giuliano

giovedì 23 settembre 2021

ALLA FARMACIA DELL'ELEFANTE (39)

 










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Del Cosmopolita (38)








Un giorno d’autunno del 1702, la sala della farmacia “All’elefante” era piena di politici, chiasso, fumo di tabacco e aroma di caffè.

 

– Vogliate scusarmi – gridò al farmacista Zorn un grasso borghese dalle guance paffute, commerciante di stoffe e degno membro della comunità, dandogli una pacca sulle spalle – scusatemi, ma qui non abbiamo né voce né voto! Quanto incide sul vostro bilancio il fardello di tasse che grava su di noi, poveri cittadini e commercianti?

 

– E perché non dovrebbe incidere? – rispose il signor Zorn – O forse credete che le mie miscele e pillole vengan su dal nulla e si producano sul palmo della mano?




 Il gruppo di cittadini all’intorno scoppiò a ridere, ma il commerciante di stoffe non si intimorì. Scrutò con occhiate di sufficienza quelli che lo attorniavano e disse al farmacista:

 

– Sì, sì, le vostre miscele, caro amico, questo lo sappiamo tutti, costano una fortuna. Chi meglio di noi può dirlo che ci tocca pagarle? Quindi, a conti fatti, di queste entrate, per cospicue che siano, gran parte se ne vanno al fisco. Ma non è di questo che volevo parlare.

 

E mentre il saggio consigliere comunale si voltava con comica importanza in direzione dei presenti che lo attorniavano in cerchio, proseguì alzando il dito.

 

– Mi riferisco al fatto che il nostro erudito signore tiene nella farmacia un “puzzolente Heinz”, quel forno chimico scoppiettante di fuoco sotto un enorme mantice, da basso nel laboratorio! Da esso zampillano, come se fosse la sorgente di Mosè, fiotti d’oro e d’argento! E qui sopra lui invece sospira con noi poveri cittadini per il pesante onore che ci ha concesso la volontà reale, a noi, di pagare le imposte!




 – Non state a credergli – si difese il farmacista sorridendo amaramente e in visibile imbarazzo – la storia del “puzzolente Heinz” è tutta una balla! L’ho detto spesso e qui lo ripeto: la storia dell’alchimia è una truffa, un imbroglio, e nessuno dovrebbe sperperare inutilmente i suoi beni sopra voraci crogioli.

 

Ci fu un movimento nel gruppo dei cittadini che ascoltavano. Con riguardosa cortesia fecero largo a un uomo proveniente dall’ingresso del negozio che si stava dirigendo dritto verso il farmacista. Con voce bassa, abituata a dare ordini, disse al signor Zorn:

 

– In ciò, menti, maestro!

 

Gli sguardi intensi dei clienti si diressero verso un uomo il cui aspetto avrebbe richiamato l’attenzione anche nella Berlino di oggi, in cui gli stranieri che provengono da tutte le parti del mondo non fanno che aumentare di numero. Questo straniero era di media altezza, però la sua andatura impettita e orgogliosa gli conferiva una maggiore prestanza. La testa, dai capelli neri e folti, era priva di cipria e di treccia. Sotto una fronte chiara brillavano due occhi scuri di tipo mediterraneo. Il naso pronunciato, le labbra fini, il corpo ben formato con mani delicate e gambe snelle, tutto confermava l’impressione che doveva trattarsi di persona di nobili origini.




 Le parole schiette e sorprendenti con cui aveva appellato improvvisamente il farmacista, non erano state dette con tono offensivo o perlomeno, per strano che possa sembrare, non furono prese come tali da chi le aveva ascoltate. Furono però dette con solennità e fecero effetto sul gruppo di cittadini. Il signor Zorn, da parte sua, mascherò il suo disappunto con un rispettoso inchino. Nel frattempo lo straniero aveva abbozzato un gesto con la mano sia verso il farmacista che verso i presenti, quasi che volesse andare verso di loro, e proseguì parlando con tono meno compiacente:

 

– Non denigrate, caro maestro, la forza misteriosa per la cui indagine manca solo la chiave. La Chiesa, signori miei, è onnipresente ed eterna, come il mondo. Solo che non a ogni occhio né a ogni mano si apre la porta santa. Dipende dai vostri sforzi, signor farmacista, se non si debba aprire mai nonostante le sollecitazioni. Se i signori qui presenti, per quanti siano, vorranno essere qui anche domani, a questa stessa ora, potranno assistere a qualcosa di straordinario.




Lo straniero, dopo queste parole, per le quali non riteneva di dover dare alcuna spiegazione, passò a fianco al signor Zorn e si diresse alla porta che si trovava di fronte all’ingresso, dietro cui c’era il laboratorio della farmacia. Zorn si affrettò ad aprirla con un gesto di affettata esagerazione. Lo sconosciuto l’attraversò senza voltarsi e scomparve nei penetrali della farmacia. Gli occhi dei clienti seguirono perplessi e non senza un certo timore quella strana apparizione.

