giuliano

domenica 10 maggio 2015

IL TEMPO E LA MEMORIA (17)


















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Il Tempo & la Memoria (16)

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Il Tempo & la Memoria (18)














... Sterminio mostrava al mondo intero nel modo più chiaro come si potevano liquidare i problemi delle minoranze e degli apolidi.
(H. Arendt - Le origini del totalitarismo)

 Eichmann non assisté mai a fucilazioni in massa, non seguì mai il processo dell’asfissia né la selezione degli idonei al lavoro che dal campo di concentramento precedeva l’uccisione. Vide appena quel tanto che gli bastava per sapere con esattezza come funzionava quel meccanismo di distruzione per sapere che c’erano due diversi metodi di esecuzione, la fucilazione e l’asfissia; che la prima era effettuata dagli Einsatzgruppen e la seconda era praticata nei campi o in camere o in camion a gas; e che nei campi vigeva tutta una complicata procedura per ingannare le vittime fino all’ultimo momento. No, lui non si era mai trovato in pericolo immediato di morte, e poiché aveva sempre fatto il suo dovere e obbedito a tutti gli ordini che gli venivano dati cosa di cui era ancora orgoglioso, aveva fatto del suo meglio per aggravare, non per ridurre le conseguenze del torto. L’unica attenuante che invocò era che aveva cercato di evitare il più possibile inutili brutalità nell’eseguire il suo lavoro; ma questa era un’attenuante che contava ben poco, anche perché, ammesso che egli dicesse la verità, evitare inutili brutalità era una delle istruzioni che gli erano state date dai suoi superiori. …Le azioni di stato che la giurisprudenza tedesca chiama con espressione più eloquente non perseguibili ovvero atti di alto valore sociale, non punibili, si fondano su un esercizio del potere sovrano, e restano quindi completamente al di fuori del campo giuridico, mentre tutti gli ordini e comandi, almeno in teoria, sono sempre sotto il controllo giudiziario. Se quelle che Eichmann aveva commesso erano ‘azioni di stato’, allora nessuno dei superiori, e meno di tutti Hitler, poteva essere giudicato da un tribunale. La teoria delle azioni di Stato si accordava così bene con le concezioni generali del dottor Servatius, che non c’è da stupirsi se questi ritenne di doverla nuovamente invocare.  …Un memoriale in cui gli si diceva che nel prossimo inverno gli Ebrei non avrebbero più esser nutriti, e gli si chiedeva se per caso non fosse più umano uccidere con qualche mezzo sbrigativo gli ebrei incapaci di lavorare: questo sarebbe comunque più opportuno che lasciarli morire di fame. In una lettera di accompagnamento, indirizzata al Caro camerata Eichmann, l’autore del memoriale ammetteva: ‘queste cose suoneranno forse fantastiche, ma sono perfettamente realizzabili’.
L’ammissione dimostra che il mittente non conosceva ancora il ben più fantastico ordine del Fuhrer… …Era impossibile tener segreta l’uccisione di tanta gente; la popolazione tedesca delle zone in cui sorgevano quegli istituti se ne accorse e ci fu un’ondata di proteste, da parte di persone di ogni ceto che ancora non si erano fatte un’idea oggettiva della natura della scienza medica e dei compiti del medico. Nell’Europa orientale lo sterminio col gas, o, per usare il linguaggio dei nazisti, il modo umanitario di concedere una morte pietosa iniziò quasi il giorno stesso in cui in Germania fu sospesa l’uccisione dei malati di mente. Gli uomini che avevano lavorato per il programma di eutanasia furono ora inviati a oriente, a costruire gli impianti per distruggere popoli interi e questi uomini erano scelti o dalla Cancelleria del Fuhrer o del ministero della sanità del Reich, e solamente ora furono messi, amministrativamente, sotto il controllo di Himmler. (H. Arendt - La banalità del male)





Nostra una nuova simmetria…

 Più passano gli anni privi di documenti scritti e più è difficile raccogliere le sparse testimonianze dei superstiti. Essi ci dicono che processi fasulli furono intentati fin dai primi anni dell’esistenza DELL’ISTRUTTORIA: Se agli intellettuali di Cechov, sempre ansiosi di sapere cosa sarebbe avvenuto fra venti-quarant’anni, avessero risposto che entro quarant’anni ci sarebbe stata in Russia un’istruttoria accompagnata da torture, che avrebbero stretto il cranio con un cerchio di ferro, immerso un uomo in un bagno di acidi, tormentato altri, nudi e legati, con formiche e cimici, cacciato nell’ano una bacchetta metallica arroventata su un fornello a petrolio, schiacciato lentamente i testicoli con uno stivale e, con forma più blanda suppliziato per settimane con l’insonnia, la sete, percosso fino a ridurre un uomo a polpa insanguinata, non uno dei drammi cechoviani sarebbe giunto alla fine, tutti i protagonisti sarebbero finiti in manicomio. E non soltanto i personaggi cechoviani, ma nessun russo normale dell’inizio del secolo, ivi compresi i membri del Partito social-democratico dei lavoratori, avrebbe potuto credere, avrebbe sopportato una tale calunnia contro il luminoso futuro. …Non è giusto, non è esatto. Nei vari anni e decenni, l’istruttoria basata sull’art. 58 non è QUASI MAI stata fatta per appurare la verità, ma è consistita soltanto in una inevitabile sporca procedura: la persona poco prima libera, a volte fiera, sempre impreparata, doveva essere piegata, trascinata attraverso una stretta conduttura dove i ganci dell’armatura le avrebbero dilaniato i fianchi, dove le sarebbe mancato il respiro, tanto da costringerla a supplicare di uscirne all’altra estremità, e questa l’avrebbe gettata fuori come indigeno bello e pronto dell’Arcipelago, della terra promessa. (Lo sprovveduto si ostina immancabilmente, crede che esista anche una via di ritorno dalla conduttura.) Più passano gli anni privi di documenti scritti e più difficile raccogliere le sparse testimonianze dei superstiti. Essi ci dicono che processi fasulli furono intentati dai primi anni dell’esistenza degli organi, perché fosse sentita la loro insostituibile, incessante opera salutare, altrimenti, con il calo dei nemici, gli Organi - non sia mai detto! - si sarebbero atrofizzati.
…E. Dojarenko ricorda ancora l’anno 1921: deposito degli arresti della Lubjanka. 40-50 tavolacci. Tutta la notte è un continuo affluire di donne. Nessuna conosce la propria colpa: sono prese per nulla. …Nel Dizionario ragionato di Dal’ è data la seguente distinzione: ‘L’indagine si distingue dall’istruttoria in quanto la prima viene fatta per assicurarsi preventivamente se esistono motivi per procedere alla seconda’.
Oh, sancta simplicitas!
Gli Organi non conobbero mai nessuna indagine. Elenchi mandati dall’alto, il primo sospetto, la delazione d’un informatore o anche lettera anonima portavano all’arresto e all’immancabile imputazione. …Il nesso è semplicissimo: giacché occorre arrivare a qualunque costo a una imputazione, sono inevitabili minacce, violenze e torture e più fantastica l’accusa, più crudele dovrà essere l’istruttoria per estorcere la confessione. E, poiché le cause fasulle sono sempre esistite, sono esistite sempre anche le violenze e le torture; non è una particolarità dell’anno 1937, è una caratteristica costante, generale. Ecco perché è strano leggere oggi in certe memorie di ex detenuti che - le torture furono autorizzate dalla primavera del 1938.
(A. Solzenicyn - Arcipelago Gulag)




