giuliano

venerdì 12 aprile 2013

NEGLI STESSI ANNI: sistemi di allarme (80)












Precedente capitolo:

intanto Jesse (lavorava.....)

Prosegue in:

Negli stessi anni: pedalando verso la ferrovia...(81)







...L'allarme antifurto di solito non funzionava in questo o quel
punto, ma aveva molte occasioni di entrare in azione perché
tutte le porte e le finestre della casa, dalla cantina alla soffitta,
erano collegate ad esso.
Nei periodi in cui non funzionava non ci dava grande fastidio.
Scoprivamo presto che ci prendeva in giro e che suonava con
il suo squillo agghiacciante solo per divertirsi.
Allora lo facevamo tacere e lo mandavamo a un elettricista di
New York, dato che in tutta Hartford non ce n'era nemmeno
uno.




Dopo che era stato riparato lo rimettevamo a posto e torna-
vamo a concedergli la nostra fiducia. In realtà non fece mai
nulla di buono salvo in una sola occasione.
Il resto della sua costosa carriera trascorse frivolmente e sen-
za scopo. Quest'unica volta fece intero il suo dovere: seriamen-
te, in modo ammirevole.
Squillò improvvisamente in una triste e tenebrosa notte di mar-
zo o aprile non ricordo bene, ricordo che saltai giù dal letto im-
mediatamente perché sapevo che questa volta faceva sul serio.




La porta del bagno era dalla parte del letto dove dormivo io.
Vi entrai, accesi il gas, guardai il segnalatore, staccai il colle-
gamento con la porta indicata e così fece cessare il frastuono.
Quindi tornai a letto.
Mia moglie chiese:
- Che cos'era?
Risposi:
- La porta della cantina.
- Credi che fosse un ladro?
- Naturalmente. Chi poteva essere, un ispettore delle scuole
di catechismo?
- Che cosa credi che voglia?
- 'Credo che cerchi l'argenteria, ma non conoscendo la casa
avrà pensato che la teniamo in cantina. Non voglio disillude-
re un ladro che non conosco e che non mi ha fatto niente di
male, ma se avesse avuto l'accortezza di informarsi avrei po-
tuto dirgli che lì non teniamo altro che il carbone e i legumi.




Però può anche darsi che conosca già il posto e che voglia
appunto il carbone e i legumi. Pensandoci, credo che cerchi
i legumi'.
- Scendi a vedere?,
chiese mia moglie.
- No,
risposi,
- non potrei essergli di nessun aiuto. Potrà scegliere da sé.
- E se invece sale al pianterreno?
- Faccia pure. Lo sapremo nell'istante che aprirà una por-
ta del pianterreno. L'allarme suonerà un'altra volta.
Proprio allora l'allarme riprese a squillare con tremendo
frastuono.
Dissi:
- Ecco, è arrivato. Te l'avevo detto. Conosco tutto dei la-
dri e delle loro tattiche. E' gente metodica....




Tornai nel bagno per vedere se avevo ragione: l'avevo.
Esclusi la stanza da pranzo facendo cessare il frastuono e
tornai a letto.
Mia moglie mi chiese:
- E adesso che cosa credi che cerchi?
Risposi:
- Credo che abbia preso tutti i legumi che gli occorreva-
no e che ora venga a prendere gli anelli per i tovaglioli e
qualche altra cianfrusaglia per la moglie e i bambini. Han-
no tutti famiglia, i ladri, e se ne preoccupano sempre; pren-
dono delle cose necessarie per sé e dei ricordi per la fami-
glia. Nel prenderli non si dimenticano di noi. Quegli ogget-
ti sono anche dei ricordi nostri. Non ce li restituiscono mai.
E il ricordo di questa attenzione si conserva perenne nel
nostro cuore.




- Scendi a vedere che cos'è che cerca ora?,
chiese.
- No,
risposi.
- Non provo maggiore interesse di prima. Sono gente
esperta. Sanno bene quello che vogliono. Io non saprei
aiutarlo. Suppongo soltanto che vada in cerca del vasel-
lame e di altri oggetti del genere. Se conosce la casa sa-
prà che è tutto quanto può trovare lì dentro.
- E se sale qui?
- Non c'è da preoccuparsi. Ci avvertirà.
- Che faremo allora?
- Scenderemo dalla finestra.
- Be', ma allora a che cosa serve un allarme contro i la-
dri?
- Hai visto che è servito fino ad ora e io ti ho spiegato
che continuerà a rendersi utile anche dopo che il ladro
sarà salito fin qui.
Il colloquio finì a quel punto. Il campanello non suonò
più.
Poco dopo dissi:
- Dev'essere rimasto deluso. Se ne sarà andato coi le-
gumi e qualche carabattola e non credo che ne sia sod-
disfatto.
(Twain, Autobiografia)










mercoledì 10 aprile 2013

LA FEBBRE DELL'ORO (76)
















































Precedente capitolo:

la febbre dell'oro (75)

Prosegue in:

la febbre dell'oro (77)









Quando li scorgemmo, i tre erano in una forra breve
e incassata, intenti a scavare con piccoli machete e
coltelli spagnoli.
Non appena si accorsero di noi, ci gettarono sguar-
di pieni di astio, come se fosse stata nostra inten-
zione interferire nel loro pieno diritto alla scoperta.
Devo dire che tale diritto è di solito tenuto in gran
conto. Quando un gruppo di persone trova l'oro, non
viene mai ostacolato dagli altri, anzi, si tengono tut-
ti a debita distanza.