 

Friedrich, il commesso, si affrettò a seguire il nobile ospite; attraverso la porta trasparente di vetro, poterono vedere come costui si affannasse per venire incontro ai desiderata di quel nobile sconosciuto e assecondarlo con la massima celerità.




Fuori, in sala, il commerciante di stoffe riprese a dire:

 

– Eh, che strano personaggio! Dall’aspetto e dall’accento sembra uno straniero. È un nobile polacco?

 

– Non lo so – rispose il farmacista con sconcerto appena trattenuto –. Non è polacco, viene dalla Grecia, per quel che ho potuto sapere. Sembra che abbia viaggiato molto. Quando lo conobbi, molti anni fa, portava il saio da monaco. Pare che ami le trasformazioni.

 

Un cittadino commentò sghignazzando:

 

– Come un frate alchimista!




E un terzo, che aveva estratto il suo orologio d’argento dal taschino del pantalone, commentò:

 

– Manca poco alle sei in punto; domani, a questa stessa ora, conosceremo il segreto.

 

Mentre si dicevano queste cose, l’attenzione di tutti era sempre concentrata su ciò che succedeva dietro il vetro della porta. Si poteva intravedere qualcosa di ciò che avveniva, ma chiaramente solo l’andirivieni del commesso Friedrich: lo straniero era seduto in un angolo della stanza e solo le sue mani sembrava che dessero ordini. Dopo un po’ il greco uscì dal laboratorio, andò dal signor Zorn e gli disse in tono apparentemente casuale ma che non sembrava ammettere alcuna replica:

 

– Vi prego, maestro caro, di farmi trovare per domattina presto un crogiolo con la necessaria quantità di metallo. Lascio scegliere a voi. Domani tornerò alla stessa ora per presentare a voi e a lor signori la veridicità del procedimento ermetico, anche solo per avere soddisfazione delle battute e dei rimproveri che ho sentito.




Chiunque sia capace di percepire lo spirito di quei tempi, avrà capito che il giorno dopo il negozio del farmacista sarebbe stato talmente zeppo di clienti che non vi sarebbe passato un chiodo e lo stesso maestro Zorn e il suo assistente avrebbero avuto le mani occupate a soddisfare le richieste di caffè e liquori di quella chiassosa e confusa massa di cittadini.

 

L’unico che non si fece vedere in farmacia quando suonarono le sei, al contrario di quel che si sperava, fu proprio lo straniero. Ogni minuto che passava la gente si faceva sempre più impaziente, poiché a casa le mogli avevano preparato la cena. Pareva che l’arrogante sconosciuto del giorno prima non avrebbe mantenuto la promessa e già i degni cittadini fremevano per l’irritante disappunto che suole colpire gli animi dei curiosi quando la loro esigenza non viene soddisfatta. Tanto più si stizzirono, di conseguenza, quando capirono che non avrebbero potuto raccontare alle mogli alcunché di tutto quel che avevano discusso durante il giorno sul misterioso millantatore.

 

Alle sette un sorridente Friedrich si accostò al maestro e gli sussurrò all’orecchio della crescente insoddisfazione che serpeggiava tra gli ospiti. Il signor Zorn scosse la testa, allora l’assistente gli parlò con maggior chiarezza, quasi volesse convincerlo a fare una dichiarazione.




Alla fine il farmacista proruppe con un sospiro di malumore:

 

– Va bene, in nome di Dio, farò come consigli. Però lascia che ti dica una cosa, non dare la colpa a me quando ti accorgerai della maledizione che sembra sovrastare su tutti quelli che hanno qualcosa a che spartire con le arti ermetiche.

 

Rivolgendosi agli ospiti sorpresi, continuò:

 

– Fatevi da un lato, se potete. Lo aspettiamo già da un po’ quel greco, che, se ben lo conosco, a quest’ora sarà alquanto lontano da Berlino. È questo il tipico comportamento degli adepti itineranti. Gente strana che si dà arie di mistero. A mezzogiorno un corriere mi ha consegnato questo pacchetto sigillato. Il greco, che si chiama Laskaris, vuole che io abbia ciò che ha promesso grazie al suo contenuto, il che prescinde dal fatto che sia presente o meno. Così lo consegno al mio assistente insieme alla virtù della polvere che sento contenuta in questa piccola borsa.

 

Mentre parlava il signor Zorn ruppe il sigillo ed estrasse dai vari involti una piccola busta, una di quelle in uso tra i farmacisti, che lacerò da un lato, mostrando ai presenti che lo attorniavano, dentro a una carta, una piccola dose di una sostanza grigia e granulosa.




Si fece subito un silenzio profondo e solenne. Friedrich aprì la porta del laboratorio e silenziosamente in fila indiana gli spettabili cittadini entrarono nella camera di lavoro della farmacia. Sopra una specie di braciere si poteva vedere già il crogiolo col mercurio caldo. Il giovane assistente si mosse con grande abilità e fece tutto il necessario acciocché il mercurio bollisse.

