giuliano

sabato 1 maggio 2021

racconti della Domenica, ovvero: LA NAZIONE DELLE PIANTE (19)

 









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Con la fame (18/17-1)








Una superficie di 510 milioni di chilometri quadrati; quasi 1100 miliardi di chilometri cubici di volume; una massa di 5,97 × 1024 chilogrammi: sono queste le dimensioni della nostra casa comune. A prima vista, potrebbe sembrare enorme.

 

Ma non è così.

 

Quando ne confrontiamo le dimensioni con quelle di altri corpi celesti a noi vicini, ad esempio il Sole, il cui volume è oltre 1.300.000 volte più grande di quello della Terra, appare per quello che è realmente, un piccolo pianeta... ma dalle qualità particolari: è, infatti, l’unico posto dell’universo finora conosciuto che abbia sviluppato la vita. Soprattutto, è l’unico su cui la vita sembri prosperare. Non sono le dimensioni, ma è la vita a rendere speciale il nostro pianeta.




L’unicità della Terra, la mancanza di alternative credibili in grado di ospitare la vita – nonostante quanto si sente comunemente dire circa le possibilità di terraformare Marte o altri improbabili corpi celesti – fa sì che l’intero pianeta dovrebbe essere considerato un bene comune, intangibile, curato e custodito come si conviene all’unica casa possibile per la vita. Una casa, peraltro, molto fragile: limitata ad uno statarello superficiale che, all’incirca, va da 10.000 m sotto il livello del mare a 10.000 al di sopra di esso; 20 km totali che racchiudono l’unico luogo dell’universo – per quanto ci riguarda – all’interno del quale la vita esiste.

 

In molti sono convinti che l’universo sia pieno di vita; serissimi calcoli ci raccontano di un universo più affollato della metropolitana di Tokyo nell’ora di punta. Può darsi. Io non ci scommetterei.

 

L’ossessione per la vita aliena non è, ad oggi, supportata da una singola evidenza, mentre la famosa domanda di Fermi, dove sono tutti?, continua ad essere più valida che mai. Questo continuo discutere di pianeti simili alla Terra dove la vita già potrebbe esistere o dove, in ogni caso, potrebbe tranquillamente attecchire, credo rappresenti una specie di rassicurazione per i disastri che stiamo combinando.




Un’assicurazione che il nostro futuro, comunque vada, anche se finiremo le risorse di questo pianeta, da qualche parte potrà continuare. Nonostante non esista una sola evidenza dell’esistenza di vita al di fuori della Terra, provate a parlarne con chiunque si interessi al problema e inizierà a fare calcoli che partendo dai milioni di miliardi di galassie dell’universo e passando dal numero di probabili pianeti abitabili, escludendo quelli che non hanno temperature compatibili con la vita, quelli troppo giovani, quelli troppo vecchi, quelli che ci stanno antipatici ecc., arriverà alla fine ad indicarci un numero altissimo, non di pianeti che ospitano la semplice vita, ma di civiltà intelligenti ed evolute almeno quanto la nostra.

 

La madre di tutte queste equazioni, giusto per farvi capire come funziona il ragionamento, è la famosissima equazione formulata negli anni ’60 dall’astronomo Frank Drake: N = R × fp × ne × fl × fi × fc × L.




 Questa equazione afferma che il numero di civiltà (N) nella nostra galassia che potremmo riuscire a contattare può essere determinato moltiplicando il tasso medio di formazione stellare nella nostra galassia (R), la frazione di quelle stelle che hanno pianeti (fp), il numero di pianeti che possono effettivamente supportare la vita (ne), il numero di pianeti su cui si è effettivamente sviluppata la vita (fl), la frazione di pianeti che ha sviluppato la vita intelligente (fi), il numero di civiltà che svilupperebbero delle tecnologie di trasmissione (fc) e, infine, la stima della durata di queste civiltà evolute (L). Ovviamente, in funzione dei valori che si attribuiranno ai diversi parametri si potranno ottenere galassie brulicanti di vita intelligente o, al contrario, probabilità prossime allo zero che essa esista1.

 

Allora mettiamo da parte i calcoli.

 

Negli ultimi decenni la conoscenza dei nostri vicini spaziali si è accresciuta esponenzialmente. E tuttavia, mai nessuna prova dell’esistenza di vita. Nell’estate del 2015 la sonda spaziale della nasa New Horizons arrivava a soli 12.500 km da Plutone, il più distante dei pianeti2, rimandandoci indietro, a coronazione di una lunga serie di esplorazioni, le prime informazioni dirette e foto ravvicinate di questo nostro distante parente planetario. Una sonda è atterrata sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko; Juno è entrata in orbita intorno a Giove; i due rover Opportunity e Curiosity da anni ci trasmettono dati sulla composizione del suolo marziano e sono stati, da poco, raggiunti da un terzo veicolo: Insight, che studierà il sottosuolo di Marte.




Il risultato, per me, più interessante di questa incessante esplorazione del sistema solare è che la composizione di ognuno dei luoghi visitati appaia sempre molto più semplice di quella della Terra. La complessità del nostro pianeta è data dalla vita. Gli esseri viventi sono talmente connessi con la trama della Terra che provare a immaginarla sterile, al di fuori di qualche apocalittico romanzo di fantascienza, è impossibile. Se fosse priva di vita, la Terra assomiglierebbe a qualcosa a metà tra Venere e Marte.

