giuliano

martedì 2 agosto 2022

'UNA VISIONE' DEL FUTURO (20)










































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Di un mondo contraffatto (19)

Prosegue per...:

 ...l'Alaska (21)













Nel pomeriggio si mise a piovere e tutto divenne grigio piombo. Lui andò in anticamera, nella sua casa, e si mise il distintivo con la salamandra arancione che vi ardeva in mezzo.

Ristette poi a guardare la bocca dell’impianto di aerazione, per molto tempo.

Sua moglie, nella saletta della TV, interruppe la lettura del copione per alzare gli occhi su di lui:

‘Ehi!’

disse.

‘Perché tanto assorto?’




‘Stavo pensando a una cosa, infatti’

rispose Montag.

‘Volevo parlarti’

Una pausa.

‘Hai inghiottito tutte le compresse del sonnifero, questa notte’

‘Oh, impossibile che io abbia fatta una cosa simile’,

 disse lei, stupita.

‘Eppure il flacone era vuoto’

‘Ma è impossibile, ti dico. Perché avrei dovuto fare una cosa simile?’




‘Forse, hai preso due compresse, poi, dimenticandolo, ne hai preso altre due, e, dimentica ancora, altre due, annebbiandoti talmente che hai continuato a prenderne fino ad averne trenta o quaranta in corpo’

‘Diamine’,

osservò la donna,

‘a quale scopo dovrei ridurmi a fare una cosa tanto sciocca?’

‘È quello che mi domando anch’io’,

disse lui.

Era evidente che la donna aspettava solo di vederlo andar via.

‘Non ho fatto nulla di simile’,

disse fermamente.




‘E non lo farei nemmeno in un miliardo di anni’

‘Tanto meglio, se lo dici tu’

‘Questo è quanto la regale signora ebbe a dire’,

disse lei tornando al suo copione.

‘Che cosa c’è di nuovo oggi alla TV?’

domandò lui con aria stanca.

Questa volta ella non alzò lo sguardo dalla lettura.




 ‘Questa è una commedia che trasmetteranno sul canale pareteparete entro dieci minuti. Mi hanno spedito per posta la parte stamattina. Scrivono un lavoro con una parte mancante. È una nuova idea della TV. Quella che rimane in casa, cioè io, è la parte che manca. Quando viene il momento delle battute mancanti, tutti si girano verso di me a guardarmi dalle tre pareti ed io dico le battute. Qui, per esempio, l’uomo dice: “Che te ne pare, di tutta questa idea, Helen?”. E intanto guarda me, seduta qui, al centro del palcoscenico, vedi? E io rispondo, rispondo...’…

Tacque, seguendo col dito le righe del copione.

‘ “Oh, a me pare che sia un’idea stupenda!” Poi la commedia va avanti normalmente fino a quando l’uomo dice: “Sei d’accordo anche tu, Helen?” e io rispondo: “D’accordissimo!” Non è una cosa divertente, eh, Guy?’

Montag era sempre ritto in anticamera, e la fissava.




‘Te lo dico io che è molto divertente’,

ella disse.

‘Ma la commedia di che cosa tratta?’

‘Te l'ho detto! Ci sono questi personaggi, che si chiamano Bob, Ruth ed Helen’

‘Oh’

‘Una cosa davvero divertente. E lo sarà ancora di più quando potremo fare anche l’impianto della quarta parete. Quanto tempo ancora credi che dovremo aspettare prima di poter far portare via quella parete e installare una quarta parete TV? In fondo, la spesa non supera i duemila dollari’

‘Duemila dollari rappresentano quattro mesi della mia paga’

‘Non supera i duemila dollari’,

ribatté lei.




‘E penso che alle volte potresti anche ricordarti di me. Se avessimo anche la quarta parete, si potrebbe dire che questa camera non è più nostra, ma di ogni sorta di gente esotica. In fondo, facendo qualche piccolo sacrificio...’

‘Stiamo già facendo parecchi piccoli sacrifici per pagare la terza parete TV. L’abbiamo fatta montare solo due mesi fa, non ti ricordi?’

‘Davvero? Sono passati solo due mesi?’

Rimase a fissarlo attentamente, seduta nel salotto della TV, per un pezzo.

‘Be’, arrivederci, caro’

‘Arrivederci’,

disse Montag.

Si fermò e si volse.

‘È almeno a lieto fine, la commedia?’

