giuliano

sabato 9 dicembre 2023

QUANDO SALPAMMO CON LA MAZZINI IN ATTESA DELLA COSTITUTIONE (10 Dicembre 1871) (21)

 








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che ci assolverà (22)







Giunto al Rio-Janeiro, non ebbi molto ad impiegare per trovare amici. Rossetti, che non avevo mai veduto, ma che avrei distinto in qualunque moltitudine per quell’attrazione reciproca, e benevola della simpatia, m’incontrò al Largo do Passo.

 

Gli occhi nostri s’incontrarono, e non sembrò per la prima volta, com’era realmente. Ci sorridemmo reciprocamente, e fummo fratelli per la vita; per la vita, inseparabili! Non sarà questa, una delle tante emanazioni di quell’intelligenza infinita, che può probabilmente animare lo spazio, i mondi, e gl’insetti che brulicano, sulle loro superfici? Perché devo io privarmi della voluttà gentile che mi bea, pensando alla corrispondenza degli affetti materni rientrati nell’Infinita Sorgente, da dove scaturirono, ed a quelli del mio carissimo Rossetti?

 

Io ho descritto altrove l’amorevolezza di quella bell’anima; e morrò forse privo del contento di posare un sasso, sulla terra americana, nel sito ove giacciono l’ossa del generosissimo fra i caldi amatori della nostra bella e povera patria! Nel camposanto di Viamão devono trovarsi gli avanzi del prode ligure, caduto in una sorpresa di notte, fatta dagli imperiali su quel villaggio, ove casualmente trovavasi Rossetti.




Passati alcuni mesi in una vita oziosa, eccoci, Rossetti ed io, ingolfati nel commercio; ma, al commercio, io e Rossetti non erimo atti.

 

Nella guerra, sostenuta dalla repubblica del Rio-grande contro l’impero del Brasile, fu fatto prigioniero Bento Gonçales, ed il suo stato maggiore; e, come segretario dello stesso, presidente della repubblica, e generale in capo dell’esercito, giunse pure prigioniero Zambeccari, figlio del famoso aeronauta bolognese. Rossetti ottenne lettere di corso dalla repubblica, ed armammo il Mazzini, piccolissimo legno nel porto stesso di Rio-Janeiro.

 

Corsaro! lanciato sull’Oceano con dodici compagni a bordo d’una garopera, si sfidava un impero, e si facea sventolare per i primi, in quelle meridionali coste, una bandiera d’emancipazione! La bandiera repubblicana del Rio-Grande! Una sumaca carica di cafè fu incontrata all’altura dell’Isola Grande, e predata. Il Mazzini fu messo a picco per non esservi altro pilota da condurlo per l’alto mare. Rossetti era con me; ma non tutti i compagni miei eran dei Rossetti: voglio dire uomini di costumi puri; ed alcuni, oltre a fisionomie non troppo rassicuranti, si facean oltremodo truci, per intimorire gl’innocenti nostri nemici. Io, mi adoperava naturalmente a reprimerli, ed a scemare, quanto possibile, lo spavento de’ prigionieri nostri.




Un passeggiero brasiliano della sumaca, all’imbarcarmi io sulla stessa, mi si presentò supplichevole, e mi offrì in una scatola, tre preziosi brillanti. Io glieli rifiutai, siccome ordinai non si toccasse agli effetti individuali dell’equipaggio, e passeggieri. Tale contegno io serbai in ogni simile circostanza ed i miei ordini mai furono trasgrediti, sicuri, senza dubbio, i miei subordinati, ch’io ero disposto a non transigere su tale materia. Furono sbarcati, passeggieri ed equipaggio, a tramontana della punta d’Itapekoroia, dando loro la lancia della Luisa (nome della sumaca), e permettendo loro d’imbarcare, oltre le proprie suppellettili, ogni vivere di loro piacimento.




