giuliano

lunedì 20 marzo 2023

LUNEDI', ovvero, COME FU CATTURATO e CONSEGNATO ALLA SCIENZA











Precedente capitolo 


di Domenica  


Prosegue con 


Giochi di specchi (4/5)









Per due anni e passa sfuggì alla cattura, aggirandosi ai margini dei pensieri della gente come un cauchemar, e quando il mistral soffiava radente sui tetti e ululava nei camini, dicevano che era lui che agitava gli spiriti della foresta. Se spariva una gallina davano la colpa all’enfant, nonostante nessuno l’avesse mai visto consumare carne o potesse dire che sapeva cos’era; se pioveva troppo o troppo poco o se il grano era infestato dalle ruggini o le viti dagli afidi, le persone si segnavano e maledicevano il suo nome. 

 

Non era un bambino. Era uno spirito, un demone reietto come gli angeli ribelli, muto, allucinato e folle.

 

I contadini raccontavano di averlo visto fare capriole nei prati illuminati dalla luna, nuotare come un ratto nei fiumi, crogiolarsi al sole d’estate e correre tra le chiazze di neve che ricoprivano le colline d'inverno, incurante del freddo.

 

Lo chiamavano il Nudo. L’Animal o semplicemente il Selvaggio.

 

Intanto, lui frugava, scavava e seguiva il suo fiuto.




Essenzialmente, doveva solo sfamarsi e se razziava i campi come una qualsiasi altra creatura della foresta, correva i loro stessi rischi, finire in una trappola o farsi sparare addosso o bloccarsi spaventato dall’improvviso agitarsi di stracci di uno spaventapasseri. Comunque sia, la sua dieta non era certo adeguata, come si può immaginare, essendo costituita quasi interamente da vegetali, e in inverno pativa come gli uccelli. Però sopravviveva. E cresceva.

 

Bazzicando fra le aie, le concimaie e i fienili, si fece più audace, più rapido, più forte e i contadini cominciarono ad aizzargli contro i cani, ma lui era più furbo di qualsiasi cane e troppo scaltro per mettersi nei guai. Aveva forse capito che la gente era la sua tribù, così come istintivamente un orso si unisce agli altri orsi invece che alle volpi, ai lupi o alle capre?

 

Sapeva di appartenere al genere umano?

 

Doveva saperlo.




 Non conosceva le parole per formulare la frase, né aveva modo di pensare al di là del momento presente, ma crescendo divenne sempre meno una creatura della foresta e sempre più dei pascoli, degli orti, del limitare indistinto dove gli alberi e il maquis lasciavano il posto alle coltivazioni.

 

Poi arrivò l’inverno del…, che fu particolarmente rigido. A quell’epoca, diffidando della foresta di La Bassine e sempre vagando alla ricerca di nuove fungaie, uva selvatica o bacche e delle larve che estraeva dai tronchi marcescenti degli alberi, si era spostato verso la cima dei monti, dall'altra parte della piana fra Lacaune e Roquecézière, per poi ridiscendere nuovamente lungo il letto del Lavergne fino ad arrivare nei pressi del villaggio di Saint-Sernin. Erano i primi di marzo, forse aprile, e il freddo ancora stringeva ogni cosa nella sua morsa. Quando scese la notte, si fece una tana con i rami di pino, e dormì un sonno interrotto dai brividi e dalla fame che gli artigliava lo stomaco.

 

Alle prime luci del giorno si alzò e prese ad aggirarsi qua e là fra le zolle di qualche campo spoglio in cerca di qualsiasi cosa da mettere sotto i denti, tuberi, cipolle, stoppie e rimasugli di raccolti ormai vecchi, quando il suo sguardo fu attratto da qualcosa che si muoveva leggero nell’aria: del fumo, che si alzava sopra gli alberi dall'altra parte del campo. Era accovacciato a quattro zampe a scavare.




Il terreno era bagnato. Un corvo lo irrideva dagli alberi. Senza pensarci, senza sapere quello che stava facendo e perché, si alzò e trotterellò verso il fumo e la casetta da cui proveniva.

 

Lì viveva il tintore del villaggio, François Vidal, che era appena uscito dal letto e stava accendendo il fuoco per scaldare l’ambiente e prepararsi del porridge per colazione. Non aveva figli, era vedovo e viveva solo. Appese a seccare alle travi dell’unica stanza le erbe, i fiori e le piante di palude che impiegava per le sue preparazioni; era l’unico in tutta la regione capace di produrre un bon teint di porpora in lana d’agnello, utilizzando una sua tintura e un suo mordente, ed era per forza di cose estremamente riservato.

 

I suoi concorrenti volevano carpirgli i segreti?

 

Certo che lo volevano.

 

Lo spiavano?




Non poteva affermarlo con certezza, ma ne sarebbero stati capacissimi. Comunque, uscì in cortile verso il rozzo capanno in cui teneva la vacca, per darle da mangiare e mungerla, con l’idea di usare la panna per il suo porridge. Fu allora che vide qualcosa, l’ombra scura di un animale, muoversi in posizione eretta contro la terra bruna e lo sfondo degli alberi spogli.

 

Non era prevenuto. Non erano arrivate fino a lui le voci da Lacaune o dal villaggio vicino. E quando i suoi occhi misero a fuoco l’immagine e il cervello la registrò, vide che non si trattava di un animale, ma di un bambino, un fanciullo, sporco, nudo ed esposto alle intemperie e bisognoso.

 

Tese la mano.

