giuliano

martedì 13 aprile 2021

VIAGGIO IN MONGOLIA (5)

 










Precedenti capitoli del...:


Viaggio... (4)


& La grande migrazione (neoplatonica...) 


& Uomo in quel che ami sarai trasformato... 






Allora uno dei saraceni disse:

 

C’è qualcuno che non ama Dio?

 

Ho risposto:

 

Dio dice: “Se uno mi ama, custodisce i miei comandamenti; e chi non mi ama non osserva i miei comandamenti”. Quindi chi non osserva i comandamenti di Dio non ama Dio.

 

Poi disse:

 

Sei stato in cielo, per conoscere i comandamenti di Dio?

 

No,

 

risposi,

 

 …ma li ha dati dal cielo a uomini santi, e alla fine discese dal cielo per insegnarci, e li abbiamo nelle Scritture, e vediamo dalle opere degli uomini quando li osservano o no.




Poi disse:

 

Vuoi, allora, dire che Mangu Chan non osserva i comandamenti di Dio? 

 

Il giorno successivo (25 maggio) (il Chan) mi ha mandato i suoi segretari, che hanno detto:

 

Il nostro signore ci manda a dirvi che siete qui cristiani, saraceni e tuins. E ognuno di voi dice che la sua dottrina è la migliore, e i suoi scritti - cioè libri - i più veri. Quindi desidera che vi incontriate tutti insieme e fate un confronto [J: e tenere una conferenza], ciascuno scrivendo i suoi precetti, in modo che lui stesso possa essere in grado di conoscere la verità.




Poi dissi:

 

Sia benedetto Dio, che ha messo questo nel cuore del Chan. Ma le nostre Scritture ci dicono che il servo di Dio non dovrebbe contestare, ma dovrebbe mostrare mitezza a tutti; quindi sono pronto, senza contestazioni o contese, a dare ragione della fede e della speranza dei cristiani, al meglio delle mie capacità.

 

Scrissero le mie parole e gliele riportarono.

 

Il giorno successivo (26 maggio) inviò di nuovo dei segretari, che dissero:

 

Mangu Chan desidera sapere perché sei venuto da queste parti.

 

Ho risposto loro:

 

Deve saperlo dalle lettere di Baatu.

 

Poi dissero:

 

Le lettere di Baatu sono andate perdute, e lui ha dimenticato quello che Baatu gli ha scritto; così avrebbe saputo da te.





 Poi, sentendomi più al sicuro, dissi:

 

È dovere della nostra fede predicare il Vangelo a tutti gli uomini. Così, quando ho sentito parlare della fama del popolo Mo’al, desideravo venire da loro; e mentre questo desiderio era acceso me, abbiamo sentito che Sartach era un cristiano. Così ho rivolto i miei passi verso di lui. E il signore re dei francesi gli ha inviato una lettera contenente parole gentili, e tra le altre cose ha testimoniato che tipo di uomini eravamo, e ha chiesto che ci avrebbe permesso di rimanere tra gli uomini di Mo'al. Poi lui (cioè Sartach) ci ha mandato a Baatu, e Baatu ci ha mandato a Mangu Chan; così lo abbiamo implorato, e lo imploriamo di nuovo, di permetterci di restare.

 

Scrissero tutte queste cose e gliele riportarono l’indomani.

 

Poi me li inviò di nuovo, dicendo:

 

Il Chan sa bene che non hai una missione per lui, ma che sei venuto a pregare per lui, come altri giusti sacerdoti; ma lui lo saprebbe se mai sono venuti ambasciatori da te a noi, o qualcuno dei nostri è andato a te.




Poi ho raccontato loro tutto di David e Frate Andrew, e loro, mettendo tutto per iscritto, glielo hanno riferito.

 

Poi me li ha mandati di nuovo, dicendo:

 

Sei rimasto qui a lungo; (il Chan) desidera che tu torni nel tuo paese, e ha chiesto se porterai con te un suo ambasciatore.

