giuliano

mercoledì 19 aprile 2023

DA ADULTI...

 









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DA ADULTI (negli stessi anni, caccia all’orso)

 

 

 

 

Nel 1899 o 1898 dopo l’obbligo scolastico ho fatto le mie scelte sono partito alla caccia all’Orso, vi racconto qualcosa, accomodatevi e bevete un bicchierino, il liquore lo faccio io, lo distillo dalle patate…

 

Ho fatto realizzare diverse trappole per orsi dal nostro fabbro locale e ho iniziato così come cacciatore di orsi visto che con le lepri si guadagna poco, e sono andato da solo. Dopo essere stato fuori con il signor Harris, presi alcune preziose lezioni sulla cattura di orsi e altri animali. Ho costruito un buon accampamento di tronchi sul ramo occidentale di Pine Creek e sono andato a catturare e cacciare senza compagno o compagna, ma dopo essere stato al campo la prima stagione ho comprato un cane da pastore che aveva un anno.

 

Ho così scoperto che un buon cane intelligente non è solo un compagno, ma anche prezioso e indispensabile per la caccia. Ho notato che alcuni trapper non vogliono  cani sostenendo che sono fastidiosi. Questo perché il cane non è stato adeguatamente addestrato.




Per tornare alla cattura degli orsi: nella località in cui stavo catturando, non erano molto abbondanti se non in stagione, quando c’era un raccolto di faggiole, anche se c’erano poche altre baracche, come castagne e ghiande. Tuttavia, in alcune stagioni ci sarebbe un’abbondanza di amarene di cui gli orsi sono molto ghiotti. Misi tre trappole alla testata di un ampio bacino dove c’erano tre o quattro sorgenti e il giorno dopo regolai l’equilibrio delle mie trappole per orsi; poi ho costruito alcuni ‘dead-falls’ per i procioni e alcune trappole d’acciaio per la volpe.

 

Poiché avevo visto diverse orme fresche di orso attraversare il ruscello, dove avevo sistemato le trappole per i procioni, la mattina del terzo giorno dopo aver posizionato le prime tre trappole per orsi, ho pensato che sarei andato a prendermi cura di loro. Erano a circa un miglio e mezzo dal campo e quando sono arrivato in vista della prima trappola ho visto che avevo un orso. Puoi essere certo che mi sono sentito di nuovo un potente cacciatore. Ero più contento per questo orso che per l’ottavo orso che avevamo catturato quando ero con il signor Harris, perché ora ero io il cacciatore e non il signor Harris.





L’orso era una femmina di buone dimensioni.

 

Era diventata veloce solo a breve distanza dal punto in cui era stata tesa la trappola. Ho sparato e scuoiato l’orso, poi ho tagliato la carcassa in quarti, ho piegato un alberello e vi ho appeso un quarto dell’orso.

 

Dopo aver appeso tre quarti in questo modo, lasciandone uno da portare al campo, presi i polmoni e il fegato e li misi nel recinto delle esche. L’esca era stata mangiata tutta ed ero abbastanza sicuro che fosse stato fatto dopo che l’orso era stato catturato, poiché un orso perde immediatamente l’appetito dopo aver messo il piede in una buona e robusta trappola. Mi aspettavo davvero di trovare un altro orso in una delle altre trappole dato che non erano molto distanti, ma le altre trappole erano intatte.




 La mattina dopo ho pensato di prendere un’esca dal campo e di innescare la trappola dove avevo messo le frattaglie dell’orso, temendo che se fosse arrivato un orso non avrebbe mangiato l’esca che era nel recinto. Puoi immaginare la mia sorpresa quando sono arrivato in vista della trappola per vederne un altro inchiodato.

 

Dopo aver ucciso l’orso ho rimosso le interiora e ho iniziato a trascinarlo verso il campo. Era un cucciolo e potevo portarlo senza squartarlo. Stavo per partire per il campo quando ho deciso che sarei andato alle altre trappole. Se fui sorpreso di vedere il primo cucciolo, lo fui doppiamente, perché c’era un altro cucciolo impigliato nella trappola.

 

Pensi che mi sentissi solo felice?

 

Beh, questo non era un aggettivo adatto; ero al settimo cielo!