 Due uomini vigorosi e robusti portarono un cavalletto nel mezzo della camera. Quest’orribile strumento di legno, fatto a forma di truogolo, largo abbastanza da contenere il corpo d’un uomo, non aveva altro fondo che un bastone sul quale il corpo si curava per effetto d’un meccanismo, dimanieraché il paziente aveva la testa più bassa dei piedi. I tormentatori alzarono la povera donna mezza morta, poscia le legarono le membra con corde di canape. La vittima li lasciò fare senza mettere un grido. Ma l’inquisitore essendosi avvicinato ad essa per esortarla nuovamente a confessare il delitto di cui veniva accusata, l’infelice protestò di nuovo la sua innocenza.
(P. Tamburini - Storia generale della Inquisizione)




…Come i boia medioevali i nostri giudici istruttori, procuratori e magistrati acconsentirono a vedere la prova decisiva di colpevolezza nella sua ammissione da parte dell’accusato. Tuttavia quell’ingenuo Medioevo, per estorcere la confessione voluta, ricorreva a drammatici e pittoreschi mezzi: la fune, la ruota, il fuoco, la trebbia di ferro, l’impalamento. Nel secolo ventesimo invece, ricorrendo all’evolutiva medicina e alla non poca esperienza carceraria si è ritenuto tale concentrazione di mezzi vigorosi superflua e ingombrante nel caso di applicazione in massa.
…I reali confini dell’equilibrio umano sono molto limitati e non occorre affatto il cavalletto o il braciere per ridurre l’uomo medio a uno stato d’irresponsabilità.

 PROVIAMO A ENUMERARE ALCUNI DEI PROCEDIMENTI PIÙ SEMPLICI CHE STRONCANO LA VOLONTÀ E LA PERSONALITÀ DEL DETENUTO SENZA LASCIARE TRACCE SUL SUO CORPO.

Cominciamo dai metodi psicologici.

1) Iniziamo dalle notti stesse. Perché l’opera diretta a stroncare le anime si svolge principalmente di notte? …Perché il detenuto non può più essere equilibrato, strappato dal suo sonno abituale.
2) Persuadere della sincerità del tono.  ‘… Lo vedi da te, una pena la dovrai scontare comunque. Ma se resisti, perderai la salute qui, in prigione, ci lascerai la pelle. Se invece andrai in un lager vedrai l’aria, la luce …Firma subito, dammi retta…’.
Molto logico. È ragionevole chi acconsente e firma, altrimenti…
3) Grossolano turpiloquio. Espediente semplicissimo, ma può agire assai bene su persone educate, raffinate, di delicata costituzione.
4) Colpo del contrasto psicologico. Improvvisi voltafaccia. Essere estremamente cortesi durante l’intero interrogatorio …Poi di punto in bianco minacciarlo…
5) Umiliazione preventiva. Nei famosi sotterranei della GPU di Rostov (nr. 33) sotto gli spessi vetri del marciapiede i detenuti in attesa di interrogatorio erano costretti a sdraiarsi bocconi nel corridoio comune per diverse ore col divieto di sollevare la testa o emettere qualsiasi suono.
6) Qualsiasi espediente atto a sgomentare il detenuto.
7) Intimidazione. Minacce di trasferimento in un'altra prigione peggiore…
8) La menzogna. Noi, gli agnelli, non dobbiamo mentire, ma il giudice istruttore mente di continuo e quegli articoli non si riferiscono a lui. Abbiamo a tal punto perduto ogni criterio che non chiederemo: cosa sarà fatto a lui se mente? …L’intimidazione con allettamenti e menzogne è il metodo preferito per agire sui parenti dell’arrestato, chiamati a deporre quali testimoni.  ‘Se voi non farete queste deposizioni (quelle che occorrono) ne soffrirà lui… Lei lo rovinerà. Solo firmando questo documento (e subito lo si presenta) lo potete salvare (e rovinare!).
9) Gioco sull’affetto per i familiari. …: ‘Arresteremo (rovineremo) vostra figlia e la metteremo in una cella con delle sifilitiche’. ‘…Ti confischeremo la casa e butteremo per la strada le tue vecchie…’.
(A. Solzenicyn - Arcipelago Gulag)




‘Impenitente! impenitente!’ esclamò il grande inquisitore con sembiante tristo e desolato. A tali parole, due uomini robusti girarono con forza un randello di legno che, serrando le corde colle quali la vittima era legata, la strinsero esse con tanta violenza che il sangue spruzzò fin sui carnefici. La sventurata mandò un grido d’agonia, debole, ma lacerante; sarebbe si detto che tutta la sua forza di soffrire fosse espressa in quel grido. I tormentatori asciugarono freddamente col rovescio della loro larga manica il sangue di cui era macchiata la loro cappa.
(P. Tamburini - Storia generale della Inquisizione)




 …Ma voglio dire ancora questo…

Le torture, anche i procedimenti più blandi, non sono necessarie per ottenere le deposizioni dei più, per azzannare con i denti di ferro gli agnelli impreparati e ansiosi di tornare al focolare domestico. Troppo impari è il rapporto delle forze e delle posizioni.

…MA L’ISTRUTTORE MACELLAIO NON CERCA LA COERENZA, CERCA SOLTANTO DUE O TRE BREVI FRASI. LUI SA BENISSIMO COSA VUOLE. NOI INVECE SIAMO TOTALMENTE IMPREPARATI.

