giuliano

martedì 22 giugno 2021

(l'antropologo) & I DIVERSI (2)

 










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Circa la passeggiata dell'antropologo 








Quando Lynda Dematteo, antropologa francese che ha condotto una ricerca presso la sede bergamasca della Lega, in una discussione con il segretario locale dichiara con sincerità di non condividere le idee razziste del partito e ricorda che il richiamo ai celti evoca il mito ariano, il segretario le risponde:

 

E allora i bretoni sono nazisti? Gli irlandesi sono nazisti?

 

Ma gli italiani non sono celti. Bretoni e irlandesi hanno lingue celtiche,

 

…ribatte lei.

 

Ma come? Scusami, Bergamo è una città celtica!




Ecco un ottimo esempio delle connessioni evocate da Amselle, che sembra confermare quanto afferma Benedict Anderson, ossia che le comunità devono essere distinte non dalla loro falsità/genuinità, ma dallo stile in cui esse sono immaginate. Ciò che conta non è tanto la veridicità delle affermazioni e delle ricostruzioni storiche, quanto piuttosto la loro efficacia sul presente. Tale efficacia dipende dalla funzione che tali narrazioni possono svolgere nel presente e dall’influenza che riescono a esercitare sulla gente.

 

Occorre pertanto una certa dose di fantasia se non addirittura di menzogna, per convincere la gente di fare parte di uno stesso popolo ed edificare l’immagine di una nazione.

 

Qualsiasi nazione, soprattutto se ancora deve nascere, come la Padania.

 

Perciò nonostante la maggior parte delle affermazioni leghiste legate alla storia e all’identità non abbia alcun riscontro, la cosa ha poca, pochissima importanza, sarebbe sbagliato pensare che certe dichiarazioni siano vanificate una volta appurata la loro insensatezza. Esse diventano socialmente vere in quanto finiscono per alimentare un’identità in chi le ascolta e le prende per buone.




Non ci si può limitare a valutare la veridicità o meno di tali espressioni, ma la loro efficacia politica. In questo senso, per esempio, la Padania esiste solo nelle retoriche leghiste, corroborate da atti simbolici come il Giro ciclistico della Padania, l’elezione di Miss Padania. Si tratta di una scommessa, ma se questa scommessa viene vinta, la Padania esiste. Esiste perché è soprattutto un concetto culturale. Non importa se non se ne trovano tracce nel passato e nessuno in nessuna epoca mai si sia sentito padano, come dice Roberto Biorcio, attento studioso dei fenomeni leghisti:

 

la Padania esiste, perché esiste la Lega, non viceversa.

 

A differenza di quando accaduto in passato la costruzione della Padania, o meglio la sua invenzione, come dichiara con disarmante sincerità il titolo di un libro di Gilberto Oneto, uno dei primi ideologi della Lega, non è opera di élites intellettuali, impegnate seriamente nella ricerca di elementi che possano legittimare le aspirazioni di un ipotetico popolo padano. Si riscontra qui un primo elemento di diversità: rispetto ai nazionalismi classici, manca quasi del tutto l’apporto intellettuale. La retorica dominante è fatta di simboli abborracciati e di linguaggi volutamente, marcatamente e a volte forzosamente popolari, nel senso più basso, quasi triviali.




Se molti nazionalisti del passato volgevano lo sguardo alle civiltà classiche, è proprio contro la civiltà dell’antica Roma che le élites leghiste, assai più politiche che culturali, lanciano i loro peggiori strali. La loro fascinazione si esprime totalmente nei confronti dei popoli pre-romani, oppure, con una frattura storica ritenuta insignificante, dei Comuni medievali. La Lega sembra ricercare antenati mitici, senza però nemmeno sentire troppo il bisogno di definirli o individuarli.

 

Lasciata la discendenza culturale, si arriva all’eredità genetica, attribuendole la capacità di determinare i tratti culturali dei diversi popoli.

 

I padani sarebbero culturalmente diversi dagli italiani (sic), perché questi sono gli eredi degli etruschi, dei greci e delle popolazioni italiche che si erano stanziate nel Meridione, questa divisione è oggi puntualmente confermata dalle più moderne e attendibili indagini scientifiche che mostrano una penisola divisa in tre grandi aree dove dominano rispettivamente il residuo genetico dei liguri, degli etruschi e dei greci.




