giuliano

sabato 1 aprile 2023

IL DESTINO D'UN NOME (2)

 









E un nome qual turpe destino  (1) 


& taluni Fotogrammi 


da eventi storici







Si dice che una rondine non fa primavera; ma perché una rondine non fa primavera, dovrà essa, che la primavera presenta, non volare, dovrà essa aspettare?

 

Allora ogni Elemento della Natura e con lui ogni filo d’erba dovrebbe aspettare, e così la primavera non verrebbe mai!

 

E con lei ogni Stagione del vero Creato!

 

Non vuol essere né una risposta né una affermazione lapidaria, semmai una speranza per ogni Stagione maturata nell’ideale della Democrazia, là ove regna fallace imperialismo mascherato da patriottismo.

 

Una risposta a coloro che rimproverano ai ‘rivoluzionari’, quando ‘rivoluzione’ e ‘rivoluzionario’ vogliono dire giustizia e sano intendimento del più alto Ideale difeso dimenticato ed abdicato ad un falso principio mascherato per patriottismo, sovvertendo il vero Ideale incarnato da cui esilio e veleno, confine e dolore, gulag e disperazione, calunnia e persecuzione…, e di cui il Rivoluzionario, così come ogni Cristo e profeta braccato ed ucciso in nome d’un più profondo Principio affine sia alla dovuta Ragione che al suo corretto intendimento specchio della Patria per ogni uomo libero in essa; ogni Patria, e non solo la propria Terra; ogni Terra Nazione e Comunità la quale correttamente intende ed interpreta l’Ideale e non più ‘demagogica Rivoluzione’, riflettendo e smascherando i termini ‘discorsivi’ in cui costretti Ragione e Rivoluzione, Patria e Governo, Legge e Diritto, vilipesi in nome e per conto d’un falso patriottismo.




La Verità ‘discorsiva’, si trova nella corretta interpretazione e relativo svolgimento entro gli stessi canoni che corrono fra un ‘Governo anarchico’ e le proprie ‘fallaci istituzioni’ (nel nostro caso - ed in ogni caso - ove la Verità viene piegata alle urgenze del Potere o meglio della dittatura), ed il Tempo necessario per evidenziarla e riporla nella originaria e più consona funzionalità all’interno di ugual medesimo discorso ‘grammaticalmente corretto’ tanto dalla Ragione che della relativa ‘grammatica’ con cui intenderne la Storia (nel Tempo numerata), sia umana non meno della Natura da cui l’uomo appartiene e che al meglio esplicita ed intende regola e sovrintende Legge e Diritto (e non solo del più forte), e con loro il Libero Arbitrio…

 

Per ogni Stagione persa…

 

Da ciò che ne deriva, o dovrebbe, nella differenza fra un esule avvelenato, un giornalista braccato e ugualmente imprigionato, un attivista ogni attivista perseguitato, e l’anarchico governo che manifesta la propria urgenza di potere incolpandolo del proprio (auto)avvelenamento nella lucida Verità sottratta al più vasto Regno del Diritto dell’Essere ed appartenere alla medesima Terra, con la grammatica con cui scritto cotal unanime avvenire, dacché potremmo trarne ancora le dovute conclusioni: Principi e Motivi circa il Tempo unanimemente vissuto da cui le Stagioni della Natura irrimediabilmente avvelenata e da cui, e non per ultimo, l’uomo e la rondine per la primavera d’ogni Stagione e con Lei la dovuta Ragione irrimediabilmente persa…   

 


 

RISPOSTA AD UN FILOSOFO 

 

 

È assolutamente possibile che la Russia possa conoscere di nuovo il feudalesimo, o perfino una società in cui viga la schiavitù, o magari l’emersione di una società comunista o primordiale. Coloro che si burlano di queste ipotesi sono prigionieri della modernità ipnotica. Riconoscendo la reversibilità del tempo storico-politico, siamo approdati a un nuovo punto di vista pluralistico per la scienza politica, e abbiamo raggiunto la prospettiva avanzata necessaria per una nuova costruzione ideologica. 

(A. Dugin)


 



Le Sante Scritture riconoscevano dei padroni e degli schiavi, è sempre stato così; ed ecco che i vostri ‘scrittori’ vogliono cambiare il mondo!,

 

Si diceva della schiavitù.

