giuliano

sabato 14 marzo 2026

UN ERETICO (&d insieme in attesa della costante di questa stessa medesima Storia con i loro ciarlieri inquisitori)

 








Precedenti capitoli 


circa taluni alcuni o molti 


se non troppi paradossi 


del nostro Tempo







Tra gli animali selvatici, i membri di ogni specie si assomigliano. Cavalli, lupi, cervi, bovini, quaglie, galli della prateria, conigli... pensateci bene!

 

Le razze di uccelli e animali si formano prendendo peculiarità individuali e ripetendole attraverso la selezione naturale, finché ciò che un tempo era peculiare e unico non diventa comune. I piccioni bianchi sono semplicemente albini. Ma tutte le razze, col tempo, ‘si esauriscono’ e formano un tipo, proprio come una dozzina di specie di piccioni in una colombaia, nel giro di pochi anni, degenerano in uno stormo in cui tutti i membri si assomigliano così tanto da non riuscire a distinguerli l’uno dall’altro.




Una confessione religiosa o un partito politico sono come una razza. Quando sono nuovi, hanno segni di individualità; significano qualcosa. Nel giro di pochi anni, ritornano al loro tipo originale. I partiti politici invecchiati sono tutti ugualmente negativi. Iniziano come radicali e finiscono come conservatori. Ciò che è nato nella virtù viene distrutto dalla dissolutezza. Tra le religioni di successo non c’è scelta: hanno tutte un tocco di lavanda.

 

Quando muore l’uomo che ha fondato il partito, o sul cui nome, fama e influenza il partito si fonda, i molti che vi appartengono vengono influenzati dai capricci e dalle idee di Thomas, Richard ed Henry, e il partito ritorna alla sua forma originaria.

 

Solo i caratteri molto forti e autosufficienti formano delle sette: Mosè fondò una ‘denominazione’ (un dogmatismo) che è stata mantenuta meravigliosamente pura dalle persecuzioni e sana dalle continue migrazioni. Gesù si separò da questa setta e divenne un predicatore indipendente. Naturalmente fu ucciso, poiché fino a tempi molto recenti tutti i predicatori indipendenti venivano uccisi, e rapidamente. Paolo riprese gli insegnamenti di Gesù e li interpretò, e con la sua forte personalità fondò una religione. Anche Paolo fu crocifisso a testa in giù, e la sua morte fu in realtà più drammatica di quella del suo capo, ma mancavano gli uomini di lettere che la raccontassero.




Così abbiamo la religione di Cristo interpretata da Paolo e infine promossa e lanciata da un imperatore romano. Ora, i paesi sono questo o quello perché lo è il sovrano regnante. Questo deve accadere laddove c'è una religione di stato e quarantamila sacerdoti dipendono dal re per il loro stipendio e l’immunità da ogni tassazione. Enrico VIII e sua figlia Elisabetta decretarono che l’Inghilterra dovesse essere protestante. Diedero al clero cattolico la scelta tra rinunciare al proprio incarico o giurare fedeltà alla nuova fede. Solo settantanove su diecimila rinunciarono. Se Maria Tudor e Maria Stuarda avessero avuto successo politico, l’Inghilterra oggi sarebbe cattolica.

 

La maggior parte delle persone non ha alcuna fede: si limita ad accettare la fede di qualcun altro.




Quando Costantino professò il cristianesimo, ogni tempio pagano di Roma si trasformò in una chiesa cristiana. Se Costantino fosse stato circonciso, invece che battezzato, tutti i templi pagani sarebbero diventati sinagoghe e ogni sacerdote un rabbino. Si dice che fu una donna cristiana a influenzare Costantino a favore del cristianesimo; se così fosse, non sarebbe né straordinario né strano. Costantino fece del labaro la bandiera di Roma. ‘Con questo segno vinco’. E così fece. Quindi otteniamo la religione di Gesù, filtrata attraverso la personalità di Paolo, fusa con il paganesimo, e poiché il paganesimo è la tendenza più forte, l’intero tessuto ritorna allo stato iniziale.

 

Perdiamo il broncio, il bicchiere viene dimenticato e ci ritroviamo con uomini e donne grigio ardesia governati da giacobini con le gorgiere.

 

Il cristianesimo è una cosa; la religione di Cristo è un’altra.




Il cristianesimo è un fiume nel quale sono confluiti migliaia e migliaia di ruscelli, sorgenti, torrenti e rigagnoli, così come le acque reflue delle città. Le sue origini risalgono principalmente alla Roma pagana, unita al Fiume, freddo e impetuoso, della Grecia classica. Ma le acque del placido giudaismo, che scorrono parallelamente ad esso, si sono sempre infiltrate, e non bisogna dimenticare che più della metà dei cristiani prega una donna ebrea, e che sia Gesù che Paolo erano ebrei.