Un altro principio della nostra istruttoria è quello di privare l’imputato anche della conoscenza delle leggi. Viene presentata la conclusione dell’accusa a proposito: ‘Ci metta la firma’. ‘Non sono d’accordo’. ‘Firmi’. ‘Ma io non ho nessuna colpa!…’ ‘Lei è accusato secondo gli articoli 58-10 parte 2 e 58-11 del codice penale della rsfsr. ‘Firmi!’. ‘Che cosa dicono questi articoli? mi faccia leggere il codice’. ‘Non l’ho qui’. ‘Se lo procuri dal capo del reparto’. ‘Non lo ha neppure lui’. ‘Firmi’. ‘Ma io chiedo di vederlo!’. ‘Non siamo tenuti a mostrarglielo, è scritto per noi, non per voialtri. Del resto lei non né ha bisogno, glielo spiego io: questi articoli sono precisamente ciò di cui è accusato. E anche adesso le chiediamo di firmare, non che è d’accordo con quanto ha letto, ma che è stata notificata l’accusa’.
…La solitudine o meglio l’emarginazione e l’isolamento della persona sottoposta a istruttoria! Ecco un’altra condizione per il successo di un’istruttoria ingiusta. L’intero apparato deve abbattersi su una volontà isolata e angustiata. Dal momento dell’arresto e per tutto il primo periodo d’urto l’ideale sarebbe che il detenuto fosse solo (uno solo…): nella cella, nei corridoi, sulle scale, nell’ufficio, non deve mai incontrare un suo simile, non deve poter attingere conforto, consiglio, sostegno, in nessun sorriso, nessun riguardo. Gli Organi fanno di tutto per oscurargli il futuro e deformare il presente. …Esagerare le possibilità di fare scempio di lui e dei suoi, i propri diritti di graziarlo.
…Abbiamo detto: ‘l’ideale sarebbe che il detenuto fosse solo’. Ma dato che le prigioni traboccavano nel 37 (come pure nel 45), questo principio ideale di solitudine del neoarresto non poteva essere osservato. Quasi dalle prime ore egli si trovava in una cella comune stipata. Questo presentava certi vantaggi che compensavano i difetti. L’affollamento eccessivo non solo sostituiva la strettezza del box d’isolamento ma finiva per essere una tortura di prim’ordine, senza alcuno sforzo da parte dei giudici istruttori, il detenuto era torturato dagli stessi suoi compagni. …Il mio giudice istruttore non doveva quindi inventare nulla, cercava solo di gettare il cappio su chiunque avesse scritto a me o avesse ricevuto da me una lettera. Solevo esprimere con insolenza, con sfida, i miei pensieri sovversivi in lettere ad amici e amiche, e questi chissà perché, continuavano a scrivermi. Anche nelle loro lettere si trovavano qua e là espressioni sospette. …E che soprattutto al mio pigro giudice istruttore non venisse in mente di frugare nel maledetto carico che avevo portato nella stramaledetta valigia, nei molti taccuini del mio Diario di guerra scritto a matita, con una calligrafia minuscola, divenuta in certi punti illeggibile.

Quei diari rappresentavano la mia pretesa di diventare scrittore.

…Ma pareri e racconti così naturali in prima linea apparivano invece qui, nelle retrovie, sovversivi, promettevano il carcere e peggio ai miei compagni del fronte. Purché il giudice istruttore non si decidesse a darsi un po’ da fare con il mio Diario di guerra, e non ne estraesse le fibre di quegli uomini liberi al fronte, io mi pentivo quel tanto che occorreva, aprivo quel tanto che occorreva, gli occhi sulle mie aberrazioni politiche. Mi estenuavano a forza di camminare sul filo di lama, fino a quando capii che non avrebbero portato nessuno a un confronto con me, e avvertii i primi segni evidenti della fine dell’istruttoria: fino a quando, al quarto mese, tutti i taccuini del mio Diario di guerra finirono nelle infernali fauci di una stufa della Lubjanka e ne sprizzarono le faville rosse di un ennesimo romanzo perito in Russia: volarono, divenuti fuliggine, farfalle nere, dalla ciminiera più alta. 
(A. Solzenicyn - Arcipelago Gulag)




 Pietro si avvicinò nuovamente. 
‘Confessate, sorella mia’, le disse con voce carezzante. La povera donna che non aveva più forza di parlare, fece colla testa un segno negativo. Nella posizione in cui era stata posta, essa poteva appena respirare. ‘Impenitente!’ ripeté l’inquisitore. I tormentatori posero allora sul volto della paziente un finissimo pannolino inzuppato d’acqua, una parte della quale fu introdotta nella sua gola; l’altra le copriva le narici, poscia le versarono lentamente dell’acqua nella bocca e nel naso.
(P. Tamburini - Storia generale della Inquisizione)

 …Per tracciare una retta basta segnare due soli punti…

Nel 1920, ricorda Erenburg, la CEKA gli formulò la domanda così: ‘Ci dimostri che non è un agente di Vrangel’. Nel 1950, uno dei colonnelli più eminenti del KGB  Zelezov, dichiarò ai detenuti: ‘Noi non faticheremo a dimostrare la vostra colpa. Dimostrateci voi di non aver avuto intenzioni ostili’.

Su questa linea retta, cannibalesca nella sua semplicità, s’inseriscono nei punti intermedi innumerevoli ricordi di milioni.

Quale semplificazione e fretta nell’istruttoria, sconosciute fino ad allora all’umanità. Gli Organi esenti del tutto dalla fatica di cercare le prove. Il coniglio acciuffato, tremante e pallido, privato del diritto di scrivere, telefonare, portare qualcosa con sé, privato del sonno, del cibo, della carta, d’una matita e perfino dei bottoni, seduto su uno sgabello nell’angolo di un ufficio doveva trovare DA SÉ ed esporre all’ozioso giudice istruttore le prove di NON aver avuto intenzioni ostili! E se non le trovava (come avrebbe potuto procurarsele?) offriva all’istruttoria le prove approssimative della propria colpevolezza. …Io aprii il grosso incartamento e già all’interno della copertina lessi nel testo stampato una cosa sconvolgente: risultava che nel corso dell’istruttoria avevo il diritto di esporre lamentele scritte su irregolarità nello svolgimento dell’istruttoria stessa, e il giudice aveva il dovere di includere tali lamentele in ordine cronologico nell’incartamento. Nel corso dell’istruttoria! Non al suo termine. Purtroppo nessuno delle migliaia di detenuti con i quali mi sono trovato in seguito era al corrente di tale diritto. Continuai a sfogliare. Vidi le fotocopie delle mie lettere e l’interpretazione che ne falsava completamente il senso, fatta da ignoti commentatori. Vidi anche l’iperbolica menzogna di cui il capitano aveva rivestito le mie caute deposizioni. E infine l’assurdità che io, da solo, ero accusato come  gruppo. …Firmai… Firmai al punto 11. Non ne conoscevo allora il peso, mi era stato detto soltanto che non comportava un supplemento di pena. A causa dell’undicesimo punto capitai in un lager di lavori forzati. Sempre a causa del punto 11dicesimo fui mandato, senza alcun verdetto, in deportazione perpetua dopo la ‘liberazione. Meglio così, forse. Senza l’uno e l’altro non avrei scritto questo libro…
(A. Solzenicyn - Arcipelago Gulag)