Un esempio di questo sentimento naturale della giu-
stizia è costituito da un bel banco d'oro che giace
nei pressi del mulino del capitano Sutter e che nes-
suno si è mai sognato di intaccare per rispetto ver-
so il capitano, anche se questi non potrebbe vanta-
re alcuna proprietà del luogo.
Ben presto gli indiani si resero conto che non ave-
vamo alcuna intenzione di invadere il loro territo-
rio e ripresero a lavorare, mentre il vecchio bor-
bottava in spagnolo rispondendo come poteva al-
le nostre domande.




Si portava un rozzo sacchettino contenente - così
mi parve - sei o sette once d'oro che mostrava con
un misto di esultanza e di diffidenza.
Mentre discutevamo con il vecchio, che era prece-
duto innanzi di alcuni passi, intento nel proprio la-
voro, se ne uscì in un improvviso 'Augh!' che è l'-
espressione indiana di meraviglia.
Quando ci volgemmo verso di lui, lo vedemmo che
alzava con aria di gioia sconfinata una pepita d'oro
incrostata di terriccio, grossa come un pugno.




Il vecchio gli si gettò addosso come un forsenna-
to e, strappatagliela dalle mani, si mise a pulirla
dalla terra e dalle incrostazioni.
Lo fece con grande rapidità e precisione e in meno
di un minuto ci mostrò quella che aveva tutta l'aria
di essere una pepita d'oro del peso di sei o sette
once.
L'esaminammo con cura e con grande ammirazio-
ne. Non saprei dire se predominasse allora in me
la brama o la meraviglia per uno dei più begli e-
semplari che avessi mai visto.




Suppongo che me lo si leggesse in faccia, perché
il vecchio indiano mi guardò fisso negli occhi e quin-
di, dopo aver scambiato alcune parole nella sua lin-
gua con la 'squaw', mi tese la pepita con la destra
mentre con la sinistra si mise a tirare una fusciacca
rossa che portavo attorno alla vita, con l'evidente
intenzione di propormi il baratto.
Era una gran bella fusciacca, la mia, e sebbene va-
lesse senza alcun dubbio quanto mi veniva offerto
in oro, l'avrei potuta vendere ad un prezzo maggio-
re in quei posti.




Infatti, tutti sanno che gli indiani soddisfano i loro
capricci a prezzi ben più esorbitanti. Ma non fu
questo che mi fece esitare, bensì la sensazione di
star speculando sull'ignoranza di un selvaggio.
- Pigliala, Harry,
mi fa Charley.
- Non voglio approfittarmi del vecchio, Charley,
gli rispondo.
- Già, poi arriva qualcuno che gli rifila una pezza
di cotonina e si becca la pepita. Allora è meglio
che la prenda tu, no?




L'indiano dovette pensare che la nostra titubanza
nascesse dall'intenzione di alzare il prezzo, infatti
si mise a confabulare qualche minuto con la 'squaw'
e quindi fece l'atto di sciogliere il sacchetto, come
se volesse aggiungere qualcosa all'offerta.
Allora scossi il capo per fargli capire che non impor-
tava e, slacciata la fusciacca, gliela detti in cambio
dell'oro.
La vanità è un dolcissimo nettare per l'uomo, se
perfino il proverbiale stoicismo dei selvaggi cede
alla magica influenza.
Non appena il vecchio mise le mani sull'agognato
tesoro, la moglie e il figlio gli si fecero d'attorno e,
dimentichi del lavoro, restarono in stupefatta ammi-
razione dello sgargiante trofeo che avevamo conqui-
stato ad un prezzo di gran lunga superiore al suo in-
trinseco valore.....
(Guida del cercatore d'oro della California)













martedì 9 aprile 2013

LA FEBBRE DELL'ORO (74)






































Precedente capitolo:

la febbre dell'oro (73)

Prosegue in:

la febbre dell'oro (75)








"Caso mai questa scoperta dell'oro si dimostrasse
aleatoria", dissi fra me, "il povero avventuriero do-
vrebbe pur sempre benedire la chimera che lo ha
condotto in questo paradiso!".




Come sarebbe stato attraente il quadro se un grup-
po di gaie casette e di ben sistemate botteghe aves-
se ravvivato la scena; invece vi regnava assoluta
solitudine, se non la desolazione.
La vecchia missione di Santa Clara, sudicia e scal-
cinata, era l'unico segno di un qualche progresso in
cui capitava di imbattersi; da qui la strada conduce
a San Joaquìn, che dovremmo guadare.




