giuliano

lunedì 20 luglio 2026

L'ERETICO LUPO

 









                 L’ERETICO LUPO







Come presto avremo modo di leggere, la Storia conferma la nostra Idea circa un’antica ‘dottrina’ inerente l’Anima ‘girovaga’ di questa vita andando a incarnarne le vari fasi in cui la stessa si determina; ovvero, una ‘filosofia’ non nuova e quantunque interpretata, fors’anche potremmo dire, - ‘accreditata’ - dagli Eretici di un trascorso non meno dell’odierno èvo.

 

Un ‘credo’ inerente l’Essere e l’Anima, ovvero cosa anima l’Essere disgiunto dall’ortodossa ‘materia’ predisposta nella spirale dell’Universo in cui leggiamo ed interpretiamo - ed ancor meglio intendiamo o dovremmo -, ogni cosa a Lui riconducibile, dalla pietra alla foglia e da questa all’uomo nato da una ‘bestia’; sia esso malvagio sia esso un destino a cui l’‘humano’ e la vita costretta nei vari cicli della ‘materia’.

 



Il corpo era uno sconosciuto, appartenente alla creazione del diavolo. Era allo stesso tempo un nulla e una macchina. Ci si sentiva a proprio agio come un viaggiatore oggi nella sua auto. Alcuni, angosciati dal fatto di sentirsi imprigionati al suo interno, dicono: ‘Abbiate pietà, dice il “Rituale Cataro”, dell’anima che è in prigione!’.

 

Altri si insinuarono nella sua carne come dentro una spregevole e meschina ‘tunica’. I peccati che necessariamente lo spingevano a commettere non lo riguardavano.

 

Al di sopra di questo nodo materiale di determinismi aleggiava lo spirito, sconosciuto e impeccabile, che risiedeva in Dio come essenza eterna e così poco connesso all’anima da poter essere completamente degradato senza essere alterato. Lui solo assicura la salvezza dell’uomo, e per essere salvata, a sua volta, l’anima deve volgersi verso di Lui, unirsi a Lui. Talvolta viene concepito come qualcosa di impersonale e identico per tutte le coscienze.

 

L’individuo è l’anima.




 …Un’anima sospesa tra due abissi: quello dello Spirito divino e quello del nulla satanico, privata delle sue facoltà più elevate – l’intelligenza fa allora parte dello spirito - e ridotta praticamente a sensibilità e affettività, sottomessa a tutti i capricci del corpo, l’anima non è altro che desiderio. Da qui una versatilità, un’emotività che tutti gli storici hanno sottolineato nell’uomo del Medioevo, sempre soggetto a sentimenti eccessivi, capace di passare dall’ira alla clemenza, dalla crudeltà alla pietà, in un istante. Non appena si esalta nella sua anima e non aspira più a trovare che in Dio la morte liberatrice, non appena sprofonda nel suo corpo e si abbandona a tutta la sua voluttà.

 

Era caos (gli elementi materiali erano in contrasto) e ‘mescolanza’, con il corpo capace di confondere l’anima, bisognerà attendere San Tommaso e la nozione di composto sostanziale, che del resto non ha altro merito che quello di dare un nome all’evoluzione o alla mutazione subita dalla specie umana, perché questa tragica dislocazione, questa rottura dell’essenza, abbia fine. Al tempo del catarismo, il credente sincero si preoccupava solo della sua anima femminilizzata, una specie di angelo caduto, sempre in pericolo, sempre angosciato, sempre bisognoso di essere salvato; la pecora smarrita di cui parla il Vangelo.

 

Non si potrà mai sopravvalutare l’importanza della credenza nella reincarnazione, che più di ogni altra caratterizzò la mentalità e il comportamento dell’epoca. Forse prima della diffusione del catarismo, e a cui sopravvisse, esso si tradiva costantemente nella vita quotidiana, rispondendo a una chiamata profonda, a reazioni incontrollate. Questa credenza contribuì alla minore familiarità tra anima e corpo: avrebbe forse persino indebolito i tabù dell’incesto se questi non fossero stati così profondamente radicati nella coscienza e nei legami familiari, se gli uomini perbene non avessero mantenuto la loro relativa legittimità. Sebbene neutralizzasse certamente le differenze intersessuali, essendo l’uomo una donna e la donna un uomo, li ha avvicinati, annullando le disuguaglianze postulati dalla misoginia maschile.




Escludeva inoltre ogni superiorità di nascita di un uomo che avrebbe potuto essere un malvagio in un’altra vita, screditandolo moralmente: un’anima che abita il corpo di un signore, o di un inquisitore, non può aver intrapreso la via della salvezza.

 

Verso la fine del XIII secolo la fede nell’eternità del mondo si diffuse sempre più, anche tra la gente comune. Faceva parte della saggezza popolare. Ecco, ancora una volta, una di quelle proposizioni metafisiche che si riferisce molto di più al carattere dei tempi che alla riflessione filosofica individuale, e che è sorprendente vedere impresse nella mente come altre prove. La certezza che i due ordini, le due nature coesistessero, corrisponde a una visione di catene cosmiche compatibili, d’altra parte, con le reincarnazioni, il che rassicura alcuni e terrorizza altri. Il mondo della voluttà, delle illusioni carnali e materiali non avrà mai fine: l’universo satanico sarà sempre aperto, sempre tentatore. E il mondo spirituale rimarrà sempre lì, sempre pronto ad accogliere l’anima…

 

‘Bisogna scegliere, certo, ma c’è abbastanza tempo’.

 

Mentre il catarismo continua a declinare, il divario tra il credente ‘puro’ e il ‘semplice credente’ si fa sempre più profondo. Sentiamo i più appassionati dichiarare: ‘Se non ottengo ciò che voglio da Dio, lo otterrò dal diavolo!’. A volte è qui che nasce la tentazione di rivolgersi a Satana e dedicarsi alla stregoneria. Da qui anche il materialismo volgare, così diffuso alla fine del XIII secolo.




Il regno dell’eternità e dello spirito puro ci è inaccessibile e la materia, con le sue leggi e la sua fatalità, è autosufficiente. Un chierico dell’inizio del XIV secolo, Bernardo Franca, riecheggia questo prematuro e ingenuo ‘spinozismo’ che era diventato proverbio in Sabarthés: ‘Ciò che ci viene, buono o cattivo, viene necessariamente. Le cose non possono essere altro da ciò che sono. Cioè, le cose andranno come dovranno andare: Aquo ira com ira!’.

 

Uno degli ultimi eretici bruciati nella contea di Foix era un materialista determinato che credeva solo nella sopravvivenza individuale. Si crede sempre meno nella libertà umana. Tutto rimanda alla grazia di Dio, alla sua suprema bontà. Quindi l’eternità del mondo, la negazione del libero arbitrio, la fiducia nell'Essere Supremo, nella grazia,

 

È probabile che molti credenti abbiano vissuto vite felici e liberate, riponendo le loro speranze sia nell’eternità del mondo, che avrebbe dovuto garantirne la purificazione in modo meccanico e necessario, sia nell’onnipotenza di Dio. Si erano indeboliti nel concetto di peccato e si sentivano liberi dalla colpa. Altri, più immersi nel mondo invisibile, divennero più rapidamente consapevoli dello sviluppo della loro anima, temevano l’avventura soprannaturale e aspiravano con tutte le loro forze a raggiungere la salvezza e la liberazione.

 

Tra i credenti, questi ultimi erano i più numerosi.

