giuliano

domenica 20 novembre 2016

INTERMEZZO VENATORIO: il cacciatore (2)































'Solo per voi’ mi disse: ‘non posso servire a tutti un simile piatto!’.
‘Di che cos’è dunque quell’arrosto?’.
‘Filetto d’orso, nient’altro!’.
Avrei preferito che mi lasciasse credere trattarsi di un semplice filetto di bue. Guardavo macchinalmente quel cibo decantato. Esso mi ricordava quelle disgraziate bestie che da piccolo avevo visto ruggenti e infangate, con una catena al naso e un uomo all’estremità della catena, ballare pesantemente, a cavallo d’un bastone, come il bambino di Virgilio; sentivo il rumore sordo del tamburo su cui l’uomo batteva, il suono acuto del piffero in cui soffiava, e tutto ciò non contribuiva a creare in me alcuna speciale simpatia per la carne che avevo davanti. Avevo preso l’arrosto sul mio piatto, e dal modo trionfante con cui la forchetta vi si era piantata, avevo sentito che possedeva per lo meno quella quantità che doveva rendere così infelici i montoni di mademoiselle Scudéry.
Tuttavia esitavo sempre voltandolo e rivoltandolo sulle due facce rosolate allorché l’albergatore che mi guardava senza comprendere il motivo della mia esitazione mi decise con un ultimo: ‘Assaggiatelo! Mi saprete poi dire se è buono!’.




Infatti ne tagliai un pezzo grosso come un’oliva, l’impregnai di tutto il burro che era capace di assorbire e scostandolo le labbra lo misi fra i denti spinto più dalla vergogna che dalla speranza di vincere la mia ripugnanza. L’albergatore, in piedi dietro di me, seguiva tutti i miei movimenti con l’impazienza benevola d’un uomo sicuro e felice di potermi fare una lieta sorpresa.
Confesso che la mia fu grande.
Ciò nonostante non osavo manifestare subito la mia opinione; credevo ancora di essermi sbagliato: tagliai silenziosamente un secondo pezzo, grande il doppio del primo, gli feci prendere la stessa strada con le medesime precauzioni e quando fu trangugiato: ‘Ma è proprio orso?’ dissi.
‘Orso’.
‘Davvero?’.
‘Parola d’onore’.
‘E’ veramente straordinario!’.
In quello stesso momento l’albergatore fu chiamato alla tavola grande. Vi andò, ormai sicuro che stavo per fare onore al suo piatto favorito, lasciandomi alle prese col mio arrosto. I tre quarti erano già scomparsi quando ritornò, e riprendendo la conversazione nel punto in cui l’aveva interrotta: ‘L’animale col quale siete alle prese’ disse ‘era una bestia famosa’.  




Feci col capo un segno di approvazione.
‘Pesava trecento chili!’.
‘Bel peso!’ (Non perdevo un boccone).
‘Non lo si è potuto prendere senza fatica, ve lo garantisco!’.
‘Credo bene!’ E mi misi in bocca l’ultimo pezzo.
‘Quel mostro ha mangiato metà del cacciatore che l’ha ucciso’.
Il boccone mi uscì dalla bocca come se una molla lo avesse rovesciato.
‘Che il diavolo vi porti!’ dissi, voltandomi dalla sua parte ‘Non si fanno questi scherzi ad un uomo che sta mangiando..’.
‘Io non scherzo, signore; è la verità’.
Sentivo il mio stomaco rivoltarsi.
‘Era’ continuò l’albergatore ‘un povero cacciatore del villaggio di Fouly, chiamato Guillaume. L’orso, di cui non resta più nulla al di fuori di quel piccolo pezzo che avete là sul vostro piatto, veniva tutte le notti a rubare le sue pere; poiché tutto va bene per quelle bestie.
Tuttavia si rivolgeva di preferenza ad un albero carico di pere bergamotte. Chi lo direbbe che un animale come quello là abbia gli stessi gusti dell’uomo…..’.  