 

Sarebbe sempre azzurra?

 

Sembra di no.

 

Di sicuro non sarebbe verde.

 

Che effetto avrebbe sul pianeta la completa assenza di ossigeno libero? L’ossigeno che respiriamo, infatti, è prodotto interamente dagli esseri viventi. A voler essere precisi, da quelli in grado di effettuare la fotosintesi. La mancanza di ossigeno che effetto avrebbe sull’acqua, sulle rocce, sul suolo del nostro pianeta? Nessuno è in grado di rispondere a questa domanda.




La verità è che molto di ciò che vediamo sulla Terra è il risultato dell’azione di organismi viventi. I fiumi, le coste, le montagne stesse sono disegnati dall’azione della vita: le bianche scogliere di Dover, così come molte delle falesie continentali, sono formate dall’accumulo sedimentario degli scheletri di innumerevoli coccolitofori (alghe unicellulari ricoperte da scaglie di carbonato di calcio); molto, se non tutto il travertino si è formato attraverso l’azione delle alghe; pirite e marcasite nelle rocce sedimentarie derivano dalla riduzione del solfato batterico. Insomma, chiamare il nostro pianeta Gaia e considerarlo un unico essere vivente non è affatto una teoria piuttosto naïf, come è stata percepita da molti in passato, quanto un serissimo modo di interpretare l’importanza e la funzione della vita per la Terra.

 

Nel 2013 – su New Scientist 3 – Bob Holmes descrisse sulla base di solide informazioni scientifiche un possibile scenario sul futuro della Terra, qualora la vita dovesse estinguersi. Senza piante e altri organismi fotosintetizzanti la produzione di ossigeno si esaurirebbe rapidamente e nell’atmosfera si accumulerebbero quantità crescenti di co2. Le temperature crescenti farebbero sciogliere le calotte polari; il suolo si riverserebbe nei mari per mancanza di struttura, lasciando una superficie di roccia nuda e di sabbia molto simile alle foto della superficie di Marte che ci mandano i rover. Su intervalli di tempo di alcune decine di milioni di anni, Holmes ipotizza un pianeta sottoposto ad un effetto serra fuori controllo con condizioni così estreme, simili a quelle di Venere, da rendere la Terra permanentemente inabitabile.




Bene, ma allora, pongo di nuovo la domanda di Fermi: dove sono tutti? Pensare che la vita sia così comune nell’universo immagino sia anche la conseguenza della scarsa considerazione che, in fondo, abbiamo per il nostro meraviglioso pianeta. Paradossalmente, poiché ci viviamo, pensiamo che debba essere qualcosa di comune.

 

Conoscete la teoria della bolla di filtraggio?

 

Non si parlò d’altro da quando Trump vinse le elezioni. Sei rimasto stordito dal fatto che Trump sia diventato presidente degli Stati Uniti? Vuol dire che vivi in una bolla che non ti fa percepire correttamente la realtà.

 

Nella sua formulazione originale, la teoria della bolla è stata formulata per la prima volta nel 2011 da Eli Pariser nel suo libro The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You. In estrema sintesi, la tesi di Pariser è che da quando le nostre opinioni si formano su internet corriamo il rischio di essere isolati da informazioni che non sono vicine al nostro mondo culturale o ideologico (la nostra bolla).




Utilizzando le informazioni provenienti dalle ricerche passate, dai nostri contatti, dagli indirizzi visitati ecc. le intelligenze artificiali che amministrano molti dei principali siti internet ci propongono soltanto quello che ritengono possa piacerci o interessarci, isolandoci di fatto da ogni esposizione a idee nuove o lontane dal nostro modo di vedere il mondo e modificando così la nostra percezione della realtà. Una teoria valida, ma che non limiterei a internet.

 

La verità è che ognuno di noi, internet o meno, vive dentro una sua bolla, frequentando persone che la pensano in maniera simile, con gusti conformi e attitudini compatibili con le nostre. Vivendo nelle nostre bolle riteniamo che ciò che noi percepiamo come normale e condiviso rappresenti l’intera realtà.

 

Bene, ora che abbiamo capito cosa è una bolla, ampliamone il significato a tutta la comunità degli umani. Noi tutti viviamo in una bolla di vita. Noi uomini siamo vivi, le piante sono vive, gli insetti, i pesci, gli uccelli, i microbi sono vivi; non esiste luogo della Terra in cui non ci siano miriadi di forme di vita. La nostra bolla è talmente immersa nella vita da farci ritenere che questa sia la condizione normale nell’universo. Non riusciamo ad immaginarci come i depositari di una sorte unica e fortunata. E, invece, potremmo benissimo essere dentro una bolla formata dai beneficiari di un enorme, incommensurabile, colpo di fortuna. La sola bolla formata da esseri viventi nell’universo. L’unica bolla, in altre parole.