Ho sparato a questo cucciolo e senza aspettare di vestirlo ho fatto un veloce passo verso l’altra trappola per vedere se c’erano altri orsi ma lì non c’era niente. Gli ultimi due orsi, credo fossero i cuccioli del vecchio orso che avevo catturato la sera prima. Ho passato l’intera giornata a portare gli orsi al campo. Per un po’ di tempo non ho avuto più problemi, anche se ho avuto l’opportunità di imparare molto su di loro.

 

Alcuni giorni dopo aver preso il vecchio orso e i cuccioli, trovai il recinto dell’esca in una delle trappole abbattute da un orso che aveva abboccato e non aveva fatto scattare la trappola. Dopo aver scoperto che l’esca era sparita, ho pensato che tutto ciò che avrei dovuto fare era rendere la penna dell’esca un po’ più forte in modo che l’orso non potesse abbatterla così prontamente per afferrare l’esca. Non pensavo che un orso non conoscesse alcuna nozione di ‘trappologia’, poiché l’esperienza che ho avuto finora nella loro cattura è che ne sapevano poco più di una trappola di maiale, anche se in seguito ho scoperto che mi sbagliavo di grosso.   




                         

                           

ANDIAMO ALLA GUERRA! 

 

 

È una stramaledetta guerra ma qualcuno deve pur farcela vedere. La nostra non è solo una macabra curiosità da sbattere in dispacci o foto sensazionalistiche: di questo conflitto sappiamo quasi tutto ed è giunta l’ora di guardarlo dritto negli occhi.

 

È una mattina col solito sole che non scalda ma che almeno schiarisce tutto il cielo. Clint viene a bussarci alla porta: ‘Ho preparato una squadra di uomini che vi porterà a visitare i luoghi degli ultimi combattimenti’, annuncia orgoglioso.





La prima tappa è un villaggio nei pressi di Novyi Svit, nelle campagne a sud di Donetsk. Accanto alle prime case c’è un grande tank distrutto, letteralmente carbonizzato e martoriato da una gragnuola di colpi. Il miliziano pingue inizia a declamare la sua biografia mentre con Clint monta sullo scheletro del carro armato iniziando a raccogliere qualche rimasuglio, utile a chissà cosa:

 

‘Io sono russo’,

 

…dice,

 

‘non abitavo qui. Ho deciso di unirmi alla milizia perché ho sentito che i miei fratelli avevano bisogno di aiuto. Io ero nella Marina russa, avevo un lavoro e una famiglia: ho deciso di lasciare tutto’.




È uno dei tanti volontari stranieri presenti in questi battaglioni. Ha le orecchie a sventola e uno sguardo convincente. Inizia a raccontare della grande battaglia che ha avuto luogo dove ora stiamo camminando. Apre lo sportello posteriore del tank e mostra l’interno carbonizzato: tra la cenere e la ruggine – assicura – ci sono ancora i resti umani dei soldati ucraini che facevano da equipaggio al mezzo.

 

L’esplosione – dice – li ha letteralmente disintegrati.

 

‘Durante quei giorni ho dovuto fare i conti con la morte dei miei più cari amici’,

 

…aggiunge.

 

‘Funziona così: il dolore dura per un po’, poi sparisce. Ci fai l’abitudine. Smetti di soffrire e continui a combattere’.




Dal villaggio si fanno avanti altre due persone: un vecchio sulla sedia a rotelle accompagnato da un ragazzo in rigoroso silenzio. Si avvicinano a noi, ci chiedono chi siamo. La lotta si consuma accanto alla vita quotidiana. I due ci indicano le case. Sono a meno di cento metri. Loro vivono lì ma sono rimasti soli, perché quasi tutti i vicini sono andati via.

 

‘Ieri è tornata l’acqua, seppur razionata’,

 

dicono,

 

‘ma dopo le otto di sera va via. Però tutto quello che è stato distrutto va ricostruito: qualcuno dovrà pure cominciare’.




 Con dignità l’uomo dal ciuffo bianco in carrozzella ci invita nella sua casa dove un caffè ancora può offrircelo. Però i nostri ciceroni di trincea non sono d’accordo: hanno paura di un’imboscata. Il tassista è già rintanato nella sua auto. Così Clint può finalmente ripetere la sua formula preferita:

 

‘Go, go!’

