giuliano

giovedì 13 giugno 2019

IL DISPIACERE DI COTAL COMPAGNIA (30)




















Precedenti capitoli:

L'identità della Natura (29)  (&)

...Più o meno negli stessi anni...

Prosegue nel detto...

Dispiacere di cotal 'Compagnia' (Seconda parte) (31)














Per entrare in una condizione di solitudine l’uomo ha bisogno di allontanarsi tanto dalla propria stanza che dalla società. Mentre leggo e scrivo non sono in solitudine, anche se non c’è nessuno con me. Ma se un uomo vuole avvero stare solo, guardi le stelle. I raggi che provengono da quei mondi celesti stabiliranno una separazione tra lui e le cose tangibili. Si potrebbe pensare che l’atmosfera sia stata creata trasparente proprio allo scopo di dare all’uomo, attraverso i corpi celesti, la perpetua presenza del sublime. Quanto sono grandiosi, visti dalle strade delle città! Se le stelle apparissero una sola notte ogni mille anni, davvero potrebbero gli uomini credere e adorare, e serbare per tante generazioni il ricordo della città di Dio che è stata loro mostrata! Ma spuntano ogni notte questi messaggeri di bellezza, e illuminano l’universo con il loro sorriso ammonitore. Le stelle destano una certa riverenza perché, seppur sempre presenti, sono inaccessibili; nondimeno, tutti gli oggetti naturali suscitano un’impressione analoga quando la mente è aperta alla loro influenza. La natura non indossa mai un’apparenza mediocre. E l’uomo più sapiente non riesce a estorcerne il segreto, né perde la sua curiosità quand’anche ne abbia scoperto tutta la perfezione. La natura non diventa mai un trastullo per uno spirito saggio. I fiori, gli animali, le montagne riflettono la saggezza della sua ora migliore, così come hanno deliziato la semplicità della sua infanzia. Quando parliamo di natura in questo modo, abbiamo in mente un sentimento preciso, benché estremamente poetico. Intendiamo l’unità dell’impressione prodotta dai molteplici oggetti naturali. È questo ciò che distingue il legname del taglialegna dall’albero del poeta. L’incantevole paesaggio che ho visto questa mattina è senza dubbio costituito da venti o trenta fattorie. Miller possiede questo campo, Locke quell’altro e Manning il bosco più in là. Nessuno di loro, però, possiede il paesaggio.






…Poterono fare né i leoni né i cannoni Krupp, l’hanno fatto le Alpi... Ho paura!

— Non lo dite, Tartarino!

— E perché no! – fece l’eroe con grande dolcezza

– lo dico perché è la verità...

E tranquillamente, con semplicità, confessò l’impressione che aveva ricevuta dal quadro del Doré, quella catastrofe del Cervino che aveva sempre davanti agli occhi: ora poiché non amava affatto esporsi a pericoli del genere, avendo sentito parlare di una guida straordinaria capace di farglieli evitare, era appunto venuto a mettersi nelle sue mani.




— Voi, Gonzaga – aggiunse col tono più naturale – non siete mai stato una guida, vero?

— Ma sì – rispose Bompard con un sorriso

– guida sì; soltanto, non ho mica fatto tutto ciò che ho raccontato...

— D’accordo! – approvò Tartarino.

E l’altro a denti stretti:

— Usciamo un po’ sulla strada... potremo parlare con più libertà.




Scendeva la notte: un soffio di vento tiepido e umido rotolava le nubi nere e bambagiose nel cielo dove il tramonto aveva lasciato come dei raggi di pulviscolo grigio. I due amici camminarono a mezza costa, verso Fluelen, incontrando sul loro passo alcune mute ombre di turisti affamati che tornavano all’albergo, e andarono anch’essi come ombre, senza scambiare una parola, finché giunsero alla lunga galleria interrotta dalla parte del lago da belle arcate a balcone.

— Fermiamoci qui – fece Bompard con la sua voce chioccia che rimbombò come un colpo di cannone sotto la volta.

