Come presto avremo modo di leggere, la Storia
conferma la nostra Idea circa un’antica ‘dottrina’ inerente l’Anima ‘girovaga’
di questa vita andando a incarnarne le vari fasi in cui la stessa si determina;
ovvero, una ‘filosofia’ non nuova e quantunque interpretata, fors’anche
potremmo dire, - ‘accreditata’ - dagli Eretici di un trascorso non meno
dell’odierno èvo.
Un ‘credo’ inerente l’Essere e l’Anima, ovvero cosa anima l’Essere disgiunto dall’ortodossa ‘materia’ predisposta nella spirale dell’Universo in cui leggiamo ed interpretiamo - ed ancor meglio intendiamo o dovremmo -, ogni cosa a Lui riconducibile, dalla pietra alla foglia e da questa all’uomo nato da una ‘bestia’; sia esso malvagio sia esso un destino a cui l’‘humano’ e la vita costretta nei vari cicli della ‘materia’.
Il corpo era uno sconosciuto, appartenente alla creazione del diavolo. Era allo stesso tempo un nulla e una macchina. Ci si sentiva a proprio agio come un viaggiatore oggi nella sua auto. Alcuni, angosciati dal fatto di sentirsi imprigionati al suo interno, dicono: ‘Abbiate pietà, dice il “Rituale Cataro”, dell’anima che è in prigione!’.
Altri si insinuarono nella sua carne
come dentro una spregevole e meschina ‘tunica’. I peccati che necessariamente
lo spingevano a commettere non lo riguardavano.
Al di sopra di questo nodo materiale
di determinismi aleggiava lo spirito, sconosciuto e impeccabile, che risiedeva
in Dio come essenza eterna e così poco connesso all’anima da poter essere
completamente degradato senza essere alterato. Lui solo assicura la salvezza
dell’uomo, e per essere salvata, a sua volta, l’anima deve volgersi verso di
Lui, unirsi a Lui. Talvolta viene concepito come qualcosa di impersonale e
identico per tutte le coscienze.
L’individuo è l’anima.
…Un’anima sospesa tra due abissi: quello dello Spirito divino e quello del nulla satanico, privata delle sue facoltà più elevate – l’intelligenza fa allora parte dello spirito - e ridotta praticamente a sensibilità e affettività, sottomessa a tutti i capricci del corpo, l’anima non è altro che desiderio. Da qui una versatilità, un’emotività che tutti gli storici hanno sottolineato nell’uomo del Medioevo, sempre soggetto a sentimenti eccessivi, capace di passare dall’ira alla clemenza, dalla crudeltà alla pietà, in un istante. Non appena si esalta nella sua anima e non aspira più a trovare che in Dio la morte liberatrice, non appena sprofonda nel suo corpo e si abbandona a tutta la sua voluttà.
Era caos (gli elementi materiali
erano in contrasto) e ‘mescolanza’, con il corpo capace di confondere l’anima,
bisognerà attendere San Tommaso e la nozione di composto sostanziale, che del
resto non ha altro merito che quello di dare un nome all’evoluzione o alla
mutazione subita dalla specie umana, perché questa tragica dislocazione, questa
rottura dell’essenza, abbia fine. Al tempo del catarismo, il credente sincero
si preoccupava solo della sua anima femminilizzata, una specie di angelo
caduto, sempre in pericolo, sempre angosciato, sempre bisognoso di essere
salvato; la pecora smarrita di cui parla il Vangelo.
Non si potrà mai sopravvalutare
l’importanza della credenza nella reincarnazione, che più di ogni altra
caratterizzò la mentalità e il comportamento dell’epoca. Forse prima della
diffusione del catarismo, e a cui sopravvisse, esso si tradiva costantemente
nella vita quotidiana, rispondendo a una chiamata profonda, a reazioni
incontrollate. Questa credenza contribuì alla minore familiarità tra anima e
corpo: avrebbe forse persino indebolito i tabù dell’incesto se questi non
fossero stati così profondamente radicati nella coscienza e nei legami
familiari, se gli uomini perbene non avessero mantenuto la loro relativa
legittimità. Sebbene neutralizzasse certamente le differenze intersessuali,
essendo l’uomo una donna e la donna un uomo, li ha avvicinati, annullando le
disuguaglianze postulati dalla misoginia maschile.
