giuliano

mercoledì 21 febbraio 2024

LE NOSTRE E LE LORO REGOLE

 










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circa l'onestà (1)


Prosegue con il 


Capitolo completo  


& IL Controllo letale







Come è noto, era il 1927 e a Londra presso l’editore Benn il biologo Julian Huxley pubblicava un testo piuttosto provocatorio già a partire dal titolo Religion without Revelation: in quell’opera egli coniava un vocabolo al quale trent’anni dopo avrebbe riservato un breve saggio specifico, transhumanism. 

 

La sua concezione, dai contorni un po’ visionari, cercava di far balenare un futuro della specie umana destinato, anche nella linea dell’evoluzione, a trascendere molti limiti attuali, dando origine a una sorta di nuovo fenotipo antropologico.

 

Dovevano trascorrere altri quarant’anni per veder sorgere, su impulso di Nick Bostrom e David Pearce, nel 1998 la World Transhumanist Association, divenuta poi la Humanity Plus con la sigla H+, che trasformava il neologismo huxleyano nel vessillo ottimistico di un movimento, capace di prefigurare e di configurare un’evoluzione della condizione umana guidata dall’uomo stesso attraverso le risorse delle nuove conquiste scientifiche.

 

Frattanto, però, si andava coniando un altro termine, postumanesimo, che si appaiava al precedente talora come sinonimo, più spesso come cifra del fondamento teorico sotteso al transumanesimo, del quale condivideva il superamento dell’umanesimo classico fortemente antropocentrico, marcatamente etico e fieramente culturale.

 

Detto in altri termini, i due vocaboli si collocherebbero in contrappunto armonico: il transumanesimo rimanderebbe a un progetto scientifico, mentre il postumanesimo ne sarebbe la versione più filosofica e quindi supporrebbe una visione più globale, segnata persino da ipotesi escatologiche.

 

Tenendo conto della qualità un po’ nebbiosa della letteratura finora prodotta da e su questa concezione antropologica, evochiamo in modo semplificato solo alcuni lineamenti che potrebbero stimolare anche dialetticamente la filosofia e la teologia.

 

La visione transpostumanistica assume e si colloca all’interno di tutti i dati che abbiamo precedentemente descritto. Infatti, anche per questa concezione l’attenzione si concentra sulle straordinarie potenzialità della scienza e della tecnica, sulle loro capacità di modificare i dati biologici umani, senza però dedicarsi alle ricadute etiche, senza indagare sulle implicazioni socio-esistenziali, senza elaborare premesse teoriche che sappiano criticare la pura e semplice pratica coi relativi esiti fisiologici.

 

Così, ormai abbastanza scontata sembra l’ipotesi del citato cyborg; si rimanda ad alcune discipline e strumentazioni sono entrate nei programmi della ricerca scientifica - pensiamo agli acronimi diffusi come GRIN (Genetics, Robotics, Information technology, Nanotechnology) o NBIC (Nanotechnology, Biotechnology, Information technology and Cognitive science) - ; si accetta la chirurgia ricostruttiva ed estetica dalla pratica sempre più acclamata; si è certi che l’intelligenza artificiale si allargherà verso nuove frontiere con macchine abilitate a eseguire operazioni prettamente umane; si è convinti che l’ibridazione tra uomo e componente tecnica tenderà ad espandersi anche oltre la mera sostituzione o riparazione di organi deficitari, aspirando a migliorare, a potenziare e a trasfigurare la struttura somatica; si spera nel progresso delle neuroscienze verso orizzonti sempre più vertiginosi.

 

Tendenzialmente l’atteggiamento del transpostumano è omogeneo a questi progetti scientifici ed è proiettato a superare l’homo faber trasformandolo in homo creator.

 

Si riesce, così, a intuire che sotto l’ombrello del transpostumano si riuniscono effettive conquiste benefiche, ma anche scenari dai profili fantascientifici che ereditano la celebre tradizione ebraica del Golem, col suo sogno di creare un homunculus analogo all’homo sapiens, dotato di una sua autonomia e di un’operatività non semplicemente programmata, qualità negata all’attuale robot, pur sempre dipendente da impulsi primari umani.