 

Il sangue di tutti i martiri, ribelli e rivoltosi che hanno tentato di deviare il corso di questo Fiume ne ha tinto le acque. Che il suo scopo ultimo sia l’irrigazione, e non il trasporto, è evidente ovunque.

 

Mantenere la religione come un fiume fangoso, inquinato e pestilenziale, invece di lasciarla dissolversi in un milione di canali di irrigazione, è stata la lotta dei secoli, il problema è che l’irrigazione non è un fine, ma solo un inizio. Irrigare significa uno sforzo costante e crescente, e sacerdoti e predicatori non hanno mai pregato: ‘Dacci oggi il nostro lavoro quotidiano’. Il loro desiderio è stato quello di essere trasportati, di galleggiare con la marea, e chi galleggia viene trascinato a valle. Gli uomini che hanno cercato di attingere al Fiume e di deviarne le acque verso pascoli aridi sono stati di solito catturati e annegati nelle sue profondità.

 

…E questo è ciò che chiamate storia.




Tutte le nuove religioni nascono esattamente in questo modo: sono corsi d’acqua deviati dalle acque originarie. E la qualità e l’influenza della nuova religione dipendono dalla profondità del nuovo canale, dalla sua corrente e dal territorio che attraversa.

 

Come già detto, la maggior parte dei ribelli fu rapidamente catturata: Gesù si ribellò alla religione di Mosè; Paolo si ribellò al giudaismo, adottò il nome e guidò il piccolo seguito del Salvatore martire; Costantino si appropriò del nome e del favore popolare, e distrusse ribellione e concorrenza con un colpo di genio di fusione: quando non si può combattere con successo qualcosa, non tutto è perduto, la si può ancora abbracciare; Savonarola fu un ribelle senza successo dalla religione composita di Costantino; Lutero, Calvino e Knox si ribellarono con successo; Enrico VIII sfidò la Chiesa cattolica per ragioni sue e se ne separò; il metodismo e il congregazionalismo si separarono sia dal canale di John Knox che da quello della regina Elisabetta e del suo compianto padre; l’unitarianismo nel New England fu una rivolta contro il dominio della Chiesa congregazionalista, ed Emerson e Theodore Parker furono ribelli dall’unitarianismo.




Theodore Parker fu il primo del suo genere in America: un combattente teologico indipendente e solitario, un predicatore senza denominazione, non vincolato da alcun vescovo, non governato da alcuna macchina. Ha avuto molti imitatori e pochi successori. Il numero aumenterà con il passare dei giorni. Parker era un frammento di nebulosa ecclesiastica scagliato dalla denominazione ‘unitariana’, che si muove nello spazio nella sua orbita verso l’oblio, la fine di tutte le religioni, dove regna un dio senza figli, il Silenzio. Il destino di tutte le religioni è morire e fecondarne altre. È ancora troppo presto per dire quale sarà la religione finale dell’uomo.

 

L’obiettivo di Parker non era creare un nuovo mondo; piuttosto, era quello di scontrarsi con mondi vecchi, vacillanti e instabili, frantumarli in pezzi e mandare questi pezzi a roteare nello spazio.




Per quattordici anni Theodore Parker tenne discorsi alla Music-Hall di Boston, ogni domenica, davanti a un pubblico che variava da mille a tremila persone, a seconda della capienza dell’auditorium. In quegli anni fu la figura intellettuale dominante di Boston, se non di tutta la Nuova Inghilterra. La gente si recava a Boston, percorrendo centinaia di chilometri, solo per ascoltare Parker, così come andava a Brooklyn per ascoltare Beecher. E come per molti la Plymouth Church e Beecher rappresentavano Brooklyn, allo stesso modo per altri la Music-Hall e Parker rappresentavano Boston.

 

Il clero può essere disgregato solo attraverso un lento processo di erosione. L’opera di Joseph Parker a Londra tendeva a rendere liberi tutti gli ecclesiastici inglesi che desideravano la libertà. Per oltre vent’anni predicò ogni giovedì a mezzogiorno, e spesso due volte la domenica. Nessun argomento di vitale interesse umano gli sfuggiva. Era un censore e critico autoproclamato: acuto, vigile, attento, ma anche capace di lodare oltre che di protestare. I due Parker, uno in America e uno in Inghilterra, hanno segnato delle epoche. Cronologicamente, Theodore Parker viene prima, e i suoi discorsi erano orientati verso una dimensione più elevata. Meno teatrale del suo talentuoso omonimo, non così fluido né così pittoresco, il suo pensiero, ridotto a bianco e nero, risulta più leggibile. Ciò che Theodore Parker disse può essere analizzato e scomposto, ma infine rimane sempre un audace eretico. Aveva sempre un motivo ricorrente e il suo verbo lo catturava. Diceva molte troppe cose...