(A. Dumas, In viaggio sulle Alpi)
















venerdì 11 novembre 2016

INTERMEZZO CON LA 'GRANDE NOTIZIA': la nuova puntata del 'Buffone Bianco'













































Precedente capitolo:

Intermezzo con la 'Grande Notizia'













‘Capite signore’, aveva detto allora Faber ‘non è delle cose che amo parlare, ma del significato delle cose. E mentre seggo su questa panca e mi guardo intorno so di essere vivo’.
Questo era stato tutto.
Un’ora di monologo, dei versi, un commento e poi, senza nemmeno avere l’aria di sapere che Montag era un milite del fuoco, Faber, con un certo tremito della persona, aveva scritto il suo indirizzo su un foglietto di carta.
‘Per il vostro archivio’, aveva detto ‘nell’eventualità che decideste di avercela con me’.
‘Ma io non ce l’ho affatto con voi’, aveva risposto Montag sorpreso.




In anticamera, Mildred dette in uno scoppio di risa squillanti. Montag, in camera da letto aprì un armadio a muro e si mise a sfogliare la sua agenda personale, sotto l’intestazione: Indagini eventuali. Vi figurava anche il nome di Faber. Non lo aveva denunciato e non lo aveva nemmeno cancellato dal suo taccuino.
Formò il numero telefonico su un altro apparecchio, sussidiario. L’apparecchio all’altro capo del filo chiamò il nome di Faber una dozzina di volte, prima che il professore rispondesse con voce fioca. Montag disse il proprio nome e, dopo che si fu fatto riconoscere, rimase stupito del lungo silenzio che seguì.
‘Dunque, signor Montag?’.
‘Professor Faber, vorrei farvi una domanda piuttosto strana. Quante copie del Vangelo credete che siano rimaste in tutta la nazione?’.




‘Non so di che cosa state parlando!’.
‘Vorrei sapere se non ne sia rimasta nemmeno una copia, professore!’.
‘Ma che razza di trappola è questa? Non intendo parlare al telefono col primo venuto!’.
‘Quante copie di Shakespeare e Platone, o di altri libri Eretici di Verità….  professore?’.
‘Nessuna! Lo sapete bene come me. Nessuna!’.
E Faber tolse la comunicazione.
Montag depose il ricevitore.
Nessuna copia.
Nessuna conoscenza.
Nessuna Coscienza.
Nessun Intelletto.
Nessun Dio.
Nessuna Divinità.
Posso sedermi tranquillo ora ed aspettare il prossimo messaggino…




Nessuna copia. Cosa che egli sapeva ovviamente dagli elenchi alle pareti della Casa del fuoco. Ma in certo qual modo, aveva avuto bisogno di sentirselo dire dallo stesso Faber.
In anticamera la voce di Mildred era tutta pervasa di gioiosa commozione:
‘Sai, vengono le signore, oggi!’.
Montag le mostrò un volume:
‘Questo è il Nuovo e l’Antico Testamento e se…’
‘Per favore non ricominciare con certi discorsi!’.
‘Potrebbe essere l’ultima copia rimasta in questa parte del mondo’.
‘Tanto, dovrai pur consegnarla stasera, no? Il capitano Beatty sa che tu l’hai, non ti pare?’.
‘Non credo che possa sapere quale libro ho sottratto. Almeno che il segugio meccanico che ci guarda. Ma il problema è la scelta del libro da rendere in sostituzione…’.
…'Sarai in casa stasera, per il .. Buffone Bianco e la visita delle signore?’ gridò Mildred…

(R. Bradbury, Fahrenheit 451)

















mercoledì 9 novembre 2016

AL DI SOPRA DEL BENE E DEL MALE... OVVERO: la cena segreta (24)










































Precedenti capitoli:

Al di sopra del bene e del male (23/1)

Prosegue in:

I padroni di oggi (25/1)





