giuliano

mercoledì 5 luglio 2017

I SENTIERI DI JONATHAN:'Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la Terra; soggiogatela e dominatela sui...' (4)

















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I sentieri di Jonathan (3)

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I sentieri di Jonathan (5)













la montagna con i polmoni e i muscoli di un vecchio montanaro’.
Un testimone racconta una storia diversa…
Edgardo Camosi, 86 anni, (alla data dell’articolo di Ardito…), scia ancora. Vive in uno chalet di legno che si è costruito da solo tra i faggi. E’ stato guida alpina (‘ma qui l’alpinismo non interessava a nessuno’), poi il maestro di sci più famoso nei ruggenti anni Cinquanta. L’elenco dei suoi allievi include Gina Lollobrigida e Sylva Koscina, Vittorio Gassman e i rampolli (bulli di oggi…) della nobiltà romana (a questo punto mi par logico parafrase la celebre frase di Totò, non certo il Totò di Lombrosiana memoria: ‘…ed io - cari voi - lo nacqui…’) come i Chigi, i Pignatelli, i Massimo. Negli anni Trenta Camosi era il solo ad insegnare.
‘Mussolini non sciava. Al massimo camminava un po’ sugli sci, con la scorta che teneva lontani i curiosi. Poi si faceva fotografare a torso nudo, e si ritirava nel suo appartamento al Roma. Sciavano, e bene, le sorelle Myriam e Claretta Petacci, l’amica del Duce. Nonostante la retorica del regime, nessun gerarca ha mai messo gli sci ai piedi’.




La guerra e la caduta del fascismo (oddio, caduta mi par fuori luogo, è mai caduto il fascismo?) lasciano il Terminillo tranquillo. Solo un aereo alleato, nel 1943, scambia per una postazione militare il rifugio Umberto I sulla cima del Terminiletto e lo danneggia con una bomba (ancor oggi, parafrasando Totò, avvengono di questi ‘errori…’). Nel 1945 arriva sulla montagna un altro protagonista importante. Si chiama Willy Acherer, è nato a Merano, come molti giovani del Sud Tirolo, italianizzato a forza dopo il 1918, si è arruolato nella Wehrmacht tedesca. Prigioniero in un campo di Terni, viene arruolato a forza per insegnare – Camosi si è appena rotto una gamba – lo sci ai piloti della Raf britannica di stanza negli aeroporti del Lazio.
La pace torna, e Acherer rimane al Terminillo.
 Apre un noleggio di sci, poi un piccolissimo negozio, infine una fornita boutique. Appena ha un momento, scappa verso la montagna. ‘In quegli anni’, racconta, ‘molti dei frequentatori più famosi, come Farouk d’Egitto, Anita Ekberg e vari politici italiani, non pensavano neppure di sciare, tanto è vero che molti maestri di sci si trasformeranno in plyboy’. Invece Willy Acherer scia e come. L’uno dopo l’altro, percorre i canaloni più ripidi, i pendii più difficili.  ‘Noi dell’Alto Adige, a quel tempo, conoscevamo solo lo sci-alpinismo: su a piedi e giù in sci. Per vent’anni mi hanno dato del pazzo, quando qualcuno vedeva una traccia sul ripido diceva: ecco la firma di Willy!’.




‘Io ci ho messo un po’ a capire il Terminillo, poi mi sono innamorato. Sulle Alpi non esistono bufere violente come quelle di qui. Nessuna neve alpina è piacevole come quella delle montagne mediterranee a primavera’, confida Acherer. ‘Ogni anno a maggio invito degli amici, li faccio sciare sulle ultime nevi del Terminillo e del Gran Sasso. Tornano a casa entusiasti’. L’Aria di queste montagne ha fatto bene anche a lui. A 73 anni, cammina, arrampica e scia come un ragazzo. Oggi i canaloni che Acherer ha esplorato per primo sono tra i più frequentati dell’Appenino. Dai 1.820 metri del rifugio Sebastiani basta un’ora per salire ai 2.216 della cima. In discesa, le nevi del Canalone centrale, del Vallone della Mèta, della Valle Scura sono ripide e invitanti. Dalle creste il panorama spazia verso il Gran Sasso, i Sibillini, la Laga, ma anche verso i monti della Tolfa, il Tevere, il mar Tirreno.
E non c’è soltanto lo sci…




Per migliaia di alpinisti del Lazio, incluso chi scrive, il Terminillo è la palestra ideale per usare piccozza e ramponi. In buone condizioni, in canaloni che guardano la Sella di Leonessa non pongono problemi. Tuttavia, con la sottile crosta di ghiaccio dell’inizio dell’inverno, salite come la via Chiaretti-Pietrostefani del Terminillo o la parete Nord del monte Elefante diventano impegnative. All’alpinista e allo sciatore in cerca di nevi intatte questo ‘Terminillo selvaggio’ consente una piacevole illusione. Quella di non vedere, o avvistare solo da lontano, seggiovie e palazzoni, brutture edilizie e strade inutili. Alla storia che abbiamo raccontato, infatti, mancano le pagine finali. Le peggiori. Dopo i torpedoni degli anni trenta e la mondanità degli anni che vanno dal ritorno della pace fino al 1960, politici e attori migrano verso Saint-Moritz e Cortina. Lo sci diventa di massa. Negli anni Sessanta e Settanta, la speculazione edilizia che ha sfigurato Roma e la costa raggiunge la montagna.