Escludeva inoltre ogni superiorità di nascita di un uomo che avrebbe potuto essere un malvagio in un’altra vita, screditandolo moralmente: un’anima che abita il corpo di un signore, o di un inquisitore, non può aver intrapreso la via della salvezza.
Verso la fine del XIII secolo la fede
nell’eternità del mondo si diffuse sempre più, anche tra la gente comune.
Faceva parte della saggezza popolare. Ecco, ancora una volta, una di quelle
proposizioni metafisiche che si riferisce molto di più al carattere dei tempi
che alla riflessione filosofica individuale, e che è sorprendente vedere
impresse nella mente come altre prove. La certezza che i due ordini, le due nature
coesistessero, corrisponde a una visione di catene cosmiche compatibili,
d’altra parte, con le reincarnazioni, il che rassicura alcuni e terrorizza
altri. Il mondo della voluttà, delle illusioni carnali e materiali non avrà mai
fine: l’universo satanico sarà sempre aperto, sempre tentatore. E il mondo
spirituale rimarrà sempre lì, sempre pronto ad accogliere l’anima…
‘Bisogna scegliere, certo, ma c’è
abbastanza tempo’.
Mentre il catarismo continua a
declinare, il divario tra il credente ‘puro’ e il ‘semplice credente’ si fa
sempre più profondo. Sentiamo i più appassionati dichiarare: ‘Se non ottengo
ciò che voglio da Dio, lo otterrò dal diavolo!’. A volte è qui che nasce la
tentazione di rivolgersi a Satana e dedicarsi alla stregoneria. Da qui anche il
materialismo volgare, così diffuso alla fine del XIII secolo.
Il regno dell’eternità e dello spirito puro ci è inaccessibile e la materia, con le sue leggi e la sua fatalità, è autosufficiente. Un chierico dell’inizio del XIV secolo, Bernardo Franca, riecheggia questo prematuro e ingenuo ‘spinozismo’ che era diventato proverbio in Sabarthés: ‘Ciò che ci viene, buono o cattivo, viene necessariamente. Le cose non possono essere altro da ciò che sono. Cioè, le cose andranno come dovranno andare: Aquo ira com ira!’.
Uno degli ultimi eretici bruciati
nella contea di Foix era un materialista determinato che credeva solo nella
sopravvivenza individuale. Si crede sempre meno nella libertà umana. Tutto
rimanda alla grazia di Dio, alla sua suprema bontà. Quindi l’eternità del
mondo, la negazione del libero arbitrio, la fiducia nell'Essere Supremo, nella
grazia,
È probabile che molti credenti
abbiano vissuto vite felici e liberate, riponendo le loro speranze sia
nell’eternità del mondo, che avrebbe dovuto garantirne la purificazione in modo
meccanico e necessario, sia nell’onnipotenza di Dio. Si erano indeboliti nel
concetto di peccato e si sentivano liberi dalla colpa. Altri, più immersi nel
mondo invisibile, divennero più rapidamente consapevoli dello sviluppo della
loro anima, temevano l’avventura soprannaturale e aspiravano con tutte le loro
forze a raggiungere la salvezza e la liberazione.
Tra i credenti, questi ultimi erano i
più numerosi.
Gli ecclesiastici intendevano
dividere tutti i membri della società in tre ordini: gli oratores (coloro che
pregano), i bellatores (coloro che combattono), i laboratores (coloro che
lavorano) (ed hora potremmo aggiungere tutti coloro che combattono… una o più
guerre!). Questa divisione tripartita non è assurda, ma è troppo generica per
corrispondere alla vera situazione sociologica: sotto la pressione dei fatti e
delle circostanze, essa stava esplodendo da tutte le parti. Il catarismo e, più
in generale, il pensiero eterodosso, contribuirono a far emergere la realtà di
questa epidemia trasponendola in una crisi morale, senza tuttavia permettere
che le due grandi classi presenti, quella dei signori feudali e quella dei
mercanti, avessero reale percezione fin dall’inizio di quanto fossero opposti i
loro interessi, né, tanto meno, la natura del loro antagonismo.