FRAMMENTI SCONSIGLIATI


AI  SERVI  DEL  POTERE






…Così, è sufficientemente chiaro per i saggi come questo creatore, che ha fatto sterminare senza pietà nel tempo tanti uomini e donne con tutti i loro bambini, non sia quello vero. Soprattutto per quanto riguarda i bambini la cosa appare incredibile: dal momento che questi – secondo le credenze dei nostri avversari – non avevano né la scienza per distinguere rettamente il bene dal male né libero arbitrio, come avrebbe potuto il vero creatore sterminare senza pietà nel tempo i suoi bambini dando loro la morte più spaventosa? Tanto più che il Signore ha detto per bocca di Ezechiele: ‘Il figlio non porterà l’iniquità del padre, ma l’anima che avrà peccato morrà essa stessa’.




Né Gesù Cristo, il Figlio fedele del nostro creatore, insegnò ai suoi seguaci che annientassero completamente in questo mondo temporale i loro nemici, ma piuttosto comandò di far loro del bene. Lo dice egli stesso nel Vangelo del Beato Matteo: ‘Avete sentito che è stato detto agli antichi: “Amerai il prossimo tuo e avrai in odio il tuo nemico”. Io invece vi dico: “Amate i vostri nemici” ’. Non ha detto: “In questo mondo temporale perseguitate i vostri nemici, come ha fatto un tempo il padre vostro”, ma ha detto: “Amate i vostri nemici e fate del bene a coloro che vi odiano: pregate per coloro che vi perseguitano e che vi calunniano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli”, quasi dicesse: “Affinché siate nell’amore del Padre vostro che è nei cieli al quale appartiene quest’opera di misericordia”.




Perciò lo stesso figlio di Dio, Gesù Cristo, ha appreso dal padre suo a fare nel mondo presente quest’opera di misericordia, come dice, parlando di se stesso, nel Vangelo di Giovanni: “Il Figlio da sé non può fare nulla, ma soltanto ciò che vede fare al Padre, perché tutto ciò che questi fa, il Figlio similmente lo fa”. Dunque è evidente che il Padre di Gesù Cristo non ha fatto sterminare in questo mondo temporale tanti uomini e donne con tutti i loro bambini; proprio perché questo Dio è ‘Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione’, come ha fatto notare l’Apostolo ai Corinzi.





Per concludere….

Perciò i sapienti leggono ‘le Scritture’ e credono senza dubitare che vi è un Dio malvagio, Signore e creatore, origine e causa di tutti i mali sopra descritti. Se così non fosse, bisognerebbe di necessità ammettere che lo stesso Dio vero – il quale è luce, è buono e santo, è fonte viva e originale di ogni dolcezza, soavità e giustizia – sia direttamente origine e principio di ogni iniquità, malizia, amarezza e ingiustizia, tutte le cose a lui opposte e contrarie deriverebbero interamente dal Signore stesso. Opinione che, agli occhi dei sapienti, è del tutto assurda.
(La cena segreta, Trattati e Rituali catari)  

























domenica 6 novembre 2016

PAESAGGI DELLA PAURA: la frattura (22)








































Precedenti capitoli:

Paesaggi della paura: l'apocalisse (21/1)

Prosegue in:

Al di sopra del bene e del male... ovvero: la cena segreta (23)













Allora il Profeta beato con gran moltitudine di monaci si diresse verso il bosco di sala dei Malla, l’Upavattana dei Malla, sull’altra sponda del fiume Hirannavati, e giuntovi al reverendo Ananda queste parole rivolse:

“Per favore, Ananda, fra due alberi di sala apprestami un giaciglio con la testa volta a nord. Io sono stanco, Ananda, vorrei giacere”.