 

– Un po’ di questa sostanza avvolta da un rivestimento di cera – spiegò il farmacista Zorn – basterà, a quanto mi ha detto Laskaris, per trasformare questo metallo in oro puro.

 

Mentre parlava, e mentre Friedrich metteva in atto le sue parole, gli sguardi dei presenti si erano fissati sulla massa traslucida, che si liquefece producendo un lieve sibilo. All’occhio dei presenti il processo verificatosi in quel mentre risultò del tutto incomprensibile, nonostante possedessero già dei rudimenti di chimica.




Allo stesso tempo successe ciò che molte cronache e testimonianze avevano già confermato nel passato: il mercurio assunse una colorazione rossa e scura. Il metallo cominciò a borbottare. Una successione di colori, dal viola all’azzurro, da quest’ultimo al verde e poi al giallo avvolse il crogiolo e il suo contenuto. Poco dopo si vide come la massa incandescente passasse dal color rosso a un giallo brillante. Quando Friedrich versò il contenuto del crogiolo nell’abituale mortaio della farmacia, il metallo risultò di color giallo oro e quando poi lo immerse nell’acqua facendogli emettere un sibilo, lo testò con la pietra di paragone, con l’acido cloridrico, l’acido solforico e l’acqua regia. Tutte le prove dimostrarono che il metallo ottenuto non era altro, e non poteva essere altro, che oro della migliore qualità.

 

Non appena tutti si furono capacitati della verità e della correttezza del procedimento, la masnada di obesi cittadini, soddisfatti di quel che avevano visto, si precipitò di colpo, come massa compatta, fuori del negozio disperdendosi in ogni direzione. Ognuno voleva essere il primo a riportare a casa la notizia dell’incredibile esperimento, cosicché la novità della stupefacente trasmutazione aurea nella farmacia “All’elefante” si propagò istantaneamente per tutte le strade e i vicoli di Berlino.

 

Poco più tardi, quando la notizia si era diffusa in tutti i sobborghi della prospera città, arrivò anche nelle stanze del palazzo del re.




Il farmacista era intanto rimasto solo con l’aiutante. Con le braccia appoggiate alla poltrona, il signor Zorn stava seduto con i suoi pensieri e di tanto in tanto gettava uno sguardo al metallo luccicante, mentre gli occhi del giovane brillavano tutti d’inesprimibile contentezza.

 

– Stupido di un Johann Friedrich, caro e inesperto collega! – disse alla fine il farmacista, allontanando con forza i pensieri poco piacevoli che un momento prima sembravano precipitarsi su di lui – Credi davvero che alla fine la spunteremo con questa vittoria della scienza segreta?

 

Credi che la mia vanità sia sufficiente a ricevere una qualche soddisfazione per il chiasso che stanno facendo là fuori i nostri degni vicini?

 

La cosa non mi piace per niente. Credo che non ci porterà nulla di buono. Forse che non ho fatto questa stessa cosa già da molti anni, non ho sperperato buona parte del mio patrimonio per realizzare ciò che abbiamo sotto gli occhi, secondo la legge rigorosa della natura e delle regole dell’arte?




Hai visto un qualche risultato, per insignificante che esso sia? Caro e giovane amico, ti ho ripetuto spesso che sulla mia tomba si dovrà leggere la stessa cosa che si può leggere sull’epitaffio del signor von der Salzburg, di Norimberga, or sono più di quattrocento anni: “Dedicò molto tempo all’alchimia e molto dilapidò!”. Oggi io proseguo affermando: quello che hai visto non è autentico. Non è altro che una pia illusione. I metalli non si trasformano. È solo uno spirito maligno che si mescola a essi e assume le false apparenze ai nostri occhi.

 

L’alchimia è un’arte che non va d’accordo con la conoscenza!

 

L’aiutante guardò il maestro con occhi increduli. Era tanto felice e orgoglioso per aver avuto l’onore di assistere e partecipare all’Opus. Con un fondo di delusione e un leggero tono arrogante che celava un certo disprezzo, si rivolse torvo al padrone e rispose:

 

– Quello che hanno visto i miei occhi e che hanno confermato la pietra di paragone e gli acidi, è più autentico di tutta la scienza aritmetica e di qualunque conoscenza indimostrabile. Venerato maestro, la verità ce l’abbiamo davanti!

 

Come posso condannare con invidioso egoismo quello che non siamo capaci di fare?

 

(Gustav Meyrink)








mercoledì 22 settembre 2021

I FALSI FONDAMENTI DELL'ISTRUZIONE (come del progresso) (36)

 
















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...Menzogne (37)















Al tramonto dell’epistéme nella filosofia e nella scienza corrisponde il proposito, che è esplicito nelle moderne scienze della formazione educativa, di non avere “preferenze” nella promozione scolastica dei valori: il proposito di non realizzare certi scopi piuttosto che altri – che è analogo alla mancanza di preferenze che è tipica di una certa democrazia, ossia è analogo al principio democratico di non imporre alcun valore alla società.