 

I filosofi, i saggi della terra hanno riconosciuto unanimemente la legittimità, la santità della guerra e noi crederemo che la guerra sia inutile?

 

Si dice oggi della guerra, ma la coscienza cresce sempre più si afferma; e il numero degli uomini che riconoscono la verità nuova aumenta ogni giorno; e l’ironia e il disprezzo fanno posto all’astuzia e all’impostura.

 

Si sostiene l’errore, ma senza fingere di ignorare; non si nega più l’assurdità, la crudeltà delle istituzioni che si difendono, ma si allega che l’abolizione è ancora impossibile e che bisogna rimetterla a un’epoca indeterminata.

 

Senza dubbio, la schiavitù è un male; ma l’umanità non è matura per la libertà, e la liberazione degli schiavi produrrà terribili disgrazie, si diceva della schiavitù quarant’anni fa.

 

Senza dubbio, la guerra è un male, ma finché gli uomini saranno simili alle bestie feroci, la soppressione degli eserciti produrrebbe mali maggiori, si dice della guerra oggi.

 

Tuttavia l’idea fa strada; essa cresce, brucia la menzogna; ed è per giungere il tempo in cui l’assurdità, la follia, il danno e l’immortalità dell’errore saranno così evidenti che nessuno oserà difenderle.




È avvenuto così della schiavitù, in sessant’anni in Russia e in America, e oggi è similmente della guerra. Allora si era schiavisti senza osare di giustificare la schiavitù, oggi non si tenta più di giustificare né la guerra né l’esercito; si tace, si conta sulla forza dell’inerzia che li mantengono ancora; ma si sa benissimo che tutta questa crudele e immorale organizzazione non ha che un’apparenza di solidità e può crollare da un momento all’altro per non mai più risorgere.

 

Che una goccia di acqua si infiltri in una diga, che una sola pietra cada da un colossale edificio, che una sola maglia si rompa della rete la più resistente, e la diga è trasportata via, l’edificio crolla, la rete si lacera.

 

Imposto da motivi comuni all’umanità intera, il rifiuto di obbedienza di Van der Veer può essere, secondo me, questa goccia d’acqua, questa pietra, questa maglia rotta. Il rifiuto di obbedienza di Van der Veer sarà forzatamente seguito da rifiuti consimili, e sempre più frequenti. Appena il numero di questi rifiuti sarà considerevole, gli uomini che, ieri ancora, pretendevano che la vita è impossibile senza la guerra, gli stessi uomini, e sono legione, diranno che, già da lungo tempo, essi proclamano la follia e l’immoralità della guerra e consigliano di agire come ha fatto Van der Veer.

 

E allora, della guerra e dell’esercito, sotto la forma che essi hanno attualmente, non resterà che il ricordo. E questi tempi sono vicini.




Van der Veer rifiuta di servire non secondo il comandamento ‘Voi non  ucciderete’, non perché è cristiano, ma perché crede che l’omicidio contrario alla ragione dell’uomo. Egli scrive che odia ogni omicidio e a un tal punto che è divenuto vegetariano per non farsi complice del massacro degli animali, e soprattutto aggiunge che rifiuta di servire perché considera l’omicidio per ordine, vale a dire l’obbligo di uccidere quelli che vi si ordina di uccidere, come un atto incompatibile con la dignità umana.

 

All’obiezione corrente: ‘Se voi non servite e altri imitano il vostro esempio, l’ordine attuale sarà distrutto’, risponde che, precisamente, egli non vuole mantenere l’ordine attuale, perché quest’ordine dà ai ricchi il potere sul povero e questo non dev’essere.

 

Quantunque avesse egli avuto qualche dubbio sul carattere di obbligazione o non al servizio militare, il solo pensiero che, soldato egli diveniva per la violenza e la minaccia l’appoggio del ricco oppressore contro il povero oppresso, avrebbe fatto di lui un refrattario.

 

Se Van der Veer avesse dato, come motivo del suo rifiuto disobbedienza, la sua qualità di membro di una delle confessioni cristiane, gli uomini che debbono entrare al servizio avrebbero potuto dire: ‘Io non sono di alcuna setta, non riconosco la religione cristiana, e per conseguenza, non mi credo tenuto ad agire come lui’.