 

Gli ecclesiastici intendevano dividere tutti i membri della società in tre ordini: gli oratores (coloro che pregano), i bellatores (coloro che combattono), i laboratores (coloro che lavorano) (ed hora potremmo aggiungere tutti coloro che combattono… una o più guerre!). Questa divisione tripartita non è assurda, ma è troppo generica per corrispondere alla vera situazione sociologica: sotto la pressione dei fatti e delle circostanze, essa stava esplodendo da tutte le parti. Il catarismo e, più in generale, il pensiero eterodosso, contribuirono a far emergere la realtà di questa epidemia trasponendola in una crisi morale, senza tuttavia permettere che le due grandi classi presenti, quella dei signori feudali e quella dei mercanti, avessero reale percezione fin dall’inizio di quanto fossero opposti i loro interessi, né, tanto meno, la natura del loro antagonismo.




Gli uomini di quel tempo, molto individualistici e che trasferivano il loro ristretto egoismo su piccoli gruppi, spesso limitavano il loro orizzonte sociale alle comunità di quartiere, perdendosi in piccole liti che contrapponevano il borgo alla città, il quartiere al quartiere, la corporazione alla corporazione. Non avendo alcuna nozione moderna di classe, si associavano in nome di valori sentimentali, tradizionali e quasi folcloristici, mentre tutto li divideva; e combatterono furiosamente tra loro, quando tutto consigliava loro di unire le forze.

 

Tuttavia, partendo da una visione pessimistica e critica del mondo fisico e sociale, il catarismo fu portato a chiarire e ad ampliare gli antagonismi fondamentali.

 

Il fatto che il catarismo, per sua natura, fosse contrario al feudalesimo è evidente dai suoi miti e dalle sue teorie morali. Insegnava, ad esempio, che per sedurre gli angeli, il Diavolo aveva proposto di portarli in questo mondo, dove ognuno sarebbe stato inebriato dall’orgoglio di comandare sull’altro: l’imperatore sul re, il re sul conte, il conte sul barone, il marito sulla moglie, e dove sarebbe stato permesso ‘con una bestia di catturarne un’altra’.

 

Il vero capo della gerarchia feudale era Satana stesso, principe di questo mondo.

 

La teoria catara della reincarnazione pose fine alla nozione di eredità secondo la quale il padre trasmetteva al figlio non solo le sue virtù, ma anche il ‘diritto naturale’ di schiavizzare altri uomini e di possedere esclusivamente la terra. Il ‘brav’uomo’ che rivelò alla contessa di Tolosa di essere stato in un’altra vita un povero paesano, indebolì la fiducia che lei aveva riposto fino ad allora nell’eccellenza e nella continuità della sua razza.

 

I signori feudali erano guerrieri, ‘bellatores’. Il suo ordo formava una gerarchia di baroni e cavalieri subordinati gli uni agli altri che, soprattutto all’inizio, non aveva altro significato che in relazione alla guerra e all’organizzazione della difesa reciproca: il signore doveva protezione al suo vassallo; il vassallo doveva ‘servizio’ al suo signore. Se, condannando fermamente la guerra, il catarismo non è riuscito a sopprimerla - è ancora oggi in pieno svolgimento. Non ebbe tanto successo nel screditarne la mitologia quanto nel sopravvalutarla come gioco e come prova di virilità, avvalendosi di molteplici ‘poeticizzazioni’, associando ad esempio il coraggio alla generosità, alla Grazia o all’Amore.

 

(Nelli)

 



Quindi la volontà nell’aspirare all’Infinito e liberarsi della costrizione o ‘prigione’ della Vita, appartiene ad una determinato ‘umano’ Linguaggio, evoluto in un'altrettanta determinata concezione filosofica la quale ‘protende’ al Principio della violata profanata eterna purezza meditando un ‘Dio’ inerente all’Infinito da cui proveniamo, ‘disprezzando’ la ‘prigione’ del corpo di cui competente un ‘dio’ inferiore (…o Secondo… dedotto infatti all’ultimo ‘Secondo’ dell’intero ciclo evoluzionistico quindi evolutivo) il quale riconducibile alla ‘materia’ più che ad una visione Infinita della Dottrina.

 



“Non c’era morte allora, né immortalità. Non c’era notte. Non c’era giorno. Quell’Uno viveva in sé e per sé, senza un respiro. Al di fuori di quell’Uno, c’era il Nulla”.

 

“C’era oscurità, all’inizio, e ancora oscurità, in una imperscrutabile continuità di acque. Tutto ciò che esisteva era un vuoto senza forma. Quell’Uno era nato per la potenza dell’Ardore”.

 

Secondo la visione dell’universo che il poeta-veggente vedico descrive in questi versi, all’inizio del cosmo, una impenetrabile nebulosa di acque primordiali, ambha ki āsid gahana gabhīram, formava un imperscrutabile oceano, apraketa salila, ove lUno era sì già nato, ajā yataikam, ma viveva senza fiatare, ānīd avātam. In quellinsieme oscuro di acque, allinfuori di quellUno, eka, peraltro non ancora manifesto, cera solo il Nulla, na para ki canāsa.

 

Qual’era, ci si chiede, la correlazione cosmogonica e metafisica tra le Acque, l’Uno ed il Nulla?

 

Credo che l’analisi linguistica ci possa dare una risposta.

 

Se consideriamo il fonema na come il simbolo delle Acque indifferenziate, possiamo dedurre che fu da esso che nacque il concetto di negazione, na, e di conseguenza quello del Nulla (na…para ki canāsa), a causa dellimpossibilità di riconoscere al loro interno alcun ente (non-ente, niente) o alcun uno (non-uno, nessuno). Soltanto in un secondo tempo, con l’apparizione della luce nelle acque, [ka], il pensiero indoeuropeo avrebbe riconosciuto al loro interno il primo Essere, eka, l’Uno: “luce [ka] che sorge [e] dalle Acque”.




E come dalle Acque notturne, na, era nato il concetto del negativo, allo stesso modo dalle Acque luminose sarebbe nato il pronome interrogativo ka, per identificare l’“Uno” (chi?) o l’“Ente” (che cosa?), che erano nascosti nel profondo delle acque ricoperte dalle tenebre.

 

La relazione tra le Acque cosmiche, l’Uno ed il Nulla, appare ora chiara. Il Nulla, na..., rappresenta le Acque viste nel loro aspetto imperscrutabile mentre l’Uno, eka, rappresenta le stesse Acque viste nel momento del sorgere della Luce al loro interno. Luce “creatrice”, in quanto rende visibile e riconoscibile l’intero universo.

 

La luce del cielo e del giorno, div, resa in indoeuropeo dalla consonante d, è invece luce “creata” e sarebbe apparsa molto più tardi con la nascita degli dei: deva (o del monolitico dio dei profeti).




 Per ciò concernente il regno animale da dove proveniamo il problema si fa’ difficile e più serio, giacché privandolo di una identità simmetrica alla Natura cosiddetta ‘umana’, quindi la Natura medesima la quale ambedue ci ha creati, lo poniamo (per nostra difettevole carente cultura) ad un ruolo subalterno disciplinato dalla volontà di Dominio (e la ‘materia’) e la pretesa della presunta Conoscenza inerente l’uomo sulla stessa. Privando l’Animale dell’universale Anima-Mundi lo poniamo non solo in un conflittuale rapporto interpretativo circa una più probabile verità circa il ruolo che ricopre o dovrebbe, ma anche l’irrimediabile subalterno destino in cui dedurre e ricavare, di conseguenza, la Legge del Dominio.

 

(gli Eretici invitavano all’astinenza del consumo di carne)

 

In merito a questo argomento tendo a privilegiare un Eretico Sentiero; ovvero, medito quell’austriaco, mi sembra si chiami Fechner, il quale attribuì il ‘cogito’ cartesiano anche alle più umile e semplici piante, le quali però, detengono il Principio della vita scritta nella fotosintesi per come ci rapportiamo e da esse inaliamo e ci congiungiamo alla medesima via.