 

Alla svalutazione dei contenuti corrisponde la valorizzazione del metodo. Il metodo è la “via”, cioè il mezzo, lo strumento. Come la democrazia, anche la formazione educativa viene ad assumere come scopo il metodo, ossia ciò che era il mezzo. Porre come scopo il metodo, e non certi contenuti, significa porre come scopo la promozione della “spontaneità” e della “libertà creatrice” di chi è “formato”.




 La tecnica, che è il metodo, ossia il mezzo, la via lungo la quale dovrebbero essere realizzati i contenuti e i valori della tradizione, diventa invece il loro scopo; e la formazione educativa (come l’informazione) diventa un aspetto dell’Apparato tecnologico.

 

 Sia pure attraverso una interpretazione ingenuamente tecnicistica (macchinistica, scientistica, fisicalistica, matematicistica) della tecnica – che trattiene la tecnica alla sua configurazione attuale e che ignora il suo essere l’espressione più radicale della volontà di potenza che si esprime originariamente nella filosofia greca –, scienziati dell’educazione come B.F. Skinner parlano, appunto, di tecnologia dell’insegnamento o di macchine per l’insegnamento (come per Le Corbusier la casa è una “macchina per abitare”); o di “didattica automatica” e di “istruzione programmata”.




 Oggi l’uomo è “formato” perché gli “strati” culturali della civiltà, che l’‘instruere’ dell’istruzione trasmette e colloca nell’individuo umano, non sono più lo scopo della formazione, ma il mezzo per attivare nell’individuo la “spontaneità” e la “libertà creatrice” che lo emancipano dalla tradizione.

 

Ma oggi l’espressione primaria della spontaneità e della libertà creatrice è la potenza dell’Apparato tecnologico, separatamente dalla quale esse non sono né efficaci né significative.

 

L’uomo è “formato” quando la sua spontaneità e libertà creatrice diventano elementi della spontaneità e della libertà creatrice, cioè della potenza dell’Apparato.




 Se libertà è non trovare ostacoli nell’agire – gli ostacoli che in quanto tali predeterminano l’agire, e gli impediscono di essere creatore –, e se la creatività è la capacità di liberarsi dai dati preesistenti, che in quanto tali ostacolano l’agire, la forma suprema di libertà creatrice è oggi la tecnica. 

 

Oltre a diventare lo scopo della democrazia, anche per questo aspetto del discorso la libertà – che inizialmente è il mezzo per la realizzazione degli scopi della tradizione – diventa, in quanto libertà creatrice della tecnica, lo scopo che la tecnica stessa, insieme a tutte le forze viventi della tradizione occidentale, si propone di potenziare indefinitamente. 

(E. Severino)




Ma in cosa consiste l’idea di progresso e la fede in esso?

 

L’idea base del progresso e la sua espressione sono:

 

‘L’umanità muta continuamente, supera il passato, mantenendo di esso le opere intraprese e i ricordi’.

 

In senso traslato, questo mutamento delle relazioni fra gli uomini noi lo chiamiamo movimento, e un mutamento verso il passato lo definiamo all’indietro, e un mutamento verso il futuro lo definiamo in avanti. Complessivamente in senso traslato diciamo che l’umanità si muove in avanti.




 Questo stato delle cose, sebbene non espresso chiaramente, è fuori di dubbio. Ma a questo indubbio stato delle cose i credenti nel progresso e nello sviluppo storico aggiungono un altro elemento non dimostrabile e cioè che l’umanità nelle epoche precedenti abbia goduto di meno benessere e che questo sia sempre minore più ci si inoltri nel passato e, viceversa, sempre maggiore quanto più si vada avanti.

 

Da ciò ne deriva che per un agire fruttuoso occorra agire soltanto in rapporto alle condizioni storiche e che ogni azione, secondo la legge del progresso, conduca di per sé ad un miglioramento del benessere comune e che quindi tutti i tentativi di fermare o contrastare il movimento della storia siano inutili.

 

Tale conclusione è illegittima perché il secondo elemento, quello sul continuo migliorarsi dell’umanità sulla strada del progresso, non è per nulla dimostrato e risulta ingiusto.




Da tempi immemorabili l’umanità intera è percorsa – dice lo storico fedele del progresso – da un processo, quello del progresso, e per dimostrarlo si confronta, ad esempio, l’Inghilterra del 1685 con l’Inghilterra dei nostri giorni. Ma anche se fosse possibile dimostrarlo – mettendo a confronto la Russia, la Francia e l’Italia di oggi con quella di Roma antica, della Grecia o di Cartagine – che il benessere dei popoli recenti sia superiore a quello degli antichi…

 

…Io, come tutte le persone libere dalla superstizione del progresso, vedo soltanto che l’umanità ‘vive’, che i ricordi del tempo passato ora si accumulano, ora scompaiono; che le opere del passato spesso servono da base per nuove opere del presente, spesso invece costituiscono un ostacolo per esse; vedo che il benessere della gente aumenta in un posto, per un determinato strato sociale e in un determinato senso, mentre altrove diminuisce; vedo che, se anche lo desiderassi, non riuscirei a trovare nessuna legge universale nella vita dell’umanità.