E sedutisi sul parapetto, contemplarono l’ammirabile vista: il lago in basso, e sopra il lago un’erta scoscesa di abeti e di faggi neri e folti; e dietro, montagne più alte dalle cime ondulate, e dietro ancora, delle altre sfumate in azzurro come nuvole; a metà la striscia bianca appena visibile di un ghiacciaio chiuso fra i baratri, che ad un tratto risplendette di fuochi iridati, gialli, rossi, verdi: illuminavano la montagna con fuochi di bengala! Da Fluelen partivano i razzi che in alto poi si rompevano in stelle multicolori, e il lago era in ogni senso percorso da lampioncini veneziani su battelli invisibili pieni di gente in festa e di musiche: un vero scenario d’incanto inquadrato fra le semplici e fredde mura di granito della galleria.




— Che paese ridicolo, questa Svizzera…

– esclamo Tartarino.

Bompard si mise a ridere:

— Ah, già... la Svizzera... Prima di tutto, la Svizzera non esiste! Oggi come oggi, la Svizzera come tanti altri analoghi posti delle Alpi o Dolomiti, signor Tartarino, non sono altro che un vasto Kursaal aperto da giugno a settembre, un vero Casino panoramico dove viene per distrarsi gente da tutte le parti del mondo, e che è condotto da una Compagnia ricca a centinaia di migliaia di milioni, con sede a Ginevra, New York, Mosca e a Londra. Pensate se ce n’è voluti di soldi per affittare, accomodare, abbellire tutto questo po’ po’ di territorio: laghi, foreste, montagne e cascate; per mantenere un popolo di impiegati e di comparse, e per piantare sulle vette più alte alberghi spettacolosi con gas, telegrafo e telefono...

— Eppure è vero – pensò a questo punto, a voce alta, Tartarino ricordandosi del Righi.




— Altro che vero!... E voi ancora non avete visto niente... Se vi inoltrerete un po’ nel paese, non troverete più un cantuccio che non sia truccato e pieno di meccanismi come il palcoscenico dell’Opera: cascate illuminate a giorno, contatori all’ingresso dei ghiacciai, e per le ascensioni ferrovie idrauliche e funicolari senza risparmio. Peraltro, la Compagnia, per far piacere alla sua clientela di inglesi e di americani arrampicatori, ha conservato ad alcune montagne famose, come la Jungfrau, il Monaco, il Finsteraarhorn, il loro aspetto pericoloso e  selvaggio, nonostante che anche quelle non presentino ormai più pericoli delle altre.

— Ma i crepacci, caro mio, quei terribili crepacci... Se, per esempio, uno ci cascasse dentro?

— Cascherebbe sulla neve, signor Tartarino, e non si farebbe niente di male: c’è sempre, laggiù in fondo, un portinaio, un cacciatore o qualche altro che vi raccatta, vi spazzola, vi sbatte e vi domanda con buona grazia: «Ha bagagli il signore?»...




— Ma dite davvero, Gonzaga?

E Bompard sempre più serio e grave:

— La manutenzione dei crepacci è una delle spese più ingenti per la Compagnia.

Seguì un minuto di silenzio sotto il tunnel.

Tutto ormai taceva d’intorno: erano finiti i fuochi colorati, non c’era più polvere nel cielo né barche nel lago; ma s’era alzata la luna e dava al paesaggio un tono diverso eppur sempre convenzionale, bluastro, magnetico, con degli angoli di una oscurità impenetrabile...




Tartarino esitava ad accettare come oro colato le parole del compagno. Nondimeno andava riflettendo su quanto aveva già visto da sé di straordinario in quattro giorni: il sole del Righi, la farsa di Guglielmo Tell; e le invenzioni di Bompard non gli apparivano poi del tutto inverosimili, tanto più che in ogni tarasconese il millantatore è foderato di credulità.

— Ma veramente, mio caro amico, come spiegate allora certe spaventevoli catastrofi, ad esempio quella del Cervino?

— È accaduta sedici anni fa... a quel tempo non c’era ancora la Compagnia, signor Tartarino.