 

Sempre in carovana raggiungiamo il centro del villaggio, un paio di chilometri più in là. Le auto inchiodano di fronte a un edificio interamente raso al suolo: era il supermercato locale.

 

Ci facciamo strada a fatica in mezzo alle mura crollate in un delirio di calcinacci, pezzi di metallo e vetro. Ci sono ancora i frigoriferi e i cartelloni pubblicitari mezzi coperti dalle macerie. E poi, buchi infiniti sulle pareti, schegge di esplosioni lungo l’entrata in ferro. Di fronte, una serie di villette a schiera tutte perforate. Doveva essere un garage quello caduto sopra ai resti di una Mercedes.

 

Ci avviciniamo.




Accanto all’edificio ci sono un uomo e una donna.

 

Ci salutano e ci invitano a entrare: erano i proprietari sia del supermercato distrutto che della casa bombardata. Un vitigno ha resistito alle bombe e l’uva è ancora buona. La donna tira fuori il cellulare per mostrarci le foto di com’era il luogo prima della tragedia. Il marito ci racconta di come la Mercedes sepolta dalle macerie sia l’ultimo acquisto fatto con i risparmi di quando qui si lavorava e viveva. Invece ora si cerca di capire come sopravvivere ed eventualmente ricostruire. Non se la passano meglio i vicini.

 

Stanno spalando.




Ci sono solo i muri divisori perché i tetti sono stati spazzati via. A differenza dei proprietari del supermercato che hanno un piccolo stabile dove ancora possono vivere, queste persone non hanno potuto conservare nulla delle proprie case. Allora si spala, si riempiono carriole di massi per fare pulizia e provare a recuperare beni rimasti sotto cumuli di polvere. Una processione di rovine e silenzi. Un labirinto in cui gli occhi sgranati compiono azioni meccaniche per ritrovare oggetti di valore o semplici ricordi. Non c’è da appellarsi al fato o ad altro. È la rabbia della guerra che, in fondo, rende tutti colpevoli.




Vorremmo chiedere altre informazioni alle persone di questo quartiere: vorremmo sapere dell’intensità dei bombardamenti, dei disagi per la mancanza di gas, acqua ed elettricità, di come hanno vissuto questi ultimi mesi. Vorremmo ma non c’è tempo: i tre miliziani ci ributtano in auto. Ci conducono in piena campagna in un posto che si chiama Starovieshevo, qualche chilometro più a sud: il nostro primo ex campo di battaglia. Da queste postazioni in collina l’esercito ucraino controllava l’area che arriva fino a Donetsk. È un campo sterminato: il vento ne scalfisce il silenzio mentre accarezza le cicatrici della guerra. Sarebbe meglio non camminare troppo lontano dalla strada. Il rischio di mine inesplose è altissimo. I nostri tre Caronte, tuttavia, sembrano non badare troppo alle precauzioni. Ci portano per campi mentre raccolgono metallo, mimetiche da ricucire e medicamenti avanzati.




‘Gli ucraini erano trincerati qui e noi li abbiamo presi di spalle’,

 

racconta il russo.

 

‘Loro hanno iniziato a spararci però ci siamo spinti lo stesso verso le loro postazioni. Così sono scappati’.

 

La sua dissertazione sulla strategia militare finisce qui.

 

Il terzetto continua a saltellare qua e là frugando senza sosta tra buche e trincee, fino a quando tra i rifiuti abbandonati dall’esercito ucraino non spunta un’immagine sacra. Attorno c’è di tutto: documenti con visite mediche di soldati, siringhe con anestetici, proiettili esplosi, elmetti arrugginiti.




Il ragazzotto russo sembra commuoversi, raccoglie l’icona e la bacia.

 

Chiude gli occhi, borbotta una preghiera e ripone l’immagine nella tasca della sua striminzita mimetica.

 

Clint nel campo aperto del fronte ha inesorabilmente perso il controllo della scena surclassato dall’irruenza del russo. Decide così di imporsi nuovamente dando improvviso sfoggio delle sue capacità militari.

 

Sgancia una bomba a mano.

 

Tutti a terra ed esplosione immediata.




Clint mostra l’orizzonte col solito ghigno e giù di kalashnikov: una raffica che entusiasma solo Graziano. Il suo passato da militare gli fa gonfiare il petto, così scatta la spudorata richiesta:

 

‘Faccio una raffica anche io!’.