Emerson e Parker erano fautori dell’irrigazione. Diedero l’acqua alla terra, invece di cercare di trattenerla per creare uno stagno per i pesci. Nessuno dei due ordinò mai alla popolazione di tagliare le esche o di gettarsi in acqua e annegare. Di conseguenza, siamo arricchiti dai fiori e dai frutti della loro energia; ci hanno lasciato in eredità qualcosa di più di una minaccia e di una promessa: ci hanno donato gli ampi pascoli, i prati, i campi fertili e gli alberi maestosi con la loro ombra rinfrescante.

 

Tutti i bravi scrittori si avvalgono del privilegio di usare quella piccola e piacevole frase del Pliocene sul ragazzo che non è abbastanza forte per lavorare e che viene educato per diventare predicatore. Tendiamo però a trascurare il fatto che il ragazzo non abbastanza forte per lavorare è spesso l’unico che desidera un’istruzione, tutto ciò secondo la Legge di Compensazione di Emerson.

 

Theodore Parker, in gioventù, era esile, gracile e cagionevole di salute, ma nutriva una grande sete di conoscenza. Chi ha i muscoli li usa, chi non li ha si affida all'intelligenza, a volte. Non si può certo dire che i genitori di Theodore Parker lo abbiano destinato al ministero: fu lui stesso a sceglierlo e a completare la sua istruzione nonostante loro. A quindici anni, creò un piccolo scompiglio annunciando alla famiglia durante la cena: ‘Oggi mi sono iscritto all’Harvard College’.




Questa mossa di studio fu notata e ignorata, e il fatto che non ci fossero abbastanza soldi nel salvadanaio per permettergli di rimanere a Cambridge una settimana era evidente. Il ragazzo spiegò quindi che avrebbe preso in prestito dei libri e avrebbe studiato a casa. Aveva superato gli esami ed era stato regolarmente ammesso al primo anno.

 

Resta il fatto che Theodore Parker proseguì gli studi per quattro anni e avrebbe avuto diritto alla laurea se non fosse stato un non residente. Nel 1840, quando Parker aveva trent’anni, Harvard gli conferì la laurea honoris causa in Lettere e Filosofia. Questo fu un bene, ma se ci fosse stato un piccolo ritardo, Parker non avrebbe ricevuto tale onorificenza e, di fatto, diverse persone di riguardo suggerirono di revocargliela senza mezzi termini. Sia Parker che Emerson offesero gravemente la loro Alma Mater e furono praticamente ripudiati.

 

Il primo incarico pastorale di Parker fu presso la chiesa unitariana di West Roxbury, a dieci miglia da Boston e facilmente raggiungibile in auto da Concord e Lexington. Era il 1836, un anno memorabile per gli amanti di Emerson, perché proprio in quell’anno venne pubblicato il ‘Saggio sulla natura’. L’opera fu presentata anonimamente e pubblicata a spese dell’autore. Il dottor Francis Bowen, decano della Harvard Divinity School, aveva denunciato il saggio definendolo ‘panteistico e pericoloso’. Scoprì anche l’autore e espresse il suo profondo dolore e rammarico per il fatto che un uomo di Harvard avesse dimenticato a tal punto le tradizioni da pubblicare un’opera simile.




Theodore Parker prese le difese di Emerson, e questo sembra essere stato il suo primo atteggiamento radicale.

 

Emerson era sette anni più anziano di Parker, ma Parker godeva di grande popolarità; mentre Emerson, a quel tempo, viveva in un ritiro forzato, essendo stato costretto a dimettersi dal suo incarico di pastore a Boston a causa di affermazioni eretiche.

 

Theodore Parker fu molto fortunato nel suo ambiente. Sarebbe riduttivo affermare che fosse il prodotto del suo ambiente, poiché migliaia di persone vivevano nel raggio d’azione di Ralph Waldo Emerson, Henry Thoreau, Bronson Alcott, George Ripley e William Ellery Channing, completamente ignare della presenza di questi uomini. La chiesa più frequentata a Concord oggi è quella cattolica romana. Theodore Parker si integrò perfettamente nel suo ambiente e contribuì con la sua aura al bagliore ‘trascendentale’. Fu la calamita che attirò i Brook-Farmers a West Roxbury. È facile dire che se questi utopisti non avessero scelto West Roxbury come sede del nuovo regime, avrebbero messo in atto i loro prodigi trascendentali altrove; ma il fatto è che non lo fecero.