I fasti delle loro Chiese si celebrano con immagini allucinatorie: il cliente che denuncia l’impiegato e la sua ed altrui Storia (della rispettabile Compagnia posto fra la lunga storia detta e ripetuta, e quella negata, concernente un’altrettanta verità mai dispensata entro o fuori il loro laboratorio dell’eterna ricerca dell’eretico…), che a sua volta denuncia il collega, per ultimo il direttore che sprona a questa illuminante pratica, di modo che può esercitare maggior terrore, e con esso più potere, più nepotismo, più mediocrità. Ed infine l’intero sistema su cui poggia questa tribolazione nel dispensare ad ognuno Nessuno escluso, pane di arretratezza economica a cui l’industriale dall’alto del suo pulpito comanda ordine e disciplina e, come avete letto circa la sua ultima missiva, severa pulizia!

 

Con l’editto di non farvi più ritorno in codesti ed altri luoghi!


 


 

La mia infatuazione per lo studio della natura  animata  si  trasformò  rapidamente  in  una  vera  e  propria  storia  d’amore.  Ho  scoperto  che  anche  gli  esseri  umani  con  cui  lo  studio  mi  ha  messo  in  contatto  potevano  essere  affascinanti.  Il  mio  primo  mentore  è  stato  uno scozzese, non un pastore si badi bene ed ancor meglio, ma dell’ordine della regola di Scozia, e quasi un fratello  di  mezza  età  che  si  guadagnava  da  vivere  consegnando  ghiaccio,  ma  che  in  realtà  era  un  ardente  mammifero  dilettante. 

 

In tenera  età  aveva  contratto  la  rogna  o  la  lebbra,  o  qualche  altra  malattia  infantile  simile,  e  aveva  perso tutti  i  capelli,  per  non  recuperarli  mai  più un po’ come quel noto Benito di imprecisata perduta o riacquisita memoria.  Una  tragedia  che  potrebbe  aver  avuto  a  che  fare  con  il  fatto  che,  quando  lo  conobbi,  lui  aveva  già  dedicato  quindici  anni  della  sua  vita  allo  studio  del  rapporto  tra  la  muta  estiva  e  l’incipiente  narcisismo  nei  roditori  tascabili.

 

Quest’uomo  era  diventato  così  intimo  con  i  roditori tascabili  che  poteva  ammaliarli  con  fischi  sibilanti  finché  non  emergevano  dai  loro  rifugi  sotterranei  e  gli  permettevano  passivamente  di  esaminare  i  peli  sulla  loro  schiena. Né  furono  meno  interessanti  i  biologi  professionisti  con  cui  entrai  in  contatto  più  tardi. Quando avevo diciotto anni  trascorsi  un’estate  lavorando sul  campo  in  compagnia  di  un  altro  mammalogo,  settantenne,  pieno  di  lauree  e  la  cui  imponente  statura  nel  mondo  della  scienza  era  stata  guadagnata  in  gran  parte  da  uno  studio  approfondito  delle  cicatrici  uterine  nei  toporagni.  

 

Quest’uomo, uno stimato  professore  di  una  grande  università  americana,  sapeva  sugli  uteri  dei  toporagni  più  di  quanto  chiunque  altro  avesse  mai  saputo.  Inoltre potrebbe parlare  di il  suo  argomento  con  vero  entusiasmo.  La  morte  mi  troverà  molto  prima  che  mi  stanchi  di  contemplare  una  serata  trascorsa  in  sua  compagnia  durante  la  quale  ha  affascinato  un  pubblico  misto  composto  da  un  commerciante  di  pellicce,  una  matrona  indiana  Cree  e  un  missionario  anglicano,  con  un  monologo  di  un’ora  sulle  aberrazioni  sessuali  nelle  donne.  toporagni  pigmei.  (Il  commerciante  fraintese  il  tenore  del  discorso;  ma  il  missionario,  abituato  da  anni  a  dissertazioni  prive  di  senso  dell’umorismo,  presto  lo  mise  a  posto.)

 

Le mie  predilezioni personali  riguardavano  gli  studi  sugli  animali  vivi  nel  loro  habitat.  Essendo  un  tipo  letterale,  ho  preso  la  parola  biologia  –  che  significa  studio  della  vita  –  al  suo  valore  nominale.  Ero  molto  sconcertato  dal  paradosso  che  molti  dei  miei  contemporanei  tendevano  a  rifuggire  il  più  possibile  dagli  esseri  viventi,  e  scelsero  invece  di  limitarsi  all’atmosfera  asettica  dei  laboratori  dove  usavano  materiale  animale  morto  come  materiale  di  consumo.  Il loro  argomento  infatti,  durante  la  mia  permanenza  all’università  stava  diventando  fuori  moda  nell’avere  a  che  fare  con  gli  animali,  anche  quelli  morti.  I  nuovi  biologi  si  concentravano  sulla  ricerca  statistica  e  analitica,  per  cui  la  materia  prima  della  vita  non  diventava  altro  che  foraggio  per  il  nutrimento  delle  macchine  calcolatrici. 