 

Quindi seguì una prova di volontà. Visto che il fanciullo non reagiva, Vidal gli mostrò le mani, a palmo in su, per far vedere che era disarmato, parlandogli con voce bassa e suadente, ma il fanciullo sembrava non comprendere o non sentire. Da piccolo, Vidal aveva una sorellastra sorda, e in famiglia avevano elaborato un loro sistema di segni per comunicare con lei, che il resto del villaggio bollava come un mostro; in piedi al freddo, guardando il bambino nudo, quei segni cominciarono a tornargli alla mente. Se come sembrava il fanciullo era sordomuto, magari ai segni avrebbe risposto. Le mani del tintore, che mostravano le macchie del suo lavoro, si mossero in rapidi gesti eleganti, ma senza nessun risultato. Il fanciullo rimase impalato, gli occhi che passavano dal volto del tintore alla casa, la baracca, il fumo che si appiattiva e saliva nel cielo.




Alla fine, temendo di farlo fuggire, Vidal indietreggiò lentamente verso la casa, indicando la porta con un gesto accogliente, poi vi entrò lasciando la porta spalancata a mo’ di invito.

 

Finalmente, mentre il tintore era chino sul focolare e la vacca (Rousa) che non era stata munta, muggiva con un verso che pareva un segnale intermittente e lontano di un evento meteorologico sui colli, il fanciullo si avvicinò alla porta aperta e Vidal riuscì a vederlo bene.

 

Di chi era quel bambino, si chiese, che se ne andava in giro così come un animale, la sporcizia dei boschi incrostata in ogni poro della pelle, i capelli un groviglio di ramoscelli, lappole e foglie secche, le ginocchia e le piante dei piedi ricoperte di calli?

 

Chi era?

 

Era stato abbandonato?




Poi vide la cicatrice sulla gola del bambino e capì. Gli indicò il fuoco, la pentola annerita e il porridge di grano che vi si rapprendeva dentro, e intanto pensava alla sorella morta.

 

Circospetto, un passo esitante dopo l'altro, il bambino si avvicinò al fuoco. E con altrettanta circospezione, temendo che un movimento improvviso lo facesse fuggire dalla porta e tornare fuori nei campi, Vidal aggiunse legna nel camino finché le fiamme si levarono alte e dovette togliere la pentola, che mise a raffreddare sulla piastra davanti. La porta era sempre aperta. La vacca muggiva. Esprimendosi a gesti, il tintore offrì al ragazzo una ciotola di porridge, profumato e fumante, pensando, una volta conquistata la sua fiducia, di andare a prendere il latte e chiudere la porta. Ma il fanciullo non dimostrava alcun interesse per il cibo. Si muoveva in continuazione, oscillando avanti e indietro sui talloni, gli occhi fissi sul fuoco. A Vidal venne in mente che forse non sapeva cosa fosse il porridge, non conosceva ciotole e cucchiai né la loro funzione. Così gli fece dei gesti, mimando l’atto di mangiare come un genitore con un bebé, portandosi il cucchiaio alla bocca e assaggiando il porridge, masticando ostentatamente e deglutendo e addirittura passandosi una mano sulla pancia con un sorriso soddisfatto.




Il fanciullo rimase immobile. Se ne stava lì, a dondolarsi, affascinato dal fuoco, e così sarebbero rimasti per tutto il giorno se improvvisamente il vecchio non avesse avuto un’ispirazione. Magari c’erano cibi più semplici e meno elaborati, pensò, cibi della foresta e dei campi, che il bambino avrebbe accettato senza timori, bacche e cose simili. Si guardò attorno: non aveva bacche. Non era la stagione.

 

In un cesto addossato alla parete di fondo c’era però qualche patata che aveva portato su dalla cantina pensando di friggerle nel lardo per cena.

 

Con molta cautela, muovendo il corpo e le mani in modo da non allarmarlo, si alzò in piedi e lentamente, così lentamente da sembrare lui stesso un bambino che giocava alle belle statuine, attraversò la stanza verso il cesto. Sollevò il coperchio di vimini, e continuando la sua pantomima, alzò il cesto mostrandone il contenuto.




Era quello che ci voleva. Il bambino si avvicinò immediatamente, a pochi centimetri di distanza, emanando un odore di selvatico, come di muschio, e rovistò con le mani sul fondo del cesto fino a raccogliere fra le braccia tutte le patate, una dozzina o forse più, che poi buttò tra le fiamme tutte insieme.

 

Il volto era animato, gli occhi vivaci. Dalle labbra gli sfuggivano brevi gridolini soffocati, incomprensibili.

 

Nel giro di pochi secondi, il tempo che Vidal ci mise per andare alla porta e chiuderla, il fanciullo aveva allungato una mano fra le braci per prendere una delle patate ancora crude, scottandosi le dita. Iniziò ad addentarla all’istante, come se non avesse idea di cosa fosse la cottura. Appena ebbe finito, si sporse e ne prese un’altra e poi un’altra ancora, ripetendo la stessa sequenza di gesti, solo che ora le patate erano annerite fuori ma dure all’interno e le sue dita visibilmente ustionate.