 

Va da Sé, quindi, seppur la ‘materia’ scientifica dissente non rilevando, eccetto un determinato meccanicismo, una entità come l’Anima della pianta o della bestia, ne faccia non solo rogo e cavia da laboratorio, ma anche ulceroso o appetitoso pasto con cui sopravvivere in medesima condizione su questa sofferente terra prossima alla globale infernale carestia a cui Ognuno sembra partecipare ‘cum magmo gaudio ed appetito et bene condita e cotta allo spiedo’,




 …Nessuno escluso da cotal banchetto e tenuto qual disprezzato Eretico in infinito digiuno… come il dio di Abramo comandato dal Tempio del progresso… comanda ancora!

 

Quindi, in funzione del Libero Arbitrio, sia questo ‘umano’ come lo spirito altrettanto libero del Lupo, sono molto più propenso, quando osservo quell’occhio primitivo simile al Primo Dio inerente ai miei amici con cui condivido l’antico mio e loro comune Sentiero, scorgere tutta quella perduta purezza, quella bontà, oppure cieco odio, quando a loro viene non solo negato il diritto di Essere ed appartenere a questa presunta ‘povertà o ricchezza di mondo’, ma anche un più nobile ‘giudizio’ nella sfera più consona al loro ‘argomento preferito’, ovvero l’intera Natura di cui sono una sol cosa…. Apporto un esempio alquanto ed apparentemente fuori luogo inerente l’Eresia, se paragonata non solo ai futuri Lupi come saranno definiti, ma anche ed appunto alla superstizione incomprensione  del Lupo prossima ad ugual dogmatismo storico.




 All’accusa di essere eretico da parte degli ‘affines’ l’eretico Clemente  risponde ricordando il ‘Beati eritis’ del Vangelo di Luca (6, 22) non perché, come vuole Guiberto di Nogent, egli credesse che ‘eritis’ fosse sinonimo di ‘haeretici’, ma perché in tutta evidenza quell’accusa era da lui interpretata e vissuta come una prova di ‘beatitudine’ in conformità con le parole evangeliche ‘Beati eritis, cum vos oderint homines, et cum separaverint vos, et eiecerint nomen vestrum tamquam malum propter Filium Hominis’.

 

Essi si sentivano ‘beati’ in quanto non accettati, in quanto respinti, costretti a riunirsi ‘al di fuori della chiesa e dagli ‘affines’ giudicati eretici. Per altro verso, Guiberto manipola ancora il riferimento al versetto della lettera ai Romani (8, 17), proponendo un’assai improbabile corrispondenza tra ‘haeretici’ e ‘haereditarii’ di Dio: quando invece si può capire con facilità come Clemente affermi, in armonia col passo paolino, la propria adesione a un’eredità ‘divina’ fondata sullo ‘spirito’ e non sulla ‘pascolata ricchezza’.

 

Il ‘rustico’ e ‘illetterato’ Clemente conosceva e usava il Nuovo Testamento. Si era dunque introdotto in uno spazio interdetto: non essendo chierico, si era fatto ‘chierico’. Allo stesso modo si erano introdotti in uno spazio interdetto e si erano fatti ‘monaci’ e ‘monache’, non essendo monaci e monache, quegli uomini e quelle donne che vivevano in comune senza alcun vincolo matrimoniale (‘sine mariti coniugisque nomine’), ma con dormitori separati, ispirandosi al modello della comunità apostolica quale si leggeva negli Atti degli Apostoli.




Per Guiberto di Nogent molte sono le violazioni e gli sconfinamenti commessi dagli ‘eretici’ in diversi ambiti: da quello di status e di ordo a quello sociale.

 

Tali violazioni e sconfinamenti costituiscono, per dir così, l’autentica eresia.

 

Il testo di Guiberto de Nogent lascia trasparire in controluce una delle realtà ‘ereticali’ che possiamo considerare tali soltanto in relazione alla ‘lettura’ fattane da uomini di Chiesa incapaci di ‘capire’ esperienze religiose che si attuavano al fuori dei limiti imposti dal diritto canonico, dalle concezioni ecclesiologiche e dagli steccati di classe. Nell’incapacità di capire è compresa pure l’elaborazione del ‘discorso polemico’ che non solo riprende antichi modelli dottrinali antiereticali, ma soprattutto attribuisce agli ‘eretici’ i più turpi stereotipi diffamanti e infamanti, rivitalizzando il processo della loro demonizzazione già avviato a proposito di taluni ‘eretici’ delle età anteriori.




Non tutti i chierici si sono però limitati a quei due piani del discorso. Basti ricordare la notissima lettera, datata ai primi anni quaranta del XII secolo, di Evervino di Steinfeld a Bernardo di Chiaravalle per informarlo circa i due gruppi ‘eterodossi’ repressi allora in Colonia e per chiedergli consiglio in proposito. Pur non essendo assenti taluni ‘luoghi comuni’ dottrinali, il testo di Evervino mostra attenzione e sincera preoccupazione rispetto alle correnti ‘ereticali’ scoperte nella città renana.

 

Tali correnti proponevano realtà destinate a durare a lungo: l’una di impianto teologico ‘dualista’ tendente a farsi alternativa religiosa, l’altra di ispirazione pauperistico-evangelica dagli esiti istituzionali assai differenziati. Mentre l’estrema espressione del radicalismo patarino stava per consumarsi in Roma con il rogo di Arnaldo da Brescia, in altre parti della christianitas emergevano forme di vita religiosa, assai meno aggressive, sulla cui diffusione e consistenza siamo male informati, anche perché i limiti della loro ‘ortodossia’ o della loro ‘eresia’ dipendevano in gran parte dai contesti in cui esse si attuavano.



  

…Appunto impossibilità di capire e comprendere eccetto l’attentata pecunia costretta nel ristretto recinto del dogma e conseguente dogmatismo e la simmetrica volontà del Lupo a cui imputato ogni sacrilegio non solo verso la pascolata pecunia ma anche verso bambini putti infanti e giovanissime donne aggredite nel bosco. Questa secolare demonizzazione per sempre li ha accumunati scoprendo, in verità e per il vero, per ciò concernente il Lupo una realtà ben diversa…

 

Questa frattura fra l’uomo e la Natura (quindi ed ancor meglio l’espressione di un più probabile Dio) si palesa, infatti, con tutte quelle comuni ‘sintomatologie’ di cui uomo e Natura procedono spediti verso l’Abisso della deriva comunicativa, di una più probabile reale comprensione dei veri termini discorsivi (basta osservare la negazione del cambiamento climatico in corso e il dogmatismo che lo avversa in nome e per conto di un presunto dio….), infatti paradossalmente l’umano diviene sempre maggiormente estraneo alla comprensione di ciò che per sua Natura corrisponde al Sacro e la sacralità della vita.

 

Ed il ‘progresso’ procedendo all’opposto e a passo spedito, affinché la Coscienza non ne prenda atto…




Quindi i termini discorsivi (ovvero Eretici) per porre l’illogica condizione indispensabile per la ‘summa’ non più della civiltà ma il suo esatto contrario, debbono essere rimossi e perseguitati (come in seguito riporteremo) e da cui gli antichi ‘manuali’ accompagnati da altrettanti veleni inquisitoriali lungi dall’essere sorpassati, e di cui la nuova ed antica ‘ortodossia’ - e non solo di Stato e stampo e conio feudale -, partecipa alla persecuzione dell’Elemento (simmetrico alla Natura del Sacro, ovvero, quel cordone ombelicale rinnovato e per sempre perseguitato come esorcizzato con la costante vigile volontà nell’opera di rimozione applicata con la nuova caccia & tortura arrecata ancor più efficace e moderna…).