‘Non lo so, perché non l’ho letta fino in fondo, i messaggini non sono aggiornati’

Le venne vicino, lesse l’ultima pagina del copione, annuì, ripiegò il fascicolo e glielo rese.

Poi uscì di casa, e si allontanò sotto la pioggia.




Una radio mormorò in qualche parte.

...la guerra può essere dichiarata da un momento all’altro. Il nostro Paese è pronto a battersi in difesa dei suoi...

La Caserma del fuoco fremette mentre un grande stormo di aerei a reazione sibilò una singola nota passando attraverso il cielo nero del mattino. Montag batté le palpebre. Beatty lo stava guardando come se fosse una statua di museo. Da un momento all’altro, Beatty poteva alzarsi per girargli intorno, toccarlo, esplorare la sua colpa e la sua sensazione di vergogna. Colpa? Che razza di colpa era quella?

‘Sta a te giocare, Montag’




...Montag guardò quegli uomini dalle facce abbronzate da mille incendi reali e diecimila fuochi immaginari, quegli uomini cui il lavoro arrossava le guance e rendeva febbrili gli occhi, quegli uomini che fissavano fermamente le fiammelle dei loro accendini di platino, accendendo le loro pipe nere eternamente in azione. Essi e i loro capelli di carbone, la fronte color fuliggine, le guance macchiate di un’ombra azzurro-cinerea, là dove si erano rasi con maggior cura; ma la loro ascendenza si vedeva chiaramente.

Montag si alzò con un sussulto, la bocca aperta.

Aveva mai veduto un incendiario che non avesse capelli neri, fronte scura, volto duro, fiero, la faccia rasa fino ad avere sfumature di un azzurro acciaio e nello stesso tempo sembrasse non rasa?

Quegli uomini erano tutti reclutati in base al loro aspetto oltre che alla loro indole?




Quel color di cenere e di fuliggine nella persona, quel perenne odor di bruciaticcio delle pipe, quel capitano Beatty che si levava fra cirro-cumuli temporaleschi di fumo di tabacco, Beatty che apriva un nuovo pacchetto di tabacco, gualcendone il cellophane con un crepitio di fuoco.

Montag guardò le carte che aveva in mano.

‘Sta... stavo pensando. All’incendio della settimana scorsa. All’uomo alla cui biblioteca abbiamo posto mano. Che fine ha fatto, quell’uomo?’

‘Lo hanno portato urlante in manicomio’

‘Eppure non era pazzo’

Beatty dispose le proprie carte in silenzio:

‘Chiunque creda di poter ingannare il Governo e noi è un pazzo’

disse infine.




‘Cercavo d’immaginarmi’

riprese Montag,

‘che cosa si deve provare, a vedere i vigili del fuoco, intendo, bruciare la nostra casa, i nostri libri’

‘Noi non abbiamo libri di sorta’

‘Ma, e se li avessimo?’

‘Tu ne hai forse qualcuno?’

E Beatty batté lentamente le palpebre.

‘No’

Montag guardò alle loro spalle la parete con le liste dattiloscritte e stampate di un milione di libri proibiti.




I loro nomi balzavano in su come lingue di fiamme, ardendo lungo gli anni sotto la sua ascia e la sua pompa che spargeva non acqua, ma cherosene.

‘No’

Ma nella sua mente un gelido vento si stava levando e soffiando dalla grata d'aerazione, a casa sua, piano piano, raggelandogli la faccia. E, ancora, rivide se stesso in un parco verdeggiante parlare a un vecchio, un uomo straordinariamente vecchio, e anche il vento che soffiava dal parco era gelido.

Montag esitò.

'Ma è... è sempre stato così? La Caserma del fuoco, il nostro servizio d’incendiarii? Oppure, una volta, molto, ma molto tempo fa...’

‘Una volta, molto tempo fa...’

lo interruppe Beatty.

‘Ma che razza di discorsi fai?’

Idiota, si disse Montag, finirai per farti scoprire.




In occasione dell’ultimo incendio, egli aveva dato un’occhiata a una riga di un libro di racconti...

‘Voglio dire’

riprese,

‘che anticamente, prima che le case fossero del tutto refrattarie agli incendi...’

Ad un tratto, parve che una voce molto più giovane e fresca parlasse per lui. Egli apriva la bocca ed era Clarisse McClellan che diceva:

‘I vigili del fuoco non domavano gli incendi, anzi che rinfocolarli e provocarli?’

‘Questa sì che è bella!’