Sgomento, Vidal provò a insegnargli a usare le molle, ma il fanciullo lo ignorò, anzi, peggio, il suo sguardo lo trapassava come se neanche esistesse. Il tintore gli offrì formaggio, pane, vino, ma lui non mostrava il minimo interesse, e solo quando gli venne in mente di versargli una ciotola d’acqua dalla caraffa che si trovava sul tavolo il bambino reagì. In un primo momento cercò di lappare l’acqua direttamente dalla ciotola, ma poi capì, se la portò alle labbra e la scolò fino all’ultima goccia; ne voleva ancora e Vidal, affascinato né più né meno che se una volpe si fosse alzata su due zampe e fosse andata a sedersi al tavolo con lui, continuò a versargliene finché non ne ebbe abbastanza. Dopo di che, nudo e sudicio, il ragazzo raccolse gambe e braccia al petto e cadde in un sonno profondo sulle pietre vicino al camino.

 

Per un bel pezzo, il tintore rimase semplicemente seduto lì, a contemplare quell’apparizione piombata nella sua vita. Di tanto in tanto si alzava ad alimentare il fuoco o per accendere la pipa, ma non mise mano a nessun lavoro, quel giorno. Pensava alla sorellastra, Marie-Thérese, una bambina minuscola con un volto incredibilmente espressivo; riusciva a dire più lei con il volto di quello che molte persone sanno fare con la lingua. Era nata dal primo matrimonio del padre con una donna che, dopo il parto di quell’unica figlia imperfetta, era morta di febbre puerperale e la madre di Vidal non l’aveva mai accettata. Era sempre l’ultima a ricevere il cibo e la prima a beccarsi uno schiaffo o uno scappellotto quando c’era qualcosa che non andava, e così cominciò ad allontanarsi per conto suo, senza gli altri fratelli, finché una sera non tornò a casa.





Lui aveva otto o nove anni, quindi lei doveva averne più o meno dodici. Trovarono il suo corpo in fondo a un burrone. La gente diceva che doveva essersi smarrita nel buio ed essere caduta, ma lui già allora, da bambino, non ci credette.

 

In quel momento Rousa muggì e lui sobbalzò.

 

Ma dove aveva la testa per lasciarla con le mammelle che scoppiavano? Si alzò alla svelta, si infilò la giacca e andò da lei. Quando tornò, il bambino era addossato contro la parete opposta, accovacciato e impaurito, e lo guardava come se non si fossero mai visti. Era tutto sottosopra, il tavolo rovesciato, i candelieri per terra, le piante, che aveva raccolto e messo accuratamente da parte, strappate dalle travi dove le aveva appese e sparpagliate qua e là. Cercò di calmare il fanciullo, parlandogli con le mani, ma non ci fu verso, a ogni suo movimento ne corrispondeva uno del bambino che, la schiena schiacciata contro il muro, manteneva la distanza fra loro, bilanciandosi sui piedi, pronto a lanciarsi verso la porta se solo avesse saputo che cos’era una porta. E le mascelle, le mascelle sembrava che stessero masticando qualcosa. Che cos’era? Cos’è che stava mangiando, un’altra patata? In quel momento il tintore vide la coda nuda di quella cosa che pendeva come un filo di bava dall’angolo della bocca del fanciullo, e i denti gialli che spolpavano quella pallotta di pelo grigiastro.




Se fino a quel momento aveva provato compassione, vicinanza e pietà, adesso il tintore provava solo disgusto. Era un vecchio, cinquantaquattro anni che era al mondo, e Marie-Thérese era morta da quasi mezzo secolo. Quelli non erano affari suoi.

 

Neanche un po’. Guardingo, circospetto, tutti i sensi all’erta come se si trovasse chiuso in gabbia con una belva famelica, indietreggiò verso la porta, sgattaiolò fuori e se la chiuse alle spalle.

 

Più tardi nel pomeriggio, mentre una pioggia fredda si abbatteva sulle strade di Saint-Sernin scrosciando sui campi, il bambino selvaggio venne consegnato alla scienza, e tramite la scienza alla celebrità.

 

Dopo aver fatto rotolare uno dei grossi calderoni di ferro che usava per le tinture contro la porta in modo da bloccarla, Vidal era andato dritto da Jean-Jacques Constans-Saint-Estève, il commissario di governo di Saint-Sernin, per fare la denuncia e affidargli la responsabilità della creatura rinchiusa a casa sua. Al commissario, un uomo che viaggiava in lungo e in largo per il distretto, erano giunte voci provenienti da Lacaune e dintorni ed era ansioso di vedere il fenomeno con i suoi occhi.




Ecco l’occasione, pensava (ammesso che quella creatura non fosse solo una frottola per bambini o una scimmia africana fuggita da qualche serraglio privato) di mettere alla prova la teoria del Buon Selvaggio di Rousseau. Quali idee innate aveva? Conosceva Dio e la Creazione? Qual era la sua lingua, la lingua che tutti gli uomini avevano portato con sé dall’Eden? O erano i versi degli uccelli e degli animali? Non stava più nella pelle. Il cielo si andava facendo scuro e non aveva cenato, ma cos’era la cena in confronto a ciò che significava quell’opportunità?

 

Prese Vidal per un braccio.

 

Portami da lui gli disse.

 

Quando il commissario, conclusa l’udienza con Vidal, corse fuori con lui sotto la pioggia per guardare quel prodigio con i suoi occhi, rimase sorpreso nel vedere la gente per strada, tutti diretti dove stava andando lui.

 

È vero, cittadino commissario?

 

chiedevano le persone.




Hanno catturato il bambino selvaggio?

 

Ho sentito,

 

…disse qualcun altro, e ormai era una folla, uomini, donne e bambini che arrancavano sotto la pioggia verso la casa di Vidal,

 

che ha sei dita per mano...