Ma le ragioni allegate da Van der Veer sono così semplici, così chiare, così comuni a tutti, che è impossibile non farle proprie. D’ora innanzi ogni uomo che non vorrà disconoscere per se stesso il carattere di obbligazione dovrà dire: ‘Io amo uccidere, sono pronto a uccidere, non solo i miei nemici, ma pure i miei disgraziati compatrioti oppressi, e non trovo niente di male nell’impegno che prendo di uccidere, sull’ordine del primo venuto dei miei capi, tutti quelli che quest’ordine indicherà di uccidere’.

 

La cosa è ben semplice.

 

Si è insegnato a un giovane qualunque, in qualunque luogo, in qualunque famiglia, in qualunque confessione sia egli cresciuto, che bisogna essere buoni, che è male battere o uccidere, non solo i propri simili, ma pure gli animali, che l’uomo deve essere geloso della sua dignità, e che la dignità consiste nell’agire secondo la propria coscienza.

 

Questi principi di educazione sono dovunque gli stessi, fra i lamaisti tibetani, fra i discepoli di Confucio, come fra i giapponesi scintoisti o buddisti.

 

Ed ecco che, tutto penetrato dall’insegnamento ricevuto, questo giovane entra nel servizio militare dove si esige da lui proprio il contrario di quel che gli si è insegnato: gli si comanda di prepararsi a ferire e a uccidere non degli animali ma degli uomini; gli si comanda di sottomettersi per eseguire quest’opera di morte, a degli estranei che non conosce che non ha mai visti.

 

A simili ingiunzioni che può rispondere un giovane del nostro tempo?




Evidentemente una sola cosa: ‘Io non voglio, no, io non voglio’.

 

È precisamente ciò che ha fatto Van der Veer!

 

Il patriottismo – non quello che alcuni si compiacciono di immaginare, ma il patriottismo vero, che noi tutti conosciamo, e sotto l’azione del quale si trova la maggior parte degli uomini del Tempo e di cui soffre così crudelmente l’umanità – è quel sentimento assai netto che ci fa preferire a tutti gli altri il popolo o il paese al quale ‘apparteniamo e ci spinge a desiderare per esso tanto benessere e potenza quanto potrà acquistarne coi mezzi ordinari, e cioè a danno del benessere e della potenza delle altre nazioni.

 

Si vede chiaramente che il patriottismo, cattivo e dannoso come sentimento, è stupido come dottrina, perché è evidente che, se ogni popolo od ogni paese si crede superiore a tutti gli altri, il mondo intero precipiterà in un errore funesto e grossolano.

 

Per ogni individuo e per ogni gruppo vi son sempre le idee del passato, le idee decrepite e divenute come straniere, alle quali gli uomini non possono più ritornare…

 



Se non con la Fantasia di poter sovvertire e rivoluzionare le condizioni del Tempo e riportarlo alla Fisica d’un diverso principio regolatore ristabilendo torti e nefandezze, ridonando la Pace per ogni Anima e Spirito calato ingiustamente nella fossa comune della Storia… Ma tutto ciò a più a che fare con la metafisica d’una Eresia affine, oltre che alla Letteratura, anche al Dio così pregato e consumato nel fallace pensiero interpretativo umano, e porlo all’Infinito Tempo (ri)Creato, lo sforzo o l’avversione iniziale cioè, del Tempo e della Materia, da quando il Primo Dio negato al suo stesso immateriale Universo ‘discorsivo’ senza Parola alcuna, ed avverso, di conseguenza, al Secolare e più noto principio ‘discorsivo’ di cui anche il noto Filosofo accennava circa i motivi della Verità dedotta… perdonando Cartesio e mantenendo il moto cogitante dell’intero Universo da cui Dio Natura e Uomo…




Tali sono, ad esempio, nel nostro mondo cristiano, le Idee che rendevano possibile l’antropofagia, il ratto delle donne, il saccheggio pubblicamente accettato e altri costumi di cui non rimane che il ricordo.