Lo so, soltanto a dirlo sembra impossibile. È un po’ come se ci annunciassero che abbiamo appena vinto il primo premio da un fantastiliardo della lotteria galattica: nessuno dotato di buon senso ci crederebbe. Come Maria Antonietta che non capiva perché il popolo non si nutrisse di brioche. Errori di percezione che possono costare la testa.

 

Fatta chiarezza sull’immensa fortuna di cui siamo depositari, si tratta di capire a chi appartenga. Chi è il responsabile di questa casa comune? In altre parole, a chi appartiene la sua sovranità? La nostra più ovvia risposta è che la Terra appartiene all’uomo. Ossia che l’Homo sapiens è l’unica specie titolata a disporre del pianeta in funzione delle sue necessità. L’affermazione è talmente banale che non avrebbe bisogno di ulteriori prove a supporto. Quando mai il destino delle altre specie ha rappresentato un limite alle nostre azioni? Ci siamo sempre definiti i Signori della Terra e, anche se magari i più progressisti fra di noi potrebbero provare un certo pudore a considerarsi Signori di qualche cosa, questa è comunque la nostra intima convinzione. Vedrete.

 

La Terra è cosa nostra. Ne abbiamo diviso la superficie in Stati e ne abbiamo assegnato la sovranità ai diversi gruppi umani, che a loro volta l’hanno affidata a un limitatissimo numero di persone. Sono queste, pertanto, che detengono la reale sovranità della Terra.




Poche persone sono responsabili della sovranità dell’unico pianeta dell’universo sul quale la vita esiste. Non so quanto l’assurdità della faccenda vi colpisca, perché a me, talvolta, a pensarci, mi prende come un capogiro e mi sento come se fossi stato dislocato in uno di quegli infiniti universi paralleli in cui la logica non funziona nel modo cui siamo abituati. Un universo governato da regole pazzesche, anche se meno affascinanti di quelle del Paese delle Meraviglie di Alice.

 

Innanzitutto, da dove proviene questa investitura che ci rende Signori del Pianeta?

 

Lo siamo per nascita o per diritto divino?




O forse per manifesta superiorità sulle altre specie, alle cui carenze intellettuali dobbiamo supplire come bravi tutori?

 

O magari è semplicemente una sana questione di democrazia e dipende dal nostro numero?

 

Lasciando da parte diritto di nascita e diritto divino, sui quali non si può esercitare alcuna verifica logica, rimangono essenzialmente due possibilità. La prima: siamo i Signori della Terra perché siamo la specie più numerosa. Chiamiamola opzione democratica. La seconda: siamo i Signori della Terra perché siamo migliori di ogni altra specie vivente del pianeta. Chiamiamola opzione aristocratica (che mi rendo conto include, per la felicità dei più nostalgici, anche il diritto di nascita e il diritto divino).




Iniziamo dall’opzione democratica, anche se sono certo che la maggior parte dei miei colti lettori ha già chiaro che non può essere questa la soluzione. L’uomo, con i suoi oltre sette miliardi e mezzo di esemplari, rappresenta una quantità di biomassa (ossia massa vivente) pari ad un diecimillesimo dell’intera biomassa del pianeta.

 

Dei 550 gigatoni (un gigatone è pari ad un miliardo di tonnellate) di biomassa carboniosa sulla Terra4, gli animali costituiscono circa 2 gigatoni, con gli insetti che ne formano circa la metà e i pesci che contano per altri 0,7 gigatoni. Tutto il resto, che include mammiferi, uccelli, nematodi e molluschi consiste in 0,3 gigatoni. I funghi, da soli, hanno una biomassa sei volte superiore a quella degli animali (12 gigatoni). Le piante (450 gigatoni) rappresentano oltre l’80% della biomassa della Terra, mentre gli uomini, con i loro 0,06 gigatoni, contano per lo 0,01%.

 

È chiaro che non è in virtù del nostro numero che esercitiamo la sovranità sul pianeta. Per numero e rilevanza la sovranità della Terra dovrebbe appartenere alle piante.

 

Scartata l’opzione democratica per ovvia inconsistenza, rimane in vita quella aristocratica.

 

Dal greco άριστος, àristos, “migliore”, e κράτος, cràtos, “potere”, noi uomini siamo i Signori della Terra perché siamo migliori di qualunque altra specie mai esistita. Sono certo che l’opzione aristocratica appaia molto più convincente e robusta. Chi mai fra noi uomini non è intimamente convinto di essere migliore di qualunque altra specie vivente?

 

Non scherziamo.




Possiamo essere ambientalisti, fricchettoni, verdi, mistici, materialisti, religiosi, atei, anarchici o realisti, ma su una cosa siamo tutti d’accordo: siamo migliori di scimmie, mucche, albicocchi, felci, batteri e muffe. Anche in questo caso, l’affermazione sembra così evidente da non aver bisogno di essere ulteriormente sostanziata. Noi uomini siamo migliori di qualunque altra specie vivente, c’è poco da discutere. Siamo migliori, perché il nostro grande cervello ci permette di fare cose che sono impossibili a chiunque altro. Grazie al nostro possente encefalo, non abbiamo forse dipinto la Cappella Sistina, scolpito la Venere di Milo, ideato la teoria della relatività, scritto la Divina Commedia, costruito le piramidi, ragionato sulla nostra esistenza? Quale altro essere vivente sarebbe in grado di fare qualcosa di simile? Quale altra specie potrebbe mai chiedersi a chi appartenga la sovranità del pianeta? Non ci possono essere dubbi a riguardo: l’uomo è migliore di qualunque altro organismo vivente!