Anche la campagna che si stende fra il fiume e forte
Sutter era fertile e quanto mai adatta alla coltivazio-
ne, ma ahimè, non un'anima viva!
Messicani, americani, erano tutti scomparsi; la feb-
bre dell'oro se l'era portati via. A Forte Sutter ci im-
battemmo in alcuni lavoratori, i quali, tuttavia, non
erano impegnati nei loro rispettivi mestieri, ma sem-
bravano intenti a fare di qualsiasi oggetto un 'vaglio'
per l'oro.




Le miniere principali si trovano a una cinquantina di
miglia a monte del forte, anche se iniziano molto più
a valle, estendendosi per il braccio del fiume Sacra-
mento chiamato American Fork, fra burroni e fiumi-
ciattoli che scendono dalle ultime propaggini dei gran-
di monti della Sierra Nevada.
Fu in questa direzione che procedemmo; e dopo a-
ver viaggiato per diverse ore, uno della compagnia
si fermò per raccogliere un goccio d'acqua da un lim-
pido rivo che gorgogliava ai nostri piedi e..guarda!




sul fondo della tazza scintillavano pagliuzze d'oro
miste a sabbia. Era la prima volta che ci trovavamo
entro i confini dell'El Dorado, e qui c'era Pattòlo che
scorreva accanto a noi sulla sabbia dorata.
Era quasi buio allorché giungemmo al primo accam-
pamento, dove si procedeva all'ultimo setacciamen-
to.
E pensare che miglia e miglia avevamo cavalcato
su filoni d'oro, di mercurio e di ferro, i più ricchi di
questo mondo; mentre il terreno s'era dimostrato
così piano e liscio che una comune carrozza l'avreb-
be potuto percorrere con l'agio con cui percorre....
Broadway.....




Durante il viaggio non potei fare a meno di notare
come la gente avesse abbandonato ogni altra occu-
pazione che non fosse quella di cercare l'oro, quasi
ne avesse scordato il valore meramente convenzio-
nale.
Le case che si trovavano a fianco della strada era-
no abbandonate; i mulini apparivano inoperosi; muc-
che e cavalli se la spassavano in mezzo ai lussereg-
gianti campi di frumento destinati alla distruzione....
(Guida del cercatore d'oro della California - 1848 -)













lunedì 8 aprile 2013

IN ATTESA DELLA NORTHERN PACIFIC....(71)









































Precedente capitolo:

in attesa della Northern Pacific (70)

Prosegue in:

Quando tornammo alla ferrovia (..e altri racconti....) (72)










Le avanguardie di Custer, comandate da Reno e Bedteen
che avevano attaccato un campo di Sioux Hunkpapa, ven-
gono respinte.
Nonostante ciò, Custer, Capelli Lunghi per gli indiani, pro-
segue la sua avanzata in testa al 7° reggimento di caval-
leria.
Custer ha già affrontato gli indiani, è convinto della pro-
pria superiorità e nutre solo disprezzo per 'le orde selvag-
ge' di cui parla nel suo libro 'La mia vita nelle Pianure':




'Qui, schierati in ordine di combattimento, gli uni di fronte
agli altri, si trovano gli esponenti della guerra civilizzata e
quelli della guerra barbarica. Uno degli avversari indossa-
va lo stesso tipo di tunica grezza, la stessa collanna e la
stessa arma del suo antenato; un altro invece era vestito
e equipaggiato secondo le regole di coloro che hanno rag-
giunto il massimo della civiltà, ...e lottano per essa...'.




Ma il 25 giugno del 1876, Capelli Lunghi e i suoi 285 uo-
mini vengono annientati dai guerrieri di Toro Seduto nella
 valle del Little Big Horn.
Dopo questo 'massacro' il Congresso decide di votare
una legge che obblighi gli indiani a lasciare la Powder Ri-
ver Country e la Black Hills e conferisce al generale Sher-
man pieni poteri per indurre i 'ribelli' alla ragione.
I Sioux sono incalzati dagli uomini di Crook; il colonnello
Mackenzie ne approfitta per distruggere un accampamen-
to Cheyenne.




Gli indiani affamati e a corto di munizioni, non possono
resistere a lungo alle colonne lanciate al loro inseguimen-
to. Toro Seduto si rifugia con alcuni guerrieri in Canada.
Cavallo Pazzo e Coda Chiazzata, con donne e bambini
affamati, decidono di sottomettersi e di andare a vivere
in riserva, come vuole il Padre di Tutti.
Il 5 settembre del 1877, ferito a morte da un soldato,
Cavallo Pazzo muore.