 

Clint fa un sorriso beffardo.

 

Lui, giovane e forte al cospetto di un cinquantenne con gli occhiali da studioso può giusto concedere un giro in giostra. Qualche dritta su come impugnare l’arma e raccomandazioni a noi tutti di stare bene indietro. In realtà Graziano sa il fatto suo: spara con precisione e, a differenza di Clint, riesce persino a centrare l’obiettivo. La performance colpisce anche il russo che, nel frattempo, è rimasto a guardare.

 

Esaltato ci chiama a sé.





Ritorniamo alle auto, dove improvvisamente si è scatenato il circo. Il miliziano con la bandana arancione ha iniziato a tirare i suoi coltellacci contro una tavola di legno.

 

Graziano, dopo gli incitamenti da caserma, tira fuori dal portafoglio un distintivo che regala adrenalina a tutti:

 

‘Io ho fatto l’addestramento alla scuola Russia rincorrevamo lepri…’,

 

annuncia,

 

‘ero con i paracadutisti dell’esercito dell’Unione Sovietica quando ancora c’era il Muro di Berlino’. 

(Reportage dall’Ucraina)








domenica 9 aprile 2023

LO STATO DI SALUTE DEL NOSTRO PIANETA,ovvero, LE POLVERI (il racconto della Domenica)

 










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su Giove







AMBIENTI DIVINI 

 

In conclusione, i dati sperimentali indicano che l’immagine corporea della Sindone verosimilmente si formò in seguito alla liberazione di un’energia di tipo elettrico breve quanto a durata (forse soltanto qualche frazione di secondo), ma molto intensa: l’effetto corona può rispondere a questi requisiti.

 

Dal punto di vista strettamente scientifico, è stata proposta qualche idea su come possa essersi verificato l’effetto corona nel Santo Sepolcro. Le varie ipotesi si basano però su eventi poco probabili: un fulmine globulare (ma non è immediato spiegare come questo possa essere entrato in un sepolcro scavato nella roccia e per di più chiuso esternamente da una grande pietra), effetti piezoelettrici connessi a terremoti (ma non risultano strati quarziferi nel sottosuolo di Gerusalemme in grado di provocare questi effetti), ionizzazione causata da radon (ma non è facile spiegare come questo gas radioattivo possa generare campi elettrici così elevati da produrre l’effetto corona).




A questo punto occorre porsi alcune domande essenziali: è davvero necessario spiegare tutto con la sola scienza, che di per sé è circoscritta, in quanto basata sul limitato sapere umano?

 

È sufficiente limitare il ragionamento a uno stretto positivismo razionalista, oppure è più opportuno in certi casi – là dove non si riesce a spiegare quello che si tocca con mano – ampliare il ragionamento a considerazioni più metafisiche?

 

Ci sono infatti altre informazioni che non possono essere trascurate per il solo fatto di non essere ‘scientifiche’.

 

Per esempio, i Vangeli riportano una descrizione particolareggiata della passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo che risulta pienamente coerente con tutti i dettagli che si riscontrano sulla Sindone, anzi questa arricchisce la narrazione di dettagli scientifici non ritenuti essenziali dagli evangelisti. In coerenza con i Vangeli, si può supporre che l’immagine si sia formata durante la risurrezione di Cristo. In altre parole non è difficile supporre che un sottoprodotto della risurrezione sia stato quell’intenso campo elettrico che produsse l’effetto corona e quindi la ‘fotografia’ di Gesù Cristo durante quel preciso istante.



 

La Sindone potrebbe addirittura fornirci qualche informazione sul processo legato a tale evento. Dalle analisi computerizzate risulterebbe che nel sepolcro si formò improvvisamente un intenso campo elettrico con direzione verticale, causato da una fonte di energia posta al di sopra del lenzuolo che avvolgeva il cadavere, cui seguì un insieme più complesso di fenomeni.

 

Senza addentrarci in discorsi teologici, sembra comunque interessante una correlazione di tali fenomeni con il ‘razzo di fuoco’ descritto dalla mistica Maria Valtorta, costituito di luce che ‘penetra nel Corpo steso sotto le sue bende funebri’ dopo essere rimasto ‘sospeso nell’aria’ del sepolcro. Tale meteora potrebbe essere entrata nel sepolcro, per ridare vita al corpo esanime, agendo dall’alto della cavità, secondo quanto ipotizzato dai modelli computerizzati basati sull’effetto corona.




