse Malachia a Guglielmo indicandogli il nuovo venuto,

“è Jorge da Burgos. Più vecchio di chiunque viva nel monastero, salvo Alinardo da Grottaferrata, egli è colui a cui moltissimi tra i monaci affidano il carico dei loro peccati nel segreto della confessione”.

 Poi, volgendosi al vegliardo:

“Quello che sta davanti a voi è frate Guglielmo da Baskerville, nostro ospite”.

 “Spero che non vi siate adirato per le mie parole”.

disse il vecchio in tono brusco.

“Ho udito persone che ridevano su cose risibili e ho ricordato loro uno dei principi della nostra regola. E come dice il salmista, se il monaco si deve astenere dai discorsi buoni per il voto di silenzio, a quanto maggior ragione deve sottrarsi ai discorsi cattivi. E come ci sono discorsi cattivi ci sono immagini cattive.
…E sono quelle che mentono circa la forma della creazione e mostrano il mondo al contrario di ciò che deve essere, è sempre stato e sempre sarà nei secoli dei secoli sino alla consunzione dei tempi. Ma voi venite da altro ordine, dove mi dicono è vista con indulgenza anche la giocondità più inopportuna”.

Alludeva a quanto tra i benedettini si diceva delle bizzarrie di santo Francesco di Assisi e forse anche delle bizzarrie attribuite a fraticelli e spirituali d’ogni sorta, che dell’ordine francescano erano i più recenti e imbarazzanti germogli. Ma frate Guglielmo fece mostra di non raccogliere l’insinuazione.

“Le immagini marginali inducono sovente al sorriso, ma per fini di edificazione”,

…rispose.

“Come nei sermoni per toccare l’immaginazione delle pie folle occorre inserire exempla, non di rado faceti, così anche il discorso delle immagini deve indulgere a queste nugae. Per ogni virtù e per ogni peccato c’è un esempio tratto dai bestiari, e gli animali si fanno figura del mondo umano”.

 “Oh sì,”

motteggiò il vecchio, ma senza sorridere,

“ogni immagine è buona per invogliare alla virtù, perché il capolavoro della creazione, messo a capo in giù, diventi materia di riso. E così la parola di Dio si manifesta attraverso l’asino che suona la lira, l’allocco che ara con lo scudo, i buoi che si attaccano da soli all’aratro, i fiumi che risalgono le correnti, il mare che s’incendia, il lupo che si fa eremita!
Cacciate la lepre col bue, fatevi insegnar grammatica dalle civette, che i cani morsichino le pulci, gli orbi guardino i muti e i muti domandino pane, la formica partorisca un vitello, volino i polli arrosto, le focacce crescano sui tetti, i pappagalli tengano lezione di retorica, le galline fecondino i galli, mettete il carro avanti i buoi, fate dormire il cane nel letto e tutti camminino a testa in giù!
Cosa vogliono tutte queste nugae?
Un mondo inverso e opposto a quello stabilito da Dio, sotto pretesto di insegnare i precetti divini!” [come quella bestia che rinnegò da Apostata il nostro credo pur venendo dalla nostra comune Storia…].

“Ma l’Areopagita insegna”,

…disse umilmente Guglielmo,

“che Dio può essere nominato solo attraverso le cose più difformi [e altresì ‘incomprensibili’ o apparentemente ‘avverse’ ‘opposte’ al corso del Tempo da Lui nella materia creato].
E Ugo di San Vittore ci ricordava che quanto più la similitudine si fa dissimile, tanto più la verità ci è rivelata sotto il velame di figure orribili e indecorose, tanto meno l’immaginazione si placa nel godimento carnale ed è obbligata a cogliere i misteri che si celano sotto la turpitudine delle immagini...”.

“Conosco l’argomento! E ammetto con vergogna che è stato l’argomento principe del nostro ordine, quando gli abati cluniacensi si battevano contro i cistercensi. Ma san Bernardo aveva ragione: a poco a poco l’uomo che rappresenta mostri e portenti di natura per rivelare le cose di Dio per speculum et in aenigmate, prende gusto alla natura stessa delle mostruosità che crea e si diletta di quelle, e per quelle, né vede più che attraverso quelle. Basta che guardiate, voi che avete ancora la vista, ai capitelli del vostro chiostro”,

e accennò con la mano fuori dalle finestre, verso la chiesa,

“sotto gli occhi dei frati intenti alla meditazione, cosa significano quelle ridicole mostruosità, quelle deformi formosità e formose difformità? Quelle sordide scimmie? Quei leoni, quei centauri, quegli esseri semiumani, con la bocca sul ventre, un piede solo, le orecchie a vela? Quelle tigri maculate, quei guerrieri in lotta, quei cacciatori che soffiano nel corno, e quei molti corpi in una sola testa e molte teste in un solo corpo? Quadrupedi con la coda di serpente, e pesci con la testa di quadrupede, e qui un animale che davanti pare un cavallo e dietro un caprone, e là un equino con le corna e via via, ormai è più piacevole per il monaco leggere i marmi che non i manoscritti, e ammirare le opere dell’uomo anziché meditare sulla legge di Dio. Vergogna, per il desiderio dei vostri occhi e per i vostri sorrisi!”.

Il gran vecchio si fermò ansimando.

E io ammirai la vivida memoria con cui, forse cieco da tanti anni, ancora rimemorava le immagini della cui turpitudine ci parlava. Tanto che sospettai che esse lo avessero molto sedotto quando le aveva viste, se sapeva descriverle ancora con tanta passione. Ma mi è sovente accaduto di trovare le rappresentazioni più seducenti del peccato proprio nelle pagine di quegli uomini di incorruttibile virtù che ne condannavano il fascino e gli effetti. Segno che questi uomini sono mossi da tale ardore di testimonianza della verità che non esitano, per amor di Dio, a conferire al male tutte le seducenze di cui si ammanta, per render meglio gli uomini edotti dei modi con cui il maligno li incanta. E di fatto le parole di Jorge mi stimolarono una gran voglia di vedere le tigri e le scimmie del chiostro, che non avevo ancora ammirato [così come in seguito - in medesima ugual simmetria - nel desiderio della conoscenza rilevata e rivelata la segreta Dinastia che come un Araldo d’una ugual segreta genetica o genealogia venne cancellata dalla storia e al suo posto una falsa Eresia…].