 

In quanto di malsani artificiosi ‘elementi’ nel commercio della materia, linfa e Golem di un corpo divenuto alieno, ve ne sono di migliori.

 

Quindi non necessario il primitivo Elemento, se poi lo deduciamo ed interpretiamo attraverso l’immagine del Lupo lo rimuoviamo, in quanto crudele predatore privo del recintato dogmatismo il quale attraverso la pecunia nutre l’umano.

 

Come se volessimo affermare che l’aria di cui necessitiamo l’acqua che appartiene al nostro ed altrui corpo il cibo di cui ci nutriamo anche con l’intelletto, ed ogni cosa da cui il fango del Golem medesimo, e ciò cui compone il vero Tomo circa la vita, ‘disturbato’ (un tempo si sarebbe detto ‘posseduto’ e/o ‘indemoniato’, ovvero posseduto dal Dèmone non più di Mammona, ma della vera e sana Natura), in quanto si presume che il ‘disturbo’ non sia una condizione di necessità a cui ogni umano aspira al bancone dell’azione compartecipata derivata dall’‘atto’ improprio e predatorio del ‘commercio’,  scritto nel suo ed altrui codice genetico; bensì un ‘disturbo’ di cui affetto ed alienato rispetto all’intero contesto sociale in cui leggere l’odierna civiltà cresciuta, - lapide su lapide - crosta su crosta - sulla morte e negazione del sano e più retto Intelletto,  dell’essere ed appartenere alla presunta cosa viva, confondendo morte e l’intera esistenza di cui l’insano commercio del Sacro confonde e tortura ogni giorno con l’illusione della corretta distribuzione dell’esistenza.




A questo punto della riflessione mi sovviene una antica Poesia circa la battaglia degli alberi:

 

 

Sono stato in molte forme,

prima di conseguirne una congeniale.

Sono stato la stretta lama di una spada.

(Ci crederò quando apparirà).

Sono stato una goccia nell’aria.

Sono stato una stella splendente.

Sono stato una parola in un libro.

Sono stato un libro in origine.

Sono stato la luce di una lanterna.

Per un anno e mezzo.

Sono stato un ponte per traversare

sessanta fiumi.

Ho viaggiato in forma di aquila.

Sono stato una barca sul mare.

Sono stato uno stratega in battaglia.

Sono stato i legacci delle fasce di un bimbo.

Sono stato una spada nella mano.

Sono stato uno scudo in battaglia.

Sono stato la corda di un’arpa,

incantata per un anno

nella schiuma dell’acqua.

Sono stato un attizzatoio nel fuoco.

Sono stato un albero di una macchia.

Nulla c’è in cui non sia stato.




Non mio l’intento di discutere Poesia e Dottrina, e soprattutto, se ci sovviene, conferendo propria o impropri precedenza alla prima o alla seconda, negli archivi della perduta (nonché genetica) Memoria; semmai evitare ogni dogmatica che eleva (o nega) forma e Pensiero per farlo precipitare nell’abisso di un successivo dogmatismo che abbiamo sempre combattuto su cui disquisire l’Anima di questa Via con maggior spirito ‘inalato’ dalla Poesia, giacché chi materialista - e non ne mancarono neppure tra gli Eretici -, quando il Tutto finisce nel rogo del Nulla (dogmatico della materia) non c’è altro su cui disquisire e interpretare.

 

Viene ancor detto: le vie del Signore Infinite!

 

Certamente le correnti di Pensiero furono molte in riferimento alla metempsicosi sicuramente derivanti da un Principio filosofico antico provenire da un Oriente su cui c’è molto ancora da imparare.

 

Ciò che invece cerco di tracciare è una ‘simmetria’ fra il Lupo e l’Eretico, ambedue hanno un qualcosa che li rende molto simili, sia sul profilo storico, sia quello più evolutivo inerente la medesima ‘materia’ trattata.




Ambedue vengono interpretati sia dalla Storia come da una certa ‘arte evolutiva’ in seno alla Scienza in modo ‘addomesticato’, oppure come abbiamo letto, ‘eretico’ circa l’evoluzione stessa dell’ ‘addomesticazione’ (non un caso ho scelto un breve frammento di Clemente l’Eretico che ci fa comprendere il disegno della prospettiva simmetrica adoperata: Clemente prega il suo dio - come una bestia - e pur fuori dal recinto del dogma diviene un lupo in quanto non addomesticato seppur libero…) la quale differenzia il Lupo dal cane, e certamente non esula da un fattore ‘primitivo’ da cui sia l’Homo Sapiens come il Lupo provengono con cui leggere il rapporto condiviso fra l’uomo e la Bestia (o un Albero) e il successivo progressivo ‘addomesticamento’ circa la medesima ‘sussistenza’ in seno alla battaglia non solo per la sopravvivenza ma possiamo affermare nel medesimo ‘credo’ di ugual Vita.

 

Quindi la condivisione della caccia da cui l’uomo ne apprende ogni segreto circa l’indiscussa superiorità del Lupo. Quell’uomo fu un Eretico in seno all’evoluzione (e il ramo in seno al medesimo Albero della Vita si accresce con questa nota poetica nata all’Alba di una antica mattina) il quale capì che condividendo - e non più cacciando - chi come lui meditava ugual ‘passi’ avrebbe ottenuto il beneficio dell’esperienza di cui la Natura e il dio che l’ha creata portatrice di quella originaria ‘purezza’ da cui imparare la preghiera della sana sopravvivenza. Solo con tale riconciliazione fra l’uomo e l’antica Grande Madre il vero credo della vita gli sarà garantito e concesso con maggior luce di reale esperienza. Quella luce che diverrà parte del futuro Linguaggio mentre il Lupo intona anche lui la sua preghiera.   




Nel linguaggio corrente il termine ha due significati diversi. Il primo è vago e corrisponde alla eleganza delle proporzioni, il secondo, più preciso, si riferisce alla ripetizione di motivi in una forma. È questo secondo aspetto che interessa il matematico. Il corpo umano ha simmetria bilaterale: non si può distinguere un individuo dalla sua immagine in uno specchio, perché la metà destra e sinistra di un corpo sono sovrapponibili. Una stella di mare con cinque bracci identici comprende cinque assi di simmetria. Un fiocco di neve possiede sei assi di simmetria. Allo scopo di definire esattamente l’essenza della simmetria, i matematici si interessano non solo alla forma degli oggetti simmetrici, quanto alle trasformazioni che si possono far loro subire. Supponiamo di presentare ad una persona una stella di mare perfettamente simmetrica posata su un tavolo, poi mentre il soggetto guarda altrove, ruotiamo la stella di mare di un quinto di giro. La persona interrogata non saprà decidere se la stella è stata ruotata o no. Queste trasformazioni lasciano la stella immutata e formano un insieme chiamato gruppo. 

(Simmetria e realtà, I quaderni le Scienze)




Molto spesso mi capita di osservare il mio amico ‘semi-Lupo’ con cui condivido ugual Sentiero, ugual cammino, e non escludo l’ipotesi che un principio non casuale di addomesticazione possa essere intervenuta nel comune beneficio della sopravvivenza. Sicuramente l’uomo ai primi tratti della propria capacità evolutiva deve aver osservato e condiviso una certa stima, deve aver riposto un antico rispetto misto ad ammirazione circa la stessa finalità nonché abilità di sopravvivenza, se così è la potremmo definire in seno alla stessa tana, ed anche se certamente il Lupo deve aver arrecato un timore reverenziale sappiamo che le specificità umane e simmetriche con il mondo della Natura erano molto più aperte condivise… e venerate… 

 

Ovvero, l’antica mitologia ci insegna secoli dopo anche questo nella differenza, solo dopo - infatti - nacquero i noti ‘bestiari medievali’ in cui si interpreta (ancora) in una concezione biblica l’animale esulandolo dal suo ambiente primitivo e andandolo ad inserire in un improprio asimmetrico contesto di cui viene reinterpretato il bene e il male, e da cui nata una impropria chiralità circa non solo la comprensione ma la definizione della vita medesima.