“Va bene, Signore”, così il reverendo Ananda annuendo, al Profeta Beato, fra due alberi di sala il giaciglio apprestò. E allora il beato si pose a giacere sul lato destro, al modo di giacere della bestia come un leone, ponendo piede su piede, sciente e consapevole.
Ed in quel momento, i due alberi di sala divennero fioriti con fiori fuori stagione. E i fiori sul corpo del Tathagata si sparsero, si sparpagliarono, lo cosparsero per rendere culto al Tathagata; ed i fiori di mandarava celesti e celeste polvere di sandalo, caddero dal cieolo e sul corpo del Tathagata si sparsero, si sparpagliarono, come neve d’inverno. E strumenti celesti suonarono nel cieolo per rendere omaggio al Tathagata. E musiche celesti si udirono nel cielo per rendere omaggio al Tathagata…




Allora il Beato disse ai monaci: “Guardate ora, fratelli, questo vi dico: le cose di cui siamo composti e le forze che ci tengono insieme sono soggette a passare. Con zelo perseguite il vostro compito:
Queste sono le ultime parole del Tathagata”.

E appena il Beato entrò nel nirvana, nel momento stesso del nirvana, ci fu un grande tremore di terra, terribile, orripilante e scoppio di tuoni.
E quando il Beato fu entrato nel nirvana, i monaci, dai quali non era del tutto scomparsa la passione, alcuni levano le braccia, piangono, alcuni cadono lunghi per terra, vi si rotolano e vi si rivoltano ed esclamano: “Troppo presto il Beato è entrato nel nirvana, troppo presto il Sugata è entrato nel nirvana, troppo presto l’occhio del mondo s’è spento”.




Ma quei monaci dai quali la passione era scomparsa, scienti e consapevoli si rassegnano: “Non eterne sono le cose composte. Come è possibile che così non accada?”.

Allora il Reverendo Anuruddha rivolgendosi ai monaci disse: “Basta, fratelli, non affliggetevi, non lamentatevi. Non ha forse il Beato già detto che tutte le cose a noi care e gradevoli mutano Natura, scompaiono, diventano qualche cosa d’altro? Come dunque, reverendi, sarebbe possibile che quello che nacque, divenne, si compose, è soggetto a dissolversi, questo appunto non si dissolva? Tale stato di cose certamente non esiste”.




E in quel tempo i Malla di Kusinara erano raccolti nella sala del consiglio, proprio per il da farsi. Ed il reverendo Ananda si diresse verso la sala del consiglio dei Malla di Kusinara, e giuntovi dette loro la notizia: “Entrato nel nirvana, o Vasettha, è il Beato; fate ora quello che si addice”.
Allora i Malla, e i figli dei Malla, e le nuore dei Malla, e le mogli dei Malla furono tristi, infelici, nel cuore addolorati; ed alcuni piangono, scompigliandosi i capelli, si lamentano levando le braccia, cadono lunghi per terra, vi si rotolano, e vi si rivoltano.
“Troppo presto il Beato è entrato nel nirvana. Troppo presto il Sugata è entrato nel nirvana, troppo presto l’occhio del mondo s’è spento”.
(Il nirvana)



  
Il destino dei fondatori delle grandi religioni è profondamente tragico; essi sono i grandi solitari. E’ vero che la solitudine è la sorte dell’uomo, chiuso in se medesimo come un fiore che non riesce a sbocciare, perché la parola definisce il visibile, ma, fuori di questo, esprime soltanto per illusioni o parziali bagliori il senso particolare e personale che noi le diamo, provocando in altri altre reazioni, o, in modo approssimativo, adombra il fondo dell’anima incomunicabile. Poi le consuetudini, i pregiudizi, gli universali consensi della vita associata soffocano quel senso occulto che mai o raramente fiorisce alla luce del sole (cercano di reprimerlo…).
L’uomo allora si adegua a questa sua schiavitù, a questo livellamento, a questo suo morire eternamente: perché pensare come tutti pensano, inchinarsi agli stessi idoli, rispettare le strutture sociali vuol dire non pensare affatto, essere una cosa, non una creatura libera. E’ un fatto che l’uomo nulla tanto teme quanto la libertà; e senza dolersene la vende, per non trovarsi a faccia a faccia con la propria solitudine, dove soltanto è riposta la sua luce e il suo mistero, il suo tormento e la sua grandezza. 