— E il disastro dell’anno scorso sul Wetterhorn: due guide seppellite insieme coi viaggiatori?

— Ma ogni tanto ci vuole, già, per attirare gli alpinisti... Se in una montagna non si fracassa mai nessuno, gli Inglesi non ci vengono più... Il Wetterhorn già da qualche tempo era in ribasso: dopo quel piccolo fattaccio gli incassi sono subito rialzati.

— Allora... le due guide?...

— Stanno benissimo, loro e i viaggiatori: li hanno soltanto fatti sparire mantenendoli all’estero per sei mesi... È una réclame costosa, è vero, ma la Compagnia ne ha abbastanza per permettersi simili lussi.




— Statemi a sentire, Gonzaga...

E così dicendo Tartarino s’era alzato e aveva poggiato una mano sulla spalla dell’ex-gerente:

— Voi non vorreste, vero? che mi accadesse qualche disgrazia... Ebbene, parlate con tutta franchezza... I miei mezzi come alpinista li conoscete: sono mediocri.

— È vero, anzi mediocrissimi!

— Ora, ritenete che io possa, senza espormi troppo, tentare l’ascensione della Jungfrau?

—  per me, ci metterei la testa nel fuoco… Non dovete fare altro che fidarvi della guida, già!

— E se mi vengono le vertigini?




— Chiudete gli occhi.

— E se sdrùcciolo?

— Lasciatevi andare... tanto è come al teatro: vi sono i praticabili: non c’è alcun rischio.

— Oh se ci foste voi, lassù, per dirmelo, per ripetermelo... andiamo, vecchio mio, una bella risoluzione.

Venite con me... Bompard, manco a dirlo! non domanderebbe di meglio, ma ha sulle spalle i suoi peruviani per tutta la stagione; e siccome Tartarino si meraviglia di vedergli accettare le funzioni di corriere, di subalterno:

— Che volete, signor Tartarino... è nel contratto: la Compagnia ha il diritto di impiegarci come meglio le pare. E qui comincia a contare sulle dita tutte le parti che aveva fatto da tre anni a quella parte; guida nell’Oberland, suonatore di corno delle Alpi, vecchio cacciatore di camoscio, antico soldato di Carlo decimo, pastore protestante sulle montagne...

— Che roba è? – domanda con sorpresa Tartarino,

E l’altro, sempre con la stessa calma:

— Ma sì! Viaggiando per la Svizzera tedesca, vedete, a volte, a delle altezze vertiginose, un pastore protestante che predica all’aperto ritto sopra una roccia o seduto sopra un rustico sedile di legno. Intorno a lui si raggruppano, in pose pittoresche, caprai e formaggiai coi loro berretti di cuoio fra le mani, donne pettinate e vestite secondo i figurini del cantone; e il paesaggio è quanto mai carino: pascoli verdi o di fresco tagliati, spruzzi di cascate fin sulla strada, e su ogni balza della montagna greggi e armenti coi grossi campanacci sonanti. Ebbene: sono tutte truccature e tutte comparse. Soltanto, nessuno è a parte del segreto all’infuori degli impiegati della Compagnia: guide, pastori, corrieri, albergatori; e costoro hanno interesse a non rivelarlo per paura di far scappare la clientela.




L’Alpinista rimase sbalordito, anzi addirittura muto: il che per lui era il colmo della stupefazione. In fondo in fondo, per quanto avesse qualche dubbio sulla veridicità di Bompard, si sentì rassicurato e più calmo riguardo alle ascensioni alpestri; e la conversazione si fece in breve allegra: i due parlarono di Tarascona, delle loro belle scorpacciate di risate di allora, quando erano più giovani.

— A proposito di scherzi – disse ad un tratto Tartarino – me ne hanno fatto uno bellissimo al Righi-Kulm: figuratevi che stamattina...

E si mise a raccontare della lettera appiccicata allo specchio, a declamarla con enfasi: «Francese del diavolo... Una mistificazione, no?».