 

Ma il primitivo godeva di una adamitica purezza che certamente ha per sempre perduto o volontariamente abdicato nel dogma di una nuova dottrina come può essere una Bibbia.




Andando erroneamente a separare le due vie simmetriche dell’arte evolutiva in seno alla medesima sopravvivenza e ponendo delle barriere culturali di cui gli eredi della moderna civiltà hanno eretto solidi muri contro la natura, e una visione più ampia della vera natura della saggia dottrina.

 

Quindi, se probabilmente all’origine insieme cacciavano divenendo indispensabili l’uno per l’altro, l’uomo e il futuro cane addomesticato, con il tempo la libertà condivisa - e quindi l’unione che li concepiva come una sol cosa in medesima tana, nel tempo da cui la Storia - o la favola - hanno posto il vincolo della ‘catena’, e abdicato - al legittimo o illegittimo erede del Lupo - un ruolo di tutela della pecunia da cui la ‘libertà’ e consapevolezza dell’intera Natura incarnata dal primitivo è stata per sempre sacrificata ad un diverso dio. 




Quindi, come dicevo, all’inizio sussiste una determinata ‘simmetria’ fra il Lupo che incarna una primitiva libertà da predatore, e l’Eretico il quale tra le innumerevoli calunnie gli è stata riservata questa specificità di incarnare l’Anima del Lupo.

 

Possiamo sostenere che l’Eretico ha sempre cercato di attenersi ad un Sentiero scavato e/o dedotto, anche non volendo, dalla Storia, la qual Storia solo nella conferma della Parola, del Verbo, per come nata inerente la capacità comunicativa che differenzia l’ululato dal glutterato verso, pur spesso osservando odiernamente che l’uomo ulula e il Lupo esprime più elevato pensiero conservato nel geroglifico della sua audace persistente caccia all’insana pecunia, andando a elevare gli humani o inumani paradossi per cui viene perseguitato.

 

Sì! Paradossi, in quanto i danni a lui imputati, così come medesimi danni furono addebitati agli eretici, rilevano il limite dell’uomo non più e solo civilizzato, ma l’uomo legato ad un determinato paradossale verbo.

 

Ad una Dottrina ad un dogma in cui la presunta società civile per come si è ed evolve ancora scava un solco profondo con l’intera Natura.

 

(Giuliano)  






  

giovedì 21 maggio 2026

I WOLFSBANDNERS

 








Da una visione del Lupo







Quando i coloni si spinsero verso ovest attraverso l’America, i lupi, da sempre indissolubilmente legati alla natura selvaggia, vennero per estensione associati ai suoi abitanti originari. Per i nativi americani il lupo era stato un compagno complesso, ma ora l’odio per i lupi si diffondeva come la Parola di Dio. Il divino non si trovava più nel terreno e nella concretezza, ma in un’autorità morale che poteva essere stesa, come un tappeto, ovunque i colonizzatori arrivassero. 


Ai lupi veniva data carne avvelenata, e coperte indigene venivano infettate con il vaiolo. Le strade del Kansas venivano lastricate con ossa di lupo. Nella ‘Trapper’s Guide’ del 1843, Sewell Newhouse descrisse come le sue omonime trappole per lupi facessero parte di una triade di strumenti, insieme all’ascia e all’aratro, che ‘respingevano la solitudine barbarica’ per far posto a ‘campi di grano, biblioteche e pianoforti’.

 

Tale logica era valida ovunque. Ancora nel 1963, l’ambientalista italiano Alessandro Ghigi scriveva che la persistenza dei lupi nel sud Italia era indice di ‘un’economia e una civiltà arretrate’. È sorprendente pensare che a metà del XX secolo, prima dei progressi tecnologici e degli studi sul campo, si sapesse ben poco di più su questo animale schivo di quanto non si sapesse all'epoca della stesura dei bestiari medievali. Se li avessimo spinti all’estinzione, forse non lo avremmo mai saputo.




Nella ricerca della civiltà, i lupi venivano nutriti con bombe al cianuro, appesi nei patibili, dati alle fiamme e sbranati dai cavalli. I cuccioli venivano uccisi nelle loro tane. Una cagna in calore veniva legata a un palo e, quando un lupo di passaggio rimaneva impigliato dal suo richiamo, gli uomini lo aggredivano e lo picchiavano a morte. Le stime sul numero di lupi uccisi in Nord America variano tra un milione e due milioni.

 

‘Tale comportamento stupiva i nativi americani’,

 

…scrisse il giornalista naturalista Ted Williams.

 

‘La loro spiegazione era che, tra i bianchi, si trattava di una manifestazione di follia’.

 

Slavc, invece, il lupo di cui sono venuto a parlare con Hubert Potoÿnik, è uno dei pionieri.




Alla fine del 2011, a soli diciannove mesi, ha lasciato il suo territorio natale nel sud della Slovenia e ha intrapreso un viaggio di oltre 1.600 chilometri. A nord attraverso la Slovenia, a ovest attraverso l’Austria, a sud-ovest nel cuore delle Alpi italiane. Ha attraversato fiumi a nuoto e strade a sei corsie. Ha pascolato nelle capitali della Slovenia e della Carinzia, lo stato più meridionale dell’Austria.

 

Ha scalato passi a oltre 2.400 metri nel bel mezzo di un inverno particolarmente rigido. È impossibile esagerare l’ambizione di quest’impresa. Stava aprendo una via di ritorno in un’Europa ostile che non conosceva la sua specie da generazioni. Laggiù poteva esserci di tutto, o niente. Penso a quei monaci celtici che salpavano sulle loro piccole imbarcazioni, navigando verso l’orizzonte affidandosi unicamente alla fede.

 

Una nave che solca i confini del mondo.

 

I lupi sono capaci di percorrere distanze maggiori di qualsiasi altro animale terrestre sul pianeta. Un maschio in Mongolia detiene il record: 7.225 chilometri in un solo anno, la stessa distanza tra Londra e Delhi. Ma ciò che ha reso il viaggio di Slavc così straordinario è stato il fatto che, nei mesi precedenti alla sua partenza, e ignaro di ciò che avrebbe fatto, Hubert gli aveva applicato un localizzatore GPS con un collare, nell’ambito della sua ricerca sul comportamento dei lupi.




La mappa che Slavc ha realizzato una volta partito da casa – un punto di riferimento ogni 190 minuti per 100 giorni, descrivendo un arco a ferro di cavallo attraverso le montagne dell’Europa orientale – ha permesso a Hubert e al suo team di osservare un lupo attraversare il cuore del continente, in paesaggi densamente popolati, con assoluta precisione. Ogni nuovo dato ha sottolineato la tenacia e la resistenza del lupo, il suo desiderio di sopravvivenza.

 

E poi in Italia, tra le montagne della Lessinia, a nord di Verona, Slavc si imbatté in una lupa durante una sua passeggiata. Il modo in cui si incontrarono è uno dei motivi per cui gli animali rimarranno per sempre un enigma. La lupa, inevitabilmente e rapidamente, fu battezzata Giulietta dalla stampa locale, in onore di una delle due metà della coppia più famosa di Verona. Quando si accoppiarono, formarono il primo branco in Italia, al di fuori dell’Appennino e della regione di confine a ovest, da oltre cento anni.