 

È in virtù di questa assoluta prevalenza che possediamo la Signoria del Pianeta.

 

Eppure, proviamo per un attimo a spostare lo sguardo dal fulgore della nostra unicità. Non più abbagliati dalle meravigliose conquiste umane, proviamo a ragionare su cosa voglia dire esattamente essere migliori. Il concetto di “migliore”, inevitabilmente, richiede un obiettivo. In una gara di velocità sui cento metri, chi impiega dieci secondi a percorrerli è migliore di chi ce ne mette undici. In una gara di salto in alto, chi salta due metri è migliore di chi ne salta uno e novanta. Federer è indiscutibilmente migliore di qualunque altro tennista. Dostoevskij è migliore di quasi tutto il resto. Ma nella storia della vita, cosa vuol dire “migliore”? Anzi: il concetto di “migliore” ha senso nella storia dell’evoluzione della vita?

 

Poiché deve esistere un obiettivo perché abbia un senso, quale è l’obiettivo della vita?




Sembra una di quelle terribili questioni esistenziali dalle quali non si cavano più le gambe e, invece, la risposta è semplicissima: l’obiettivo della vita è la sopravvivenza della specie. Darwin ci dice che l’evoluzione premia il più adatto a sopravvivere. L’organismo migliore, quindi, è il più adatto a sopravvivere.

 

Abbiamo fatto un bel passo avanti. Ora che sappiamo qual è l’obiettivo, dovrebbe essere facile continuare nella dimostrazione di una nostra eventuale superiorità. Chiunque di noi, infatti, ritiene che possedere un cervello così sviluppato sia sicuramente un vantaggio nella lotta per la sopravvivenza.

 

Ma ne siamo certi?

 

Perché siamo così incrollabili in questa sicurezza della nostra superiorità? Non è che stiamo cadendo in un’altra di queste molte distorsioni cognitive, tipo la bolla di filtraggio di poco prima, che sembrano affliggere il nostro glorificato cervello? Ad esempio, esiste una disfunzione cognitiva chiamata effetto Dunning-Kruger5 che induce negli individui poco esperti di un argomento una netta sopravvalutazione delle proprie competenze in quello stesso campo. Per carità, non è che prima di Dunning e Kruger nessuno se ne fosse accorto. Da Socrate in poi è un susseguirsi di so di non sapere, ma evidentemente ricordarlo non è mai superfluo. In ogni caso, meglio sempre affidarsi a dei dati oggettivi piuttosto che autodichiararsi superiori, rischiando di cadere anche noi nell’effetto Dunning-Kruger.




 Poiché abbiamo detto che l’obiettivo della vita è la sopravvivenza, ne consegue che le specie eventualmente migliori delle altre sono quelle che riescono meglio nel raggiungimento di questo obiettivo.

 

Bene, il problema è ormai chiaro: basta sapere quanto sopravvive una specie sulla Terra e, paragonandola all’uomo, dovremmo essere capaci di stilare una graduatoria delle specie migliori. Non è facile ottenere dati certi sulla vita media delle specie, tuttavia stime attendibili ci dicono che, fra gli animali, si va dai 10 milioni di anni degli invertebrati a un milione di anni dei mammiferi.

 

Più complesso è ottenere dati riguardanti il mondo vegetale, poiché le piante in media sopravvivono molto più a lungo degli animali. Il Ginkgo biloba ha probabilmente oltre 250 milioni di anni, gli equiseti erano già diffusi 350 milioni di anni fa. Una felce, l’Osmunda cinnamomea, è stata ritrovata in rocce fossili di 70 milioni di anni fa. In generale, si stima che la vita media di una specie, non importa se animale o vegetale, sia pari a 5 milioni di anni.

 

Ora che abbiamo i dati in mano, chiediamoci quanto ancora immaginiamo che l’uomo possa sopravvivere come specie. Ovviamente, qui i dati non possono venirci in aiuto. Tuttavia, sono certo che, se chiedessimo alle stesse persone che sono intimamente convinte della superiorità dell’uomo se credono che sopravvivrà per altri 100.000 anni, le risposte non sarebbero così ottimistiche.

 

Come mai?

 

Perché percepiamo come improbabile che la nostra specie riesca a sopravvivere anche soltanto altri 100.000 anni quando per raggiungere la media delle altre specie viventi ce ne potremmo legittimamente attendere altri 4.700.000?




Credo dipenda dai disastri che siamo riusciti a combinare sul pianeta in un lasso di tempo così incredibilmente breve come gli ultimi 10.000 anni, ossia dal momento in cui l’uomo creando l’agricoltura ha iniziato ad incidere profondamente sull’ambiente in cui vive. Non crediamo che riusciremo a sopravvivere come specie così a lungo perché abbiamo ben presente che il nostro grande cervello, di cui siamo così orgogliosi, è stato in grado di produrre, oltre alla Divina Commedia, anche una serie di innumerevoli pericoli che in qualunque momento potrebbero spazzarci via dal pianeta.

