giuliano

lunedì 28 novembre 2016

DAL MAR BALTICO ALLA LUNA (12)




















































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Dal mar Baltico.... (1/11)

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Dal mar Baltico alla Luna ovvero: delle scoperte fatte del dott. G. Herschel (13)














Furono decine di migliaia le copie vendute dal New York Sun prima che qualcuno si rendesse conto che era … fantascienza, non scienza. 
Tanto per capire la proporzione, considerate che già l’edizione con la seconda puntata vendette la bellezza di diciannovemila copie, ottenendo la diffusione più ampia di qualsiasi altro quotidiano su tutto il pianeta. La bufala si estese in maniera virale, anche (dettaglio non trascurabile) tra gli scienziati, prima che qualcuno capisse che si trattava di una completa invenzione. Del resto, la scienza ufficiale non viaggiava molto lontano da quanto l’articolista (forse tal Richard Adams Locke, nella realtà) aveva osato immaginare.




A ulteriore conferma del fatto che la scienza non è mai avulsa dal suo tempo e – lungi dal costituire  una sorta di indagine asettica del reale – incarna e fa propri gli aneliti e i desideri più propriamente umani caratteristici di ogni epoca. Come pensare altrimenti, se consideriamo infatti che un docente di astronomia presso l’Università di Monaco, Franz Von Paula Gruithuisen, aveva pubblicato nel 1824 un documento che si intitolava “La scoperta di molte distinte tracce di abitanti lunari, in particolare di uno dei suoi edifici colossali” (già il titolo farebbe sobbalzare sulla sedia qualsiasi scienziato odierno) nel quale sosteneva di aver osservato diverse tonalità di colori sulla superficie del nostro satellite, che lui correlava – disinvoltamente, diremmo oggi – con diversi climi e differenti zone di vegetazione?
Arrivando perfino a correlare linee e forme geometriche da lui osservate con la probabile esistenza di muri, strade, città e fortificazioni?




Va detto che un margine di eccentricità doveva comunque essere percepibile anche allora, perché probabilmente – al di là dell’aumento di tiratura – teorie come quella di Gruithuisen erano proprio il bersaglio dell’operazione satirica.  Consideriamo comunque che queste teorie – per quanto eccentriche ci sembrino oggi – erano il prodotto accademico di scienziati professionisti. Certo non tutti erano così fantasiosi, non tutti azzardavano ipotesi così rischiose, ma tant’è. Sorprende, forse. Ma solo a chi non comprenda come la scienza sia molto, molto più umana (e dunque molto, molto più interessante) di come tanta cattiva cultura, ancora permeata di influssi crociani, ci porta a pensare. Quella “cultura” che vede la scienza appena  come misuratrice della realtà. 




No, la scienza ECOLOGICA ed UMANA è molto di più.
E anche questi episodi “minori” ce lo insegnano.




La scienza è legata intimamente alle altre attività culturali dell’uomo (ove l’uomo ricerca la natura e il senso di sé nel mondo), è iscritta a pieno titolo nel suo tragitto culturale e di scoperta.

E’ insomma parte integrante dell’avventura umana… 


















domenica 27 novembre 2016

INSOLITI VIAGGI ONIRICI: ovvero... racconti della domenica (2)



















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Insoliti Viaggi Onirici (1)














...Quella pianura o meglio quel deserto di ghiaccio, era però affatto spopolato. Non si vedeva, su quella candida superficie, alcuna macchia oscura che indicasse la presenza di qualche foca o di qualsiasi altro animale. Solamente in aria volavano pochi Aenops aura, puzzolenti uccelli che cadendo vomitavano una tale quantità di sterco, da infettare l’aria per parecchio tempo.
- Ebbene amici, cosa dite di questo viaggio? chiese Willkye ai due velocipedesti.
- Che se non sopraggiungono delle disgrazie, noi vedremo ben presto il polo, disse Peruschi.
 - Ed io dico che non ho mai viaggiato così comodamente, disse Blunt.
Un viaggio di 3000 miglia sui ghiacci! …..Tenterebbe molte persone, signor Wilkye.
 (E. Salgari)