 

Vi sono le Idee dell’oggi che dirigono la vita degli uomini e che questi ricevono dall’educazione, dall’esempio dello spettacolo di tutta l’attività che li circonda. Citerò, per la nostra epoca, le idee relative alla proprietà, all’organizzazione dello Stato, al commercio, all’utilizzazione degli animali domestici, eccetera…

 

Vi sono infine le Idee dell’Avvenire, di cui alcune, prossime ad essere tradotte in realtà, costringono gli uomini a modificare la loro vita, a lottare colle vecchie forme. Ai giorni nostri sono queste le Idee che si riferiscono all’emancipazione delle donne e del proletariato, alla soppressione della carne nell’alimentazione eccetera…

 

Bisogna pure riferire a questo gruppo altre Idee che occupano già le menti, ma non sono ancora entrate in lotta colle vecchie forme della vita; esse costituiscono quel che gli uomini chiamano Ideale; l’Ideale, oggi, è l’abolizione della violenza, la comunanza dei beni, l’unità religiosa del mondo, la fratellanza universale.

 

Così ogni individuo od ogni gruppo, qualunque sia il gradino cui è giunto, scorge sempre al di sotto di sé le Idee morte, i ricordi del passato, al di sopra di sé l’Ideale, le Idee dell’avvenire, del vero ‘progresso’; e la sua coscienza è teatro di una lotta incessante tra le Idee del presente che invecchiano e stanno per morire, e quelle dell’avvenire che nascono non solo dalla Vita, ma dalla Natura, dall’Universo, da Dio…




Poiché ordinariamente accade che una Idea, altra volta utile e anche necessaria alla umanità, divenga alla fine superflua; allora, dopo una lotta più o meno lunga, essa cede il posto ad una nuova Idea che esce dall’Ideale per essere un’Idea del presente.

 

Ma accade pure talvolta che alcune persone, le quali malgrado il loro piccolo numero compiono una funzione assai importante nella società, abbiano interesse a dare un sembiante di vita a una idea che è già morta (nella concezione della Storia…), in realtà, o sostituita  nella coscienza degli uomini da una Idea di essenza superiore.

 

Si vede allora che questa idea morta, benché sia in contraddizione colle forme nuove della vita e la sua naturale evoluzione (e non solo in seno al progresso), continua ad agire sugli uomini e a dirigerne gli atti (come sta succedendo sia in Russia che dalla parte opposta in terra d’America per poi unirsi in un coito di orgia inusuale per la più discreta e consona forma di Natura per come la conosciamo e vorremmo conoscere ancora, da cui la Primavera e poi l’Autunno, entrambe avversate nell’involuta patria senza più Ragione alcuna…).

 

Questo fatto, per verità, anormale, è costante nella Storia delle Idee e non solo religiose. Nel tempo delle Idee sociali noi vediamo che vien fatto uno sforzo per illuderci intorno alla vitalità dell’Idea di patria, perché sopra di essa si appoggia ogni governo politico (autoritario di fatto o mancato nell’autorità medesima incaricata cui falsamente ed incessantemente… si appella alla patria o allo scorretto intendimento della stessa, giacché abbiamo potuto constatare nella Storia recente non meno dell’attuale per non accennare agli orrori della remota, circa false attestazioni di patriottismo reclamare invisibile governo al cospetto d’una fallace e corrotta economia al servizio della perenne e duratura guerra…).  




L’interesse spinge alcuni uomini a ricorrere ad artifizi per conservare una apparenza di vita a questa idea che oggi però più non ha senso né ragion d’essere. Il compito loro è agevole poiché essi dispongono dei mezzi d’azione più efficaci sugli uomini. Così mi spiego la contraddizione che è facile scoprire fra l’idea di patriottismo, idea morta a dispetto delle apparenze, e le Idee, tutte inconciliabili colla prima, il cui insieme costituisce il pensiero moderno, ed inoltre la coscienza del mondo cristiano contemporaneo… 






 

MARAT IL DESTINO D’UN NOME! 

