giuliano

sabato 18 aprile 2026

IL VELENO

 









CON AFFETTO AL SIGNOR SALIERI






I secoli oscuri del Medioevo, caratterizzati da lunghe guerre, epidemie e fanatismo religioso, offuscarono la visione reale dell’universo, considerando la natura indomabile come “matrigna” e molti dei suoi figli, come lupi, gatti neri, rapaci notturni e serpenti, incarnazioni del demonio da perseguitare. L’immaginario minaccioso ed oscuro e quindi la visione più nefasta e trascendente della “bestia” prevalsero per molti secoli, ne sono testimoni la letteratura e l’iconografia dell’epoca.

 

Nacque persino il mestiere di “luparo”, il cacciatore di lupi, attività in auge sino al secolo scorso. Da allora, nonostante l’esempio di San Francesco, che così si rivolse al lupo di Gubbio, assolvendolo: “Frate lupo… io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male”, questo animale è stato perseguitato, catturato ed ucciso con armi, trappole e veleni.




Contemporaneamente, la progressiva distruzione delle foreste e del suo habitat da parte dell’uomo ha portato questa specie sulla soglia dell’estinzione in quasi tutto il mondo. L’ultimo lupo delle Alpi fu ucciso, stando alle cronache, nel 1874 presso Como. L’ultimo lupo della Sicilia scomparve nel 1937; negli anni ’70 del ‘900 soltanto piccoli nuclei sopravvivevano nell’Appennino centrale ed in Calabria.




Finalmente, in quel decennio, fu varato il celebre progetto di ricerca e tutela del lupo italiano chiamato “Operazione San Francesco”, realizzato grazie all’azione congiunta del Parco Nazionale d’Abruzzo, che ospitava ancora una popolazione vitale di lupi, e del WWF, che impiegò cospicui fondi e risorse umane. Il progetto contribuì in modo determinante alla conoscenza scientifica, alla salvaguardia ed alla riabilitazione di questa importante specie; a coronamento dei primi successi il Parco creò nel 1976 il primo museo dedicato al lupo in Italia.

 

Oggi, malgrado si verifichino ancora dissennate uccisioni ad opera dell’uomo, la costante tutela del territorio e la grande capacità di adattamento del lupo stanno consentendo il suo aumento numerico ed il ritorno nelle aree da cui era scomparso da quasi un secolo. E così, dopo millenni di persecuzioni, “Frate lupo” è tornato nelle nostre foreste, giustamente riabilitato e salvato dall’ignoranza, a ricordarci che in un lontano passato la nostra sopravvivenza dipendeva dalle forze della natura, oggi le sorti della natura dipendono dalle scelte e dalle azioni della nostra società.





(Pescasseroli, 16 Apr 26)


 

Nel pomeriggio di ieri, 15 aprile, una pattuglia di Guardiaparco in servizio nel Comune di Alfedena, in località San Francesco, nell’Area Contigua del Parco, ha rilevato un episodio di eccezionale gravità a danno del patrimonio faunistico: cinque lupi sono stati rinvenuti morti.

 

Dai primi accertamenti, effettuati anche con il supporto del Nucleo Cinofilo Antiveleno del Parco, intervenuto immediatamente sul posto per la perlustrazione dell’area, sono stati individuati resti che potrebbero far ipotizzare la presenza di esche avvelenate. Sulla base degli elementi raccolti, l’ipotesi al momento più accreditata è quella dell’avvelenamento, pratica illegale e indiscriminata, che colpisce la fauna selvatica e mette a rischio l’intero equilibrio degli ecosistemi.




Le carcasse degli animali e il materiale rinvenuto, comprese le presunte esche, sono stati sottoposti a sequestro penale e messi a disposizione della Procura della Repubblica di Sulmona, che coordina le indagini. Nella mattinata odierna, il tutto sarà trasferito presso la sede di Avezzano dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’bruzzo e del Molise per lo svolgimento delle analisi necessarie ad accertare le cause della morte.

 

Il fatto si aggiunge a un analogo episodio recentemente registrato nel territorio di Pescasseroli, dove sono stati rinvenuti altri cinque lupi morti. Anche in quel caso sono in corso indagini da parte dei Guardiaparco e dei Carabinieri Forestali, coordinate dalla Procura di Sulmona, che ha disposto gli accertamenti presso l’Istituto Zooprofilattico per chiarire le cause del decesso, anch’esse ricondotte, in base ai primi risultati preliminari, all’ipotesi di avvelenamento.