Gli uomini di quel tempo, molto individualistici e che trasferivano il loro ristretto egoismo su piccoli gruppi, spesso limitavano il loro orizzonte sociale alle comunità di quartiere, perdendosi in piccole liti che contrapponevano il borgo alla città, il quartiere al quartiere, la corporazione alla corporazione. Non avendo alcuna nozione moderna di classe, si associavano in nome di valori sentimentali, tradizionali e quasi folcloristici, mentre tutto li divideva; e combatterono furiosamente tra loro, quando tutto consigliava loro di unire le forze.
Tuttavia, partendo da una visione
pessimistica e critica del mondo fisico e sociale, il catarismo fu portato a
chiarire e ad ampliare gli antagonismi fondamentali.
Il fatto che il catarismo, per sua
natura, fosse contrario al feudalesimo è evidente dai suoi miti e dalle sue
teorie morali. Insegnava, ad esempio, che per sedurre gli angeli, il Diavolo
aveva proposto di portarli in questo mondo, dove ognuno sarebbe stato inebriato
dall’orgoglio di comandare sull’altro: l’imperatore sul re, il re sul conte, il
conte sul barone, il marito sulla moglie, e dove sarebbe stato permesso ‘con
una bestia di catturarne un’altra’.
Il vero capo della gerarchia feudale
era Satana stesso, principe di questo mondo.
La teoria catara della reincarnazione pose fine alla nozione di eredità secondo la
quale il padre trasmetteva al figlio non solo le sue virtù, ma anche il
‘diritto naturale’ di schiavizzare altri uomini e di possedere esclusivamente
la terra. Il ‘brav’uomo’ che rivelò alla contessa di Tolosa di essere stato in
un’altra vita un povero paesano, indebolì la fiducia che lei aveva riposto fino
ad allora nell’eccellenza e nella continuità della sua razza.
I signori feudali erano guerrieri, ‘bellatores’.
Il suo ordo formava una gerarchia di baroni e cavalieri subordinati gli uni
agli altri che, soprattutto all’inizio, non aveva altro significato che in
relazione alla guerra e all’organizzazione della difesa reciproca: il signore
doveva protezione al suo vassallo; il vassallo doveva ‘servizio’ al suo
signore. Se, condannando fermamente la guerra, il catarismo non è riuscito a
sopprimerla - è ancora oggi in pieno svolgimento. Non ebbe tanto successo nel
screditarne la mitologia quanto nel sopravvalutarla come gioco e come prova di
virilità, avvalendosi di molteplici ‘poeticizzazioni’, associando ad esempio il
coraggio alla generosità, alla Grazia o all’Amore.
(Nelli)
Quindi la volontà nell’aspirare all’Infinito e liberarsi della costrizione o ‘prigione’ della Vita, appartiene ad una determinato ‘umano’ Linguaggio, evoluto in un'altrettanta determinata concezione filosofica la quale ‘protende’ al Principio della violata profanata eterna purezza meditando un ‘Dio’ inerente all’Infinito da cui proveniamo, ‘disprezzando’ la ‘prigione’ del corpo di cui competente un ‘dio’ inferiore (…o Secondo… dedotto infatti all’ultimo ‘Secondo’ dell’intero ciclo evoluzionistico quindi evolutivo) il quale riconducibile alla ‘materia’ più che ad una visione Infinita della Dottrina.
“Non c’era morte allora, né immortalità. Non c’era notte. Non c’era giorno. Quell’Uno viveva in sé e per sé, senza un respiro. Al di fuori di quell’Uno, c’era il Nulla”.
“C’era oscurità, all’inizio, e ancora
oscurità, in una imperscrutabile continuità di acque. Tutto ciò che esisteva
era un vuoto senza forma. Quell’Uno era nato per la potenza dell’Ardore”.
Secondo la visione dell’universo che
il poeta-veggente vedico descrive in questi versi, all’inizio del cosmo, una
impenetrabile nebulosa di acque primordiali, ambhaḥ kiṃ āsid gahanaṃ gabhīram, formava un imperscrutabile oceano, apraketaṃ salilaṃ, ove l’Uno era sì già nato, ajā yataikam, ma
viveva senza fiatare, ānīd avātam. In quell’insieme oscuro di acque, all’infuori di quell’Uno, ekaṃ, peraltro non ancora manifesto, c’era solo il Nulla, na paraḥ kiṃ canāsa.