 

Nella sua chiesa di Roxbury, Parker aveva sostituito la Bibbia con Marco Aurelio durante una delle sue funzioni religiose; e tutti sapevano che Marco Aurelio era un pagano che aveva perseguitato i cristiani.




Era forse desiderio di Theodore Parker trasformare la cristiana Boston in una Roma pagana?

 

Parker rispose con un sermone in cui dimostrava che Boston inviava ingenti quantità di rum ai pagani; che molti dei suoi primi cittadini prosperavano grazie alla produzione, all’esportazione e alla vendita di bevande alcoliche; e che definire Boston una città cristiana significava rivelare una deplorevole ignoranza sull’uso delle parole. In quel momento si creò un certo fermento tra i fedeli, alcuni dei quali erano impiegati nel commercio marittimo.

 

Dopo il sermone, dissero:

 

‘Sono io... Sono io?’.

 

E uno chiese: ‘Sono io?’




L’‘Associazione Unitariana di Boston’ comunicò a Theodore Parker che, a loro avviso, non era migliore di Emerson, ed era bene ricordare che panteismo e ‘unitarianismo’ erano ben diversi. Quella notte Theodore Parker lesse la lettera e scrisse nel suo diario quanto segue:

 

L’esperienza degli ultimi dodici mesi mi ha mostrato cosa mi aspetta nei prossimi dodici anni. Non ho alcuna comunione con gli altri membri del clero; nessuno di coloro che hanno contribuito alla mia ordinazione ora mi rivolgerà cortesie ministeriali. Solo uno o due membri dell’Associazione di Boston, e forse uno o due al di fuori di essa, avranno qualche contatto con me a livello ministeriale. Coloro che sono più giovani di me mi deridono. Devo confessare di essere deluso dai ministri, dai ministri unitariani. Un tempo li consideravo nobili; pensavo che sarebbero rimasti fedeli a un ideale principio di giustizia. Scopro che nessun gruppo di uomini è mai stato così completamente asservito al senso di convenienza.

 

Tutta quell’agitazione e quella sorta di persecuzione servirono ad allentare i legami e a preparare il terreno per il trapianto. La crescita è spesso un processo doloroso, socialmente, Parker era stato snobbato e disprezzato dalla società più elevata, e la sua brava moglie era in lacrime per la disperazione perché le riunioni del gruppo missionario si tenevano senza il suo aiuto e in un luogo diverso da casa sua.




Ecco cosa scrive Parker:

 

Ora, non ho intenzione di starmene seduto docilmente e di farmi cacciare dalla mia posizione dall’opposizione di alcuni e dalla negligenza di altri, la cui condotta dimostra che non amano la libertà se non per se stessi, per navigare con il vento e la marea popolari. Lo farò quando sarò costretto ad abbandonare il pulpito perché una voce libera e un cuore libero non possono trovarsi in ‘quella cattiva posizione’. Ho intenzione di vivere con Ripley a Brook Farm. Studierò sette o otto mesi all’anno; e quattro o cinque mesi. Andrò in giro a predicare e a tenere conferenze in città e nelle valli, lungo le strade e nei campi, e ovunque si trovino uomini e donne. Andrò a est e a ovest, a nord e a sud, e farò risuonare la terra; e se questa teologia del New England che strozza l’intelletto e paralizza l’anima di noi non attecchirà, sarà perché contiene più verità di quanta ne abbia mai trovata.




Nel 1855 fu incriminato, insieme al colonnello Higginson e a William Lloyd Garrison, per violazione della legge sugli schiavi fuggitivi. E quando John Brown fece la sua incursione, Theodore Parker fu incriminato come ‘complice prima del fatto’. Se fosse stato catturato sul suolo della Virginia, sarebbe stato senza dubbio impiccato a un albero di mele acide e la sua anima mandata a marciare per l’aldilà.

 

Theodore Parker morì a Firenze, in Italia, nel 1860, all’età di cinquant’anni. La sua malattia fu un eccesso di Theodore Parker. Il suo corpo è sepolto lì a Firenze, nel cimitero protestante, a poca distanza dalla tomba di Elizabeth Barrett Browning.

 

Durante la cerimonia funebre svoltasi a Boston, Emerson dichiarò:

 

Ah, mio ​​coraggioso fratello!