  ‘Monsignore’ gli disse, ‘questa donna non può soffrire ulteriormente senza morire’. ‘Si sciolga’ disse Pietro; ‘la tortura è sospesa fino a nuovo ordine’. I tormentatori tolsero subito il pannolino che copriva il viso della torturata; ma quando ebbero sciolti ad uno ad uno i legami che circondavano le sue fragili membra, si avvidero che quelle membra erano state tagliate fino all’osso, tanto le corde erano entrate innanzi nelle carni. Giuseppe allora si avanzò colpito da inesprimibile orrore, e dopo aver considerato il viso della vittima, ‘Monsignore’, disse ‘la tortura è finita; questa donna è morta’.
(P. Tamburini - Storia generale della Inquisizione)




 IL LORO MESTIERE NON ESIGE CHE SIANO PERSONE ISTRUITE, DI CULTURA E VEDUTE LARGHE, E TALI NON SONO. IL MESTIERE NON ESIGE CHE PENSINO LOGICAMENTE, E NON LO FANNO. IL MESTIERE ESIGE UNICAMENTE UNA PRECISA ESECUZIONE DELLE DIRETTIVE E SIANO INSENSIBILI VERSO LE SOFFERENZE ALTRUI, E QUESTO SI, LO FANNO. NOI CHE SIAMO PASSATI ATTRAVERSO LE LORO MANI LI SENTIAMO, CON UN SENSO DI SOFFOCAMENTO, COME BLOCCO DI ESSERI TOTALMENTE PRIVO DI CONCETTI UMANI. CHI ALTRI, SE NON I GIUDICI ISTRUTTORI VEDONO CHE UN’ACCUSA È FASULLA? FUORI DALLE RIUNIONI, NON POTEVANO DIRE SERIAMENTE L’UNO ALL’ALTRO E A SE STESSI CHE STAVANO SMASCHERANDO DEI DELINQUENTI. EPPURE VERGAVANO UN FOGLIO DI VERBALE DIETRO L’ALTRO PERCHÉ FOSSIMO MANDATI A MARCIRE. E’ IL PRINCIPIO DEI CRIMINALI COMUNI:  ‘MUORI TU OGGI E IO DOMANI’.  CAPITAVANO CHE LE ACCUSE ERANO FASULLE EPPURE LAVORAVANO ANNO DOPO ANNO. COME MAI? O SI COSTRINGEVANO A NON PENSARE O, SEMPLICEMENTE SI DICEVANO: ‘COSÌ DEVE ESSERE. CHI SCRIVE LE DIRETTIVE NON PUÒ SBAGLIARE’.

SE BEN RICORDO ANCHE I NAZISTI RAGIONAVANO COSÌ.

(A. Solzenicyn - Arcipelago Gulag)

(Pietro Autier, Storia di un Eretico)



















sabato 2 maggio 2015

IL TEMPO E LA MEMORIA (15)








































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Il Tempo & la Memoria (14)

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Il Tempo & la Memoria (16)













.... Dimensioni umane e giurisdizionali allargate: da un lato, protratte nello spazio e nel tempo della convivenza tra persone e, dall’altro, inserite in dinamiche di controllo (costante) del territorio (anche senza motivo alcuno da giustificare siffatta ‘opera’) e degli organismi di potere, oltre che di azione individuale e coordinamento istituzionale. I ‘numeri’ sollecitano parole che presentano azioni: segno e necessità di una ‘memoria del controllo’ che può divenire ‘memoria da controllare’. Nella memoria conclusiva dell’inquisitore il passato si collega al presente e l’agire si salda al documentare. I ricordi biografico-amministrativi, espressi in un linguaggio equilibrato e diplomatico, indicano un preciso e costante percorso, valorizzano opere, mostrano valida documentazione.
Il ‘Testamento racionum’ rappresenta l’eccezionale testimonianza della lunga e ben retribuita avventura repressiva di frate Lanfranco, schiudono un mondo: essi non sono solo rendiconti finanziari ma, segnando parole che rimandano ad azioni espresse e compiute, indicano una duplice evidente consapevolezza. Il duplice aspetto della consapevolezza amministrativa nella correttezza dell’agire che nella loro compilazione accompagnate da una vena ‘diaristica’ informa la (‘dotta’) narrazione (di cui frate Lanfranco è Dottore). Lo stile dei fatti introduce il personaggio, l’erudito personaggio incaricato, con la consapevolezza di sé, delle proprie azioni, del proprio compito emerge con chiara determinazione nel corso dello svolgimento degli eventi finali dei suoi inquisiti… e perseguitati…
I tredici anni che trascorrono nella fase centrale della vita di frate Lanfranco lo rendono partecipe e protagonista nonché (invisibile) responsabile di importanti iniziative inquisitoriali: in molti dei processi documentati nello scorcio del XIII secolo egli interviene in vario modo. Lo troviamo presente in occasione dell’interrogatorio d’esordio del processo contro i devoti e le devote  di Guglielma. Per una strana coincidenza che ci illumina circa il ruolo ‘velato’ ma ben accreditato di frate Lanfranco, nel medesimo giorno a Parma si concludeva sul rogo l’avventura umana e religiosa di Gherardo Segarelli: il frate bergamasco era stato a Parma agli inizi del 1298 nel momento avviato del processo finale…

(M Benedetti, Inquisitori del Duecento & commenti del curatore del blog) 





La Cronaca di Salimbene inizia così:

'Durante il mio soggiorno nel convento dei Frati Minori di Parma, quando già ero sacerdote e predicatore, si presentò un giovane del luogo, di famiglia di basso rango, illetterato e laico, idiota e stolto, di nome Gherardino Segarelli'.


E' proprio un esordio fortemente programmatico. Contiene in sostanza l'intera linea interpretativa che Salimbene verrà poi svolgendo nella sua Cronaca. Un giudizio netto e negativo precede tutta l'esposizione dei fatti. Il tono è assertorio, e non vi è ombra di un atteggiamento minimamente dubitativo. I dispregiativi 'illetterato e laico, idiota e stolto' accompagnati al 'famiglia di basso rango' si contrappongono alle qualifiche dello stesso Salimbene 'sacerdote e predicatore'. A parte il fatto che l'aggressivo 'laico' non può in nessun caso venire proposto con valenze negative, le qualifiche del Salimbene contrapposte ai dispregiativi del Segarelli servono per collocare se stesso su un piano incomparabilmente più elevato e perciò incontestabile. Si tratta di una sottintesa intimidazione verso il lettore. Da notare che all'incirca con gli stessi epiteti fu qualificato Valdo all'inizio della sua predicazione. Che l'aggettivo 'laico' venga qui utilizzato in senso spregiativo, dimostra come i conventuali ritenessero improponibile che un laico potesse parlare di Dio, di quel Dio che in sostanza pretendevano di avere come in monopolio, come sequestrato da loro, e di cui solo i chierici potevano parlare….