(Farley  Mowat)




Il cliente dell’eterna bottega di questo strano commercio ‘transumano’ litiga, e non più Dialoga, con il cliente d’una strana bottega da una diversa e più privilegiata mercanzia; il collega con il collega, il direttore con un altro direttore, e tutti assieme poi, come un quadro di Boschiana memoria, si godono lo spettacolo dell’eretico bruciato sul rogo.

 

Basta una telefonata, un falso delatore, una ingiuria nuova e improvvisata, una lettera anonima, un sottointeso, un cenno, un ammiccamento, uno sguardo…, e l’inquisitore è servito. Tutti uniti poi, dallo spettacolo di un rogo nuovo ai tribunali dei media, dove dal delatore fino al più elevato politico o industriale di turno, si godono l’innocente barattato per colpevole nel tetro teatro del regime.

 

Non servono accertamenti o processi, basta ciò che la forza dei compromessi del potente feudatario ha costruito dall’alto del suo castello. La condanna è già pronta e stabilita dalla legge stessa, così come è stato nei secoli e nei secoli sembra essere. K. non ha scampo in questa farsa del potere. È sufficiente quel poco o quel tanto per vedere accessi i ceppi. Poi con sorrisi beffardi da regime si sorseggiano il vecchio capitano che si spara fra gli occhi. Ma defilati e il più delle volte nevrotici repressi nelle colpe, proseguono per la loro strada attenti ad non inciampare su colpe mai commesse.

 

Noi, straziati dal fuoco, dal tormento, dall’infamia, dalla calunnia, non possiamo nulla eccetto che un riparo che nasconda il nostro male: un viso tumefatto, occhi crateri spenti di vita, capelli rami secchi di un bosco dove è stata seminata la morte, un’anima che vomita il suo dolore attraverso un occhio che è costretto a guardare tanto orrore, tanto scempio, tanto inganno. L’anima va martoriata, segnata, uccisa; affinché dalla sua grandezza per questa vita terrena donata ma ora solo rubata, non possa traspirare più nulla; l’anima è quella che va colpita, offesa, umiliata, degradata.

 

La morale di questi esseri si propaga in questi termini.

 

Anni dopo, quando le verità vengono trapiantate come alberi nuovi nel giardino, dalla forma rettangolare di un loro giornale, gli stessi si defilano, perché hanno in serbo una calunnia nuova che li dispenserà dai debiti dell’infamia. Noi vaghiamo ammutoliti, e privati dei nostri diritti. Quelli ci furono letti, o meglio ci furono inviati, con il sorriso beffardo del Domenicano di turno, dell’inquisitore di turno, che per gradi e ruoli deve provare il piacere, deve sentire il privilegio ed il gusto della tortura mentre dispensa l’interpretazione della ‘sua’ legge…, mai la ‘legge’ quella gli è nemica. Ognuno è chiamato sulla pubblica piazza al gusto antico del patibolo.

 

La scuola (circa questa comune esistenza divisa, seppur apparentemente condivisa, circa medesima ugual diritto alla vita) ora può veder coronato il suo sogno, ed ad ogni inezia si sveglia per un urlo, per una ingiuria, per una bestemmia che però bestemmia non è, ma preghiera per taluni religioni. Si illuminano i visi, si affacciano dalle finestre spronati dall’inquisitore di turno per il prologo della loro legge. Ignari gridano frasi sconnesse, vengono comandati ed istruiti ad esse, vengono incitati pubblicamente all’odio. Non conoscono il condannato. Ma la cultura insegna loro che quello è il martirio, difendono solo il delinquente dalla legge.

 

Così fra una missiva e l’altra, fra un Tomo e l’altro, fra un post e l’altro in questo ed in ogni diverso paese in cui esiliato, debbo provare gli insulti e le privazioni di chi  abituato a dispensare monolitiche verità. Di chi abituato ad asservire più padroni, per un po’ di pane che chiamano potere. Con le loro armi affilate, con i loro telefoni pronti a tutto, dispensano il pane quotidiano. Fra una missiva e l’altra ci inviavano le loro sentenze, perché la materia, così dicono, è intelligente, e se la tassa va pagata ogni giorno, qualcuno con cui sfogare il proprio malessere deve materializzarsi per il bene spirituale della comunità. Ignari, scopriamo oggi, come hanno asservito le logiche di quella mafia che veste di bianco e urla: ‘Ti amo papà padrino padrone’.