Qual’era, ci si chiede, la
correlazione cosmogonica e metafisica tra le Acque, l’Uno ed il Nulla?
Credo che l’analisi linguistica ci
possa dare una risposta.
Se consideriamo il fonema na
come il simbolo delle Acque indifferenziate, possiamo dedurre che fu da esso
che nacque il concetto di negazione, na, e di conseguenza quello del Nulla
(na…paraḥ kiṃ canāsa), a causa
dell’impossibilità di
riconoscere al loro interno alcun ente (non-ente, niente) o alcun uno (non-uno,
nessuno). Soltanto in un secondo tempo, con l’apparizione della luce nelle
acque, [ka], il pensiero indoeuropeo avrebbe riconosciuto al loro interno il
primo Essere, eka, l’Uno: “luce [ka] che sorge [e] dalle Acque”.
E come dalle Acque notturne, na, era nato il concetto del negativo, allo stesso modo dalle Acque luminose sarebbe nato il pronome interrogativo ka, per identificare l’“Uno” (chi?) o l’“Ente” (che cosa?), che erano nascosti nel profondo delle acque ricoperte dalle tenebre.
La relazione tra le Acque cosmiche,
l’Uno ed il Nulla, appare ora chiara. Il Nulla, na..., rappresenta le
Acque viste nel loro aspetto imperscrutabile mentre l’Uno, eka, rappresenta le
stesse Acque viste nel momento del sorgere della Luce al loro interno. Luce
“creatrice”, in quanto rende visibile e riconoscibile l’intero universo.
La luce del cielo e del giorno, div,
resa in indoeuropeo dalla consonante d, è invece luce “creata” e sarebbe
apparsa molto più tardi con la nascita degli dei: devaḥ (o del monolitico dio dei profeti).
Per ciò concernente il regno animale da dove proveniamo il problema si fa’ difficile e più serio, giacché privandolo di una identità simmetrica alla Natura cosiddetta ‘umana’, quindi la Natura medesima la quale ambedue ci ha creati, lo poniamo (per nostra difettevole carente cultura) ad un ruolo subalterno disciplinato dalla volontà di Dominio (e la ‘materia’) e la pretesa della presunta Conoscenza inerente l’uomo sulla stessa. Privando l’Animale dell’universale Anima-Mundi lo poniamo non solo in un conflittuale rapporto interpretativo circa una più probabile verità circa il ruolo che ricopre o dovrebbe, ma anche l’irrimediabile subalterno destino in cui dedurre e ricavare, di conseguenza, la Legge del Dominio.
(gli Eretici invitavano all’astinenza del consumo
di carne)
In merito a questo argomento tendo a privilegiare
un Eretico Sentiero; ovvero, medito quell’austriaco, mi sembra si chiami Fechner, il quale
attribuì il ‘cogito’ cartesiano anche alle più umile e semplici piante, le
quali però, detengono il Principio della vita scritta nella fotosintesi per
come ci rapportiamo e da esse inaliamo e ci congiungiamo alla medesima via.
Va da Sé, quindi, seppur la ‘materia’ scientifica
dissente non rilevando, eccetto un determinato meccanicismo, una entità come
l’Anima della pianta o della bestia, ne faccia non solo rogo e cavia da
laboratorio, ma anche ulceroso o appetitoso pasto con cui sopravvivere in
medesima condizione su questa sofferente terra prossima alla globale infernale
carestia a cui Ognuno sembra partecipare ‘cum
magmo gaudio ed appetito et bene condita e cotta allo spiedo’,…
…Nessuno escluso da cotal banchetto e tenuto qual disprezzato Eretico in infinito digiuno… come il dio di Abramo comandato dal Tempio del progresso… comanda ancora!
Quindi, in funzione del Libero Arbitrio, sia questo
‘umano’ come lo spirito altrettanto libero del Lupo, sono molto più propenso,
quando osservo quell’occhio primitivo simile al Primo Dio inerente ai miei
amici con cui condivido l’antico mio e loro comune Sentiero, scorgere tutta
quella perduta purezza, quella bontà, oppure cieco odio, quando a loro viene
non solo negato il diritto di Essere ed appartenere a questa presunta ‘povertà
o ricchezza di mondo’, ma anche un più nobile ‘giudizio’ nella sfera più
consona al loro ‘argomento preferito’, ovvero l’intera Natura di cui sono una
sol cosa…. Apporto un esempio alquanto ed apparentemente fuori luogo inerente
l’Eresia, se paragonata non solo ai futuri Lupi come saranno definiti, ma anche
ed appunto alla superstizione incomprensione
del Lupo prossima ad ugual dogmatismo storico.