Nei sogni della borghesia romana (per dirla alla Moretti: ‘videoregistratore e pantofole’…), oltre alla villetta a Fregene, c’è l’appartamento al Terminillo. A pian de’ Valli, ridisegnato dai palazzinari romani, i 32 condomini e le oltre cento ville sorgono nel disordine più assoluto, con un acquedotto inadeguato e senza fogne. Nel 1980 la magistratura finalmente interviene: gli scheletri dei palazzi sequestrati appaiono ancora nel bosco. Poi le cose cambiano ancora. Automobili e strade migliori, prezzi più bassi, un’offerta di piste senza paragoni con l’Appenino spostano la settimana bianca dei romani verso l’Alto Adige o il Trentino. Altra concorrenza arriva dalle nuove stazioni abruzzesi come Campo Felice. Tra il 1975 e il 1986 i pernottamenti negli alberghi del Terminillo è a un bivio. Il ‘Piano di coordinamento’ varato nel 1974 dall’Ente provinciale per il turismo di Rieti, e mai ufficialmente smentito, prevede di quadruplicare gli impianti e di triplicare le piste. A Leonessa, il progetto di un tunnel verso Rieti è sostenuto da molti: a farne le spese sarebbero i faggi della Vallonina e le rocce del vallone di Lisciano.
‘Dove gli impianti già ci sono, i cannoni per la neve artificiale sembrano il rimedio giusto e universale. Ma a che servono, se non c’è acqua per alimentarli e se non gela?’, si chiede amaramente Alberto Bianchetti, alpinista e consigliere comunale a Rieti. L’alternativa è un Terminillo diverso, migliore. Una montagna con un versante agli impianti e allo sci, e un altro lasciato libero per le camminate nelle foreste del versante di Albaneto e Piedelpoggio, l’osservazione della fauna e della flora, le gite con ai piedi i ramponi o gli sci.




‘Questa montagna ha un passato straordinario che la monocultura dello sci ha cancellato. Sono state dimenticate la storia della transumanza delle greggi verso la campagna romana e quella dei venditori di neve di Antrodoco e Micigliano, che ancora all’inizio del secolo portavano a Rieti e a Roma la materia prima per gelati e sorbetti. Tradizioni, leggende, architettura sono altri filoni da valorizzare’, sottolinea l’alpinista Roberto Marinelli. Un progetto di parco naturale esteso su 24.000 ettari è stato messo a punto nel 1988 da Cai e Wwf reatini, e presentato alla Regione Lazio nelle due ultime legislature. La scelta di far convivere sci di pista e Natura è già passata sui massicci vicini: nel Parco del Gran Sasso-Laga e in quello dei Sibillini. Ma al Terminillo l’opposizione è maggiore. Troppo forte, per la gente di Rieti, di Cantalice, di Micigliano, di Leonessa è stata per decenni l’illusione che lo sci fosse la soluzione a tutti i mali.
In una giornata di dicembre di tre anni fa, nel bel mezzo di un’autentica bufera di neve, salii alla vetta del Terminillo con chi aveva elaborato il progetto – Giuliano Colantoni di Rieti, Luciano Santi di Leonessa, ed altri amici che sarebbe troppo lungo citare – e con un centinaio di soci di Mountain Wilderness e Cai. ‘Per il Parco dei monti reatini’, diceva lo striscione che aprimmo insieme sulla cima. Altre manifestazioni seguiranno, ma finora da parte delle istituzioni, nessun cenno. La Regione non si muove né per il parco né contro; gli scandali di Tangentopoli e dintorni hanno messo in disparte i progetti più faraonici e costosi. Oggi la ‘montagna di Roma’ è nel limbo.




Ne uscirà?
I promotori del parco lo sperano.
Le aquile della Valle Scura, i lupi che ancora percorrono i crinali e le foreste, le orchidee selvatiche e i 17.000 faggi minacciati dai tagli aspettano con fiducia.

(Airone montagna, Stefano Ardito, Inverno 1993; nelle parentesi riflessioni del curatore del blog)

















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