‘Leggere’ la storia con l’idea del progresso è egualmente superficiale che leggerla con l’idea del regresso o di qualunque altra volete fantasia storicista.

 

Dirò di più: non vedo alcuna necessità di trovare leggi universali, ancora prima di dire se questo sia possibile. La legge universale ed eterna è scritta nell’anima di ogni uomo. La legge del progresso, o della perfezione, è scritta nell’anima di ogni uomo e soltanto per errore la si può trasferire nella storia. Finché riferita alla persona, questa legge è produttiva e accessibile a tutti, quando la si trasferisce nella storia diventa chiacchiera inutile e vuota, che conduce a giustificare qualunque assurdità e fatalismo.

 

Il progresso è complessivamente, per tutta l’umanità, un fatto non dimostrato e per tutti i popoli orientali inesistente; il dire perciò che il progresso è una legge dell’umanità è privo di fondamento quanto il dire che tutti sono biondi ad eccezione di quelli con i capelli neri.




Tuttavia probabilmente non abbiamo ancora definito il progresso così come molti lo capiscono. Ci sforzeremo quindi di darne la definizione più comune e ragionevole.

 

Il progresso è probabilmente una legge svelata solo ai popoli europei, ma così importante da dover assoggettare ad essa tutta l’umanità. In questo senso il progresso è la strada percorsa da una parte nota dell’umanità e che è riconosciuta da questa parte come via al suo benessere. Nello stesso senso Buckle comprende il progresso della civilizzazione dei popoli europei, includendo in questa idea generale di progresso, il progresso sociale, economico, delle scienze, delle arti, dei mestieri e in particolare le invenzioni della polvere da sparo, della stampa e dei mezzi di trasporto.

 

Una tale definizione di progresso è chiara e comprensibile: ma suscita senza volerlo delle domande.




 1. Chi ha stabilito che questo progresso conduce al benessere? Per crederlo mi occorre che lo riconoscano non persone particolari appartenenti ad una classe esclusiva – storici, pensatori e giornalisti – ma che tutta la massa del popolo, soggetta all’azione del progresso, riconosca che il progresso conduce al proprio benessere. In ciò scorgiamo una contraddizione permanente.

 

2. La seconda domanda è: cosa riconoscere come benessere? Il miglioramento dei mezzi di trasporto, la diffusione dei libri stampati, l’illuminazione a gas delle strade, le case di ricovero per i poveri, i bordelli e via di seguito? Oppure la primordiale ricchezza della natura, le foreste, la selvaggina, il pesce, uno sviluppo fisico forte, la purezza dei costumi etc.? L’umanità vive contemporaneamente una tale molteplicità di aspetti nella sua vita quotidiana, che determinare il grado di benessere in una determinata epoca e attribuirlo all’uomo è impossibile. Un uomo vede soltanto il progresso dell’arte, un altro il progresso della virtù, un terzo il progresso delle comodità materiali, un quarto quello della forza fisica, un quinto quello dell’organizzazione sociale, un sesto quello delle scienze, un settimo quello dell’amore, dell’uguaglianza e della libertà, un ottavo quello dell’illuminazione a gas e delle macchine per cucire.

 

Anche colui che si rapportasse indifferentemente nei confronti di tutti gli aspetti della vita, troverà che il progresso di un aspetto soltanto fa sempre comunella con il regresso di un altro aspetto della vita umana.




Gli uomini politici più coscienziosi, che credono nel progresso dell’uguaglianza e della libertà, forse non si sono convinti e non si convincono ogni giorno di più che nella Grecia antica e a Roma ci sia stata più libertà e eguaglianza che nella moderna Inghilterra con le sue guerre cinesi e indiane, o nella Francia moderna con i suoi due Bonaparte o nella stessa America moderna con la sua furiosa guerra per il diritto alla schiavitù?

 

I più coscienziosi credenti nel progresso dell’arte, non si sono forse convinti che ai nostri giorni non c’è un Fidia, un Raffaello, un Omero?

 

Prendiamo in esame le più comuni e celebrate manifestazioni del progresso in rapporto ai vantaggi e agli svantaggi per la società e per il popolo, proprio quelle tanto celebrate: la stampa, il vapore, l’elettricità.

 

‘L’uomo domina le forze della natura, il pensiero vola alla velocità di un fulmine da un capo all’altro della terra. Il tempo è stato vinto’.

 

Tutto ciò è bello e commovente; ma vediamo chi ne trae vantaggio?

 

Parliamo del progresso del telegrafo elettrico.




È evidente che l’applicazione e i vantaggi del telegrafo sono appannaggio soltanto delle classi alte, quelle cosiddette istruite. Il popolo, cioè i 9/10 sente soltanto il sibilo dei fili metallici sopra la testa ed è ingiustamente limitato dalle severi leggi sui danneggiamenti dei telegrafi.