 

Un decennio dopo, ci sono almeno diciassette branchi di lupi in quelle montagne.




Sfidare secoli di persecuzioni, ritrovarsi nell’immensità delle Alpi, ripopolare le terre da cui erano stati banditi: anche per lo scienziato più razionale, è difficile non vedere in questa storia un amore. Ma la scelta del nome di Giulietta era appropriata anche perché si trattava di un’unione familiare significativa quanto quella dei Montecchi e dei Capuleti. Giulietta apparteneva alla sottospecie italiana ‘Canis lupus italicus’, discendente del centinaio di lupi che si erano rifugiati nell’Appennino durante i secoli delle purghe. Slavc, dal canto suo, proveniva dalla popolazione dinarica che si estendeva dall’ex Jugoslavia fino alla Grecia.

 

…I Monti Rodopi, i Monti Pindo, le foreste dei Balcani: queste erano le zone più selvagge e meno coltivate dell’Europa sud-orientale, luoghi ancora minati dalle guerre e dove i lupi erano riusciti a sopravvivere con maggiore tenacia. Il loro incontro rappresentò un ponte tra dinastie, non solo geneticamente significativo, ma anche simbolicamente spartiacque nel ritorno del lupo in Europa. La Romania era una cosa, ma questa era la terra di Heidi. Eppure, come per Romeo e Giulietta, c’era chi credeva che da questa unione tra le due casate non sarebbe scaturito altro che sfortuna.

 

‘Lo chiamavamo Slavc per via del monte Slavnik’,

 

….dice Hubert, indicando la vetta vicina.




Lì si trovano un trasmettitore radio e un rifugio di montagna, ancora chiusi per la stagione. Il vento ha spazzato via la neve dalla distesa deserta, ma essa ristagna ancora sottovento agli edifici.


‘Slavnik, Slavc. Ma è anche... come si dice?... un gioco di parole.’

 

Slavc è una variante maschilista di Slavko, un nome comune in Slovenia, e conferisce al lupo un’aria spavalda, da duro, un po’ ironica. È difficile da capire se non si parla sloveno, ed è anche difficile da pronunciare. ‘Sh-lough-ts’. In Austria lo chiamano Slavko, in onore di Slavko Avsenik, il famoso fisarmonicista sloveno. In Italia lo chiamano ‘Slowz’, senza nemmeno provarci, perdendosi in un miscuglio di consonanti del tutto estranee alla loro lingua.

 

Da secoli, popolazioni alpine, dinariche e balcaniche di orsi, linci e lupi si sono amate, hanno combattuto e hanno forgiato nuove linee di sangue su questa vasta e pianeggiante terra tra due mondi.




Il territorio del branco di Slavc era di 171 miglia quadrate, circa nella media, sebbene gli estremi, sia superiori che inferiori, dell’estensione di un territorio rendano la media piuttosto poco significativa. In Alaska, il branco del fiume McKinley (dieci lupi) aveva un territorio di 1.674 miglia quadrate, mentre un altro branco di dieci lupi in Alaska ne ha coperte 2.422 in sei settimane. All’estremo opposto, il branco di Farm Lake, nel nord-est del Minnesota (sei lupi), aveva un territorio di poco inferiore a 13 miglia quadrate.

 

L’estensione di un branco dipende da diversi fattori, tra cui la presenza di altri branchi nelle vicinanze e la quantità di cibo disponibile sul territorio. Per ora, l’Europa è piena di cervi che per generazioni non hanno conosciuto la preda, e per l’avanzata della ricolonizzazione da parte dei lupi c’è molto spazio libero. Per ora, come spesso è accaduto, la principale limitazione del territorio e della libertà di un lupo è quella imposta dall’uomo.

 

Il mio piano è di seguire le tracce di Slavc attraverso l’Europa lungo il percorso che ha tracciato, seguendo i punti dati che ha disseminato sul territorio. Tuttavia, questa potrebbe essere solo un’approssimazione del suo viaggio. Tra ogni punto fisso ci sono 190 minuti in cui avrebbe potuto viaggiare ovunque: a differenza del Diavolo, i lupi non si muovono in linea retta.




Possono viaggiare a 8 chilometri orari per molte ore senza fermarsi o sudare, e spesso c’è un territorio piuttosto esteso tra un punto e l’altro. Tracciando una linea di massima approssimazione, il lupo avrebbe percorso circa 1200 chilometri, ma Hubert stima che la distanza potrebbe essere stata due o tre volte superiore.

 

Nel suo insieme, il suo percorso traccia un arco abbastanza regolare dalla Slovenia all’Italia, ma soffermandosi sui dettagli, Slavc appare più indeciso. Ci sono deviazioni, vicoli ciechi, inversioni di marcia. Mentre riportavo ogni coordinata sulle mie mappe, ho iniziato a intuire le sue motivazioni: la vicinanza a una città, per esempio, o a un’autostrada.

 

Quell’inverno nevicò abbondantemente, e ci sono incursioni in montagna interrotte, dove si fermò prima di raggiungere un passo. Dove riusciva a cacciare qualcosa di interessante, si fermava per giorni, vagando senza meta, finché non era sazio e non gli restavano altro che ossa. Seguirlo passo passo avrebbe richiesto molto più tempo di quanto ne avessi a disposizione. Ero anche riluttante a seguirlo su pendii scoscesi e attraverso una vegetazione impenetrabile se un sentiero più vicino fosse più pratico. Credo che la cosa più sensata sia tracciare una linea che rimanga il più fedele possibile al suo percorso, evitando però qualsiasi deviazione troppo eccentrica o pericolosa.




La dispersione apporta grandi benefici alla specie attraverso la diaspora dei suoi geni, ma per il singolo individuo è spesso un atto suicida. La cultura popolare presenta il lupo solitario come un archetipo alla Clint Eastwood: impavido, autosufficiente e misantropo. In realtà, un lupo solitario ha abbandonato la sua famiglia ed è alla ricerca delle stesse tre cose che cerchiamo tutti: cibo a sufficienza; terra a sufficienza per vivere; un compagno. Un lupo solitario non intende rimanere tale; semplicemente non ha ancora trovato ciò che cerca.

 

Penso alla mia camminata verso Istanbul e mi chiedo se, anziché essere ispirato dai libri che avevo letto e dal desiderio di scoperta di me stesso, motivo per cui credevo di averla compiuta, fossi solo un altro animale spinto a vagare per il pianeta per soddisfare istinti piuttosto elementari.

 

Per un lupo, non esiste momento più pericoloso. I cuccioli non cacciano bene da soli e, con le loro prede ridotte a un tasso o una lepre, possono facilmente morire di fame. Devono affrontare le infrastrutture spietate del mondo umano, le ferrovie e le autostrade, e devono attraversare il territorio di altri branchi ostili. Dove il lupo è appena arrivato, è più probabile che venga ucciso che dove le persone hanno già imparato a convivere con lui.

 

‘Qual’è questa motivazione che ti spinge ad andare avanti, ad andare avanti?

 

Qual’è l’impulso che ti fa perseverare in una certa direzione?

 

Cerchi nuove terre.

 

Cerchi potenziali compagni.




Di sicuro, si tratta in gran parte di un comportamento geneticamente determinato. Ma poiché presenta una grande variabilità tra i diversi animali, deve essere influenzato anche da altri fattori. Da fattori ambientali. E sì, anche dall’individuo’.

 

….Dall’individuo.