 …Cenando a un piccolo albergo ebbi l’occasione di trovarmi a tavola di fronte a un simpatico giovane, biondo e paccherotto, uno studente tedesco che parlava abbastanza bene il francese. Che piacere poter scambiare in una lingua che conoscevo anch’io una chiacchierata dopo tanto tempo di quasi assoluto silenzio! 
Pensate che i miei compagni fonditori non parlavano fra loro neppure il tedesco, ma un dialettaccio detto ‘platt’, incomprensibile per me quanto il cinese. Il mio tedesco era venuto a Lubecca anche lui per vedere la gelata del mare e l’indomani mattina, mi disse, sarebbe andato a Travemunde con una bicicletta presa a nolo. Idea ottima, era una fortuna, perché avrei fatto altrettanto anch’io accompagnandomi a lui.
Così andammo subito a cercare un noleggio e trovammo tosto le macchine di quel tempo. Non ridete: 20 chili di peso e gomme tubolari. Voi sapete forse sì e forse no cosa siano le tubolari. Le gomme pneumatiche, così confortevoli per la loro elasticità, sono venute solo dopo quelle più piccole, formate da un anello di gomma piuttosto spessa, con un foro del diametro di 2 cm. nel mezzo, in guisa di anima vuota, per dar loro un po’ di elasticità. Queste gomme non si sgonfiano coi chiodi, ma in compenso ammaccavano per bene in giù dalla schiena.




La strada gelata, con ormaie profonde e dure come roccia, per fortuna quasi senza neve, mise a prova i nostri garretti. Quei 23 km. furono un record di equilibrio e di pazienza, ma non certo di velocità, vi mettemmo forse un’ora e mezza. Non c’è niente da ridere: il cammino era pessimo ed anche non bisognava sconquassare le macchine che ci erano state concesse solo contro una garanzia in buoni marchi. Avevamo lunga strada fatta una gran mangiata di un delizioso pane ancora caldo, appena sfornato: il mio tedescone vi aveva già bevuto su un krug di birra con due wursten aggiungendovi, come giaculatoria di soddisfazione: Ach Gott, ja!
E’ incredibile la massa di roba che ingurgitano i tedeschi. Noi italiani - ditelo pure a fronte alta a inglesi, francesi e tedeschi senza paura di smentita - noi italiani siamo molto più parchi.
Tosto arrivammo al porto e al mare.   impressione fu un po’ così così. Il mare ghiacciato non è punto maestoso. Ha l’aria casalinga di una gran distesa di campagna senz’alberi, coperta di neve sfatta e poi ricongelata. Nessun candore, nessun scintillio. Una pianura grigiastra, monotona, senza grandiosità, che si perdeva in distanza nelle brume. All’orizzonte rompeva il cerchio un filo di fumo, come se un accampamento disperso vi fosse un fuoco acceso. A pochi passi dal porto si alzava la torre rotonda di un piccolo faro con la lanterna a cupola sopra un terrazzo. Salimmo: il fanalista ci diede un cannocchiale.




 Guardammo il fumo. Oh, sorpresa! Era di un piroscafo – e lo seppi dopo – russo, carico di grano, in rotta forse per l’Inghilterra, arrestato dall’improvvisa gelata e che ora si sforzava, nel modo che vi racconterò più avanti, di riparare nel piccolo porto di Travemunde, ove sarebbe stato obbligato a rimanere fino a primavera.
…..Fatta la provvista di cibarie scendemmo alla spiaggia, attraversammo in qualche modo, macchina a mano, i primi 20 metri di ghiaccio disordinato, poi in sella.
Non era poi il diavolo, perbacco!
Si camminava adagio, è vero, ad un passetto di 8 km. all’ora, ma sicuri e trionfanti su una superficie non molto diversa, in fondo, da quella di un campo di neve sciolta dal sole e rigelata di notte. E tuttavia l’emozione nostra era grande. Avevamo sotto bensì un pavimento che non sembrava preoccuparsi del nostro peso, ma a noi pareva di essere così insignificanti. Insomma, si andava avanti senza sprofondare. Il giovane tedescone sbocconcellava del pane addentando di tanto in tanto una salsiccia e brontolava con una sorta di allegria concentrata: Ach Gott, ja; ach Gott, ja!