 

E per piede

 

…gli fece eco un altro.




E che ha gli artigli come un gatto per arrampicarsi sui muri.

 

È in grado di fare salti di cinquanta metri.

 

 Sangue, si ciba di sangue che succhia dalle pecore a mezzanotte.

 

Sciocchezze, sciocchezze,

 

 …disse una delle donne del villaggio, Catherine Thibodeaux, sbucata alle sue spalle, il capo coperto per il temporale,

 

è soltanto un bambino abbandonato. Dov’è il curato?

 

Andate a chiamare il curato.


(T. C. Boyle)






venerdì 17 marzo 2023

UN MONDO PERDUTO (Seconda parte)

 













Precedenti capitoli: 


D'un mondo perduto 


Prosegue con...: 


Lettera ai critici 


& Dialogo a tre 


in un Mondo perduto







La credenza nei Dèmoni e nel loro dominio sul mondo ebbe larga diffusione nei primi secoli. Si credeva inoltre che essi potessero impossessarsi dei corpi e delle anime degli uomini, e, in corrispondenza di ciò, la pazzia assumeva spesso questa forma, che i malati si ritenevano invasi da uno o più spiriti maligni. Questa forma di pazzia si manifesta talvolta anche ai nostri giorni, ma assai di rado, perché la credenza nei Dèmoni e nel loro potere è ormai generalmente spenta nelle sfere più colte. Ed è un fatto che le forme fenomeniche che la pazzia assume sono sempre dipendenti dallo stato generale della cultura e dalle idee dominanti della società.

 

Anche oggi, in certi ambienti nei quali è sempre fervida la fantasia religiosa e sempre forte altresì la credenza nelle influenze di spiriti maligni, si riscontra qua e là, come fenomeno sporadico, l’ossessione. Casi recenti hanno persino dimostrato che un esorcista religiosamente convinto può creare egli stesso nelle persone che lo avvicinano quella stessa ossessione che egli si propone di guarire. Inoltre l’ossessione è contagiosa. Basta che un caso si verifichi in un ambiente di persone disposte alla credulità, e che il malato stesso o il prete lo mettano in relazione col peccato in generale o con certe determinate colpe, perché tutto l’ambiente rimanga potentemente suggestionato.




Ponete poi che il prete ne faccia soggetto di predica, che egli rivolga al popolo parole terrificanti, gridando che il diavolo spiega in mezzo ad esso la sua potenza; e vedrete che al primo caso ne succederà tosto un secondo, un terzo, e così di seguito. Queste ossessioni sono accompagnate da fenomeni stranissimi, in gran parte ancora inesplicati. La coscienza del malato, la sua volontà e la sua sfera di azione si raddoppiano (e si sdoppiano). Con perfetta veracità soggettiva – naturalmente ci si mescolano sempre allucinazioni e deliri – egli sente sé stesso e sente di più in sé un secondo essere che lo stringe e lo domina. Egli pensa, sente e agisce ora come l’uno, ora come l’altro, e, penetrato come è dalla persuasione di essere non uno solo ma due, si sforza, sempre spinto da una necessità soggettiva, di confermare sempre più questa credenza in sé stesso e negli altri con le sue azioni esterne.

 

Forza autoingannatrice, scaltra attività e passività quasi assoluta si mescolano in strana guisa, completando il quadro di una malattia psichica, alla quale va unita, di regola, una suscettibilità estrema per la suggestione; per modo che si può ben affermare che anche oggi questa malattia si rida sovente dell’analisi scientifica, lasciando ognuno padrone di pensare all’azione di forze occulte e misteriose.




Ci sono in questo campo dei fatti innegabili, che pur tuttavia si ribellano a qualunque tentativo di spiegazione scientifica. Ma v’è di più: ci sono delle ossessioni dalle quali vengono colpiti soltanto gli uomini superiori; sublimi malati, che attingono dalla loro malattia una vita nuova, mai prima sognata, una energia che rovescia tutti gli ostacoli e crea lo zelo del profeta o dell’apostolo.

 

Certo il semplice annunzio della dottrina, la predicazione cristiana sola non basta per operare la guarigione. Dietro ad essa ci vuole una fede profonda, una persona trasportata da questa fede. Non è la preghiera che risana, ma la persona che prega, non la formula, ma lo spirito, non l’esorcismo, ma l’esorcista. Solamente quando il male – come siamo costretti a supporre di non pochi casi del II secolo – è diventato epidemico e quasi usuale, ed ha, per giunta, assunto un carattere, in certo modo, convenzionale, in questo caso soltanto possono bastare anche dei mezzi convenzionali.

 

L’esorcista fa allora la parte di magnetizzatore, o, se si vuole, egli è un ingannato che inganna. Ma allorché una forte individualità è tratta in inganno su se medesima dal Dèmone del terrore e della disperazione, e l’anima geme realmente nell’orrore della tenebra che la occupa, e alla quale essa vorrebbe sfuggire, allora è necessario che un’altra volontà forte e santa intervenga a liberarla. In ambedue i casi trattasi di ciò che i moderni, nel loro imbarazzo scientifico, nominano suggestione; ma altra cosa è la suggestione del profeta ed altra quella dell’esorcista di professione.