All’accusa di essere eretico da parte degli ‘affines’ l’eretico Clemente risponde ricordando il ‘Beati eritis’ del Vangelo di Luca (6, 22) non perché, come vuole Guiberto di Nogent, egli credesse che ‘eritis’ fosse sinonimo di ‘haeretici’, ma perché in tutta evidenza quell’accusa era da lui interpretata e vissuta come una prova di ‘beatitudine’ in conformità con le parole evangeliche ‘Beati eritis, cum vos oderint homines, et cum separaverint vos, et eiecerint nomen vestrum tamquam malum propter Filium Hominis’.
Essi si sentivano ‘beati’ in quanto
non accettati, in quanto respinti, costretti a riunirsi ‘al di fuori della
chiesa e dagli ‘affines’ giudicati eretici. Per altro verso, Guiberto manipola
ancora il riferimento al versetto della lettera ai Romani (8, 17), proponendo
un’assai improbabile corrispondenza tra ‘haeretici’ e ‘haereditarii’ di Dio:
quando invece si può capire con facilità come Clemente affermi, in armonia col
passo paolino, la propria adesione a un’eredità ‘divina’ fondata sullo ‘spirito’
e non sulla ‘pascolata ricchezza’.
Il ‘rustico’ e ‘illetterato’ Clemente
conosceva e usava il Nuovo Testamento. Si era dunque introdotto in uno spazio
interdetto: non essendo chierico, si era fatto ‘chierico’. Allo stesso modo si
erano introdotti in uno spazio interdetto e si erano fatti ‘monaci’ e ‘monache’,
non essendo monaci e monache, quegli uomini e quelle donne che vivevano in
comune senza alcun vincolo matrimoniale (‘sine mariti coniugisque nomine’), ma
con dormitori separati, ispirandosi al modello della comunità apostolica quale
si leggeva negli Atti degli Apostoli.
Per Guiberto di Nogent molte sono le violazioni e gli sconfinamenti commessi dagli ‘eretici’ in diversi ambiti: da quello di status e di ordo a quello sociale.
Tali violazioni e sconfinamenti
costituiscono, per dir così, l’autentica eresia.
Il testo di Guiberto de Nogent lascia
trasparire in controluce una delle realtà ‘ereticali’ che possiamo considerare
tali soltanto in relazione alla ‘lettura’ fattane da uomini di Chiesa incapaci
di ‘capire’ esperienze religiose che si attuavano al fuori dei limiti imposti
dal diritto canonico, dalle concezioni ecclesiologiche e dagli steccati di
classe. Nell’incapacità di capire è compresa pure l’elaborazione del ‘discorso
polemico’ che non solo riprende antichi modelli dottrinali antiereticali, ma
soprattutto attribuisce agli ‘eretici’ i più turpi stereotipi diffamanti e
infamanti, rivitalizzando il processo della loro demonizzazione già avviato a
proposito di taluni ‘eretici’ delle età anteriori.
Non tutti i chierici si sono però limitati a quei due piani del discorso. Basti ricordare la notissima lettera, datata ai primi anni quaranta del XII secolo, di Evervino di Steinfeld a Bernardo di Chiaravalle per informarlo circa i due gruppi ‘eterodossi’ repressi allora in Colonia e per chiedergli consiglio in proposito. Pur non essendo assenti taluni ‘luoghi comuni’ dottrinali, il testo di Evervino mostra attenzione e sincera preoccupazione rispetto alle correnti ‘ereticali’ scoperte nella città renana.
Tali correnti proponevano realtà destinate a durare a lungo: l’una di impianto teologico ‘dualista’ tendente a farsi alternativa religiosa, l’altra di ispirazione pauperistico-evangelica dagli esiti istituzionali assai differenziati. Mentre l’estrema espressione del radicalismo patarino stava per consumarsi in Roma con il rogo di Arnaldo da Brescia, in altre parti della christianitas emergevano forme di vita religiosa, assai meno aggressive, sulla cui diffusione e consistenza siamo male informati, anche perché i limiti della loro ‘ortodossia’ o della loro ‘eresia’ dipendevano in gran parte dai contesti in cui esse si attuavano.