 

Risposi loro:

 

Non oserei portare i suoi inviati fuori dai suoi stessi domini, perché c’è un paese ostile tra noi e voi, e mari e montagne; e io sono solo un povero monaco; quindi non mi azzarderei a prenderli sotto la mia guida.

 

E loro, dopo aver scritto tutto, sono tornati indietro.




Venne la vigilia di Pentecoste (30 maggio).

 

I Nestoriani avevano scritto un’intera cronaca dalla creazione del mondo alla Passione di Cristo; e passando sopra la Passione [J: (correggendo Rockhill): e andarono oltre la passione], avevano toccato l’Ascensione e la risurrezione dei morti e la venuta al giudizio, e in essa c’erano alcune dichiarazioni censurabili, che Gli ho fatto notare. Quanto a noi, abbiamo semplicemente scritto il simbolo della messa, ‘Credo in unum Demn’. Poi ho chiesto loro come volevano procedere. Dissero che avrebbero discusso in primo luogo con i saraceni. Ho mostrato loro che quello non era un buon piano…

 

Ci riunimmo allora la vigilia di Pentecoste nel nostro oratorio, e Mangu Chan mandò tre segretarie che dovevano essere arbitri, una cristiana, una saracena e una tuin; ed è stato pubblicato ad alta voce:

 

Questo è l’ordine di Mangu, e nessuno osi dire che il comandamento di Dio è diverso da esso. E ordina che nessuno oserà litigare o insultare qualcun altro, o fare rumore con cui questo si interferirà con gli affari, pena la sua testa.




 Poi tutti tacquero. E c’era una grande folla di persone lì; poiché ciascuna parte aveva chiamato là il più dotto del suo popolo, e anche molti altri si erano radunati.

 

Poi i confratelli mi misero in mezzo agli altri, dicendo ai Tuin di parlare con me. Poi - c’era una grande dibattito fra loro - cominciarono a mormorare contro Mangu Chan, perché nessun altro Chan aveva mai tentato di ficcare il naso nei loro segreti. Allora si opposero a me uno che era venuto dal Catai e che aveva il suo interprete; e avevo il figlio del maestro William.

 

Iniziò dicendomi:

 

Amico, se pensi di essere messo a tacere (conclusus), cercane uno più istruito di te.

 

Rimasi in silenzio.




 Poi (il Tuin) mi chiese cosa volevo per iniziare la discussione, dall’argomento come era fatto il mondo, o cosa ne sarebbe stato dell’anima dopo la morte. Gli rispose:

 

Amico, questo non dovrebbe essere l’inizio del nostro discorso. Tutte le cose procedono da Dio. È la fonte di tutte le cose; quindi dobbiamo prima parlare di Dio, di cui tu la pensi diversamente da noi, e Mangu Chan desidera sapere chi ha la convinzione migliore.

 

I reggenti decisero che ciò era giusto.

 

Voleva iniziare con queste domande, poiché le considerano le più dottrinalmente complesse e difficili; poiché tutti sostengono questa eresia dei manichei [J: appartengono tutti all’eresia manichee], che una metà delle cose è cattiva e l’altra metà buona, e che ci sono due principi (elementari); e, quanto alle anime, credono che tutte passino da un corpo all’altro.




Così un sacerdote molto istruito tra i nestoriani mi chiese (una volta) riguardo alle anime degli animali, se potevano scappare in un posto dove, dopo la morte, non sarebbero stati costretti ad essere cacciate. A conferma inoltre di questo errore, come mi era stato detto dal maestro William, era stato portato da Cathay un ragazzo che, dalle dimensioni del suo corpo, non aveva più di dodici anni [J: tre anni], ma che era capace di ogni forma di ragionamento, e che ha detto di se stesso che si era incarnato tre volte; sapeva leggere e scrivere.

 

Così ho detto al Tuin:

 

Crediamo fermamente nei nostri cuori e confessiamo con la nostra bocca che Dio è, e che c’è un solo Dio, uno in perfetta unità.