 

Così le scimmie, le mucche, gli albicocchi, le felci, i batteri e le muffe di cui parlavamo prima continueranno ad estinguersi soltanto in coincidenza di catastrofi apocalittiche, la cui frequenza sulla Terra si misura in milioni di anni, mentre noi rischiamo in ogni momento di sparire. E se svanissimo domani, fra mille anni o fra centomila, in altri centomila anni cosa rimarrebbe della Cappella Sistina, della Venere di Milo, della teoria della relatività, della Divina Commedia, delle piramidi e di tutti i nostri ragionamenti? Nulla. A chi importerebbe di queste meraviglie?

 

È per questo che la molto saggia Nazione delle Piante, nata centinaia di milioni di anni prima di qualunque nazione umana, garantisce a tutti gli esseri viventi la sovranità sulla Terra: per evitare che delle singole specie molto presuntuose possano estinguersi prima del tempo, dimostrando che il loro grosso cervello non era affatto un vantaggio, ma uno svantaggio evolutivo. 





carta dei diritti delle piante 

 

art.01

 

La Terra è la casa comune della vita. La sovranità appartiene ad ogni essere vivente 

 

art.02

 

La Nazione delle Piante riconosce e garantisce i diritti inviolabili delle comunità naturali come società basate sulle relazioni fra gli organismi che le compongono 

 

art.03

 

La Nazione delle Piante non riconosce le gerarchie animali, fondate su centri di comando e funzioni concentrate, e favorisce democrazie vegetali diffuse e decentralizzate 

 

art.04

 

La Nazione delle Piante rispetta universalmente i diritti dei viventi attuali e di quelli delle prossime generazioni 

 

art.05

 

La Nazione delle Piante garantisce il diritto all’acqua, al suolo e all’atmosfera puliti 

 

art.06

 

Il consumo di qualsiasi risorsa non ricostituibile per le generazioni future dei viventi è vietato 

 

art.07

 

La Nazione delle Piante non ha confini. Ogni essere vivente è libero di transitarvi, trasferirsi, vivervi senza alcuna limitazione 

 

art.08

 

La Nazione delle Piante riconosce e favorisce il mutuo appoggio fra le comunità naturali di esseri viventi come strumento di convivenza e di progresso

 

(S. Mancuso)






mercoledì 28 aprile 2021

UNA (eterna) FAME DI LUCE (13)

 










Precedenti capitoli...:


D'un passo rallentato... (12/1)


Prosegue con...:


Una eterna fame di luce (Seconda parte) (14)  &  (15)


& Il capitolo - quasi - completo (16)








Gustav Theodor Fechner (1801-1887) è uno dei pensatori più enigmatici della filosofia tedesca del diciannovesimo secolo. La sua anima intellettuale era fratturata, lacerata in due metà profondamente divise tra loro, ciascuna delle quali rivendicava il dominio sull'altra. La sua intera carriera è stata un tentativo di unire queste parti in guerra tra loro. Ma, nonostante i suoi migliori sforzi, non ci è mai riuscito.

 

Quali erano queste metà?

 

Da un lato, Fechner aveva profonde inclinazioni positiviste, che lo portarono a sostenere i più severi standard di osservazione e misurazione nella scienza, e che lo portarono ad adottare le prime versioni del fenomenismo e del verificazionismo in filosofia. D'altra parte, Fechner aveva anche un disperato desiderio di metafisica, e cioè di una visione completa dell'intero cosmo, che il suo lavoro scientifico frammentario non avrebbe mai potuto soddisfare. Il problema che aveva di fronte era scoraggiante: come essere sia uno scienziato cauto e sobrio che un metafisico audace e fantasioso?




 Questi due aspetti di Fechner rappresentano tipiche correnti contrastanti della sua epoca. Cresciuto all'inizio del diciannovesimo secolo, Fechner fu esposto all'ascesa del romanticismo e alla crescita delle scienze empiriche. Fu uno dei primi studenti di Naturphilosophie romantica, gli scritti di Schelling, Oken e Steffans, che erano tentativi faustiani di cogliere la natura nel suo insieme. Ma era anche un’ottimo studente di fisica e fisiologia all'Università di Lipsia, dove i suoi mentori, Alfred Volkmann ed Ernst Weber, erano in prima linea nel lavoro sperimentale sulla psicologia della percezione. Fechner imparò presto che i metodi speculativi di Naturphilosophie erano insufficienti per produrre risultati attenti e sostanziali nella scienza; nonostante ciò, non perse mai il desiderio di unità, cioè il desiderio di una visione completa delle cose, che è caratteristico di Naturphilosophie.

 

Ogni lato della personalità di Fechner portava i suoi frutti caratteristici. Il prodotto della convergenza positivista fu il suo primo lavoro scientifico sulla psicologia della percezione, con l’imponente opera in due volumi Elemente der Psychophysik (1860), che tenta di descrivere in leggi precise il rapporto tra psichico e fisico. Poiché ha sottolineato la dipendenza della menta dalla propria espressione fisica e incarnata, la filosofia della mente di Fechner è stata descritta come una forma di materialismo. Il prodotto del versante metafisico è il cosiddetto panpsichismo, la dottrina circa un cosmo psichico, il quale è un'incarnazione dello psichico.




