lunedì 21 novembre 2016
LA BELLA ALIBECH (rimette il diavolo nell'Inferno) (2)
Precedente capitolo:
La bella Alibech (rimette il diavolo nell'inferno)
Prosegue in:
Lettera a un bambino mai nato (3)
(L. Corona, Decamerone di Boccaccio...)
domenica 20 novembre 2016
INTERMEZZO VENATORIO: il cacciatore (2)
'Solo per voi’ mi disse: ‘non posso servire a tutti un simile piatto!’.
‘Di che cos’è dunque quell’arrosto?’.
‘Filetto d’orso, nient’altro!’.
Avrei preferito che mi lasciasse credere trattarsi di un semplice
filetto di bue. Guardavo macchinalmente quel cibo decantato. Esso mi ricordava
quelle disgraziate bestie che da piccolo avevo visto ruggenti e infangate, con
una catena al naso e un uomo all’estremità della catena, ballare pesantemente,
a cavallo d’un bastone, come il bambino di Virgilio; sentivo il rumore sordo
del tamburo su cui l’uomo batteva, il suono acuto del piffero in cui soffiava,
e tutto ciò non contribuiva a creare in me alcuna speciale simpatia per la
carne che avevo davanti. Avevo preso l’arrosto sul mio piatto, e dal modo
trionfante con cui la forchetta vi si era piantata, avevo sentito che possedeva
per lo meno quella quantità che doveva rendere così infelici i montoni di
mademoiselle Scudéry.
Tuttavia esitavo sempre voltandolo e rivoltandolo sulle due facce
rosolate allorché l’albergatore che mi guardava senza comprendere il motivo
della mia esitazione mi decise con un ultimo: ‘Assaggiatelo! Mi saprete poi
dire se è buono!’.
Infatti ne tagliai un pezzo grosso come un’oliva, l’impregnai di tutto
il burro che era capace di assorbire e scostandolo le labbra lo misi fra i
denti spinto più dalla vergogna che dalla speranza di vincere la mia ripugnanza.
L’albergatore, in piedi dietro di me, seguiva tutti i miei movimenti con
l’impazienza benevola d’un uomo sicuro e felice di potermi fare una lieta
sorpresa.
Confesso che la mia fu grande.
Ciò nonostante non osavo manifestare subito la mia opinione; credevo
ancora di essermi sbagliato: tagliai silenziosamente un secondo pezzo, grande
il doppio del primo, gli feci prendere la stessa strada con le medesime
precauzioni e quando fu trangugiato: ‘Ma è proprio orso?’ dissi.
‘Orso’.
‘Davvero?’.
‘Parola d’onore’.
‘E’ veramente straordinario!’.
In quello stesso momento l’albergatore fu chiamato alla tavola grande.
Vi andò, ormai sicuro che stavo per fare onore al suo piatto favorito,
lasciandomi alle prese col mio arrosto. I tre quarti erano già scomparsi quando
ritornò, e riprendendo la conversazione nel punto in cui l’aveva interrotta:
‘L’animale col quale siete alle prese’ disse ‘era una bestia famosa’.
Feci col capo un segno di approvazione.
‘Pesava trecento chili!’.
‘Bel peso!’ (Non perdevo un boccone).
‘Non lo si è potuto prendere senza fatica, ve lo garantisco!’.
‘Credo bene!’ E mi misi in bocca l’ultimo pezzo.
‘Quel mostro ha mangiato metà del cacciatore che l’ha ucciso’.
Il boccone mi uscì dalla bocca come se una molla lo avesse rovesciato.
‘Che il diavolo vi porti!’ dissi, voltandomi dalla sua parte ‘Non si
fanno questi scherzi ad un uomo che sta mangiando..’.
‘Io non scherzo, signore; è la verità’.
Sentivo il mio stomaco rivoltarsi.
‘Era’ continuò l’albergatore ‘un povero cacciatore del villaggio di
Fouly, chiamato Guillaume. L’orso, di cui non resta più nulla al di fuori di
quel piccolo pezzo che avete là sul vostro piatto, veniva tutte le notti a
rubare le sue pere; poiché tutto va bene per quelle bestie.