Per convincerci che la Sindone avvolse il corpo di Gesù e fu testimone diretta della sua risurrezione, riportandone impressa la ‘fotografia’ scattata in quell’istante, è opportuno a questo punto dilatare la nostra indagine al campo dell’iconografia. Innumerevoli prove documentano infatti che, sin dai primi secoli dell’arte cristiana, il prototipo della raffigurazione del volto e della figura di Cristo si fonda sull’immagine sindonica. 

 

L’ECOSISTEMA 

 

Nell’ambito del progetto di ricerca dell’università di Padova, una particolare attenzione è stata rivolta all’indagine sistematica, mediante il microscopio elettronico SEM (Scanning electron microscope), delle polveri aspirate dalla Sindone, quelle fra cui, come abbiamo visto, sono state individuate molte fibre di tessuto sindonico. La borsista Caterina Canovaro ha accuratamente analizzato numerose microparticelle di origine animale, vegetale e minerale, con un diametro compreso fra 3 e 30 millesimi di millimetro circa, con l’obiettivo di effettuarne una classificazione e di trovare un possibile riferimento ad ambienti nei quali le informazioni storiche documentano l’esposizione della Sindone.




Le polveri analizzate provengono dai filtri di aspirazione utilizzati sulla Sindone nel 1978 e nel 1988. Nel primo caso, una sonda dalla particolare bocchetta venne inserita nell’intercapedine fra il retro del lenzuolo e il tessuto d’Olanda di rinforzo, aspirando dalla reliquia polveri corrispondenti a diverse aree dell’immagine corporea (mani, volto, glutei e piedi dell’immagine dorsale); nella seconda circostanza si prelevarono polveri dalla zona dell’angolo di tessuto scelto per l’esame al carbonio.

 

Le polveri sono state poi prelevate dai filtri con uno speciale nastro adesivo al carbonio e sono state successivamente metallizzate con oro per proteggerle dal fascio di elettroni proveniente dal SEM. Dato che la procedura di metallizzazione è invasiva, alcuni campioni sono stati lasciati sul nastro adesivo per essere invece analizzati con il microscopio ESEM (Environmental scanning electron microscope), che ha il pregio di analizzare direttamente il campione, ma il difetto di produrre immagini a risoluzione inferiore a quella del SEM. Durante le analisi è stato inoltre utilizzato un particolare spettroscopio EDS (Energy dispersive X-ray spectroscopy), in grado di fornire utili informazioni sulla composizione chimica elementare della particella analizzata, per poter accertare se essa sia di origine organica o inorganica.




Le particelle analizzate sono state studiate a differenti ingrandimenti (superiori anche a 6000 volte), in modo da poter riconoscere la morfologia dettagliata del campione in esame. È stato così possibile riconoscere alcuni granuli di polline, granuli corrispondenti a spore, funghi e muffe (moltissimi, a dimostrazione di un pesante attacco biologico alle fibre di lino nel corso dei millenni), innumerevoli granuli di origine minerale e numerose particelle di origine vegetale. Notevole è stato il ritrovamento di qualche raro campione di origine umana, forse anche attribuibile al contatto dei fedeli.

 

Nelle polveri sono state trovate anche particelle rosso-brunastre di origine organica che possono essere ricondotte a fluidi corporei, prevalentemente sangue. Date le loro dimensioni di pochi millesimi di millimetro, non è facile classificarle.




 Il professor Baraldi dell’università di Modena ha comunque condotto l’analisi Raman su diverse particelle rosse e alcune di esse hanno evidenziato la presenza di emoglobina, tipica appunto delle sostanze ematiche. Una particella rossa è stata invece montata su uno stub – un particolare piattino in alluminio usato per analisi SEM – ed è stata fotografata al microscopio ottico. La superficie dello stub contenente il granello rosso è stata poi metallizzata, in modo da eseguire un’analisi parallela al microscopio elettronico collegato a uno spettrometro EDS. La dottoressa Canovaro, che ha eseguito l’analisi, ha confermato l’origine organica della particella e ha evidenziato la presenza di silicio, magnesio, sodio, cloro, calcio e ferro, elementi tipici del sangue umano.