Le esperienze dei Maestri sono dunque incomunicabili, capaci di riflettersi soltanto, in apparizioni improvvise, negli eletti e nei puri (nei Perfetti) che hanno superato la trama della storia. La loro parola è allusiva; adoperano le parole che il mondo comprende, ma le caricano di un senso diverso ed unico. Se dunque è difficile conoscere la parola dei Maestri, altrettanto difficile è conoscere i particolari della loro vita. Anche quella del Buddha noi non la sapremo mai. Ma la cosa non conta. Perché la sua vita si riassume e si conclude in quell’istante irripetibile nel quale gli apparve, nella evidenza abbagliante, la verità ricercata.
Tutto il resto non ha importanza.
Le vite dei santi sono tutte uguali: seguono uno schema identico sia in Oriente sia in Occidente; la nascita immacolata, la consapevolezza immediata della propria missione, la precoce onniscenza che confonde i dotti chiamati ad istruirli, la rinuncia al mondo, la tentazione, la pietà, la resurrezione del morto, la guarigione dei malati, la redenzione delle donne perdute, le vane insidie del traditore, il trapasso fra oscuramenti del cielo, scatenamenti della terra od esaltazioni di luce. Così nasce la leggenda intessuta di questi archetipi e avvolge e nasconde le nudità di una vita sublime.
Il Maestro diventa dio: anzi, secondo alcune scuole, egli è soltanto apparenza illusoria che non ha pronunciato neppure una parola, un riflesso del Vero, come un raggio di grazia che ha colpito la mente di quelli che sono spiritualmente maturi per intenderla, come l’eco di una voce transumana che questi hanno tradotto, per il proprio ed altrui beneficio in termini razionali. L’uomo è tardo a seguire l’insegnamento sottile, a scendere nella solitudine del proprio io, a sciogliersi dal vincolo o dai simboli della vita associata. La singolarità di un insegnamento semplice e difficile a seguire, perché va contro la corrente, lo turba…..

(Giuseppe Tucci)





























giovedì 3 novembre 2016

ALDIQUA' e ALDILA' del vetro OVVERO: Paesaggi della paura (18)












































Precedenti capitoli:

Paesaggi della paura (17/1)  &

Aldiquà e Aldilà dell'umana... (cosa è la metafisica?)

Prosegue in:

Paesaggi della paura: speriamo sia femmina! (19)














Il fatalismo capriccioso delle divinità antiche era allora solo leggermente scalfito da un nuovo credo religioso che, d’altronde, stentava a farsi strada fra tanti, soprattutto fra i rustici i quali spesso limitati e chiusi nel destino virtualmente ‘evoluto’ specchio ieri come oggi della propria falsa cultura… Riporto un esempio analogo nel quale apparentemente il tempo numerato compie un circolo di un millennio ed approdo con il ricordo di un Frammento di una Rima composta in un solstizio di un Inverno porta di un Dio Infinito e caduta nel cerchio di cui abate Atala ed i suoi agnelli si raccontano ancor oggi medesimi e miseri tempi odierni… Nel monastero di Bobbio, un suo monaco incendiò un tempio pagano costruito sui tronchi d’albero sulla riva della Stàffora, vicino a Tortona. I contadini tutti, assieme ad i pastori comandati dal gesuita di turno, presero a bastonate il monaco e lo gettarono nel fiume, allora, oggi invece, fedeli ad un ‘parabola’ più consona alla pecunia con cui ugual gregge conta lo sterco della propria materia, ‘attentarono’ in nome di un falso Dio il monaco Atala elevandolo a santo nonché pastore del fiero monte ove l’Albero non certo gradito… L’episodio della prima metà del secolo settimo ‘evoluto’ al secondo millennio integro e regredito alla crosta con cui edificato, rivela in verità e per il vero, la lotta che gli uomini di chiesa condussero e conducono oggi come allora, in misura diversa, contro le pratiche pagane (per gli autori delle cronache - per i ciarlatani accompagnati ai pennivendoli ed agli scribi di antica Memoria: l’Albero pregato è ancora immutato nella sua Infinita bellezza - guarda un po’ disperato tanti rami crollati ai suoi piedi come edifici precipitati per mano dell’uomo… L’uomo che crea e fabbrica l’onesta pecunia nella Genesi della propria ed altrui venuta in nome e per conto di un dio… Io pregai l’Albero e l’Infinita sua Stagione specchio di un Universo né visto né immaginato… privato quantunque della pecunia e della verità con cui pregare la radice della Memoria… non vista forse solo Nascosta… E’ pur cosa gradita e saporita qual miglior condimento alla tavola della loro piccola dottrina…).