 

 

Il giorno dopo, quando Chadži-Murat fu introdotto dal principe, la sala d’aspetto era piena di gente…

 

C’era il rosso generale coi baffi a spazzola, in alta uniforme carica di decorazioni, venuto a prender commiato; c’era un colonnello accusato di malversazione nell’approvvigionamento del reggimento; c’era un riccone armeno, protetto del dottor Andrèevskij, che aveva l’appalto dell’acquavite e ora brigava per il rinnovo del contratto; c’era, tutta vestita di nero, la vedova di un ufficiale morto in guerra venuta a chiedere la pensione o la sistemazione dei figli in un istituto a spese dello stato; c’era un principe georgiano andato in rovina, nel suo stupendo costume georgiano, che brigava per ottenere un possedimento ecclesiastico confiscato; c’era il commissario di polizia con un grande rotolo nel quale era steso il progetto di un nuovo piano per assoggettare il Caucaso. E c’era un Khan venuto soltanto per poter poi raccontare ai suoi che era stato dal principe. Tutti attendevano il loro turno e venivano man mano introdotti nello studio dal giovane e bell’aiutante.

 

Appena entrò Chadži-Murat con passo spigliato, solo zoppicando leggermente, tutti gli occhi si posarono su di lui, ed egli udì sussurrare qua e là il suo nome.

 

Chadži-Murat indossava la sua circassa lunga e bianca, sopra il bešmet marrone con il colletto finemente gallonato d’argento. Portava pantaloni neri e neri stivaletti che aderivano ai piedi come guanti. In testa aveva lo stesso turbante per il quale era stato arrestato dal generale Klugenau, su delazione di Achmet-Khan, causa della sua prima defezione. Chadži-Murat procedette rapido nella sala d’aspetto ondeggiando leggermente in tutta la sua snella persona, perché aveva una gamba un poco più corta dell’altra. I suoi occhi distanziati guardavano avanti tranquilli, come se non vedessero nessuno.





Il bell’aiutante, salutando Chadži-Murat, lo pregò di sedersi: intanto sarebbe andato ad annunciarlo al principe.

 

Ma Chadži-Murat rifiutò l’invito e, appoggiandosi su una gamba, posò la mano sul pugnale e osservò sprezzante tutti i presenti.

 

L’interprete, il principe Tarchànov, s’avvicinò a Chadži-Murat e cominciò a conversare con lui. Questo rispondeva a tratti, di malavoglia. Uscì dallo studio un principe del kunzà, che era venuto a lamentarsi di un commissario di polizia, seguito dall’aiutante, che chiamò Chadži-Murat, lo accompagnò fino alla porta e lo introdusse nello studio.

 

Voroncòv ricevette Chadži-Murat, in piedi, accanto al tavolo. La vecchia faccia bianca del comandante supremo non era più sorridente come il giorno avanti, ma severa e solenne.

 

Avanzando nello stanzone dalle grandi finestre con le persiane verdi, dove troneggiava un enorme tavolo, Chadži-Murat si portò le mani abbronzate al petto, nel punto in cui s’incrociava la circassa bianca e disse lentamente, con voce chiara e in tono molto rispettoso, abbassando gli occhi, nella lingua del kumà che conosceva bene:

 

‘Mi affido all’alta protezione del grande zar e di sua eccellenza. Prometto di servire fedelmente, fino all’ultima goccia di sangue, lo zar bianco e spero di rendermi utile nella guerra contro Šamil, mio e vostro nemico’.

 

Ascoltata la traduzione dell’interprete, Voroncòv guardò negli occhi Chadži-Murat e Chadži-Murat guardò negli occhi Voroncòv. Lo sguardo dei due, incrociandosi, diceva reciprocamente molte cose intraducibili a parole e diverse da quelle che esprimeva l’interprete. Senza parole si comunicarono il loro pensiero reale. Gli occhi di Voroncòv dicevano chiaro che lui non credeva a una sola parola di Chadži-Murat, che lo sapeva nemico di tutto ciò che era russo, che sarebbe sempre rimasto tale e ora si sottometteva solo perché si sentiva costretto.




E Chadži-Murat, capiva e tuttavia voleva convincerlo della sua fedeltà. Gli occhi di Chadži-Murat dicevano che il vecchio doveva pensare alla morte e non alla guerra; ma, sebbene carico di anni, era scaltro, e lui avrebbe dovuto stare bene in guardia. Anche Voroncòv coglieva benissimo il pensiero di Chadži-Murat, e tuttavia gli diceva ciò che riteneva necessario al successo militare.

 

‘Digli’

 

disse Voroncòv all’interprete (egli dava del tu a tutti i giovani ufficiali)

 

‘che il nostro zar è tanto generoso quanto potente e probabilmente, alla mia richiesta, lo perdonerà e lo accoglierà al suo servizio. Hai riferito?’