Due episodi in pochi giorni, con modalità analoghe, rappresentano un segnale allarmante che non può essere sottovalutato né derubricato a fatto isolato. Si tratta di atti gravissimi, che meritano una ferma e netta condanna, non solo perché illegali, ma perché lesivi di un patrimonio naturale di valore inestimabile e incompatibili con una società civile consapevole e responsabile.

 

In un contesto generale segnato da un dibattito sempre più acceso sullo status e sulla gestione del lupo, è fondamentale ribadire che ogni forma di azione illegale e di giustizia fai-da-te è inaccettabile e non può trovare alcuna giustificazione.




L’utilizzo di esche avvelenate, oltre a colpire indiscriminatamente diverse specie, rappresenta un pericolo concreto per tutta la fauna con particolare riferimento a specie minacciate come l’orso marsicano, specie simbolo e particolarmente vulnerabile, la cui conservazione è prioritaria. Si tratta di pratiche particolarmente insidiose, che agiscono in modo occulto e indiscriminato, amplificando la gravità degli effetti e rendendo ancora più urgente un’azione di contrasto decisa.

 

Le attività di indagine proseguiranno senza sosta, così come l’azione di prevenzione sul territorio, anche attraverso l’impiego delle unità cinofile antiveleno, al fine di evitare ulteriori episodi.

 

Si rivolge infine un appello alla responsabilità di tutti: chiunque sia in possesso di informazioni utili è invitato a collaborare con le autorità competenti. Solo attraverso l’impegno congiunto delle istituzioni e della società civile è possibile contrastare efficacemente fenomeni così gravi e inaccettabili, che non possono trovare alcuno spazio in una comunità civile e consapevole nel 2026.




Eventi di questa natura riguardano l’intera collettività, poiché colpiscono direttamente non solo il patrimonio naturale comune e i valori che ne sono alla base, ma anche l’identità stessa e l’immagine dell’intero territorio. La tutela della biodiversità e il rispetto della Natura non sono ambiti che possano riguardare solo alcuni: chiamano in causa la responsabilità e la sensibilità di tutti. Nessuno può sentirsi estraneo considerando anche le ricadute economiche su settori produttivi primari per il nostro territorio, colpiti dai gesti insensati di pochi.

 

PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO





L’interrogativo è molto più ampio: quando un uomo alzava il cane del fucile e mirava alla testa di un lupo, che cosa voleva uccidere?

 

Vi sono altre domande.

 

Perché non abbiamo smesso, come mai abbiamo proseguito così a lungo una volta che l’esigenza di preservare i nostri beni era stata soddisfatta?

 

E quando i vili e i mentecatti torturavano i lupi, perché tanti di noi guardavano altrove?

 

In termini storici, siamo tutti colpevoli della perdita dei lupi. Nel diciannovesimo secolo, quando gli indiani delle pianure ci dicevano che il lupo era un fratello, noi predicavamo un altro vangelo. Il Destino Manifesto.




Quello che ci amareggia ora, penso, è che un vangelo alternativo rimane ancora ampiamente inarticolato.

 

Vogliamo affermare che non si sarebbe mai dovuta verificare un’uccisione, ma non sappiamo cosa metterci al suo posto.

 

Sin da quando l’uomo ha preso a interessarsi al lupo, facendone discendere i cani o ammirandolo come cacciatore, ha trasformato la sua uccisione in routine. A prima vista le ragioni sono semplici e giustificabili. I lupi sono predatori. Quando l’uomo arriva in una terra per ‘domarla’, rimpiazza la selvaggina con animali domestici. I lupi predano queste bestie, e l’uomo a sua volta li uccide, riducendone la popolazione come misura preventiva per proteggere il suo investimento economico. I due non possono proprio vivere accanto. Un po’ fuori dalla mischia, forse, in termini di giustificazioni, si situa l’azione dei Fish and Game Department, che uccidono i lupi per sostenere o incrementare la presenza di grossi animali da preda di modo che possano essere cacciati dall’uomo. Questo tipo di ‘controllo dei predatori’ ha storicamente soddisfatto gli interessi economici e politici a discapito di quelli ecologici, agendo a volte sulla base di convinzioni biologiche da bar sport o da barbiere invece che sulla scienza della fauna selvatica.