…E’ nello stesso tempo, testimonianza della resistenza delle medesime di fronte all’evangelizzazione delle montagne. Alberi sacri vengono abbattuti (ieri come oggi in nome di ugual ‘progresso’), uno dopo l’altro, nel corso del Medioevo, ma la sacralità della pianta, in cui forse si materializza più che in altri elementi (la medesima Natura dell’intero Universo…), per i villani ed i rustici… allora non venne meno (quando i tempi rivolgevano allo Spirito della Natura dovuta preghiera non certo una Chiesa…), oggi invece, in tempi che dicono maturi ove i frutti raramente crescono al ramo dei propri arbusti, viene meno ogni principio di cui la forza originaria di un Primo Pensiero sottratta alla volontà limite della materia raccolta e consumata ad una tavola imbandita ove trema paura giacché il legno con cui si era soliti costruirla e pregarla non più in uso al focolare della dimora ove il pasto sa d’agnello e il grasso che ne sgorga e trasuda per sua natura saporito come cemento… E’ pur sempre un buon condimento con cui allietare ed annunciare ogni Buona Novella satollo della vita… difficile da digerire al ventre ove posta l’Eresia… giacché più dura del cemento ed amara più d’ogni sconfitta barattata per vittoria nel conto della Storia…




La Natura per tutto il Medioevo, è al centro dell’attenzione dell’uomo, con un’intensità di interrogativi e osservazioni che a ‘voi’ può sembrare ossessionante. Non conosciamo se non imperfettamente tale rapporto, assai stretto, che nei ceti più bassi, soprattutto nelle campagne, assumeva caratteri di quasi esclusività. Sicuri di essere legati ineluttabilmente al mondo naturale (oggi i tempi sono irreversibilmente mutati…) e regolati dalle sue stesse leggi, sia le persone colte che l’uomo comune vivono la propria vita senza distogliere mai l’attenzione da esso, timorosi ogni qual volta segni eccezionali (come terremoti, eclissi, aurore boreali ed altro ancora…) sembrano rivelare un’impennata, uno scarto, un arrestarsi dell’evoluzione regolare delle cose. La paura che accada qualcosa di irreparabile diventa, allora, facilmente parossismo: dovunque, sulla terra e nel cielo, si osservano segnali di un mondo che ammonisce a non infrangere le regole (regole  equilibri e principi di un….)…
I documenti narrativi dell’alto Medioevo, letti, purtroppo, sino ad ora (come ora voi in codesto antico e Primo Evo….), prevalentemente come repertori della Storia politica, dei trattati, delle paci, delle guerre, se li osserviamo – come in realtà soprattutto sono – nelle loro caratteristiche di specchio dei rapporti dell’uomo con la Natura, ci si presentano come cronache attente e puntigliose di ciò che di naturale avveniva ed avviene sulla faccia della terra, nelle acque, nel cielo. Soprattutto nei primi secoli del Medioevo, i fenomeni naturali erano considerati e vissuti come segni. Questo linguaggio della Natura non è analogamente riscontrabile nelle cronache del pieno e tardo Medioevo, quando l’attenzione dello scrittore era attratta in maniera altrettanta forte dall’aspetto più schiettamente naturale dei fenomeni e delle loro conseguenze sulla vita materiale dell’uomo.




