giuliano

giovedì 2 febbraio 2023

IL GIARDINO DELLE DELIZIE (6)











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& con il racconto 


della Domenica







Ora è scomparso, esaurito e prosciugato dalle conseguenze della conquista spagnola, ma una volta, in alto nella valle del Messico, c’era un complesso di laghi collegati l’uno all’altro che si estendevano su un’area vasta come l’intera città di Londra. Intorno a queste acque, conosciute collettivamente come lago della Luna, c’erano decine di città e villaggi la cui popolazione, sommata a quella delle remote comunità del Messico centrale, era di venticinque milioni di uomini, donne e bambini.

 

Ogni giorno, almeno duecentomila piccole imbarcazioni attraversavano il lago della Luna per affari, per questioni politiche o per semplice piacere. La parte meridionale del lago della Luna era ricca di acqua di sorgente chiara e limpida, ma la parte settentrionale, durante la stagione delle piogge, diveniva salmastra, e talvolta inondava la regione meridionale con una corrente distruttrice di acqua salata. Perciò gli abitanti della zona costruirono una diga in muratura di pietra e argilla, lunga sedici chilometri, che separava la parte inferiore del lago dai due terzi superiori e che serviva a fermare l’acqua salata, ma che allo stesso tempo, attraverso un ingegnoso sistema di paratoie, permetteva alle numerose imbarcazioni di continuare a spostarsi liberamente.

 

Oltre a essere un importante canale di navigazione, la parte meridionale del grande lago divenne anche un’immensa riserva di pesci d’acqua dolce. In mezzo all’acqua dolce c’erano due argini fangosi coperti da canneti sui quali, nel corso del tempo, gli abitanti della zona avevano costruito fino a trasformare quelle terre in una vasta isola, grande come Manhattan, sulla quale sorse una metropoli che divenne una delle città più grandi del mondo.




Con una popolazione stimata intorno ai trecentocinquantamila abitanti, questa brulicante capitale azteca, verso la fine del xv secolo, era abitata da un numero di persone almeno cinque volte superiore a quello di Londra o Siviglia, ed era molto più estesa di tutte le città europee. Inoltre secondo Hernando Cortés, uno dei primi europei che la vide, era di gran lunga la più bella città del mondo. Il nome di questa splendida metropoli era Tenochtitlan. Sorgeva, maestosa e sfolgorante nell’aria fresca e limpida, a 2195 metri sul livello del mare, collegata alle terre circostanti da tre imponenti strade rialzate costruite attraverso chilometri di acque.

 

Tutti coloro che ebbero l’opportunità di osservare Tenochtitlan da lontano furono concordi nel sostenere che si trattava di uno spettacolo mozzafiato. Prima di arrivare alla grande città centrale, i viaggiatori che giungevano da lontano dovevano attraversare le circostanti terre densamente popolate che sembravano infinite, e a questo punto, invariabilmente, si sentivano sopraffatti. Il famoso compagno di Cortés, lo scrittore Bernal Diaz del Castillo, a proposito della visita a una delle città della provincia, alla confluenza del lago Chalco e del lago Xochimilco, scrisse:

 

Quando giungemmo alla città di lztapalapa rimanemmo incantati dalla bellezza dei palazzi nei quali fummo ospitati! Com’erano spaziosi e ben costruiti, di pietra lavorata, legno di cedro e di altri alberi dal dolce profumo, con grandi stanze e cortili, incantevoli da vedere, coperti da tende da sole di cotone. Dopo aver rimirato tutto questo ci recammo nel frutteto: era un giardino così meraviglioso che mai mi sarei stancato di osservare la varietà degli alberi, di sentire il profumo di ognuno e di contemplare i sentieri circondati da rose e fiori, gli alberi da frutto, le rose originarie del luogo e i laghetti di acqua dolce. C’era ancora qualcosa da osservare, quelle grandi canoe potevano passare nel giardino direttamente dal lago attraverso un’apertura costruita in modo tale che non c’era alcun bisogno che gli occupanti sbarcassero. E tutto era cementato e splendido, con diverse varietà di [monumenti di] pietra su cui erano stati realizzati disegni che facevano riflettere. Poi uccelli di ogni sorta che volavano intorno al laghetto. Ancora una volta mi trovai ad ammirare tutto ciò e pensai che mai più sarebbero state scoperte al mondo terre di simile bellezza.