 

Sembra che, in un’epoca frivola, la nostra perdita sia stata immensa e il tuo posto non possa essere colmato. Ma sarai già consolato dal trasferimento del tuo genio, sapendo bene che la natura del mondo confermerà a tutti gli uomini, in ogni tempo, ciò che per venticinque anni hai coraggiosamente affermato. Le brezze d’Italia mormorano la stessa verità sulla tua tomba, i venti d’America su queste strade in lutto, e il mare che ha riportato a casa i tuoi familiari in lutto lo conferma. Mentre i raffinati e affabili traditori dei diritti umani, con la loro erudizione pervertita e le grazie disonorate, muoiono e vengono completamente dimenticati, con la loro doppia lingua che dice tutto ciò che c’è di sordido sulla corruzione dell’uomo, tu hai creduto nella divinità di ogni cosa e continui a vivere.











sabato 22 novembre 2025

BREVE PARENTESI CON "EMILIO"

 








Da una scelta di vita 


secondo Natura






Questa influenza durevole della Profession de foi spiega come essa abbia avuto effetti immediati sulla sorte dell’intera opera, di cui un breve paragrafo ritraccerà ora la storia.

 

‘Venti anni di meditazione e tre di lavoro’, ecco il tempo che l’autore dichiara di aver dedicato all’Emilio. Nel 1759, dopo aver lungamente riflettuto, non nelle biblioteche, ma sotto le ombre della foresta di Montmorency, egli è in piena febbre creativa. È in casa del maresciallo di Luxembourg, in una torre solitaria del parco, che egli scrive l’ultima parte, la più delicata, quella che gli ‘sta più a cuore di ogni altra’.

 

La stampa dell’opera fu oggetto di cure non meno premurose di quelle dedicate dal Rousseau alla redazione. In un primo momento egli aveva concesso carta bianca ai due suoi protettori più sinceri; la marescialla di Luxembourg gli aveva trovato un editore, Malesherbes gli facilitava le pratiche ufficiali. Ma la lentezza della composizione preoccupa l’autore, che attraversava, nel novembre e dicembre 1761, un doloroso periodo di allucinazioni.




Gli specialisti di pedagogia sono responsabili di una  ‘lettura’ disciplinare miope e mortificante, che si ferma alla ‘educazione’ del sottotitolo e ignora generalmente il contesto politico. Non è meraviglia che da questo punto di vista l’Emilio, nonostante le molte intuizioni felici e tuttora valide, finisca per apparire un rudere archeologico, e il suo autore degno tutt’al più d’esser catalogato tra i ‘precursori’ di Pestatozzi, di Gentile, o magari di Jean Piaget. Del resto la lettura diretta del libro - così infelicemente vulgata nelle scuole attraverso antologie e compendi venali - non giova al lettore frettoloso e uso a ‘giudicare i libri soltanto dal titolo’; è forse l’opera più disorganica e rapsodica di Rousseau, con le sue prolisse elucubrazioni intercalate in un contesto narrativo improbabile, sempre oscillante tra il tono del sermone e le pretese del trattato filosofico.

 

Tra gli enciclopedisti e i loro avversari si dibattevano ampiamente i pro e i contro dell’educazione di Stato e si criticavano i metodi pedagogici usati nei collèges gesuitici, oratoriani e clericali in genere. Rousseau prese posizione nella voce Economia politica, illustrando eloquentemente i benefizi dell’educazione pubblica, praticata in antico da Cretesi, Spartani, Persiani, e in certo senso anche dai Romani presso i quali ‘ogni casa era una scuola di cittadini’.




In quella prospettiva l’amor di patria e l’interiorizzazione delle virtù sociali non poteva essere affidata alle famiglie, ma doveva esser posta sotto la tutela della volontà generale: ‘L’educazione pubblica sotto le regole prescritte dal governo e sotto magistrati istituiti dal sovrano è una delle massime fondamentali del governo popolare e legittimo. Se i bambini sono allevati in comune nel seno dell’eguaglianza, se sono nutriti delle leggi dello Stato e delle massime della volontà generale [...] impareranno ad amarsi come fratelli, a non voler mai altro che ciò che vuole la volontà generale’.

 

Al contrario, il programma dell’Emilio è tutto orientato in senso ‘domestico’: la cura dell’educando è affidata a un precettore privato, il punto di vista è diverso per un motivo ben preciso. Anche in questo caso, Rousseau adattò i propri princìpi regolativi alla realtà sociale che aveva sott’occhio.

 

La totale sfiducia nei governi e nelle ‘patrie’ esistenti,  soprattutto la Francia, gli fece abbandonare come impraticabile l’ideale supremo dell’educazione pubblica; ma il progetto alternativo doveva esser capace di rovesciare punto per punto la pratica pedagogica corrente.




Il nesso tra pedagogia e politica si pone dunque in termini violentemente polemici.

 

Secondo una testimonianza indiretta, Rousseau notò una volta, prima di scrivere l’Emilio, che per educare bene i giovani ‘bisognerebbe cominciare col rifondere tutta la società’. Tanto più caustica, amara, è la rinunzia all’educazione comunitaria, che ‘non esiste più e non può più esistere; dove non v’è più patria non possono esservi più cittadini. Queste due parole, patria e cittadino, debbono essere cancellate dalle lingue moderne […]. Resta l’educazione domestica o della natura’.