…Ma il lupo è in sostanza diverso, poiché la storia del suo sterminio mostra un autocontrollo decisamente inferiore e una perversione assai superiore. Sono numerosi coloro che non ammazzavano i lupi tout court, ma li torturavano. Li bruciavano vivi, strappavano loro le mascelle, tagliavano loro i tendini d’Achille, li facevano inseguire dai cani. Li avvelenavano con stricnina, arsenico e cianuro su scala così vasta che milioni di altri animali come procioni, mustele dai piedi neri, volpi rosse, corvi imperiali, falchi dalla coda rossa, aquile, citelli e ghiottoni morirono accidentalmente di conseguenza. All’apice della febbre sterminatrice, avvelenarono persino se stessi e bruciarono i propri possedimenti boschivi nel tentativo di sbarazzarsi dei rifugi dei lupi.

 

L’uccisione dei lupi ha a che fare con una paura fondata sulla superstizione.

 

Ha a che fare con il ‘dovere’.




Ha a che fare con dimostrazioni di virilità (in modo astratto, forse, non è niente di più che voler possedere o distruggere l’anima dell’animale).

 

…E a volte, poiché è un atto considerato ‘giusto’ e al tempo stesso del tutto privo di coscienza, uccidere i lupi penso abbia a che fare con l’omicidio.




Storicamente la spinta più manifesta, e quella che meglio spiega l’eccesso dello sterminio, è un tipo di paura: la teriofobia. La paura delle bestie. La paura delle bestie come creature irrazionali, violente e insaziabili. La paura della proiezione della bestia che è in noi.

 

Questa paura è costituita da due fattori, l’odio per se stessi e l’ansia per la perdita umana di inibizioni presenti in altri animali che non stuprano, non commettono omicidi e non saccheggiano. Al cuore della teriofobia vi è la paura della propria natura. Nella sua manifestazione più acuta, la teriofobia è proiettata su un animale solo, che diventa un capro espiatorio e viene annichilito. 

(B. Lopez)





 

sabato 14 marzo 2026

UN ERETICO (&d insieme in attesa della costante di questa stessa medesima Storia con i loro ciarlieri inquisitori)

 








Precedenti capitoli 


circa taluni alcuni o molti 


se non troppi paradossi 


del nostro Tempo 


giacché io predico.... 


innumerevoli Eresie!







Tra gli animali selvatici, i membri di ogni specie si assomigliano. Cavalli, lupi, cervi, bovini, quaglie, galli della prateria, conigli... pensateci bene!

 

Le razze di uccelli e animali si formano prendendo peculiarità individuali e ripetendole attraverso la selezione naturale, finché ciò che un tempo era peculiare e unico non diventa comune. I piccioni bianchi sono semplicemente albini. Ma tutte le razze, col tempo, ‘si esauriscono’ e formano un tipo, proprio come una dozzina di specie di piccioni in una colombaia, nel giro di pochi anni, degenerano in uno stormo in cui tutti i membri si assomigliano così tanto da non riuscire a distinguerli l’uno dall’altro.




Una confessione religiosa o un partito politico sono come una razza. Quando sono nuovi, hanno segni di individualità; significano qualcosa. Nel giro di pochi anni, ritornano al loro tipo originale. I partiti politici invecchiati sono tutti ugualmente negativi. Iniziano come radicali e finiscono come conservatori. Ciò che è nato nella virtù viene distrutto dalla dissolutezza. Tra le religioni di successo non c’è scelta: hanno tutte un tocco di lavanda.

 

Quando muore l’uomo che ha fondato il partito, o sul cui nome, fama e influenza il partito si fonda, i molti che vi appartengono vengono influenzati dai capricci e dalle idee di Thomas, Richard ed Henry, e il partito ritorna alla sua forma originaria.