 

Tutti i pensieri che viaggiano sopra il popolo attraverso questi fili metallici sono soltanto pensieri su come sfruttare il popolo nel più comodo dei modi. Attraverso i fili metallici vola il pensiero su come aumentare la domanda di una qualche merce e come, per questo, occorra aumentarne il prezzo; oppure il pensiero che, poiché l’esercito francese è accresciuto di numero, occorra prima possibile chiamare alla leva ancora “tot” cittadini; o il pensiero su come il popolo in un determinato luogo sia scontento della sua condizione e occorra spedire per reprimerlo “tot” soldati; o il pensiero su come io, ricca proprietaria terriera russa, che soggiorno a Firenze, grazie a Dio ho curato i nervi, abbraccio il mio adorato coniuge e gli chiedo di spedirmi urgentemente 40 franchi.

 

Senza aver fatto una statistica precisa dei dispacci telegrafici, si può star sicuri che tutti i dispacci appartengono a questo genere di corrispondenza i cui modelli vi ho qui presentato.




Il contadino di Jasnaja Poljana del governatorato di Tula o qualunque altro contadino russo (non si dimentichi che questi contadini costituiscono tutta la massa del popolo, del quale il progresso crede di curare il benessere) non ha mai spedito né ricevuto un solo dispaccio, né ancora per molto lo potrà fare. Tutti i dispacci che viaggiano sopra la sua testa non potranno aggiungere un granello di sabbia al suo benessere perché tutto ciò che al contadino occorre, questi lo prende dal suo campo, dal suo bosco e gli sono egualmente indifferenti il rincaro dei prezzi dello zucchero così come quello del cotone, il rovesciamento del re Ottone o il discorso pronunciato da Palmerston o da Napoleone III, o i sentimenti del barin che scrive da Firenze.

 

Tutti questi pensieri che si diffondono alla velocità di un fulmine su tutta la terra, non aumentano la produttività dei suoi aratri, né diminuiscono il controllo sulle foreste di proprietà o demaniali, né aggiungono forze al suo lavoro e alla sua famiglia, né gli danno lavoratori in più.

 

Tutti questi grandi pensieri possono soltanto nuocere al suo benessere, non lo consolidano né lo migliorano; possono essere rilevanti solo in senso negativo.

 

Per gli “ortodossi” del progresso invece i fili telegrafici hanno portato e porteranno enormi vantaggi.




Io non discuto sui vantaggi, mi sforzo solo di dimostrare che non occorre pensare e convincere gli altri che ciò che è conveniente per me è di grandissimo beneficio anche per tutto il resto del mondo. È necessario innanzitutto dimostrarlo o almeno aspettare che tutti riconoscano come bene ciò che per noi è vantaggioso. Nel cosiddetto assoggettamento del tempo e dello spazio per mezzo dell’elettricità, noi questo non lo scorgiamo.

 

Al contrario vediamo che i paladini del progresso ragionano a proposito esattamente come i vecchi possidenti, che assicurano che per i contadini, lo stato e tutta l’umanità, non c’è niente di più vantaggioso della servitù della gleba e del lavoro a corvè; la differenza sta solo nel fatto che la “fede” dei possidenti è una cosa vecchia e risaputa, mentre quella dei “progressisti” è cosa nuova e predominante.

 

Discutendo di tutto ciò a noi così vicino, mi preme di nuovo avvisare il lettore che occorre, nel modo più sincero possibile, liberarsi da credenze e paradossi politico-economici, spacciati per verità; che occorre considerare soltanto i fatti che avvengono davanti ai nostri occhi.




 Noi vogliamo risolvere il seguente problema: se all’aumento dell’applicazione del vapore agli spostamenti e alla produzione industriale corrisponda un miglioramento del benessere del popolo. Non staremo a parlare delle conseguenze e dei risultati di tale applicazione secondo teorie politico-economiche contrapposte, ma prenderemo in considerazione semplicemente quei benefici che il vapore ha portato e porta alla massa del popolo.

 

Il contadino di Tula, che vedo e conosco molto bene, non ha bisogno di spostarsi velocemente da Tula a Mosca, di andare sul Reno, di fare Parigi e ritorno. La possibilità di tali spostamenti non aggiunge niente al suo benessere. Egli soddisfa tutte le sue necessità col proprio lavoro e, ad iniziare dal cibo per finire col vestiario, produce tutto da sé: i soldi per lui non costituiscono ricchezza. E ciò è tal punto vero che quando ha dei soldi, li mette sottoterra e non ritiene necessario farne uso alcuno.

 

Perciò, anche se la ferrovia gli rende più accessibili i prodotti manifatturieri e del commercio, egli rimane completamente indifferente a questa grande disponibilità: non gli occorrono né tricò, né rasi, né orologi, né vino francese, né sardine. Tutto ciò che gli serve e che ai suoi occhi costituisce ricchezza e crescita del suo benessere, egli se lo guadagna nella sua terra, col suo lavoro. 