— Chi lo sa?... Forse... – rispose Bompard che parve prendere la cosa più sul serio. E s’informò se Tartarino durante il soggiorno al Righi avesse avuto che dire con qualcuno e si fosse lasciato scappare una parola in più del necessario.

— Davvero, già! una parola in più! se non si può nemmeno aprir bocca con tutti questi inglesi e tedeschi che stanno muti come lucci col pretesto della buona educazione. Peraltro, riflettendo un po’, si ricordò di avere messo a posto, e alla svelta, una specie di cosacco, un certo  Mi...Milanof.

— Manilof – corresse Bompard.

— Ah, lo conoscete?... A dirla fra noi credo che quel Manilof ce l’avesse con me per causa di una fanciulla russa...




— Sì... Sonia... – mormorò Bompard sovrappensiero.

— Conoscete anche lei? Ah, compare, che cosina fine! che deliziosa tortorella grigia! che bottoncino di rosa!...

— Sonia di Wassilief... È quella che ammazzò con un colpo di rivoltella, in mezzo alla strada, il generale Felianine, presidente del tribunale militare che aveva condannato suo fratello alla deportazione a vita.

- Sonia assassina!? quella bimba, quella biondina!...










ù o meno negli stessi anni....

lunedì 10 giugno 2019

L'UOMO DELLA STIVA E QUELLO DELLA RIVA (10)









































Precedenti capitoli:

Giro giro tondo...(9)

Prosegue nell'...

Identità della Natura (ovvero: simboli nuovi) (29)














…Prenota un Albergo ad hore con il permesso del min(i)atore scava profondo incide l’araldo del sudato breviario, e dicono, alla Madonna dedicato non men del tatuaggio con cui distinguerne il numero dal prefisso, ogni monastero conserva il suo Mistero non men del recluso… pagato ad hore per ogni abuso…   

Con annessa e connessa Eva: nel pacchetto del curatore è compresa piscina con Vista in ciò in cui una volta l’antico piano regolatore rimembrava antica pietra incisa ed alla Finestra digitata… una stalla (giacché proprio da lì nacque in un invisibile Tempo interdetto un diverso detto e da Giovanni tradotto, se solo avessero compreso la PAROLA oppure password decifrata…)…

Non vuol essere inferiore della devota, non men che dovuta Genesi, da cui la trama dell’intera intricata Storia raccolta tutta giù riunita alla Stiva.

E dicono trattenuta da una diga dalla quale vera energia.

S’agita con la clava in divisa e da tutti condivisa nessuno escluso, neppur secolari esclusi reclusi della ditta braccare la Parabola.

Compimento della devota Materia!




Si ricompone nella Prima Parola dedotta e suggerita neppur ben cogitata.

Un pazzo Straniero alla Terra non men che alla dovuta Stiva celebrata bisogna apostrofare ed animare…

Ripetere reclamare braccare in nome della dovuta dottrina divenuta Legge facendo distinguo specifica ed ammenda al direttore dell’Albergo.

...Ripetere al passo unito e disgiunto. Retto non più oca ma lombardo acclamato…

Così come è Stato e sarà ancora ugual Terra condivisa ed inchiodata fra il Figlio il Padre e il Dio pregato al Tempio convenuto ed unito - eppur diviso - al Teschio della Cima.




Lo vedono!

Lo scorgono!

L’incrociano!

Gli ridono in faccia!

I più virtuosi l’insultano poi esultano per il coraggio riunito.

E se fossero Due!?

E non Uno!?

Il dilemma diviene arcano!?

Qualcuno timoreggia…

Qualcun altro tinteggia…

Ma il coraggio dell’Impresa li unisce…

Lassù fin sulla Cima ove il sonno tormenta la Ragione…




La Patria (con)divisa prometta e vigila!

Gente venuta dal Nord in attesa di fare della Terra il grande fiordo nodo dell’alleanza suggellata, la nuova Arca. Patto sottoscritto sangue nazionale in più elevata arrampicata e conquista… ma non certo da Madre Natura del tutto compresa.

Beatrice fuggita!

