Da una Precedente
"Catena" (8/1)
Molte
volte, nella mia vita, ho provato la straordinaria sensazione che il mio “io”
si sdoppiasse, che altri esseri vivessero o fossero vissuti in lui, in altre
epoche o in altri luoghi.
Non
stupirti, mio futuro lettore; ma indaga nella tua stessa coscienza.
Ritorna
indietro con il tuo pensiero, ai giorni in cui il tuo corpo e il tuo spirito
non erano ancora cristallizzati; in cui, materia plasmabile, anima fluttuante
come le onde in movimento, avvertivi appena, nel ribollire del tuo essere, il
formarsi della tua identità.
Allora,
leggendo queste righe, forse ricorderai delle cose dimenticate, delle visioni
incerte e nebulose, che passarono davanti ai tuoi occhi di bambino e che, oggi,
non ti sembrano che sogni irreali, un parto della fantasia, e che ti fanno
sorridere.
Eppure, in
queste lontane visioni del tuo essere, non tutto era sogno. Quando, da bambino,
ti sembrava, durante il sonno, di precipitare nel vuoto da altezze infinite;
quando credevi di volare, oppure osservavi con orrore, intorno ai tuoi piedi
immersi nel fango, arrampicarsi migliaia di ragni odiosi e ripugnanti; quando
davanti ai tuoi occhi si libravano forme sconosciute, degli incubi, e vedevi
sorgere e tramontare degli strani soli di un altro mondo; tutto questo, forse,
non era una proiezione della tua fantasia febbrile e innocente. Sai tu, da dove
provenissero queste conturbanti immagini, e se non avessero origine in altre
vite anteriori, da te vissute in altri mondi?
Forse, quando
avrai ultimato queste pagine, ti sarai fatta un’idea più precisa su tutti questi
sconcertanti problemi che, senza dubbio, ti hanno lasciato finora perplesso,
irritato. In verità, la cortina invisibile della nostra nuova prigione ci
avvolge fin dalla nascita, e subito dimentichiamo il passato. E quando, a
volte, esso si ripresenta mentre siamo ancora in braccio alla madre o
camminiamo carponi sul pavimento domestico, questo ricordo ancestrale ci
procura soltanto un vago senso di paura…
Per quanto
mi riguarda, ricordo perfettamente che nei giorni lontani in cui non ero che un
piccolo essere balbettante che emetteva dei vagiti per esprimere la sua fame o
il desiderio di dormire, mi ricordo, dicevo, che avevo la netta sensazione di
esistenze anteriori.
Io, che non
avevo mai detto la parola “Re”, e che non l’avevo mai udita pronunciare,
ricordavo d’essere stato, in un tempo lontano, il figlio di un Re. E così pure
di essere stato uno schiavo e un figlio di schiavo, e di aver sopportato un
collare di ferro intorno…
(J.
London)
PRIMA IO; SCUSATE….
PRIMO “IO”
Il
barbiere, avendo ricevuto un talento d’oro dai due vescovi Ursace e Valente,
per indurre Costanzo ad abbracciare la nuova interpretazione delle Sacre
Scritture, gli mormorò all’orecchio qualche parola, mentre gli ripassava con la
solita bravura il rasoio sulla guancia. Peraltro, in quel momento, si accostò
all’Imperatore il capo dei silenziari, di nome Paolo, già indicato da tutti col
soprannome di Catena, perché le sue macchinose delazioni avvolgevano le vittime
in una inestricabile maglia di ferro.
Il suo
viso era completamente sbarbato e quasi femminile: gli occhi chiari e languidi
gli davano l’aspetto d’un uomo dotato di angelica bontà. Camminava con passi
felpati, e in tutto il suo incedere elegante v’era qualcosa di felino. A
tracolla egli soleva portare un largo nastro azzurro, distintivo dei cortigiani
favoriti dall’Imperatore.
‘Ecco una
lettera di Giuliano. L’ho potuta intercettare questa notte stessa. Leggila,
Augusto’.
Costanzo
gli strappò violentemente la lettera dalle mani e la lesse con avidità; ma il
suo interesse si mutò quasi subito in delusione.
‘Stupidaggini!’
…diss’egli.