Ma Jorge interruppe il corso dei miei pensieri perché riprese, con tono meno eccitato, a parlare.

“Nostro Signore non ha avuto bisogno di tante stoltezze per indicarci la retta via. Nulla nelle sue parabole muove al riso, o al timore. Adelmo invece, che ora piangete morto, godeva talmente delle mostruosità che miniava, che aveva perduto di vista le cose ultime di cui dovevano essere figura materiale. E ha percorso tutti, tutti dico”,

e la sua voce si fece solenne e minacciosa,

“i sentieri della mostruosità. Onde Dio sa punire”.

 Scese un pesante silenzio sui presenti.

Ardì di romperlo Venanzio da Salvemec.

“Venerabile Jorge”,

…disse,

“la vostra virtù vi rende ingiusto…
Due giorni prima che Adelmo morisse voi eravate presente a un dotto dibattito che ebbe luogo proprio qui nello scriptorium. Adelmo si preoccupava che l’arte sua, indulgendo a rappresentazioni bizzarre e fantastiche, fosse tuttavia intesa alla gloria di Dio, strumento di conoscenza delle cose celesti. Frate Guglielmo citava poco fa l’Areopagita, sulla conoscenza per difformità. E Adelmo citò quel giorno un’altra altissima autorità, quella del dottore d’Aquino, quando disse che conviene che le cose divine siano esposte più in figura di corpi vili che in figura di corpi nobili. Prima perché è più facilmente liberato l’animo umano dall’errore; è chiaro infatti che certe proprietà non possono essere attribuite alle cose divine, ciò che sarebbe dubbio se queste fossero indicate con figure di nobili cose corporee.
In secondo luogo perché questo modo rappresentativo più si conviene alla conoscenza che di Dio abbiamo su questa terra: egli ci si manifesta infatti più in quello che non è che in quello che è, e perciò le similitudini di quelle cose che più si allontanano da Dio ci portano a una più esatta opinione di lui, perché così sappiamo che egli è al di sopra di ciò che diciamo e pensiamo.
Terzo luogo perché così sono meglio celate le cose di Dio alle persone indegne.
…Insomma, si trattava quel giorno di capire in che modo si possa scoprire la verità attraverso espressioni sorprendenti, e argute, ed enigmatiche. E io gli ricordai che nell’opera del grande Aristotele avevo trovato parole assai chiare a questo riguardo...”.

“Non ricordo”,

..interruppe seccamente Jorge,

“sono molto vecchio!
Non ricordo!
Posso avere ecceduto in severità!
Ora è tardi, debbo andare”.

“E’ strano che non ricordiate”,

 insistette Venanzio,

“fu una dotta e bellissima discussione, in cui intervennero anche Bencio e Berengario. Si trattava di sapere infatti se le metafore, e i giochi di parole, e gli enigmi (della Storia), che pure paiono immaginati dai poeti [quanto da Cesari - per puro diletto e credo - per amor di medesimo Dio venerato e giammai perseguitato e nei Secoli similmente ‘pregato’ senza volontà d’oltraggio ma nello Spirito della Memoria tollerata e ‘legiferata’ e da tutti ugualmente celebrata - sia nel Tempio di una Gerusalemme deicida del proprio Dio - che all’altare di un diverso Olimpo… - ma quantunque in medesima ricerca e umile pretesa in nome e per conto d’un Superiore Spirito…], non inducano a speculare sulle cose in modo nuovo e sorprendente, e io dicevo che anche questa è una virtù che si richiede al saggio... E c’era anche Malachia...”.

“Se il venerabile Jorge non ricorda, abbi rispetto per la sua età e per la stanchezza della sua mente... peraltro sempre così viva”,

…intervenne qualcuno dei monaci che seguivano la discussione.

La frase era stata pronunziata in modo agitato, almeno all’inizio, perché chi aveva parlato, accorgendosi che per invitare al rispetto del vecchio, di fatto ne metteva in luce una debolezza, aveva poi rallentato l’impeto del proprio intervento, finendo quasi in un sussurro di scusa.

A parlare era stato Berengario da Arundel, l’aiuto bibliotecario.

Era un giovane dal volto pallido, e osservandolo mi ricordai della definizione che Ubertino aveva dato di Adelmo: i suoi occhi parevano quelli di una donna lasciva. Intimidito dagli sguardi di tutti che ora si posavano su di lui, teneva le dita delle mani allacciate come chi voglia reprimere un’interna tensione.

Singolare fu la reazione di Venanzio.

Guardò Berengario in modo tale che quello abbassò gli occhi:

“Va bene fratello”,

…disse,

“se la Memoria è un dono di Dio anche la capacità di dimenticare può essere molto buona, e va rispettata. Ma la rispetto nell’anziano confratello a cui parlavo. Da te mi attendevo un ricordo più vivo intorno alle cose accadute quando stavamo qui, insieme con un tuo carissimo amico...”.

…Non potrei dire se Venanzio avesse calcato il tono sulla parola “carissimo”.

Sta di fatto che avvertii un’atmosfera di imbarazzo tra gli astanti. Ciascuno volgeva l’occhio da una parte diversa e nessuno lo dirigeva su Berengario, che era arrossito violentemente.

Intervenne subito Malachia, con autorità:

“Venite, frate Guglielmo”,

…disse,

“vi mostrerò altri libri interessanti”.