L'accanita resistenza dei Sioux non deve far dimentica-
re che nello stesso periodo gli indiani di California cer-
cano di resistere alle spoliazioni dei bianchi.
Dopo la scoperta dell'oro, la California era stata invasa
dai bianchi. Gli indiani consideravano il posto un luogo
sacro....e lo considerano tuttora....
(P. Jacquin, Storia degli indiani d'America)












sabato 6 aprile 2013

PIONIERI e NATIVI: Seconda Udienza (67)
















Precedente capitolo:

pionieri e nativi: Seconda Udienza (66)

Prosegue in:

Minstrel Show (68)

Minstrel Show (69)










Dopo il breve riassunto, con l'aiuto del mio collega, Jacquin,
vorrei, a conferma di quanto già detto, superare la barriera
del Tempo, la triste costrizione del Tempo, poiché abbiamo
definito attori teatri ruoli e sceneggiatura, più o meno sem-
pre uguale nella manifestazione del meccanismo della Storia
quindi del Tempo che vorrebbe misurarla. Esaminiamo ora
una delle tante 'comparse' di questa farsa entro i termini del-
la legge e della politica.
Quindi circoscritta nel meccanismo dell'Orologio, cui io,
ed il mio assistito (ed il Suo Grande Spirito), siamo incari-
cati di misurare la costanza dei valori, o meglio, come già
detto, la loro misura-zione (e ruolo...).
Il discorso compiuto per l'uomo detto civile, rientra nella
fattispecie del Tempo misurato, cui suo malgrado si ade-
gua: i Secondi vengono dopo i Primi, ciò è comprovato
anche dalla Fisica odierna, il Primo Secondo: prima di quel-
lo, la sua centesima parte, se la misura fisica o metafisica
può essere accertata; è un rompicapo cui i moderni scien-
ziati si stanno dibattendo con accelleratori e misure sem-
pre più precise per circoscrivere il 'terreno o il campo' che
qualcuno nomina impropriamente 'Nulla'; su ciò abbiamo
dibattuto in maniera vasta, e le divisioni fra il 'bene ed il
male' sono sorte immediatamente, altrimenti il fertile ter-
reno o meglio la superbia di quel Secondo, verrebbe...
 meno...
Lui, infatti, ci dice e narra, attraverso il suo Libro: 'E Dio
fece la Terra...', certo non vorremmo contraddirlo, pecca-
to che lo stesso Dio, dopo averla creata così bella, l'ha im-
mediatamente tolta ai suoi legittimi proprietari.
Quindi, torniamo al Primo, fuori dall'Universo cui ha con-
segnato l'incarico, il turpe incarico, giacché lui essendo di
Natura Divina così come io ed il mio assistito lo pensiamo:
non crea per poi togliere, sarebbe un grave vizio di forma.
Un difetto cui Lui si è sottratto abdicando il triste compito,
forse il Destino, l'ingrato Destino, raccolto tutto in Profezie
& Parabole entro il Libro, il Sacro Libro, in cui si narra il
Testamento, Vecchio e Nuovo, cui Dio ha dettato le sue...
 Disposizioni.....
Creazione, Salvezza, Destino dell'Uomo, ripartazione fra
Bene e Male. E' inoltre compito dei veri Profeti ricono-
scere e distribuire le ricchezze cui Dio ha fatto dono agli
uomini (di buona volontà, giacché il mio assistito sembra
avere una strana conformazione genetica che lo privereb-
be di tal beneficio...).
Per l'appunto, noi signori della Corte e della Giuria, siamo
qui riuniti per queste stesse ricchezze, giacché non pensia-
mo e mai vogliamo pensare ....questo Geometra dell'Intero
Universo così poco scrupoloso nelle sue eterne faccende..... 
Abbiamo detto fra grandi e piccoli uomini, ora questi pic-
coli uomini, (sono) vittime della severità e giudizio di que-
sto Secondo, loro a tutti gli effetti Primi, anche se gli accel-
leratori stanno ora più che mai lavorando a pieno regime,
ed in attesa di un loro responso, visto che lo stesso Secon-
do ha la grande capacità e produttività di reperire quei be-
ni così necessari ...ad 'accellerare'...per l'appunto... la mate-
ria prima (petrolio mi sembra chiamarsi..) dei suoi 'immate-
riali' bisogni ed istinti, cui  il Secondo ne fa un largo consu-
mo e di cui non si risparmia, Secondo il suo Dio, ad ogni le-
gittima guerra; stanno compiendo in questa sede il loro giu-
dizio su questa vicenda passata e futura, sempre Secondi
al giudizio insindacabile cui noi riponiamo la nostra Coscien-
za ed il Nostro Tempo....Primo.
Quindi noi spirituali, non certo materiali, noi Primi, dicevo,
superiamo il gravoso vincolo di questo antipatico e infrut-
tuoso meccanismo, e andiamo oltre, vediamo ciò che è
successo con la comparsa di un nuovo 'attore' in questo
teatro, cui i Secondi si misurano......nella fertile terra del
Tempo, e cui ci narrano come in una fiaba, che in Lui pos-
siamo contare oltre i Secondi che si precipitano l'uno sull'-
altro entro i forzieri della Storia che qualcuno chiama Ban-
ca: quella ricchezza cui Dio, il Grande Geometra dell'Univer-
so ha il difficile compito di creare ogni uomo ricco (nella sua
Terra) così come comanda il suo Libro...per tutti gli uomini
uguali......