 

Dicono che nota Compagnia si servano anche di tutti loro… 

(Giuliano Lazzari, Storia di un Eretico)

 


 

Il dado  fu  tratto  un  giorno  d’inverno  quando  ricevetti  una  convocazione  dal  Dominion  Wildlife  Service  che  mi  informava  che  ero  stato  assunto  con  il  munifico  stipendio  di  centoventi  dollari  al  mese  e  che  mi  sarei  presentato  immediatamente  a  Ottawa. Obbedii  a  quest’ordine  perentorio  con  poco  più  di  un  sussulto  di  sommessa  ribellione,  perché  se  avevo  imparato  qualcosa  durante  i  miei  anni  all’università  era  che  la  gerarchia  scientifica  richiede  un  elevato  standard  di  obbedienza,  se  non  di  sottomissione,  da  parte  dei  suoi  accoliti.

 

Due giorni dopo arrivai nella  capitale  del  Canada,  spazzata  dal  vento  e  dall’anima  grigia,  e  mi  ritrovai  nello  squallido  labirinto  che  ospitava  il  Wildlife  Service.  Qui  mi  presentai  al  Capo  Mammalogo,  che  avevo  conosciuto  come  compagno di scuola  in  tempi più spensierati. Ma ahimè, ora si era trasformato in  uno  scienziato  in  piena  regola,  ed  era  così  avvolto  nella  dignità  professionale  che  non  potevo  fare  altro  che  astenermi  dal  fargli  un  profondo  omaggio.

 

Nei giorni  successivi  fui  sottoposto  a  qualcosa  chiamato  “orientamento”,  un  processo  che,  per  quanto  potevo  vedere,  era  progettato  per  ridurmi  a  uno  stato  malleabile  di  depressione  senza  speranza. In ogni  caso, le  legioni  di  burocrati  danteschi  che  visitavo  nei  loro  antri  tetri  e  odorosi  di  formalina,  dove  trascorrevano  ore  interminabili  compilando  dati  tetri  o  creando  promemoria  senza  senso,  non  fecero  nulla  per  risvegliare  in  me  molta  devozione  al  mio  nuovo  impiego.  L’unica cosa che ho  davvero  imparato durante  questo  periodo,  rispetto  alla  gerarchia  burocratica  di  Ottawa,  la  gerarchia  scientifica  era  una  confraternita  dell’anarchia.

 

Ciò  mi  venne  chiaro  in  un  giorno  memorabile  quando,  dopo  essere  stato  finalmente  certificato  idoneo  all’ispezione,  fui  condotto  nell’ufficio  del  Vice Ministro, dove mi comportai così  indecorosamente  tanto di chiamarlo ‘Signore’. La mia scorta del  momento, tutta pallida e tremante, mi portò  immediatamente fuori dalla sua presenza e  mi  condusse  per  vie  subdole  al  bagno  degli  uomini.

 

Dopo essersi inginocchiato e sbirciato  sotto  le porte  di  tutti i  cubicoli  per  essere assolutamente  sicuro  che  fossimo  soli  e  che  non  potessimo  essere  ascoltati,  spiegò  in  un  sussurro  agonizzante  che  non  dovevo  mai,  pena  l’esilio,  rivolgermi  al  vice  come  altro  se  non  ‘Capo’,  o,  salvo  ciò,  con  il  titolo  di  “Colonnello”.

 

I titoli  militari  erano  di  rigore. 

 

Tutti i promemoria erano firmati Capitano, o Tenente, tutti nessuno escluso erano graduati, o al peggio, semplici Colonnelli.  Quei  membri  dello  stato maggiore  che  non  avevano  avuto  la  possibilità  di  acquisire  nemmeno  uno  status  quasi  militare  furono  ridotti  all’espediente  di  inventare  gradi  adeguati:  gradi  di  campo  se  erano  uomini  anziani  e  gradi  subalterni per i giovani. Non tutti hanno preso la  questione  con  la  dovuta  solennità,  e  ho  incontrato  un nuovo impiegato nella sezione pesca che si è  distinto  brevemente  inviando  una  nota  al  capo  firmata  ‘J.  Smith,  caporale ad  interim’. Una settimana dopo  questo  temerario  giovane  era  in  viaggio  verso  la  punta  più  settentrionale  dell’isola  di  Ellesmere,  per  trascorrervi  il  suo  esilio  vivendo  in  un  igloo  mentre  studiava la storia della vita dello spinarello a nove  spine, una per chilowattora!