‘Esercitazioni
scolastiche! Si tratta di questo: mandando una cesta di fichi in regalo ad un
sofista, tesse le lodi dei fichi stessi, e siccome i frutti sono cento, coglie
l’occasione per fare le lodi di questo numero’.
‘Ritengo
che tutto ciò abbia qualche altro recondito significato’...
…insinuò
Catena.
‘Davvero?
Ma le prove?’
…eccepì
Costanzo.
‘Niente
prove’.
‘Allora,
o è un furbo di tre cotte, o…’
‘Che
intende dire la Tua Eternità?’
‘…oppure
è innocente!’
‘Come
credi, Augusto’,
….conchiuse
il delatore.
A questo
punto, si avvicinò un altro delatore, un giovane Persiano, certo Mercurio,
dagli occhi nerissimi nel viso giallo. Era quasi un fanciullo, ma la sua fama
non era punto inferiore a quella di Catena, e anch’egli aveva il suo
soprannome: Censore dei sogni. Quando il sogno di qualche suddito poteva essere
interpretato in modo pericoloso per la salute di Cesare, Mercurio ne prendeva
buona nota e ne riferiva all’Imperatore.
In tal
modo, molte persone avevano dovuto pagare con la confisca dei beni e la perdita
del grado civile un sogno nel quale avevano visto cose che un suddito non deve
vedere. Ma, ormai, i cortigiani erano tutti concordi nel dichiarare che erano
affetti da inguaribile insonnia, e in cuor loro invidiavano gli abitanti della
leggendaria Atlantide, che, secondo Platone, dormivano senza sognare.
Il
giovinetto, interrompendo l’opera di due eunuchi etiopi, i quali stavano
allacciando a Costanzo le calzature imperiali ornate dalle aquile d’oro,
abbracciò le gambe di Cesare e gli baciò i piedi, guardandolo negli occhi come
un cane che scruta le intenzioni del padrone dimenando la coda.
‘La Tua
Eternità mi perdoni’,
…diss’egli
con voce piena di devozione infantile.
‘Non ho
potuto resistere occorre proprio che ti riferisca il sogno che ha fatto
Gaudenzio: è molto brutto. Egli ti ha visto con la damide strappata e il capo
coronato di spighe vuote’…
‘E che
vuoi dire?’
‘Le spighe
vuote sono indice di carestia, la porpora strappata’…
‘E’
forse segno di malattia?’
‘Forse
peggio. Intanto so dalla moglie di Gaudenzio che egli ha consultato gli àuguri
a proposito di questo sogno, ed essi gli hanno detto alcune cose.’
‘Si, va
bene. . dopo ne riparleremo. Questa sera’…
‘No,
subito, Augusto. Senti. gli potresti, per il momento, infliggere un supplizio
leggero… non credi? Poi c’è quell’altra faccenda delle tovaglie’...
‘Quali
tovaglie?’
‘Come, non
ricordi? In Aquitania, ad un banchetto, vennero adoperate alcune tovaglie con
orli di porpora tanto larghi da superare la clamide imperiale’…
‘Larghi
più di due dita, dunque? Ho per legge autorizzato solo due dita’…
‘S’intende!
Le superavano di molto! Ti ho detto che erano quanto una vera clamide
imperiale! Non è forse una profanazione meritevole d’essere punita?’
Mercurio
si affannava per esporre al più presto tutte le sue delazioni.
‘A Delo è
nato un mostro’,
…continuò
‘con
quattro orecchie, quattro occhi; due zampe, e tutto coperto di pelo. Gli àuguri
sostengono che è un brutto segno, e che il Sacro Impero si scinderà’.
‘Vedremo..
vedremo dopo. Segna tutto con i particolari, e ritorna stasera’.
L’Imperatore
era quasi al termine della sua toletta mattutina. Egli si guardò nello specchio
e tolse, con un sottilissimo pennello, una goccia di minio da un cofanetto
d’argento filigranato. a foggia di reliquiario, sormontato da una croce.
( La
morte degli Dèi )
SECONDO… IO!;
SCUSATE: IL SECONDO “IO”
Al
principio della mia esistenza nata all’orfanotrofio, fui introdotto a una
specie di ‘vita in transito’,
passando da un ‘guardiano’ all’altro, da uno spettatore all’altro, da un idiota
all’altro, mentre i legni veniva caricati su battelli a vapore del Mississippi.