Ma, dopo 3 o 4 km., quando già ci pareva di dover vedere il vapore di momento in momento, le cose cambiarono malamente. La superficie del mare si fece tutta rugosa di piccole conche profonde 8-10 centimetri, larghe 30 o 40, come certi nevai alpini alla fine d’estate. Con miracoli d’equilibrio si poteva restare in sella, ma la ruota davanti o quella di dietro sdrucciolavano di continuo a destra o a sinistra sul fondo della concavità.
Ach Gott, nein! espettorava quasi con violenza il mio tedesco che non poteva più rosicchiare a sua posta. Ma tenevamo duro tutti e due. Benedette le biciclette pesanti e forti: che strappi ai manubri! Però guai a fermarsi, non era facile rimettersi in sella. Quel tratto di mare si era probabilmente congelato prima di acquetarsi del tutto, e mi faceva pensare con sospetto a come sarebbe stato più avanti. Più avanti s’incominciò invece ad andar benino……
(Luigi Vittorio Bertarelli)




Passata la prima tremarella, quel dondolìo  ci parve  poi la cosa più naturale. Del resto anche quel ghiaccio era naturale a suo modo. Battendovi il piede, l’orma si imprimeva per un paio di centimetri e s’empieva di acqua. A fianco del vapore, uno di qua e uno di là, due altri rompighiaccio guizzavano senza posa innanzi e indietro vietando ai lastroni di rinsaldarsi.
Saltando dall’uno all’altro, come vedevamo fare gli uomini, arrivammo alla scaletta e salimmo sulla nave. Mentre eravamo così a bordo giunse da terra un fotografo in slitta tirata da quattro cani; piantò la sua macchina a un centinaio di metri; io mi arrampicai sul sartiame e così rimasi nella fotografia che poi, per la tenue moneta di 3 marchi, mi fu mandata a Milano. Intanto il sole stava per calare. Mezz’ora dopo, senza essere ancora tramontato, s’era completamente spento nelle brume dell’orizzonte. Allora si produsse in noi, che eravamo ridiscesi sul ghiaccio, un’impressione improvvisa di freddo e solitudine.
Cessati i riflessi dell’astro, una tinta plumbea si diffuse su ogni cosa. Nel vapore si erano accese luci di lampade che si scorgevano nelle finestre dei fianchi. Aveva ora i fuochi di posizione: il fanale bianco fra la prora e il trinchetto, quello rosso di babordo sul fianco destro, il verde di tribordo ci restava nascosto. I rompighiaccio continuavano con sordo rumore l’opera loro, bassi e striscianti, quasi nell’ombra. 




A casa, a casa presto!
Troppo ci eravamo attardati.
Sentimmo che quel naviglio ci era estraneo, che eravamo soli e non dovevamo perdere tempo. Ci colpì come cosa impensata il ricordo delle biciclette abbandonate là, nella sterminata accozzaglia di rottami ove dovevamo ritrovarle, prestissimo, prima che le tracce se ne perdessero nel crepuscolo.
Presto, presto!
Filammo, con le ali ai piedi e per verità il cammino, col quale ci eravamo famigliarizzati, senza più le distrazioni della venuta né i dubbi, ci parve e fu ben più breve. In venti minuti fummo alla barriera e Ach Gott, ja, ja! ci trovammo proprio davanti a noi, per un vero miracolo, dormenti sul loro piedistallo le nostre biciclette.
E come fu?
Quel tratto a buche, che ci era apparso quasi impraticabile, ora, nella febbre del ritorno, ci sembrò tutt’altro: molto più facile. Ah, l’esperienza che maestra! Si accesero nella penombra della costa i due fari di Travemunde. Ach Gott, ja, che comodità! Uno basso, rosso, fisso; l’altro più alto, ammiccava a eclissi, mezzo minuto scintillante, mezzo minuto spento.
E ci chiamavano a sicura meta.
Noi volavamo – relativamente – vale a dire che ormai sul ghiaccio buono andavamo a forse 15 km.
 Ah, quando fu finita!
Bello il mare gelato in bicicletta… quando si mette piede a terra. 
(Luigi Vittorio Bertarelli)






























giovedì 24 novembre 2016

L'HOMUNCULUS (6)



