La credenza nelle influenze dei Dèmoni quale noi la troviamo nei libri più recenti del Vecchio Testamento greco, nel Nuovo Testamento e negli scritti giudaici dell’epoca imperiale, si sviluppò relativamente assai tardi presso gli Ebrei. Ma al tempo in cui furono scritti quei libri, essa era in pieno fiore. Nella stessa epoca all’incirca, essa cominciò a prevalere anche presso i Greci ed i Romani: come e perché ciò accadesse non è stato ancora ben chiarito. Certo, nessuno oserebbe affermare che la credenza nei Dèmoni, in quella forma che troviamo diffusa ovunque nell’impero del II secolo in poi, sia dovuta unicamente ad influenze giudaiche o cristiane, tuttavia, queste religioni avranno, senza dubbio, contribuito ad agevolare la recezione di quella credenza.

 

La caratteristica della credenza nei Dèmoni nel secolo II consiste anzitutto in questo, che gli strati sociali più bassi ed oscuri essa sale ai più elevati, penetrando anche nella letteratura, di guisa che essa va acquistando socialmente una importanza di gran lunga maggiore di prima; in secondo luogo, non c’è più accanto ad essa una pubblica religione forte e sincera, che sia capace di tenerla in freno; aggiungi che l’idea di Dèmone, per l’addietro concepito unicamente come potenza sovrumana, moralmente indifferente e indeterminata, si determina ora nel senso di potenza maligna; e, finalmente, è da notarsi l’applicazione individuale della nuova credenza, che porta seco come conseguenza anche la malattia psichica dell’ossessione.




Raccogliendo insieme questi momenti caratteristici, se ne induce che la straordinaria diffusione della credenza nei Dèmoni e la frequenza dei casi di ossessione si possono ricondurre all’azione combinata di queste cause fondamentali, ben note, cioè: il discredito in cui caddero le vecchie religioni nell’età imperiale; l’anarchia morale e l’abbandono in cui vennero a trovarsi gl’individui, messi ormai alle prese col proprio intimo e con la propria responsabilità. Non più trattenuto e regolato da alcuna tradizione, l’uomo errava tra i Frammenti senza vita delle vecchie credenze, tra l’ammasso caotico d’idee tramandategli da un mondo in decadenza, scegliendo, nella sua irrequietezza, or questa or quella, finché spinto da paura e da speranza, cercava un rifugio illusorio o cadeva addirittura nel regno dell’assurdo.

 

(A.V. Harnack, Missione e propagazione del Cristianesimo) 

 

Incompreso regno dei Misteri di cui Giuliano l’Apostata fu l’ultimo difensore, faro in difesa di quel mondo che rischiava il definito naufragio nel mare del ‘nuovo’ che avanzava ed appariva, al contrario, incomprensibile e contraddittorio nelle sue speculazioni filosofiche: principi e regole di vita che, ad un filosofo imperatore, dovevano equivalere ad il relativo naufragio dell’impero edificato sulla Legge nel nome dell’antico obbligo sacerdotale-regale di seminare ed amministrare il retto sapere - scritto nel superiore ideale - quanto la retta via nella coscienza di ogni popolo.




Dovere morale e spirituale non certo nuovo nel mondo greco a cui Giuliano faceva costante riferimento aggiungendo quel senso gnostico, e, a mio parere, Eretico in seno al nuovo che prevedibilmente procedendo nella propria ed altrui conquista escludeva l’antico nel calendario di come viene prospettata l’esigenza Storia, colta nel singolo frammentato avvento - e sottraendo - al Logos le ragioni da cui derivato e in eterna connessione Spirituale; in riferimento a dei principi antropologicamente quanto filosoficamente celati nel Mito, oppure dichiaratamente logici ed imprescindibili nelle loro asserzioni, ne ribadivano la paternità antropologica-storica non meno della superiorità logico-morale.

 

Rispetto ad un nuovo senso morale (cristiano) dichiarato un pericolo per l’impero, Giuliano posseduto dai sui innumerevoli Dèmoni cercava una speranza nuova per il vecchio che affogava o trasmutava in altro; dell’altro aveva compreso, in senso gnostico ed Eretico, che la lettura proveniva da una linea che attraversava un invisibile cielo spirituale, così come simmetricamente Sven Hedin studiava circa la precisa migrazione delle oche che osservava lungo il Viaggio, e forsanche celatamente meditava una più elevata spirituale migrazione, quindi invisibile congiunzione, di certo non ammessa allo Spirito del loro tempo costantemente vigilato e purgato - quindi sottratto - dai demoni di un diverso credo, ma che in quel Fiume - inconsciamente o no - percepiva come un contino inarrestabile fluire della Vita d’un incompreso occidentale divenire.




Prima di proseguire tale riflessione propongo un breve Frammento tratto da una Lettera di Giuliano l’Apostata tratta dagli archivi storici del Motta…* 

 

 * Il contrasto come maturata l’intera Storia del Sacro comporta anch’essa un tettonica a zolle, uno scontro geologico-stratigrafico, quindi procedendo quali maturi ricercatori circa la Divinità o il Primo Dio naufragato, o peggio ancora inabissato al valore disgiunto d’un Secondo scritto nell’intera Frazione dell’Universo, ci appare come un Opera certamente più coerente e corretta nei confronti - non solo della Storia - bensì sull’origine dell’intera materia dall’immateriale derivata; circa il valore Interdisciplinare di cui parte dell’Anima-Mundi (o Geni) composta nei costanti rapporti ‘relazionari’ di innumerevoli invisibili connessioni da cui - per ultimo - l’uomo dedotto.