Premesso che non vengono mai citate le moderne e attendibili indagini scientifiche che sosterrebbero la teoria leghista, in tutta la retorica leghista c’è un forte richiamo al mondo contadino e in particolare a quello montanaro. Le valli alpine, in particolare quelle bergamasche, costituiscono lo zoccolo duro della fede leghista e uno dei più ampi e consolidati bacini elettorali. Inoltre, la montagna costituisce una sorta di marchio di genuinità: impadronendosi della retorica sui montanari forti e sinceri, semplici, fieri e generosi, rudi ma buoni, la Lega si costruisce un retroterra fatto di radici popolari, di costumi tradizionali dei bei tempi andati.

 

Non a caso in più di un articolo nei Quaderni Padani si sostiene la matrice alpina della Padania e dei suoi popoli e si esaltano i valori della gente di montagna. Il Po, in questo caso, risale i suoi affluenti, culturalmente parlando, per andare a ritrovare nelle purezze alpine popoli da pensare come antichi.




L’elaborazione identitaria della Lega è il risultato di un bricolage culturale iconoclasta e razzista, la costruzione del nemico si gioca quindi non sul terreno delle idee e della politica, ma sulla sua origine o sulla sua presunta cultura, pensata però in modo deterministico, come si pensa alla razza, vincolata al territorio d’origine e immutabile. Il primato va non al prodotto di un’elaborazione politico-culturale, ma all’autoctonia.

 

È nota la distinzione che gli antichi greci facevano tra civilizzati – coloro che parlavano correttamente il greco – e barbari (letteralmente balbuzienti), cioè gli stranieri che non conoscevano bene quella lingua. Queste due categorie non erano però ereditarie ed erano, invece, avocabili. Un barbaro che avesse imparato bene il greco non veniva più considerato tale; analogamente, il figlio di un barbaro, di quelli che adesso chiameremmo di seconda generazione, non si portava dietro il marchio del padre, purché sapesse parlare correttamente.

 

La distinzione tra greci e barbari si fondava sulla lingua, non sul colore della pelle o su altri tratti somatici. Si trattava di un fatto culturale, un gap colmabile e comunque non trasmissibile. Il legame fra terra e sangue rimanda, invece, a una concezione tribale e fissista: si nasce e non si diventa. L’individuo appare come condannato dalla nascita a essere ciò che la sua terra genera, come un prodotto naturale, d.o.c. Ecco allora che la metafora delle radici risulta quanto mai appropriata a questo tipo di discorso.




Siamo nel mondo della natura, di cui non si può e non si deve modificare il corso. La costruzione dell’altro si basa su un noi naturale, quando invece anche i noi sono costruiti: non sono dati in natura e nemmeno sono dati nella storia.

 

Invece, secondo Bossi,

 

i popoli sono il frutto naturale della famiglia naturale. E tutto ciò che è naturale è anche morale.

 

Ecco un altro sintomo di tribalismo.

 

Naturalizzando l’essenza umana, la cultura, e vincolandola alla terra, il noi diventa inevitabilmente un non-loro.

 

Trattiamo bene la terra su cui viviamo: essa non ci è stata donata dai nostri padri, ma ci è stata prestata dai nostri figli, recita un proverbio masai.




Al contrario, nella retorica leghista dell’autoctonia si evoca una terra lasciata dagli antenati e si sottintende un diritto di possesso inalienabile e di libero utilizzo. Questo può valere per la proprietà privata, ma una nazione non è fatta solamente di spazi privati, ma anche e soprattutto da beni pubblici e comuni.

 

L’ideologia leghista mescola elementi etnici a concezioni aziendali, care ai tanti piccoli imprenditori che costituiscono buona parte del suo elettorato. Nella piccola impresa i rapporti gerarchici sono ben chiari e definiti. Il padrone è il proprietario e gestisce la sua azienda senza intermediazioni. La presenza sindacale è scarsa, il rapporto datore di lavoro-dipendente è diretto, in molti casi fondato su relazioni di lunga conoscenza e di legami che vanno al di là del contratto aziendale.