 
Facciamo questo salto quantico entro l'antimateria, sta-
biliamo la reale misura del Tempo, noi 'Primi' possiamo
questo, senza artifizi, solo la capacità di leggere le carte,
le preziose carte. Leggere, Signori della giuria e della Cor-
te...non rubare, leggere, dicevo, ciò che accade nel ....
1949-50, con un meccanismo, preciso meccanismo del
prezioso orologio, cui dicevamo sopra, un suo prezioso
meccanismo cui il Tempo, come detto alla Prima Udien-
za, mostra la costanza della ciclicità:


...Dopo la Seconda Guerra mondiale, forse per ringra-
ziare gli indiani dei loro sacrifici (prima come allora), il
governo chiama agli Affari Indiani Dillon Myer.
Completamente all'oscuro di problemi indiani, Myer s'-
era reso celebre durante la guerra organizzando e diri-
gendo i campi di detenzione (come quello di Guantana-
mo...) in cui gli americani imprigionarono migliaia di
nemici.
Myer forte di questa esperienza, volle adottarla anche
in maniera fruttuosa nel suo paese con un programma
di 'reinsediamento' degli indiani.




Il 'Bureau of Indian Affairs' tra il 1949 e il 1950 invita
 gli indiani ad abbandonare le riserve per sistemarsi
a Chicago, Denver o Los Angeles. Il BIA s'impegna
a trovar loro lavoro e alloggio.
Per ciò che riguarda le riserve, invece, la politica di
Myer è semplice: il governo federale deve liberarsi dei
suoi obblighi verso gli indiani. Questo spiega il progres-
sivo disimpegno federale e nello stesso tempo la cresci-
ta dei poteri giuridici degli Stati sul territorio indiano.
In effetti Myer non fa che concretizzare una politica pra-
ticata già da una cinquantina d'anni.
Dopo il 'Dawes Act' del 1887, gli Stati avevano progres-
sivamente esteso le loro leggi e imposte alle proprietà in-
dividuali degli indiani, benché fossero sui territori delle
riserve.
Ma quel che vogliono gli Stati è la soppressione pura e
semplice delle riserve per potersi mischiare negli affari
indiani, togliere agli indiani, cioè, il poco di terra che an-
cora rimane loro e integrarli nella società americana.




Tutta questa politica trova il suo sbocco nel voto di un
emandamento del Congresso nel 1953. Sotto la spinta
di Myer e di senatori incaricati di Affari Indiani, come
Watkins, il Congresso vota una legge che autorizza gli
Stati Uniti ad assumere la giurisdizione in materia civile
e penale nelle riserve, senza l'approvazione delle tribù.
In un emandamento, il Congresso dichiara di voler al
più presto porre termine alla tutela dell'Amministrazio-
ne federale sulle tribù.
Questo emandamento mirante alla 'cessazione', vale
a dire ad annullare le riserve, rappresenta un vero de-
creto di eliminazione delle stesse. Caso vuole che le
prime riserve destinate a essere eliminate siano quelle
che posseggono le terre più ricche; come quelle dei
Menominee del Wisconsis e dei Klamath dell'Oregon,
che posseggono importanti foreste.
Queste foreste ben sfruttate hanno permesso agli in-
diani di costruire un ospedale e una segheria, e le fa-
miglie conoscono un certo benessere. Quando giunse
la notifica del decreto di soppressione, gli indiani pro-
testano e mandano persino una delegazione a Washin-
gton.
Nonostante le obiezioni delle due tribù, le foreste so-
no vendute e il ricavato viene distribuito tra i membri
della tribù; a ogni famiglia vanno circa 40.000 $.
Una miseria, la stessa cui il mio assistito ci racconte-
rà.
Il resto delle terre viene venduto all'asta.
Qualche anno dopo il presente decreto, le due tribù
sono rovinate. Dal 1954 al 1960, 61 tribù e comuni-
tà indiane hanno subito l'applicazione del decreto sen-
za potervisi opporre.




Tra il 1959 e il 1960, incidenti e proteste costringono
il governo federale a consultare le tribù, ma l'azione
di eliminazione delle riserve prosegue. Le tribù 'elimi-
nate' vengono smantellate e disperse; gli indiani, igno-
rando il tipo d'economia basato sul danaro, fanno pre-
sto a sperperare le loro risorse.
...Per concludere, questo secondo dibattimento, ben-
ché cittadino americano dal 1924, dopo il decreto del
1953, l'indiano che vive nella società (democratica nel
rispetto delle leggi di Dio...) bianca deve far fronte a un
insieme di leggi discriminatorie. Nella maggior parte de-
gli Stati dove si trovano importanti riserve, vale a dire
all'ovest del Mississippi, l'indiano è un cittadino di ....
'terza classe'.
Non può comprare o affittare una casa in un quartiere
residenziale, diventare membro d'un jury; in tribunale la
sua testimonianza ha minor valore di quella d'un bianco.
Non può far ricorso alla legge e la giustizia. Inoltre i ma-
trimoni tra non indiani sono proibiti, e certi sindacati non
accettano la loro adesione.
Ristoranti, bar, alberghi rifiutano di servirli; nelle scuole
per concludere, si pratica la segregazione razziale....
(P. Jacquin, Storia degli Indiani d'America, con brevi
note del curatore del blog.....)