 

Solo i caratteri molto forti e autosufficienti formano delle sette: Mosè fondò una ‘denominazione’ (un dogmatismo) che è stata mantenuta meravigliosamente pura dalle persecuzioni e sana dalle continue migrazioni. Gesù si separò da questa setta e divenne un predicatore indipendente. Naturalmente fu ucciso, poiché fino a tempi molto recenti tutti i predicatori indipendenti venivano uccisi, e rapidamente. Paolo riprese gli insegnamenti di Gesù e li interpretò, e con la sua forte personalità fondò una religione. Anche Paolo fu crocifisso a testa in giù, e la sua morte fu in realtà più drammatica di quella del suo capo, ma mancavano gli uomini di lettere che la raccontassero.




Così abbiamo la religione di Cristo interpretata da Paolo e infine promossa e lanciata da un imperatore romano. Ora, i paesi sono questo o quello perché lo è il sovrano regnante. Questo deve accadere laddove c'è una religione di stato e quarantamila sacerdoti dipendono dal re per il loro stipendio e l’immunità da ogni tassazione. Enrico VIII e sua figlia Elisabetta decretarono che l’Inghilterra dovesse essere protestante. Diedero al clero cattolico la scelta tra rinunciare al proprio incarico o giurare fedeltà alla nuova fede. Solo settantanove su diecimila rinunciarono. Se Maria Tudor e Maria Stuarda avessero avuto successo politico, l’Inghilterra oggi sarebbe cattolica.

 

La maggior parte delle persone non ha alcuna fede: si limita ad accettare la fede di qualcun altro.




Quando Costantino professò il cristianesimo, ogni tempio pagano di Roma si trasformò in una chiesa cristiana. Se Costantino fosse stato circonciso, invece che battezzato, tutti i templi pagani sarebbero diventati sinagoghe e ogni sacerdote un rabbino. Si dice che fu una donna cristiana a influenzare Costantino a favore del cristianesimo; se così fosse, non sarebbe né straordinario né strano. Costantino fece del labaro la bandiera di Roma. ‘Con questo segno vinco’. E così fece. Quindi otteniamo la religione di Gesù, filtrata attraverso la personalità di Paolo, fusa con il paganesimo, e poiché il paganesimo è la tendenza più forte, l’intero tessuto ritorna allo stato iniziale.

 

Perdiamo il broncio, il bicchiere viene dimenticato e ci ritroviamo con uomini e donne grigio ardesia governati da giacobini con le gorgiere.

 

Il cristianesimo è una cosa; la religione di Cristo è un’altra.




Il cristianesimo è un fiume nel quale sono confluiti migliaia e migliaia di ruscelli, sorgenti, torrenti e rigagnoli, così come le acque reflue delle città. Le sue origini risalgono principalmente alla Roma pagana, unita al Fiume, freddo e impetuoso, della Grecia classica. Ma le acque del placido giudaismo, che scorrono parallelamente ad esso, si sono sempre infiltrate, e non bisogna dimenticare che più della metà dei cristiani prega una donna ebrea, e che sia Gesù che Paolo erano ebrei.

 

Il sangue di tutti i martiri, ribelli e rivoltosi che hanno tentato di deviare il corso di questo Fiume ne ha tinto le acque. Che il suo scopo ultimo sia l’irrigazione, e non il trasporto, è evidente ovunque.

 

Mantenere la religione come un fiume fangoso, inquinato e pestilenziale, invece di lasciarla dissolversi in un milione di canali di irrigazione, è stata la lotta dei secoli, il problema è che l’irrigazione non è un fine, ma solo un inizio. Irrigare significa uno sforzo costante e crescente, e sacerdoti e predicatori non hanno mai pregato: ‘Dacci oggi il nostro lavoro quotidiano’. Il loro desiderio è stato quello di essere trasportati, di galleggiare con la marea, e chi galleggia viene trascinato a valle. Gli uomini che hanno cercato di attingere al Fiume e di deviarne le acque verso pascoli aridi sono stati di solito catturati e annegati nelle sue profondità.

 

…E questo è ciò che chiamate storia.




Tutte le nuove religioni nascono esattamente in questo modo: sono corsi d’acqua deviati dalle acque originarie. E la qualità e l’influenza della nuova religione dipendono dalla profondità del nuovo canale, dalla sua corrente e dal territorio che attraversa.