In effetti,
si trattava piuttosto di un continuo passaggio approssimativo di brevi
palcoscenici, brevi seppur eterni ritratti, comunque molto distanti dalla mia
città natale in… o in qualsiasi parte del mondo…
E ho sempre
pensato che non ci sarebbero stati così tanti ‘frammenti figurativi’ ‘personaggi
da palcoscenico’ ‘caratteriali
comparse’ che potevano essere trascurati ed attraverso i quali,
osservandoli, navigo il difficile Fiume della Vita; ed ora lo confesso, mi sono
dilettato attraverso la ‘maschera’ di quei lineamenti, e se i passaggi non
fossero stati così ampiamente ispirati da questi personaggi da teatro:
caricature di se medesimi pur atteggiandosi ad altri; sarei regredito ad un
improprio palcoscenico.
Questione
di stile!
Questione
di intelligenza!
Tutto è Teatro
in questa loro comparsa, a noi l’intelligenza della (loro) maschera restituita
e riflessa allo specchio del delirante ‘atto’ della Storia…
RIPRENDO IL FILO
DEL MIO RACCONTO….
Per tutto
il giorno, rimasi nella mia cella a scervellarmi per scoprire la ragione di
questa nuova e inspiegabile punizione. Arrivai a concludere che tutto ciò
doveva essere opera di una spia, di uno sporco essere che per ingraziarsi
qualche guardiano, mi aveva denunciato per qualche immaginaria infrazione ai
regolamenti.
Nel
frattempo, il capitano Jamie si preparava a reprimere la rivolta di cui Winwood
doveva dare il segnale. Quella notte non un solo guardiano dormì. Le squadre
diurne rimasero in servizio, come quelle notturne; e quando si avvicinarono le
due, tutti si nascosero vicino alle celle occupate dai quaranta congiurati.
Le cose
andarono com’era stato previsto.
All’ora
convenuta, Winwood, munito di grimaldello, aprì le celle, chiamando per nome
gli occupanti uno dopo l’altro, e questi sgusciarono fuori. Si riunirono tutti
nel corridoio; e per i guardiani fu uno scherzo riprenderli, in un colpo solo. Le
menzogne di Winwood davano i loro frutti. Inutilmente i quaranta denunciarono
la parte avuta dal falsario in tutta la vicenda.
Il
Consiglio dei Direttori della prigione non si smosse dalla convinzione che
mentissero tutti per costruirsi delle attenuanti. E così l’Ufficio preposto
alle grazie e, nel giro di tre mesi, quella canaglia di Cecil Winwood venne
graziato e rimesso in libertà.
Ho già
detto che ero stato subito rinchiuso in cella.
Era notte e
dormivo, quando sentii la porta esterna cigolare sui cardini. Mi svegliai. Qualche
disgraziato, pensai, - che trasloca… Poi udii distintamente un rumore di
percosse e grida di dolore, imprecazioni e il fruscìo sordo d’un corpo che si
trascina per terra.
Una dopo
l’altra, le porte che si susseguivano lungo il corridoio si aprirono sbattendo,
mentre i corpi venivano buttati o trascinati nelle celle. Squadre di guardiani
arrivavano continuamente, e ancora altri uomini che continuavano a picchiare, e
altre porte si spalancavano davanti a sagome sanguinolenti, distrutte dalla
violenza.
Ma
ritorniamo indietro, a quel che successe nelle celle quando i cospiratori mi
raggiunsero dopo che la porta esterna del corridoio si era chiusa alle loro
spalle. I quaranta si precipitarono alle inferriate dei finestrini. Da una
cella all’altra cominciarono a farsi tra loro un mucchio di domande. Era un
vociare indescrivibile.