Il gruppo si sciolse.

Scorsi Berengario lanciare a Venanzio uno sguardo carico di rancore, e Venanzio rispondergli del pari, con muta sfida. Io, vedendo che il vecchio Jorge si stava allontanando, mosso da un senso di rispettosa reverenza, mi chinai a baciargli la mano. Il vecchio ricevette il bacio, posò la mano sul mio capo e domandò chi fossi. Quando gli dissi il mio nome il suo volto si rischiarò.

“Porti un nome grande e bellissimo”,

disse.

“Sai chi fu Adso da Montier-en-Der?”.

…domandò.

Io, lo confesso, non lo sapevo.

Così Jorge soggiunse:

“Fu l’autore di un libro grande e tremendo, il Libellus de Antichristo, in cui egli vide cose che sarebbero accadute, e non fu ascoltato abbastanza”.

“Il libro fu scritto prima del millennio”,

disse Guglielmo,

 “e quelle cose non si sono avverate...”… [Ma posso ora aggiungere e pensare in questa Disquisizione fra veri saggi Filosofi che ben altri eventi - in nome di un Dio (erroneamente) pregato nei principi in difetto d’una vera corretta universale interpretazione qual indiscussa ‘equazione’… si son rivelati e raccolti… E certo non nell’editto della pura fratellanza o teologica-tolleranza opposta ad ogni ‘antico e nuovo’ (scientifico) manuale dell’Inquisitore (adottato); e questa - cari dotti lettori - è pur sempre Memoria celebrata anche se la vecchiaia della Storia si palesa nella propria ed altrui ‘ceca ignoranza’ la qual giustifica ciclica indotta dilettevole difettevole ‘materia’ nonché dotta distinta intolleranza accompagnata da ‘fratello’ abominio in onor di qualsivoglia Dio, e questi chiamato in causa non può che palesare il proprio ed altrui dissenso negli innumerevoli Dèi e/o Elementi all’opposto - come poco fa detto ed appena disquisito…. Palesando, in verità e per il vero, l’uomo in difetto della propria ed altrui Ragione rendendolo al di sotto dell’Animale (o della Bestia coniata e incisa) con cui ‘minia’ il dotto suo saggio ed altrui Tomo… e con cui vorrebbe edificare la Biblioteca della Memoria in difetto proprio di quella…]  

“Per chi non ha occhi per vedere”,

…disse il cieco.

“Le vie dell’Anticristo sono lente e tortuose. Egli arriva quando noi non lo prevediamo, e non perché il calcolo suggerito dall’apostolo fosse errato, ma perché noi non ne abbiamo appreso l’arte”.

Poi gridò, ad altissima voce, il volto verso la sala, facendo rimbombare le volte dello scriptorium:

“Egli sta venendo!

Non perdete gli ultimi giorni ridendo sui mostriciattoli dalla pelle maculata e dalla coda ritorta!

Non dissipate gli ultimi sette giorni!”.


Ed a quel punto giunte le sue parole udimmo (in questo secolo) un tremore lento della Terra intera….

(U. Eco)



















martedì 7 agosto 2018

LA FRECCIA DEL TEMPO (16)




















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La Freccia del Tempo (15/1)

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La Freccia del Tempo (17)














Veniamo alla ‘Formula’ alla ‘Equazione storica’ e diamo breve enunciato dei fatti evitando inutili commenti ma ponendo brevi asterischi ‘per gli addetti ai lavori’ nei quali evitiamo false disquisizioni o trappole,  lasciando una parentesi aperta per una ipotesi la quale potrebbe essere una Verità celata… alla Memoria. La quale, come detto fin dal principio, vuole abbracciare molto più di quanto la Storia sconfessa o si confessa fino a quel ‘Nulla’ il quale è comune denominatore dal principio di tal Sentiero con la ‘parola’ nata, ma noi procediamo non per difetto o critica ma per motivo che travalica il ‘teologico’ nella ricerca di un più probabile termine per ciò che comunemente definito Dio, quindi l’intera probabile successione di tutti gli eventi nati… per Sua causa, o, al contrario, senza nesso di causa alcuna ma solo una condizione ‘unica’ nell’Universo accertato nel quale per successive ‘evoluzioni’ la vita… chiudendo ‘il cerchio’ su ciò per secoli e fin dall’inizio si è discusso…:

Leggo brevi premesse tratte dall’introduzione della ‘Cena segreta’ a cura di Francesco Zambon: “Nel 1939 il padre Antoine Dondaine, frate Predicatore, pubblicava presso l’Istituto Storico Domenicano di Santa Sabina, a Roma, uno scritto ‘cataro’ fino a quel momento sconosciuto [1* ‘sconosciuto’: Primo fatto da accertare: cioè, anche se conservato siamo certi, a parte coloro i quali ne hanno presa consistenza storica, che davvero come si dice sia rimasto ‘sconosciuto’ o forse reso forzatamente tale soprattutto se inquisito quindi esaminato e attentamente consultato prima e dopo l’inquisitore divenuto poi ricercatore di una più probabile verità da consegnare all’altare della Storia], il ‘Libro dei due principi’ [2*: come tale il termine può essere oggetto di un successivo ‘recupero’ teologico il quale, se pur archiviato per sua difetta ‘natura’, in verità e per il vero, come dedurremo successivamente con un intuito pari a quello di Umberto Eco, fu preso in considerazione maggiore di quanto possiamo ritenere nella forzatura archivistica conservata ed annullata alla Memoria collettiva. Forse e per il vero il suo contenuto, pur l’ortodossa interpretazione della scolastica medievale, deve aver motivato più di una mente eccelsa, la quale, pur non contraddicendo i canoni, a questo stesso scritto(i) si è soffermata ispirandosi ed approfondendo con altri autorevoli ‘fonti’, e quindi, rapportandolo traducendolo e adeguandolo  per porlo in più vasto sermone teologico ancor più Eretico di come le premesse lo hanno fatto approdare ad una dovuta attenzione. Anzi, come vedremo, nel gioco degli specchi il nero diviene bianco ed il bianco nero. Come se in verità e per il vero, qualche dotto accademico accorgendosi dei limiti della natura in cui Dio costretto avesse dedotto, o addirittura in parte accettato, la ‘formula eretica’ per estenderla dedurla ed introdurla in un pensiero filosofico che se pur vasto ancor più eretico… E questa ‘parmi’ la vera essenza della formula… Come del resto il sottoscritto il quale scorge i limiti della ‘formula eretica’ e trova le condizioni necessarie e più che sufficienti per una deduzione esplicativa nei canoni opposti e comunemente definiti ‘ortodossi’ ed in questa ‘ortodossia’ scorgere la luce di una probabile verità anch’essa occultata e non certo manifesta in quanto ha subito medesimi patimenti della Storia e con questi della Memoria… Continuiamo… ].