 

Come già detto, la maggior parte dei ribelli fu rapidamente catturata: Gesù si ribellò alla religione di Mosè; Paolo si ribellò al giudaismo, adottò il nome e guidò il piccolo seguito del Salvatore martire; Costantino si appropriò del nome e del favore popolare, e distrusse ribellione e concorrenza con un colpo di genio di fusione: quando non si può combattere con successo qualcosa, non tutto è perduto, la si può ancora abbracciare; Savonarola fu un ribelle senza successo dalla religione composita di Costantino; Lutero, Calvino e Knox si ribellarono con successo; Enrico VIII sfidò la Chiesa cattolica per ragioni sue e se ne separò; il metodismo e il congregazionalismo si separarono sia dal canale di John Knox che da quello della regina Elisabetta e del suo compianto padre; l’unitarianismo nel New England fu una rivolta contro il dominio della Chiesa congregazionalista, ed Emerson e Theodore Parker furono ribelli dall’unitarianismo.




Theodore Parker fu il primo del suo genere in America: un combattente teologico indipendente e solitario, un predicatore senza denominazione, non vincolato da alcun vescovo, non governato da alcuna macchina. Ha avuto molti imitatori e pochi successori. Il numero aumenterà con il passare dei giorni. Parker era un frammento di nebulosa ecclesiastica scagliato dalla denominazione ‘unitariana’, che si muove nello spazio nella sua orbita verso l’oblio, la fine di tutte le religioni, dove regna un dio senza figli, il Silenzio. Il destino di tutte le religioni è morire e fecondarne altre. È ancora troppo presto per dire quale sarà la religione finale dell’uomo.

 

L’obiettivo di Parker non era creare un nuovo mondo; piuttosto, era quello di scontrarsi con mondi vecchi, vacillanti e instabili, frantumarli in pezzi e mandare questi pezzi a roteare nello spazio.




Per quattordici anni Theodore Parker tenne discorsi alla Music-Hall di Boston, ogni domenica, davanti a un pubblico che variava da mille a tremila persone, a seconda della capienza dell’auditorium. In quegli anni fu la figura intellettuale dominante di Boston, se non di tutta la Nuova Inghilterra. La gente si recava a Boston, percorrendo centinaia di chilometri, solo per ascoltare Parker, così come andava a Brooklyn per ascoltare Beecher. E come per molti la Plymouth Church e Beecher rappresentavano Brooklyn, allo stesso modo per altri la Music-Hall e Parker rappresentavano Boston.

 

Il clero può essere disgregato solo attraverso un lento processo di erosione. L’opera di Joseph Parker a Londra tendeva a rendere liberi tutti gli ecclesiastici inglesi che desideravano la libertà. Per oltre vent’anni predicò ogni giovedì a mezzogiorno, e spesso due volte la domenica. Nessun argomento di vitale interesse umano gli sfuggiva. Era un censore e critico autoproclamato: acuto, vigile, attento, ma anche capace di lodare oltre che di protestare. I due Parker, uno in America e uno in Inghilterra, hanno segnato delle epoche. Cronologicamente, Theodore Parker viene prima, e i suoi discorsi erano orientati verso una dimensione più elevata. Meno teatrale del suo talentuoso omonimo, non così fluido né così pittoresco, il suo pensiero, ridotto a bianco e nero, risulta più leggibile. Ciò che Theodore Parker disse può essere analizzato e scomposto, ma infine rimane sempre un audace eretico. Aveva sempre un motivo ricorrente e il suo verbo lo catturava. Diceva molte troppe cose...




Emerson e Parker erano fautori dell’irrigazione. Diedero l’acqua alla terra, invece di cercare di trattenerla per creare uno stagno per i pesci. Nessuno dei due ordinò mai alla popolazione di tagliare le esche o di gettarsi in acqua e annegare. Di conseguenza, siamo arricchiti dai fiori e dai frutti della loro energia; ci hanno lasciato in eredità qualcosa di più di una minaccia e di una promessa: ci hanno donato gli ampi pascoli, i prati, i campi fertili e gli alberi maestosi con la loro ombra rinfrescante.

 

Tutti i bravi scrittori si avvalgono del privilegio di usare quella piccola e piacevole frase del Pliocene sul ragazzo che non è abbastanza forte per lavorare e che viene educato per diventare predicatore. Tendiamo però a trascurare il fatto che il ragazzo non abbastanza forte per lavorare è spesso l’unico che desidera un’istruzione, tutto ciò secondo la Legge di Compensazione di Emerson.