 

La rinunzia e il ripiego coincidono dunque con la diagnosi pessimistica della società civile tracciata nel secondo Discorso e con il programma delle ‘nuove associazioni’ che ha nel Contratto la sua carta teorica. La società di ineguali, fondata sul patto ingiusto, non può educare correttamente i suoi figli perché si è violentemente estraniata dalla natura ed ha mistificato tutti i valori. Soltanto la società giusta e legittima fondata sulla sovranità popolare potrebbe assolvere questo compito.




Ma Rousseau, proprio perché rifiutò l’utopia, non poté non porsi la grave domanda: se è possibile porre rimedio alla degradazione, da che parte rifarsi?

 

Concretamente, ritenne che riforme costituzionali circoscritte fossero possibili soltanto nei piccoli Stati a misura d’uomo, rifiutò sempre con orrore l’idea di rivoluzioni violente. I grandi stati europei a regime monarchico gli apparivano destinati a decadere e a dissolversi. Le sue preoccupazioni pedagogiche vanno ricondotte a questo quadro generale: al proposito, più o meno esplicito, di salvare il salvabile, restaurando la ‘Natura’ e la retta ragione anzitutto nel cuore e nella mente dell’individuo.

 

L’Emilio si propone dunque di delineare un programma minimo, circoscritto, di riforma civile e morale, laddove la grande riforma politica appare impraticabile. È, in questo senso, un trattato di ‘educazione domestica nelle monarchie’. Ecco perché Rousseau ha tanto insistito sulla coerenza dei suoi vari scritti. L’Emilio va letto soprattutto come un’opera a tesi, destinata a completare il ‘sistema’ politico esposto nei Discorsi e nel Contratto.




L’interlocutore dei Dialoghi insiste su questo punto:

 

Seguendo come meglio potevo il filo delle sue meditazioni, scoprii [in tutta l’opera] lo sviluppo del suo grande principio: la natura ha fatto l’uomo felice e buono, ma la società lo deprava e lo rende miserabile. L’Emilio in particolare, libro tanto letto e tanto frainteso, non è che un trattato sulla bontà originale dell’uomo, inteso a mostrare come il vizio e l’errore, estranei alla sua costituzione, s’introducano in lui dall’esterno e l’alterino insensibilmente […].

 

Suo intento non poteva essere quello di ricondurre i popoli numerosi e i grandi Stati alla loro semplicità primeva, ma soltanto di arrestare possibilmente il progresso in quegli Stati che, per le loro dimensioni ridotte e per la loro posizione geografica, sono stati preservati da una rapida corsa al perfezionamento della società ed alla decadenza della specie.




Di qui la coerenza del programma educativo, la perversità delle società degradate impone anzitutto che l’educando sia segregato dalla comunità, e sia formato, per così dire, in laboratorio. Perché nelle condizioni presenti la natura ‘buona’ possa svilupparsi e autorealizzarsi in un individuo sano, integro, moralmente autonomo e libero, è indispensabile che sia lasciata a se stessa, protetta dalla malattia sociale e posta in grado di elevarsi fino ‘all’onore di pensare’.

 

L’assunto che sorregge la trama del trattato va sempre tenuto presente, se si vogliono intendere anche i suoi aspetti più curiosi. L’autore non ebbe alcuno scrupolo ad esprimersi in termini volutamente paradossali e outrés, in antitesi alle idee correnti. Probabilmente il limite più grave consiste non tanto, come spesso si dice, nelle innegabili contraddizioni del suo piano educativo, quanto nell’astratto ed eccessivo rigore consequenziario che lo porta a ‘deformare’ l’indole e lo sviluppo del suo personaggio simbolico secondo le tesi suddette.




L’Emilio va dunque accostato alle Confessioni e ai Dialoghi. In tal senso può esser letto anche come un documento o testamento morale di straordinario interesse. Quali che siano i suoi limiti e i suoi paradossi, resta un libro vivo, discutibile e discusso. Storicamente, la critica delle vedute pedagogiche dei grandi — Platone, Montaigne, Comenio, Fénelon, Locke — la condanna della pratica didattica seguita dai curatori d’anime del suo tempo, la denunzia pungente delle distorsioni educative di cui erano vittima i figli dei grandi signori feudali, conservano tutto il loro valore documentario.

 

Ma la vitalità dell’Emilio non si limita certo a questo, e neppure ai celebri precetti dell’educazione ‘negativa’, ‘attiva’, ‘naturale’, comunque la si voglia definire, che i teorici della pedagogia hanno di volta in volta additato come suoi meriti o come indizi dell’attualità perenne dell’autore.