‘Non essendo stato esaudito nella sua richiesta di essere accolto nell'Ordine, Gherardo ‘se ne stava tutto il giorno, quando gli era possibile, nella chiesa dei frati a meditare cioò che poi, nella sua stupidità, mise in atto’.



  
Sorgono subito alcuni dubbi.
Come è possibile che un 'illetterato, idiota e stolto' possa avere una vocazione così forte per la meditazione?
E poi un giovane, se davvero 'di basso rango', come può permettersi di stare a volte 'tutto il giorno' a meditare?
C'è qui, comunque, evidenziata in Segarelli la convinzione di poter essere ammesso nell'Ordine dei Minori, dunque di poter a buon diritto entrare nell'ambito della Chiesa ufficiale, nulla che faccia presagire la minima deviazione eretica. Salimbene stesso è qui ancora lontano dal mettere in evidenza la pericolosità della deviazione che emergerà in seguito, e infatti è tutto teso a evidenziare soltanto la 'stupidità' di Gherardo. Ma le questioni del grado di cultura e della condizione economica di Gherardo sono già poste in modo contraddittorio.
...Con uno 'scemo' c'era poco da 'istruire', e in ogni caso l'Ordine non ne avrebbe ricavato alcun onore!
Nonostante il rifiuto, Gherardo non fu messo immediatamente alla porta, ma rimase in convento quell'intera giornata. Mentre visitava il monastero, fu attratto da un paralume sul quale erano dipinti i dodici apostoli, con il mantello sulla spalla e i sandali ai piedi. Ciò gli fece venire l'idea di seguire in tutto e per tutto i discepoli di Cristo. Si lasciò crescere la barba e capelli, si mise sulle spalle un ruvido mantello e ritenne, presentandosi così di rassomigliare agli apostoli. Come un secondo Pietro Valdo, egli vendette la casa; raccolse dei vagabondi e distribuì i soldi ricavati dalla vendita a quei derelitti, che se li giocarono subito ai dadi.

 Mi sembra che fra Salimbene descriva i fatti un po' troppo comicamente.




Che Segarelli, per aver visto il dipinto con gli apostoli, fosse portato a seguire la vita, può magari anche esser stato vero; ma occorre porsi nel contesto dell'epoca: l'ideale apostolico nel XIII secolo era molto esaltato come comportamento religioso esemplare; il numero di coloro che in ogni modo intendevano seguire l'insegnamento del santo di Assisi era una legione. Già nel 1215 il Concilio Laterano, per evitare che il popolo fosse preda della confusione, aveva proibito la formazione di nuovi ordini mendicanti.
Il Segarelli voleva seguire radicalmente l'insegnamento di Francesco, e non avrebbe chiesto alcuna eccezione all'Ordine dei frati Minori. Il loro rifiuto ad accoglierlo non spense il suo fervore apostolico, anzi lo infiammò ancor di più!


















AMICI COME PRIMA (16)



















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Litigano in pubblico.... (15)

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Il volo di Jonathan: dialogo con l'eremita (17)












.... Del litigio. Quello che è successo tra Nikkie ed Hennie si verifica molto spesso… All’inizio del gruppo, le liti e le aggressioni hanno un epilogo quantomeno insolito nel regno (umano quanto) animale: i due individui non solo fanno la pace (agli occhi degli spettatori increduli), ma si abbandonano a contatti amichevoli.
Qual è lo scopo di tutto questo?
I vantaggi della aggressività?
Molti, quando gli animali territoriali combattono per difendere il proprio spazio vitale, oppure quando le specie che amano vivere solitarie devono fare i conti con un intruso; pochi, quando si vive all’interno di un gruppo e il farsi male l’un l’altro potrebbe portare alla fine di tutti. E’ un po’ il caso, per l’animale-uomo, della guerra civile. Ed ecco allora che gli animali sociali appartenenti ad alcune specie, i primati in particolare, stanno molto attenti ai rischi dei litigi in famiglia. E, quando capitano, fanno di tutto per limitarne gli effetti. Proprio come ha fatto Nikkie con Hennie.
Che cosa occorre ad un animale per ‘saper far pace’?
Due qualità, innanzitutto: una buona memoria (purtroppo non scritta nella monolitica ortodossia di intenti e luoghi ed interessi…) – almeno a breve termine, per poter ricordare con chi ha appena litigato – e la capacità di distinguere a prima vista un individuo da un altro. Varie specie di mammiferi possiedono queste doti e non è quindi il caso di affermare che il comportamento riconciliatorio sia una prerogativa soltanto dei primati; è sulle scimmie, tuttavia, che sono state fatte le maggiori osservazioni…. In base a queste, si è arrivati ad una constatazione: perché l’atteggiamento di riconciliazione possa dirsi tale, è necessario che si verifichino alcune condizioni.




Se Lorenz chiama l’aggressività ‘il cosiddetto male’ (ed in merito a ciò, istinto animale quanto umano, sappiamo che veicolare l’aggressività, cioè distribuirla equamente nel  concetto del ‘capro-espiatorio’ quanto in altri più o meno validi espedienti sociali e psicologici tradotti in intenti ‘economici e bellici’, essere prerogativa ‘umana’. In quanto sappiamo l’umanità non immune, ma eterna portatrice di questo naturale istinto giammai morto ma ben  cresciuto e saggiamente seminato in quel terreno ove poggia le radici della sua evoluzione. Osserviamo e formuliamo alcune cifre e statistiche affinché la disquisizione assuma spessore stratigrafico, affinché il creazionista che inneggia a Dio e nemico della comune via, possa guardarsi allo specchio nel ragionamento che vorrebbe contraddistinguerlo dal regno animale inferiore di cui fra l’altro, le scritture del suo ‘creatore’, lo danno padrone e custode…. Enumeriamo alcune cifre: Istat gennaio-settembre 2000 (l’1.. manca perché in viaggio verso Giove…gli altri ci sono alla base del monolito…) rispetto allo stesso periodo dell’anno prima: numero degli omicidi volontari è passato da 661 a 941 (più 42,4%); in aumento i sequestri di persona a scopo di rapina o estorsione (da 98 a 120). Le rapine sono passate da 30.013 a 32.006. Nei primi mesi del 2000, Sicilia, Campania e Calabria sono in testa alla classifica di omicidi volontari in rapporto alla popolazione. La città con il maggior numero di omicidi volontari è Napoli, seguita da Reggio Calabria e Catania. Al capoluogo partenopeo spetta anche il record delle rapine aggravate e intimidazioni, davanti a Palermo e Catania. In 16 anni gli omicidi in Italia, dal 1971 al 1987,  sono aumentati del 51,7%, i tentati omicidi del 53,5%. L’esplosione della violenza si accompagna alla diffusa volontà di appropriarsi delle ricchezze (ma non solo, bisogna vedere anche cosa si intende per ricchezza…) altrui: i reati contro il patrimonio sono saliti dell’87%. Inoltre un mondo di violenze e massacri emerge dall’ultimo rapporto annuale di Amnesty International. Il potere nocivo delle armi è in vertiginoso aumento distruttivo e produttivo (di guerre con eventi ed interessi direttamente e indirettamente ad esse riconducibili…) basti pensare che dal 1945 ai primi anni Ottanta ci sono stati sul pianeta Terra 130 conflitti armati in 100 paesi, per un totale di 35.000.000 di morti.)….
Una ragione più che valida c’è.




