giuliano

mercoledì 13 marzo 2019

TRIONFO O DANZA DELLA MORTE




















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Rendo di pubblica ragione un lavoro che avrei volentieri stampato quattro anni prima, se una grave indisposizione fisica e morale non mi avesse impedito di condurlo a compimento. Egli è tenue, ma interessante per la Storia Archeologica - Artistica-Morale, ed affatto nuovo per l'Italia.

Nell'anno 1854 leggendo per caso il Giornale della Provincia di Bergamo, rinvenni con mia soddisfazione nei numeri 21 e 28 agosto 1846 un articolo del signor Gabriele Rosa bresciano, in cui era descritto il Trionfo e la Danza della Morte, che vedesi dipinto a fresco nel Borgo di Clusone; e del pari rinvenni un altro articolo nel numero 11 settembre 1846 del succitato giornale sotto lo specioso titolo di Danza Macabra in Clusone, riguardante il medesimo dipinto, e scritto dall'egregio signor conte Vìmercati Sozzi di Bergamo.




Dietro la lettura di que'due articoli, feci risoluzione d'intraprendere una gita a Clusone, per accertarmi se alcunché d'interessante si potesse rinvenire intorno a questa lugubre composizione, eseguita in un sito recondito di Lombardia e direi quasi negletto, fra dirupati terreni, alle falde delle Alpi Rezie.

Infatti recatomi colà nel settembre dello stesso anno 1854, non appena fissai l'occhio su quel gran quadro, dipinto a buon fresco, ebbi a stupire come un'opera tanto immaginosa nel concetto, straricca nella composizione, ed appartenente all’aureo secolo XV, sarebbe rimasta ancora dimenticata, se il solerte signor Rosa non ce ne avesse dato contezza, mostrando così agli eruditi, non essere unica in Italia, infatti un’altra ‘Danza’ di Como pubblicata dal signor Zardetti, opera di merito assai inferiore a quella in discorso. Maravigliai maggiormente al considerare come questa pittura di Clusone venisse trascurata, e quel che è peggio, da mano barbara in alcune sue parti mutilata: quindi mi affrettai ad inviare colà un diligente ed esperto artista il quale avesse a trarne un esatto disegno.




E perché il presente lavoro riesca di maggiore interesse, vi aggiunsi la illustrazione di un altro singolare affresco intitolato il ‘Dogma della Morte’ che trovasi a Pisogne sulla facciata della Chiesa della Madonna della Neve, solo a poche miglia lontano da Clusone.

Il pensiero della morte, conciliatore dei sentimenti tranquilli, maestro delle umane follie, amico delle benefiche azioni, ha suggerite le rappresentazioni de' Morti danzanti, dette anche ‘Danze Macabre’. Il loro scopo era quello di richiamare l'uomo al suo fine, onde mercé la meditazione di questo si conformasse al buono, all'onesto, giacché un medesimo fine tutti ci eguaglia, ed una irrevocabile giustizia tutti ci attende.

Loro oggetto fu ben anche la critica e la satira; e sotto questo aspetto ci rappresentano quelle tendenze e passioni per le quali gli uni diversificavano dagli altri nella grande commedia umana. Questo fatto di danze mortuarie trovasi nelle principali nazioni d'Europa: ciò che è una prova della grande verità, che nella famiglia umana europea furon sempre comuni e i sentimenti e le aspirazioni. Eruditi d'alto nome si posero ad illustrare siffatti monumenti, che traendo origine dal Medio Evo, continuarono fino al cader del secolo XVII, per venir quindi dal tempo guasti o distrutti, e dagli uomini negletti o male interpretati…




Il pensiero della morte che coglie ognuno, di qualunque età, di qualunque condizione egli sia, e che ritorna alla primitiva eguaglianza ciascuno, si stimava dai moralisti tanto più necessario, quanto più era insultante ed illimitata la potenza, la superbia e la depravazione della classe dominatrice sulle altre; ed associato a quel pensiero, trovandosi quello di uno stretto rendimento di conto delle azioni umane, doveva tornare efficacissimo mezzo a consolare gli oppressi ed a frenare gli oppressori. E ben a ragione la morte divenne una nuova divinità, assumendo le forme di uno scheletro.

Esternamente alla Chiesa de' Disciplini, sopra il suo fianco ammiriamo il gran quadro a fresco del TRIONFO E DANZA DELLA MORTE, con figure poco più grandi del vero. È questo forse il più stupendo lavoro che si conosca nella parte montuosa settentrionale d'Italia, e che in rapporto all'arte non oltrepassa la metà del secolo XV, tutti i personaggi del nostro quadro, si figurerebbero come usciti da una porta, quasi a simbolo di città, per cui la Danza deve effigiare memorie cittadine.




Avanti tutto, a primo anello della schiera, si presenta uno scheletro che conduce un gentiluomo, e dietro a questi un secondo scheletro che ne guida un altro: i gentiluomini sembrano appartenere all'ordine giudiziario; tien dietro un magistrato in lunga zimarra, ed un filosofo o maestro, ambedue condotti dal rispettivo scheletro; succede quindi un giovine studente in giubboncello, che stringe un papiro dal lato del cuore; quindi un mercante che tiene la mano in una bisaccia da denaro appesa alla cintura; vien dopo un'armigero coperto da mantello; quindi un giovine che potrebbe prendersi per un alchimista o chimico, portante una macchinetta d'incognito uso; vien dietro loro e dietro gli scheletri che li guidano, un uomo del popolo a calzoni laceri, che sembra un artigiano; quindi un frate dell'ordine de' Battuti o Disciplini; quindi ancora una vezzosa signora piena di vita e di bellezza, bene abbigliata e mirantesi in uno specchio, la quale viene condotta per il dito della mano da uno scheletro, e per l'avambraccio fermata da un altro, come a significare che il pensiero della morte arresta o turba anche il libero corso ai galanti pensieri della vita.




L'ultimo ad uscire dalla porta è uno scheletro del quale si vede la testa e l'avambraccio, e dietro ad esso una moltitudine sta per uscire alla comparsa della Danza ferale.

Qual'è il pensiero che si potrebbe attribuire a questa Danza?

Esso sarebbe, giusta il sentir mio, che ogni uomo di qualunque ceto è pur condotto da invisibile forza alla morte, e che, come uno scheletro sta avanti, così uno scheletro sta nel fine ad attestare, che in qualunque direzione l'uomo corra, trova da ogni lato la morte…

Gli episodi della nostra danza sono svariatissimi pel costume dei danzatori, pel diverso pensiero in ciascuno espresso, e pel modo inusitato di atteggiare gli scheletri; sicché mirabilmente tu vedi trasparire sovra essi e l'ironia, e le smorfie, e le grazie beffarde onde muovono alla danza co' mesti compagni.




Lo stile di questo dipinto, per l'età cui appartiene, è ben singolare: le teste sono piene di vita, ed esprimono efficacemente il carattere e le interne affezioni dell'animo, che quella fatal danza produce in ciascuna persona.

A dir vero si scorge un avvicinamento dell'arte al miglior progresso, non essendovi che una leggera secchezza ne'contorni di ogni singola figura e nel piegare delle vesti; anzi molte movenze e attitudini sono piene di grazia e di naturalezza (almeno un tempo così era…), talché prescindendo anche dalla rilevantissima importanza archeologica, la composizione riesce preziosa per l'arte e per la storia dei costumi, che si riferisce sempre ai secoli XIV e XV.
(G. Vallardi)













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