Qualcuno dice (‘il’  ‘la’ ‘le’) Seraphita…

…Comunque s’è ita o rapita…

Questione di accenti! Accompagnati dagli articoli (e non solo di Stampa).

Questione di musica…

Lei, immacolata, ed ancora non del tutto corrotta ‘quanto’ la scimmia futuro uomo della stiva… approdato alla conquista della Cima, vaga da un mare ad una Terra, da una Terra ad un Oceano, nell’eterno moto specchio e motore dell’Universo: costante Girotondo nella Stagione persa ma nessuno ne ha preso ‘dotta’ coscienza!

S’aggrappano ad un sogno dismesso e suggerito, almeno così dicono, da miglior architetto della Gnosi divenuta nuovo elemento con la dovuta ‘dottrina’ afferrare e decifrare il male della Terra e digerirlo nella ‘materia’.




Lo Spirito d’un Tempo troppo antico per essere dalla ‘materia’ appena intuito (o suggerito) dalla Parabola preposta, per venir successivamente fagocitato e restituito nel male di cui la Terra al ‘capro’, mito coltivato e da ognuno assaporato, qual frutto migliore del Creato per ciò che sacrificato in nome del proprio peccato consumato e così respirato non men che espiato e restituito.

Regna differenza fra materia e Spirito.

Fra l’uomo della riva e quello giù della stiva.  

S’aggrappano ad un ricordo naufragato ad un mare morto agitato, e se pur l’iceberg affiora ciò che rimane una donna adulta con il volto invecchiato da bambina…

Ogni Natura reclama ed abbraccia la nuova sposa…

…Ma la scimmia evoluta s’accosta accarezza la Visione reclama l’eterna conquista batte il suono della sua venuta…




Una scimmia domestica che aveva imparato a fare dei giuochi, e si lascia prendere in braccio tanto è buona, viene messa sotto la campana alle ore 2,5 pom.

Dopo 10 minuti la pressione interna è solo più 430 mm. A questa rarefazione dell’aria, che corrisponde all’altezza del Monte Bianco, la scimmia sta attenta e si diverte colla coda. Si nota però che è meno vispa del solito.

Quando la pressione interna è 394 mm. la frequenza del respiro è diminuita. Fa solo 48 respirazioni al minuto, mentre alla pressione ordinaria di 734 mm. ne faceva circa 60.

La scimmia sta seduta senza muoversi più, e guarda in terra distratta. Quando la pressione è 320 mm. (corrispondente all’altitudine di 4837 metri), la scimmia chiude gli occhi e sonnecchia. Respira 42 volte al minuto.




Di quando in quando apre gli occhi, ma le palpebre sembrano essersi fatte pesanti. Sta seduta colle mani fra le gambe e la testa bassa, nella posizione naturale del sonno. La respirazione è un po’ irregolare, qualche volta si contano 50 respirazioni al minuto, altre volte solo 40.

Di giorno non l’avevamo mai vista dormire.

Toccando colla nocca delle dita la campana alza la testa, guarda istupidita e subito socchiude gli occhi e il capo torna a ciondolare fra le gambe.

Per essere sicuri che la corrente dell’aria era sufficiente al respiro, avevamo messo un contatore che misurava la quantità d’aria la quale penetrava nella campana. Nel tempo che era maggiore la rarefazione dell’aria passavano 16 litri di aria al minuto; ciò vuol dire che la razione di ossigeno sarebbe stata sufficiente non solo per una scimmia, ma per un uomo.

Questa precauzione l’avemmo anche nelle esperienze seguenti.

Alle ore 2,35, vedendo che dorme sempre, mentre la pressione rimane costante a 4800 metri, sospendiamo la rarefazione dell’aria. Aprii un poco di più il robinetto che dava accesso all’aria, e la pressione dell’aria cominciò a crescere, ma il manometro non era ancora sceso di un centimetro, che già la scimmia, svegliatasi, si mostrava irrequieta e come spaventata.

Girò intorno alzando le mani e cadde come se fosse presa da un accesso di convulsioni.