La scoperta del ‘Libro’, che costituisce oggi la più ampia opera catara originale in nostro possesso, fu del tutto ‘fortuita’ [3*: Zambon è un autore di vasta intuizione nonché preparazione storica ma suppongo che abbia volutamente sottovaluta la condizione ‘fortuita’ come da lui espressa, possiamo ipotizzare, al contrario, che il trattato pur apparentemente dimenticato possa essere stato oggetto di consultazione palese o segreta da quando redatto a quando evidenziato… anche se si è preferito non cancellarlo né rimuoverlo dagli ‘archivi’. E qui nasce non il sospetto, ma al contrario, il rispetto per la conseguente volontà di conservazione anche se con tale pratica ‘archivistica’ la quale non certo figlia solo dell’inquisizione ma affine rispetto ad altre simmetriche politiche divenute consuetudini sociali congeniali alla dittatura del pensiero unico e del libero arbitrio inquisito in cui ci siamo formati specchio della cultura storica ‘seminata e raccolta’, maturando nella diffidenza divenuta consapevolezza dell’esiliato torturato e bandito dalla società nella consuetudine di principi opposti ed avversi ad ogni dittatura i quali hanno ben visto e vissuto, pur l’apparenza nominata Tempo, medesime pratiche. Quindi ‘la formula o ipotesi’ ragguagliata dalla verità storica nella ripetuta prova cui ho destinato il mio intuito assommato all’esperienza con documentata prova. In questa volontà di ‘conservazione’ potrebbe nascere un principio di reciproco e segreto rispetto e non solo paura, questo debbo concedere quale superiorità morale ed intellettuale in onore allo Spirito il quale indago nelle vicissitudini cui la Verità soggetta costretta interpretata e falsata anche nelle visioni di dubbia origine e consistenza… E maturando si è soliti concedere ad un cesare quanto ad un valente polemista o teologo e di conseguenza ad un papa meriti che prima abbiamo trascurato…].




Come raccontò egli stesso a Yves Dossat, il padre Dondaine stava cercando alla Biblioteca Nazionale di Firenze manoscritti che potessero interessare gli ‘Scriptores’ O.P., quando vide menzionato nel catalogo un misterioso ‘Liber de Duobus principiis’. Benché il titolo non lasciasse presagire nulla di interessante per la sua ricerca - continua Zambon nella sua introduzione -, richiese ugualmente il ‘codice’, un volume pergamenaceo di sobria fattura, e non tardò ad accorgersi di aver messo mano su un documento eccezionale [4: L’‘Unicità’ e la ‘rarità’ rendono di per se il libro con il suo documento segreto un probabile approdo per i più misurati, per i più dotti, per i più introdotti, non nella sottomissione ma  nella volontà della medesima ricerca (detta) la quale per sua Natura finalizza e ottimizza l’istinto senza nulla trasporre di quanto altri per propri limiti hanno ‘requisito’ sottratto’ ‘confuso’  e poi… dimenticato; anzi, potremmo dedurre, che taluni ambienti per spiriti elevati prestati allo studio, il clima teologico di quei ed odierni intenti deve essere stato restrittivo, ragion per cui, motivati dalla finalità, non del successo, ma dell’occhio che vuol avvicinarsi all’essenza stessa motivo dello studio possono aver avuto sicuro e certo spunto, una certa illuminazione riflessa nella propria esperienza, di cui però, medesimi limiti imposti non consentono una appropriata lettura riflettendola di conseguenza in un più giusto contesto, nel quale e per il vero, non solo leggiamo il genio incompreso ma anche una più consona ed Eretica Natura dell’immateriale che si vuol oggettivare…].




…Fino ad allora, infatti, l’Eresia catara era conosciuta quasi ‘esclusivamente’ attraverso testimonianze indirette emananti, per lo più, dai suoi oppositori [5*: definire il termine ‘oppositore’ [in questo specifico caso] è come dire servo eterno di una causa nella quale non si conosce un proprio pensiero escludendolo, se non addirittura alienandolo e sottraendolo dall’essere (giammai nella finalità o volontà di Dio parente ed affine ad un nirvana cosmico, ma al contrario, annullando con l’illusione di pensare, cioè il ‘non pensare’ al nulla di quanto non sia stato ‘creato’…), ma rifacendosi nei secoli ai canoni di una volontà altrui la quale tende ad ossequiare omaggiare e rendere legittimo nella illegittimità dei fatti arrecati. Quindi ‘oppositore’ significa non tanto ‘servo di Dio’, ma al contrario, servo del proprio stato nella dittatura che in ogni sistema totalitario o meno si tende ad asservire e servire per essere meglio inseriti nelle aspettative che da questo ci si attende quale giusta nonché meritevole ‘retribuzione’ per ciò che per sempre si ‘oppone’ alla libertà nella sostanziale paura di questa (come evidenziato poco sopra da Tucci!). Ciò di conseguenza comporta un dovere ‘eterno’ anche nell’Eterno della propria ed altrui ricerca ed obbedienza che travalica fin nella coscienza e parente della deficienza. Infatti per mio motivo la legittima volontà della immateriale o metafisica ricerca non può conoscere ostacoli di sorta ma si forma con l’esperienza diretta e cresce in un contesto evolutivo ove la prova dell’Assoluto o Infinito fanno nascere le motivazioni della ricerca sottratta ai limiti ed obblighi, di chi, per supposta difesa o pretesa, difetta di ragione ed intelligenza e più simile ad una involuta natura non certo ‘elevata’ fino alla materia di cui la propria scelta. Solo pochi, come vedremo, possiamo dire e nominare degni di questa volontà ed in questa mia formula posso pensarli vicino all’Eresia detta, o se non altro, di averla in qualche modo esaminata e di averla ripensata con i dovuti, non paradossi, ma di certo ripensamenti morali figli dell’onestà cui Cristo insegna…].