Navigammo a mezzogiorno, e giunsimo dopo alcuni giorni nel porto di Maldonado, ove la buona accoglienza delle autorità e popolazione ci furono di buon augurio. […] Rossetti partì per Montevideo, onde regolare le cose nostre. Io rimasi colla sumaca, circa otto giorni; dopo di che l’orizzonte nostro cominciò ad offuscarsi, e tragicamente potea terminare l’affare nostro, se men buono fosse stato il capo politico di Maldonado, ed io men fortunato. Fui avvertito dallo stesso che non solo (a rovescio delle mie istruzioni) la bandiera rio-grandense non era riconosciuta, ma che giunto era, per me, e per il bastimento, un solenne ordine d’arresto. Eccomi obbligato di metter alla vela, con un temporale da greco, e dirigermi per l’interno del fiume della Plata, quasi senza destino, poiché appena avevo avuto tempo di manifestare ad un conosciuto che mi dirigerei, verso la punta di Jesus-Maria, nelle barrancas  di S. Gregorio, al settentrione di Montevideo, ove aspettare le deliberazioni di Rossetti coi nostri amici della capitale. Giunsimo a Jesus-Maria, dopo stentata navigazione, e rischio di naufragare sulla punta di Piedras Negras, per una di quelle circostanze impreviste, da cui dipende spesso l’esistenza di molti individui.




In Maldonado, colla minaccia dell’arresto, e diffidente anche della benevolenza del capo politico, io, rimasto in terra, per ultimare alcuni affari, avevo mandato ordine a bordo di preparare le armi. Ciò fu eseguito subito; ma successe che le armi, tolte dalla stiva ove si trovavano, furono collocate, per esser più pronte, in un camerino confinante alla bittacola. Messi alla vela, con un po’ di precipitazione, a nessuno venne in mente esser le armi in situazione da poter influire sulle bussole. Per fortuna, avendo io poca voglia di dormire, ed essendo il vento cresciuto a bufera, mi tenevo sottovento del timoniere, cioè alla destra del bastimento, osservando con occhio abituato la costa che corre tra Maldonado e Montevideo, assai pericolosa per le scogliere delle sue punte.

 

Era la prima guardia, cioè dalle 8 a mezzanotte; la notte era oscura e tempestosa. Ad un occhio abituato, però, a cercar la terra nelle tenebre, non era difficile di scorgere la costa, tanto più ch’essa mi appariva più vicina, ad onta d’aver ordinato al timoniere un rombo, che dovea allontanarci da essa. […] Verso mezzanotte la guardia da prua grida: ‘terra’. Altro che terra! In pochi minuti noi ci trovammo avvolti in orribili frangenti, e punte spaventose di scogli mostrare le orride e nere loro teste fuori dell’acqua, senza possibilità di scansarle. Il pericolo era immenso, ed inevitabile. Altro rimedio non v’era che precipitarsi nei vuoti degli scogli, e cercarvi un passaggio. Io ebbi la fortuna di non confondermi. Montai sul pennone di trinchetto, e raccogliendo quanto avevo di forza nella mia voce di ventotto anni, diressi la corsa del bastimento, verso i punti che mi sembravan meno pericolosi, comandando nello stesso tempo le manovre ch’eran necessarie.




La povera Luisa era sommersa dai colpi di mare, che frangevano sulla sua tolda con tanto furore, quanto negli scogli. Uno spettacolo per me nuovo, fu la vista di molti lupi marini, che senza curarsi della tempesta, attorniavano il bastimento da tutte le parti e si trastullavano, come tanti bambini in un campo fiorito. Le loro nere cervici però, dello stesso colore delle rocce che ci circondavano, e con un certo contegno minaccioso anche nei loro trastulli, era roba ben poco rassicurante. Chi sa non aleggiasse in quelle tetre zucche africane il pensiero d’un pasto saporito delle nostre carni. Comunque la riflessione del pericolo padroneggiava ogni altra, e fu un vero caso straordinario poter uscire da quel labirinto senza toccarli. La minima scossa a quelle spaventose punte avrebbe mandato in frantumi il tempestato legno.