 

Il mio capo sedeva dietro un’enorme scrivania la cui  superficie  polverosa  era  ricoperta  di  teschi  di  marmotta  ingialliti  (aveva  studiato  i  tassi  di  carie  nelle  marmotte  sin  da  quando  era  entrato  al  Dipartimento  nel  1897).  Alle sue spalle era  appeso  il  ritratto  barbuto  e  accigliato  di  un  mammifero  estinto  che  mi  lanciava  uno  sguardo  minaccioso.  L’odore  della  formalina  vorticava  qua  e  là  come  l’alito  fetido  del  salotto  di  un’impresa  di  pompe  funebri. Dopo un lungo silenzio,  durante  il  quale  giocò  prodigiosamente  con  alcuni  dei  suoi  teschi,  il  mio  capo  iniziò  il  suo  discorso.  C’era  una  solennità  nell’occasione  che  avrebbe  reso  giustizia  all’incarico  di  un  agente  speciale  che  stava  per  essere  spedito  all’assassinio  di  un  capo  di  Stato.

 

“Come  lei  sa,  tenente  Mowat”,  iniziò  il  mio  capo,  “il  problema  del  Canis  lupus  è  diventato  di  importanza  nazionale.  Solo  nell’ultimo  anno  questo  Dipartimento  ha  ricevuto  non  meno  di  trentasette  memorandum  da  membri  della  Camera  dei  Comuni,  tutti  esprimenti  la  profonda  preoccupazione  dei  loro  elettori  che  dovremmo  fare  qualcosa  per  il  lupo. 

 

La  maggior  parte  delle  denunce  sono  arrivate  da  gruppi  civici  e  disinteressati  come  vari  club  di  Caccia & Pesca, mentre i  membri  della comunità  imprenditoriale  -  in  particolare  i  produttori  di  alcune  note  marche  di  munizioni  -  hanno  dato  il  loro  peso  al  sostegno  di  questi  legittime  lamentele  del  pubblico  votante  di  questo  Grande  Dominio della Compagnia,  perché  la  loro  lamentela  è  il  lamento  che  i  lupi  uccidono  tutti  i  cervi,  e  sempre  più  nostri  concittadini  tornano  da  sempre  più  caccie  con  sempre  meno  cervi. 

(Farley  Mowat) 




A Chignolo, frazione di Oneta, in valle del Riso, i lupi hanno attaccato domenica, in pieno giorno, gli animali custoditi, a poche centinaia di metri da un’azienda che alleva ovicaprini e una trentina di vacche da latte. La comunicazione è arrivata dalle associazioni Pastoralismo Alpino. Tutela Rurale e il Comitato Valseriana-tutela persone e animali dai lupi. Secondo le tre associazioni i lupi sono poi tornati nella scorsa nottata, tra lunedì 11 e martedì 12 dicembre: il risultato è la morte di due capre, il ferimento di un becco, una pecore e due capre, per le quali non si sa ancora se esista una possibilità di recupero.

 

Va precisato che le reti utilizzate sono quelle “alte”, dichiarate “anti-lupo” dai servizi regionali. Gli allevatori sostengono da tempo che queste reti che, secondo gli amici dei lupi (e le istituzioni) dovrebbero difendere efficacemente gli animali, servono a ben poco perché il lupo le salta in scioltezza -spiegano le associazioni in una nota-.

 

L’episodio rappresenta l’ennesima conferma dell’espansione del lupo in Val Seriana. Oltre ai casi dell’alta valle se ne aggiungono altri che indicano una rapida discesa dei predatori verso la media valle.

 

Veronica Borlini, la giovane allevatrice vittima della predazione, riferisce che anche lo zio ha già subito dei danni a Gorno sul monte Grem. Come Comitato per la tutela delle persone e degli animali dal lupo non possiamo non stigmatizzare la persistente tendenza a minimizzare il problema della presenza del lupo da parte delle istituzioni, in primis della Polizia provinciale che a lungo ha negato che fossero avvistati i lupi.

