giuliano

lunedì 15 giugno 2015

SECONDA LETTERA (un veliero) (4)



































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Prima Lettera (3/1)













Nella geografia esplorata e navigata, giammai regna nelle fondamenta della comune mappa studiata. Terra incisa dalla dura crosta della sofferenza privata dall’antica solidarietà di questa immutata geologia al piatto mare della vita. Stratigrafia di una strana geografia con cui studiare l’evoluzione antica, con cui condividere la Verità regno della Memoria scritta e pregata, rotta della comune Parola con cui combattete il pregiudizio: grammatica e verità predicata e sconfitta: confine con cui difendete ed ornate la (vostra e nostra) Terra dall’esilio di codesta vita. Giacché, questa, parmi contraddizione alquanto antica, falsità della Materia che per il vero governa e nutre il regno nell’ortodossia nominata vita. 
Elemento che gonfia la vela nell’antico ed immutato Veliero mosso dal comune Vento visibile elemento, da chi, pur pregando ugual Dio, in ogni confine e geografia di codesta Terra, detta la rotta e costruisce la geografia in difesa della ricchezza. Dimenticando la Parola che segna il motto di ugual dimora, dimenticando la carità antica, dimenticando la saggezza condivisa in ugual crosta di Terra. Ed io, mosso da un vento certamente più antico (invisibile al Secondo Dio) e saggio, all’ombra di Dio, posso dire l’Universo condiviso diverso dall’equazione del Tempo dal genio costruita. Con la quale spiegare e comprendere lo spazio della comune Memoria studiata alla luce velocità della materia così cresciuta ed evoluta.
E se codesto navigare non mi concede nessuna ricchezza né certezza, perché privato e condannato a soffrire un nulla di invisibile materia, mi sia concessa parola e rotta, … nell’invisibile ora di un Tempo al remo di un Primo Dio, affinché in quella ricetta della vostra ricca dimora, si presti orecchio non solo alla coscienza, comune via di codesta strana materia, ma affinché l’inganno della rotta nel Secondo della vita, possa svelare la Storia che ciclica compie il cerchio nell’ora imperfetta e forse anche maledetta. Da umil Perfetto quale io sono, con codesto privilegio da Poeta mi sia concessa Parola, in compagnia di pochi o tanti illustri antenati che nella stiva mi fanno compagnia, mentre in coperta regna un antica sofferenza scolpita nella rotta di una diversa via agitata al mare della vita. Via e mare che in ugual ora concede un poco della sua immensa saggezza, Oceano di vita donde la via sembra smarrita nella bufera ove tuona uno strano ed antico elemento.
Nessuno gradisce il nostro ardire.
Nessuno, al porto ove il Ciclope antico pone il faro del suo occhio risoluto, perché mi pare presto detto, in quanto la notizia che un Tempo era ed è eresia, la Grande Notizia che scrive la rotta onde approdiamo all’odissea della vita, parla chiaro circa il privilegio con cui difende il diritto alla terra smarrita. Lo Straniero eretico di antica e nobile simmetria accompagnato dallo straniero di ugual via, giammai è gradito alla mensa della ricca baronia porto e rotta di ogni via. Europa che inganni la Memoria difendi ogni porto dallo Straniero di ogni rima, affinché la ricchezza o altra merce non palesi l’antica malattia nominata talvolta eresia dall’intollerante bussola della rotta antica nel piatto mare della vita.
Quali topi della stiva potrebbero appestare la vostra ricca via?
Quali mali da questo vascello trasportato potrebbero oltraggiare la vostra ora?
Quando vi affannate nel privilegio della certezza nominata evoluzione scritta nel progresso frutto di una scienza antica che da un mare è progredito per una diversa rima. E’ evoluta a miglior vita per riscrivere l’intolleranza antica che non fa rima con nessuna rotta ma sinonimo di piatta terra con la quale condividere la superbia inestinta figlia di un privilegio altrettanto antico parente di un Dio oscuro padrone del Creato certamente usurpato.