 

Se procedessimo per singola ‘materia’, oppure inabissando strati del nostro comune passato, procederemmo né più né meno come qualsiasi colono; non vorremmo in questa sede rammentare il danno apportato alla Divinità come al Sacro dell’avvento mal impostato del Verbo per secoli ‘adottato e imposto’, quindi pregato e subordinato alla Ragione dell’uomo creato, riducendo a schiere di Dèmoni Diavoli - e successivi Eretici - quanto non del tutto compreso e dall’Uno specificato; ma purtroppo all’Unico (dio   dato in esclusiva ad un popolo e da me non eletto sovrano) ‘atto’ rapportato quale impropria equazione (o rivelazione) nel voler sottomettere quanto, almeno così specificato e odiernamente dedotto e tradotto, all’uomo (incaricato e di conseguenza) comandato, compresa Madre Natura per ordine rivelato del Dio in persona (??) raccolto dal Profeta in ‘esclusività divina’.

 

Con cui la Storia -  o meglio - il Sentiero in cui la Divinità il Sacro e la Dottrina si snoda e incammina (dalla crosta alla Cima del Grande Universo), e non solo circa l’interpretazione dell’intera Natura dedotta e posseduta dall’uomo all’ultimo Secondo approdato; ovviamente compresa la ‘materia’ detta ove si è conservato, oppure al contrario, cancellato ogni Elemento dato compreso il Sacro.

 

Ciò comporta a mio parere, medesimo ugual grado di Giudizio rilevare sé medesimo quando procediamo nell’analisi nel momento in cui ognuno si arreca l’improprio merito - o demerito - nell’atto dello stesso, tralasciando i gradi incompresi in cui l’immateriale esplicitato dal limite umano, in quanto sappiamo impossibile dedurre l’oggetto studiato - rapportato specificato e rilevato - attraverso seppur multiforme ingegno dato ed evoluto, escludendo l’incompreso linguaggio d’ogni forma vivente da cui nato.

 

La quale sappiamo altresì ‘atto’ non ancora specificato in quanto per sempre subordinato al primato umano dato dalla somma dottrinale del Dio pregato conseguentemente giustificata dalla successiva materia; come se il Dio pregato pensa agisce per opera del Profeta negando altri ed invisibili linguaggi con cui l’immateriale Primo Dio tende ad esprimersi e più specificatamente rivelarsi; in quanto ‘oggetto’ subordinato al giudizio d’un singolo evento disgiunto dall’intero Sentiero della Storia.

 

E di cui impossibilita - seppure nel più dotto linguaggio espresso - porre giudizio e merito nel danno costantemente arrecato posto in ugual ‘atto creativo’ meditare se medesimo; almeno che non si proceda includendo - ciò che per l’appunto - è stato rimosso e/o escluso - bandito unanimemente dalla nostra società come dalla vigilata Coscienza in nome e per conto del materiale progresso.

 

Sia questo economico oppure dottrinale, ‘simmetrico’ all’ultimo Secondo dato e con cui dedotto successivamente il Tempo della Storia ‘simmetrica’ alla propria geologica coscienza scritta in ogni gene sia della Terra che dell’umano derivato.

 

Sussiste quindi un preciso percorso così come per l’alpinista che volge lo sguardo dalla Cima nel momento in cui vuol spaziare con la propria Anima verso la Terra, se non dopo la difficile salita di ciò che sollevato per formazione e perfezione geologica da un unico Oceano di sapere ed ove leggere l’Uno da questa ispirato pregato e dedotto riportato alla più confacente equazione dell’uomo.

 

Quindi più la Verità e ogni contesto ove tratta, demonizzata e posta all’indice e indiscusso altrui contesto sociale circa il libero arbitrio che ‘vola e migra’, e ridotta - di conseguenza - alla mira dell’infallibile Giudizio del cacciatore, come dell’Inquisitore poi di ugual dottore di scienza dalla chiesa derivato, per ciò come imposta ‘infallibilità’ nei gradi della Storia sottratta alla dovuta Memoria (compresa la genetica da cui l’uomo nato all’ultimo Secondo), quindi maggiormente deformata cancellata negata e perseguitata; e più avremmo raggiunto e ottenuto in qual Tempo perseguitato (dall’umano ma non certo l’invisibile immateriale Divino cercato a cui aneliamo ed ispiriamo nel ricongiungimento dell’Intelletto) un reale Giudizio in merito grazie alla ricerca della Verità.

 

Semmai essere fedeli alla Natura intera per detto Giudizio che volando ne leggiamo l’oracolare voce, per tutti quegli anelli di congiunzione, ignorati o peggio, repressi in nome d’un falso intendimento dell’intero Sentiero della Divinità quanto del Sacro qui rimembrato in amore dell’Anima Mundi pregata, e il Dio che così bella la pur pensata quale eterno Pensiero non certo sottomesso all’ipotesi interpretativi del Verbo, semmai dedurre l’intero Sentiero per la Cima, soprattutto tutti quelli rimossi nel beneficio della stessa elevazione della Crosta fin su alla Terra Proibita…

 

(Giuliano, Un mondo perduto)







mercoledì 15 marzo 2023

PRIMA DELLA PAROLA (28)

 










Precedenti capitoli:


Prima della Parola (27) 






 

 

…Sull’altopiano tibetano vivono oltre cinquecento specie di uccelli, suddivise dagli ornitologi in tre vaste regioni naturali assai diverse per altitudine, clima e vegetazione: quella settentrionale – più estesa ma povera di specie -, comprendente l’altopiano desertico del Cianthàn (tib. Byang-thang) e la regione del lago Kokonor; quella occidentale, meridionale e centro-orientale, corrispondente a un altopiano esterno che comprende il lago Nam (tib. gNam-mtsho), sulle cui rive sud-orientali si estende una riserva di uccelli acquatici e migratori; e l’acrocoro sud-orientale del Kham ( tib. Khams). Gli studi sull’avifauna tibetana sono lontani dall’essere esaurienti. Il diplomatico e tibetologo scozzese Hugh Richardson - che visse in Tibet per nove anni - riteneva probabile che altre specie di uccelli sarebbero state rinvenute nei bacini superiori dei fiumi che percorrono l’altopiano tibetano e scendono a sud attraverso la barriera himalayana.