Tuttavia si rivolgeva di preferenza ad un albero carico di pere
bergamotte. Chi lo direbbe che un animale come quello là abbia gli stessi gusti
dell’uomo…..’.
(A. Dumas, In viaggio sulle Alpi)
(A. Dumas, In viaggio sulle Alpi)
venerdì 11 novembre 2016
INTERMEZZO CON LA 'GRANDE NOTIZIA': la nuova puntata del 'Buffone Bianco'
Precedente capitolo:
Intermezzo con la 'Grande Notizia'
‘Capite signore’, aveva detto allora Faber ‘non è delle cose che amo
parlare, ma del significato delle cose. E mentre seggo su questa panca e mi
guardo intorno so di essere vivo’.
Questo era stato tutto.
Un’ora di monologo, dei versi, un commento e poi, senza nemmeno avere
l’aria di sapere che Montag era un milite del fuoco, Faber, con un certo
tremito della persona, aveva scritto il suo indirizzo su un foglietto di carta.
‘Per il vostro archivio’, aveva detto ‘nell’eventualità che decideste
di avercela con me’.
‘Ma io non ce l’ho affatto con voi’, aveva risposto Montag sorpreso.
In anticamera, Mildred dette in uno scoppio di risa squillanti. Montag,
in camera da letto aprì un armadio a muro e si mise a sfogliare la sua agenda
personale, sotto l’intestazione: Indagini
eventuali. Vi figurava anche il nome di Faber. Non lo aveva denunciato e
non lo aveva nemmeno cancellato dal suo taccuino.
Formò il numero telefonico su un altro apparecchio, sussidiario.
L’apparecchio all’altro capo del filo chiamò il nome di Faber una dozzina di
volte, prima che il professore rispondesse con voce fioca. Montag disse il
proprio nome e, dopo che si fu fatto riconoscere, rimase stupito del lungo
silenzio che seguì.
‘Dunque, signor Montag?’.
‘Professor Faber, vorrei farvi una domanda piuttosto strana. Quante
copie del Vangelo credete che siano rimaste in tutta la nazione?’.
‘Non so di che cosa state parlando!’.
‘Vorrei sapere se non ne sia rimasta nemmeno una copia, professore!’.
‘Ma che razza di trappola è questa? Non intendo parlare al telefono col
primo venuto!’.
‘Quante copie di Shakespeare e Platone, o di altri libri Eretici di
Verità…. professore?’.
‘Nessuna! Lo sapete bene come me. Nessuna!’.
E Faber tolse la comunicazione.
Montag depose il ricevitore.
Nessuna copia.
Nessuna conoscenza.
Nessuna Coscienza.
Nessun Intelletto.
Nessun Dio.
Nessuna Divinità.
Posso sedermi tranquillo ora ed aspettare il prossimo messaggino…
Nessuna copia. Cosa che egli sapeva ovviamente dagli elenchi alle
pareti della Casa del fuoco. Ma in certo qual modo, aveva avuto bisogno di
sentirselo dire dallo stesso Faber.
In anticamera la voce di Mildred era tutta pervasa di gioiosa
commozione:
‘Sai, vengono le signore, oggi!’.
Montag le mostrò un volume:
‘Questo è il Nuovo e l’Antico Testamento e se…’
‘Per favore non ricominciare con certi discorsi!’.
‘Potrebbe essere l’ultima copia rimasta in questa parte del mondo’.
‘Tanto, dovrai pur consegnarla stasera, no? Il capitano Beatty sa che
tu l’hai, non ti pare?’.
‘Non credo che possa sapere quale libro ho sottratto. Almeno che il
segugio meccanico che ci guarda. Ma il problema è la scelta del libro da rendere in sostituzione…’.