 

Non ci sono la spersonalizzazione della grossa industria, né le istituzioni preposte a gestire i rapporti tra due funzioni come direzione e dipendenti. Questa concezione tribal-privatistica della terra e della cosa pubblica è perfettamente sintetizzata dallo slogan ‘padroni a casa nostra’, caro a molti leghisti, che ribadisce il diritto di possesso e di comando su una terra per il fatto di esserci nato e di discendere da generazioni nate e vissute lì. Un concetto che, corroborato da certe retoriche politiche, si traduce in un’insofferenza verso qualsiasi regola che limiti l’iniziativa locale.




Il paesaggio e l’ambiente sono beni comuni e la loro tutela pone dei vincoli, che spesso vengono mal sopportati dalle amministrazioni locali.

 

Qui emerge una contraddizione tra la retorica leghista e la pratica: da un lato si esalta il valore delle radici, della tradizione e del territorio; dall’altro possiamo vedere come, per esempio, i piccoli imprenditori del Nord-Nordest, protagonisti di un boom tardivo, non si siano fatti molti scrupoli a distruggere quel territorio tanto celebrato, facendosi forza dell’idea che a loro è dovuto.

 

Al lombardo e al veneto che lavorano dieci-dodici ore al giorno tutto deve essere concesso, nessun vincolo deve limitare chi lavora per arricchirsi. La concezione della Lega è infatti assolutamente antropocentrica: la natura esiste per essere asservita all’uomo, o meglio al profitto. Così accade che da una parte si devastino province intere con capannoni e magazzini, e dall’altra gli stessi protagonisti di tali interventi, finalizzati solo al guadagno, rimpiangano i bei tempi andati di una terra contadina dove si parlava in dialetto e non c’erano stranieri. Quegli stessi stranieri che in gran parte contribuiscono alla costruzione di tale ricchezza.

 

I masai guardano al futuro per difendere il presente; al contrario, da noi si guarda al passato per distruggere il futuro.

 

(M. Aime)






domenica 20 giugno 2021

DA QUAL BOCCA LA VERITA' (31)

 























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Dei racconti della Domenica,


ovvero: DA QUAL BOCCA LA VERITA' (30)











&  Il Capitolo (alle porte) completo... 


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L'antropologo (& i diversi)








....Riprese,

 

‘perché non ne faremo venire anche uno allegro, amante del lieto vivere?’

 

E Zeus:

 

‘Ah, no! non è dato di mettere il piede qui dentro a chi non segua i nostri principi’.

 

‘Se è solo per questo’,

 

ribatte Dioniso,

 

‘lo si faccia venire all’entrata, e lì lo si giudichi.

 

Dunque, se siete d’accordo, io ne conosco uno che, non inesperto nelle cose di guerra, è però assai più approfondito nei piaceri e nei godimenti. Venga, non oltre il vestibolo, Costantino!’

 

Ciò approvato, rimaneva ancora da deliberare la forma del dibattito.




 Ermete proponeva che ciascuno a turno parlasse delle proprie azioni, e poi gli Dei dessero il voto. Ma non pareva ad Apollo che questo modo garbasse, perché — diceva — di verità, non di arte persuasoria o di astuzia si fa questione da parte dei Numi. Sennonché Zeus, che voleva compiacere ad entrambi e, in pari tempo, prolungare di più in più l’adunanza:

 

‘Nulla vieta’,

 

dice, 

 

‘che si lascino arringare, misurando a ciascuno una piccola razione d’acqua, e poi si interroghino ammodo e si saggino i profondi pensieri d’ognuno’.

 

E Sileno, scherzando: 

 

‘Purché Traiano ed Alessandro, prendendola per nettare, non si tracannino tutta quell’acqua, e non lascino gli altri all’asciutto!’. 

 

...Ma Posidone:


 

‘Non della mia acqua, sì del tuo liquore andavano pazzi quei due signori. Il pericolo è dunque più per le tue proprie viti, che non per le mie fontane’.

 

Sileno, scottato, non fiatò più, e rivolse, da questo punto, tutta la sua attenzione ai contendenti….

 

 

Ermete faceva da banditore:





  

S’apre una gara

Che al vincitore

Gioia prepara

D’ambiti onor.

È tempo, via!

Che ormai si ascolti

La voce mia

Di banditor.

 

Voi che una volta,

Imperatori,

Osaste molta

Gente asservir,

E, guerreggiando,

Il fine ingegno

Al par del brando

Crudele acuir,

 

Ora ad eguale

 Lotta sorgete

Or quel che vale

Dimostri ognun!