Cronache, scritti dei polemisti cattolici, atti inquisitoriali. Nello stesso codice fiorentino, intanto, Dondaine aveva trovato anche un secondo testo cataro: una redazione latina del ‘rituale’, più ampia di quella occitanica anche se purtroppo ‘frammentata’. Inoltre, nello stesso 1939 egli aveva individuato qualche briciola di un ‘Trattato cataro’, citato in uno scritto polemico del XIII secolo conservato presso la Bibliothèque Nationale di Parigi, il ‘Liber contra Manicheos’ di Durando di Huesca. Successivamente, aveva rinvenuto a Praga un ‘frammento’ più completo della stessa opera in una copia dello scritto di Durando proveniente dalla Biblioteca Capitolare della Cattedrale. E qui ci fermiamo un attimo…[6*: Praga la incontreremo più volte…]. 

(G. Lazzari, L’Eretico Viaggio, Dislivelli)




L’umana insufficienza era tale che bastava otturare due pertugi per escludere il mondo dei suoni, e due altre vie d’accesso perché si facesse notte. Che un bavaglio serrasse tre di quelle aperture, sì vicine le une alle altre che il palmo di una mano non fatica a coprirle, ed era finita per l’animale, la cui vita è legata a un soffio. L’ingombrante involucro che gli toccava lavare, riempire, riscaldare accanto al fuoco o sotto il vello di una bestia morta, coricare la sera come un bambino o come un vecchio rimbecillito, serviva contro di lui da ostaggio alla natura intera, e soprattutto alla società degli uomini. Era con quella carne e con quella cute che avrebbe forse sofferto gli spasimi della tortura, e l’incepparsi di quei meccanismi gli avrebbe impedito un giorno di definire appropriatamente l’idea abbozzata. Se talvolta teneva in sospetto le operazioni della mente, che per comodità isolava dal resto della propria materia, era soprattutto perché lei, l’inferma, dipendeva dai servigi del corpo. Era stanco di quella mistura di fuoco instabile e di densa argilla. Exitus rationalis: una soluzione si profilava, non meno imperiosa del prurito carnale, un disgusto, una vanità forse, lo impelleva a compiere il gesto che tutto conclude. Scuoteva il capo, gravemente, come al cospetto di un malato troppo frettoloso nel reclamare un rimedio o un alimento. Ci sarebbe stato sempre tempo per perire con quel pesante supporto, ovvero per continuare senza di esso una vita immateriale e imprevedibile, non necessariamente più favorita di quella che conduciamo dentro la carne.

Rigorosamente, quasi a malincuore, il viaggiatore giunto in capo a una tappa di oltre cinquant’anni si obbligava, per la prima volta in vita sua, a ricalcare in spirito le strade percorse, distinguendo il fortuito dal deliberato o dal necessario, sforzandosi di sceverare tra il poco che sembrava emanare da lui stesso e ciò che apparteneva all’indiviso della sua condizione d’uomo. Nulla era perfettamente uguale, e nulla tutt’affatto contrario a ciò che aveva dapprima voluto o precedentemente pensato. L’errore nasceva ora dall’azione di un elemento di cui non aveva sospettato la presenza, ora da una svista nel computo del tempo, rivelatosi più retrattile o più estensibile che sugli orologi.

A vent’anni, si era creduto affrancato dalle consuetudini o dai pregiudizi che paralizzano i nostri atti e mettono i paraocchi all’intelletto, ma poi aveva passato la vita a racimolare soldo su soldo quella libertà di cui aveva creduto di possedere di prim’acchito il totale. Non si è liberi quanto si desidera, quanto si vuole, quanto si teme, fors’anche quanto si vive. Medico, alchimista, artificiere, astrologo, volente o nolente aveva indossato la livrea del suo tempo; aveva lasciato che il secolo imponesse al suo intelletto determinati tragitti.

Quell’uomo sul chi vive si era sorpreso a giudicare più odiosi i delitti, più imbecilli le superstizioni delle repubbliche o dei principi che minacciavano la sua esistenza o gli bruciavano i libri; inversamente gli era accaduto di esagerare il merito di un babbeo mitrato, con corona o tiara, il cui favore gli aveva permesso di passare dalle idee agli atti. La voglia di promuovere, di modificare o di guidare almeno un segmento della natura delle cose l’aveva trascinato a rimorchio dei grandi di questo mondo, qua e là erigendo castelli di carte o cavalcando fumi…

(Marguerite Yourcenar)
















sabato 4 agosto 2018

SCIVOLO' SUL GHIACCIO (12)





















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Quando Estelle... (11)

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Fuoco o Ghiaccio? (13)