…'Sarai in casa stasera, per il .. Buffone
Bianco e la visita delle signore?’ gridò Mildred…
(R. Bradbury, Fahrenheit 451)
mercoledì 9 novembre 2016
AL DI SOPRA DEL BENE E DEL MALE... OVVERO: la cena segreta (24)
Precedenti capitoli:
Al di sopra del bene e del male (23/1)
Prosegue in:
I padroni di oggi (25/1)
FRAMMENTI
SCONSIGLIATI
AI SERVI DEL POTERE
…Così, è sufficientemente chiaro per i saggi come questo creatore, che
ha fatto sterminare senza pietà nel tempo tanti uomini e donne con tutti i loro
bambini, non sia quello vero. Soprattutto per quanto riguarda i bambini la cosa
appare incredibile: dal momento che questi – secondo le credenze dei nostri
avversari – non avevano né la scienza per distinguere rettamente il bene dal
male né libero arbitrio, come avrebbe potuto il vero creatore sterminare senza
pietà nel tempo i suoi bambini dando loro la morte più spaventosa? Tanto più
che il Signore ha detto per bocca di Ezechiele: ‘Il figlio non porterà
l’iniquità del padre, ma l’anima che avrà peccato morrà essa stessa’.
Né Gesù Cristo, il Figlio fedele del nostro creatore, insegnò ai suoi seguaci che annientassero completamente in questo mondo temporale i loro nemici, ma piuttosto comandò di far loro del bene. Lo dice egli stesso nel Vangelo del Beato Matteo: ‘Avete sentito che è stato detto agli antichi: “Amerai il prossimo tuo e avrai in odio il tuo nemico”. Io invece vi dico: “Amate i vostri nemici” ’. Non ha detto: “In questo mondo temporale perseguitate i vostri nemici, come ha fatto un tempo il padre vostro”, ma ha detto: “Amate i vostri nemici e fate del bene a coloro che vi odiano: pregate per coloro che vi perseguitano e che vi calunniano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli”, quasi dicesse: “Affinché siate nell’amore del Padre vostro che è nei cieli al quale appartiene quest’opera di misericordia”.
Perciò lo stesso figlio di Dio, Gesù Cristo, ha appreso dal padre suo a
fare nel mondo presente quest’opera di misericordia, come dice, parlando di se
stesso, nel Vangelo di Giovanni: “Il Figlio da sé non può fare nulla, ma
soltanto ciò che vede fare al Padre, perché tutto ciò che questi fa, il Figlio
similmente lo fa”. Dunque è evidente che il Padre di Gesù Cristo non ha fatto
sterminare in questo mondo temporale tanti uomini e donne con tutti i loro
bambini; proprio perché questo Dio è ‘Padre delle misericordie e Dio di ogni
consolazione’, come ha fatto notare l’Apostolo ai Corinzi.
Per concludere….
Perciò i sapienti leggono ‘le Scritture’ e credono senza dubitare che
vi è un Dio malvagio, Signore e creatore, origine e causa di tutti i mali sopra
descritti. Se così non fosse, bisognerebbe di necessità ammettere che lo stesso
Dio vero – il quale è luce, è buono e santo, è fonte viva e originale di ogni
dolcezza, soavità e giustizia – sia direttamente origine e principio di ogni
iniquità, malizia, amarezza e ingiustizia, tutte le cose a lui opposte e
contrarie deriverebbero interamente dal Signore stesso. Opinione che, agli
occhi dei sapienti, è del tutto assurda.
(La cena segreta, Trattati e Rituali catari)
domenica 6 novembre 2016
PAESAGGI DELLA PAURA: la frattura (22)
Precedenti capitoli:
Paesaggi della paura: l'apocalisse (21/1)
Prosegue in:
Al di sopra del bene e del male... ovvero: la cena segreta (23)
Allora il Profeta beato con gran
moltitudine di monaci si diresse verso il bosco di sala dei Malla, l’Upavattana
dei Malla, sull’altra sponda del fiume Hirannavati, e giuntovi al reverendo
Ananda queste parole rivolse:
“Per favore, Ananda, fra due alberi
di sala apprestami un giaciglio con la testa volta a nord. Io sono stanco,
Ananda, vorrei giacere”.
“Va bene, Signore”, così il reverendo
Ananda annuendo, al Profeta Beato, fra due alberi di sala il giaciglio
apprestò. E allora il beato si pose a giacere sul lato destro, al modo di
giacere della bestia come un leone, ponendo piede su piede, sciente e
consapevole.