 

Che la sapienza

Fosse lo scopo

Dell’esistenza

Parve a talun.

 

Altri i nemici

Di molti mali,

Di ben gli amici

Amò colmar.

 

Tale in conviti

Goder la vita,

D’oro e vestiti

Gran sfoggio far,

Al braccio in cima

Cinger monili

Stimò la prima

Felicità.

 

Ma dell’agone

A chi più spetti

Il guiderdone

Giove dirà.

 

Siam lieti di assistere

a tal evento propiziato

al banchetto offerto

in onor e per conto

dello stato

da loro troppo spesso seviziato.

 

Anche quando questo

offeso e vilipeso

da chi sazia il proprio appetito

al seggio conquistato

…e poi come sempre inquisito.

 

Non dimenticando così

pur con tutto l’affetto

compreso (nel prezzo)

che è pur banchetto e diletto

spesso ignaro all’ignaro popolo

agognato e digiuno

del vero movimento

con cui si compone

l’appetito di un potenziale recluso.

 

Ma solo in nome del potere detto

che rende l’innominato loro ardire

volontà e Dei reclamati

mai uguagliati nei lunghi digiuni

neppure - se per questo -

nel sobrio aspetto

dal tempio all’altare offerto:

 

nobile vista

penitente nella forma

aliena alla sostanza

crollata alla forza tellurica

di diversa Omerica Natura.

 

Consumati al banchetto 

e tradire in ogni loro dire

il principio offerto

motivo del palchetto

divisi ed uniti

consumati da ugual pasto

cambiare portata

 

così come un tempo

si era soliti

accompagnare il miele con le mele

alla bocca del porco

del porco offerto

teatro della commedia

recita di un impero.

 

Dolce e salato

con il contorno estasiato

da chi esiliato

nutrire il misero corpo

con ordine e gradimento

adatto - oltre al palato -

anche all’antico Spirito vegetariano

ed ugualmente esiliato.

 

Ma s’aprano le danze

chi della democrazia

non meno della filosofia

nonché del povero Nazzareno

fece scempio

tutto il popolo è cameriere

nell’ora in cui la Grande Notizia

al banchetto e cospetto

di un ben diverso movimento…

 

(Giuliano dedicato ai Cesari) 

       

 


 In seguito, fu un’altra leggenda a farsi strada.

 

Secondo la leggenda la Bocca della Verità fu realizzata da Virgilio Grammatico, erudito vissuto nel corso del VI secolo ed esperto di arti magiche. Costui incaricò l’idolo di scoprire gli uomini e le donne che si erano macchiati di tradimento. La leggenda fu confermata da alcuni scritti risalenti al XV secolo, nei quali viaggiatori tedeschi e italiani ricordano che la lapide della verità aveva il potere di indicare le donne che avevano tradito i propri mariti.

 

Un’altra leggenda proveniente dalla Germania e risalente al Quattrocento, racconta di quando la Bocca non osò mordere la mano di un’imperatrice romana che, malgrado avesse tradito il marito, fu risparmiata.




 La storia si intreccia con un’altra leggenda in auge nel Medioevo. Una giovane donna, condotta dal marito sospettoso davanti alla Bocca della Verità, riuscì a salvare la mano grazie ad un espediente. La ragazza, infatti, chiese all’amante di raggiungere la piazza e di fingersi pazzo, quindi di abbracciarla davanti alla folla. L’amante fece esattamente ciò che gli fu chiesto, cosicché quando la donna infilò la mano nella Bocca, giurò di essere stata abbracciata soltanto dal marito e dall’uomo accorso quel mattino stesso. Trattandosi della verità, la donna superò indenne la prova, nonostante avesse commesso davvero l’adulterio.


[& il capitolo completo]

 

Il nome con cui tutti conosciamo l’effige fece la sua prima comparsa in un testo del 1485: da allora, la Bocca è diventata una delle opere più famose della città, costantemente menzionata tra le curiosità di Roma. Dal testo stesso apprendiamo che in origine era collocata in un’altra posizione e che fu Papa Urbano VIII a farla spostare al di sotto del portico nel 1631.

 

La Piazza in cui fu sistemata la Bocca della Verità sorge all’incrocio tra Via della Greca e Via Luigi Petroselli, nel rione Ripa. Situata nell’area su cui una volta sorgeva il Foro Boario, di fronte all’Isola Tiberina, prende il nome dalla Bocca della Verità, che presumibilmente fu collocata sulle pareti esterne della chiesa di Santa Maria in Cosmedin già prima del Quattrocento.