Nei pressi era la nera colombaia neoclassica dove Mr Tod usava addestrare i suoi uccelli prediletti a imitare le danze dei dervisci sufi in trance. In tali occasioni egli portava stivali di canapa e di pelle d’alce non conciata e un Hubertusmantel di panno loden grigio chiaro. Era un uomo atletico sui cinquantacinque anni... ma non è mia intenzione descrivere il suo aspetto in queste note. Tutte le pareti Interne della sua casa erano dipinte a Tempera color avorio. Le imposte erano grigie; non c’erano tende. L’atrio era illuminato da un lampadario svedese a gocciole d’ambra anziché di cristallo. Il pavimento era un mosaico di pietruzze di diaspro e di calcedonio, provenienti dai ghiaioni del vulcano. In mostra su un tavolo a cavalletti c’erano due schioppi Purdey e un paio di portadispacci napoleonici di marocchino verde, usati adesso l’uno per le cartucce, l’altro per le mosche artificiali da trota. Intorno alle pareti erano disposti en trophée canne da pesca, raffi e l’attrezzatura di Mr Tod per tirar d’arco: un arco di legno di tasso fabbricato nel 1788 per lo Chevalier de Monville, un arco biriflesso mongolo e un bersaglio samurai dei Muromachi. Un paio di piccozze austriache erano incrociate sullo zaino più leggero che si possa immaginare, ricavato da strisce di vescica di foca e fissato a un’armatura di betulla laminata. La cucina e il bagno erano puramente funzionali; unica traccia di lusso un servizio di vasetti da toletta di porfido imperiale con il coperchio d’argento. A parte alcuni armadi a muro, il resto della casa era un’unica stanza, riscaldata da una stufa Rostrand di maiolica bianca. Il pavimento era un parquet di pino levigato. Il tappeto era tibetano e azzurro. All’estremità est della stanza c’era un paravento rivestito di tapa hawaiana di un pallidissimo arancione, e dietro ad esso il letto da campo metallico del maresciallo Ney, con le sue tende originali di taffetà verde tiglio. Sul retro del paravento erano appesi i pochi acquerelli e disegni, superstiti di una collezione ben più vasta, per i quali Mr Tod non nutriva adesso un’assoluta ripugnanza.




C’erano fra di essi: Gli stendardi di crine di cavallo di Solimano il Magnifico del disegnatore tedesco Melchior Lorch; La meccanica dell’ala di un’aquila di Jacopo Ligozzi; la miniatura di una sterna artica fatta da Mansur per l’imperatore Giahānghīr; un abbozzo, poche pennellate, della cava di Bibémus; ghiacci galleggianti di Caspar David Friedrich; il letto sfatto di Delacroix; e uno dei «cominciamenti di colore» di Turner, due nuvole cremisi in un cielo dorato. A parte uno scrittoio da viaggio del barone Vivant Denon e una chaise de camp d’acciaio, il mobilio della stanza era di poco conto. Mr Tod diceva di detestare ogni mobile che non stesse sul basto di un mulo. C’erano tuttavia due poltrone a origlieri con fodere di lino senza fronzoli. E su tre tavoli a tempera grigia era disposta la collezione di oggetti rari che Mr Tod, per un processo di eliminazione e per le esigenze di viaggio, aveva ridotto allo scarno essenziale. In nessuna delle opere d’arte si scorgeva l’immagine umana. Gli inventari sono una lettura tediosa; mi limiterò quindi a elencare un fang-i Shang di bronzo con la patina «a buccia di melone»; uno specchio magico di Norimberga; un piatto azteco con un fiore purpureo; il reliquiario di cristallo di uno stupa del Gandhara; un bezoàr montato in oro; un flauto di giada; una cintura di wampum; un falco Horus della prima dinastia, di granito rosa; e certi monili eschimesi, in avorio di tricheco, con figure di animali che per quanto stilizzati sembravano respirare. Devo tuttavia segnalare tre arnesi da taglio, poiché erano il tema di un saggio di Maximilian Todd, Die Ästhetik der Messerschärfe,  pubblicato a Jena nel 1941, in cui egli sosteneva che tutte le armi sono artigli o canini artificiali, e danno a chi le usa il piacere noto ai carnivori quando sbranano la carne viva. 




Questi arnesi erano: 1. Un’azza acheuleana di selce proveniente dalle ghiaie della Senna, con l’attrattiva supplementare di una montatura Louis Quinze in bronzo dorato e la dedica ‘Pour le Roi’. 2. Un pugnale germanico dell’Età del Bronzo, trovato dal padre di Mr Tod nello scavo di un tumulo a Ückermünde, sul Baltico. 3. Una lama di spada proveniente dalla collezione del suo amico e maestro Ernst Grünwald, datata 1279 e firmata da Toshiru Yoshimitsu, il più grande spadaio del Giappone medievale. (Un segno sulla lama indicava che la spada aveva eseguito felicemente, su un criminale, il movimento detto tai, un colpo dal basso in alto che tronca di netto il corpo dall’anca destra alla spalla sinistra). Né ometterò una descrizione di tre altri pezzi della stessa collezione Grünwald: una tazza da tè di Kōetsu intitolata Montagne in inverno; una scatola di scorza di betulla intrecciata della Tribù d’Oro della Manciuria; e un blocco di pietra blu-nera con segni verdi e l’iscrizione: ‘Questa pietra d’inchiostro con Occhi Morti proviene dal Vecchio Pozzo della Rupe Inferiore di Tuan Hsi e appartenne al pittore Mi Fei’. Nella scatola di scorza Mr Tod custodiva i suoi due beni più cari: una calligrafia del maestro zen Sen Sotan, con la massima: ‘L’uomo in origine non possiede nulla’; e un rotolo di paesaggio dello stesso Mi Fei – pittore di montagne simili a nuvole e di nuvole simili a montagne, ubriacone, petromane, intenditore di pietre d’inchiostro, odiatore degli animali domestici, che errava per i monti portando sempre con sé la sua inestimabile collezione d’arte. Le pareti della stanza erano nude; c’era soltanto, in cornice, una calligrafia turca su foglia d’oro, con un verso di Rūmī (Mathnawī, VI, 723): ‘Essere un morto che cammina, uno che è morto prima di morire’.