  








giovedì 4 aprile 2013

PIONIERI e NATIVI: Ricorso in Appello (65)












Precedente capitolo:

pionieri e nativi: ricorso in appello (64)

Prosegue in:

pionieri e nativi: Seconda Udienza (66)










...Toro Seduto non era così sicuro dell'onestà di qualunque uomo
bianco, ma disse che se aveva fatto un errore era disposto a scu-
sarsi.
Fece sapere ai commissari che avrebbe avuto piacere di incontrar-
li in un altro consiglio.
'Io sono qua per chiedervi scusa della mia cattiva condotta e per
ritirare ciò che ho detto. Lo ritirerò, perché penso di aver amareg-
giato i vostri cuori....Ciò che ritiro è quel che dissi per indurre i
partecipanti a lasciare il consiglio, e voglio scusarmi per averlo la-
sciato anch'io. Ora vi dirò il mio pensiero e vi dirò tutto francamen-
te. So che il Grande Spirito mi sta guardando e mi ha parlato ed io
porto con me la Sua Parola, dall'alto Lui udrà ciò che dico, quindi
farò del mio meglio per parlare francamente, e colgo l'occasione
per ringraziare il mio 'istruito' avvocato; spero che qualcuno ascol-
ti i miei desideri e mi aiuti a realizzarli.
Se un uomo perde qualcosa e torna indietro e cerca attentamen-
te, la troverà, e questo è ciò che gli indiani stanno facendo ora
quando vi chiedono di dar loro le cose che sono state promesse
loro in passato; e io penso che essi non dovrebbero essere trat-
tati come bestie, e questo è il motivo per cui sono cresciuto con
i sentimenti che ho....
Il Grande Padre mi ha fatto sapere che tutto ciò che aveva con-
tro di me in passato, è stato perdonato e dimenticato, e che non
avrebbe nulla contro di me in futuro;  io ho accettato le sue pro-
messe e sono tornato.
Allora mi ha detto di non scostarmi dal sentiero dell'uomo bian-
co, e io gli ho risposto che non l'avrei fatto, e che sto facendo
del mio meglio per seguire quel sentiero. Sento che il mio pae-
se si è fatto una brutta fama, e io voglio che esso abbia una buo-
na fama; in passato aveva una buona fama; e io mi siedo a vol-
te e mi chiedo chi è stato a procurargli una brutta fama....'.






..A questo punto dell'udienza, l'avvocato interrompe con in-
telligenza il cuore puro e l'idealismo del suo assistito per de-
gli 'asterischi' di natura storica che ci possono far riflettere sul-
la realtà Sociale che persegue le sue ragioni, pur, come già det-
to, non trascurando gli aspetti di natura legale, rendendo legale
per l'appunto, i fini accompagnati agli obiettivi che il giovane
Stato Indipendente vuol perseguire.
Con questo acume storico, ripetuto ed elevato come principio
di natura civilizzatrice che ha accompagnato l'avventura di altri
Imperi, prima di quello del giovane stato qui narrato, preparia-
mo quelle riflessioni che possono esserci utili per comprendere
i motivi ciclici, cioè gli scontri fra civiltà cui nostro malgrado
siamo costretti ad assistere.
Ci saranno Imperi, con le loro ragioni e motivi, e ci saranno
sempre Capi Tribù a difendere i propri. La storia di cui si com-
pone la "reale evoluzione umana", è quella che tiene conto del-
la molteplicità di tali aspetti.
Altrimenti avremmo la costanza di eventi ciclici cui i vari atto-
ri in un delirante teatro recitano sempre la stessa parte asse-
gnata loro, e l'orologio che vorrebbe misurarne l'evoluzione lo
troviamo immancabilmente fermo agli stessi Secondi; noi Primi
cerchiamo di apportare quella verità che rende il meccanismo
dell'orologio non ciclico, come in realtà tutti lo pensano e per
cui è stato creato, ma un semplice indicatore di potenza e mi-
surazione fra il suo creatore ed il Creatore del Tempo Univer-
sale o Grande Spirito cui il mio assistito ci narra..........