Ed è che i combattimenti fra gli animali della stessa specie hanno spesso una finalità biologica. Le motivazioni che portano due (o più…) individui a lottare possono essere tante.
Il motivo più frequente è la difesa del territorio (ma questo per gli umani più evoluti spesso può divenire un’ottima scusante o giustificazione per altri intenti predatori…, intenti tra l’altro affini a diversi comportamenti o istinti sociali… Un esempio storicamente valido anche se in apparentemente fuori luogo: ‘la scusante per taluni ortodossi contro presunti Eretici nel risultato ottenuto e conseguito, la confisca dei beni…oltre la perdita della dignità sociale ancor più preziosa per l’onesta parola… della verità detta…’. Ma abbiamo anche disquisito circa la ‘necessità’ e prerogativa su taluni terreni seminata per l’interesse comune, per il bene comune, inteso come economia confacente. Orbene, questo comporta una semina non corrispondente alla verità confusa barattata e spacciata…, nella grande Notizia diffusa… Ed il raccolto è una pianta o ancor peggio un frutto, che sì, può appagare la fame, togliere la sete, ma nella stratigrafia geologica e sociale di un mondo che solo in apparenza si dice moderno ed evoluto. In verità, antico intollerante e violento ancor più di prima… Lo dicono i numeri e le cifre non certo Giamblico… E lo dice anche l’infante sul ramo cresciuto: ‘non mangiare questa mela nel sapere evoluta perché l’intento a noi non gradito e la verità giammai coltivata dal Gorilla che disciplina ed insegna il tomo della vita… preghiera di ugual via…’).
Chi è riuscito ad accaparrarsi il ‘territorio’ (come la presunta verità, giammai è disposto a mettere in discussione una diversa Via una diversa Rima un diversa Parola in questa immutata geografia, lo sappiamo bene noi Eretici della Memoria così infruttuosamente custodita ma saporita al soldo di una diversa poesia…), non è disposto a mollarlo e lotta con le unghie e con i denti contro qualunque individuo osi accedervi penetrarvi e palesare diversa Parola…




In codesto modo gli esemplari di una specie sono costretti ad ‘esiliarsi’ o tecnicamente ‘distanziarsi’ (ma comunque sempre oggetto della persecuzione… monolitica e secolare persecuzione… in altri contesti e casi…) l’uno dall’altro. Però è bene dire, che l’aggressività (comune e aggregativa negli umani…) è l’‘extrema ratio’, cui gli animali ricorrono soltanto dopo avere segnalato in vario modo ai compagni la notizia di essersi impossessati di un territorio (negli esseri (umani) più evoluti questa caratteristica comporta un comportamento paradossale scritto appunto nei geni della evoluzione stessa e non dettata dalle leggi di Natura,  in quanto diviene strumento proficuo per innescare ragione di presunta ricchezza legata ad altri intenti e finalità di cui a ben dire, l’aggressività e l’istinto di terra con la ricchezza ad essa riconducibile, può portare a quella economia, se ‘intelligentemente’ convogliata, proficua per lo stato più tecnologicamente evoluto… In ragione di questa sua evoluzione intesa come capacità di controllare (più o meno lecitamente) possedere prevedere e creare eventi, se non addirittura modificarne il naturale corso, sono scritte le maggiori differenze e contrasti fra due tipi di Società che si stanno confrontando e misurando con le opposte logiche che le contraddistinguono e governano. Il paradosso riscontrato è l’istinto principio primo associativo degli animali quanto degli umani, nei secondi è ‘coltivato’ e ‘nutrito’ per fini contrari all’evoluzione. Logicamente, qualunque soggetto inteso come singolo e popolo difende i propri interessi e beni, questo è naturale, ma quando le risorse non equamente distribuite da Madre Natura, questo motivo può divenire contrasto e principio di laceranti differenze oggettive che si soggettivano (oltre con l’aumento statisticamente accertato di violenza..) non nei motivi di superamento ed analisi di tal problema, di cui la società evoluta è in grado di risolvere e mai arginare la paura che tali contesti prefigurano; ma motivo di altri ‘eventi’ sociali più affini alla guerra o peggio all’odio… che accomunano e convogliano proficuamente le risorse della violenza non arginata, o peggio, dell’istinto non superato. Quella violenza che il nostro antenato di poche pagine sopra, ha superato e forse anche studiato. La pace è condizione di benessere, la guerra e la violenza sono economicamente e paradossalmente più confacenti con il parente suo stretto al di là della gabbia che lo sta studiando.




Chi il gorilla o l’orango dell’Eretica Rima?
Chi (dovrebbe) in gabbia in questa geografia?
Chi l’animale evoluto?
L’ho detto all’inizio della presente: è certo cosa non gradita dalla loro strana ed evoluta economia… in quanto non si predica l’in-voluzione di ugual via, ma la certezza scritta in una diversa Vita…).
Ogni specie fa la segnalazione a modo suo, gli animali non usano l’istinto per altri fini, ma, segnali olfattivi e non di varia natura per invitare i compagni e consimili o altri a tenersi lontani dai loro territori. E’ come se dicessero: ‘Io ti ho avvistato. Se vuoi capire, bene. Se no, peggio per te’. (Nel paradosso appena detto sovente l’uomo esercita questo stesso principio, ma scopriamo sempre più spesso le ragioni scritte nei ‘geni’ portatori dell’odio o altri istinti e principi affini, avvalersi di una diversa scelta e finalità per renderla economicamente compatibile con le sue esigenze. Da qui una economia dubbia, quanto per il ‘tribale talebano’ quanto per l’‘evoluto occidentale’ portatori di miti e valori al comune mercato dell’evoluzione considerandoli erroneamente unici ed insostituibili. Spesso la moneta di chi compra l’altrui motivo coniata nella paura di quella libertà e territorio violato è principio e motore di una paradossale economia sintomo evoluzione e divario di  terremoti frequenti come le statistiche riportate. Le quali, se aggiornate, superano nei valori accertati di molto la (presunta) soglia di evoluzione sulla quale misuriamo le nostre ed altrui differenze, sia nel regno animale (di cui siamo i  padroni), sia di quelle civiltà che dobbiamo livellare a comuni valori economici e sociali e delle quali  siamo esempi e custodi.
In ragione di una economia globale vera… e non corrotta…