Stoneman e Black trassero ognuno il suo libretto del regolamento, che conteneva anche brevi episodi storici dei Vigili del fuoco americani, e glieli posero aperti sotto il naso, onde Montag, che pure li aveva già letti, potesse leggere:

Si decise, nel 1790, di dare alle fiamme, nelle Colonie, tutti quei libri che si rivelassero influenzati dagli Inglesi.

Primo Incendiario: Beniamino Franklin.




Regola

N.1: Rispondere alla chiamata d'allarme immediatamente.

N. 2: Appiccare subito il fuoco.

N. 3: Bruciare tutto scrupolosamente.

N. 4: Tornare senza indugio in caserma.

N. 5: Tenersi pronti nell'eventualità di altri allarmi.

Tutti osservarono Montag.




Questi non si mosse. Suonò l’allarme. La campanella nel soffitto prese a calci se stessa almeno duecento volte.

Ed ecco a un tratto ci furono quattro sedie vuote.

Le carte caddero per terra con un fruscio di fiocchi nevosi. Il palo di bronzo vibrava ancora.

Gli uomini erano partiti. Montag s’era seduto sulla sua sedia. Sotto, il drago arancione si ridestò con una serie di colpi di tosse metallici.

Montag si lasciò scivolare lungo il palo di bronzo come un uomo in sogno.

Il Segugio Meccanico fece un balzo nel suo canile, gli occhi ch'erano tutta una fiamma verde.

‘Montag, ti sei dimenticato l’elmetto!’

(lo abbiamo bruciato!)












giovedì 28 luglio 2022

ALLA 'GROTTA' DEI COSACCHI (il Generale) (2)

 









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Tratti dalla 'Grotta'






 

La città è completamente al buio perché da otto giorni si stanno svolgendo le grandi manovre giapponesi. Per una scaletta stretta, rigida e tutta sbocconcellata scendiamo in un antica cantina nella quale un vecchio cosacco di buona volontà e la sua donna hanno attrezzato una taverna notturna frequentata dai residui dell’Armata Bianca della Siberia. Il pavimento è stato arrangiato alla meglio con un po’ di cemento. Contro le pareti sono situati i tavoli, rozzi e pesanti, con intorno delle panche da caserma. Il soffitto è basso ed affumicato. Da molti anni le pareti sono state imbiancate e sono tutte piene di iscrizioni in russo, a lapis, a carbone, a sugo di pomodoro. Sono cognomi; evviva; insolenza; maledizioni; date di battaglia; nomi di donne; nostalgie di luoghi e di amori. Sulla parete di fondo un pittore ha abbozzato col carbone una vecchia veduta di Pietroburgo coi ponti sulla Nevà e le cupole di Santa Sofia.

 

Un pianoforte male in arnese, finito quaggiù chissà come, è il mobile principale del luogo. Un tipo altrettanto vecchio e scalcagnato quanto lo strumento siede sopra una cassa vuota dinanzi alla tastiera e ne estrae ballabili nord-americani o musiche russe a seconda delle preferenze della clientela. Tutto è povero nella ‘Grotta’, come la chiamano, povero e piuttosto sudicio, ma contigua allo stanzone principale vi è una piccola cucina dove la moglie del cosacco confeziona una squisita cucina russa, quale è difficile trovare altrove a Harbin; i prezzi sono estremamente modici e la vodka è di buona qualità.




Alla ‘Grotta’ sogliono raccogliersi la notte i cosacchi che non hanno sonno, qualche legionario calmucco o kirghiso che è rimasto a Harbin coi suoi compagni d’arme, cinque o sei colonnelli, due o tre generali, i musici dei ‘dancings’ di Harbin che sulle due chiudono i battenti, alcune donne anziane che sono anch’esse macerie dell’Armata Bianca, varie ragazze giovani, amanti od amiche degli avventurieri cosacchi. E vi fanno capo periodicamente tutti quei russi di Harbin che, maschi o femmine, giovani o vecchi, con soldi o squattrinati, sentono una data sera la nostalgia della vecchia Russia degli Czar e di Rasputin e sanno trovarla alla ‘Grotta’ con vodka e zabruski con musiche e canzoni, con allegrie chiassose e tristezze fonde.