 

Cosa credi?

 

Disse:

 

Gli sciocchi dicono che c’è un solo Dio, ma i saggi dicono che ce ne sono molti. Non ci sono grandi signori nel vostro paese, e questo Mangu Chan non è un signore più grande?




Gli ho detto:

 

Scegli un esempio povero, in cui non c’è paragone tra l’uomo e Dio; secondo questo, ogni uomo potente può chiamarsi dio nel proprio paese.

 

E mentre stavo per sminuire il paragone, mi interruppe chiedendomi:

 

Di che natura è il tuo Dio, di cui dici che non ce n’è altro?

 

Risposi:

 

Il nostro Dio, oltre al quale non c’è nessun altro, è onnipotente, e quindi non richiede l’aiuto di nessun altro, mentre tutti noi abbiamo bisogno del suo aiuto. Non è così con l’uomo. Nessun uomo può fare tutto, e così c’è ne devono essere diversi signori nel mondo, perché nessuno può fare tutte le cose. Così anche lui sa tutte le cose, e quindi non richiede consiglieri, perché tutta la saggezza viene da Lui. Allo stesso modo, Egli è il bene supremo e non vuole i nostri beni. Ma noi viviamo, ci muoviamo e siamo in Lui. Tale è il nostro Dio.

 

Non è così,

 

…rispose.




Sebbene ci sia un (Dio) nel cielo che è al di sopra di tutti gli altri, e della cui origine siamo ancora ignoranti, ce ne sono altri dieci sotto di lui, e sotto questi ultimi è un altro inferiore. Sulla terra sono in numero infinito.

 

 E poiché voleva tessere altre tesi dottrinali, gli ho chiesto a questo dio supremo, se credeva di essere onnipotente, o se (credeva questo) di qualche altro dio. Temendo di rispondere, chiese:

 

Se il tuo Dio è come dici, perché rende malvagia la metà delle cose?

 

Non è vero,

 

dissi.

 

Chi fa il male non è Dio. Tutte le cose che sono, sono buone.




 A questo tutti i Tuin rimasero sbalorditi e lo scrissero come falso o impossibile. Poi mi chiese:

 

Da dove viene poi il male?

 

Hai posto male la domanda,

 

dissi.

 

Dovresti in primo luogo chiedere cos’è il male, prima di chiedere da dove viene. [dopo molti Secoli in merito al dibattito dottrinale raccolto, possiamo e dobbiamo conferire risposta, il male combattuto proviene dalla ‘materia’ la quale indistintamente nel Tempo costantemente opera, e non certo nel beneficio dell’uomo, una degradazione di cui la condizione evolutiva divenuta ‘materia’ mai ha saputo rimembrarne, fors’anche rinnovarne lo Spirito in nome del Dio pregato. Innumerevoli i Sentieri del Viaggio mai come il segreto linguaggio di un più probabile Dio posto al Giudizio umano, ci asteniamo di porre confronto, semmai cerchiamo di interpretarne la Rima o Dottrina in ogni opera ove lo Spirito si oppone alla materia, ed ove ogni Elemento parla e riflette l’indecifrata segreta divina discendenza…]  




Un monaco francescano fiammingo, Guglielmo di Rubruck (Willem van Ruysbroeck, ca. 1210-ca. 1270) scrisse il più dettagliato e prezioso dei primi resoconti occidentali dei Mongoli. Guglielmo aveva partecipato alla crociata del re Luigi IX di Francia in Palestina e lì aveva sentito parlare dei mongoli da frate Andrea di Longjumeau, un domenicano che era stato coinvolto nella diplomazia papale volta a cercare di arruolare i mongoli nella crociata cristiana contro i musulmani.