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L'homunculus (5/1)

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Dalla terra alla culla (ovvero due facce della stessa medaglia) (7)














E queste digressioni inaspettate all’occhio vigile della nutrice poste la quale giammai si nutre dei propri ed altrui ‘putti’ aumenteranno piuttosto che diminuire, come quei vagiti dell’Universo a cui, la ‘nutrice’ detta, regola la ‘pentola’ nella miseranda Genesi della disgraziata e malferma sua venuta…
…Così si tratta di andare avanti senza fretta, facendo il proprio comodo, scrivendo giacché proprio questo la tormenta: la verità in questa sua favola è cosa poco gradita…
…Ma anche questa è una Storia…. già detta…




….Vorrei che mio padre e mia madre, o meglio, tutti e due, come era loro dovere, avessero pensato a quello che facevano, allorché mi misero al mondo…
DIAMINE!
Avrebbero dovuto considerare le conseguenze di certi loro atti!
Poiché non si trattava soltanto di produrre un Essere pensante, ma di occuparsi della buona formazione del suo corpo, forse, e fors’anche della sua intelligenza e del suo carattere; e per quanto essi ne sapevano, fino a prova contraria, il destino stesso di tutta la sua famiglia poteva dipendere dalle condizioni di spirito in cui si trovavano nel MOMENTO CULMINANTE.
Se i miei genitori avessero opportunamente valutato e ponderato tutto ciò e avessero agito in conseguenza, io ho la certezza che avrei fatto nel mondo ben altra figura di quella che probabilmente il lettore mi vedrà fare. Credetemi, buona gente, questo punto non ha così poca importanza, come molti di voi potrebbero supporre.
Penso che voi tutti abbiate udito parlare delle ‘essenze vitali’, di come si trasmettono dal padre al figlio, eccetera, eccetera… e di molte altre cose inerenti a ciò; ebbene, credetemi, nove volte su dieci il buon senso o la stupidità di un uomo, i suoi successi o le sue disgrazie in questo mondo dipendono dal dinamismo e dagli impulsi di queste essenze vitali, nonché dai vari indirizzi che voi imprimete loro in quel determinato momento culminante.
E quando avete dato loro l’avvio, giusto o sbagliato che sia, ecco che se ne vanno confusamente, come pazze frenetiche, e, calcando più volte le stesse orme, ne fanno una strada levigata e agevole come il viale di un giardino, dalla quale, una volta addestrate, neppure il diavolo le potrà più dirottare.




‘SCUSAMI CARO’, chiese mia madre… ‘NON TI SEI PER CASO DIMENTICATO DI RICARICARE LA PENDOLA?’.

‘PER…!’ strillò mio padre, pur sforzandosi nel contempo di moderare il tono della voce… ‘E’ MAI CAPITATO, DALLA CREAZIONE DEL MONDO, CHE UNA DONNA INTERROMPESSE UN UOMO CON UNA DOMANDA COSI’ STUPIDA?’.

Però, se ci ripenso non vedo assolutamente nulla di strano in quella domanda di mia madre. Vi dirò soltanto, signore, che era forse un poco inopportuna, poiché disperdeva quelle essenze vitali, la cui missione era di scortare l’HOMUNCULUS e di condurlo sano e salvo al luogo destinato a riceverlo.
L’HOMUNCULUS, signore, per quanto sembri vivere una vita bassa e ridicola agli occhi di quest’epoca frivola e stravagante o piena di pregiudizi, viene però riconosciuto da chi ragiona scientificamente come un ESSERE che deve venir tutelato nei suoi diritti.