…Appunto impossibilità di capire e comprendere
eccetto l’attentata pecunia costretta nel ristretto recinto del dogma e
conseguente dogmatismo e la simmetrica volontà del Lupo a cui imputato ogni
sacrilegio non solo verso la pascolata pecunia ma anche verso bambini putti
infanti e giovanissime donne aggredite nel bosco. Questa secolare
demonizzazione per sempre li ha accumunati scoprendo, in verità e per il vero,
per ciò concernente il Lupo una realtà ben diversa…
Questa frattura fra l’uomo e la Natura (quindi ed
ancor meglio l’espressione di un più probabile Dio) si palesa, infatti, con
tutte quelle comuni ‘sintomatologie’ di cui uomo e Natura procedono spediti
verso l’Abisso della deriva comunicativa, di una più probabile reale
comprensione dei veri termini discorsivi (basta osservare la negazione del
cambiamento climatico in corso e il dogmatismo che lo avversa in nome e per
conto di un presunto dio….), infatti paradossalmente l’umano diviene sempre
maggiormente estraneo alla comprensione di ciò che per sua Natura corrisponde
al Sacro e la sacralità della vita.
Ed il ‘progresso’ procedendo all’opposto e a passo spedito, affinché la Coscienza non ne prenda atto…
Quindi i termini discorsivi (ovvero Eretici) per porre l’illogica condizione indispensabile per la ‘summa’ non più della civiltà ma il suo esatto contrario, debbono essere rimossi e perseguitati (come in seguito riporteremo) e da cui gli antichi ‘manuali’ accompagnati da altrettanti veleni inquisitoriali lungi dall’essere sorpassati, e di cui la nuova ed antica ‘ortodossia’ - e non solo di Stato e stampo e conio feudale -, partecipa alla persecuzione dell’Elemento (simmetrico alla Natura del Sacro, ovvero, quel cordone ombelicale rinnovato e per sempre perseguitato come esorcizzato con la costante vigile volontà nell’opera di rimozione applicata con la nuova caccia & tortura arrecata ancor più efficace e moderna…).
In quanto di malsani artificiosi ‘elementi’ nel
commercio della materia, linfa e Golem di un corpo divenuto alieno, ve ne sono
di migliori.
Quindi non necessario il primitivo Elemento, se poi
lo deduciamo ed interpretiamo attraverso l’immagine del Lupo lo rimuoviamo, in
quanto crudele predatore privo del recintato dogmatismo il quale attraverso la
pecunia nutre l’umano.
Come se volessimo affermare che l’aria di cui
necessitiamo l’acqua che appartiene al nostro ed altrui corpo il cibo di cui ci
nutriamo anche con l’intelletto, ed ogni cosa da cui il fango del Golem
medesimo, e ciò cui compone il vero Tomo circa la vita, ‘disturbato’ (un tempo
si sarebbe detto ‘posseduto’ e/o ‘indemoniato’, ovvero posseduto dal Dèmone non
più di Mammona, ma della vera e sana Natura), in quanto si presume che il
‘disturbo’ non sia una condizione di necessità a cui ogni umano aspira al
bancone dell’azione compartecipata derivata dall’‘atto’ improprio e predatorio
del ‘commercio’, scritto nel suo ed
altrui codice genetico; bensì un ‘disturbo’ di cui affetto ed alienato rispetto
all’intero contesto sociale in cui leggere l’odierna civiltà cresciuta, -
lapide su lapide - crosta su crosta - sulla morte e negazione del sano e più
retto Intelletto, dell’essere ed
appartenere alla presunta cosa viva, confondendo morte e l’intera esistenza di
cui l’insano commercio del Sacro confonde e tortura ogni giorno con l’illusione
della corretta distribuzione dell’esistenza.
A questo punto della riflessione mi sovviene una antica Poesia circa la battaglia degli alberi:
Sono stato in molte forme,
prima di conseguirne una congeniale.
Sono stato la stretta lama di una
spada.
(Ci crederò quando apparirà).
Sono stato una goccia nell’aria.
Sono stato una stella splendente.