 

Rubruck decise quindi di intraprendere la propria missione presso i mongoli principalmente nella speranza di promuovere la loro conversione al cristianesimo. Nel 1253 si mise in viaggio attraverso le terre della parte occidentale del loro impero (ciò che noi conosciamo come l’Orda d’Oro) - che sta iniziando attraverso le steppe meridionali di quelle che ora sono l’Ucraina e la Russia. Il suo viaggio di andata e ritorno è durato quasi tre anni. William aveva la particolarità di essere il primo europeo a visitare la capitale mongola del Karakorum sul fiume Orhon e tornare a scriverne.

 

Fornisce una descrizione unica del palazzo del Khan lì e abbondanti dettagli sugli individui di varie etnie e religioni che ha incontrato. Comprensibilmente, era particolarmente interessato ai cristiani nestoriani. Il suo resoconto descrive generalmente con grande precisione la cultura tradizionale mongola, molte delle quali sono sopravvissute tra i pastori che si possono osservare oggi nell’Asia interna.








domenica 11 aprile 2021

NEVER IN MY NAME (Seconda parte) (14)

 









Precedente capitolo:


Dall'Islanda... (13)


Prosegue con il capitolo...:


Completo (e alcune Foto del nonno...)


& la grande migrazione neoplatonica...


& Uomo in quel che ami sarai trasformato...








Mostro ai nonni un video, un filmato che il nonno aveva girato in origine in 16 mm durante il viaggio di nozze. Una sequenza è stata ripresa su un monte e un’altra ritrae il gruppo di escursionisti che sugli sci sono trainati dal mezzo cingolato. Che tempi affascinanti, quante avventure! Chiedo se non avevano paura dei crepacci, o di morire di freddo in mezzo al ghiaccio.

 

Avevamo una tenda cucina, e avevamo scavato una buca per gli avanzi e l’immondizia. Ma la buca non si riempiva mai e non capivamo perché. Avevamo piantato le tende su un crepaccio profondo quattrocento metri! Ecco perché! La nonna ride. Comunque siamo stati fortunati. In quelle spedizioni non abbiamo mai avuto vittime. Non ci sono mai stati incidenti gravi.




E non vi siete mai persi?

 

Il nonno ci riflette un attimo.

 

No, io non mi sono mai perso. Sui monti poteva capitarmi di non sapere più dov’ero, e allora non c’era altro da fare che seppellirsi nella neve e aspettare che il maltempo passasse, a volte anche per giornate intere. Se a casa nessuno mi aspettava, nessuno sarebbe venuto a cercarmi, quindi non si può dire che fossi effettivamente disperso. Non appena il tempo si placava potevo proseguire.

 

La cosa migliore era attaccarsi al retro del cingolato e farsi trainare su per le salite, aggiunge la nonna. Così poi potevamo sciare in discesa. Una volta ci facemmo trainare per tutto il tragitto dai Kverkfjöll fino a Jökulheimar. Gli altri prima o poi mollarono; solo io e Árni tenemmo duro.

 

Non vi piacerebbe tornare sul ghiacciaio? chiedo.




 Come no! esclama la nonna. Io ci andrei, ma Árni ormai non ha più tante energie.

 

Oggi è tutto troppo facile, con quelle super jeep, brontola il nonno con una risatina. Che divertimento c’è quando è così facile?

 

Però è strano, dice la nonna. In primavera, quando sento l’odore del ghiacciaio, mi viene una gran voglia di tornare lassù.

 

L’odore del ghiacciaio?

 

Sì, in primavera si sente nell’aria un odore particolare; è l’odore del ghiacciaio.

 

Che odore è?




Be’, ma l’odore del ghiacciaio! Il ghiacciaio non puoi descriverlo, puoi solo viverlo. Quando sei sul Vatnajökull sparisce tutto, ti dimentichi di tutto. Una vastità infinita.

 

Un sogno.


