giuliano

martedì 8 settembre 2020

LETTERE (10)

 










      Precedenti capitoli di talune...:


      Lettere (9)   (& Capitolo completo...)


      Prosegue con...:


      Delle brevi riflessioni (12)  &  (13)

     







Caro signor Einstein,

 

 Quando ho saputo che Lei aveva intenzione d’invitarmi a uno scambio di idee su di un tema che Le interessa e Le sembra anche degno dell’interesse di altri, ho acconsentito senza pensarci due volte.

 

Mi aspettavo che avrebbe scelto un problema al limite del conoscibile, cui ciascuno di noi, il fisico come lo psicologo, potesse aprirsi la sua particolare via d’accesso, in modo che da diversi lati s’incontrassero sul medesimo terreno. Mi ha pertanto sorpreso chiedendomi cosa si possa fare per tenere lontana dagli uomini la maledizione della guerra.




 Inizialmente ero spaventato dal pensiero della mia – avevo quasi scritto ‘nostra’ – incapacità d’affrontare quello che mi sembrava un compito pratico che spetta risolvere agli uomini di Stato. Ma ho compreso poi che Lei ha sollevato la domanda non come scienziato naturale e fisico, bensì come amico dell’umanità, che aveva seguito gl’incitamenti della Società delle Nazioni così come fece l’esploratore polare Fridtjof Nansen allorché si assunse l’incarico di portare aiuto agli affamati e alle vittime senza patria della guerra mondiale.

 

Ho altresì riflettuto che non si pretende da me che io faccia proposte pratiche, ma che devo soltanto indicare come il problema della prevenzione della guerra si presenta alla considerazione di un osservatore psicologo. Tuttavia anche a questo riguardo ha già detto Lei stesso quel che c’era da dire sull’argomento. Ma, sebbene Lei mi abbia tolto un vantaggio, sarò ben lieto di seguire la Sua scia e mi accontenterò di confermare tutto ciò che Lei ha detto amplificandolo al meglio delle mie conoscenze (o congetture).

 

Lei comincia col rapporto tra diritto e forza.




Non v’è alcun dubbio che sia questo il punto di partenza giusto per la nostra indagine. Ma mi permette di sostituire la parola forza con la parola più incisiva e più dura violenza?

 

Diritto e violenza ci appaiono oggi termini opposti.

 

È facile mostrare, tuttavia, che l’uno si è sviluppato dall’altro e, se risaliamo ai primordi della vita umana per verificare come ciò sia originato, il problema è facilmente risolto. Mi scusi se nel seguito parlo di ciò che è universalmente noto come se fosse nuovo, ma il filo del mio ragionamento mi obbliga a farlo.




È un principio generale, dunque, che i conflitti d’interesse tra gli uomini sono decisi mediante l’uso della violenza. Ciò avviene in tutto il regno animale (anche se mai raggiunge le cruenti ‘fasi umane’), di cui l’uomo fa inequivocabilmente parte; per gli uomini si aggiungono, a dire il vero, anche i conflitti di opinione, che arrivano fino alle più alte cime dell’astrazione e sembrano esigere, per essere decisi, un’altra tecnica. Ma questa è una complicazione che interviene più tardi.

 

Inizialmente, in una piccola orda umana, era la forza muscolare a decidere a chi dovesse appartenere qualcosa o la volontà di chi dovesse prevalere. Presto la forza muscolare viene integrata e sostituita dall’uso degli strumenti; vince chi ha le armi migliori o le adopera più abilmente. Con l’introduzione delle armi la superiorità intellettuale comincia già a prendere il posto della forza bruta, benché lo scopo finale della lotta rimanga il medesimo: una delle due parti, a cagione del danno che subisce e dell’infiacchimento delle sue forze, deve essere costretta a desistere dalle proprie rivendicazioni o opposizioni.




Ciò è ottenuto nel modo più totale quando la violenza elimina definitivamente l’avversario, vale a dire lo uccide.

 

Questo ha due vantaggi: l’avversario non può riprendere le ostilità e il suo destino distoglie gli altri dal seguirne l’esempio.

 

Inoltre, l’uccisione del nemico soddisfa un’inclinazione istintuale di cui parlerò più avanti.




 L’intenzione di uccidere talora può essere contrastata da una riflessione, secondo cui il nemico può essere impiegato in mansioni utili se lo s’intimidisce e lo si lascia in vita. Allora la violenza si accontenta di soggiogarlo, invece che ucciderlo.

 

Questo è un primo inizio dell’idea di risparmiare il nemico, ma il vincitore da ora in poi ha da fare i conti con la smania di vendetta dello sconfitto, sempre in agguato, e sacrifica parte della propria sicurezza.




 Questo è dunque lo stato originario, il predominio del più forte, della violenza bruta o sostenuta dall’intelligenza.

 

Come sappiamo, tale regime è mutato nel corso dell’evoluzione.

 

Ci fu una strada che condusse dalla violenza al diritto, ma quale?

 

Una sola a mio parere: quella che passava per l’accertamento che lo strapotere di uno poteva essere bilanciato dall’unione di più individui deboli. L’union fait la force. La violenza può essere spezzata dall’unione di molti, e la potenza di coloro che si sono uniti rappresenta ora il diritto in opposizione alla violenza del singolo.




 Vediamo così che il diritto è la potenza di una comunità. È ancora sempre violenza, pronta a volgersi contro chiunque le si opponga; opera con gli stessi metodi e segue gli stessi scopi. L’unica vera differenza risiede solo nel fatto che non è più la violenza di un singolo a trionfare, ma quella d’una comunità.

 

Ma perché si compia il passaggio dalla violenza a questo nuovo diritto o giustizia dev’essere soddisfatta una condizione psicologica.

 

L’unione dei più deve essere stabile, durevole. Se essa si costituisse solo allo scopo di combattere l’individuo dominante e si dissolvesse dopo averlo sopraffatto, non si otterrebbe niente. Il prossimo personaggio che si ritenesse più forte ambirebbe di nuovo a dominare con la violenza, e il gioco si ripeterebbe senza fine.




 La comunità deve essere mantenuta permanentemente, organizzarsi, prescrivere gli statuti che prevengano il rischio di ribellioni, istituire organi che veglino sull’osservanza delle prescrizioni – le leggi – e che provvedano all’esecuzione degli atti di violenza conformi alle leggi. Nel riconoscimento di una tale comunione di interessi s’instaurano tra i membri di un gruppo umano coeso quei legami emotivi, quei sentimenti comunitari sui quali si fonda la vera forza del gruppo.

 

Con ciò, penso, tutto l’essenziale è già stato detto: il trionfo sulla violenza mediante la trasmissione del potere a una comunità più vasta che viene tenuta insieme dai legami emotivi tra i suoi membri. Ciò che rimane da dire non sono che precisazioni e ripetizioni. La situazione è semplice finché la comunità consiste solo di un certo numero di individui ugualmente forti. Le leggi di questo sodalizio determinano allora fino a che punto, se dev’essere garantita una vita collettiva sicura, debba essere limitata la libertà di ogni individuo di usare la sua forza per scopi violenti.


(Prosegue nel carteggio completo)









Nessun commento:

Posta un commento