(L. Tolstoj)







 

giovedì 16 settembre 2021

IL RACCONTO DELL'ALBERO (34)

 










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A passo di lupo (33/31)


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Il primo principio di non-contraddizione (35)









Amico mio,

 

…quando immobile osservo l’intero panorama fin giù la valle, per poi alzarmi da ogni ignudo ramo d’inverno e fiorito in Primavera, sempreverde d’Estate, per ammirare ogni Cima, ogni viandante che con fatica dagli albori di questa Stagione mi ammira, studio la Vita.

 

I miei amici assisi sono troppi, tanti, più d’ogni villaggio o paese dipinto, ad ognuno dedico una Poesia in Rima, mi raccontano ‘a volo d’angelo’ magnifico Pensiero intonato, ma dall’umano ingegno non più udito né compreso, che al dolce vento si ispira.




 Apre le ali non esercita forza alcuna, è solo vento che leggero solleva la vista fin su ove il Pensiero s’ispira, per divenire volo nell’hora propizia, e poi posarsi all’ombra della meditata quiete e narrare un piacere incompreso a chi incapace in ugual medesimo intento, ovvero: il Pensiero!

 

Mi narrano tutto ciò con delizia di particolari che non mi furono sufficienti i tempi dagli umani contati e attraversati. Ad ogni stagione imparo qualcosa di nuovo, anche fra gli scomposti lamenti di chi sacrificato, ovvero: chi mai ha imparato a parlare o pensare in questo immacolato, mio ed altrui, antico altare.      




I Secoli contati per ogni mia anello di più profonda Fede con cui a suggellato l’antico patto, tanti, che il solo contarli o appena descriverli, farebbero smarrire l’annebbiata vista posata per ogni tronco mutilato e sacrificato in nome d’uno strano dio.

 

Là ove coniato il mio nome la scure scorge un ‘nulla’, oltre il rito propiziato ed offerto all’ingordigia dell’uomo in nome del fuoco. Offriamo a lui il nostro sorriso dall’alba della Vita sino a questo poesia!

 

In nome e per conto d’un diverso dovere ed appartenere ai principi non scritti di ugual medesimo Universo in Terra!




Però a lui forniamo l’elemento primo del compiuto peccato affinché sappia e comprenda bene il principio per sempre violato!

 

Scriverà molto senza nulla aver scritto, ricorderà e conserverà quanto ed ovvero di nulla ha giammai compreso!

 

‘Nulla’ scorge nella selva letta per ogni anello dell’antico patto suggellato, posso narravi quanti ne scorgo d’umani incompiuti e compiute fiere attraversare e confessare strani patimenti.




 Degli stessi, ebbene che sappiate, ne ho uditi molti, sofferti e imprecati, talvolta offuscati da strani dialetti, li scorgo attraversare e nulla ammirare, chi a capo chino con ugual medesimo sacrificio con cui nutriamo l’ingordo appetito, approdare sino a sora acqua la mia vicina, e dissetare la scomposta pecunia, solo il più fedele e fidato rinato alla mia ombra, mi riconosce e contraccambia un sorriso.

 

Lui, per il vero, rinato in questa vita rimembra il luogo, ricorda la Rima fattasi poesia. Rimembra il Sentiero ove dimorò in una oscura epoca, fu braccato da strani viandanti con la bava fra i denti e lo schioppo fra le mani, a cui negò ogni fedeltà sovrana.




 Commise peccato terreno, fors’anche antica Eresia perseguitata.

 

Ricorda il luogo, e tutte le volte conta ogni ramo di nuovo fiorito, quello ove fu appeso all’inizio d’una strana primavera, solo per rimembrare ad ogni viandante il monito delle stagioni del tempo reciso, sacrificato e punito alla scure dell’umana ingiustizia.  



    

 Ebbene, miei cari viandanti, sappiate che da quel ramo ho cresciuto la più elevata vista che lenta si protende fin sulla ramificata Cima, dal tronco di quel ramo dipartono tanti di quei Sentieri, che nei secoli delle mie stagioni ho smesso di contarli.

 

Con il fiato sospeso non ancora del tutto soffocato, mi narra ogni sogno infranto, prima del trapasso a cui abdico l’eterno sorriso, oltre il dovere del perseguitato ricordo.




Mi dice di come fu braccato in nome del loro dio colmo di indegno peccato, dell’ombra meditata per ogni più elevato ramo, mi narra degli inganni del tiranno sovrano senza alcun timor di dio, e di come rispose all’ingorda parola con il fiato mutilato d’una incompresa Rima.   

 

A lui affido le stagioni del mio Tempo, assicuro e prometto rinata dignità umana per ugual medesima ombra.




Quando di nuovo attraverserà la scomposta mia capigliatura dall’inverno fino alla primavera, si accosterà alla mio ramo appassito, all’ombra delle sudate stagioni della nuova vita offerta, si appoggerà, mi scruterà da lontano e da ogni prospettiva, apparentemente smarrendo retto pensiero, come un amico già visto e conosciuto del quale però non ricorda e confonde il vero volto.

 

Si domanderà qual dio governa il mondo.

 

Si interrogherà circa la vita e il dio che così bella la coronò per ogni mattina offerta.