Navigato con la bussola di una antica ed immutata dottrina. Ove se pur l’ago muove la via, in realtà la terra cui approda la certezza di ogni improbabile conquista non condivide ugual geografia e clima da ogni essere e anima navigata ed incarnata. Perché se pur gli elementi uguali per i sensi di ogni vita, una diversa disciplina impone un non comune sentimento nell’oceano della stessa vita. Certo, io che dal ‘nulla’ provengo quale formula di antico e saggio se pur Eretico alchimista, conosco questa invisibile clessidra diluita nel Tempo di una strana materia. E voi che  nella luce costruite la formula di ogni certezza con cui condividete il pane della vita, con cui pregate un comune Dio, con cui edificate ogni porto per questo mare antico nell’equazione di Dio, mal sopportate l’invisibile Tempo di chi custode di un diverso Dio. Straniero ad ogni porto e mare nella materia edificato, nella terra costruito, nella ricchezza…pregato….
Perciò in questo Veliero non è più il Capitano a parlare o sentenziare verbo, ma una Grande Notizia che distillata e diluita nel Tempo di una clessidra quale sabbia di un deserto destino della nostra ed altrui vita, conduce il passo malfermo disperato e braccato per la solitudine di un diverso Creato. Cui il Destino non concede diversa moneta eccetto l’esilio di chi aspira ad una preghiera di una vita accettata e sperata rifondata alla banchina di un rifugio dove nascondere la disperazione nominata tortura. Dove celare e ricreare una vita sacrificata dall’intollerante certezza di un aguzzino che affonda ogni speranza nominata domani. Dove i Dèmoni braccano ogni Rima che canta la vita parenti di un male quale sola ed unica certezza di vita….








                                      Seconda Lettera (del capitano)




Così navigo e medito la Verità al porto dell’ipocrisia della Parola nella grammatica geografia della Storia, perché alla banchina della grande Notizia del giorno regna di nuovo la Memoria, io posso ben dirlo. Io che scrutai l’orrore, che nominai l’orrore, che aspettai la morte nell’orrore. Io che vidi al porto della vita senza direzione né Tempo ogni via smarrita, ogni anima persa e sconfitta, ogni Dio morto all’ombra di un commercio che infestava ogni possibilità e certezza confuse nella pretesa di recitare ‘una sola parola’ senza per questo divenire bestemmia. In nome della croce con la quale barattavano Dèi per Dio. Di quegli Dèi mi sono saziato in quell’immondo Secondo Creato. Dèi prima di Dio, animismo immacolato senza coscienza del peccato contemplavo al porto dell’immacolato Creato pregato.
E quando l’orrore mi spinse all’ombra di una caverna per non vedere i volti della loro preghiera, posso dire di averli odiati tutti fissandoli non visti mentre assistevano al sermone, mentre cantavano lode al Signore. L’orrore mi portò nell’Universo invisibile di un altro Dio dove ogni creatura nel folto della boscaglia, sia essa bestia o mulatta, mi parlava del mondo creato, mi narrava la storia del Paradiso senza peccato consumato o regalato dallo strano Dio approdato.
Ora, dopo decenni, noi clandestini nell’ortodossia della vita, meditiamo la morale osservata dell’intera ciurma approdata all’altra riva. Noi, che nel mare di Nessuno navighiamo quale eterna Odissea della vita, miriamo all’altra riva, che, da una Parola porta alle cime di un porta quale confine di una opulenta e ricca geografia. Tale Geografia, stratigrafia della storia nei secoli diluita ed intrisa di morte e dolore, non gradisce lo Straniero fuggito dal calvario ove confinata la terrena prigionia nominata vita. Per questo li osservo e medito rimembrando l’orrore vissuto nell’onda di un Universo senza direzione né Tempo: ingordi ricchi e rinchiusi nella certezza del piccolo mondo antico con la complicità di una bussola che indica il magnetismo, Sole di un Dio sconfitto perché si narrano custodi della Luce quanto dell’Iperboreo mare, quel polo che appare ad illuminare le brevi giornate rubate….