La biblioteca di Mr Tod – almeno, la sua parte visibile – non era una biblioteca nel senso corrente ma una raccolta di testi che avevano per lui un significato speciale. Erano legati in carta grigia e custoditi in una cassetta da viaggio di zigrino. Li elencherò nell’ordine in cui erano disposti, perché quest’ordine dà di per sé una certa idea della personalità del proprietario: il trattato di Cassiano sull’accidia; il poema irlandese antico La capanna dell’eremita; il saggio poetico di Hsien Yin Lung Sul vivere nelle montagne; un facsimile del De arte venandi cum avibus dell’imperatore Federico II; lo scritto di Abu’l Fazl su Akbar e i suoi piccioni viaggiatori; le Notes on the Colour of Water and Ice di John Tyndall; L’ironia delle cose di Hugo von Hofmannsthal; Landor’s Cottage di Poe; il Pellegrinaggio di Caino di Wolfgang Hammerli; il poemetto in prosa di Baudelaire con il titolo inglese Anywhere out of this World!; e l’edizione 1840 dell’Étude sur les glaciers di Louis Agassiz, con l’appendice di cromolitografie della Jungfrau e di altri ghiacciai svizzeri.

Dovrebbe essere chiaro, anche per il lettore più sbadato, che Maximilian Tod sono io!

La mia storia è priva di importanza.

Detesto le confidenze. D’altronde, sono convinto che un uomo è la somma delle sue cose, anche se alcuni fortunati sono la somma di un’assenza di cose. Qualche dato biografico può tuttavia giovare a mettere le mie acquisizioni in una sequenza cronologica.

Sono nato il 13 marzo 1921 nel palazzo di granito dei miei avi americani a Bucksport, Maine. (La casa conteneva un mediocre ritratto di Copley e una collezione di vasi attici che neanche da bambino eccitavano la mia cupidigia). Mio padre era Caleb Saltonstall Todd e mia madre Maria Gräfin Henkel von Trotschke, di Ückermünde, nella Prussia orientale. I Todd di Bucksport dovevano la loro fortuna all’esportazione di ghiaccio in India. I miei antenati tedeschi entrarono nella storia in seguito alle invasioni mongole. Mio padre era un discepolo di Madison Grant e citava di continuo Il tramonto della grande razza di quell’autore. Studente universitario a Harvard dal 1910, lesse e ingurgitò la filosofia razziale di Ernst Haeckel, i cui tentativi di spiegare la storia alla luce di un crudo determinismo biologico sono un affronto alla logica e al senso comune.




Nel 1912 Caleb Todd andò per la prima volta in Germania, dove il bell’aspetto gli valse molte conquiste. Il suo fascino celava una mente di eccezionale vacuità. A Harvard aveva preso interesse all’archeologia, e la lettura dell’iperbolica cronologia dell’Età del Bronzo germanica di Kossinna lo convinse che la razza ariana era nata, spontaneamente, nella Brughiera di Lüneburg. Rimase in America per la durata della guerra, ma nel 1919 tornò in Germania. Durante lo scavo del tumulo nella tenuta dei von Trotschke conobbe mia madre e la sposò. Le estati della mia infanzia si divisero tra il Maine e la vasta dimora neoclassica di Ückermünde, col suo panorama di acquitrini e di cielo e il suo atrio di frigide dee marmoree. Posso datare il mio entusiasmo per il ghiaccio azzurro da una visita, nel 1930, alla Kunsthalle di Amburgo, dove vidi il capolavoro di Friedrich, Il naufragio della Speranza. Questa passione si rafforzò nel 1934, quando per la prima volta posai gli occhi sulle guglie e i camini del ghiacciaio dell’Unter- Grindelwald. Nel giugno 1938 mia madre annegò in un incidente di barca nel golfo di Botnia, causa la viltà e l’inettitudine di mio padre come marinaio. Non lo rividi più. La mia istruzione era stata affidata a precettori privati: di conseguenza ero in tutto e per tutto un autodidatta. Nel maggio del 1937 pubblicai il mio primo saggio di storia dell’arte, sulla Battaglia di Alessandro di Altdorfer, della Pinacoteca di Monaco. Alcuni mesi prima avevo comprato da un antiquario di Rue du Bac il cavalletto metallico a rotelle su cui Napoleone si faceva portare il dipinto nella stanza da bagno alla Malmaison. Tema del mio saggio era l’espressione degli occhi di Dario, un misto di orrore e di amore, quando egli vede la lancia di Alessandro puntata su di lui nell’infuriare della battaglia. Quando fu dichiarata la guerra ero a Innsbruck, a prendere appunti per un articolo sulla Wunderkammer dell’arciduca Ferdinando nel castello di Ambras. Sapevo che gli Stati Uniti avrebbero combattuto a fianco degli Alleati, e corsi a Berlino. Grazie alle aderenze di mio nonno diventai cittadino del Reich. Scelsi la Germania per ragioni estetiche. La guerra era per me la suprema esperienza estetica dell’uomo, e questo l’avevano capito soltanto i tedeschi e i giapponesi. Soltanto loro capivano il carattere, la grana della guerra: combattere dall’altra parte era impensabile. Non che io o i miei amici presumessimo di vincere. L’entusiasmo isterico dell’Alto Comando non fu mai nostro. Combattevamo per ragioni inesplicabili a quei parvenu opportunisti: per noi, bolscevismo e nazionalsocialismo erano due facce di uno stesso fenomeno. Né  combattevamo per la Patria. Combattevamo solo per combattere.




…Combattevamo, in realtà, per perdere…

Esteticamente, perdere è sempre più sicuro.