Ed in quel momento, i due alberi di
sala divennero fioriti con fiori fuori stagione. E i fiori sul corpo del
Tathagata si sparsero, si sparpagliarono, lo cosparsero per rendere culto al
Tathagata; ed i fiori di mandarava celesti e celeste polvere di sandalo,
caddero dal cieolo e sul corpo del Tathagata si sparsero, si sparpagliarono,
come neve d’inverno. E strumenti celesti suonarono nel cieolo per rendere
omaggio al Tathagata. E musiche celesti si udirono nel cielo per rendere
omaggio al Tathagata…
Allora il Beato disse ai monaci:
“Guardate ora, fratelli, questo vi dico: le cose di cui siamo composti e le
forze che ci tengono insieme sono soggette a passare. Con zelo perseguite il
vostro compito:
Queste sono le ultime parole del
Tathagata”.
E appena il Beato entrò nel nirvana,
nel momento stesso del nirvana, ci fu un grande tremore di terra, terribile,
orripilante e scoppio di tuoni.
E quando il Beato fu entrato nel
nirvana, i monaci, dai quali non era del tutto scomparsa la passione, alcuni
levano le braccia, piangono, alcuni cadono lunghi per terra, vi si rotolano e
vi si rivoltano ed esclamano: “Troppo presto il Beato è entrato nel nirvana,
troppo presto il Sugata è entrato nel nirvana, troppo presto l’occhio del mondo
s’è spento”.
Ma quei monaci dai quali la passione
era scomparsa, scienti e consapevoli si rassegnano: “Non eterne sono le cose
composte. Come è possibile che così non accada?”.
Allora il Reverendo Anuruddha
rivolgendosi ai monaci disse: “Basta, fratelli, non affliggetevi, non
lamentatevi. Non ha forse il Beato già detto che tutte le cose a noi care e
gradevoli mutano Natura, scompaiono, diventano qualche cosa d’altro? Come
dunque, reverendi, sarebbe possibile che quello che nacque, divenne, si
compose, è soggetto a dissolversi, questo appunto non si dissolva? Tale stato
di cose certamente non esiste”.
E in quel tempo i Malla di Kusinara
erano raccolti nella sala del consiglio, proprio per il da farsi. Ed il
reverendo Ananda si diresse verso la sala del consiglio dei Malla di Kusinara,
e giuntovi dette loro la notizia: “Entrato nel nirvana, o Vasettha, è il Beato;
fate ora quello che si addice”.
Allora i Malla, e i figli dei Malla,
e le nuore dei Malla, e le mogli dei Malla furono tristi, infelici, nel cuore
addolorati; ed alcuni piangono, scompigliandosi i capelli, si lamentano levando
le braccia, cadono lunghi per terra, vi si rotolano, e vi si rivoltano.
“Troppo presto il Beato è entrato nel
nirvana. Troppo presto il Sugata è entrato nel nirvana, troppo presto l’occhio
del mondo s’è spento”.
(Il nirvana)
Il destino dei fondatori delle grandi religioni è profondamente tragico; essi
sono i grandi solitari. E’ vero che la solitudine è la sorte dell’uomo, chiuso
in se medesimo come un fiore che non riesce a sbocciare, perché la parola
definisce il visibile, ma, fuori di questo, esprime soltanto per illusioni o
parziali bagliori il senso particolare e personale che noi le diamo, provocando
in altri altre reazioni, o, in modo approssimativo, adombra il fondo dell’anima
incomunicabile. Poi le consuetudini, i pregiudizi, gli universali consensi
della vita associata soffocano quel senso occulto che mai o raramente fiorisce alla
luce del sole (cercano di reprimerlo…).
L’uomo allora si adegua a questa
sua schiavitù, a questo livellamento, a questo suo morire eternamente: perché
pensare come tutti pensano, inchinarsi agli stessi idoli, rispettare le
strutture sociali vuol dire non pensare affatto, essere una cosa, non una
creatura libera. E’ un fatto che l’uomo nulla tanto teme quanto la libertà; e
senza dolersene la vende, per non trovarsi a faccia a faccia con la propria solitudine,
dove soltanto è riposta la sua luce e il suo mistero, il suo tormento e la
sua grandezza.