 

Per discutere della situazione e delle iniziative da intraprendere in tema di lupi, si terrà, alla presenza di alcuni esponenti della Regione Lombardia, un convegno ad Ardesio il 26 gennaio.

 

In Val Seriana il 2023 sarà ricordato come quello del ritorno ufficiale del lupo nel territorio. In particolare, l’ultima segnalazione è quella della fine di ottobre, quando furono visti, grazie alle fototrappole della Polizia provinciale, 4 piccoli lupi, figli della coppia avvistata a Gandellino all’incirca un anno fa. Si è trattato così del primo branco accertato dalle forze dell’ordine provinciali.




 Ed il povero braccato lupo futuro Eretico condannato con la sua umile Storia senza più Memoria, spinto fra un ‘carcere’ e l’altro, per la salvezza dell’anima, viene macchiato da una nuova stele di infamia. Oggi come ieri tuonano le loro sentenze, per un mancato funzionamento di un motore a tribordo del panfilo dello slavo, o per una incompleta compilazione mod. P2, o per una insoddisfacente compilazione mod. G8 a beneficio del turismo senza confino e controllo:

 

“…Al riguardo, valutate attentamente le giustificazioni da lei addotte a sostegno con le note…. non abbiamo ravvisato nelle argomentazioni dedotte utili a Sua discolpa per quanto espressamente contestatoLe. In ragione della gravità del fatto di cui Ella si è resa responsabile, Le intimiamo la sanzione disciplinare dell’ammonizione scritta con sollecitato licenziamento di questa nobile Compagnia! …”.

 

 

ESSERE ONESTI CON SE STESSI E GLI ALTRI  

 

 

Chi non vuole implodere nell’esercizio della propria funzione nella schizofrenia incompresa fra la mano destra con quella sinistra, per una unica funzionalità di un apparato repressivo e falso, ad uso degli interessi del malaffare, deve fuggire come il peggiore dei banditi. Come fu, come è, e come sempre sarà.

 

Così scrivevano sentenza e condanna ancor prima dell’accertamento del fatto che da luogo a procedere (falso ed irrazionale). La cultura dell’inquisizione del rogo, dell’approssimazione, della mafia, del delinquente legittimato dall’ultimo indulto del politico di turno, perché fa compagnia assieme ad un altro sul Golgota al Cristo crocefisso, sono il fondamento ed il pane, scoprimmo presto, di questa loro società civile, timorosa della legge apparente vittima di una nuova modernità.

 

Gli stati allucinatori di queste barbare nefandezze non mi hanno abbandonato fino ad oggi. Sogni ad occhi aperti che non auguro a nessuno. Perché l’esercizio del potere se viene contraddetto o peggio ancora beffeggiato, non perdona e non lascia scampo.

 

Se la comunità ha impropriamente esercitato la sua violenza, perché violenta e corrotta, deve far uso del suo potere per reprimere ogni forma di dissenso. Nella manifestazione dell’estensione della sua logica, che li vuole accomunati tutti assieme, ancora a distanza di anni sotto il medesimo rogo, sotto la medesima scuola, braccano la loro preda, evocando quel potere persecutorio che li può far parlare ancora per una nuova sentenza peggiore della prima, così da adombrarne l’infamia.

 

Questa cultura inciampa sugli stessi suoi piedi.

 

Ed abbisogna di violenza e calunnia per essere legittimata. Quando di noi non rimarrà altro che cenere, si scriveranno altri libri neri, dove con tutta probabilità, si descriveranno gli stessi riti, le stesse piazze, le stesse orge di potere, occulto o manifesto. Dove si leggeranno le stesse sentenze, dove si trascineranno le stesse vittime sacrificali, dove verranno invitati e coinvolti gli stessi ragazzini e aguzzini, per il monito di tutti coloro che videro qualcosa in quell’anima che esala l’ultimo respiro. Dove grideranno frasi sconnesse, dove con l’illusione e l’ausilio della modernità, si celebrerà l’antico rito del rogo. Dove i colpevoli vengono protetti e legittimati e le loro vittime pagano l’umiliazione di una nuova gogna.

 

Poi gli inquisitori si defilano, i veri colpevoli, abbiamo scoperto, scrivere libri e manuali per salvare la carne e lo spirito, con metodi di ospedali psichiatrici da regime.