A Berlino feci amicizia con Ernst Grünwald, segretario dell’Associazione per l’amicizia germano-nipponica. Egli aveva vissuto trent’anni in Giappone, dieci dei quali nel monastero Daitokuji a Kyoto. In Occidente soltanto lui capiva la qualità artistica che i giapponesi chiamano wabi. Letteralmente, questa parola vuol dire ‘povertà’, ma applicata a un’opera d’arte significa che la vera bellezza, ‘la bellezza che si distacca da questo mondo’, deve fondarsi sull’uso dei materiali più umili. Andai a vivere con Grünwald nella sua casa di campagna presso Eberswalde. Quell’estate, inebriati dal profumo dei fiori tardivi dei tigli, praticammo lo Zen tirando d’arco, mentre fuori dai cancelli rombavano i carri armati diretti in Polonia. Nel dicembre 1940 entrai nel 24° Panzerkorps; l’estate seguente invademmo l’Ucraina. Poco di voluttuario potei infilare nel mio carro, ma riuscii a portare con me i miei Purdey, alcuni volumi di Voltaire e la mia giacca da sera. Con l’amico Rainer von Hagenburg avevo convenuto di assistere in panni civili alla prima serata dei balletti del Bolscioi ribattezzato – uno spettacolo che, sapevamo, non avrebbe mai avuto luogo. Nessun aspetto dell’invasione mi deluse: la bellezza della caccia agli uccelli selvatici nelle paludi del Pripet; le vampate ossidriche dei lanciafiamme; il lucore giallo della faccia di un mongolo morto; gli altoparlanti sovietici che suonavano a tutto volume la marcia di Budënnyj su campi di grano da tempo abbandonati; i volti tesi ma felici degli aristocratici che ci accoglievano dopo ventiquattro anni di morte vivente.

Il 12 settembre 1942, nell’attacco a Stalingrado, una pallottola mi colpì all’inguine. Steso su una barella da campo, eliminai la ‘d’ finale dal mio cognome. Mi ripresi tuttavia dall’operazione. Von Hagenburg recuperò persino il mio Voltaire e i miei Purdey. Tornai, invalido, a Berlino. L’estate successiva mi trovò in Finlandia nella veste di esperto in materia di frattura del ghiaccio. A Rovaniemi conobbi Vaino Mustanoja, uomo di gusti mirabilmente affini ai miei. La sua descrizione dei ghiacciai patagonici m’infiammò di desiderio per l’Estremo Sud. Invidiavo la sua collezione di manufatti eschimesi. Mustanoja aveva costruito un padiglione dorico nella foresta. Interno ed esterno erano dipinti di nero e stampinati di lacrime argentee in memoria della stanza decorata dal regicida Saint- Just a Reims. Là, alla luce delle notti bianche, tremolante fra le betulle, cenavamo con salmone marinato, filetto di renna affumicato e frutti di rovo camemoro, conversando inesauribilmente fino al mattino.




Là fui altresì testimone della sua triste fine.

Ancora nel novembre 1944 il Führer andava importando colonne di porfido dalla Svezia, senza dubbio con l’intento di usarle per un monumento a se stesso, e ignaro senza dubbio che il porfido svedese non è un surrogato accettabile di quello egiziano. I suoi geologi erano incapaci di scegliere pietre di buona qualità. I miei servigi furono graditi. Partii per Stoccolma e portai con me i pezzi migliori della collezione Grünwald, salvandoli da sicura distruzione. Tramite un intermediario donai al principe ereditario una coppa a stelo appartenuta all’imperatore Hsüan Tsang. Mi fu concesso asilo. La coppa non fu una gran perdita: era, a mio parere, il solo errore di gusto di Grünwald. Nel 1945 diventai cittadino argentino e sotto lo pseudonimo di Mills iniziai la mia carriera accademica come glaciologo. In seguito tornai negli Stati Uniti, dove in università minori misi insieme un portafoglio di titoli insignificanti. Cominciai a lavorare alla mia ‘Tebaide raffinata’ nell’estate australe del 1947-48, ritenendo inevitabile, a quell’epoca, una guerra nucleare nell’Emisfero Nord.

Di poi passai almeno tre mesi all’anno nella mia valle, ma nel 1960, tra inflazione, costo dei trasporti e pretese ricattatorie dei burocrati cileni e argentini, il capitale che avevo collocato in banche svizzere si era molto assottigliato.

Conobbi Estelle Neumann nel 1962. Stava ammirando, al Peabody Museum, una teca di fiori di vetro. Mi disse di essere originaria di Trenton, New Jersey. Né Trenton né la sua ammirazione per i fiori mi stupirono. Trovai in lei un miscuglio ideale di talento e di incredibile stupidità.

Nella sua testa non penetrava mai un pensiero originale; tuttavia, essa aveva la sagacia di appropriarsi di ogni mio suggerimento come se fosse cosa sua. Ma i miei piani non hanno seguito il loro corso. Scrivo queste note in una baracca di lamiera nel deserto di Atacama. L’acqua mi sta finendo. Era mia intenzione stabilirmi per sempre nella mia valle; l’ho lasciata all’altrui saccheggio. Ho lasciato il mio giovane compagno. Ho lasciato le mie cose. Io, che con rigore beduino ho abolito la forma umana da ogni mio possesso... io, che ho fatto di tutto per difendere la mia retina dagli oltraggi visivi del XX secolo, ora sono anch’io preda di allucinazioni.

Facce rosse di donna mi sbirciano lascive. Umide labbra mi sbavano addosso.

Blocchi mostruosi di colore mi soffocano. Je dus voyager, distraire les enchantements assemblés dans mon cerveau.

…Un colore, in particolare, continua a tormentarmi: l’arancione della giacca a vento di Estelle Neumann, un attimo prima che le dessi la spinta…

(B. Chatwin)