Nel deserto di codesta clessidra, che lenta scorre verso l’imbuto di un altro Tempo manifesto del visibile Creato, la Profezia e la Visione accompagnate all’Eresia della vita conducevano e conducono alla saggezza della vera Dottrina. Per questo il fiero barbaro indica l’uscita quale sua… e dice… ‘nostra sicurezza’: ciò appare come l’inganno della Storia, il paradosso della Memoria, l’ipocrita parola… la quale sgombra la grammatica da ogni possibile comprensione della Notizia così partorita… nel comune mare della vita. Giacché dai tempi in cui forgiava il fuoco della sua dimora, noi avevamo scrutato e scritto l’Eresia dell’Anima prigioniera, avevamo scritto e spiegato l’Universo… Nei tempi in cui cacciava nella scura selva impietrita, noi vegliavamo ogni Anima discesa per questa Eterna Vita. Nei tempi in cui braccava ogni Spirito avverso nell’uncino di un dèmone manifesto, noi avevamo visto un angelo caduto regno di un Impero senza nessun Dio.
Così, come dicevo, li osservo con gli occhi intrisi di orrore… e confesso di non udire le parole, pronti a tacitare la violenza che sgorga dalla Luce di ugual vita, se pur violenta nei secoli di Memoria, ognuno come allora cerca e bracca l’agnello sacrificio della Genesi della vita. In codesta equazione così ben distribuita vi è la costante di un'unica e sola certezza: non è il solo Dio pregato e venerato che giustifica l’antica colonica ricchezza e fonte di vita, giacché ora, nella crisi di un mondo che come allora veleggia a restaurare la croce quale uncino cui affiggere il nuovo sacrificio, vi è il popolo che urla e scalcia dal Colosseo allo stadio un sol motto quale promessa del futuro Creato e desiderato. Cui sacrificare ed esorcizzare il male che insidia un corpo così ricco e ben nutrito (ove, per il vero ed in segreto, la bianca ninfa gradisce quale puledro del suo desiderio lo schiavo allo schermo dell’ingorda caverna, offesa, per il vero, di ogni platonico amore desiderato. Ma queste sono le dimensioni del Creato nel peccato giammai consumato, e come ebbe a dire un antico Trovatore: dopo è compagna di processione del prete che la promette quale ancella per il castello non dichiarato, rubato in un'altra vita ad un feudatario non desiderato perché Eretico ed in odore di platonico… peccato giammai consumato…. Scusate non mi dilungo in questo Universo di Stelle e Parole, di promesse intrise di preghiere, di pellegrini e cliniche in odore di Provvidenza ove il bilancio della vita, quale appare, non certamente in questa Rima, ma saggiamente distribuita dalla Parabola recitata dalla casta della penna dello scriba, sembra essere eternamente e per sempre falsato…, e da una suora e un cardinale propagato… Che strano creato caro curato…).
Un corpo, dicevo, così ricco e ben nutrito, evoluzione nella Luce e nel Tempo scritta, così almeno narrano e spiegano la vita dal genio calcolata (non è Bibbia, ma Tempo diluito pagato e rivenduto dalla materia distribuita al canone della vita…. Noi Eretici senza Tempo né Storia, come detto, apparteniamo al ‘nulla’ di un rogo simmetrico alla presente memoria…). Certo, per me che poco credo nella materia nell’etere diluita rivenduta ed anche numerata, protetta e venerata alla Parabola del nuovo profeta…, questo rinnegare o forse per meglio dire, negare altra possibile ‘via d’uscita’ ‘altra via di salvezza’ ‘diverso destino desiderato’, ‘una diversa nascita in questo nuovo porto d’attracco’, mi pare una vera castroneria dal Genio di cotal ‘economica dottrina’.