 

L’analisi del materiale vegetale è stata svolta amplificando specifiche sequenze geniche e intergeniche tipiche del genoma plastidiale (cloroplasti) e nucleare (cromosomi) per l’identificazione delle specie di appartenenza. I frammenti di Dna sono stati moltiplicati mediante una tecnica molto diffusa nei laboratori di genetica, chiamata ‘reazione a catena della polimerasi’, utilizzata per copiare ripetutamente e rapidamente molecole di Dna. Quindi sono stati sottoposti a sequenziamento per acquisirne la struttura nucleotidica e infine impiegati per l’interrogazione delle principali banche dati mondiali di geni e genomi.




‘Fondamentalmente’ spiega il professor Barcaccia ‘l’approccio seguito per il riconoscimento degli organismi che hanno lasciato il proprio Dna nella Sindone si potrebbe riassumere con la battuta: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”; cioè: “Sequenza di Dna, svelami a quale gene sei più simile e ti dirò a quale specie o genere appartieni!” ’. In effetti, dalle analisi di laboratorio è stato possibile ottenere un centinaio di campioni amplificati e per circa sessanta di questi si è ricostruita la sequenza nucleotidica, identificandone l’appartenenza alle ventiquattro specie vegetali riportate nella tabella che segue.

 

‘Il primo dato rilevante’ prosegue Barcaccia a commento di tali risultati ‘è che circa due terzi delle specie vegetali identificate a partire dalle sequenze di Dna isolate dai reperti della Sindone sono di origine e/o diffusione asiatica, africana ed europea. Se è vero che la specie quantitativamente più abbondante è l’abete (specie del genere Picea), pianta tipicamente diffusa nelle regioni temperate e boreali dell’emisfero nord del nostro pianeta, è altrettanto vero che sono state identificate diverse specie molto diffuse nei Paesi del bacino del Mediterraneo, inclusa la Palestina, come il trifoglio (Trifolium repens e Trifolium fragiferum) e il loglio (Lolium multiflorum).




Delle venti sequenze di Dna attribuite al genere Picea, ben diciotto sono riconducibili all’abete rosso (Picea abies). Il Dna di abete rosso è pertanto quello più comune rivenuto nella Sindone.

 

Rilevante è anche la presenza di alcune specie il cui luogo di origine è rappresentato dall’Asia centrale, Cina in particolare, come una forma di pero (genere Pyrus) e una di susino (genere Prunus) aventi un’area di diffusione molto ampia che va dal Sudest europeo al Medio Oriente.

 

Per questi generi della famiglia delle Rosaceae, le sequenze di Dna appartenenti a Pyrus identificate nella Sindone sono, con alta probabilità, riconducibili alle specie Pyrus cossonii, un piccolo albero nativo dell’Algeria, e Pyrus syriaca, un albero di pero diffuso in Turchia, Siria, Iran e nelle regioni del Caucaso.




Particolarmente interessante è una specie descritta come nativa della Palestina, la piantaggine (Plantago lanceolata), rinvenibile in una forma simile e geneticamente indistinguibile (Plantago argentea) pure nella regione dei Balcani e nell’area circumalpina. Inoltre, sono emerse anche specie usate a fini alimentari, come la cicoria (Cichorium intybus), il luppolo (Humulus lupulus), il cetriolo (Cucumis sativus) e la vite (Vitis vinifera), da secoli coltivate in molti Paesi.

 

Varie sono anche le specie riconducibili ad alberi forestali, come carpino o betulla (genere Carpinus), noce (genere Juglans) e salice (genere Salix), i cui centri di origine sono collocabili principalmente in Asia centrale e orientale e la cui diffusione è ormai da secoli ampia ed estesa anche in Europa’.




Un fattore comune a buona parte di queste specie, sia erbacee che arboree e forestali, è la loro origine e diffusione nelle regioni temperate e tropicali dell’Asia mediorientale e dell’Africa settentrionale.

 

Sulla base di questi interessanti risultati, Barcaccia sottolinea: ‘Si può dunque ritenere che la Sindone sia stata esposta a molti ambienti di diverso tipo. La variabilità di forme vegetali (erbacee e arboree, di interesse agrario e forestale, di uso alimentare e ornamentale…) è compatibile con zone geografiche fortemente diversificate, che possono variare dalle pianure coltivate alle montagne incontaminate.