 

Ogni tanto vi fanno capolino i pochi capi sopravvissuti alla tormenta, il vecchio generale Kislitzin, il filosofo Kunst, sicuri di trovarvi qualcuno dei loro antichi battaglioni o, se non altro, dei cosacchi della loro stessa pasta che hanno combattuto con Kolciak in Siberia, che hanno visto cadere Resiukin alla battaglia di Gobi, che hanno condiviso col barone Unzern-Stenberg i fastigi dell’effimero Regno cosacco di Mongolia che comunque hanno battagliato agli ordini del generale Bialov, del generale Dutov, del generrale Bakisc, del generale Kaigorodov, del generale Kazanev, del generale Annekov, del bizzarro generale Kazagrandi di origine lombarda, dei tanti altri improvvisati generali bianchi, morti in combattimento nelle steppe gelate della Siberia o fucilati dai tribunali rossi di Irkutsk, di Novo-Nicolaievsk e di Troitskosavsk.

 

- Nottata calda!




...mi dice il colonnello nel prendere posto all’unico tavolo ancora libero. Il locale è infatti pieno di gente e di fumo. Nell’atmosfera greve è sospeso un potente odore di  tabacco, di alcole, di olio bollente, di pesce in salamoia, di ascelle sudate. Il pianista - una faccia alla Beethoven, ma scolorata e scarnita dai digiuni - martella sul piano una canzonetta popolare russa che vari ubriachi accompagnano dai tavoli canticchiando. In un angolo della vecchia dal mento aguzzo e dalla pelle color sughero sgranocchia avidamente ceci arrostiti ed ogni dieci, dodici ceci si fa il segno ortodosso di croce. Alle pareti sono appese varie fotografie di generali russi in colbàc e pelliccia: ingiallite, affumicate, male incorniciate, preistoriche.

 

– Quello - mi dice il colonnello indicandomi un ritratto più grande degli altri, - è l’ammiraglio Kolciak, capo di tutte le forze bianche della Siberia, fucilato dai bolscevichi nel 1920 ad Irkustk.

 

- Viva Kolciak!

 

…grida qualcuno che ha inteso nell’ebrezza il nome dell’ammiraglio.

 

- Viva Kolciak! Ed ancora della vodka per me!

 

- E’ Ghisleief! precisa il colonnello. - Un valoroso che era aiutante di campo dell’ammiraglio. Aveva il grado di capitano ed era un tipo in gamba. Oggi la vodka lo ha abbrutito.




Scoppia uno schiamazzo d’inferno in un angolo tra un gruppo di Kolciakisti ed un gruppo di semionofisti. Tra Kolciak e Semionof i rapporti erano pessimi. La loro rivalità personale sopravvive alla loro morte, nei cuori e nelle ubbriachezze degli ex-dipendenti.

 

- Kolciak è stato tradito dal generale Sirowy!

 

urla un gigante biondo, tutto ciuffo, assestando un tremendo pugno al tavolo che vibra dolorosamente in tutti i suoi piatti sudici e le zuppiere vuote.  

 

Sirowy? chiedo. - Il cecoslovacco?

 

Sì mi spiega il colonnello, - Sirowy, l’ex Primo ministro di Cecoslovacchia. Egli è ben conosciuto da noi. Comandava in Siberia la Legione ceca ed ha combattuto i bolscevichi di Kolciak. I cosacchi non amavano i cechi i quali facevano la guerra con troppa ferocia, bruciavano i villaggi, uccidevano donne e bambini. Il ceco è un popolo feroce! Dove passavano i cechi seminavano il terrore e ciò contribuì a farci perdere molte simpatie in Siberia, fra i russi e fra i mongoli. 

 

– Che Dio lo stramaledica! urla la vecchia dei ceci.

 

– Rinunziammo all’attacco, continua il generale. – Fu un errore gravissimo che costò la vita dell’ammiraglio Kolciak e che determinò il crollo di tutta la resistenza bianca in Siberia. Tre giorni dopo eravamo attaccati noi dai bolscevichi con una schiacciante superiorità di artiglieria. Migliaia dei nostri caddero. Io fui ferito quel giorno cinque volte. L’ammiraglio fu catturato al tramonto e fucilato la notte stessa.




 – E i cechi? chiedo.

 

 – Durante la battaglia, la Legione ceca abbandonò la sua posizione scoprendo il nostro fianco all’avvolgimento nemico ed occupò per conto suo la stazione, dove si impadronì di diecimila vagoni vuoti. Sirowy avvertì laconicamente il Comando che, considerando la battaglia perduta, si ritirava il ferrovia prima che i bolscevichi diventassero padroni della linea. Era il tradimento vero e proprio! Sirowy si era messo d’accordo coi russi. le notti durante la battaglia, mentre i russi combattevano uno contro dieci, 40.000 cechi abbandonarono il campo di Sirowy.