 

Durante il suo ultimo viaggio in Tibet, nel 1950Richardson scoprì nella valle del Lhotrak (tib. lHo-brag, un distretto della provincia meridionale dell’Ho-kha, confinante con il Bhutan) un atipico tratto di bosco deciduo, rifugio di diversi uccelli da lui in precedenza avvistati soltanto sul versante meridionale dell’Himalaya.




Secondo le credenze popolari tibetane, gli uccelli sono forieri di fertilità, e Richardson osservava che il fogliame degli alberi nei boschetti che circondano Lhasa raggiunge il suo massimo sviluppo soltanto dopo l’arrivo della maggior parte degli uccelli migratori. Anche nel ‘Bya chos rin-chen ’phreng-ba’‘La preziosa ghirlanda degli insegnamenti degli uccelli’ agli uccelli indiani e tibetani viene attribuita la funzione di fecondare il suolo. A tale compito si aggiunge tuttavia quello - dichiarato e ben più importante dal punto di vista della finalità dell’operetta - di fecondarlo spiritualmente trasmettendovi l’etica buddhista; è evidente il parallelo fra la migrazione degli uccelli dall’India in Tibet e i viaggi compiuti dai maestri indiani nel Paese delle Nevi per diffondervi la dottrina buddhista con la collaborazione dei maestri e traduttori tibetani.

 

Protagonisti della ‘Preziosa ghirlanda degli insegnamenti degli uccelli’ sono il cuculo e il pappagallo, ai quali si uniscono altri uccelli indiani e tibetani.




In India il cuculo compare come uccello regale nel ‘kunala-jataka’, il cinquecento-trentaseiesimo dei racconti in pali relativi alle esistenze anteriori del Buddha cui ho già fatto riferimento. In Tibet il cuculo - spesso chiamato ‘uccello turchese’ e ‘re degli uccelli’ - è tradizionalmente considerato sovrano dei pennuti, privilegio che nella ‘Preziosa ghirlanda degli insegnamenti degli uccelli’ condivide con l’avvoltoio. L’importanza assegnata al cuculo dai tibetani ha origini remote; prima dell’occupazione cinese, sul finire di ogni primavera - quando questo uccello migra in Tibet dalle regioni meridionali del Mon - un funzionario governativo soleva recarsi proprio nella valle di Yarlùn per accendere lampade a burro e porre cibo nel cortile di una cappelletta nei pressi della più antica dimora dei re tibetani, allo scopo di accogliere degnamente il cuculo che proveniva dal versante meridionale dell’Himalaya.

 

Nella letteratura tradizionale tibetana il cuculo appare nei Rotoli dei ministri, titolo dell’ultima sezione del bKa ’-thang-sde-lnga (La quintuplice serie di rotoli), un testo redatto originariamente nell’VIIII-IX secolo quindi nascosto, poi riscoperto ed edito a cura di O-rgycln-gling-pa (1 323/29-1 360/67) verso la metà del XIV secolo. 

(Lo bue)





Per meglio comprendere divario e Natura leggiamo qualche Frammento….



Nella lingua degli dèi e nella lingua di serpenti e demoni nelle lingue di vampiri e uomini, e nei linguaggi di ogni essere vivente, per quanti siano, in tutte le lingue io la dottrina ho insegnato.

 

Dunque, un tempo, anticamente - in questa fortunata èra -, sulla cima del monte Raratna-rga, chiamato ‘Prezioso [e] Piacevole’, ai confini tra India e Tibet, luogo di meditazione del grande realizzato Saraha – montagna ove dimoravano inoltre molti di coloro che si realizzano segretamente - appariva un bianchissimo splendore.

 

Là leoni e leonesse sedevano con aria altera ed esibivano criniere turchesi. Sui fianchi del monte - perfetti nella loro vastità a levante e a mezzogiorno – dimoravano uccelli di buon augurio, capeggiati dal gallo cedrone, e animali selvatici, quali cervi, baral e gazzelle, che saltavano per divertimento con animo tranquillo.

 

Mezzogiorno, ponente e settentrione erano abbelliti da foreste di alberi di sandalo e di numerose altre specie, come l’agalloco, il mirabolano chebulo, il mirabolano bellerico, il mirabolano emblico, il noce e la betulla. Belle erano nella loro eleganza le turchesi di rupi magnifiche ai quattro angoli di questo monte. lvi uccelli regali, come l'avvoltoio, re degli uccelli, e garuda, dimoravano esibendo la destrezza delle loro ali.

 

Su ogni lato della base del monte c’era abbondanza d’acqua: laghi e laghetti, polle sorgive, prati, sorgenti zampillanti dalla roccia, acque di ghiacciaio e freschi torrenti; qui il prezioso monte era adorno di vari uccelli acquatici, oche selvatiche, dam-bya e gracchi corallini, e sulle cime degli alberi era adorno di diversi uccelli dei boschi, pavoni, pappagalli parlanti, tordi e corvi.