 

Analogamente, sulla base delle epoche conosciute di introduzione di alcune specie dalle Americhe e dall’Asia orientale, si può affermare che la Sindone nel tempo abbia seguito un percorso estremamente variabile.




Infatti, alcune specie hanno il loro centro di origine e diversificazione nelle aree attorno al bacino del Mediterraneo, inclusa l’Africa del Nord, e molte di queste specie sono ampiamente diffuse in tutta l’Europa da prima di Cristo. Altre specie fra quelle identificate sono invece state introdotte in Europa soltanto nel XVI secolo, dopo la scoperta dell’America (per esempio l’acacia e la melanzana). Infine alcune specie, come quelle dei generi Prunus e Pyrus, provengono dall’Asia centrale e mediorientale e verosimilmente sono state introdotte nei Paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo non prima del XIV secolo’.

 

L’abete, dettaglia il professore, merita una discussione a sé, poiché il Dna di questa specie è quello di cui la Sindone è più ricca:

 

‘Questo albero occupa zone di alta collina e di montagna, ad altitudini comprese tra i 400 e i 2100 metri sul livello del mare: il suo areale europeo è ampio ma frazionato, caratterizzato da quattro sub-areali più o meno collegati tra loro, situati rispettivamente sui rilievi della Germania centro-meridionale, nei Carpazi, sulle catene montuose centro-settentrionali dei Balcani e lungo la catena delle Alpi, soprattutto orientali. In particolare, la sequenza, identificata nelle banche dati, più simile a quelle ricavate dal Dna della Sindone appartiene a un albero di abete rosso proveniente dalle Alpi svizzere.




Tali sequenze, che a livello nucleotidico differiscono in modo inequivocabile da quelle di abete rosso depositate nelle banche dati e annotate con la provenienza centro-nord europea (per esempio Romania e Polonia) e nord-est asiatica (per esempio Cina e Giappone), hanno accumulato mutazioni puntiformi che farebbero pensare a una loro antica origine’.

 

L’analisi al microscopio ottico e al microscopio elettronico ha poi rilevato la presenza di diverse particelle di origine organica del diametro di pochi millesimi di millimetro che non sembrano di origine vegetale e che potrebbero essere riconducibili a particelle di pelle umana. È interessante sottolineare che non sono stati trovati risultati di Dna riconducibili ad animali, segno quindi che la Sindone non dovrebbe esservi entrata in contatto.




Sono state raccolte invece evidenze sperimentali che dimostrano la presenza di Dna umano. Così chiarisce il professor Barcaccia: ‘Le informazioni acquisite mediante procedure di sequenziamento di ultima generazione hanno permesso di identificare con certezza tracce di Dna appartenente a più individui geneticamente differenziati. L’analisi dell’aplotipo [la combinazione di varianti, nella sequenza del Dna su un particolare cromosoma, che tende a essere trasmessa in blocco, N.d.A.] e dell’aplogruppo [un gruppo di aplotipi tra loro differenti, ma originati da un medesimo aplotipo ancestrale, N.d.A.] di appartenenza per ognuna delle sequenze rinvenute nella Sindone potrà rivelarsi utile per definire le popolazioni genetiche e per formulare ipotesi sulle loro origini etniche’. 

 

Fra i principali obiettivi dell’analisi delle polveri sindoniche c’è stata la verifica della presenza di polline e in particolare di granuli tipici della flora che vive in zone coerenti con il cammino storico della Sindone. Negli anni Settanta suscitarono infatti opinioni contrastanti le dichiarazioni fatte dal famoso palinologo svizzero Max Frei che spiegò di avere trovato, analizzando campioni di polvere prelevati nel 1973 e nel 1978 con nastri adesivi posti a contatto con il telo, la conferma del percorso della Sindone da Gerusalemme fino in Francia e poi a Torino.




Purtroppo Frei morì nel 1983, prima di concludere questi studi, lasciando senza risposta alcuni dubbi sul metodo da lui utilizzato per identificare genere e specie dei vari granuli pollinici rinvenuti sui suoi nastri adesivi. Inoltre, fu accusato di avere pubblicato fotografie al SEM di granuli pollinici che non provenivano dalla Sindone. Questa accusa trova però risposta nel fatto che in quegli anni era comune l’uso di pubblicare un rapporto scientifico con foto di granuli pollinici rappresentativi di quelli studiati, migliori come qualità rispetto a quelli rinvenuti nel corso della ricerca, deteriorati dalla procedura di estrazione dal collante del nastro adesivo.