Le esperienze dei Maestri sono dunque incomunicabili, capaci di riflettersi
soltanto, in apparizioni improvvise, negli eletti e nei puri (nei Perfetti) che
hanno superato la trama della storia. La loro parola è allusiva; adoperano le
parole che il mondo comprende, ma le caricano di un senso diverso ed unico. Se
dunque è difficile conoscere la parola dei Maestri, altrettanto difficile è
conoscere i particolari della loro vita. Anche quella del Buddha noi non la sapremo mai. Ma la
cosa non conta. Perché la sua vita si riassume e si conclude in quell’istante
irripetibile nel quale gli apparve, nella evidenza abbagliante, la verità
ricercata.
Tutto il resto non ha importanza.
Le vite dei santi sono tutte uguali: seguono uno schema identico sia in
Oriente sia in Occidente; la nascita immacolata, la consapevolezza immediata
della propria missione, la precoce onniscenza che confonde i dotti chiamati ad
istruirli, la rinuncia al mondo, la tentazione, la pietà, la resurrezione
del morto, la guarigione dei malati, la redenzione delle donne perdute, le vane
insidie del traditore, il trapasso fra oscuramenti del cielo, scatenamenti
della terra od esaltazioni di luce. Così nasce la leggenda intessuta di questi
archetipi e avvolge e nasconde le nudità di una vita sublime.
Il Maestro diventa dio: anzi, secondo alcune scuole, egli è soltanto apparenza
illusoria che non ha pronunciato neppure una parola, un riflesso del Vero, come
un raggio di grazia che ha colpito la mente di quelli che sono spiritualmente
maturi per intenderla, come l’eco di una voce transumana che questi hanno
tradotto, per il proprio ed altrui beneficio in termini razionali. L’uomo è tardo a seguire l’insegnamento
sottile, a scendere nella solitudine del proprio io, a sciogliersi dal vincolo
o dai simboli della vita associata. La singolarità di un insegnamento
semplice e difficile a seguire, perché va contro la corrente, lo turba…..
(Giuseppe Tucci)
giovedì 3 novembre 2016
ALDIQUA' e ALDILA' del vetro OVVERO: Paesaggi della paura (18)
Precedenti capitoli:
Paesaggi della paura (17/1) &
Aldiquà e Aldilà dell'umana... (cosa è la metafisica?)
Prosegue in:
Paesaggi della paura: speriamo sia femmina! (19)
Il fatalismo capriccioso delle divinità antiche era allora solo
leggermente scalfito da un nuovo credo religioso che, d’altronde, stentava a
farsi strada fra tanti, soprattutto fra i rustici i quali spesso limitati e
chiusi nel destino virtualmente ‘evoluto’ specchio ieri come oggi della propria
falsa cultura… Riporto un esempio analogo nel quale apparentemente il tempo
numerato compie un circolo di un millennio ed approdo con il ricordo di un
Frammento di una Rima composta in un solstizio di un Inverno porta di un Dio
Infinito e caduta nel cerchio di cui abate Atala ed i suoi agnelli si
raccontano ancor oggi medesimi e miseri tempi odierni… Nel monastero di Bobbio,
un suo monaco incendiò un tempio pagano costruito sui tronchi d’albero sulla
riva della Stàffora, vicino a Tortona. I contadini tutti, assieme ad i pastori
comandati dal gesuita di turno, presero a bastonate il monaco e lo gettarono
nel fiume, allora, oggi invece, fedeli ad un ‘parabola’
più consona alla pecunia con cui ugual gregge conta lo sterco della propria
materia, ‘attentarono’ in nome di un falso Dio il monaco Atala elevandolo a
santo nonché pastore del fiero monte ove l’Albero non certo gradito… L’episodio
della prima metà del secolo settimo ‘evoluto’ al secondo millennio integro e
regredito alla crosta con cui edificato, rivela in verità e per il vero, la
lotta che gli uomini di chiesa condussero e conducono oggi come allora, in
misura diversa, contro le pratiche pagane (per gli autori delle cronache - per i
ciarlatani accompagnati ai pennivendoli ed agli scribi di antica Memoria: l’Albero
pregato è ancora immutato nella sua Infinita bellezza - guarda un po’ disperato
tanti rami crollati ai suoi piedi come edifici precipitati per mano dell’uomo… L’uomo
che crea e fabbrica l’onesta pecunia nella Genesi della propria ed altrui
venuta in nome e per conto di un dio… Io pregai l’Albero e l’Infinita sua
Stagione specchio di un Universo né visto né immaginato… privato quantunque
della pecunia e della verità con cui pregare la radice della Memoria… non vista
forse solo Nascosta… E’ pur cosa gradita e saporita qual miglior condimento
alla tavola della loro piccola dottrina…).