Fechner sostenne questa dottrina nelle sue due opere più famose: Nanna oder über das Seelenleben der Pflanzen (1848a) e Zend-Avesta oder über die Dinge des Himmels und des Jenseits (1851).

 

Lo sforzo di Fechner per armonizzare i due lati della propria conflittuale natura è maturato con la sua metafisica induttiva, vale a dire, il tentativo di raggiungere conclusioni metafisiche generali sulla base dei metodi e dei risultati delle scienze empiriche. Come altri filosofi della sua generazione, vale a dire Lotze, Trendelenburg e Hartmann, Fechner rifiutò i metodi sintetici degli idealisti tedeschi (Fichte, Schelling, Hegel), che tentarono di trarre le loro conclusioni con metodi a priori. A suo avviso, la metafisica dovrebbe seguire, non guidare le scienze empiriche, che sono autonome e poggiano su proprie basi indipendenti dalla filosofia.

 

La questione cruciale era se i principi metafisici generali potessero davvero essere basati sulle scienze empiriche, i cui risultati sono sempre frammentari e provvisori.




 Qualsiasi tentativo di capire Fechner deve fare i conti con entrambi gli aspetti della conflittuale personalità. Dobbiamo rendere giustizia al suo panpsichismo oltre che al suo positivismo. Possiamo liquidare il panpsichismo su basi positiviste, come molti hanno fatto; ma se lo facciamo, chiediamo argomentazioni a Fechner. Ha insistito sul fatto che le sue conclusioni si basano su inferenze ben fondate da fatti di esperienza, e ha sottolineato (giustamente) che la resistenza alle sue opinioni era spesso basata su poco più che pregiudizio. Lungi dall'essere un metafisico sconsiderato, lo stesso Fechner applicò standard positivisti alla propria metafisica.

 

Possiamo contestare se ha soddisfatto quegli standard; ma possiamo farlo solo dopo un attento esame della sua argomentazione. Anche laddove le sue conclusioni si estendono oltre l'evidenza empirica per loro natura, sollevano almeno domande e possibilità interessanti. Il panpsichismo di Fechner solleva l'importante questione dei limiti della coscienza:

 

la coscienza è limitata agli esseri umani e agli animali?




O dovremmo estenderlo alle piante e in effetti a tutti gli esseri organici?

 

Molti studi di Fechner sono unilaterali, sottolineando un lato di lui a scapito dell'altro. Gli studiosi più anziani tendevano a concentrarsi sul suo lato metafisico, in particolare il suo panpsichismo. In reazione a tale lavoro, un libro più recente di Michael Heidelberger trova il cuore della filosofia di Fechner nel suo aspetto non metafisico, e sottolinea il suo materialismo non riduttivo come il principale risultato della sua filosofia.

 

Anche se strano per gli standard contemporanei, il panpsichismo fu la visione generale del mondo di Fechner, e la sua esposizione e difesa lo avrebbero preoccupato per gran parte della sua vita. È anche profondamente fuorviante descrivere il cuore della filosofia di Fechner come una qualsiasi forma di materialismo, anche se di tipo non riduttivo. Fechner non solo aveva una profonda avversione per il materialismo, ma insisteva anche sul fatto che credere nell'esistenza della materia è solo la reificazione di un'astrazione. Ci sono infatti dei passaggi, che Heidelberger cita debitamente, in cui Fechner descrive la sua filosofia come “materialista”; ma in quegli stessi passaggi descrive anche la sua filosofia come “idealista” anche se di tipo “non riduttivo”.




 Gli scritti filosofici più importanti di Fechner sono, a mio avviso, Nanna, Zend-Avesta e Ueber die physikalische und Philosophische Atomlehre.

 

Questi scritti rappresentano i due lati della filosofia di Fechner, il metafisico e il positivista. Non c'è nemmeno alcun tentativo di fornire un resoconto di Elemente der Psychophysik di Fechner anche se alcuni contemporanei lo consideravano il suo lavoro più importante - poiché i risultati sono essenzialmente empirici e hanno, secondo la stessa lettura di Fechner, poca rilevanza filosofica. Poiché la filosofia di Fechner è incomprensibile senza conoscere la sua vita, questo breve articolo include anche due sezioni biografiche, una sui suoi primi anni di vita e un'altra sul suo esaurimento mentale e nervoso.

 

Gustav Theodor Fechner nacque il 19 aprile 1801 nell'allora villaggio sassone di Großsärchen. Suo padre, Samuel Traugott Fischer (1765-1806), e in effetti il ​​nonno, erano pastori del villaggio; e sua madre, Dorothea Fechner (17441806), proveniva anche lei da una famiglia pastorale. Questo background religioso ha avuto un profondo effetto su Fechner, che avrebbe tentato di razionalizzarlo nella sua filosofia.