 

chiese, guardando Chadži-Murat.

 

‘Fin che non avrò ricevuto la generosa decisione del mio sovrano, digli che m’impegno a ospitarlo e a rendergli piacevole il suo soggiorno da noi’.

 

Chadži-Murat si portò di nuovo le mani sul petto e si mise a parlare vivacemente.

 

Diceva, a quanto tradusse l’interprete, che ai tempi in cui governava sull’Avarija, intorno al ’39, era stato fedele ai russi e non li avrebbe mai traditi se il suo nemico Achmet-Khan, che voleva rovinarlo, non lo avesse calunniato di fronte al generale Klugenau.

 

‘Lo so, lo so’

 

…disse Voroncòv, sebbene avesse dimenticato da un pezzo tutta questa faccenda che pure gli era nota.

 

‘Lo so’




…ripeté, sedendosi e indicando a Chadži-Murat la tachtà addossata alla parete.

 

Ma Chadži-Murat non si sedette e si strinse nelle spalle come per significare che non osava stare seduto davanti a un uomo così importante.

 

‘Achmet-Khan e Šamil sono entrambi miei nemici’

 

…continuò rivolgendosi all’interprete.

 

‘Di’ al principe: Achmet-Khan è morto e non posso vendicarmi di lui, ma Šamil è vivo e io non morirò prima d’avere sistemato i conti con lui’

 

….disse aggrottando le sopracciglia e serrando forte le mandibole.

 

‘Sì, sì’

 

…rispose tranquillamente Voroncòv.

 

‘E in che modo vorrebbe sistemare i conti, con Šamil? E digli che può sedersi’.

 

Chadži-Murat rifiutò ancora di sedersi e spiegò che era appunto passato ai russi per aiutarli ad annientare Šamil.

 

‘Bene, bene’

 

….commentò Voroncòv.

 

‘Ma cosa intenderebbe fare di preciso? Siediti, siediti...’

 

Chadži-Murat si sedette ed espose il suo piano. Se lo avessero mandato sul fronte dei lezghinij e gli avessero affidato delle truppe, egli s’impegnava a sollevare tutto il Dagestan e Šamil non avrebbe potuto resistere.

 

‘Bene, bene. Si potrebbe fare’,




…replicò Voroncòv

 

‘ci penseremo’.

 

L’interprete riferì a Chadži-Murat le parole di Voroncòv ed egli si fece pensieroso.

 

‘Di’ al sardar’,

 

…soggiunse,

 

‘che la mia famiglia è nelle mani del mio nemico; finché la mia famiglia è in montagna sono legato e non posso prendere servizio. Quello ammazzerebbe mia madre, mia moglie, i miei figli, se lo affrontassi apertamente. Basterebbe che il principe liberasse la mia famiglia, la riscattasse con uno scambio di prigionieri, e allora, o morirò, o annienterò Šamil’.

 

‘Bene, bene’,

 

…fece Voroncòv

 

‘ci penseremo. Ora vada dal comandante di stato maggiore e gli esponga esattamente la sua situazione, le sue intenzioni, i suoi desideri’.

 

Così si concluse il primo colloquio di Chadži-Murat con Voroncòv.

 

Quella sera stessa, nel nuovo teatro in stile orientale, si rappresentava un’opera italiana. Voroncòv era nel suo palco e, in platea, comparve la singolare figura lievemente claudicante di Chadži-Murat, in turbante. Era accompagnato dall’aiutante Lorìs-Mèlikov, assegnatogli da Voroncòv, e prese posto in prima fila. Dopo essersi trattenuto per tutto il primo atto in un atteggiamento di dignità orientale, musulmana, senza che un’ombra di stupore passasse sul suo viso imperturbabile, Chadži-Murat si alzò e, osservando tranquillamente gli spettatori e attirando su di sé tutti gli sguardi, uscì.


 

INTANTO (ALL’OPERA) TAGLIANO IL PIU’ FIERO BOSCO









‘Non lo so, davvero, ma questo Caucaso mi dispiace tremendamente’,

 

…m’interruppe egli.

 

‘No, per me il Caucaso è bello anche ora, ma soltanto in modo differente...’