I filosofi dalle vedute aperte, che, tra parentesi, sono anche quelli dotati della maggior comprensione ci dimostrano in maniera inconfutabile che l’HOMUNCULUS è creato dalla sua mano divina, generato secondo il medesimo processo naturale, e dotato delle identiche facoltà dinamiche nostre: asseriscono che egli è fatto, come noi, di pelle, capelli, grasso, carne, vene, arterie, legamenti, nervi, cartilagine, ossa, midollo, cervello, ghiandole, organi genitali, umori e articolazioni. E’ un essere altrettanto attivo quanto il Lord Cancelliere d’Inghilterra, ed è, nel vero e più sincero senso della parola, un nostro simile. E’ una creatura cui si può fare del bene, oppure nuocere, cui si può porgere aiuto; che, in una sola parola, può rivendicare tutti quei diritti umani che Marco Tullio Cicerone ed i migliori moralisti riconoscono ai propri simili.
Ora, caro signore, che direste se qualcosa fosse accaduto a quel povero essere durante il suo Viaggio solitario?
O se, preso dal panico, fenomeno del resto naturale per un viaggiatore giovane come lui, il mio ometto avesse terminato l’ultima tappa miseramente sfinito? con forza fisica e virilità ridotte al minimo, con le stesse sue essenze vitali turbate in modo indescrivibile?
E che direste poi se, in questa miseranda nonché triste condizione di disordine nervoso, egli fosse rimasto preda di improvvisi spaventi o di una serie di fantasie o sogni malinconici, durante nove lunghi, lunghissimi mesi?
Io tremo al pensiero che tale possa essere la causa delle mie mille e mille debolezze del corpo non meno dello spirito, debolezze cui neppure l’abilità di un medico o di un filosofo o ancora di un teologo, poté in seguito porre completo rimedio…

(L. Sterne, Vita e Opinioni di Tristram Shandy)














  


domenica 20 novembre 2016

INTERMEZZO VENATORIO: il cacciatore (2)































'Solo per voi’ mi disse: ‘non posso servire a tutti un simile piatto!’.
‘Di che cos’è dunque quell’arrosto?’.
‘Filetto d’orso, nient’altro!’.
Avrei preferito che mi lasciasse credere trattarsi di un semplice filetto di bue. Guardavo macchinalmente quel cibo decantato. Esso mi ricordava quelle disgraziate bestie che da piccolo avevo visto ruggenti e infangate, con una catena al naso e un uomo all’estremità della catena, ballare pesantemente, a cavallo d’un bastone, come il bambino di Virgilio; sentivo il rumore sordo del tamburo su cui l’uomo batteva, il suono acuto del piffero in cui soffiava, e tutto ciò non contribuiva a creare in me alcuna speciale simpatia per la carne che avevo davanti. Avevo preso l’arrosto sul mio piatto, e dal modo trionfante con cui la forchetta vi si era piantata, avevo sentito che possedeva per lo meno quella quantità che doveva rendere così infelici i montoni di mademoiselle Scudéry.
Tuttavia esitavo sempre voltandolo e rivoltandolo sulle due facce rosolate allorché l’albergatore che mi guardava senza comprendere il motivo della mia esitazione mi decise con un ultimo: ‘Assaggiatelo! Mi saprete poi dire se è buono!’.




Infatti ne tagliai un pezzo grosso come un’oliva, l’impregnai di tutto il burro che era capace di assorbire e scostandolo le labbra lo misi fra i denti spinto più dalla vergogna che dalla speranza di vincere la mia ripugnanza. L’albergatore, in piedi dietro di me, seguiva tutti i miei movimenti con l’impazienza benevola d’un uomo sicuro e felice di potermi fare una lieta sorpresa.
Confesso che la mia fu grande.
Ciò nonostante non osavo manifestare subito la mia opinione; credevo ancora di essermi sbagliato: tagliai silenziosamente un secondo pezzo, grande il doppio del primo, gli feci prendere la stessa strada con le medesime precauzioni e quando fu trangugiato: ‘Ma è proprio orso?’ dissi.
‘Orso’.
‘Davvero?’.
‘Parola d’onore’.
‘E’ veramente straordinario!’.
In quello stesso momento l’albergatore fu chiamato alla tavola grande. Vi andò, ormai sicuro che stavo per fare onore al suo piatto favorito, lasciandomi alle prese col mio arrosto. I tre quarti erano già scomparsi quando ritornò, e riprendendo la conversazione nel punto in cui l’aveva interrotta: ‘L’animale col quale siete alle prese’ disse ‘era una bestia famosa’.  