Come già dissi, giunsimo alla punta di Jesus-Maria nelle barrancas di S. Gregorio a circa quaranta miglia da Montevideo, verso l’interno del Plata. Solo in quel giorno, giunsi a sapere essere state le armi tolte dalla stiva, e collocate in un camerino accanto alle bussole. Alla punta suddetta niente di nuovo; ed era naturale. Rossetti, minacciato dal governo di Montevideo, fu obbligato di nascondersi per non essere arrestato e non poté quindi occuparsi di noi. I viveri mancavano. Non avevimo lancia da poter sbarcare: eppure bisognava soddisfare alla fame di dodici individui. Avendo io scoperto, alla distanza di circa quattro miglia dalla costa, una casa, mi decisi di sbarcare su d’una tavola, e portar viveri a bordo ad ogni costo. I venti soffiavano dal pampero, ed essendo loro traversia alla costa, ne facevano l’approdo molto difficile, anche con palischermi[…] Eccomi con un marinaro, Maurizio Garibaldi, imbarcati in tavolino da camera, sorretti da due barili, e coi vestiti nostri appesi come un trofeo ad un’asta, eretta su quella nave di nuovo modello, non navigando, ma rotando nei frangenti di quella costa inospitale.




Il Rio de la Plata circonda lo stato di Montevideo, detto anche Banda Oriental, alla sua sinistra, e siccome cotesto bellissimo stato è formato da colline più o meno alte, il fiume ne ha roso la costa, e vi ha formato delle rupi, quasi uniformi, in certi luoghi altissime, per un lungo spazio. Lo stesso importantissimo fiume, alla sua destra, lambe lo stato di Buenos Ayres, e vi depone le sue alluvioni, che formano coll’andar dei secoli le immense pianure de las Pampas. Giunsimo felicemente alla costa; misimo in terra la sconquassata nostra nave; e lasciando Maurizio a rattopparla, mi avviai io solo verso la casa scoperta.

 

Lo spettacolo che si offrì alla mia vista, per la prima volta, quando salito sul vertice de las barrancas, è veramente degno di menzione. Gl’immensi ed ondulati campi orientali, presentano una natura affatto nuova ad un europeo, e massime ad un italiano, assuefatto e cresciuto, ove palmo di terra non si presenta, senonché coperto di case, siepi, opere qualunque di mano d’uomo. Là, nulla di questo: il creolo conserva la superficie di questo suolo, come gliela lasciarono gli indigeni, distrutti dagli spagnuoli. I campi sono coperti di fieno; e non variano che nelle valli, sulla sponda dell’arroyo o nella cañada coll’alta maciega.




Il fiume e l’arroyo, hanno le loro sponde generalmente coperte di bellissimi boschi, spesso d’alto fusto. Il cavallo, il bue, la gazzella, lo struzzo sono gli abitatori di quelle terre predilette dalla natura. L’uomo rarissimo, vero centauro, la passeggia soltanto per annunziare un padrone ai numerosissimi, ma selvaggi suoi servi. Non di rado, il bellicoso stallone, seguito dalla mandra di giumente, ed il toro, scortato anche lui, si avventano sul suo passaggio, disprezzandone l’alterigia, con vigorosi, e non equivoci segni. […] Quanto è bello lo stallone della Pampa! Le sue labbra sentiranno giammai il freddo ribrezzo del freno e la lucidissima schiena giammai calcata dal fetido sedere dell’uomo, brilla allo splendore del sole, quanto un diamante. La sua splendida, ma non pettinata criniera, batte i fianchi, quando il superbo, raccogliendo le sparse giumente, e fuggendo la presunzione dell’uomo, avanza la velocità del vento. Il naturale suo calzare, non mai imbrattato nella stalla dell’uomo, è più lucido dell’avorio; e la ricchissima coda, svolazza al soffio del pampero, riparando il generoso animale dal disturbo degli insetti. Vero sultano del deserto, ei sceglie la più vaga dell’odalische, senza il servile e schifoso ministero della più degradata delle creature: l’eunuco!

 

Chi si farà un’idea dell’emozione, sentita dal corsaro di 25 anni, in mezzo a quella fiera natura, vista per la prima volta!




Oggi, 10 Dicembre 1871, rannicchiato al focolare, ed irrigidito delle membra, io ricordo commosso quelle scene d’una vita passata, in cui tutto sorrideva, al cospetto del più stupendo spettacolo ch’io abbia veduto.