 

Theodore Parker, in gioventù, era esile, gracile e cagionevole di salute, ma nutriva una grande sete di conoscenza. Chi ha i muscoli li usa, chi non li ha si affida all'intelligenza, a volte. Non si può certo dire che i genitori di Theodore Parker lo abbiano destinato al ministero: fu lui stesso a sceglierlo e a completare la sua istruzione nonostante loro. A quindici anni, creò un piccolo scompiglio annunciando alla famiglia durante la cena: ‘Oggi mi sono iscritto all’Harvard College’.




Questa mossa di studio fu notata e ignorata, e il fatto che non ci fossero abbastanza soldi nel salvadanaio per permettergli di rimanere a Cambridge una settimana era evidente. Il ragazzo spiegò quindi che avrebbe preso in prestito dei libri e avrebbe studiato a casa. Aveva superato gli esami ed era stato regolarmente ammesso al primo anno.

 

Resta il fatto che Theodore Parker proseguì gli studi per quattro anni e avrebbe avuto diritto alla laurea se non fosse stato un non residente. Nel 1840, quando Parker aveva trent’anni, Harvard gli conferì la laurea honoris causa in Lettere e Filosofia. Questo fu un bene, ma se ci fosse stato un piccolo ritardo, Parker non avrebbe ricevuto tale onorificenza e, di fatto, diverse persone di riguardo suggerirono di revocargliela senza mezzi termini. Sia Parker che Emerson offesero gravemente la loro Alma Mater e furono praticamente ripudiati.

 

Il primo incarico pastorale di Parker fu presso la chiesa unitariana di West Roxbury, a dieci miglia da Boston e facilmente raggiungibile in auto da Concord e Lexington. Era il 1836, un anno memorabile per gli amanti di Emerson, perché proprio in quell’anno venne pubblicato il ‘Saggio sulla natura’. L’opera fu presentata anonimamente e pubblicata a spese dell’autore. Il dottor Francis Bowen, decano della Harvard Divinity School, aveva denunciato il saggio definendolo ‘panteistico e pericoloso’. Scoprì anche l’autore e espresse il suo profondo dolore e rammarico per il fatto che un uomo di Harvard avesse dimenticato a tal punto le tradizioni da pubblicare un’opera simile.




Theodore Parker prese le difese di Emerson, e questo sembra essere stato il suo primo atteggiamento radicale.

 

Emerson era sette anni più anziano di Parker, ma Parker godeva di grande popolarità; mentre Emerson, a quel tempo, viveva in un ritiro forzato, essendo stato costretto a dimettersi dal suo incarico di pastore a Boston a causa di affermazioni eretiche.

 

Theodore Parker fu molto fortunato nel suo ambiente. Sarebbe riduttivo affermare che fosse il prodotto del suo ambiente, poiché migliaia di persone vivevano nel raggio d’azione di Ralph Waldo Emerson, Henry Thoreau, Bronson Alcott, George Ripley e William Ellery Channing, completamente ignare della presenza di questi uomini. La chiesa più frequentata a Concord oggi è quella cattolica romana. Theodore Parker si integrò perfettamente nel suo ambiente e contribuì con la sua aura al bagliore ‘trascendentale’. Fu la calamita che attirò i Brook-Farmers a West Roxbury. È facile dire che se questi utopisti non avessero scelto West Roxbury come sede del nuovo regime, avrebbero messo in atto i loro prodigi trascendentali altrove; ma il fatto è che non lo fecero.

 

Nella sua chiesa di Roxbury, Parker aveva sostituito la Bibbia con Marco Aurelio durante una delle sue funzioni religiose; e tutti sapevano che Marco Aurelio era un pagano che aveva perseguitato i cristiani.




Era forse desiderio di Theodore Parker trasformare la cristiana Boston in una Roma pagana?

 

Parker rispose con un sermone in cui dimostrava che Boston inviava ingenti quantità di rum ai pagani; che molti dei suoi primi cittadini prosperavano grazie alla produzione, all’esportazione e alla vendita di bevande alcoliche; e che definire Boston una città cristiana significava rivelare una deplorevole ignoranza sull’uso delle parole. In quel momento si creò un certo fermento tra i fedeli, alcuni dei quali erano impiegati nel commercio marittimo.

 

Dopo il sermone, dissero:

 

‘Sono io... Sono io?’.