Arringa.....
'Dei Francesi avevano fondato, circa un secolo fa' in mezzo al
deserto, la città di Vincennes sul Wabash. Essi vi vissero in
grande abbondanza fino all'arrivo degli emigranti americani.
Questi cominciarono subito a rovinare gli antichi abitanti con
la concorrenza; poi comprarono le loro terre a basso prezzo.
Al tempo in cui Volney, da cui traggo questo particolare, pas-
sò da Vincennes, il numero dei Francesi era ridotto ad un cen-
tinaio d'individui, la maggior parte dei quali si disponeva a
passare nella Louisiana e nel Canada. Questi Francesi erano
uomini onesti, ma senza cultura e senza industrie; avevano
contratto una parte delle abitudini selvagge.
Gli Americani, che forse erano loro inferiori sotto il punto di
vista morale, avevano su di loro un'immensa superiorità intel-
lettuale: erano industriosi, istruiti, ricchi e abituati a governar-
si da sé.
Io stesso ho visto nel Canada, dove la differenza intellettua-
le tra le due razze è molto meno pronunciata, l'inglese padro-
ne del commercio e dell'industria nel paese canadese, esten-
dersi da ogni parte, e restringere il Francese in limiti troppo
stretti.
Qualche cosa, che colpisce ancora di più, avviene nelle pro-
vincie del Texas; lo Stato del Texas fa parte, come è noto,
del Messico, e gli serve di zona di frontiera verso gli Stati
Uniti. Da alcuni anni, gli Anglo-Americani penetrano indivi-
dualmente in questa provincia ancora mal popolata, com-
prano le terre, si impadroniscono dell'industria e si sostitui-
scono rapidamente alla popolazione originaria.
Di seguito gli stessi eccessi si sono promulgati verso i na-
tivi (nomadi e non...), dai documenti legislativi del 21°
Congresso n.89: gli eccessi di ogni genere commessi dal-
la popolazione bianca sul territorio degli indiani. Gli An-
glo-Americani si stabiliscono su una parte del territorio,
come se la terra mancasse altrove, e bisogna che le trup-
pe del Congresso vengano ad espellerli; ora essi rubano
il bestiame, bruciano le case, tagliano i frutti degli indi-
geni o esercitano violenze sulle loro persone.
Risulta da tutti questi documenti la prova che gli indigeni
sono ogni giorno vittime dell'abuso della forza. L'Unione
mantiene abitualmente tra gli Indiani un agente incaricato
di rappresentarla: il rapporto dell'agente dei Chérokées
si trova tra i documenti che cito: il linguaggio di questo
funzionario è quasi sempre favorevole ai selvaggi:
'L'intrusione dei bianchi sul territorio dei Chérokées, di-
ce, causerà la rovina di coloro che vi abitano e che vi
conducono una esistenza povera e inoffensiva'.
Più lontano si vede che lo Stato della Georgia, volendo
restringere i confini di questa stessa tribù, procede ad
una limitazione; l'agente federale fa notare che la limita-
zione, essendo stata fatta soltanto dai bianchi, e non ...
contradittoriamente, non ha alcun valore.
Ancora.
Nel 1829, lo Stato dell'Alabama divide il territorio dei
Creeks in contee, e sottomette la popolazione indiana
a magistrati europei. Nel 1830, lo Stato del Mississip-
pi assimila i Chotctaws e i Chickass ai bianchi, e dichia-
ra che quelli  fra loro che prenderanno il titolo di capo
saranno punti con 1.000 $ di multa e con un anno di
prigione. 
Considerazioni.
Mentre queste tribù come quella del mio assistito lavo-
ravano a civilizzarsi, gli europei continuavano a stringer-
li da ogni parte e serrarli sempre di più.
Oggi, le due razze si sono finalmente incontrate; si toc-
cano. L'indiano è già divenuto superiore al suo padre
selvaggio, ma è ancora molto inferiore al bianco, suo
vicino. Con l'aiuto delle loro risorse e della loro cultu-
ra, gli europei non hanno tardato ad appropriasi della
maggior parte dei vantaggi che il possesso del suolo
poteva fornire agli indigeni; essi si sono stabiliti in mez-
zo a loro, si sono impadroniti della terra o l'hanno com-
prata a vil prezzo; e li hanno rovinati con una concorren-
za che questi ultimi non potevano in alcun modo soste-
nere.
Isolati nel loro proprio paese, gli indiani non hanno più
formato una piccola colonia di stranieri incomodi in mez-
zo ad un popolo numeroso e dominatore.
Washington aveva detto in uno dei suoi messaggi al Con-
gresso:
'Noi siamo più colti e più potenti delle nazioni indiane;
il nostro onore ci impone di trattarli con bontà ed anche
con generosità'.
Questa nobile ed illuminata politica non è stata seguita,
né ora né in futuro....
All'avidità dei coloni si aggiunge, di solito, la tirannia del
governo. Benché i Chérokées e i Creeks siano stanzia-
ti sul suolo che abitavano prima dell'arrivo degli europei,
benché gli Americani abbiano sovente trattato con loro
come con nazioni straniere, gli Stati in mezzo ai quali es-
si si trovano non hanno voluto riconoscerli come popoli
indipendenti e hanno cominciato a sottomettere questi
uomini, appena usciti dalle foreste, ai loro magistrati, ai
loro costumi e alle loro leggi....
La miseria aveva spinto questi indiani sfortunati verso
la civiltà; l'oppressione li respinge oggi verso la barba-
rie. Molti di loro, abbandonano i loro campi semidisso-
dati, riprendono l'abitudine della vita selvaggia.
Si pone quindi l'attenzione alle misure tiranniche adot-
tate dai legislatori degli Stati del Sud (quanto del Nord),
alla condotta dei loro Governatori e agli atti dei loro tri-
bunali, ci si convincerà facilmente che l'espulsione com-
pleta degli indiani è lo scopo ultimo cui tendono simulta-
neamente tutti i loro sforzi.
Gli Americani di questa parte dell'Unione vedono con
gelosia le terre che gli indigeni possiedono; essi sento-
no che questi ultimi non hanno ancora completamente
perduto le tradizioni (o meglio non sono stati del tutto
educati e sottomessi ai loro principi e costumi...) della
vita selvaggia e, prima che la civiltà li abbia solidamen-
te attaccati al suolo, li vogliono ridurre alla disperazio-
ne e costringerli ad allontanarsi.
(Dee Brown, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee;
 Tocqueville, La Democrazia in America)
