 

martedì 15 giugno 2021

UNO STRUMENTO PER FARE STRUMENTI (20)

 










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Uno strumento per fare strumenti (19/1)


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Capitolo (al completo...)


& ancora alla miniera del fabbro (21)








Le indagini sugli stress ambientali sono importanti a livello di ricerca di base per comprendere certi meccanismi biologici: spesso le informazioni sulla cellula alterata contribuiscono alla conoscenza della fisiologia di quella sana. Inoltre, aumentano le evidenze a favore dell’ipotesi di risposte generalizzate delle piante ad aggressori diversi (si pensi al caso delle “proteine di patogenesi”, che si vengono a formare a seguito dell’attacco da parte di numerosi fattori, biotici e non). È, ormai, consolidato lo studio degli effetti dell’ozono come strumento per chiarire il comportamento dei vegetali nei confronti di altri agenti ossidanti (bassa temperatura, carenza idrica, radiazioni UV, senescenza fisiologica, ecc.).

 

Oggi il problema principale non è rappresentato dalla presenza di condizioni tali da compromettere in maniera eclatante la vita delle piante – si pensi che negli anni ’20 fu necessario trasferire il National Pinetum da Kew (Londra) a un sito remoto, perché l’inquinamento urbano era incompatibile con la sopravvivenza di alcune specie: la situazione attuale è caratterizzata dalla presenza diffusa e ricorrente di quantità anche minime di numerose sostanze, che possono interagire in un contesto che provoca fenomeni biologici di difficile identificazione.

 

Le acquisizioni, anche tecnologiche, in materia hanno delineato quadri preoccupanti, che prevedono la presenza di situazioni a rischio ormai, così che – parafrasando un aforisma dello scrittore inglese Aldous Huxley (1894-1963) – possiamo affermare che




la fitotossicologia ha compiuto tanti e tali progressi che oggi praticamente … non c’è una sola pianta sana!

 

Si parla ormai di standard per la protezione della vegetazione, e le complesse procedure di valutazione di impatto ambientale non possono più prescindere dal trattare i temi in questione.

 

In un’elaborazione puntuale delle linee di intervento delle istituzioni pubbliche, argomenti quali quelli degli effetti degli inquinanti sulle popolazioni naturali – oltre che sulle specie agrarie e forestali – devono necessariamente trovare quegli spazi che loro competono, in relazione alle attuali condizioni culturali e scientifiche.

 

Si rende necessario fornire agli amministratori risposte inequivocabili, che definiscano il reale impatto dell’inquinamento sui numerosi recettori, in particolare sulle piante. In definitiva, dobbiamo conoscere gli effetti economici (in Europa le perdite annue del settore agricolo attribuite all’inquinamento dell’aria superano ormai i sei miliardi di euro) ed ecologici subiti dalle piante: solo allora saranno chiari i benefìci che possono derivare da una riduzione del carico di contaminanti. 

(Lorenzini/Nali) 




…Parrà strano… eppure ciò di cui mi diletto ed osservo è solo un fitto Bosco il quale anima il segreto Spirito, il quale alimenta non certo brace e rogo avverse alla Vita, ma Fuoco qual antico Elemento ispirare invisibile struggente desiderio suggerire segreta Parola segreta Rima… Preghiera antica…

 

Parrà strano, dicevo, ma taluni vedono solo un bosco d’inverno o d’estate fiorire in Primavera dopo un letargo di un Universo invisibile risplendere al big-bang di nuove stelle formare materia divina, questa l’apparente Poesia, ma poiché fui esiliato per questa cima, per questo confino, son rinato ad un Secolo ove il libero arbitrio inquisito non meno di ciò cui si diletta lo sguardo non visto.

 

Sì! Certo! So bene e bene comprendo qual rischio d’infermo ‘corro’, solo per dimostrare a codesti nuovi ed antichi industriosi ‘alchimisti’ del proprio secolar mestiere, che v’è ben altro ardire, v’è ben altra luce regnare non vista, così in assenza della Freccia del Tempo e con solo una viola antica in questa fredda e calda mattina, medito il bosco ed ammiro da mistico la sua Parola divenire Rima…

 

…E farsi Vita…   



                   

 Del resto il nostro Cesare (Croce) era fedele a una filosofia della storia che vedeva susseguirsi generazioni di uomini sempre più squallide e decadute, sempre più lontane dalla felicità primitiva e guaste dal progredire d’un mondo sempre più ottuso, brutto, ignobile, senescente.