 (A. S. Magnason,  Il Tempo e l’acqua)


 

2) IL RISVEGLIO ovvero: LA REALTA’





 

La devastazione connessa alle grandi opere, spesso costruite per soddisfare gli insaziabili appetiti delle multinazionali, non ha risparmiato neppure una nazione come l’Islanda che da sempre siamo abituati ad immaginare come un’immensa distesa di spazi incontaminati, aliena ad ogni forma d’inquinamento, scarsamente urbanizzata e lontana anni luce dal “cancro” della cementificazione che stiamo sperimentando in ogni sua forma nelle nostre città.

 

Proprio in Islanda, nella regione di Karahnjukar, sta nascendo un faraonico progetto industriale destinato a cancellare per sempre 3000 kmq (circa il 3% dell’intera superficie nazionale) di territorio incontaminato. L’area selvaggia più grande d’Europa, la cui unicità stava per essere universalmente riconosciuta attraverso l’istituzione del più vasto Parco Nazionale del continente, sarà infatti destinata a scomparire nel silenzio mediatico più assoluto, sommersa dalle acque di 3 laghi artificiali e dalle esalazioni venefiche di una colossale fonderia.




 Il ciclopico progetto Karahnjukar prevede la costruzione di 9 dighe in terra, fra cui la più imponente d’Europa, una centrale idroelettrica da 690 megawatt ed una mega fonderia in grado di produrre 320.000 tonnellate di alluminio l’anno. Artefici del progetto, con il beneplacito della compagnia energetica islandese Landsvirkjun, ma contro la volontà del 65% dei cittadini islandesi che hanno espresso la propria contrarietà all’operazione, saranno la multinazionale americana Alcoa e l'italiana Impregilo. 

 

3) DESCRIZIONE TECNICA




 

Questa diga idroelettrica molto conflittuale fa parte di un complesso di dighe, ha una potenza installata di 690 MW ed è destinata a produrre annualmente 4.600 Gwh. Si trova a nord del ghiacciaio Vatnajökull sui fiumi Jökulsá á Bru e Jökulsá í Fljótsdal. Il suo scopo è quello dell’energia elettrica di alimentazione per alluminio di Alcoa smelter Fjardaal, a Reyðarfjörður.

 

Il conflitto era a causa del progetto stesso (terminata nel 2009) e anche perché è stato visto come parte di una spinta molto più ampia di enormi investimenti in hyroelectricity ad altissima costo ambientale per i benefici delle multinazionali in alluminio come Alcoa. Il progetto è stato realizzato da Impregilo, l'impresa edile italiana. Gli oppositori sottolineano che il sedimento da acqua del ghiacciaio riempirà la diga rapidamente.




 Le dighe sono state oggetto frequente di proteste da parte degli ambientalisti per molte ragioni. L'area si trova il secondo più grande (ex) natura incontaminata in Europa e si estende per circa 1000 km2 in totale e dei fiumi che l'acqua di alimentazione al progetto fanno parte del più grande ghiacciaio d'Europa, il Vatnajökull.

 

Il progetto nel suo complesso è stato criticato pesantemente nel libro Draumalandið da Andri Snær Magnason e la successiva 2009 documentario Dreamland. Nel 2013, International Rivers ha riferito: L'impatto della diga altopiano a Kárahnjúkar ha sul lago Lagarfljót da Egilsstaðir in Oriente Islanda è considerato più grave di quanto precedentemente previsto. Enti locali, proprietari terrieri, ambientalisti e parlamentari hanno espresso la loro preoccupazione per la situazione.




Informazioni di base:

 

Nome del conflittoKárahnjúkar diga, l'Islanda

 

Nazione Islanda

 

Città e regione Austurland

 

Accuratezza della localizzazione Media (livello regionale)

 

Causa del conflitto:

 

Tipo di conflitto.




 Primo livello Industria/Manifattura/Installazioni militari

 

Tipo di confitto.

