giuliano

sabato 18 aprile 2026

IL VELENO

 









CON AFFETTO AL SIGNOR SALIERI






I secoli oscuri del Medioevo, caratterizzati da lunghe guerre, epidemie e fanatismo religioso, offuscarono la visione reale dell’universo, considerando la natura indomabile come “matrigna” e molti dei suoi figli, come lupi, gatti neri, rapaci notturni e serpenti, incarnazioni del demonio da perseguitare. L’immaginario minaccioso ed oscuro e quindi la visione più nefasta e trascendente della “bestia” prevalsero per molti secoli, ne sono testimoni la letteratura e l’iconografia dell’epoca.

 

Nacque persino il mestiere di “luparo”, il cacciatore di lupi, attività in auge sino al secolo scorso. Da allora, nonostante l’esempio di San Francesco, che così si rivolse al lupo di Gubbio, assolvendolo: “Frate lupo… io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male”, questo animale è stato perseguitato, catturato ed ucciso con armi, trappole e veleni.




Contemporaneamente, la progressiva distruzione delle foreste e del suo habitat da parte dell’uomo ha portato questa specie sulla soglia dell’estinzione in quasi tutto il mondo. L’ultimo lupo delle Alpi fu ucciso, stando alle cronache, nel 1874 presso Como. L’ultimo lupo della Sicilia scomparve nel 1937; negli anni ’70 del ‘900 soltanto piccoli nuclei sopravvivevano nell’Appennino centrale ed in Calabria.




Finalmente, in quel decennio, fu varato il celebre progetto di ricerca e tutela del lupo italiano chiamato “Operazione San Francesco”, realizzato grazie all’azione congiunta del Parco Nazionale d’Abruzzo, che ospitava ancora una popolazione vitale di lupi, e del WWF, che impiegò cospicui fondi e risorse umane. Il progetto contribuì in modo determinante alla conoscenza scientifica, alla salvaguardia ed alla riabilitazione di questa importante specie; a coronamento dei primi successi il Parco creò nel 1976 il primo museo dedicato al lupo in Italia.

 

Oggi, malgrado si verifichino ancora dissennate uccisioni ad opera dell’uomo, la costante tutela del territorio e la grande capacità di adattamento del lupo stanno consentendo il suo aumento numerico ed il ritorno nelle aree da cui era scomparso da quasi un secolo. E così, dopo millenni di persecuzioni, “Frate lupo” è tornato nelle nostre foreste, giustamente riabilitato e salvato dall’ignoranza, a ricordarci che in un lontano passato la nostra sopravvivenza dipendeva dalle forze della natura, oggi le sorti della natura dipendono dalle scelte e dalle azioni della nostra società.





(Pescasseroli, 16 Apr 26)


 

Nel pomeriggio di ieri, 15 aprile, una pattuglia di Guardiaparco in servizio nel Comune di Alfedena, in località San Francesco, nell’Area Contigua del Parco, ha rilevato un episodio di eccezionale gravità a danno del patrimonio faunistico: cinque lupi sono stati rinvenuti morti.

 

Dai primi accertamenti, effettuati anche con il supporto del Nucleo Cinofilo Antiveleno del Parco, intervenuto immediatamente sul posto per la perlustrazione dell’area, sono stati individuati resti che potrebbero far ipotizzare la presenza di esche avvelenate. Sulla base degli elementi raccolti, l’ipotesi al momento più accreditata è quella dell’avvelenamento, pratica illegale e indiscriminata, che colpisce la fauna selvatica e mette a rischio l’intero equilibrio degli ecosistemi.




Le carcasse degli animali e il materiale rinvenuto, comprese le presunte esche, sono stati sottoposti a sequestro penale e messi a disposizione della Procura della Repubblica di Sulmona, che coordina le indagini. Nella mattinata odierna, il tutto sarà trasferito presso la sede di Avezzano dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’bruzzo e del Molise per lo svolgimento delle analisi necessarie ad accertare le cause della morte.

 

Il fatto si aggiunge a un analogo episodio recentemente registrato nel territorio di Pescasseroli, dove sono stati rinvenuti altri cinque lupi morti. Anche in quel caso sono in corso indagini da parte dei Guardiaparco e dei Carabinieri Forestali, coordinate dalla Procura di Sulmona, che ha disposto gli accertamenti presso l’Istituto Zooprofilattico per chiarire le cause del decesso, anch’esse ricondotte, in base ai primi risultati preliminari, all’ipotesi di avvelenamento.




Due episodi in pochi giorni, con modalità analoghe, rappresentano un segnale allarmante che non può essere sottovalutato né derubricato a fatto isolato. Si tratta di atti gravissimi, che meritano una ferma e netta condanna, non solo perché illegali, ma perché lesivi di un patrimonio naturale di valore inestimabile e incompatibili con una società civile consapevole e responsabile.

 

In un contesto generale segnato da un dibattito sempre più acceso sullo status e sulla gestione del lupo, è fondamentale ribadire che ogni forma di azione illegale e di giustizia fai-da-te è inaccettabile e non può trovare alcuna giustificazione.




L’utilizzo di esche avvelenate, oltre a colpire indiscriminatamente diverse specie, rappresenta un pericolo concreto per tutta la fauna con particolare riferimento a specie minacciate come l’orso marsicano, specie simbolo e particolarmente vulnerabile, la cui conservazione è prioritaria. Si tratta di pratiche particolarmente insidiose, che agiscono in modo occulto e indiscriminato, amplificando la gravità degli effetti e rendendo ancora più urgente un’azione di contrasto decisa.