…Nei primi secoli del Medioevo, tutto ciò che esorbitava dai limiti del normale si pensava generato, per così dire, dalla Natura; si trattava di esseri materiali, seppure spesso mostruosi, legati al mondo vegetale, animale, umano. Più tardi, invece, acquistarono un contenuto ed una fisionomia sovrannaturale, in concomitanza con il progressivo allontanarsi dell’uomo dalla Natura, della distruzione di molte sue componenti, tra le quali boschi e foreste, che vennero ridotte a coltura. Le selve che restarono dopo il lungo intervento colonizzatore divennero via via realtà estranee all’uomo spesso paurose. E’ significativo che le apparizioni dei morti iniziassero allora ad ever luogo soprattutto in esse. Ma nell’alto Medioevo tutto, pur con diverse sfumature, era assimilato alla Natura, magari deformata o abbellita: lo stesso Paradiso veniva immaginato come sublimazione della terra coltivata dall’uomo, un giardino bellissimo, con acque, fiori, alberi. Si credeva che l’uomo si muovesse con facilità da questo all’altro mondo: prima di morire la visione del Paradiso si schiudeva sul capezzale, si sentivano profumi intensi, si udivano musiche inebrianti. I morti non di rado tornavano in vita per raccontare dell’altro mondo, i santi scendevano su questo a compiere un pellegrinaggio al sepolcro di un martire famoso, a pregare per la propria anima sulla propria tomba. Insomma, il mondo naturale e quello ‘soprannaturale’ non erano ancora divisi dalla linea che si andrà allargando e irrigidendo ad iniziare dal pieno Medioevo; l’uno e l’altro erano fatti della stessa materia, seppur sublimata per quanto concerne il secondo.




…Il grande e delicato Alcuino, monaco poeta, vedeva lo svanire rapido delle cose, il cambiare delle forme, il loro cammino verso l’annullamento di tutto. Non è certo solo il desiderio di comporre belle parole – che pure gli sono care – a spingere il dotto uomo di chiesa a gettare lo sguardo sull’orizzonte della fine. Una vita precaria, una morte che allora scandiva le vicende degli uomini con colpi più fitti delle nascite, lo portano spesso a tristi considerazioni. La morte sul campo di battaglia, la mortalità infantile, le pestilenze, la nutrizione legata ai capricci delle stagioni (e quindi spesso scarsa) mantenevano bassa la media della vita. Basta leggere i documenti del tempo, dove l’uomo fa capolino per vendere un campo, averne uno in affitto, operare uno scambio di terre per constatare che gran parte delle persone non ha il padre: il nome personale, che veniva precisato con quello del padre, ci prospetta una folla innumere di ‘figli del fu’: Pietro del fu Andrea, Paolo di Antonio di buona memoria… Le cronache poi sono segnate a scadenza ravvicinata dalla segnalazione di nobili caduti in battaglia, di figli di grandi personaggi deceduti per malattia in età giovane, di carestie e pestilenze micidiali. Siamo ben lontani dal possedere una nozione dell’incidenza di questo sulla coscienza degli uomini; gli occhi di coloro che morivano e di quanti li vedevano morire non ci sono noti affatto: quali sofferenze, quali rimorsi, paure? Possiamo soltanto dire che la morte era rispettata, come fatto davanti al quale bisognava fermarsi e riflettere, qualcosa che anche allora era difficile accettare.
Gli uomini, dunque, erano pochi, almeno i vivi; mentre con il trascorrere del tempo, le aree cimiteriali acquistavano una dimensione ed un’importanza che noi forse non riusciremo mai ad immaginare. Era un mondo di morti, e così comprendiamo il pessimismo dei chierici, il loro assistere impotenti e scettici allo svanire della vita; come capiamo gli innumerevoli donativi alle chiese, dettati dalla paura di morire e dalla volontà di procurare preghiere a quell’altra massa di persone, ben più consistente, che dormiva dentro e attorno alle chiese, attendendo il giorno in cui sarebbero state svegliate per il giudizio finale.

(V. Fumagalli, Paesaggi della paura)