Benché la vista di Iztapalapa fosse così impressionante, gli spagnoli stavano cercando il centro di questo grande impero, e così proseguirono. Oltre alle città che circondavano il lago della Luna, ve ne erano altre che, come Tenochtitlan, erano state costruite su isole più piccole. Mentre si avvicinavano alla zona da cui sarebbero giunti a Tenochtitlan, Bernal Diaz scrisse:

 

Quando vedemmo tante città e villaggi costruiti sull’acqua e altre grandi città costruite sulla terraferma e quella strada rialzata diritta e pianeggiante che si dirigeva [verso Tenochtitlan], rimanemmo stupiti e ci dicemmo che sembrava di essere nel luogo dell’incantesimo di cui si narra nella leggenda di Amadis, per le grandi torri e i [templi] e gli edifici che si innalzavano dalle acque, tutti in muratura. E persino alcuni dei nostri soldati si chiesero se quello che avevano davanti ai loro occhi non fosse un sogno.

 

Infine raggiunsero una delle strade rialzate che conducevano direttamente a Tenochtitlan. Si fecero largo sulla strada

 

così affollata di gente che proveniva o si recava [a Tenochtitlan] che quasi non c’era spazio per tutti loro,

 

 …scrisse Bernal Diaz.




Una volta giunti in città furono accolti dal sovrano azteco Montezuma e accompagnati sulla cima di uno dei templi e, da quella posizione, poterono godere di una veduta aerea del territorio che avevano appena attraversato:

 

Si poteva vedere chiaramente al di sopra di tutto [scrisse Bernal Diaz], e scorgemmo le tre strade rialzate che conducevano a Tenochtitlan, quella di Iztapalapa dalla quale eravamo giunti quattro giorni prima, quella di Tacuba e quella di Tepeaquilla, osservammo le fresche acque provenienti da Chapultepec che rifornivano la città e notammo i ponti sulle tre strade rialzate, costruiti a parte, a una certa distanza, attraverso cui l’acqua del lago fluiva da una parte all’altra, e tantissime canoe solcavano le acque del vasto lago, alcune trasportavano grandi quantità di cibo, altre carichi di merci, e ci rendemmo conto che da ogni casa di quella grande città e di tutte le altre cittadine costruite sull’acqua era impossibile muoversi verso le altre abitazioni se non in canoa o attraverso ponti levatoi fatti di legno; e in queste città vedemmo [templi] ed edifici sacri, torri e fortezze, tutti di un bianco splendente, ed era uno spettacolo meraviglioso. La metropoli sull’isola era costituita da quasi sessantamila case di stucco chiaro, alcune delle quali a un solo piano, altre a più piani, e tutte queste case hanno camere belle e spaziose e incantevoli giardini con diverse varietà di fiori ai piani inferiori e a quelli superiori.




Le numerose strade e i viali della città erano eleganti e puliti, nonostante la moltitudine di abitanti, al punto che i primi europei che la visitarono ne sottolinearono l’ordine e la pulizia:

 

C’erano anche addetti alla pulizia, commentò un osservatore sbalordito. Infatti almeno un migliaio di lavoratori pubblici avevano il compito di mantenere pulite le strade della città. Attraversata da una complessa rete di canali, Tenochtitlan ricordò agli spagnoli un’enorme Venezia; ma la città possedeva anche splendidi giardini galleggianti che non esistevano in nessun altro luogo al mondo. E mentre le città europee, allora e nei secoli successivi, raccoglievano l’acqua per uso domestico dai fetidi fiumi inquinati che scorrevano nelle vicinanze, l’acqua potabile di Tenochtitlan proveniva dalle sorgenti che si trovavano sulla terraferma ed era trasportata in città attraverso un complesso sistema idrico che lasciò stupefatti Cortés e i suoi uomini - che erano esterrefatti dalla pulizia e dall’igiene personale del popolo dagli abiti multicolori e dallo stravagante (agli occhi spagnoli) uso di saponi, deodoranti e caramelle per profumare l’alito.