 

Secondo livello Creazione/conservazione di riserve/parchi naturali

 

Idroelettrico e conflitti legati alla distribuzione dell'acqua

 

Risorse Alluminio/Bauxite




Elettricità

 

Dettagli del progetto e attori coinvolti

 

Dettagli del progetto:




 Con la capacità installata di 690 MW, l'impianto è il più grande impianto idroelettrico in Islanda. Il progetto, che prende il nome dal vicino Monte Kárahnjúkur, comporta la costruzione di cinque dighe. L’acqua dai serbatoi viene quindi deviato attraverso cunicoli sotterranei acqua e poi a una singola centrale sotterranea. La diga Kárahnjúkastífla è in piedi 193 metri di altezza con una lunghezza di 730 metri. La fonderia di alluminio Fjardaal ha raggiunto la piena operatività nel mese di aprile 2008. La costruzione è iniziata nel 2004 da Bechtel (per Alcoa) e l'impianto contiene una porta fonderia, casa di cast, la produzione di canna e in acque profonde. Lo smelter impiega 450 persone e produce 940 tonnellate di alluminio al giorno, con una capacità di 346.000 tonnellate di alluminio all'anno. Il progetto è finanziato dal Landsvirkjun, che gestisce le dighe e Centrale elettrica Fljótsdalur. L'azienda italiana Impregilo era il più grande di lavoro appaltatore sulle dighe. Il costo totale del progetto idroelettrico è di 1,3 miliardi di dollari e il costo fonderia di circa 1 miliardo di dollari.

 

Livello degli investimenti:1,3 miliardi (dam) + 1000000000 (fonderia)

 

Tipo di popolazione Rurale










martedì 6 aprile 2021

(un caso di perdita d') ORIENTAMENTO (3)

 











Precedenti casi...:


Di perdita... (2/1)


Prosegue con il...:


Capitolo completo del Lungo Esilio


& La grande migrazione (neoplatonica)


...Il Viaggio prosegue (4/5)








Non si erano allontanati molto, quando si imbatterono in qualcosa che ricordò cupamente loro a quale destino sarebbero andati incontro se fossero rimasti un attimo più a lungo sull’aereo. Il velivolo giaceva nei pressi del Tsangpo, annerito dal fumo e in pezzi, come un enorme uccello morto. Per diversi giorni, appresero, nessuno aveva osato avvicinarvisi. Ora si vedevano centinaia di tibetani spostarsi sul versante della montagna, come colonne di formiche, portandone via dei frammenti ai loro villaggi. Altri, arrampicatisi sopra il relitto, valutavano quali pezzi valesse ancora la pena salvare. Un valligiano, trovando che ima delle radio del B-24 era troppo pesante per portarla via, era intento a tagliarla in due con un’ascia.

 

Il viaggio a Lhasa comprendeva la salita, faticosa e irta di pericoli, lungo il passo Gokar coperto di ghiaccio. Gli aviatori e la scorta tibetana cavalcavano in fila lungo cenge strettissime, con uno spaventoso strapiombo da un lato: i pony, inciampando spesso proprio sul ciglio, lasciavano cadere sassi che si frantumavano nell’abisso, facendo salire agli americani il cuore in gola. Dovevano anche stare attenti ai sintomi di congelamento, per evitare i quali ogni tanto scendevano di sella e proseguivano a piedi per riattivare la circolazione, mentre l’aria povera d’ossigeno provocava - persino ai pony - difficoltà di respirazione.




 Alla fine, dopo due notti passate in altrettanti villaggi lungo la strada, si trovarono a guardare dall’alto Lhasa, ancora distante quindici chilometri, nel mezzo di un’ampia valle. Agli occhi degli esausti americani, deve essere parsa una sorta di Shangri-La. Il gruppo si fermò mentre i cinque aviatori osservavano a bocca aperta i tredici piani del Potala. Quando uno della scorta raccontò che conteneva mille stanze, uno degli americani commentò scherzando che non gli sarebbe piaciuto essere l’addetto a lavare le finestre.