 

In un altro contrasto, rimasto inedito, egli simboleggiò (al solito in chiave comica e deformata) la battaglia fra il ‘Dritto’ e il ‘Roverso’, fra il positivo e il negativo, fra il bello e il brutto, il buono e il cattivo, fra il cosiddetto progresso e lo svolgersi in avanti della storia (il Roverso)e il mondo edenico primitivo e favoloso, l’età dell’oro (o il mondo di Cuccagna) simboleggiati dal ‘Dritto’:

 

Bello era il mondo allora ... prima che la storia (il  Roverso) lo inquinasse, crude! ed indiscreto:

 

Quivi era il basso, il fuori, il negro e ’l brutto nimici a l’alto, al dentro, al bianco, al bello...

 

La grande figurazione popolare del mondo rovesciato prende nelle sue pagine il grigio colore moralistico della stagione empia, dove tutto è decaduto, involgarito, scomposto, alterato…

 

 

Io rispondo a ciascun che la stagione

Empia dove noi siamo a ciò mi tira,

E mi da di doler ampia cagione,

 

Però se’ l miser cor s’ange e sospira,

Vien che corrotte son l’usanze buone,

E ogn’un a l’util suo risguarda e mira

 

E ciascheduno aspira

Al guadagno, per dritta o torta strada,

E sol’ attende a quel che più gli aggrada,

 

E più nissun non bada

A la virtù, ma ogn’un gli fa contrasto,

Che tutto il mondo è rovinato e guasto…




  Nulla mutato, l’inquisitore è là fuori a fustigare la ragione del mio respiro una Foglia, anzi no! Che dico! Un’Infinito Oceano dall’apparente Nulla di ciò, che in verità e per il vero, non riesce a vedere o fors’anche solo ammirare, fa finta di nulla, ogni tanto si volta e mi guarda come se i secoli da quel ‘Beneficio’ mai fossero passati…

 

Io non visto, seppur calunniato ed da ognun deriso e mal-descritto, nell’alchemico laboratorio – d’un antico principio dismesso - distillo la Foglia, la curo la prego l’ammiro la ricongiungo alla segreta Infinita stagione coniare l’Elemento nell’apparente paradosso privo ed in difetto del pensiero… divenuto eretico nel secolar Tempo riflesso…

 

Ed ad ogni pozzanghera la scorgo riflessa suggerire una Rima, ed il mio angelo - segreto fedele compagno per siffatta medesima invisibile via - illuminarsi la vista e pregare una nuova Poesia da una stagione apparentemente morta…




 …Vari trionfi della pazzia, l’elogio del vagabondo, del pazzo, del buffone, del semplice di cuore e di mente, attestavano la bancarotta dell’immagine privilegiata dell’uomo elaborata dalla cultura umanistica e dal platonismo esoterico.

 

Il Viaggio verso l’alto attraverso note di Liuti miracolosi entro il rigore di fasti di Tempi celebrati, era finito in un tumultuoso capitombolo verso il basso, verso la rovina della Terra.

 

Si conosce il Roverso della medaglia!

 

L’‘homo quidam deus’ si era svegliato dal sogno impossibile vestito dei rozzi panni di Croce o degli stracci dei pezzenti, dei dementi e dei vagabondi; l’aristocratico filosofo che aspirava a trasformarsi in angelo di luce si specchiava nel grottesco mascherone faunesco delle inferiche divinità orfiche, e il divino volto umano, modellato a simiglianza di quello divino, si scopriva contraffatto dalla maschera, maligna manifattura del nemico di Dio braccato da presunti falsi cristiani… 

(Camporesi)




 …Sarà forse che eravamo nell’Inverno d’un antico èvo rinato, e qualcuno cogita che Nulla mai potrà nascere da codesto ghiaccio, eppure la Poesia così come la vista non tradiscono l’ingegno con cui condisco il piatto del misero esilio, e so’ per il vero che in ugual caverna dove forgiammo il Tempo quando fummo Dèi di un’altra vita nascerà un nuovo Profeta…