 

‘Può anche esser bello’

 

…seguitò egli con una certa irritazione,

 

‘ma so soltanto che al Caucaso io non ci sto bene’.

 

‘E perché?’

 

…dissi io per dir qualcosa.




‘Perché,  di tutto, esso mi ha ingannato. Tutto ciò di cui io, seguendo la tradizione, volevo sbarazzarmi venendo al Caucaso, è venuto qui con me, con questa sola differenza che prima tutto ciò era su vasta scala e ora su piccola, sudicia scala, su ogni scalino della quale trovo milioni di piccoli fastidi, bassezze, offese; secondo, perché sento che ogni giorno cado moralmente sempre più basso, e principalmente mi riconosco incapace al servizio che si fa qui: io non posso sopportare il pericolo... non sono un uomo ardito, in una parola’.

 

Si fermò e mi guardò senza scherzare.

 

Benché questa confessione non richiesta mi avesse meravigliato moltissimo, io non ribattei, come evidentemente avrebbe voluto il mio interlocutore, ma attesi da lui qualche smentita alle sue parole, come sempre accade in simili casi.

 

‘Sapete, questa spedizione per me è la prima’,




 …seguitò egli,

 

‘e non potete immaginarvi quel che provai ieri, quando il sottufficiale portò l’ordine di andare in colonna, diventai bianco come un cencio e non potevo parlare dall’agitazione. E che notte ho passata, se sapeste! Se fosse vero che si diventa canuti per lo spavento, io ora dovrei essere tutto bianco, perché di certo nessun condannato a morte ha sofferto in una notte quanto me; e anche ora, benché mi senta un poco meglio di stanotte, ecco che cosa mi succede qui’,

 

…aggiunse, agitando il pugno davanti al petto.




‘E quel che c’è di buffo’,

 

…seguitò,

 

‘è che qui si svolge un terribile dramma, e intanto si mangiano costolette con la cipolla e si assicura che si sta molto allegri. C’è vino, Nikolàjev?’

 

…aggiunse poi sbadigliando.

 

‘Eccolo , fratelli!’

 

…si udì in quel momento la voce affannosa di uno dei soldati, e tutti gli occhi si rivolsero al limite della foresta lontana.




Laggiù si formava e, portata dal vento, si innalzava una nuvola di fumo azzurrino. Quando io capii che era il tiro del nemico contro di noi, tutto ciò che era davanti ai miei occhi in quel momento prese a un tratto un carattere nuovo e solenne. I fasci dei fucili, il fumo dei fuochi, il cielo azzurro, gli affusti verdi, il viso abbronzato e baffuto di Nikolàjev, – tutto ciò pareva dirmi che la palla la quale già volava fuori dal fumo e in quell’istante si librava nello spazio era forse diretta precisamente contro il mio petto.

 

‘Dove avete preso il vino?’




…domandai negligentemente a Bolchov, mentre nel profondo della mia anima due voci parlavano con la stessa chiarezza: l’una diceva:

 

Signore, prendi in pace l’anima mia!

 

L’ALTRA

 

Spero di non curvarmi e di sorridere mentre la palla vola,




– e nello stesso istante sulle nostre teste fischiò qualcosa di terribilmente sgradevole, e la palla cadde a due passi da noi.

 

‘Ecco, se io fossi Napoleone o Federico’,

 

…disse in quel momento Bolchov, rivolgendosi a me perfettamente tranquillo,

 

‘senza dubbio avrei detto una qualche amenità’.

 

‘Ma l’avete detta’,

 

…risposi io nascondendo a fatica il turbamento cagionato in me dal pericolo corso.

 

‘Ma che cosa ho detto? nessuno lo scriverà’.

 

‘Io lo scriverò’.




 ‘Ma se anche lo scriverete, sarà per criticarlo, come dice Miscenkov’,

 

…aggiunse egli sorridendo.

 

‘Accidenti! maledetta!’

 

…disse in quel momento dietro a noi Antònov, sputando con dispetto in un canto,

 

‘per poco non m’è caduta sui piedi!’

 

Tutti i miei sforzi per sembrare calmo e tutte le nostre frasi argute mi parvero a un tratto insopportabilmente stupide dopo quell’esclamazione di un’anima semplice.

 

(L. Tolstoj)

 

[E IL CAPITOLO COMPLETO]

 





 


 

 

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