 

La sua influenza va al di là delle indicazioni teoriche costruttive che si è creduto di poterne trarre.




È sì anche un segno di contraddizione, un’influenza distruttiva, nella misura in cui nega l’esistenza di un problema pedagogico a se stante. Infatti Rousseau ripropone alle coscienze oneste il quesito inquietante:

 

‘come può una società iniqua pretendere di insegnare la virtù e la saggezza ai propri figli?’

 

O, in altri termini, la domanda:

 

‘chi educherà gli educatori?’

 

La pedagogia, per Rousseau, non era davvero un problema di tecnica igienica, didattica, psicologica, era anzitutto un problema politico, poiché ‘tutto dipende radicalmente dalla politica’; e insieme un problema morale, perché ‘chi distinguerà la politica dalla morale, non capirà nulla né dell’una né dell’altra’. 

(J. J. Rousseau)







sabato 8 novembre 2025

PRIMA LETTERA A DONALDO, ovvero, OTTAVO POTERE












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circa...: 


Informazione 


& Disinformazione







Un tempo, sino alla fine degli anni Settanta, e prima dell’avvento della grande “Terza Rivoluzione” (mediatica-informatizzata-globalmente-industrializzata) con i nuovi relativi approcci verso un futuro ben previsto sin dall’alveare di Mandeville al 1984 di Orwell, e poi ancora, i giusti ‘presentimenti’ di Dick; potevamo contare, se pur in un mondo globalmente già più contestato, una certa vivibilità con tutto ciò che ancora rimaneva del variegato mondo ‘naturale’, e per ‘naturale’ intendesi tutto quei rapporti sociali ove il fato ed il sentimento ancora  governati non tanto da una ferrea legge del calcolo, ma al contrario da un’atea ‘casualità’ e/o una Legge Divina circa medesima Crescita e Forma, che via via è stata estirpata (rimembrando il Sessantotto il quale ha generato i controversi anni Settanta per poi approdare al nuovo non ancora del tutto ‘digitalizzato’ avvento degli anni Ottanta…, poi la grande svolta, la grande attesa conquista e rivoluzione informatica dell’I.A. che ne deriva…) per abdicare la stessa presunta evoluzione intellettiva, ad un PIL privato dell’Elemento a cui deriva futura Crescita. 

 

Sì!

 

Riconosciamo o meglio riconosco nei ‘media’ della nuova generazione un vero approccio con una certa realtà della comunicazione così come si è soliti concepire l’odierna vita, ma il Filosofo nel ‘Pensiero Liquido’ ravvisa un serio e più patologico comportamento derivato; il che ne consegue una attività sociale delegata ai nuovi media, i quali null’altro che un incalcolabile strumento di Potere per fini non certi giustificati tantomeno graditi rispetto chi ha delegato ed affidato il ‘tutto’ di cui la Finestra del mondo alla Parabola del nuovo secolo innestato.

 

Il comportamento sociale che ne consegue dalla ‘muta-comunicazione-espressa’ che ne deriva dal piccolo telefono fino alla Finestra del nuovo mondo, comporta una inaspettata globale ascesa della violenza frutto della graduale perdita di quei valori - che se pur esaltati in nome e per conto del libero arbitrio globalmente digitalizzato -, in verità e per il vero, un più serio isolamento derivato e raccolto qual vero frutto saziare - nella globalità omaggiata e unitamente condivisa - alieno Sé nell’iper-egocentrismo innestato - perdendo graduale terreno su quel senso spirituale sino a qualche decennio or sono ancora presente e non del tutto rimosso…

 

Infatti per entrambe i due personaggi ora trattati, Donaldo il papero e la rete di cui si serve, o meglio la falsa ‘parabola’ che Donaldo vuol pubblicizzare, l’indice di 'lettura' per il primo - e di 'ascolto' per il secondo, lievitano ad una percentuale inattesa fino alla parabolica universalità del nuovo cielo dello Spirito acclamato (ed a capitoli ed a puntate diluito), nell’evidente risultato di una totale disinformazione circa la distanza che corre e non più cammina, fra l’accusa l’accusatore, o meglio, la presunta parte offesa, e l’offesa stessa diluita nell’etere e indicizzata e valutata secondo un ben definito indice di ascolto, la qual crea futuro presunto grado Intellettivo nella reale involuzione posta circa questo assunto.