(Ignazio
rideva…)

MA
ASPETTI IL SECONDO E CONTROLLI LA TOVAGLIA FINO AL BORDO… SCUSATE che ho detto;
il passo interrotto o forse un sogno perseguitato?; non temere maddalena
arriveremo fino al fiume e ancora potremmo ballare “o fandango”; misura il
piatto servito o la povera scodella non consumata, giacche’ non ben comprende
come condita questa povera cena…; negli intervalli viene servito, o meglio che
dico?, ‘riscaldato’; ma scusate che dico ancora?, si spegne e si smorza come
una stella mai accesa a forma di lampadina; e’ il suo piatto freddo preferito
in questo universo ancora del tutto spento e ancora inesploso (seppure cercano
la dinamite sotto il letto); ed ogni qual volta viene illuminato dall’antica
promessa di un pranzo migliore, dal ripetitore spunta un fiore per meglio
ispirare il pensiero non ancora pensato; si’ e’ vero (ri)nascera’ una stella
e/o un imbecille che traina una slitta… gli viene promesso, infatti, il cervo
re della selva; controlla la finestra Che arriva catena accompagnato da
ignazio, non e’ un ragno ma solo un borgomastro che scala la parete, la’ ove
regnava una cima ghiacciata…; nulla impara nulla comprende nulla intende e per
sempre impreca e bestemmia, e’ la nostra eterna rovina; e’ il figlio del nulla
senza neppure una stella; lo pagano ad hore come il miglior segugio della
governante con l’elevata aspirazione di divenir prima serva non ancora commessa, tutte le volte che x lo
guarda ed ama ancora; guardati da winwood, e’ appena fuggito e poi di nuovo
tornato; fuggira’ ancora? forse non e’ mai partito; tiene stretta la mannaia
del boia con su incisa la sua ed altrui moneta, il suo secondo nome e’ motosega
d’oro…

Alla fine
del Sogno nr. Due, ovvero all’età di otto o nove anni, fui spedito a Buffalo,
New York, per essere messo a scuola.
Sono stato
mandato lungo il lago Erie da Toledo, a bordo del vecchio piroscafo Indiana,
comandante del capitano Appleby.
Molte Anime
che affollano il Fiume ricorderanno questo mestiere, il primo con cui mi sono
dilettato, e da parte mia ora ricordo il ‘nobile indiano meccanizzato’ con cui
attraversare il Fiume di Anime, mentre si trova a cavalcioni nella solitaria
catasta di fumo che lentamente penetra l’alba come il tramonto. Anche un magro
gruppo di ‘ottoni’, in posa e seduti vicino a lui come la generosa usanza di
quei giorni, ed imbarcato al piroscafo durante il viaggio si ode musica fine,
oppure, suono scomposto e sgradevole, sapete… dipende molto dal ‘copione’
recitato.
Dallo
stile.
Dalla
Compagnia del teatro!
Dipende
molto dal regista della nuova Compagnia!
Ad uno
sguardo più attento, il coraggio attenuato e affumicato della mia èstasi
giovanile, ahimè! sembra più una sagoma indifferente intonacata e belligerante
contro il cielo; ma è stato il primo pezzo di statuaria bellezza colta che
abbia mai visto e sentito; e il Belvedere di Apollo, a Roma, o l’orchestra di
Strauss, guidata da lui stesso, a Vienna, non ha mai suscitato in me così tanti
brividi di ammirazione.
Trascorsero
molti mesi prima che quell’indiano di spessa lamiera smettesse di navigare di
giorno come di notte attraverso una nuvola mista di fumo e carbone… e musica
d’ottone, nei miei sogni da ragazzo.
Il lago era
straordinariamente calmo e l’intero passaggio per Buffalo è stato, per anni,
uno dei miei ricordi più piacevoli. In quel Viaggio, senza dubbio, fu generato
il primo amore per i battelli a vapore, il cui frutto maturò poco dopo nelle
avventure che sto per raccontare. Ma questo affetto sconfinato per le specie di
imbarcazioni in questione mi consente di ricordare, come si vedrà direttamente,
i nomi di tutti i vecchi piroscafi da lago e di Fiume che avevano a che fare
con la mia infanzia.
Senza
manifestare un compassionevole sentimento che sono sicuro non commuove o
commuoverà alcuno, nel narrarvi dei due o tre miserabili anni trascorsi in
compagnia di questi teatranti, futuri razzisti di ben altre commedie non più
recitate per ampie platee.
Ho avuto
presagi della mia prima visione del grande Mississippi e del funzionamento
pratico della legge di Lynch allo stesso tempo nella notte del nostro avvento
al ‘Cairo’ ben illuminata dai fuochi di una magistrale esecuzione.