 

– Che Dio lo maledica! ripeté la vecchia dei ceci.

 

– Il tradimento fu aggravato dal fatto che i cechi portarono via anche migliaia di vagoni vuoti, per cui quando il generale Voiciovski ordinò il ripiegamento sulla stazione, trovò che non v’era più un treno. I cechi s’erano portati via tutti i convogli. Fu per noi il disastro

 

 – Che Dio lo stramaledica! insisté la vecchia.

 

– Fu una ritirata spaventosa, a cavallo, in slitte, a piedi, per la campagna gelata. Migliaia di cosacchi morirono di freddo, di fame, di stanchezza sulla sterminata distesa bianca della Siberia. La ritirata era segnata sulla neve da una riga interminabile di cadaveri. Quei mille e mille morti russi, Sirowy li ha tutti sulla coscienza! L’ho dichiarato nettamente nel mio libro ‘Tra le fiamme della guerra civile’, perché resti un documento per la storia.




Un grande silenzio segue le ultime parole del vecchio generale. Sulle anime e sulle ubriachezze grava il peso di tutti quei mille e mille morti rimasti nella neve. Poi da uno dei tavoli si alza una voce ed intona un canto. Tutti i cosacchi balzano in piedi a far coro. E’ un canto nazionale cosacco: il ‘Sagustie Kazaki’: un po’ religioso, un po’ guerriero, un po’ barbaro: straordinariamente forte. Il vecchio generale lo ascolta in piedi, la mano alla fronte, nel saluto militare. Un soffio di poesia rinfresca e nobilita la taverna miserabile nella quale agonizza – grot-tesca e dolorosa – una epopea.

 

 Nel frattempo era entrata nella taverna una giovane donna – bellissima – e s’era seduta al tavolo della vecchia dei ceci. Non doveva avere più di vent’anni. Una di quelle straordinarie bellezze bionde che si trovano nei vicoli di Harbin.

 

– Ballaci qualche cosa, Maruscka! le dice qualcuno quando il coro è terminato e le anime sono tutte sospese verso l’Infinito.

 

– Ho altro per la testa che ballare, Vassili! risponde la ragazza. – Maestro, la ‘Glàsaia’, chiedono parecchi. Il pianista attacca il pezzo sulla tastiera gialla e sdentata che pare anch’essa un frantumo di guerra e di rivoluzione. Una donna che sta tutta raggomitolata in un angolo, canta  per conto suo la canzone senza abbandonare il suo angolo né il suo raggomitolamento. Ha una voce calda e dolce, con alcune note basse, aspre e dolenti. Dinanzi le fuma un piatto di cavoli lessi, tra due bottigliette di vodka, già vuote.

 

Di scatto, Màruscka s’alza, si strappa il cappello che libera una formidabile capigliatura bionda tutta ricci e baleni, si  punta le mani sui fianchi con un gesto mezzo lascivo mezzo guerriero, e fra gli applausi generali attacca la danza classica cosacca. E’ una danza di maneggio e di steppa che in certi momenti ha il ritmo dei trotti cadenzati ed in altri l’impeto dei galoppi a tutta briglia. La danza strappa agli avventori urla selvagge di entusiasmo. Altre bottiglie finiscono in pezzi sotto le gambe dei tavoli.




– Viva Kolciak! Viva Semionof! si grida. – Abbasso Sirowy! urla il gigante dal ciuffo. – Che Dio li maledica! aggiunge con costanza la vecchia dei ceci.

 

E l’esaltazione slava esplode nella bettola fumosa.

 

Tutti cantano, gridano, parlano, masticano, tracanna-no, litigano, si abbracciano, rompono piatti e bottiglie. Le fiamme dei fornelli avvampati intorno alle padelle proiettano bagliori spettrali sui volti degli uomini e delle femmine. Le mani battono con cadenza selvaggia il ritmo frenetico del finale della ‘cosacca’. Magnifica è la femmina con la bionda criniera sconvolta dalla danza, rosse le guance, fiammeggianti gli occhi, palpitante il seno, tutto fremente e sudato il corpo felino.

 

– Forza, Màruscka! Brava, Mu-ka! Avanti, Marka!…

 

(M. Appelius, Al di là della grande muraglia)