 

E uno chiese: ‘Sono io?’




L’‘Associazione Unitariana di Boston’ comunicò a Theodore Parker che, a loro avviso, non era migliore di Emerson, ed era bene ricordare che panteismo e ‘unitarianismo’ erano ben diversi. Quella notte Theodore Parker lesse la lettera e scrisse nel suo diario quanto segue:

 

L’esperienza degli ultimi dodici mesi mi ha mostrato cosa mi aspetta nei prossimi dodici anni. Non ho alcuna comunione con gli altri membri del clero; nessuno di coloro che hanno contribuito alla mia ordinazione ora mi rivolgerà cortesie ministeriali. Solo uno o due membri dell’Associazione di Boston, e forse uno o due al di fuori di essa, avranno qualche contatto con me a livello ministeriale. Coloro che sono più giovani di me mi deridono. Devo confessare di essere deluso dai ministri, dai ministri unitariani. Un tempo li consideravo nobili; pensavo che sarebbero rimasti fedeli a un ideale principio di giustizia. Scopro che nessun gruppo di uomini è mai stato così completamente asservito al senso di convenienza.

 

Tutta quell’agitazione e quella sorta di persecuzione servirono ad allentare i legami e a preparare il terreno per il trapianto. La crescita è spesso un processo doloroso, socialmente, Parker era stato snobbato e disprezzato dalla società più elevata, e la sua brava moglie era in lacrime per la disperazione perché le riunioni del gruppo missionario si tenevano senza il suo aiuto e in un luogo diverso da casa sua.




Ecco cosa scrive Parker:

 

Ora, non ho intenzione di starmene seduto docilmente e di farmi cacciare dalla mia posizione dall’opposizione di alcuni e dalla negligenza di altri, la cui condotta dimostra che non amano la libertà se non per se stessi, per navigare con il vento e la marea popolari. Lo farò quando sarò costretto ad abbandonare il pulpito perché una voce libera e un cuore libero non possono trovarsi in ‘quella cattiva posizione’. Ho intenzione di vivere con Ripley a Brook Farm. Studierò sette o otto mesi all’anno; e quattro o cinque mesi. Andrò in giro a predicare e a tenere conferenze in città e nelle valli, lungo le strade e nei campi, e ovunque si trovino uomini e donne. Andrò a est e a ovest, a nord e a sud, e farò risuonare la terra; e se questa teologia del New England che strozza l’intelletto e paralizza l’anima di noi non attecchirà, sarà perché contiene più verità di quanta ne abbia mai trovata.




Nel 1855 fu incriminato, insieme al colonnello Higginson e a William Lloyd Garrison, per violazione della legge sugli schiavi fuggitivi. E quando John Brown fece la sua incursione, Theodore Parker fu incriminato come ‘complice prima del fatto’. Se fosse stato catturato sul suolo della Virginia, sarebbe stato senza dubbio impiccato a un albero di mele acide e la sua anima mandata a marciare per l’aldilà.

 

Theodore Parker morì a Firenze, in Italia, nel 1860, all’età di cinquant’anni. La sua malattia fu un eccesso di Theodore Parker. Il suo corpo è sepolto lì a Firenze, nel cimitero protestante, a poca distanza dalla tomba di Elizabeth Barrett Browning.

 

Durante la cerimonia funebre svoltasi a Boston, Emerson dichiarò:

 

Ah, mio ​​coraggioso fratello!

 

Sembra che, in un’epoca frivola, la nostra perdita sia stata immensa e il tuo posto non possa essere colmato. Ma sarai già consolato dal trasferimento del tuo genio, sapendo bene che la natura del mondo confermerà a tutti gli uomini, in ogni tempo, ciò che per venticinque anni hai coraggiosamente affermato. Le brezze d’Italia mormorano la stessa verità sulla tua tomba, i venti d’America su queste strade in lutto, e il mare che ha riportato a casa i tuoi familiari in lutto lo conferma. Mentre i raffinati e affabili traditori dei diritti umani, con la loro erudizione pervertita e le grazie disonorate, muoiono e vengono completamente dimenticati, con la loro doppia lingua che dice tutto ciò che c’è di sordido sulla corruzione dell’uomo, tu hai creduto nella divinità di ogni cosa e continui a vivere.