Feci col capo un segno di approvazione.
‘Pesava trecento chili!’.
‘Bel peso!’ (Non perdevo un boccone).
‘Non lo si è potuto prendere senza fatica, ve lo garantisco!’.
‘Credo bene!’ E mi misi in bocca l’ultimo pezzo.
‘Quel mostro ha mangiato metà del cacciatore che l’ha ucciso’.
Il boccone mi uscì dalla bocca come se una molla lo avesse rovesciato.
‘Che il diavolo vi porti!’ dissi, voltandomi dalla sua parte ‘Non si fanno questi scherzi ad un uomo che sta mangiando..’.
‘Io non scherzo, signore; è la verità’.
Sentivo il mio stomaco rivoltarsi.
‘Era’ continuò l’albergatore ‘un povero cacciatore del villaggio di Fouly, chiamato Guillaume. L’orso, di cui non resta più nulla al di fuori di quel piccolo pezzo che avete là sul vostro piatto, veniva tutte le notti a rubare le sue pere; poiché tutto va bene per quelle bestie.
Tuttavia si rivolgeva di preferenza ad un albero carico di pere bergamotte. Chi lo direbbe che un animale come quello là abbia gli stessi gusti dell’uomo…..’.  

(A. Dumas, In viaggio sulle Alpi)
















venerdì 11 novembre 2016

INTERMEZZO CON LA 'GRANDE NOTIZIA': la nuova puntata del 'Buffone Bianco'













































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Intermezzo con la 'Grande Notizia'













‘Capite signore’, aveva detto allora Faber ‘non è delle cose che amo parlare, ma del significato delle cose. E mentre seggo su questa panca e mi guardo intorno so di essere vivo’.
Questo era stato tutto.
Un’ora di monologo, dei versi, un commento e poi, senza nemmeno avere l’aria di sapere che Montag era un milite del fuoco, Faber, con un certo tremito della persona, aveva scritto il suo indirizzo su un foglietto di carta.
‘Per il vostro archivio’, aveva detto ‘nell’eventualità che decideste di avercela con me’.
‘Ma io non ce l’ho affatto con voi’, aveva risposto Montag sorpreso.




In anticamera, Mildred dette in uno scoppio di risa squillanti. Montag, in camera da letto aprì un armadio a muro e si mise a sfogliare la sua agenda personale, sotto l’intestazione: Indagini eventuali. Vi figurava anche il nome di Faber. Non lo aveva denunciato e non lo aveva nemmeno cancellato dal suo taccuino.
Formò il numero telefonico su un altro apparecchio, sussidiario. L’apparecchio all’altro capo del filo chiamò il nome di Faber una dozzina di volte, prima che il professore rispondesse con voce fioca. Montag disse il proprio nome e, dopo che si fu fatto riconoscere, rimase stupito del lungo silenzio che seguì.
‘Dunque, signor Montag?’.
‘Professor Faber, vorrei farvi una domanda piuttosto strana. Quante copie del Vangelo credete che siano rimaste in tutta la nazione?’.




‘Non so di che cosa state parlando!’.
‘Vorrei sapere se non ne sia rimasta nemmeno una copia, professore!’.
‘Ma che razza di trappola è questa? Non intendo parlare al telefono col primo venuto!’.
‘Quante copie di Shakespeare e Platone, o di altri libri Eretici di Verità….  professore?’.
‘Nessuna! Lo sapete bene come me. Nessuna!’.
E Faber tolse la comunicazione.
Montag depose il ricevitore.
Nessuna copia.
Nessuna conoscenza.
Nessuna Coscienza.
Nessun Intelletto.
Nessun Dio.
Nessuna Divinità.
Posso sedermi tranquillo ora ed aspettare il prossimo messaggino…