 

Sui campioni di Frei si trovano mediamente uno o due granuli per centimetro quadrato; ma all’inizio del nastro, dove la pressione esercitata durante il prelievo era maggiore, i granuli sono ovviamente presenti in maggior numero. In certi casi però le quantità risultano enormi: più di 160 granuli in 2 cm2 su un nastro prelevato vicino ai rivoli di sangue del braccio sinistro e addirittura più di 275, sempre su 2 cm2, in un altro proveniente da una zona vicina alla fronte. La maggiore percentuale di polline in prossimità del volto, rispetto a quella del resto del lenzuolo, confermerebbe il dato storico secondo cui a Edessa fu esposta solo l’area del volto.




Dei 58 tipi diversi di polline identificati da Frei, 25 sono di piante che non crescono in Italia e in Francia, mentre sono diffuse in Palestina poiché tipiche di luoghi aridi o sassosi (fra queste l’Anabasis aphylla, la Gundelia tournefortii, l’Haloxylon persicum, l’Haplophyllum tuberculatum Juss., la Suaeda aegyptiaca, la Tamarix nilotica).

 

Polline di piante tra le più frequenti attorno al Mar Morto è quello della Prosopis farcta, della Reaumuria hirtella e dello Zygophyllum dumosum, mentre il polline di Acacia albida e di Fagonia mollis si riferisce a piante molto diffuse anche nella valle del Giordano. Quello di Hyoscyamus aureus e di Onosma orientalis è di piante che fioriscono a Gerusalemme in aprile sulle mura della vecchia cittadella. Due granuli sono di piante che non esistono né in Europa occidentale né in Palestina, ma una di esse, l’Atraphaxis spinosa, esiste a Urfa (Edessa) e l’altra, l’Epimedium pubigerum, esiste a Istanbul (Costantinopoli), luoghi dove la Sindone soggiornò nel suo lungo cammino.




Frei sottolineò che i granuli pollinici da lui analizzati derivavano da piante a impollinazione entomofila (trasporto da parte di insetti) e non anemofila (trasporto da parte del vento). Da notare che il 95% della produzione di una pianta si deposita in un raggio di circa cento metri attorno a essa, mentre il restante raggiunge al massimo qualche decina di chilometri, come potrebbe essere stato nel caso della presenza di polline proveniente da regioni desertiche della Palestina quali il Negev e la zona del Mar Morto. Secondo alcuni, invece, questo polline potrebbe essere stato trasportato a Gerusalemme dal vento khamsin, che spira da sud-est in primavera e in autunno, mentre altri pensano che potrebbe essere stato raccolto dalla Sindone durante una sua permanenza nelle aree desertiche vicine a Gerusalemme.




In ogni caso, riguardo alla tesi su una provenienza europea della Sindone, è assai improbabile un trasporto di polline per 2500 chilometri dalla Palestina all’Europa e sarebbe addirittura miracoloso che i venti avessero portato sulla Sindone più polline dal Medio Oriente che dalle circostanti aree europee.

 

…In particolare alcune di queste particelle provengono dal deserto del Sahara, i cui venti investono molte aree della zona mediterranea, fra cui proprio Gerusalemme…

 

È degno di nota il fatto che molte di queste particelle provengano dalla sabbia del deserto portata dai venti che soffiano spesso in Palestina, ma che altre particelle siano tipiche della zona geologica che caratterizza Gerusalemme (per esempio calcite, dolomia e gesso). Il ritrovamento di tali polveri è coerente con l’ipotesi che la Sindone sia stata distesa su una pietra tombale di questa città, ovviamente contaminata dalle polveri calcaree della cavità naturale, e con il fatto che il lenzuolo avvolse un uomo sul cui corpo era presente terriccio, dovuto presumibilmente anche a una o più cadute, secondo quanto la tradizione ci riferisce a riguardo della salita di Gesù Cristo sul Calvario. 

(Fanti/Gaeta)


[PROSEGUE CON IL CAPITOLO COMPLETO]