 

Il nobile Avalokitesvara, allo scopo di insegnare la dottrina agli alati uccelli, si trasformò nel grande cuculo, re degli uccelli. Quindi rimase immobile in concentrazione giorno e notte per vari anni nel folto di un grande albero di sandalo. A un certo momento il dotto pappagallo giunse al cospetto del grande uccello e gli rivolse queste parole:

 

“Oh, grande uccello prezioso, perché da ormai un anno a questa parte, nella fresca ombra di un albero di sandalo, il [tuo] corpo siede accovacciato immobile, la parola non proferisce verbo, alla maniera di un muto, [e] il comportamento [è quello] di chi ha la mente corrucciata?

 

Mentre, grande uccello, emergi dalla tua contemplazione, ti prego di accettare i frutti che sono l'essenza dei semi!”

 

Così parlò.

 

Allora il grande uccello gli rispose con queste parole:

 

“Ahimè, ascolta! Oh pappagallo, esperto nel parlare, dacché io ho scrutato questo oceano del ciclo dell’esistenza, non ho trovato nulla che avesse una sostanza. Ho visto che la fine di questo corpo, che è nato, è di morire: a togliere la vita per [procurarsi] cibo e abiti ci si avvilisce.

 

Quanto ai castelli, ho visto che la fine di ciò che è stato costruito è di crollare: a innalzare terra e pietre con le mani ci si avvilisce. La fine delle ricchezze accumulate è di essere portate via dal nemico: a celare quanto l’avarizia ha accumulato ci si avvilisce.

 

La fine di parenti e amici uniti è di separarsi: ad affezionarsi ci si avvilisce.

 

Il destino dei figli che si sono cresciuti è di diventare nemici: a prendersi cura dei nati dal [proprio] corpo facendosene carico ci si avvilisce.

 

Parenti uniti e amici cari, figli cresciuti e ricchezze accumulate, sono tutti impermanenti, simili a illusioni. Poiché non c’è nulla che abbia una qualsiasi sostanza, ho rinunciato a ogni attività; poi, per realizzare lo scopo ultimo, nella fresca ombra di un albero di sandalo io son rimasto da solo, silenzioso:  senza distrarmi ho meditato in concentrazione.

 

A tutti quelli portati dalle ali, ai grandi uccelli, questo mio discorso tu riferirai!”

 

Così parlò.

 

Allora il pappagallo, esperto nel parlare, modulò un segnale a tutti gli uccelli e uccellini.

 

Tutti gli uccelli, gli uccelli indiani - guidati dal pavone -, gli uccelli tibetani - guidati dall'avvoltoio -, gli uccelli acquatici - guidati dall'oca -, gli uccelli dei boschi - guidati dal pappagallo -, gli uccelli di buon augurio – guidati dal gallo cedrone -, gli uccelli domestici – guidati dal gallo dal petto rosso -, e così via, si adunarono.

 

Poi vennero insieme alla presenza del grande uccello per chiederne gli insegnamenti. Quindi gli uccelli indiani, capeggiati dal pavone, sedettero in fila a destra; gli uccelli tibetani, capeggiati dall’avvoltoio, sedettero in fila a sinistra. Allora quel pappagallo, esperto nel parlare, si fece avanti in mezzo alle file e si prosternò tre volte gettandosi completamente a terra.

 

Poi rivolse questa richiesta:

 

“Oh, grande uccello prezioso, tu, tediato e disgustato del ciclo dell'esistenza! Ti preghiamo di pensare un poco a noi: noi, esseri oscurati dall’ignoranza, poiché [i frutti delle] azioni malvagie accumulate in passato sono maturati, siamo attaccati a questa sofferenza e la desideriamo. Chiedo la santa dottrina che libera dalla sofferenza. Chiedo la lampada che rimuove l’ignoranza. Chiedo gli insegnamenti della medicina che rimuove i tormenti emotivi. Per l’adunanza di uccelli qui riuniti in assemblea, pensando a quella, la santa dottrina chiedo”.

 

Così implorò.

 

Il grande uccello sbatté le ali tre volte.

 

Poi fece questo discorso:

 

“Cucù!

Uccelli qui riuniti, ascoltate senza distrarvi, cù!

Io farò in tre parole un discorso franco, cù!

Riflettete seriamente su impermanenza e morte, cù!

Non commettete alcuna azione nociva, cù!

Producete buoni pensieri virtuosi, cù!

Nella vita presente e futura la [triplice] Gemma è il rifugio, cù!

La sua venerazione è la radice delle benedizioni, cù!

Supplicatela ininterrottamente, cù!

La felicità di questa vita è un sogno, cù!

Lasciate perdere ogni attaccamento a qualunque cosa, cu!

Quanto alle azioni, mettete zelo [nel] compierle, cù!

Con ciò si realizzerà una felicità duratura, cù!

Gli elementi prodotti sono del tutto relativi, cù!

Ponete la vostra mente in uno stato di non azione, cù!

L'intento del Vittorioso è proprio questo, cù!

Per sette giorni meditate su tali precetti, cù!

Poi venite al mio cospetto, cù!”

 

Così parlò!

 

(Bya chos rin-chen  ’phreng-ba zhes bya-ba

bzhugs-so)


[Prosegue con il capitolo completo]