(Airone, maggio 1990; Fra le parentesi commenti del curatore del blog)
















venerdì 24 aprile 2015

IL VOLO DI JONATHAN (14)







































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Litigano in pubblico poi fanno la pace... (15)













... Fuggito, come quegli uomini nel Tempo di un diverso Dio mai appassito, anche io ho volato nel sudario di quanto da te miniato… Cacciato da un essere troppo vile per essere narrato, troppo meschino per essere appena ricordato, confuso fra un riso compiaciuto per l’inganno arrecato, per la tortura inflitta, per il confino giammai meritato, ed un ghigno di disprezzo per quanto narrato nel volo braccato e cacciato. Perché la caccia al volo antico e per sempre rinato ricordano la Storia in cui affoghi la morale della tua falsa gloria. E come l’uomo perito sognando il volo su un diverso Creato, per la loro colpa ed il loro peccato, pregando una verità Universale pace del Creato, sono stato  umiliato tradito e braccato, volo ‘cacciato’ agnello consumato!
Nella materia mi vedi e controlli, disciplini e dispensi la ‘regola antica’, per questo mai taciterò il canto della Rima, giammai impazzita al porto della tua strana Dottrina, e se la Storia vuoi tacitare, se la vista vuoi annebbiare, se la mente confondere, se la ‘penna’ bruciare, sappi che il Vento mi è amico, il Vento del Primo Dio! E’ Lui che indica la via, è Lui che ricorda la Verità tradita, per questo deve essere narrata alla rinascita di ogni vita perita e torturata. Così da poter di nuovo apparire al foglio ed al bordo del libro miniato ornare con ugual voce antica l’araldo della tua nuova conquista appesa alla ‘parabola’ della nuova via…)




Una seconda campagna illustrativa dal carattere unitario, di sicuro posteriore cronologicamente rispetto al primo intervento pittorico, intrapresa in un momento successivo allo scopo di integrare l’apparato illustrativo (nell’icona che stai guardando, nel piccolo schermo antico e moderno al tuo rigo, miniatura di un falso dio…) del manoscritto, rimasto in un primo tempo incompleto, si individua in 17 riquadri miniati, realizzati in aggiunta negli spazi lasciati appositamente liberi dai ‘copisti’, e si deve, come abbiamo potuto dimostrare, ad una bottega ben riconoscibile originaria della Francia meridionale, operante ad Avignone: quella del manoscritto ‘Speculum Humanae Salvationis’, oggi nella Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana di Roma, datato alla metà degli anni trenta del XIV secolo.
Alcune influenze dello stile lineare dell’Ile-de-France sono preponderanti a Tolosa e nella Linguadoca così come nell’insieme del Sud-Ovest francese, tuttavia l’interpretazione che i miniatori meridionali danno dello stile settentrionale presenta dei caratteri specifici che ben difficilmente possono confondersi con quelli peculiari di altri territori francesi ed europei. Motivi decorativi distintivi della produzione miniata della regione tolosana sono: il repertorio di figure grottesche dai volti lunari e dall’espressione ilare, posate su lunghi colli filiformi dall’andamento sinusoidale; le teste di cicogna che sovente stringono nel becco cerchi o bolli d’oro, abbarbicati in cima ad un collo filiforme e sinuoso oppure arricciato a guisa di molla; le figure mostruose che abitano le anse delle iniziali, caratterizzate da un collo filiforme, ripetutamente annodata, occupanti tutto lo spazio disponibile con la loro coda desinente in uno stelo spiraliforme a foglie tribolate; la superficie degli sfondi dei riquadri miniati trattata a bande verticali di diverso colore affiancate…..




… Pasqua…. 1655…
Confortato dai padri gesuiti, il marchese di Pianezza, ministro di Carlo Emanuele II, scatena da Torino una crociata antivaldese (ben organizzata nel ‘canone’ che disciplina la ‘parabola’ della via…) senza precedenti. Non bada a spese, ed anche se gli accidenti provengono da tutt’altri luoghi e personaggi, l’occhio di codesto dio attento osservatore di ogni volo incatena il suo odio, la sua ‘disciplina’, la ‘regola’ di vita alla volontà del martirio voce superba senza alcun dio al nuovo libro miniato icona di un piccolo schermo ‘Creato’, nel traffico della misera ora.. così ingegnosamente distribuita al traffico della Storia… E passerrano alla Storia come ‘le Pasque piemontesi’: 2000 morti, un incubo documentato dal pastore valdese Giovanni Léger, autore della ‘Storia generale delle chiese evangeliche delle valli del Piemonte (1669)’. Un libro degli orrori, illustrato, che la gentile bibliotecaria del Centro culturale valdese di Torre Pellice ancora oggi stenta, comprensibilmente, a mostrare (certo che la Storia fa orrore, la Memoria deve essere braccata ed inquisita… al rogo della nuova Dottrina…).




Ma a metà Seicento, quando esce questo volutone, stava nascendo un fenomeno del quale i Savoia non avevano tenuto conto: il giornalismo moderno. Le ‘Gezzette’ di Parigi, di Londra, di Amsterdam parlano della strage dei riformati valdesi, l’Europa protestante si indigna, il grande poeta inglese John Milton scrive il famoso sonetto sui ‘Massacri in Piemonte’. Non basterà purtroppo. Quando in Francia sale al trono l’ambizioso Luigi XIV, se possibile, la situazione peggiora. Nel 1685 il ‘Re Sole’ revoca l’editto di Nantes, che garantiva libertà a decine di migliaia di ugonotti residenti in Francia. Di più. Costringe il nipote Vittorio Amedeo II di Savoia, un ragazzo di 19 anni, a vietare l’asilo ai rifugiati ugonotti ed a eanare, nel 1686, un editto che suona quasi surreale: siano demoliti i templi valdesi, siano resi cattolici a forza i bimbi valligiani (pena la frusta per le madri), imprigionati i padri e impalati i ribelli. Sono gli anni in cui il filosofo inglese John Locke scrive le ‘Lettere sulla tolleranza’. Ma ai valdesi non resta che l’espatrio, Cioè la fuga verso la vicina e tollerante Svizzera, patria di Calvino.