Levata dalla campana, continuava ad agitarsi come incosciente; messa in terra fuggì, ma i suoi movimenti erano incoordinati e sembrava fosse ubbriaca. La medesima scimmia, essendosi abituata rapidamente alla rarefazione dell’aria, dobbiamo portarla pochi giorni dopo ad una pressione corrispondente a 6470 metri perché si addormenti.

La maggior parte degli uomini che sottopongonsi alla rarefazione dell’aria nelle camere pneumatiche, od entrano nei cassoni dove si comprime l’aria, quando si lavora sott’acqua, sono molestati da un dolore forte negli orecchi. Tale dolore dipende dalla pressione che fa esternamente l’aria sopra la membrana del timpano, quando non vi è una contropressione alla superficie interna dentro l’orecchio medio.

Nelle tempeste succedono cambiamenti tanto rapidi e forti nella pressione barometrica, che alcuni si lamentano di un rumore negli orecchi. Anche nelle ascensioni vi sono degli alpinisti i quali si accorgono di sentire meno bene; per evitare tali incomodi basta chiudere il naso e la bocca e fare una espirazione forte, oppure deglutire la saliva, o bere.

Nelle scimmie l’aria esce facilmente dall’orecchio medio, quando viene rarefatta l’aria esterna, e per questo non soffrono nel salire. Ma quando scendono, cioè quando tornasi a comprimere l’aria, la tromba di Eustachio pare così fatta che non permette con eguale facilità all'aria di penetrare nell'orecchio medio.

Di qui la pressione sulla membrana del timpano che viene spinta all’interno producendo gravi dolori, vertigini, ed accessi convulsivi. Basta scendere molto lentamente perché anche nelle scimmie non vi siano fenomeni nervosi gravi alla decompressione.

(Da un Angelo Mosso...)














sabato 8 giugno 2019

LO STRANIERO (2) [8]







































Precedente capitolo:

(presentazione Tomo...)

Lo Straniero  (1):  (Un pazzo nascosto..[3/4] )

Prosegue in:

Giro Giro Tondo... (9/10)

La fine del mondo (Lo Straniero) (3)  &

Del dominio dei folli (Lo Straniero) (4)













Nell’immobile gelo solo un Lupo ed un Trovatore all’ombra di un albero spoglio apparenza di ciò che pensano morto, nella bufera contempla l’eterna Rima… ed un fiocco di neve posa il disegno… specchio della sua forma in Lui evoluto. Acqua che sgorga, ghiaccio che compie la sua Poesia, ciclo nel Tempo nutrito, Pensiero immobile in attesa della sua nuova Primavera, Universo che nasce da una ‘simmetria’ assente al fuoco della futura Storia, frutto proibito di codesta Rima….
Sulla via infinita lo Spirito rinasce a nuova vita, e l’acqua nel freddo e nel gelo di quel martirio… pose la forma, perché il Primo morì all’alba dell’Universo nato nella Primavera di una nuova stagione nel Tempo pregato di un diverso Universo pensato….  
Nell’Albergo di questa Rima a voi narrata, ogni villeggiante e popolo che lavora, come ho detto, si scalda al calore del camino della Storia, dove l’eresia è, come un Lupo perseguita. Ma una mattina, da una fitta nebbia, un puntino fu scorto: saliva e scendeva per un ripido e invisibile sentiero, forse… da una prima simmetria ispirato e partorito… Divenne, poi, solo un misero Sciatore (per chi pensa vedere in questo strano mondo Creato…) nella materia evoluto, lui che volle saziare un Primo Pensiero confuso, appena intuito, ed il Bigotto che vide siffatta Poesia salire strisciare e volare nel nobile giardino nella Genesi cresciuto, riconobbe ed indicò un gioco confuso, perché pensiero privo della retta via per secoli rigorosamente istruita, ma, per Dio, in quel puntino è di certo per sempre smarrita…..