Si inginocchierà alla mia vista e da nessun umano scorto neppure udita, scheletro d’inverno fino alla soffocata estate per ogni segreta preghiera da me udita.

 

Il verme che trapassò l’occhio adesso lo scorgi appestato e confuso per ugual medesimo passo!

 

Quello che si cibò della tua lingua fin sul ramo appesa, ora precipiterà in uno strano Abisso senza pensiero o parola alcuna.

 

La formica che del resto ne fece scorta, hora l’ammiri contare i denari di ciò che rimasto coniati nell’improvvisa carestia, senza alcun dio contarne le ossa cadute concimare ugual terra.




Risorgerà al colore d’ogni mia foglia con lo stesso identico ardore di come lenta scorre ugual medesima linfa, persa all’inizio d’una nuova primavera, per poi rinascere all’autunno quando nacque il suo profeta.

 

Ricorderà un Universo antico là ove proviene il suo quanto mio stesso invisibile cammino.

 

Tutti gli altri scorgeranno solo una selva senza futuro o sentiero che non sia un pasto o un sacrificio rincorso in ugual cammino.




Lui, invece, poserà lo sguardo d’artista sino a divenire illuminato filosofo, paladino dell’eterna vita ove per sempre farà ritorno, avrà in dono una nuova vista, vivrà un sogno combattuto e sofferto, mi scorgerà cercando un ricordo antico per questo stesso sentiero.

 

Ritornerà tante e più volte su questo luogo, mi dipingerà e pregherà per ogni mio anello di ugual sacrificio, suggellando medesimo patto con il nostro dio.




Poi, eleverà Pensiero e Parola al freddo dell’inverno, sino alla soffocata alba d’una nuova primavera. Da quello proviene, e quando alto l’appassito ramo gli donerà una secca scheletrica foglia lui canterà una nuova Rima. E quando lo stesso ramo fiorirà a primavera, lui guarderà ogni mio pensiero che alto vola.

 

Uno dei tanti, miei amici viandanti, che il narrarne l’eterna vita non basterebbe uno solo del vostri anelli dorati con cui vi adornate le sorde orecchie come le uncinate dita, in nome e per conto d’una strana incompresa mascherata alchimia.




Uno dei tanti, come vi dico ancora, seppure vi ammiro e scruto nei fasti del vostro portamento accompagnato dal nobile dotto ingegno, il quale luccica e risplende, seppur mascherato e ben adornato.

 

Eppure mai avete osservato o solo ammirato il mio oro per ogni stagione dell’infinito dio, quando luccica e risplende in autunno come in primavera, e per ogni inverno ove dimora in letargo un sogno troppo difficile da essere da voi appena compreso.

 

O solo confiscato!




Con la luce del mio sofferto mutilato contraccambiato respiro, ispiro la linfa e infondo la vita, se mi scrutate contro se stessa ammirerete l’anima che delinea ogni mio profilo fin su verso la Cima, la stessa che di fretta attraversate per conquistarne la ricchezza e piantare una strana croce, ove mutilare la mia ed altrui saggezza.

 

Se osservate ancor meglio, scorgerete il mio profilo, lento mutare forma creare smarrito pensiero, lento se lo avete ritrovato al mio sovrano cospetto, come i colori che formano il quadro dell’artista, il quale mi ritrae nella nobile risoluta eterna compostezza, la quale imita ed ispira ugual via: sua la migliore preghiera, sua la miglior poesia.

 

Sua, di certo, la dottrina confacente al mio dio.




 Scorge il profilo, il volto, scruta e prega il pensiero ritrovato e per sempre rinato.

 

Il paesaggio, così come ogni mio profilo, scritto ed inciso per ogni foglia qual invisibile testamento, ove tanti viandanti attraverseranno le smarrite stagioni del tempo, convinto di averlo appena ritrovato per ogni più piccolo particolare osservato.

 

Dotti proclami, concise o prolisse critiche, pur ammirando l’arte hanno appena smarrito il Sentiero che conduce alle fronde del profilo.




Così, vi dicevo e dico ancora, tanti ne ho visti e contati, di certo taluni sono viandanti, altri impareggiabili artisti, altri uomini risoluti e compiuti, piccoli e grandi sovrani cinti nell’altrettanto piccolo loro regno scritto nello strano futuro ingegno.

 

Altri smarriti e persi domandarmi conforto terreno, oppure Regno divino, io mostro loro il mio volto e comando quanto Creato affine all’umano che scorge e non comprende, che osserva e non vede, che riflette ma non pensa, che parla e nulla dice, che legifera al di fuori della mia legge.




Così a quel viandante, al quale dono l’antico patto, offro anche l’eterno mio pensiero, privo dell’ingegno con cui contano e numerano il loro strano Tempo attraversato e giammai compreso.

 

Dono a lui il mio anello ove un giorno si poserà come smarrito, imprecherà perché lì dimorava un Genio in nome e per conto di Dio.

 

Ed a lui offrirò ogni anello terreno d’una diversa vita contata per ogni selva mutilata e smarrita…