…E’ nello stesso tempo, testimonianza della resistenza delle medesime
di fronte all’evangelizzazione delle montagne. Alberi sacri vengono abbattuti
(ieri come oggi in nome di ugual ‘progresso’), uno dopo l’altro, nel corso del
Medioevo, ma la sacralità della pianta, in cui forse si materializza più che in
altri elementi (la medesima Natura dell’intero Universo…), per i villani ed i
rustici… allora non venne meno (quando i tempi rivolgevano allo Spirito
della Natura dovuta preghiera non certo una Chiesa…), oggi invece, in tempi che
dicono maturi ove i frutti raramente crescono al ramo dei propri arbusti, viene
meno ogni principio di cui la forza originaria di un Primo Pensiero sottratta
alla volontà limite della materia raccolta e consumata ad una tavola imbandita
ove trema paura giacché il legno con cui si era soliti costruirla e pregarla
non più in uso al focolare della dimora ove il pasto sa d’agnello e il grasso
che ne sgorga e trasuda per sua natura saporito come cemento… E’ pur sempre un
buon condimento con cui allietare ed annunciare ogni Buona Novella satollo
della vita… difficile da digerire al ventre ove posta l’Eresia… giacché più
dura del cemento ed amara più d’ogni sconfitta barattata per vittoria nel conto
della Storia…
La Natura per tutto il Medioevo, è al centro dell’attenzione dell’uomo,
con un’intensità di interrogativi e osservazioni che a ‘voi’ può sembrare
ossessionante. Non conosciamo se non imperfettamente tale rapporto, assai
stretto, che nei ceti più bassi, soprattutto nelle campagne, assumeva caratteri
di quasi esclusività. Sicuri di essere legati ineluttabilmente al mondo
naturale (oggi i tempi sono irreversibilmente mutati…) e regolati dalle sue
stesse leggi, sia le persone colte che l’uomo comune vivono la propria vita
senza distogliere mai l’attenzione da esso, timorosi ogni qual volta segni
eccezionali (come terremoti, eclissi, aurore boreali ed altro ancora…) sembrano
rivelare un’impennata, uno scarto, un arrestarsi dell’evoluzione regolare delle
cose. La paura che accada qualcosa di irreparabile diventa, allora, facilmente
parossismo: dovunque, sulla terra e nel cielo, si osservano segnali di un mondo
che ammonisce a non infrangere le regole (regole equilibri e principi di un….)…
I documenti narrativi dell’alto Medioevo, letti, purtroppo, sino ad ora
(come
ora voi in codesto antico e Primo Evo….), prevalentemente come
repertori della Storia politica, dei trattati, delle paci, delle guerre, se li
osserviamo – come in realtà soprattutto sono – nelle loro caratteristiche di
specchio dei rapporti dell’uomo con la Natura, ci si presentano come cronache
attente e puntigliose di ciò che di naturale avveniva ed avviene sulla faccia
della terra, nelle acque, nel cielo. Soprattutto nei primi secoli del Medioevo,
i fenomeni naturali erano considerati e vissuti come segni. Questo linguaggio
della Natura non è analogamente riscontrabile nelle cronache del pieno e tardo
Medioevo, quando l’attenzione dello scrittore era attratta in maniera
altrettanta forte dall’aspetto più schiettamente naturale dei fenomeni e delle
loro conseguenze sulla vita materiale dell’uomo.