In codesta salita e discesa…, due rami ai piedi e altrettanti fra le mani, rimembra confusi e lontani mondi pagani… Ma è simmetria che gioca con lo specchio della vita, confondendo il certo principio pregato su ogni rigo… Mito ripetuto nell’albero indicato, inizio e castigo di ogni peccato!
Per concludere la lunga Rima che accompagna il misero eretico della vostra nobile e gloriosa Storia… così ben custodita e conservata (e purgata da ogni diversa eresia) nell’illustre biblioteca della memoria, il reo perseguito e braccato come il più grande ed infame peccato, è inciampato e sconfitto dalla vita, perché Straniero e digiuno della materia che sazia ogni bugia (via Crucis) di codesta via. Infatti, per il grave peccato, fu chiamato et incaricato il Politico a perseguire ugual via da un Papa istruita: condannare e confiscare il peccato neppure pensato, lui fedele servo di ogni sovrano maestro dell’ inganno al soldo di un Papa perdonato.
Servo fedele di ogni Impero così magnificamente edificato, abdicando alle fondamenta ogni vile raggiro sempre perdonato al pio pellegrino: arma la mano con il sorriso da ciarlatano da quando fu inventato il Tempo suo eterno alleato, solo per numerarlo accudirlo e saziarlo, complice nel beffardo destino che lo vuole padrone di ogni mattino e su un Teschio… nel circolo del Tempo… comanderà il martirio…, così il potere è servito!




Difende la Storia ed ogni verità bracca e divora, lasciando ai posteri solo l’inganno ordinato per santa sua mano; accompagnato dall’illusione scolpita su ogni Secolo che il Tempo misura. Che siano denari o agnelli è sempre pecunia che pascola nel fertile giardino… dove l’inganno è così ben protetto e custodito e anche  contato fino all’Autunno di un nuovo Inverno, ove il freddo ed il gelo abdicano ad un sogno la speranza di un Re, Straniero mai morto….
Rinascerà nel freddo di un bianco sorriso: dal ghiaccio e dal gelo nutrito. Re Straniero al suo Creato…, e nel fuoco immolato per ogni loro (infame) peccato!….
… Ma ora scusatemi, illustri e nobili grammatici (scribi e farisei della illustre casta nel Secondo… da voi costruita), son terminati codesti capitoli insensati e sgrammaticati… dalla Storia braccati cacciati e numerati. Per vostra distinta fortuna che avete voluto leggere questa ennesima et immonda Eresia, ora vi tocca di nuovo perseguirla…, altrimenti i Capitoli, così ben celati (ma sicuramente già divorati: pecunia di una diversa memoria… movimento nella materia scolpita) possano vivere nell’Universo straniero di codesto peccato ora coltivato.




Possono vivere nella stagione del Tempo smarrito, ove ancora la materia non compie e compirà il suo umile e ricco inchino (beffardo destino…, se pur umile urla come un agnello travestito alla croce del martirio…), quella fu pensata nel freddo e nel gelo destinato e comandato ad ogni diversa creanza che (stai pur certo…) non fa’ Rima con la pecunia che avanza: striscia e ripete la Rima, ride ed urla, mima la vita, è nata da una nebbia che lenta saliva… e scrive nella beffa la sua poesia; poi volle sognare la vita… nell’Universo narrata, ma quella ripeteva parola senza intendere il senso dell’intera (Prima) Rima che ancora non era vita.
Ripeteva braccava e perseguitava (come Storia comanda), e quando il sogno si perse nella strofa divenuta martirio, Dio aveva spiegato il mistero e creato la vita nel dolore nutrita di un Secondo… urlo… specchio del suo volto taciuto ad un Teschio abbattuto!
Nella Primavera di questa nuova venuta tu gusterai la Rima (a me la cima di un invisibile calvario) braccata e vissuta, e ad una Croce condannerai la mia venuta. Al Teschio della tua natura… io lascio la vita… o Rima che sia… Grazie della (tua) parola alla Poesia di ogni mattina… non avrei mai scoperto il mondo imperfetto… io che ora balbetto confusa Eresia… Straniero alla tua rima…

(Giuliano Lazzari,  Lo Straniero: accompagnato dalle bellissime foto di:

 Julian Calverley)