 Gustav era il secondo di cinque figli. Aveva un fratello maggiore, Eduard Clemens (1799–1861), che era un artista, e si trasferì a Parigi nel 1825; aveva tre sorelle più giovani, Emilie, Clementine e Mathilde. Sebbene fosse solo un pastore del villaggio, Samuel Fechner era un uomo dell'Illuminismo: fu il primo nel suo villaggio a vaccinare i suoi figli; a porre un parafulmine sulla chiesa del villaggio; e fu il primo a fare prediche senza indossare una parrucca. A detta di tutti era un padre caro; ma morì quando Gustav aveva solo cinque anni. La sua morte lasciò la famiglia indigente.

 

Fechner si dimostrò una grande promessa fin dalla tenera età. Poteva parlare latino e greco in giovanissima età adolescenziale. Imparò velocemente e studiò avidamente. Quando aveva solo quindici anni, il Rektor del suo ginnasio gli disse: “Fechner, sei ancora molto giovane; devi andartene perché non c'è più niente che possiamo insegnarti”. Ma, semplicemente perché era troppo giovane per l'università, dovette rimanere un anno in più in panchina. Quando aveva solo sedici anni, andò all'Università di Lipsia. Poiché poteva ricevere poco aiuto dalla sua famiglia, doveva fare affidamento su stipendi e piccole borse di studio. Più tardi Fechner si sarebbe sostenuto attraverso traduzioni e lavori letterari. Questa dipendenza dal lavoro letterario, come vedremo presto, si sarebbe rivelata fatale.




 Fechner era, nel vero senso della parola, ein Leipziger. Sebbene trascorse la sua infanzia a Großsärchen e Dresda, visse quasi tutta la sua vita a Lipsia, dal 1817 al 1887. Viaggiò fuori solo per le vacanze, e solo una volta per un breve soggiorno, tre mesi a Parigi nel 1827. Lipsia non era intellettualmente restrittiva, tuttavia, poiché, nella prima metà del diciannovesimo secolo, era per molti aspetti il ​​centro culturale della Germania. Era famoso per la sua vita musicale, per il suo commercio di libri e per i suoi salotti letterari. Si chiamava la Parigi della Germania. Fechner ha goduto di questa vita culturale ed è stato pienamente integrato in essa.

 

Fechner studiò per la prima volta medicina, conseguendo il diploma di maturità e il dottorato nel 1822. Ma divenne presto insoddisfatto dell'argomento. Sebbene avesse il diritto di praticare la medicina, confessò di non avere la minima idea di come sanguina un'arteria, o partorire e applicare una benda. Anche la medicina non lo soddisfaceva come disciplina intellettuale perché le sue teorie erano basate più sull'autorità e sulla tradizione piuttosto che sull'osservazione e sulla sperimentazione.




A causa dei suoi interessi intellettuali, Fechner presto gravitò verso la fisica, che applicava standard più elevati e metodi più rigorosi della medicina. Abbandonò la maggior parte delle sue lezioni di medicina e frequentò solo le lezioni del fisiologo Ernst Heinrich Weber (1795–1878) e del matematico Karl Mollweide (1774 –1825). Per un po’ Fechner divenne l'assistente di Mollweide, ma confessò di avere poco talento per la matematica. Il lavoro di Weber e Mollweide sulla percezione si sarebbe rivelato una profonda influenza sulla psicofisica successiva di Fechner.

 

Un evento cruciale nello sviluppo intellettuale di Fechner avvenne nel 1820 con la sua lettura del Lehrbuch zur Naturphilosophie di Lorenz Oken (1809). Oken era un ammiratore della Naturphilosophie di Schelling e nel suo Lehrbuch si proponeva di fornire un'esposizione sistematica delle sue idee di base e di riconciliare i suoi numerosi oppositori. Fechner era eccitato dalle speculazioni ‘mozzafiato’ di Oken sull'intera natura. Dai suoi studi di medicina si era abituati a vedere la natura come un meccanismo; ma Oken gli diede un nuovo modo entusiasmante di concepire la natura come un tutto organico. Fechner in seguito disse della sua prima lettura del libro di Oken: “Mi sembrava che una nuova luce illuminasse il mondo intero e le scienze del mondo; Ne fui abbagliato”.




Per i successivi quattro anni, Fechner si dedicò alla Naturphilosophie. Anche se ha detto di aver capito poco il libro di Oken, di cui ha letto solo il primo capitolo, ha continuato a leggere altri Naturphilosophen, in particolare Schelling e Steffens. Era davvero così coinvolto nella Naturphilosophie che nel 1823 scrisse la sua tesi di dottorato su di essa, Praemissae ad Theoriam organismi generalem, che era una teoria generale degli organismi. Nel 1824, in una raccolta di saggi, Stapelia mixta, fece le proprie proposte per il metodo della Naturphilosophie.

 

Nel bel mezzo del suo fascino per Naturphilosophie, Fechner iniziò a scrivere satire sotto lo pseudonimo di Dr. Mises. Le sue prime due pubblicazioni erano una parodia delle pretese e delle pratiche della medicina del suo tempo: Beweis, daß der Mond aus Jodine bestehe (1821) e Panegyrikus der jezigen Medicin und Naturgeschichte (1822). Queste satire contengono anche una critica dei metodi di Naturphilosophie, che il dottor Mises rimproverò per le sue frettolose analogie e la sua mancanza di attenta sperimentazione.