Un negro, a
quanto pare, era il proprietario o il locatario di una vecchia barca del molo
che era stata ormeggiata all’argine di quella città adibita ad uso di sala da
gioco. Il comitato di vigilanza, che allora governava il Cairo, si era spesso
sforzato di catturare il negro e di sottoporlo a processo; ma lui, astuto,
aveva passaggi segreti da una parte all’altra del molo, con cui sfuggiva sempre
ai suoi inseguitori.
Non avendo
dubbi sul fatto che fosse colpevole di diversi omicidi, i vigilantes, nella
notte del nostro arrivo, erano scesi sull’argine, duecento o trecento, armati,
ben equipaggiati e determinati a catturarlo. In risposta alle loro convocazioni
non ricevettero altro che insulti dal negro, ancora fuori dalla vista e al
sicuro in uno dei suoi nascondigli.
A un dato
segnale la nave del molo fu incendiata e fu lasciata andare alla deriva, e
mentre galleggiava nella corrente, i vigilantes la circondarono con piccole
imbarcazioni, e con i fucili pronti per impedire la fuga del negro.
Quando la
barca del molo era nel Fiume, il negro apparve audacemente nel luogo che, nel
mezzo di tutte le imbarcazioni fluviali di quel tipo, veniva lasciato aperto
per l’accoglienza e lo scarico delle merci. E ora si verifica una scena, così sensazionalmente
drammatica, così facilmente adattabile al palcoscenico di questi ultimi giorni,
che non avrei il coraggio di metterla in relazione con la verità se non avessi
assistito ai miei occhi.
Il negro
non è stato catturato fino a quando non ha rotolato un grosso barilotto di
polvere nel mezzo dello spazio aperto appena menzionato. Mentre si trovava alla
luce della sua nave in fiamme, la gente delle piccole barche nel fiume poteva
vedere che aveva un moschetto carico ed il barilotto di polvere. Quindi il
negro li sfidò a salire e prenderlo, versando su di loro allo stesso tempo
orribili giuramenti e maledizioni che raramente provengono dalle labbra
dell’uomo.
Le piccole
imbarcazioni mantenevano ora una distanza adeguata, i loro occupanti si
preoccupavano solo di impedirne la sua fuga in acqua. Mentre le fiamme si
addensavano attorno a lui, il negro si fermò, fluttuando nell’oscurità che
avvolgeva il maestoso fiume, con il suo moschetto ed armato ancora del barile
di polvere, imprecando e sfidando i suoi carnefici. Abbiamo udito l’esplosione
lungo il torrente e abbiamo visto affondare la barca del molo.
Il giorno
dopo parlai con il capo della Compagnia sulle piccole imbarcazioni, un omino
basso e robusto, con un occhio penetrante. Ha detto che non aveva il cuore di
sparare al negro, perché ha mostrato un tale coraggio. Confessò persino che,
per lo stesso motivo, si sentiva quasi dispiaciuto per la vittima, dopo che
l’esplosione lo aveva portato nell’eternità.
Un vecchio
artista arriva a guardare i modi, ora silenziosi ora confusi e pazzeschi, che
da quell’apparente silente perbenismo derivano, ‘figura scenica’ della vita
ordinaria con tutto l’orrore dei suoi volti, dipinto e scolpito come una
maschera della tragedia greca e con essa della Vita. Con i suoi costumi, i
luoghi, con i suoi teatri, ispirando lo stesso tipo di desiderio ed interesse
romantico con cui una certa specie di giovane immagina guardare sempre
all’impossibile gloria di viaggiare in una più profonda realtà naturale
irrimediabilmente dismessa e persa.
…Va da sé
che fra il naturalista e l’artista corre un filo antropologico nonché
scientifico. E quando ricordiamo i detti ‘pagani’ inscenare danze propiziatorie
in onor della loro Natura così pregata, imitandone scene e più naturali
profili, anche l’artista sciamano cerca adempiere ad ugual medesimo rito e
funzione, nel riproporre quei ghigni quei musi quei volti quei costumi sociali…
Con molte
delle Compagnie con cui abbiamo viaggiato il nostro compito antico, e pur se
insceniamo l’orrore sociale, per ogni maschera interpretata, corre tanta
differenza fra la bellezza della natura e da tutto ciò che da lei deriva…
(Ralph Kappler,
…scusate Keeler)