…Nei primi secoli del Medioevo, tutto ciò che esorbitava dai limiti del
normale si pensava generato, per così dire, dalla Natura; si trattava di esseri
materiali, seppure spesso mostruosi, legati al mondo vegetale, animale, umano.
Più tardi, invece, acquistarono un contenuto ed una fisionomia sovrannaturale,
in concomitanza con il progressivo allontanarsi dell’uomo dalla Natura, della
distruzione di molte sue componenti, tra le quali boschi e foreste, che vennero
ridotte a coltura. Le selve che restarono dopo il lungo intervento
colonizzatore divennero via via realtà estranee all’uomo spesso paurose. E’
significativo che le apparizioni dei morti iniziassero allora ad ever luogo
soprattutto in esse. Ma nell’alto Medioevo tutto, pur con diverse sfumature,
era assimilato alla Natura, magari deformata o abbellita: lo stesso Paradiso
veniva immaginato come sublimazione della terra coltivata dall’uomo, un
giardino bellissimo, con acque, fiori, alberi. Si credeva che l’uomo si
muovesse con facilità da questo all’altro mondo: prima di morire la visione del
Paradiso si schiudeva sul capezzale, si sentivano profumi intensi, si udivano
musiche inebrianti. I morti non di rado tornavano in vita per raccontare
dell’altro mondo, i santi scendevano su questo a compiere un pellegrinaggio al
sepolcro di un martire famoso, a pregare per la propria anima sulla propria
tomba. Insomma, il mondo naturale e quello ‘soprannaturale’ non erano ancora
divisi dalla linea che si andrà allargando e irrigidendo ad iniziare dal pieno
Medioevo; l’uno e l’altro erano fatti della stessa materia, seppur sublimata
per quanto concerne il secondo.
…Il grande e delicato Alcuino, monaco poeta, vedeva lo svanire rapido
delle cose, il cambiare delle forme, il loro cammino verso l’annullamento di
tutto. Non è certo solo il desiderio di comporre belle parole – che pure gli
sono care – a spingere il dotto uomo di chiesa a gettare lo sguardo
sull’orizzonte della fine. Una vita precaria, una morte che allora scandiva le
vicende degli uomini con colpi più fitti delle nascite, lo portano spesso a
tristi considerazioni. La morte sul campo di battaglia, la mortalità infantile,
le pestilenze, la nutrizione legata ai capricci delle stagioni (e quindi spesso
scarsa) mantenevano bassa la media della vita. Basta leggere i documenti del
tempo, dove l’uomo fa capolino per vendere un campo, averne uno in affitto,
operare uno scambio di terre per constatare che gran parte delle persone non ha
il padre: il nome personale, che veniva precisato con quello del padre, ci
prospetta una folla innumere di ‘figli del fu’: Pietro del fu Andrea, Paolo di
Antonio di buona memoria… Le cronache poi sono segnate a scadenza ravvicinata
dalla segnalazione di nobili caduti in battaglia, di figli di grandi personaggi
deceduti per malattia in età giovane, di carestie e pestilenze micidiali. Siamo
ben lontani dal possedere una nozione dell’incidenza di questo sulla coscienza
degli uomini; gli occhi di coloro che morivano e di quanti li vedevano morire
non ci sono noti affatto: quali sofferenze, quali rimorsi, paure? Possiamo
soltanto dire che la morte era rispettata, come fatto davanti al quale
bisognava fermarsi e riflettere, qualcosa che anche allora era difficile
accettare.
Gli uomini, dunque, erano pochi, almeno i vivi; mentre con il
trascorrere del tempo, le aree cimiteriali acquistavano una dimensione ed
un’importanza che noi forse non riusciremo mai ad immaginare. Era un mondo di
morti, e così comprendiamo il pessimismo dei chierici, il loro assistere
impotenti e scettici allo svanire della vita; come capiamo gli innumerevoli
donativi alle chiese, dettati dalla paura di morire e dalla volontà di
procurare preghiere a quell’altra massa di persone, ben più consistente, che
dormiva dentro e attorno alle chiese, attendendo il giorno in cui sarebbero
state svegliate per il giudizio finale.
(V. Fumagalli, Paesaggi della paura)
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