 

Non siamo abituati a pensare agli animali selvatici come entità distinte, come un ‘chi’ invece di un ‘cosa’. I primi lavori di Jane Goodall sugli scimpanzé furono respinti perché dava nomi, e quindi identità distinte, ai suoi soggetti. Eppure Hubert crede che certi dettagli dell’educazione di Slavc abbiano contribuito, se non al suo successo, almeno alla sua volontà di provarci. Nonostante l’isolamento della tana, altre parti del suo territorio sarebbero state frequentate da escursionisti e boscaioli, e lui avrebbe imparato a conoscere le loro peculiari abitudini.

 

Il territorio del suo branco era diviso da un’autostrada recintata che Slavc attraversava spesso tramite i suoi cavalcavia e sottopassaggi, dandogli l’esperienza necessaria per orientarsi tra le numerose strade e ferrovie che avrebbe incontrato. Sarebbe stato bravo a trovare varchi nelle recinzioni. Sarebbe stato a suo agio con il rumore. La sua abitudine alle eccentricità dell’uomo.

 

Gran parte dell’Europa fu intensamente disboscata durante il Medioevo per far posto a campi coltivabili e allevamenti di bestiame; il legno veniva trasformato in carbone per alimentare le fiorenti industrie del continente: fonderie, vetrerie e fabbriche di ceramica. I lupi, non avendo più nulla da mangiare né un posto dove nascondersi, furono spinti a entrare in conflitto diretto con l’uomo. Proprio come nel caso della trasmissione di malattie zoonotiche, è quando il confine tra animali selvatici e umani si assottiglia che il pericolo diventa più acuto.

 

Molti bambini lasciati a badare alle pecore vennero divorati.




Avremmo potuto dare la colpa a noi stessi, ma invece abbiamo dato la colpa al lupo. Stavano venendo a prendere i nostri animali e le nostre famiglie, e abbiamo deciso di prenderli per primi. L’Austria ha fatto un ottimo lavoro. Se ne andarono entro il 1870 e, fino a tempi molto recenti, la situazione rimase tale.

 

Guardando una mappa di pochi anni fa, l’Austria appariva come un’anomalia, un buco nero nel bel mezzo del ritorno del lupo. Nonostante avesse un ‘alto potenziale di immigrazione di lupi’ e nonostante fosse circondata da popolazioni consolidate di lupi in Slovenia, Italia, Germania e Slovacchia, il paese era rimasto ostinatamente privo di lupi. Non si trattava di una coincidenza, mi ha spiegato Hubert Potoÿnik, ma di una questione legata alla mentalità nazionale.

 

‘Gli austriaci vivono nella natura, ma non sono in sintonia con essa’, 


...mi ha detto Stefan ieri sera.

 

‘Non è normale voler uccidere tutto’.


Quando Hubert si rese conto che Slavc era diretto in Austria, cercò di procurargli quanta più pubblicità possibile, nella speranza che un lupo famoso fosse meno propenso a essere abbattuto. Uccidere un lupo è illegale in Austria come in qualsiasi altro paese dell’Unione Europea, ma l’atteggiamento prevalente qui rimane quello delle quattro ‘S’: ‘Sehen, schießen, schaufeln, schweigen’: 

 

‘Vedi, spara, seppellisci, stai zitto’.




Stefan mi ha raccontato di un orso ucciso di recente nei pressi di Bad Eisenkappel; ha usato proprio la parola ‘assassinato’. Hanno preso la testa e le zampe come trofei e si sono sbarazzati del corpo: le autorità lo hanno ritrovato grazie al collare di localizzazione, abbandonato nella stessa buca. I bracconieri hanno imparato a usare proiettili blindati che, anziché esplodere all’impatto e uccidere l’animale all’istante, lo trapassano di netto, provocando un’emorragia. Il lupo si allontana strisciando per morire ore dopo, tra atroci sofferenze, e a quel punto il colpevole è talmente lontano che è quasi impossibile collegarlo al crimine.

 

Fuori da una fattoria, due biciclette da bambino sono appoggiate sotto un albero. Una luce è accesa e dalla porta aperta proviene una voce di donna. ‘Ave Maria’, canta, ‘gratia plena’. È una voce bellissima, qui fuori al crepuscolo, e mi fermo ad ascoltare. Può capitare a quest’ora del giorno che mi senta improvvisamente sopraffatto dall’avventura e da tutte le possibilità del mondo, oppure che mi senta profondamente solo, uno straniero dall’altra parte del vetro, e queste due sensazioni possono cambiare in un batter d’occhio.

 

Un uomo si unisce a lei sull’‘Amen’, e poi, insieme, ricominciano: ‘Ave, Ave, Dominus. Dominus tecum’. Sono testimone di qualcosa di profondamente intimo, non destinato a me, e improvvisamente imbarazzato, mi volto e me ne vado.




Ho nella mia borsa una lista compilata dal compianto giornalista tedesco Elmar Lorey, che riporta tutti i processi per licantropia avvenuti in Europa, così come da lui rinvenuti negli archivi. Inizia nel 1407 a Basilea e termina tre secoli e diverse centinaia di esecuzioni dopo, a circa 50 chilometri a est di qui. Riguarda principalmente Francia, Olanda e Austria, con alcuni casi in Estonia e Lettonia. Per trecento anni, i processi per licantropia furono il fratello minore dell’isteria delle streghe dell’epoca, durante la quale decine di migliaia di persone furono assassinate, quasi tutte donne.

 

Questa lista che ho con me è quasi esclusivamente di uomini. Accanto ai licantropi, include i ‘Wolfsbandners’, uomini che si diceva fossero in grado di comandare ai lupi di attaccare e che occasionalmente li cavalcavano. La Stiria e la Carinzia, questi due stati dell’Austria meridionale, furono l’ultimo baluardo in Europa di questa particolare manifestazione di paranoia e odio. Vastl lo Storto fu processato come lo Stendardo del Lupo a Murau nel 1705, sebbene l’esito non sia registrato.

 

Mi sono fermato qui per cercare prove, ma non c’è nulla... a persone del genere raramente vengono dedicate statue.




Salgo alla chiesa, dove un piccolo tosaerba robotizzato si aggira sull’erba. Qui, penso, ci deve essere qualcosa, ma c’è solo una piacevole, rilassante atmosfera, e un cartello che annuncia un parrocchiano in cammino verso Santiago. In questo modo, almeno, la terra guarisce terribilmente in fretta. Risalgo il fiume Mur, lungo la valle. Queste valli gemono sotto il peso dei castelli. I pesci saltano fuori dall’acqua al crepuscolo. A nord, gli Alti Tauri cominciano a stagliarsi imponenti, ancora innevati sulle cime. Questo è il punto più a nord raggiunto da Slavc. Anche lui, qui, si diresse verso ovest, conquistato dal paesaggio.

 

Sono villaggi tranquilli, trampolini vuoti su prati perfetti.

 

Ci sono campi pianeggianti, campi di tarassaco, campi di trifoglio. Prima c’erano temporali, il tuono rimbombava nella valle, ma ora la sera è di nuovo bella e le nuvole sono leggere e confuse, il sole tardivo ne illumina i bordi. Uomini in canottiera mi guardano passare dal maneggio tosaerba.

 

Agli inizi del XVIII secolo, questa valle fu teatro di un’impennata nella popolazione di lupi, non dissimile da quella odierna. Nel 1716, 112 animali furono uccisi dai lupi; nel 1717, altri 64. Queste cifre sono relativamente basse (nel 2022 in Carinzia saranno uccisi 398 animali), soprattutto considerando che anche le famiglie più povere possedevano uno o due animali. Molto probabilmente si trattava solo di un paio di branchi di lupi che avevano acquisito cattive abitudini, ma alcune famiglie furono duramente colpite.