Nessuna copia. Cosa che egli sapeva ovviamente dagli elenchi alle pareti della Casa del fuoco. Ma in certo qual modo, aveva avuto bisogno di sentirselo dire dallo stesso Faber.
In anticamera la voce di Mildred era tutta pervasa di gioiosa commozione:
‘Sai, vengono le signore, oggi!’.
Montag le mostrò un volume:
‘Questo è il Nuovo e l’Antico Testamento e se…’
‘Per favore non ricominciare con certi discorsi!’.
‘Potrebbe essere l’ultima copia rimasta in questa parte del mondo’.
‘Tanto, dovrai pur consegnarla stasera, no? Il capitano Beatty sa che tu l’hai, non ti pare?’.
‘Non credo che possa sapere quale libro ho sottratto. Almeno che il segugio meccanico che ci guarda. Ma il problema è la scelta del libro da rendere in sostituzione…’.
…'Sarai in casa stasera, per il .. Buffone Bianco e la visita delle signore?’ gridò Mildred…

(R. Bradbury, Fahrenheit 451)

















mercoledì 9 novembre 2016

AL DI SOPRA DEL BENE E DEL MALE... OVVERO: la cena segreta (24)










































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Al di sopra del bene e del male (23/1)

Prosegue in:

I padroni di oggi (25/1)





FRAMMENTI SCONSIGLIATI


AI  SERVI  DEL  POTERE






…Così, è sufficientemente chiaro per i saggi come questo creatore, che ha fatto sterminare senza pietà nel tempo tanti uomini e donne con tutti i loro bambini, non sia quello vero. Soprattutto per quanto riguarda i bambini la cosa appare incredibile: dal momento che questi – secondo le credenze dei nostri avversari – non avevano né la scienza per distinguere rettamente il bene dal male né libero arbitrio, come avrebbe potuto il vero creatore sterminare senza pietà nel tempo i suoi bambini dando loro la morte più spaventosa? Tanto più che il Signore ha detto per bocca di Ezechiele: ‘Il figlio non porterà l’iniquità del padre, ma l’anima che avrà peccato morrà essa stessa’.




Né Gesù Cristo, il Figlio fedele del nostro creatore, insegnò ai suoi seguaci che annientassero completamente in questo mondo temporale i loro nemici, ma piuttosto comandò di far loro del bene. Lo dice egli stesso nel Vangelo del Beato Matteo: ‘Avete sentito che è stato detto agli antichi: “Amerai il prossimo tuo e avrai in odio il tuo nemico”. Io invece vi dico: “Amate i vostri nemici” ’. Non ha detto: “In questo mondo temporale perseguitate i vostri nemici, come ha fatto un tempo il padre vostro”, ma ha detto: “Amate i vostri nemici e fate del bene a coloro che vi odiano: pregate per coloro che vi perseguitano e che vi calunniano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli”, quasi dicesse: “Affinché siate nell’amore del Padre vostro che è nei cieli al quale appartiene quest’opera di misericordia”.




Perciò lo stesso figlio di Dio, Gesù Cristo, ha appreso dal padre suo a fare nel mondo presente quest’opera di misericordia, come dice, parlando di se stesso, nel Vangelo di Giovanni: “Il Figlio da sé non può fare nulla, ma soltanto ciò che vede fare al Padre, perché tutto ciò che questi fa, il Figlio similmente lo fa”. Dunque è evidente che il Padre di Gesù Cristo non ha fatto sterminare in questo mondo temporale tanti uomini e donne con tutti i loro bambini; proprio perché questo Dio è ‘Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione’, come ha fatto notare l’Apostolo ai Corinzi.





Per concludere….

Perciò i sapienti leggono ‘le Scritture’ e credono senza dubitare che vi è un Dio malvagio, Signore e creatore, origine e causa di tutti i mali sopra descritti. Se così non fosse, bisognerebbe di necessità ammettere che lo stesso Dio vero – il quale è luce, è buono e santo, è fonte viva e originale di ogni dolcezza, soavità e giustizia – sia direttamente origine e principio di ogni iniquità, malizia, amarezza e ingiustizia, tutte le cose a lui opposte e contrarie deriverebbero interamente dal Signore stesso. Opinione che, agli occhi dei sapienti, è del tutto assurda.
(La cena segreta, Trattati e Rituali catari)