 

Io sono decrepito! ma ove saranno quei superbi stalloni, tori, gazzelle, struzzi, che tanto abbellivano e vivificavano quelle amenissime colline? I loro discendenti pascoleranno senza dubbio quei ricchissimi fieni, sinché il vapore ed il ferro giungano ad accrescer la ricchezza del suolo, ma ad impoverire coteste meravigliose scene della natura. […] In quel tempo la parte del territorio orientale di cui narriamo, era rimasta fuori del teatro della guerra; perciò, trovavansi numerosissimi gli animali d’ogni specie.

 

Nell’altro giorno, trovandoci all’ancora un poco al mezzogiorno della punta suddetta, apparirono due lancioni dalla parte di Montevideo, che credemmo amici; ma siccome non avevano il segno condizionale d’una rossa bandiera, io credetti a proposito d’aspettare alla vela; e salpammo, tenendoci alla cappa colle armi preparate. La precauzione non fu vana: poiché avvicinatosi il maggiore dei due lancioni, con sole tre persone in evidenza, c’intimò la resa, in nome del Governo orientale, quando si trovò a pochi passi da noi, ed apparirono minacciosamente armati, una trentina d’individui. Erimo in panna; io comandai immediatamente; ‘braccia in vela’.




 A quel comando ci fecero una scarica di fucileria, che ci uccise uno dei migliori compagni italiani: Fiorentino di nome: era isolano della Maddalena. Io principiai a dar mano ai fucili, che avevo fatto preparare fuori della cassa d’armi, sul banco di guardia, ed ordinai il fuoco. Impegnossi un combattimento accanito tra le due parti. Il lancione aveva attaccato il giardino di destra della sumaca, ed alcuni dei nemici, si preparavano a salire, rampicandosi al bastingaggio; ma alcune fucilate, e sciabolate li precipitarono nel lancione o nel mare. […]

 

Il timone rimase abbandonato: ed io, che mi trovavo a far fuoco vicino allo stesso, ne presi la barra. In quell’atto una palla nemica mi colpì nel collo, e stramazzai privo di sensi. Il resto del combattimento, che durò circa un’ora, fu sostenuto principalmente dal nostr’uomo Luigi Carniglia, dal pilotino Pasquale Lodola, e marinari: Giovanni Lamberti, Maurizio Garibaldi, due maltesi ecc. Gl’italiani, meno uno, combatterono valorosamente. Gli stranieri, ed i neri liberti, in numero di cinque, si salvarono nella stiva. Io ero rimasto per mezz’ora disteso sulla tolda quale cadavere, ed abbenché dopo, ripresi i sensi a poco a poco, non potevo muovermi, rimasi inutile e fui creduto spacciato. Staccato il nemico a fucilate, non si pensò più ad assaltar nessuno in quelle alture, e si proseguì per l’interno del Plata a cercarvi un asilo e dei viveri.

 

La mia posizione era ben ardua.




Mortalmente ferito, nell’incapacità di muovermi, non avendo a bordo uno solo, che possedesse le minime nozioni geografiche; e perciò mi trassero davanti la carta idrografica di bordo, perché vi gettassi i moribondi miei occhi, per indicare alcun punto di meta da dirigervi la corsa. Indicai Santafè nel fiume Paranà, che vidi scritto in lettere maggiori sulla carta suddetta. Niuno era stato in quel fiume, tranne Maurizio, una sola volta nell’Uruguay. I marinai atterriti dalla situazione, giacché rigettati dal governo di Montevideo, unico che si credeva amico della repubblica rio-grandense, si poteva esser considerati quali pirati, i marinari, dico, erano in un avvilimento indescrivibile; meno gl’italiani, devo confessar il vero.

 

Dalla situazione mia, la vista del cadavere di Fiorentino, e come dissi, il timore d’esser considerati ovunque pirati, essi avevano lo spavento sul volto, ed alla prima opportuna occasione realmente disertarono. […]


(Giuseppe Garibaldi)









 

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