 

Le attività di indagine proseguiranno senza sosta, così come l’azione di prevenzione sul territorio, anche attraverso l’impiego delle unità cinofile antiveleno, al fine di evitare ulteriori episodi.

 

Si rivolge infine un appello alla responsabilità di tutti: chiunque sia in possesso di informazioni utili è invitato a collaborare con le autorità competenti. Solo attraverso l’impegno congiunto delle istituzioni e della società civile è possibile contrastare efficacemente fenomeni così gravi e inaccettabili, che non possono trovare alcuno spazio in una comunità civile e consapevole nel 2026.




Eventi di questa natura riguardano l’intera collettività, poiché colpiscono direttamente non solo il patrimonio naturale comune e i valori che ne sono alla base, ma anche l’identità stessa e l’immagine dell’intero territorio. La tutela della biodiversità e il rispetto della Natura non sono ambiti che possano riguardare solo alcuni: chiamano in causa la responsabilità e la sensibilità di tutti. Nessuno può sentirsi estraneo considerando anche le ricadute economiche su settori produttivi primari per il nostro territorio, colpiti dai gesti insensati di pochi.

 

PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO





L’interrogativo è molto più ampio: quando un uomo alzava il cane del fucile e mirava alla testa di un lupo, che cosa voleva uccidere?

 

Vi sono altre domande.

 

Perché non abbiamo smesso, come mai abbiamo proseguito così a lungo una volta che l’esigenza di preservare i nostri beni era stata soddisfatta?

 

E quando i vili e i mentecatti torturavano i lupi, perché tanti di noi guardavano altrove?

 

In termini storici, siamo tutti colpevoli della perdita dei lupi. Nel diciannovesimo secolo, quando gli indiani delle pianure ci dicevano che il lupo era un fratello, noi predicavamo un altro vangelo. Il Destino Manifesto.




Quello che ci amareggia ora, penso, è che un vangelo alternativo rimane ancora ampiamente inarticolato.

 

Vogliamo affermare che non si sarebbe mai dovuta verificare un’uccisione, ma non sappiamo cosa metterci al suo posto.

 

Sin da quando l’uomo ha preso a interessarsi al lupo, facendone discendere i cani o ammirandolo come cacciatore, ha trasformato la sua uccisione in routine. A prima vista le ragioni sono semplici e giustificabili. I lupi sono predatori. Quando l’uomo arriva in una terra per ‘domarla’, rimpiazza la selvaggina con animali domestici. I lupi predano queste bestie, e l’uomo a sua volta li uccide, riducendone la popolazione come misura preventiva per proteggere il suo investimento economico. I due non possono proprio vivere accanto. Un po’ fuori dalla mischia, forse, in termini di giustificazioni, si situa l’azione dei Fish and Game Department, che uccidono i lupi per sostenere o incrementare la presenza di grossi animali da preda di modo che possano essere cacciati dall’uomo. Questo tipo di ‘controllo dei predatori’ ha storicamente soddisfatto gli interessi economici e politici a discapito di quelli ecologici, agendo a volte sulla base di convinzioni biologiche da bar sport o da barbiere invece che sulla scienza della fauna selvatica.




…Ma il lupo è in sostanza diverso, poiché la storia del suo sterminio mostra un autocontrollo decisamente inferiore e una perversione assai superiore. Sono numerosi coloro che non ammazzavano i lupi tout court, ma li torturavano. Li bruciavano vivi, strappavano loro le mascelle, tagliavano loro i tendini d’Achille, li facevano inseguire dai cani. Li avvelenavano con stricnina, arsenico e cianuro su scala così vasta che milioni di altri animali come procioni, mustele dai piedi neri, volpi rosse, corvi imperiali, falchi dalla coda rossa, aquile, citelli e ghiottoni morirono accidentalmente di conseguenza. All’apice della febbre sterminatrice, avvelenarono persino se stessi e bruciarono i propri possedimenti boschivi nel tentativo di sbarazzarsi dei rifugi dei lupi.

 

L’uccisione dei lupi ha a che fare con una paura fondata sulla superstizione.

 

Ha a che fare con il ‘dovere’.




Ha a che fare con dimostrazioni di virilità (in modo astratto, forse, non è niente di più che voler possedere o distruggere l’anima dell’animale).

 

…E a volte, poiché è un atto considerato ‘giusto’ e al tempo stesso del tutto privo di coscienza, uccidere i lupi penso abbia a che fare con l’omicidio.




Storicamente la spinta più manifesta, e quella che meglio spiega l’eccesso dello sterminio, è un tipo di paura: la teriofobia. La paura delle bestie. La paura delle bestie come creature irrazionali, violente e insaziabili. La paura della proiezione della bestia che è in noi.

 

Questa paura è costituita da due fattori, l’odio per se stessi e l’ansia per la perdita umana di inibizioni presenti in altri animali che non stuprano, non commettono omicidi e non saccheggiano. Al cuore della teriofobia vi è la paura della propria natura. Nella sua manifestazione più acuta, la teriofobia è proiettata su un animale solo, che diventa un capro espiatorio e viene annichilito. 

(B. Lopez)