 

Distribuito nella disinformazione, non in questo specifico caso dall’Etere, e il suo Indice d’ascolto, o la notizia che deve essere ‘corretta’, bensì dall’Indice del nuovo èvo immediatamente preso in prestito per un mal-usufrutto a vantaggio di un successivo malgoverno in difetto della stessa, e di cui pecca totalmente ignorando e reprimendone il Principio medesimo, e servendosi, paradossalmente ed impropriamente, egregiamente del suo frutto.

 

L’inganno appare evidente

 

Da ugual ‘furore’ successivamente rimosso (per l’anima di un diverso ‘commercio’ ed al contrario virtualmente innestato) per medesimo ‘indice’ di cui ben altra ‘materia’ governa la nuova quanto antica dottrina nel regno terreno della vita così come quello dell’odierna esistenza…

 

Ragion per cui rovesciando cotal prospettiva del prode Donaldo, lo invito ad un breve Dialogo rinnovando i Principi su cui si muove l’Intera Natura vilipesa…




Lei, Signor Donaldo, ha osato interferire con le primordiali forze della Natura, e io non lo ammetto, è chiaro?! 

 

Lei crede di aver fermato solo una trattativa di affari e invece non è così. Gli arabi hanno portato miliardi di Idee prima e dopo Averroè fuori da questo paese e ora ce le devono riportare. 

 

È il flusso e riflusso, l’alta e bassa marea, della Luna piena e il Sole che l’annunzia; il giusto equilibrio Ecologico. 

 

Lei è un vecchio che pensa in termini di ‘nazioni’ e di ‘popoli’… Non vi sono nazioni, non vi sono popoli; non vi sono russi, non vi sono arabi; non vi sono Terzi Mondi, non c’è nessun Ovest. Esiste soltanto un Unico, un Solo Sistema di Sistemi: uno, vasto e immane, interdipendente, intrecciato, multivariato, multinazionale, dominio della Natura Intera; non ci sono dollari sterline 'euri' e scellini con i relativi centesimi: non esistono petroldollari, elettrodollari, multidollari, reichmark, sterline, rubli, franchi e shekels! 

 

È il Sistema Internazionale Valutario di Dio che determina la totalità della vita su questo pianeta. Questo è l’ordine naturale delle cose, oggi! 

 

Questa è l’atomica e sub–atomica e galattica struttura delle cose oggigiorno. E lei, signor Donaldo, ha interferito con le primordiali forze della Natura!

 

E lei dovrà espiare. 

 

Capisce quello che le dico signor Donaldo? 

 

Lei si mette sul suo piccolo teleschermo da 21 pollici e sbraita parlando d’‘America’ e di ‘democrazia’… 

 

Non esiste la sua America, non esiste in questa sua America da Lei rappresentata… la democrazia! Perché la rinnega ogni giorno! 

 

Esistono solo Maree Piogge e sedimenti franosi, Elementi Venti a favore e contrari, Ghiaccio in graduale ritirata, e un Caldo che avanza senza sosta.

 

Sono queste le nazioni del mondo, oggi! 

 

Di cosa crede che parlino i russi ai loro consigli di Stato? Di Carlo Marx? 

 

Tirano fuori diagrammi di programmazione lineare, le teorie di decisione statistica, le probabili soluzioni, e computano i probabili prezzi e costi delle loro transazioni e dei loro investimenti: proprio come noi. 

 

Non viviamo più in un mondo di nazioni e di ideologie, signor Donaldo: il mondo è un insieme di Leggi Universali, inesorabilmente regolato dalle immutabili, spietate leggi del vero Dio della Natura. 

 

Il mondo è l’Immagine di Dio, e Lei Signor Donaldo, non è Dio: questo mondo lo è stato fin da quando l’uomo è uscito dal magma. E i nostri figli vivranno, signor Donaldo, per vedere quel mondo Perfetto, in cui non ci saranno né guerra né fame né oppressione né brutalità: una vasta ed ecumenica società creata a misura della Natura per la quale tutti gli uomini lavoreranno per creare un profitto comune, nella quale tutti avranno una partecipazione comunitaria al benessere che da questa Grande Madre deriva, e ogni necessità sarà soddisfatta, ogni angoscia tranquillizzata, ogni noia superata.

 

Talvolta l’arte della vita si esprime ed esprimeva al meglio per una reale presa di coscienza, facendo risaltare così come ciò da cui deriva nell’antica maschera del teatro la primordiale forma del dramma (nel mito rappresentato) di cui la Filosofia, simmetrica realtà alla globale coscienza nel grande moderno schermo trasposta e rappresentata, se pur in questi ultimi anni - anzi da più di un ventennio - ho abdicato cotal parola recitata giacché i teatranti e gli attori veri personaggi del teatro di questa dubbia sceneggiatura al palco mal interpretata in moderna forma mediatica trasposta al soldo di ben altra dottrina celata nell’alveare della vita rappresentata…