giuliano

mercoledì 14 dicembre 2016

A CACCIA DI NOI 'LUPI' (4)



















Precedenti capitoli:

A caccia di noi 'Lupi' (3/1)














Le teste, appunto.......
Voi certo non immaginate (né io l'immaginavo) che le teste degli attori di legno possano
dare ai fratelli Lupi assai più pensieri che non ne diano ai capocomici le teste degli atto-
ri in carne ed ossa.
Ed è così, poiché essi vogliono una rassomiglianza perfetta nelle teste dei personaggi il-
lustri, morti o vivi che siano, e in quelle di tutti gli altri una corrispondenza rigorosa della
fìsonomia col carattere; e non è cosa facile agli artisti il soddisfare a una tale esigenza at-
tenendosi ad un tempo all'esagerazione dei lineamenti voluta dall'ottica teatrale, senza
spinger neppure questa esagerazione oltre il limite d'una caricatura discreta.
Vi furono in questo genere due scultori genovesi, i fratelli Pittaluga, morti da circa trenta
anni, valenti tanto, che molte delle teste fatte da loro servono ancora di modello e son ri-
prodotte, con poche modificazioni, in centinaia di esemplari. Ma altre moltissime debbo-
no esser fatte d'immaginazione, e non riuscendo alla prima, rifatte, e fino a tre o quattro
volte rimodellate in creta, prese nel gesso, gittate in cartapesta, colorite a olio, con cura
e fatica infinita di chi le ordina e di chi le forma.
E così negli scenari, dopo il vecchio Morgari, che fu insuperabile, son rari i pittori che
ottengano gli effetti speciali voluti da certe rappresentazioni fantastiche d'un teatro di
marionette.




E per il vestiario e per tutto ciò che vi si connette è il medesimo: è diffìcile trovar lavo-
ratori che abbiano l'abilità e il buon volere di far degli stivali minuscoli perfetti in ogni
loro parte, delle scarpettine di signora lunghe quanto un dito, delle parrucche grandi
come la mano, brizzolate, architettate, disordinate con arte, e una quantità innumere-
vole di piccoli oggetti, come parasoli, panierini, portafogli, valigette, attorno a cui le
dita più agili e più delicate si stancano e s'impazientano. E ad ogni nuova produzione
spettacolosa c'è un esercito d'attori, d'attrici, di comparse grandi e piccole da vesti-
re, calzare, incappellare, armare e ingioiellare, secondo l'uso di vari tempi e paesi,
consultando album di costumi, studiando quadri, facendo ricerche di figurini, utiliz-
zando vestiari smessi; di modo che non bastano all'opera la signora Lupi e le sue fi-
gliuole, e vi s'aggiungono modiste e altre collaboratrici, e qualche volta per un solo
spettacolo dura il lavoro per un mese intero. Durante il quale è bellissimo a vedere
il laboratorio, dov'è uno sfoggio di manti regali, di strascichi di dame, di sottanine
di danzatrici, di divise di guerrieri, una profusione di piccole cose strane, graziose
e pompose, un barbaglio di colori e di splendori, da impazzirci un collegio di bam-
bine e uno sciame di gazze.




Tutta la famiglia Lupi lavora al teatro: i due fratelli e la moglie e i figliuoli del primo:
quattro maschi e tre ragazze, di cui due fra i diciannove e i ventidue anni. E biso-
gna vederli tutti là, tranne i due più piccoli, appollaiati sul ponte, appoggiatoio, co-
me lo chiamano, sovrastante al palcoscenico, durante la rappresentazione.
Ecco il soggetto d'un quadro originale per un pittore ardito. La prima volta che,
stando sul palco, vidi di profilo quelle otto teste d'uomini e di donne, l'una dietro
l'altra, sporgenti da quella specie d'inginocchiatoio aereo, illuminate di sotto in su,
ora parlanti ad una ad una, o tutte insieme, con ogni sorta di sforzi violenti delle lab-
bra e di strane intonazioni di voce, da quella di basso cavernoso a quella di soprano
in falsetto, mentre le sedici mani movevano con un centinaio di fili una folla di per-
soncine di sotto, mi parve di vedere una famiglia di numi sorretti da una nuvola che
dirigessero le faccende e si pigliassero spasso d'una piccola umanità agitantesi so-
pra il polo d'un asteroide.
Ma riconobbi subito che il fare i numi a quel modo non doveva essere una delizia.
Stare delle ore in quell'atteggiamento contratto, col caloredi tutti quei lumi nel viso,
forzare e variare continuamente la voce, lavorando a un tempo con le dieci dita e
consultando con lo sguardo obliquo il copione posto nel mezzo che fa l'ufficio di
suggeritore, e mentre si parla e s'opera in alto vigilare e dar ordini a chi lavora in
basso e ruzzolare e arrampicarsi ogni momento per un rompicollo di scaletta da
bastimento quasi verticale, è una fatica da ammazzare anche dei numi.




Non mi maravigliai, quando calò la tela, di vederli scendere dall'Olimpo, in mani-
che di camicia e con le braccia nude, bagnati di sudore e anelanti, come scendono
gli acrobati dai trapezi. E allora soltanto m'accorsi che le due signorine portavano
un vestito maschile, camicino e calzoni di traliccio grigio, che le facevano parere
due operai; ma due operai dai quali il più terribile capo fabbrica avrebbe tollerato
qualunque infrazione al regolamento, sostituendo dei sorrisi alle multe.
Ma il dietro scena d'un teatro di marionette, per chi ci sale la prima volta, è pieno
di altre sorprese piacevoli. Stando accanto alle quinte mi veniva fatto di scansarmi
con un leggiero inchino, come si fa con le attrici vive, ogni volta che usciva di sce-
na una signora, e rimanevo poi stupito al vederla tutt'a un tratto sollevarsi in aria,
invece d'andare al suo camerino, e restarmi appesa in faccia come un salcicciotto.
E così avevo un'illusione amenissima al veder tra le quinte del lato opposto una
delle signorine Lupi che dava gli ultimi ritocchi all'abbiglìamento dei personaggi
prima che si presentassero al pubblico, accomodando a uno una spilla, stirando
a un altro il vestito, aggiustando a un terzo il cappello, come si fa ai bambini filo-
drammatici, con atti lesti e carezzevoli, a cui quelli rispondevano, appunto come
i bambini, con gesti che parevano d'impazienza, mossi dalla mano irrequieta che li
reggeva dall'alto.
E mentre vari personaggi agivano alla ribalta, mi pareva che ragionassero davvero
degli affari propri, come fanno gli attori fra due battute, quei due altri più piccoli che
le altre due ragazze, voltate dalla parte interna dell'appoggiatoio, facevano passeg-
giare e gestire pacatamente in fondo al palco, per dar vita alla scena.




E quella confusione che si vedeva lungo i muri, in una mezza oscurità, di personag-
gi della commedia che stava per finire e dello spettacolo coreografico che stava per
cominciare, di ballerine, di mime, di dame scollate, di marionette in giubba e in uni-
forme, con la tuba e con l'elmo, e di comparse di ogni età e d'ogni statura, mi dava
quasi l'illusione di trovarmi sul palcoscenico di un grande teatro quando finisce l'o-
pera e sta per cominciare il ballo.
C'era solo questa differenza, che nella mia qualità di consigliere comunale, com'ero
allora, non potevo trovare là nessun argomento che mi servisse a combattere in no-
me della moralità la dotazione del Teatro Regio. Ma per conoscere a pieno le fati-
che dell'arte e la valentia della famiglia Lupi bisogna vederla all' opera in una gior-
nata campale.
Lo spettacolo, in tal caso, è assai più grandioso e terribile osservato dalle scene
che visto dalla platea. Già è bellissimo veder gli apprestamenti della battaglia: le 
masse d'armati raccolti nell'oscurità, rotta dai lampi delle baionette e delle lance; 
i cavalieri appostati dietro le quinte, come alla vedetta; i muli carichi di munizioni
che s'allungano in ala ai due lati del palco; i  comandanti con la spada sguainata 
che aspettano dalle due parti il gran momento, coi grandi occhi sporgenti e fissi 
davanti a sé, come spianti  il doppio mistero dell'orizzonte e della morte.
Quando l'istante solenne è vicino, i direttori danno gli ultimi consigli, lanciano gli 
ordini supremi.




Le truppe son pronte? 
Pronte. 
I cannoni sono in batteria?  
Le miccie sono accese? 
Sì. 
E allora avanti e Dio ci guardi! 
Le avanguardie scambiano le prime fucilate, i primi cavalieri scaramucciano, i primi 
feriti battono il capo di cartapesta sul palco, e giacciono irrigiditi; ma alcuni per rial-
zarsi tra poco più indemoniati di prima. Dietro le scene uno batte la grancassa per 
imitare il tuono del cannone, un altro dà nella tromba, un terzo muove la macchina 
che fa correre in lontananza un reggimento, un quarto galoppa intorno al palco ac-
cendendo i razzi fìssi alle quinte che rendono lo strepito del fuoco di fila.
I ferri si scaldano: sul palco è un succedersi tumultuoso di mischie feroci, un coz-
zar di teste e dì petti, un grandinar di colpi, un mucchio di lame, un incalzar di ca-
valli accorrenti, di muli, di cannoni e di mitragliatrici che precipitano dai ponti e dal-
le rocce, con un fracasso d'inferno; e mentre su, sull'appoggiatoio, i fratelli Lupi, 
coi figliuoli, agitano le braccia furiosamente cacciando urli, minacce, gemiti, grida 
di soccorso, frammiste a comandi e ad avvertimenti concitati agli aiutanti di sotto;
questi e le ragazze, con una rapidità fulminea in cui ogni atto è preciso, ogni passo 
misurato, ogni secondo contato, corrono e ricorrono fra le quinte e le pareti, stac-
cano le marionette, le porgono, le riprendono, le riappendono, le riporgono, rac-
cattando di volo armi, elmi, giberne, bandiere, turbinando come fantasmi in una nu-
vola densa dì fumo e in un odore acre di zolfo.




E quando credete che il pandemonio stia per finire, non è che un artificio per cre-
scer l'effetto:  la battaglia riattacca più ardente, raffittisce il foco, raddoppiano i lam-
pi, s'addensa il fumo, s'accelera il turbinio; ai fragori del palcoscenico s'uniscono i 
clamori della platea, con gli urli d'ira dei combattenti si confondono le grida di entu-
siasmo dei ragazzi; è una farsa febbrile e crescente d'uomini che salgono e che scen-
dono, di lumi che girano, di marionette che volano, di fili dì ferro che s'incrocian per 
aria, è un moto vertiginoso di ombre, di bagliori, di teste, di braccia, dì attrezzi, una 
tempesta di schianti, di tonfi e di strida, una nebbia fitta, un rovinìo, un casa del dia-
volo che, quando cala la tela e tutto si quieta, vi lascia sbalorditi, intronati come all'-
uscir da un manicomio dove siano scoppiati insieme una ribellione e un incendio.
Ma più d'ogni spettacolo è divertente l'esame del  personale  artistico. 
La prima cosa che mi stupì, quando visitai per la prima volta il palco scenico, fu la 
statura dei personaggi, che visti dalla platea paiono poco più alti d'un palmo, e son 
più di mezzo metro, come bimbi.




E mi meravigliò l'esattezza minuziosa, perfin superflua, dei vestimenti. Non crediate 
che sian fatti soltanto per ingannar l'occhio da lontano, che possono affrontar l'anali-
si della lente. Ecco, per esempio, un povero diavolo di vagabondo: egli è vestito dì 
panni logori, pieni di sbrani, di rimendature, di toppe, di macchie d'unto, spelati ai 
gomiti e coi bottoni che ciondolano, e ha la cravatta a corda, la camicia di tela rozza 
e rugosa, le scarpe acciabattate e crepate.
Il signore elegante ha il solino di moda, i bottoncini d'oro ai polsini e allo sparato, e 
la catenella dell'orologio che gli pende dal taschino della sottoveste. C'è un vecchio 
medico intabaccato, con un cappello cilindrico che mostra dieci anni di servizio, gli 
occhiali sulle orecchie, e una palandrana d'un color di ragno arrabbiato, che farebbe 
venir l'acquolina in bocca a Ermete Novelli. 
Ma le più belle son le signore, vestite secondo l'ultimo figurino, con un gusto squisito, 
dai fiori del cappellino agli stivaletti, che son piccole meraviglie, con spille, orecchini, 
anelli, borsa, ventagho, con capelli  veri, pettinati all'usanza del giorno, che si ravviano 
col pettine al momento dell'andata in scena, con le sottanine ricamate e insaldate, perc-
hè, se segue un accidente impudico, il pubblico veda che son vestite di tutto punto, da
signore per bene.

(E. De Amicis)















Nessun commento:

Posta un commento