 

Vestono camici bianchi, dispensano pensioni e favori, proteggono dal potere delle tenebre e della storia, camminano tranquilli e beffardi verso una nuova gloria. Osannati dalla folla delirante, come lo fu il Barabba, barattato per un Cristo. Per la loro ‘infallibilità’ muoiono sempre gli stessi perfetti, che nella ciclicità della storia odono ieri come oggi le medesime sentenze. Il quadro è immutato nella sua perfetta ciclicità. Se poi possediamo il dono di saperli indicare, perché li vediamo imbattuti nella loro infamia, invocheranno per questo dono di ubiquità nella continuità dei loro mondi, il potere.




 …Quando quel giorno fui battezzato, gridavo così forte che anche due miglia di distanza non c’era bisogno di aguzzare l’orecchio per sentire la mia voce… Oramai sei entrato in questa chiesa e devi essere battezzato col fuoco e con l’acqua bollente prima che tu possa uscire, ti piaccia o non ti piaccia devi aspettare che finisca il battesimo. Ma quando sentii questo, esclamai con voce terribile: Io morirò in questa chiesa. E tutti quanti loro esclamarono: Puoi anche morire se vuoi, qui nessuno ti conosce. …E il reverendo Diavolo continuò il battesimo con l’acqua bollente e col fuoco. Dopo il battesimo, fu lo stesso Reverendo Diavolo a predicare ancora per qualche minuto, mentre fu Traditore a leggere il testo. Tutti i membri di quella chiesa erano - malfattori - . Cantarono il canto dei malvagi sul motivo melodioso dei malvagi poi – Giuda - concluse la cerimonia.  

(A. Tutuola)  


 


 

Qualcuno impropriamente chiama urgenza di pensiero e quello che da esso si genera (libertà, correttezza, diritto, democrazia), manie di persecuzione. Scopriamo con maggior orrore che anche il mal di vivere in questi termini persecutori diventa per taluni business e successo: salvatore per tutte le anime perse nei meandri di una nuova conquista economica. Ho combattuto cinici ed epicurei da secoli, e non torno sui miei passi. I loro mezzi e metodi li ho patiti per anni. Con l’ausilio della loro scienza ci hanno trascinato per secoli in boschi di terrore, per ricreare a tavolino nuove e sconosciute malattie sul nostro corpo in compagnia dell’anima già fiaccata dalla loro solerzia. Cavie di laboratorio, fummo, per troppo tempo in nuovi campi di lavoro, così nominano gli obblighi giornalieri con la società. Mentre il grande accademico della banchina ‘Uno’ si diletta ad appagare i clienti di oltre cortina, sempre per lo Stato che chiede la sua moneta.

 

Fummo seviziati al di qua e al di là del muro che avevano eretto con il nome nuovo di una malattia, di una condizione, di una punizione, di una futura morte. Una parola nuova per una pratica antica. Se al di là del muro prendevamo coscienza del nostro essere, le condizioni di vita divenivano pessime. La casta non ammette privilegi e pensieri impropri. La presa di coscienza per enorme beffa di tutti deve avvenire al di là del muro che frappongono fra la vittima e il politico, il corrotto, il violento, il burocrate e tutti i rimanenti nomi che riserva il vocabolario che solo appena riesce ad assolvere il compito cui incaricato in questa biblioteca che chiamano società civile.

 

Chi, guardandosi riconosce ancora il proprio volto riflesso su uno specchio d’acqua che non sia una nuova vetrina, conoscerà la punizione e la condanna certa. Chi, canta questo mal di vivere, che non sia un accademico, è spacciato dallo stesso virus, da lui cercato e combattuto con un ‘farmaco nuovo’. L’esperimento è gioia e diletto nella pratica del campo. Non vi era possibilità di ripresa fisica. Si veniva colpiti nello spirito e nell’anima, con il compiacente consulente prestato alla facile pensione.

 

Si è mortificati con la pratica della calunnia e dell’umiliazione pubblica. Si deve essere colpevoli di tutto il malfunzionamento burocratico e contabile della baleniera. Quando c’è da far bella mostra di sé, il possente accademico, nonché direttore, ci dispensa delle sue visite in cella. Altrimenti delega i suoi fidi per la gogna pubblica. Per la maggior parte dei casi, i polveroni sollevati, debbono solo appagare il gusto sadico di qualche idiota impotente, che deve avere la sua rivincita attraverso questa antica usanza del regime. 

(Giuliano Lazzari, Storia di un Eretico)








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