Hans Eder perse 11 maiali. La domenica di Pasqua del 1717, Rupp Prantstetter perse 12 delle sue 20 pecore. Senza alcun risarcimento, tali massacri avrebbero provocato una crisi esistenziale. Gli animali erano fonte di carne, latte e vestiti, e come si poteva altrimenti affrontare un inverno con otto o dieci figli a casa?

 

La comunità organizzò nove battute di caccia separate e ci si aspettava una partecipazione di massa. Eppure le uccisioni continuarono. È possibile che l’intera valle che si riversava nella foresta non fosse il modo più efficace per sterminare i lupi. Qualunque fosse il problema, divenne evidente la necessità di una strategia alternativa. Tuttavia, invece di concentrarsi sull’organizzazione di una caccia più efficace, o di interrogarsi sulla mancanza di aiuto per coloro che si trovavano in difficoltà, seguendo la consolidata tradizione del genere umano, decisero di addossare la colpa a un gruppo che si trovava in una situazione persino peggiore della loro.

 

Due giorni dopo seguo Slavc a Tamsweg, un’altra città mercato sul Mur. Nel giugno del 1717, al culmine degli attacchi dei lupi, un ufficiale giudiziario locale arrestò qui il mendicante Philipp Ebmer. Non era facile essere un mendicante nell’Austria del XVIII secolo. I tribunali stavano infliggendo pene più severe per il vagabondaggio ed era diventato illegale dare rifugio a un mendicante in casa propria.




La Chiesa cattolica aveva appoggiato l’elemosina come mezzo per accumulare ricchezze immateriali per la vita ultraterrena, ma sempre più mendicanti faticavano a spiegare perché i contadini indigenti dovessero separarsi dal loro denaro, soprattutto ora che la povertà incombeva. Intuendo un’opportunità, i mendicanti iniziarono a vendere cianfrusaglie per allontanare i lupi. Di per sé, questo non avrebbe significato granché, ma tale abilità nella creazione di amuleti contribuì ad alimentare la convinzione che questi emarginati esercitassero un’influenza quasi magica sugli animali, un’idea che non vedevano alcun motivo di smentire.

 

Negare l’elemosina, insinuavano i mendicanti, avrebbe potuto portare a qualche futura calamità. Una tempesta, forse, un incendio o la preda di un lupo. Un po’ di pane e qualche moneta per un amuleto sarebbero sembrati un buon compromesso per scaricare il problema sul vicino. Circolavano voci secondo cui i mendicanti potevano addirittura trasformarsi in lupi e, ancora una volta, intuendo un profitto, non fecero nulla per smentirle. Ma questa attività era tanto redditizia quanto rischiosa.

 

La credenza nei lupi mannari non era rara.

 

Se il prete locale condivideva questa idea, era probabile che anche i parrocchiani la condividessero. L’Illuminismo non era per tutti. Tutti avevano sentito parlare di Peter Stump, un lupo mannaro che aveva terrorizzato Bedburg, in Germania, per un quarto di secolo, divorando quattordici bambini, tra cui suo figlio, e due feti che aveva strappato dal grembo materno e di cui aveva mangiato il cuore ‘caldo e crudo’. Quando Philipp Ebmer fu arrestato a Tamsweg, fornì all’ufficiale giudiziario i nomi di diversi altri mendicanti, affermando che tutti avevano la capacità di trasformarsi in lupi.




L’ufficiale giudiziario non gli credette, ma era chiaro che la questione era di competenza dei tribunali. Sette uomini furono arrestati e portati a Moosham, a 8 chilometri più a valle.

 

Esistono documenti processuali dettagliati solo per uno degli uomini, Rupp Gell, di quarantotto anni. Fu interrogato per la prima volta il 23 giugno 1717. Molto probabilmente mendicava in quelle zone da molto tempo. Negò di potersi trasformare in lupo, ma gli eventi non giocarono a suo favore. Era già malvisto dagli agricoltori locali, essendo stato recentemente sorpreso a passare la notte in un fienile, per cui aveva ricevuto quindici frustate. Inoltre, gli altri avevano già confessato.

 

Durante diversi interrogatori avvenuti nel corso di quell’estate, Gell continuò a dichiararsi innocente, e a settembre tirarono fuori gli strumenti di tortura. Sollevato in aria con una pietra di dodici chili appesa ai piedi, confessò tutto. Disse che il Diavolo gli aveva fornito un unguento per trasformarsi in lupo (si lavava con l’urina per ritrasformarsi in uomo). Portato davanti a un tribunale, Gell ritrattò la sua confessione, ma poi lo distesero su una ruota per mezz'ora e confessò di nuovo tutto.




Posizionato al confine tra l’umano e l’animale, il lupo mannaro ci ricorda che tutti abbiamo la capacità di regredire al livello di una bestia, che la civiltà è una patina molto sottile. Ecco perché ci spaventa e ci affascina allo stesso tempo. Ci ricorda che non dobbiamo essere buoni, che non dobbiamo rimanere sulla retta via. Durante i trecento anni brutali in cui l’Europa fu stretta nella morsa di questa follia, i dettagli sulla possibilità che un essere umano potesse effettivamente trasformarsi in lupo generarono un acceso dibattito tra gli studiosi di religione.

 

Tradizionalmente, la licantropia era vista come opera del Diavolo: egli malediceva un individuo o forniva un unguento nero da applicare alle sue parti intime per provocare la trasformazione. Ma questo creava un problema per i teologi, perché come poteva il Diavolo alterare ciò che Dio stesso aveva creato?




Nel suo ‘Discorso sulla Licantropia’ del 1599, Jean Beauvoys de Chauvincourt escogitò una soluzione alternativa. Satana, disse, “grazie alla sua pura e semplice sottigliezza”, era in grado di far credere alla gente di essere “bestie brutali”. Non solo, ma incoraggiandoli a spalmarsi unguenti, “l’odore e l’aria [sono] così contaminati da questa sporcizia che essi… agiscono sui sensi esterni del pubblico, impossessandosi dei loro occhi; turbati da questo veleno, sono persuasi che queste trasformazioni siano reali”.

 

Re Giacomo VI di Scozia (in seguito anche Giacomo I d’Inghilterra e Irlanda) andò persino oltre. Nella sua ‘Daemonologie’ del 1597 – un’opera altrimenti isterica e misogina responsabile della morte di migliaia di donne accusate di stregoneria – scelse un’interpretazione psicologica del lupo mannaro che in realtà sembra piuttosto moderna. La loro credenza era causata, disse, da una “naturale sovrabbondanza di malinconia”, che faceva pensare alla gente di essere lupi. Fu un’idea ripresa da John Webster ne La duchessa di Amalfi nel 1613, in cui Ferdinando, il duca di Calabria, sconvolto dal dolore e dal senso di colpa, arriva a credere di essere un lupo.

 

Proprio quando sembravano aver incastrato Gell, diversi teologi si presentarono in tribunale per implorare clemenza. Sostenevano che, sebbene credesse di potersi trasformare in lupo, ciò era dovuto unicamente a un sortilegio del Diavolo. ‘Non ne abbiamo abbastanza degli esperti?’ disse il consiglio privato, sostenendo che, in ogni caso, il patto con il diavolo era una ragione più che sufficiente per bruciarlo vivo. Alla fine, grazie al ‘benevolo’ intervento d’un principe la condanna a morte di Gell fu annullata e fu consegnato ai veneziani per remare su una delle loro galee (la Wildrness & Ass) per il resto della sua vita, che probabilmente non sarebbe stata molto lunga. 


Se i veneziani fossero preoccupati di avere un lupo a bordo, questo non è stato registrato. 

(A. Weymouth)