Sono stato una parola in un libro.
Sono stato un libro in origine.
Sono stato la luce di una lanterna.
Per un anno e mezzo.
Sono stato un ponte per traversare
sessanta fiumi.
Ho viaggiato in forma di aquila.
Sono stato una barca sul mare.
Sono stato uno stratega in battaglia.
Sono stato i legacci delle fasce di
un bimbo.
Sono stato una spada nella mano.
Sono stato uno scudo in battaglia.
Sono stato la corda di un’arpa,
incantata per un anno
nella schiuma dell’acqua.
Sono stato un attizzatoio nel fuoco.
Sono stato un albero di una macchia.
Nulla c’è in cui non sia stato.
Non mio l’intento di discutere Poesia e Dottrina, e soprattutto, se ci sovviene, conferendo propria o impropri precedenza alla prima o alla seconda, negli archivi della perduta (nonché genetica) Memoria; semmai evitare ogni dogmatica che eleva (o nega) forma e Pensiero per farlo precipitare nell’abisso di un successivo dogmatismo che abbiamo sempre combattuto su cui disquisire l’Anima di questa Via con maggior spirito ‘inalato’ dalla Poesia, giacché chi materialista - e non ne mancarono neppure tra gli Eretici -, quando il Tutto finisce nel rogo del Nulla (dogmatico della materia) non c’è altro su cui disquisire e interpretare.
Viene ancor detto: le vie del Signore Infinite!
Certamente le correnti di Pensiero furono molte in
riferimento alla metempsicosi sicuramente derivanti da un Principio filosofico antico provenire da
un Oriente su cui c’è molto ancora da imparare.
Ciò che invece cerco di tracciare è una ‘simmetria’
fra il Lupo e l’Eretico, ambedue hanno un qualcosa che li rende molto simili,
sia sul profilo storico, sia quello più evolutivo inerente la medesima
‘materia’ trattata.
Ambedue vengono interpretati sia dalla Storia come da una certa ‘arte evolutiva’ in seno alla Scienza in modo ‘addomesticato’, oppure come abbiamo letto, ‘eretico’ circa l’evoluzione stessa dell’ ‘addomesticazione’ (non un caso ho scelto un breve frammento di Clemente l’Eretico che ci fa comprendere il disegno della prospettiva simmetrica adoperata: Clemente prega il suo dio - come una bestia - e pur fuori dal recinto del dogma diviene un lupo in quanto non addomesticato seppur libero…) la quale differenzia il Lupo dal cane, e certamente non esula da un fattore ‘primitivo’ da cui sia l’Homo Sapiens come il Lupo provengono con cui leggere il rapporto condiviso fra l’uomo e la Bestia (o un Albero) e il successivo progressivo ‘addomesticamento’ circa la medesima ‘sussistenza’ in seno alla battaglia non solo per la sopravvivenza ma possiamo affermare nel medesimo ‘credo’ di ugual Vita.
Quindi la condivisione della caccia da cui l’uomo
ne apprende ogni segreto circa l’indiscussa superiorità del Lupo. Quell’uomo fu
un Eretico in seno all’evoluzione (e il ramo in seno al medesimo Albero della
Vita si accresce con questa nota poetica nata all’Alba di una antica mattina)
il quale capì che condividendo - e non più cacciando - chi come lui meditava
ugual ‘passi’ avrebbe ottenuto il beneficio dell’esperienza di cui la Natura e
il dio che l’ha creata portatrice di quella originaria ‘purezza’ da cui
imparare la preghiera della sana sopravvivenza. Solo con tale riconciliazione
fra l’uomo e l’antica Grande Madre il vero credo della vita gli sarà garantito
e concesso con maggior luce di reale esperienza. Quella luce che diverrà parte
del futuro Linguaggio mentre il Lupo intona anche lui la sua preghiera.