 

Avvicinandosi a Lhasa, trovarono che i funzionari cinesi, di cui in quella guerra erano alleati, avevano allestito una tenda alle porte della città, dove avevano preparato una cerimonia di benvenuto. Furono fatti sedere e finirono per bere una gran quantità di brandy per via dei numerosi brindisi. Brindarono dapprima ai loro ospiti; poi al Tibet, alla Cina e all’America; poi al Dalai Lama, a Chiang Kai-shek e al presidente Roosevelt, e infine a New York e ai loro Stati di provenienza. I cinesi li informarono che li avrebbero portati nella città santa dove ad attenderli c’era un banchetto presso la missione cinese.




Mentre si decideva il loro futuro, sarebbero stati ospitati nell’unica casa occidentale della capitale - la missione britannica retta dagli Sherriff. Passarono a Crozier una breve nota da parte del capitano Sherriff, nella quale questi dava loro il benvenuto a Lhasa. Terminava con le parole: ‘Sono certo che i vostri problemi sono quasi finiti’. Ma tale rassicurazione si rivelò prematura.

 

La missione cinese si trovava nel cuore della città vecchia e per raggiungerla, tuttora brilli per gli effetti del brandy, gli americani dovettero passare a cavallo per un labirinto di stradine e vicoli infangati, disseminati di rifiuti e affollati di persone, yak e pony. Nessuna casa aveva vetri alle finestre. Tutto era molto più primitivo di qualsiasi cosa avessero mai visto in India o in Cina. Giunti alla missione cinese, smontarono da cavallo e furono fatti entrare in una piccola sala dei banchetti. Lì, seduti intorno a un tavolo, gli ospiti sorridenti offrirono loro una serie di piatti cinesi. Fu a metà del pasto che si accorsero che nella piazza antistante erano in corso dei disordini.




 All’inizio si sentiva poco più di un mormorio. Ma mentre il pranzo andava avanti, il vociare divenne sempre più forte. A un certo punto, Crozier si girò verso uno degli ospiti e chiese che cosa stesse accadendo. ‘Si è radunata una gran folla’ fu la risposta. Immaginando che la loro presenza a Lhasa suscitasse curiosità ed eccitazione,  Crozier non diede alcun peso alla faccenda. Gli effetti del brandy, comunque, erano tali che in quel momento né lui né i suoi compagni ritenevano di avere il benché minimo problema. Al momento di ringraziare i loro ospiti cinesi e prepararsi per andare alla missione britannica, tuttavia, scoprirono la verità. Ad attenderli fuori c’era una folla di tibetani inferociti.

 

Prima che avessero tempo di chiedersi il perché, un sasso colpì l’edificio con un tonfo pesante. Fu seguito da grida di rabbia e dall’intensificarsi del clamore all’esterno. Ad un tratto, i cinesi si allontanarono, ma solo per portare i pony davanti all’entrata principale, come gli americani compresero poco dopo. I loro ospiti cinesi spiegarono ai cinque americani che sarebbero dovuti uscire di corsa. Ancora non avevano ricevuto nessuna spiegazione in merito a cosa stesse accadendo. Apparvero altri cinesi, e gli aviatori furono portati all’ingresso che si apriva sulla piazza. Crozier stimò che ci fossero circa diecimila tibetani furibondi.




Appena vide gli americani, la folla iniziò a ondeggiare in avanti. Una pietra colpì uno degli aviatori, fortunatamente senza conseguenze. Per tutta risposta, i cinesi, che erano saliti in sella ai loro pony, cavalcarono dritti in mezzo alla folla, menando frustate a destra e a manca senza alcun riguardo. A loro si unì immediatamente un gruppo di tibetani, all’apparenza poliziotti o soldati. Con bastoni e fruste anche costoro si misero a colpire chiunque si avvicinasse. Uno dei più attivi era un funzionario vestito con una sorta di toga che aveva in mano una sola arma ma dagli effetti devastanti. Si trattava di una pesante chiave di metallo, legata al polso da una cinghia di cuoio, che brandiva spaccando crani a destra e a sinistra. Insieme costrinsero la folla a indietreggiare quanto bastava per consentire agli americani di salire sui pony e passare in mezzo alla calca. Alla fine, grazie alla risolutezza della loro scorta, essi riuscirono ad allontanarsi indenni. Altre pietre iniziarono a volare in aria, ma gli americani spronarono i pony e presto furono fuori dalla portata della folla, dove poco dopo vennero raggiunti dalla scorta e dai loro ospiti. Fu solo una volta al sicuro nella missione britannica, a circa tre chilometri di distanza, che appresero dal capitano Sherriff il motivo della furia popolare.