 Nonostante la propria consapevolezza dei suoi difetti, Fechner non perse il suo entusiasmo per Naturphilosophie. Credeva che i suoi problemi potessero essere superati trovando e impiegando la metodologia appropriata. Da qui le proposte in Stapelia mixta, che sono stati progettati per mettere Naturphilosophie su una base metodologica più solida.

 

Tuttavia, nel 1824, lo stesso anno in cui apparve la Stapelia mixta, Fechner sembrava aver perso ulteriore fiducia nella Naturphilosophie. In quell'anno aveva iniziato a tradurre i fisici francesi Louis Jacques Thénard (1777–1857) e Jena Baptiste Biot (1774–1862), il cui lavoro lo impressionò profondamente. Seguendo metodi accurati di sperimentazione e osservazione, i fisici francesi sembravano produrre risultati definiti. Fechner si chiese se Oken e Schelling avrebbero mai potuto produrre le precise leggi dell'ottica che si trovano nell'opera di Biot?




 Nonostante tale disillusione, Naturphilosophie rimarcherebbe una profonda influenza su Fechner. Ci sono due ideali fondamentali di Naturphilosophie che ebbero un effetto duraturo: il primo, il suo ideale di una visione del mondo unificata; e, il secondo, il suo concetto organico di natura. Per quanto Fechner rifiutasse i metodi della Naturphilosophie, era comunque eccitato da questi ideali, ai quali non avrebbe mai rinunciato. Già nel 1824, quindi, esiste una tensione fondamentale nella vita intellettuale di Fechner: il desiderio di Naturphilosophie speculativa e la necessità di una scienza esatta.

 

Nel semestre invernale 1823-1824, alla giovane età di ventidue anni, Fechner iniziò la carriera accademica tenendo lezioni di fisiologia per la facoltà di medicina. Dopo la morte di Ludwig Gilbert (1769-1824), il professore di fisica di Lipsia, nel 1824, Fechner servì come suo sostituto temporaneo. Poiché era ancora così giovane, la posizione non poteva essere resa permanente. Fu solo nel 1834 che Fechner divenne finalmente professore di fisica a Lipsia.




Durante gli anni venti dell'Ottocento, Fechner iniziò il suo primo lavoro sperimentale, prendendo come soggetto il nuovo ed entusiasmante campo dell'elettricità. Condusse esperimenti per testare e perfezionare le misurazioni per la legge di Ohm, che era stata scoperta nel 1826, ma che all'inizio era molto controversa. Le esatte osservazioni e gli esperimenti di Fechner furono molto apprezzati e contribuirono all'accettazione generale della legge di Ohm. Gli esperimenti furono raccolti sotto il titolo Maßbestimmungen über die galvanische Kette (Leipzig: Brockhaus, 1831).

 

Nel 1827 Fechner intraprese un lungo viaggio attraverso la Baviera, Salisburgo, il Tirolo e la Svizzera, che alla fine si concluse con il suo soggiorno di tre mesi a Parigi. Lì incontrò finalmente Biot e Thénard nonché André Marie Ampère (1775–1836); il loro impegnativo lavoro sperimentale gli servì da modello. Le traduzioni di Biot e Thénard di Fechner svolsero un ruolo importante nella diffusione della scienza matematica francese in Germania.




Dal 1838 al 1840 Fechner intraprese esperimenti sulla psicologia della percezione sensoriale. In tal modo entrò a far parte di una tradizione di Lipsia: negli anni Trenta dell'Ottocento Alfred Volkmann (1801–1877), Ernst Heinrich Weber (1795–1878) ed Eduard Friedrich Weber (1806–1871) condussero esperimenti sulla psicologia e fisiologia dei sensi percezione. Fechner continuò in quella tradizione conducendo a sua volta esperimenti sulla percezione del colore. Voleva indagare la connessione tra il fenomeno oggettivo della luce e la sua percezione soggettiva. Scoprì che la comparsa di molti fenomeni di colore è dovuta più all'affaticamento della retina piuttosto che a qualsiasi proprietà della luce stessa. I risultati di Fechner si rivelarono fruttuosi e furono successivamente ripresi da Helmholtz.

 

Sebbene Fechner si stesse facendo un nome, era ancora quasi indigente. I suoi posti di docente erano o mal pagati o non pagati affatto, quindi in qualche modo dovette compensare la mancanza di reddito. Per tenere il lupo lontano dalla porta, si impegnò in vari progetti di traduzione e scrittura. Il più discutibile di questi progetti fu la messa in opera editoriale di Breitkopf e Hauslexikon di Härtel, una guida domestica. Questo lavoro consisteva in otto volumi, ciascuno contenente da otto a novecento pagine; un terzo degli articoli doveva essere scritto dallo stesso Fechner. Così il nostro filosofo si trovò a scrivere sul modo migliore per apparecchiare la tavola e su come tagliare la carne. Il motivo di Fechner che lo convinse ad intraprendere questo lavoro era totalmente finanziario: le precedenti edizioni dell'Hauslexikonera furono molto redditizie. Ma, per fortuna, questa edizione si rivelò un fallimento. Le poderose fatiche di Fechner non servirono a nulla e lo esaurirono così tanto che lo precipitarono verso un esaurimento nervoso nel 1840.


(Prosegue)