Nel linguaggio corrente il termine ha due significati diversi. Il primo è vago e corrisponde alla eleganza delle proporzioni, il secondo, più preciso, si riferisce alla ripetizione di motivi in una forma. È questo secondo aspetto che interessa il matematico. Il corpo umano ha simmetria bilaterale: non si può distinguere un individuo dalla sua immagine in uno specchio, perché la metà destra e sinistra di un corpo sono sovrapponibili. Una stella di mare con cinque bracci identici comprende cinque assi di simmetria. Un fiocco di neve possiede sei assi di simmetria. Allo scopo di definire esattamente l’essenza della simmetria, i matematici si interessano non solo alla forma degli oggetti simmetrici, quanto alle trasformazioni che si possono far loro subire. Supponiamo di presentare ad una persona una stella di mare perfettamente simmetrica posata su un tavolo, poi mentre il soggetto guarda altrove, ruotiamo la stella di mare di un quinto di giro. La persona interrogata non saprà decidere se la stella è stata ruotata o no. Queste trasformazioni lasciano la stella immutata e formano un insieme chiamato gruppo.
(Simmetria e realtà, I quaderni le
Scienze)
Molto spesso mi capita di osservare il mio amico ‘semi-Lupo’ con cui condivido ugual Sentiero, ugual cammino, e non escludo l’ipotesi che un principio non casuale di addomesticazione possa essere intervenuta nel comune beneficio della sopravvivenza. Sicuramente l’uomo ai primi tratti della propria capacità evolutiva deve aver osservato e condiviso una certa stima, deve aver riposto un antico rispetto misto ad ammirazione circa la stessa finalità nonché abilità di sopravvivenza, se così è la potremmo definire in seno alla stessa tana, ed anche se certamente il Lupo deve aver arrecato un timore reverenziale sappiamo che le specificità umane e simmetriche con il mondo della Natura erano molto più aperte condivise… e venerate…
Ovvero, l’antica mitologia ci insegna secoli dopo
anche questo nella differenza, solo dopo - infatti - nacquero i noti ‘bestiari
medievali’ in cui si interpreta (ancora) in una concezione biblica l’animale
esulandolo dal suo ambiente primitivo e andandolo ad inserire in un improprio asimmetrico
contesto di cui viene reinterpretato il bene e il male, e da cui nata una
impropria chiralità circa non solo la comprensione ma la definizione della vita
medesima.
Ma il primitivo godeva di una adamitica purezza che
certamente ha per sempre perduto o volontariamente abdicato nel dogma di una
nuova dottrina come può essere una Bibbia.
Andando erroneamente a separare le due vie simmetriche dell’arte evolutiva in seno alla medesima sopravvivenza e ponendo delle barriere culturali di cui gli eredi della moderna civiltà hanno eretto solidi muri contro la natura, e una visione più ampia della vera natura della saggia dottrina.
Quindi, se probabilmente all’origine insieme
cacciavano divenendo indispensabili l’uno per l’altro, l’uomo e il futuro cane
addomesticato, con il tempo la libertà condivisa - e quindi l’unione che li
concepiva come una sol cosa in medesima tana, nel tempo da cui la Storia - o la
favola - hanno posto il vincolo della ‘catena’, e abdicato - al legittimo o
illegittimo erede del Lupo - un ruolo di tutela della pecunia da cui la
‘libertà’ e consapevolezza dell’intera Natura incarnata dal primitivo è stata
per sempre sacrificata ad un diverso dio.
Quindi, come dicevo, all’inizio sussiste una determinata ‘simmetria’ fra il Lupo che incarna una primitiva libertà da predatore, e l’Eretico il quale tra le innumerevoli calunnie gli è stata riservata questa specificità di incarnare l’Anima del Lupo.
Possiamo sostenere che l’Eretico ha sempre cercato
di attenersi ad un Sentiero scavato e/o dedotto, anche non volendo, dalla
Storia, la qual Storia solo nella conferma della Parola, del Verbo, per come
nata inerente la capacità comunicativa che differenzia l’ululato dal glutterato
verso, pur spesso osservando odiernamente che l’uomo ulula e il Lupo esprime
più elevato pensiero conservato nel geroglifico della sua audace persistente
caccia all’insana pecunia, andando a elevare gli humani o inumani paradossi per
cui viene perseguitato.
Sì! Paradossi, in quanto i danni a lui imputati,
così come medesimi danni furono addebitati agli eretici, rilevano il limite
dell’uomo non più e solo civilizzato, ma l’uomo legato ad un determinato
paradossale verbo.
Ad una Dottrina ad un dogma in cui la presunta
società civile per come si è ed evolve ancora scava un solco profondo con
l’intera Natura.
(Giuliano)

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