martedì 2 aprile 2013

PIONIERI e NATIVI: il reverendo Hinman &....gli altri (59)












Precedente capitolo:

Pionieri e nativi: il reverendo Hinman & ...gli altri  (58)

Prosegue in:

due ubriaconi e Joe l'Indiano (60)

due ubriaconi e Joe l'Indiano (61)









...Quando fu terminata la cerimonia della firma e i .....
commissari partirono, Capelli Gialli prese una palla
di terra e ironicamente la regalò all'agente di Pine
Ridge, il dottor Valentine McGillyeuddy.




'Abbiamo ceduto quasi tutta la nostra terra'
disse Capelli Gialli
'E sarebbe meglio che tu ti prendessi anche ciò
che è rimasto....Eccotelo....'




All'inizio del 1883 Edmunds & Hinman andarono a
Washington con il loro pacchetto di firme e riusci-
rono a presentare un a legge al Congresso in base
alla quale la metà delle terre della Grande Riserva
passava agli Stati Uniti.




Fortunatamente per i Sioux, avevano abbastanza
amici a Washington che contestarono il progetto di
legge e che fecero notare che se anche tutte le firme
fossero state legali, Edmunds & Hinman (che si spac-
ciava anche per prete 'eretico' degli Indiani) non ave-
vano raccolto le firme dei tre quarti di tutti i Sioux
maschi adulti, così come richiesto dal trattato.




Un'altra commissione, capeggiata dal senatore H. L.
Dawes, venne immediatamente inviata nel Dakota per
indagare sui metodi impiegati da Edmunds & Hinman.
I suoi membri scoprirono presto il raggiro (del falso
prete... e il governatore) a cui erano ricorsi i loro pre-
decessori...




Durante l'inchiesta Dawes chiese a Nuvola Rossa se cre-
 deva che il signor Hinman fosse un onest'uomo.
'Il signor Hinman riesce ad ingannare voi grandi uomini',
rispose Nuvola Rossa.
'Egli vi ha raccontato un sacco di storie false su noi ....
indiani..., e voi siete costretti a venire fin qua a chieder-
ci cosa è successo'.




Cane Rosso testimoniò che Hinman aveva parlato di
dar loro vacche e tori, ma non aveva detto nulla del fat-
to che i Sioux avrebbero rinunciato in cambio a una par-
te delle loro terre.
Piccola Ferita disse:
'Il signor Hinman ci disse che dato il modo in cui era
combinata la riserva, nessun indiano poteva dire quale
fosse il suo terreno, e il Grande Padre e il suo consiglio
pensavano che la cosa migliore fosse quella di stabilire
diverse riserve e che questo era il motivo per cui dove-
vano firmare il documento'.




'Vi disse che al Grande Padre sarebbe andato ciò che
veniva ceduto?',
chiese il senatore Dawes.
'Nossignore; egli non ci disse nulla a questo proposito'.
Quando Fulmine Bianco disse a Dawes che il documen-
to che avevano firmato era una canagliata, il senatore
gli chiese che cosa intendesse per canagliata.




'La canagliata stava nel fatto che essi erano venuti a
prendere la terra a un prezzo così basso; questo è ciò
che io chiamai canagliata'.
'Intendi dire che gli indiani qui sarebbero disposti a ce-
dere la terra se venissero pagati di più?',
chiese Dawes.




'Nossignore, non sarebbero disposti a fare questo',
rispose Fulmine Bianco.
'La nostra terra è la cosa più cara che abbiamo al mon-
do. Gli uomini ci portano via la terra e diventano ricchi
con le parole del reverendo Hinman, e è molto importan-
te per noi indiani conservarla...'.
(Dee Brown, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee)