giuliano

martedì 19 settembre 2023

L’UOMO CHE CERCO’ DI SALVARE UOMINI SPELONCHE E CAVERNE (11)

 










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Nei suoi scritti destinati a un grande pubblico, sempre basati non solo sul suo lavoro sul campo e sulla sua competenza linguistica e storica, ma sempre con un approccio razionalistico oltre che rispettoso, Tucci cercò anche di valutare lo stato della pratica buddista in Tibet, aspettandosi serietà da una religione e da una cultura di cui aveva una profonda comprensione e che teneva in grande stima: ‘L’idea attuale è che il lamaismo è un miscuglio di riti magici privi di sostanza spirituale. Lama e mago sono mescolati nella mente della maggior parte delle persone. Bisogna essere chiari al riguardo. C’è del vero in queste affermazioni in quanto il Buddismo sta attraversando un periodo di decadenza in Tibet; l’istituzione di grandi monasteri è stata fatale allo sviluppo e alla purezza della religione. I grandi monasteri si sono diffusi come organismi parassiti, dove troppo spesso l’interesse pratico sostituisce la sincerità dell’ispirazione religiosa; il monaco vegeta attraverso la sua vita tranquilla al riparo del monastero, sostenuto da donazioni, lasciti, possedimenti.




La crescita enorme della comunità ha agito come una forza contraria all’affinamento dell’ascesi o alla purezza della meditazione. Si sono organizzate scuole in grandi monasteri e tutt’al più, oltre all’innumerevole popolo del clero ignorante, si sono formati medici e dialettici che conoscono tutte le sottigliezze della letteratura e del rito, [che] sono molto abili nell’affermare i postulati del loro sistema contro quelli di sette rivali in discussioni logiche ben congegnate, che sono insomma la copia tibetana dei sapientoni o studiosi indiani, miracoli del sapere e della memoria’. 

 

Altrove lo studioso italiano spiega:


‘Sicuramente, ad un viaggiatore che non ha avuto l’opportunità di soggiornare a lungo in Tibet o, non conoscendone la lingua, non rendendosi conto di ciò che vede, l’impressione data dal buddismo tibetano è quella di una farraginosa idolatria: tutti quei riti che vengono eseguiti meccanicamente, senza un’intelligente partecipazione dei monaci, quella lettura dei testi sacri di cui si vede subito che la maggior parte dei ‘sacerdoti’ non capiscono nulla, quella moltitudine di idoli, non tutti sereni o casti nell’aspetto, ammassati sugli altari, quella folla di monaci avidi di guadagni e sospetti, fanno pensare che la religione sia veramente scesa in basso, ma bisogna ricordare che un tale Buddismo è, per così dire, il trapianto in Tibet di una delle ultime propaggini del Buddismo del Grande Veicolo e specificamente di quelle scuole che si chiamano Mantrayana e Vajrayana (…).




Se non si comprende questo valore dell’iconografia e della liturgia del buddismo tantrico, che è appunto quello introdotto in Tibet, non si può comprendere il significato più intimo di questa religione, che però, proprio per quel suo carattere prevalentemente iniziatico, non è stato fatto per diffondersi nella gigantesca organizzazione monastica del Tibet e tanto meno nella sua folla laica. In definitiva si trattava di una religione adatta ad una cerchia ristretta di popolo eletto in grado di comprendere il rito nel suo significato profondo (…): ma una volta entrato in contatto con la massa, quel Buddismo non riusciva a mantenere la purezza delle sue concezioni (…): ma questo non dovrebbe portarci a condannare tutto il Buddismo tibetano, perché in effetti c’erano, e in effetti ci sono anche oggi, anche se in proporzioni sempre minori, persone molto nobili nelle quali il Mantrayana diventa vero nella sua purezza.




Poi il pletorico sviluppo delle istituzioni monastiche fece perdere in qualità ciò che si guadagnava in quantità: maggiore era il numero dei monaci, minore era la loro preparazione intellettuale e spirituale. Piuttosto che rivivere la religione nella sua profondità interiore, si accontentarono da un lato di formule e riti oppure, dall’altro, di aride discipline logiche e dialettiche che sostituivano l’ansia di una palingenesi spirituale con il ragionamento teologico. E allora cominciò la decadenza o meglio, per meglio dire, aumentò negli ambienti monastici poiché fin dai primi tempi si era manifestata una certa tendenza al formalismo e al culto del senso letterale, a scapito della comprensione spirituale’.




Avendo chiarito che ‘i monasteri tibetani, che in genere si sono trasformati in rumorosi vivai di monaci non sempre dotti e puri, sorsero originariamente come eremi’ e che ‘il nome stesso che li designa in tibetano significa ‘solitudine, ritiro’”, Tucci descrive la situazione dei monasteri nella zona del Monte Kailasa nei seguenti termini:




‘Ora, nel generale decadimento che ha soffocato ogni slancio di vita spirituale e distrutto ogni gloria politica in questa terra sacra alla memoria del Buddismo, i monaci scarseggiano e gli asceti ancor di più: i custodi sfruttano i luoghi affidati alla loro cura e vivono sfruttando la tradizione religiosa e le memorie di quegli eremiti che raggiunsero la perfezione spirituale nei secoli passati.

 

Il timore dei predoni che infestano le valli vicine e che possono scendere da un momento all’altro dai passi sovrastanti spinge i pellegrini a cercare rifugio in questi monasteri, che si trasformano in rumorosi ostelli e dormitori, in cui lingue e religioni si fondono e si uniscono in amicizia sotto il minaccia dei briganti. I monaci sono lieti di concedersi questa ospitalità, che non è solo un atto umano e caritativo, ma frutta a loro e al monastero non trascurabili prebende. Perché anche qui i lama sono avidi di denaro e desiderosi di commerciare. Ecco perché i monasteri sono quasi deserti: i monaci sono scesi alle fiere per vendere, barattare, commerciare, impartire benedizioni e fare oroscopi’.




Ovviamente Tucci si aspettava una maggiore serietà religiosa in un Paese che considerava erede delle tradizioni buddiste dell’India, che teneva in grande stima, e che aveva studiato molto approfonditamente grazie anche alla sua vasta competenza linguistica, compresa la conoscenza del sanscrito. e tibetano. Si potrebbe obiettare che nel suo Paese non sempre la religione ufficiale era praticata seriamente nei monasteri e nelle chiese, e che forse si aspettava di più dal clero tibetano che da quello italiano. Tuttavia aveva ragione nel mettere in relazione la decadenza della pratica religiosa in Tibet con la sua situazione politica: la stessa decadenza politica che ha devastato il Paese si riflette nella sua vita religiosa.




Per quanto riguarda lo stato di conservazione dei siti, delle immagini e dei testi religiosi nel Tibet occidentale, i giudizi di Tucci non lasciano quasi alcun dubbio sulla sua decadenza culturale trent’anni prima della Rivoluzione Culturale, come si evince dai seguenti passaggi:

 

‘A Ri il tempio di Rinchenzangpo sta per crollare: il tetto lascia passare l’acqua, consumando i dipinti e sfaldando le statue in stucco. E dovunque, gettati alla rinfusa, una grande quantità di manoscritti di tutte le dimensioni e di tutte le epoche’.




A proposito delle grotte di Mang-nang, sito che lo studioso italiano esplorò dal 15 al 17 agosto 1935 e alle cui pitture murali in stile indiano dedicò un articolo, scrive: ‘Camminiamo su mucchi di manoscritti gettati alla rinfusa uno sull'altro, a centinaia, a migliaia, spesso anche per pochi metri di spessore’.

 

Trovò una situazione ancora peggiore nelle grotte di Dung-dkar, luogo che visitò il 25 agosto 1935, e dove perse la pazienza:




‘un’opera d’arte gettata lì come un rottame; non sopporto di vedere dipinti secolari – dipinti minuziosamente con tanta dedizione da una scuola di artisti per i quali dipingere era sinonimo di pregare – spiegazzati, logori, buchi, quelle statue di legno portate forse dall’India dai primi apostoli del buddismo, ammucchiati uno sopra l’altro, con la testa e le mani mozzate: quei libri gettati negli angoli più bui in un groviglio dal quale è quasi impossibile districare e ricomporre i volumi.




E quando questi monaci che non capiscono più niente, che non conoscono il valore delle cose di cui sono stati affidati in custodia, si fingono coscienziosi, mi diventano veramente odiosi. quelle statue di legno portate forse dall’India dai primi apostoli del buddismo, accatastate una sopra l’altra, con la testa e le mani mozzate: quei libri gettati negli angoli più bui in un groviglio da cui è quasi impossibile districare e ricomporre i volumi.




Qui dimorò un popolo che visse nella propria fede, vi furono anime nobili che si sublimavano nell’ascesi e nella contemplazione, estatiche nell’esaltazione mistica; c’erano artisti che seppero realizzare opere degne di reggere il confronto con i migliori dell’Oriente, re pii sotto il cui governo il paese prosperò e si raffinò. Ora non solo è cancellata ogni traccia di vita, non solo il deserto con le sue sabbie e il suo silenzio distrugge le ultime opere dell’uomo, ma la decadenza spirituale offusca e attanaglia l'anima dei pochi sopravvissuti’.









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