 

Del resto pur le immani divisioni che qui dalla finestra ammiro, regna come una folta chioma fitta di colori formare l’Universo di codesto segreto dire, mentre fuori l’inquisitore spacca e scalcia la propria bestemmia nell’ortodossa parola, maledire la nebbia farsi ghiaccio ed imprecare alla luna abdicando, così come l’istinto privato del Principio, il mistico e sublime rimembrare ad un glutterato urlo…

 

Forse anche lui nato in medesima grotta incidere pittogramma non ancora parola…

 

Forse solo un problema di gola giacché il suo vorace appetito saziarsi con tutto ciò che corre e vola e certo è neppure un Dio…

 

Comunque parrà strano mi sento come rinato, mi dettero del rivoluzionario accompagnato ad una elemosina urlando maledicendo e promettendo la loro ed altrui vendetta, aggiungendo di badare bene nel saper distinguere la vera ricchezza… nel riconoscere la legge… scritta per ogni Verbo e Versetto così ben pregato…

 

Mi confusero per un Eretico, il mio passo fu’ tradito ed ora ammiro il volto del mio Dio farsi per entrambi sacrificio.

 

Eppure non immaginate quanto sia bello, battezzerei ogni adulto e neonato di questo piccolo paese con l’acqua da cui scorgo riflesso un mondo da allora mai visto mai compreso, e se pur nel paradossale Infinito motivo (giacché la vera Natura per sopravvivere dagli strani accidenti accompagnati da secolari intrighi ed accadimenti), deve porre un regale velo non visto - come la sottile crosta di ghiaccio con cui giornalmente combatte l’inquisitore di ogni stato… - divenire torrente di parole fuoriuscire dagli argini grammatica di vita accompagnata dalla valanga di una simmetria donde deriva….

 

…E divenire Eresia oppure Rima…

 

È  certo poi che su questa montagna verrà un alpinista: un discepolo nonché dotto ortodosso grammatico della parola scalare ogni cima e porsi indisturbato sulla vetta…

 

Dopo di lui una strana ‘parabola’ che pur parlando non favella di più da quanto lo stesso - curvato in medesimo passo - cacciare in queste ed in ogni montagna la propria ed altrui cena - sempre nella caverna assiso distribuire il fuoco divenuto rogo all’evoluto e secolare ingegno… poi ad un orto l’ultima bestemmia ancora non udita…

 

Sarà perché ancora Inverno neppure Primavera in medesima attesa…

 

Ma noi esseri privi del suo immane ed imparagonabile ingegno guardiamo una diversa Natura correre e scalciare reclamare la disavventura da un precipizio farsi abisso dalla montagna vomitare tal evoluto ingegno, sicché con medesimo accorato Spirito divengo una sol cosa con quell’Anima-Mundi un giorno pregata…

 

Mi inseguì lungo ugual cammino, poi quando ebbi certezza della sua compagnia non vista, corse di fretta sapendosi pensata, come per dirmi:

 

‘ecco il Pensiero farsi corsa privo di Parola e in cerca di quella sono il tuo geroglifico non meditare il Tempo… folle di un invisibile Primo Dio ancora braccato, ecco ciò che rimane del mio amore nutrito, lo porto sulla bocca dopo averlo partorito ed ora mentre ti fisso con occhio di ciò che vai cercando e pregando, lo poggio a terra abbiatene cura’…

 

Avrei voluto bere il vino di quel medico maledetto, avrei voluto maledire quel troglodita ed il suo piatto affisso e piantato cornice del proprio ed altrui trono, per ogni testa mozzata coniare l’araldo della secolare moneta, avrei voluto scacciare ogni demone nominato evoluto, avrei voluto abbracciare ogni fratello Pioppo e piangere all’infinito la fame di una Natura che aveva reclamato la grande ingiustizia…

 

Sì! Certo!

 

…Mi dirai tu santo del comune tomo che di fame è composto l’Universo intero, ma sappi amico mio che privati della vista con cui ogni profeta conia la propria ed altrui Rima nell’ortodossa via, pochi saranno i veri ‘versi’ narrare l’invisibile Sua voce e segreta dottrina in ugual sacrificio lungo la via…

 

…Mentre osservo la chioma divenire bosco e poi invisibile Storia di ugual Memoria…


[il capitolo al completo...]