(Ed ora, vento e dio che hai conferito favella, ecco il Tempo mio. Lo vedi? Un fiocco di neve. Osserva, non è meraviglioso come Dio imbianca il mio cammino come Dio raccoglie e narra la Tortura subita al calvario della tua via. Un fiocco di neve quale eterna e prima simmetria di vita, ed a te io dirò in questo tempo senza ‘ora’, in questo giorno senza alcuna tortura: che il bianco sudario cui hai destinato Parola, possa perdonare il gesto antico cui destini l’eterna avventura di chi fuggito con una barca e la speranza di un mondo più giusto alla tua parola. Un mondo bianco ove la Rima possa essere solo la neve della poesia, e giammai l’eterna tortura cui destini e rinchiudi diverso vento al porto della tua parola)…




Dura tre anni quell’esilio…
I valdesi hanno lasciato 6.000 amici nelle carceri sabaude (ne sopravvivranno la metà) e le loro case in mano a nuovi coloni. La dimensione del ritorno nella terra dei padri diventa mito, gli esuli non parlano d’altro che di un prossimo ‘glorioso rimpatrio’. E così, nella notte tra il 26 e il 27 agosto 1689, 1.000 volontari valdesi, tra cui anche qualche donna vestita da uomo, si raccolgono sulle sponde del lago Lemano presso Nyon: noleggiano qualche barca, ne sequestrano qualcun’altra, e attraversano il lago, sbarcando in territorio savoiardo nei pressi di Yvoire. Comincia insomma quella che lo storico valdese Giorgio Bouchard ha efficacemente chiamato ‘la lunga marcia’. Quindici giorni di battaglie contro gli eserciti del re di Francia e del duca di Savoia, che mettendo in campo 22.000 uomini non riescono a fermare l’eroico monopolio di montanari. I valdesi marciano con disciplina impeccabile, non rubano una gallina, pagano tutto e non toccano le donne. Prendono soltanto qualche ostaggio ad ogni tappa, che trattano bene e rilasciano alla tappa successiva.
Passato al prezzo di molte vite il ponte di Salbertand, sulla Dora, i fuggiaschi – che nel frattempo sono diventati 600 – si arrampicano sui monti, scelgono valichi ed itinerari impervi, si accampano dove è impossibile essere circondati. Non hanno certo bisogno di guide: a differenza dei dragoni di Francia e dei soldati torinesi, conoscono quei posti come le loro tasche. Una volta raggiunte ‘le valli’, è la guerriglia. Che non contempla pietà neppure per i contadini che i partigiani, nel frattempo ridottisi a 400, incrociano sulle mulattiere: i testimoni degli spostamenti furtivi non possono vivere, la delazione significherebbe la fine. Ma come accade in ogni guerriglia, i convertiti a forza rimasti ad Angrogna, a Prali, a Bobbio foraggiano i rimpatriati clandestini, li fiancheggiano, esponendosi al rischio della vita.
… Arriva l’inverno…




(e con lui, compagno del mio cammino, esilio in una nuova Terra, compio il volo di Dio, ogni fiocco di neve che prego ed osservo nel silenzio del bosco mi narra una Parola, mi suggerisce la Rima. Su un albero di vita su cui poggiai e riposai il passo stanco, orna la chioma così da sembrare un vecchio saggio. Lui è in questo secolare paradiso per indicarmi la via all’improvvisa smarrita, mi narra la Storia, mi dice che l’uomo che gli rubò la forza per un nuovo condomino, un Tempo gli tolse anche la Parola, perché ebbe la pretesa di tradurre e spiegare al volgo il verbo di Dio. Ebbe la pretesa di predicare e narrare ‘povera novella’ ad un pastore per poi al piccolo borgo spiegare che la vita cela una Verità mai predicata alla ricca mensa di un ugual ‘pastore’, per la stessa via. La sua predica fu un Tempio della Parola inquisita e l’ombra da lì nata divenne rifugio per ogni viandante smarrito: quel grande Spirito racconta nel sogno di una eterna via, la fatica della vita, la persecuzione dell’atroce martirio subito nel fuoco patito. Ogni viandante nell’inverno del suo passo o nella primavera quando disseta la sua venuta e nell’estate quando ‘Re Sole’ brucia…, si riposa, e scorge 




qualcosa,  mira un evento strano, un sogno antico di chi mai perito che per sempre narra la Storia e la fuga. E quando il viandante sudato per il sogno ritrovato mira la via si sente più saggio di prima, ed al Frammento dell’eterna ora quale nuova preghiera si incammina e appoggia per il sentiero di una nuova vita: comprendere l’altrui motivo scritto nella corteccia… di Dio, contare gli anelli del vicino tronco abbattuto per scoprire che il passo ed il sogno confondono il Tempo suo, per essere già vissuto da inquisitore della libera parola, oppure con una scelta degna dell’eterna ora. E mirare quel secolare ‘faggio’ perito nel coraggio, vederlo con occhi diversi ascoltarlo nel silenzio di uno strano Viaggio, sembra di averlo un Tempo vissuto ed ora ritrovato, quale sogno o incubo arrecato nell’oltraggio di quel taglio. Il bivio diviene scelta di un nuovo e più certo cammino in questo Sentiero ove non si ode voce né rumore né vento di un Secondo Dio. Paradiso all’ombra di un albero antico, Divino per il comune sogno smarrito divenuto terreno cammino. Anima che narra la Storia per chi ascoltare la voce della Natura raccolta nell’invisibile Memoria abbattuta e figlia di quel Vento che mai tortura. Ma come una carezza adesso attraversa ogni foglia diventa mio e suo respiro nel comune Tempo di questo Dio… diventa scelta di un miglior cammino al bivio dove ho riposato un lontano mattino….)…




… La banda di irriducibili si rifugia a Balsiglia, un piccolissimo borgo montano ai piedi dei Quattro Denti, in fondo alla via Massello. Fa freddo e c’è poco da mangiare. I guerriglieri si accorgono però che sotto la neve, nei campi, ci sono ancora le spighe di grano che nella baraonda dell’estate precedente i contadini non avevano fatto in tempo a mietere. La sopravvivenza dunque è assicurata, ma il peggio deve venire, 3.800 soldati francesi, appoggiati da 1.400 contadini e cacciatori per i ‘servizi’, cominciano in aprile una faticosa marcia di avvicinamento a….
Ma i valdesi resistono ancora…..

(Airone, aprile 1993 & Giuliano Lazzari)