 Nella calma ordinata di Dekyi Lingka, mentre bevevano un drink circondati da vecchie copie del Times, Sherriff spiegò loro che, senza volerlo, avevano commesso un atto di blasfemia contro il Dalai Lama. ‘Immagino sappiate’ fece notare ‘che siete stati i primi in assoluto a volare sopra Lhasa’. In questo modo avevano fatto una cosa che a nessun tibetano, e ancor meno a uno straniero, era mai stato consentito di fare. Avevano guardato dall’alto il Dalai Lama.

 

‘Eravate più in alto di lui, capite’ Sherriff spiegò. ‘C’è del risentimento tra la popolazione. Lo avete toccato con mano, quando la folla vi ha preso a sassate’. Per calmare la popolazione, le autorità avevano diffuso l’idea che, a mo’ di punizione, l’aeroplano era stato strappato giù a forza dal cielo. ‘Ma il punto è’ aggiunse Sherriff ‘che il governo vuole che partiate il più in fretta possibile’. Nel frattempo, le autorità stavano organizzando una carovana, con una piccola scorta di soldati tibetani. Finché non fosse pronta, dovevano restare nel recinto della missione. Dopo quanto era accaduto, non ci sarebbe stata nessuna visita della città santa. Gli americani erano comunque ben contenti di riposarsi, prima di imbarcarsi nel lungo e faticoso viaggio verso casa attraverso i passi coperti di neve che portavano a sud. Ma ascoltarono affascinati i racconti degli Sherriff su quella strana terra medioevale. Incontrarono anche l’unico altro occidentale che viveva a Lhasa, Reginald Fox, l’operatore radio britannico, che si era sposato con una donna tibetana. Gli promisero che una volta arrivati sani e salvi in India, se mai avessero volato di nuovo dalle parti del Tibet lo avrebbero chiamato via radio per scambiarsi notizie.




 Alla fine, il 19 dicembre 1943 - a mezzogiorno, di modo che tutti potessero vederli andare via -, i cinque americani e la loro scorta partirono a cavallo da Lhasa. È quasi l’ultima notizia che abbiamo di loro. Sappiamo da Crozier che il suo giovane motorista di bordo non sopravvisse alla guerra. Sappiamo anche che lui e il suo equipaggio furono nuovamente assegnati alla Gobba e che mantennero la promessa fetta a Fox - o almeno ci provarono. Sebbene, infatti, cercassero molte volte di chiamare la stazione AC4YN, non riuscirono mai a ottenere una risposta. E così, tranne che per i loro ricordi, persero ogni contatto con il Tibet.

 

Come la Svizzera fornì un rifugio ai soldati alleati che riuscivano a fuggire dai campi di prigionia dell’Europa occupata, così il Tibet neutrale divenne un rifugio per due austriaci che riuscirono a fuggire dall’India britannica passando per l’Himalaya. La storia di Heinrich Harrer e Peter Aufschnaiter, che affamati, vestiti di stracci e con i piedi sanguinanti alla fine giunsero a Lhasa nel gennaio 1946, è probabilmente troppo nota perché metta conto ripeterla qui. Ai due, entrambi rinomati alpinisti nel periodo tra le due guerre, fu concesso asilo politico a Lhasa finché non furono costretti a scappare dall’invasione cinese del 1950. Harrer, inoltre, divenne tutore e confidente del giovane Dalai Lama, che introdusse alla scienza e alla storia moderne.

 

(P. Hopkirk, Alla conquista di Lhasa)