 

In lontananza, attraverso l’azzurra distesa di acque brillanti che si estendevano in ogni direzione, e oltre le città e i villaggi color pastello della periferia, che si trovavano sia sulle isole del lago sia sul suo perimetro esterno, l’orizzonte era costituito da colline coperte da lussureggianti foreste, eccetto nella parte sudoccidentale dove si ergevano le pendici di due enormi vulcani spenti dalle sommità coperte di neve, il più alto dei quali, il Popocatépetl, superava i 4800 metri.




Al centro della città, rivolte verso i vulcani, si trovavano due gigantesche piramidi cerimoniali riccamente ornate, costruite dall’uomo, di concezione e opera unicamente azteca. Ciò che sembra aver maggiormente impressionato gli spagnoli della veduta di Tenochtitlan non furono i templi o gli altri magnifici edifici pubblici, ma piuttosto le piazze dei mercati che costellavano i quartieri residenziali e il cosiddetto Grande Mercato che si estendeva disordinatamente lungo l'estremità settentrionale della città. Questa zona, secondo la descrizione di Cortés ‘circondata da portici’, era il luogo principale di incontro, dove ‘ogni giorno si recavano più di sessantamila persone per vendere e comprare, e dove si poteva trovare ogni varietà di merce prodotta in queste terre; provviste, ornamenti di oro e argento, di piombo, ottone, rame, stagno, pietre, conchiglie, ossa e piume’.

 

Cortés descrisse anche una zona del mercato dove si potevano vendere e comprare legname, tegole e altro materiale da costruzione, insieme a ‘legna da ardere e carbone, bracieri di terracotta e stuoie di diversa varietà, da usare come materassi per i letti e altre, più fini, per sedersi o per rivestire stanze e vestiboli’. ‘Ogni genere di merce ha un’area specifica - scrisse Cortés -, è una loro peculiarità’.

 

Bernal Diaz scrisse che anche gli uomini e le donne che si dedicavano all’intrattenimento avevano un quartiere residenziale tutto per loro dove vivevano molte ‘persone che non avevano altra occupazione’ che fare ‘i danzatori[ ... ] e alcuni camminavano sui trampoli, altri danzando volavano nell’aria e altri ancora facevano i buffoni [pagliacci]’.




C'erano vie dove operavano gli erboristi, zone dedicate ai negozi di farmacologia e ‘botteghe come i barbieri dove gli abitanti si lavano i capelli e si radono e negozi dove si vendono cibi e bevande’, scrisse Cortés, strade destinate alla vendita di frutta e verdura dove era possibile acquistare ‘ogni sorta di verdura, soprattutto cipolle, porri, aglio, crescione comune e crescione d’acqua, borragine, acetosa, cardi e carciofi. Ci sono anche molte varietà di frutta, tra le quali ciliegie e prugne come quelle spagnole’. C’erano strade piene di negozi specializzati in ‘cacciagione e uccelli di ogni specie…

 

C’era una tale abbondanza in questo enorme centro commerciale, sorvegliato da ufficiali che facevano osservare l’onestà in quanto a pesi e misure e qualità delle merci in vendita, che Bernal Diaz scrisse:

 

Eravamo sbalorditi dal numero di persone e dalla quantità di merci che conteneva e dall’ordine e dal controllo che regnavano in esso, prima di allora non avevamo mai visto niente di simile.




C’erano diverse qualità di miele e ‘pasta di miele e altre ghiottonerie come la pasta alle noci’, cera d’api, sciroppi, cioccolato, zucchero, vino.

 

Inoltre, aggiunge Cortés:

 

Ci sono diversi tipi di filati di cotone, in matasse di tutti i colori, sembra il mercato della seta di Granada, ma qui c’è una varietà maggiore. Vendono vernici per pittori come quelle che si trovano in Spagna e tutte di straordinarie sfumature. Ci sono pelli di daino, con e senza il pelo, alcune delle quali sono tinte di bianco e altri colori. Vendono molti oggetti di terracotta di ottima fattura; ci sono brocche piccole e grandi, giare, vasi e molti altri tipi di contenitori, tutti di ottima argilla e molti invetriati e dipinti. Vendono granturco in grani o lavorato in ottimo pane, più buono di quello che si trova nelle isole o sulla terraferma. Preparano pasticci di pollo e di pesce e c’è abbondanza di pesce fresco e salato.....


[Prosegue con il capitolo completo]








 

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