Per i signori borghesi e ben-pensanti legati al giornale della mattina, al cappuccino del bar preferito, alla predica della domenica, alla parola sussurrata quale calunnia sollecitata dalla fretta, ai predicatori del padano secessionista: ex calvinista ex battista ex tastierista ex pantofolista ex sessantottista ex terrorista ex centrocampista della squadra del carcere ‘il polo c’è l’ha duro’…; tutti… indistintamente e devotamente appartenenti alla corte della casta, la quale per antica simmetria compie la Fisica nel miracolo della vita; questo dire ed anche predicare per il comune mare quale armatore di pace è una vera Eresia! Con i denari di uno stato  compiaciuto (ed ex pontificio), debbo dire che nell’Universo cui braccano le Parole ‘fuori-uscite’ dal loro Creato così ben retribuito…, un decimo o ancor meno…, basterebbe allo Straniero… approdato. Peccato che in cotal Fisica, la stessa mano dona al povero e sfortunato… futuro schiavo…, quanto al suo avo nel Congo dell’eterno peccato. Erano fiere colonie nello stesso Tempo taciuto, ed il Mercato fu ugualmente un affare astuto all’ombra di un urlo al Colosseo del nuovo tifo, che no!! Non è truccato! E’ sano e ben dotato nel peccato della moglie abdicata alla ‘casta’ di un’altra Dimensione desiderata…
Ora l’incubo invade le case come prima e più di prima, ma il popolo è assicurato, l’affare di Stato è punito e lo Straniero abdicato ad un più ricco Creato, affinché la pace e la calma torni a regnare nella quiete del pellegrino che reclama il perdono di ogni peccato consumato. E se il moro scalcia alla porta di questo Tempo narrato, c’è chi ostenta una nuova profezia: l’araldo della Madonna pregata quale vera e sola icona nell’ora della parola predicata, c’è perfino accordo sulla data della pasqua, quando Cristo e Anticristo si contendevano il Tempio. E’ l’orologio cui sovrintendere la vera Memoria, atomo e tempo senza notaio a certificate l’autenticità della reliquia venerata, puntuale ad ogni pomeriggio pregato nella parabola senza peccato consumato, oracolo della Memoria nella profezia dall’etere distribuita… Se non sono gamberi certamente sono passi cui destinare e riscrivere l’eterna Apostasia, con l’unica certezza scritta nella visione di un solo pentimento…: ‘peccato caro Giuliano che sei trapassato nel Nulla creato… al Tutto così saggiamente contemplato…’.
Come dicevo, l’incubo incombe nell’Orrore di prima, ed il povero negro più cattivo e nero di prima, non orna il ricco mercato della Nave cui affidare l’atroce destino…, giacché il ricco mercato della Nave, sempre nel nome e per conto di Cristo, è salpata a miglior porto cui distribuire il peso naufragato, perché la Democrazia dall’orrore di prima si è evoluta nei decenni di parole al Parlamento della retta disciplina. Noi Stranieri alla retta e saggia parola dalla diplomatica lingua, vediamo questa geografia simmetrica all’orrore di prima. Certo, lo schiavo non è più di moda, raccoglie al nero il sudore della fatica: un piatto alla mensa in questa spietata economia. Ridurre costi e costo del salario per chi nella materia costruisce il futuro nominato Storia. Infatti la Democrazia recita che siamo tutti uguali (più o meno come fa la Legge… quando non privata o accecata del comune dono della vista…) ed il Papa aggiunge… ‘e così sia’. Per i peccati come nel Tempo inverso di questo quadro antico, il Pellegrino può contare sull’indulgenza con breve inchino…, l’affare è materia e moneta di Dio…  Sia chiaro, non voglio patire le pene dei miei antichi avi, e qui dico e certifico che sono tutti Santi…, anche se qualcuno va in galera con l’indulgenza dell’intera casta riunita in assemblea plenaria, la quale mentre ruba e recita un ‘Mea Culpa’ nel Pellegrinaggio commissariato di codesta santa via, mette al sicuro i denari al porto della ‘Vetica’ e braccata rima dal Veliero distribuita.
Sono numeri e geni contrari al ‘Nulla’ della mia visione divenuta d’incanto… Eresia dal dotto medico combattuta - Bacolus Demonum - di antica Memoria. Che Dio ci aiuti in questa ora….! Ed al dotto Medico che proviene dalla chiesa non arreco offesa, non sia mai ricordato aguzzino, per questo sussurro a lui nobile consiglio: scrivi un manuale cui affidare la retta disciplina la retta visione della vita, certificata dalla santità della tua dottrina, perché oggi come allora la Santa Inquisizione ti è certamente amica.
I nostri furono Dèmoni e Dèi combattuti e perseguitati dalla terapia nel Tempo e nella Luce distribuita.
I nostri furono Tenebre ove ogni cosa del Primo Creato narrava la sua vita compiuta e discesa e fors’anche prigioniera, ma sempre in eterna  attesa di svelare e narrare una vita incompiuta braccata e taciuta…. 
Eresia Demoniaca in quanto in codesta Terra narrata i Santi sono ricchi… e benedetti… ancor più di prima, alla faccia della Storia che li numera per uno sforzo di Memoria, affinché il conto non vada perso nel cerchio della Dottrina. Affinché la casacca che dopo vestono alla Torre del peccato terreno possa serbare il numero della cella cui affidare il vero nome… nel circolo della vita all’ora d’aria condivisa con gli altri detenuti di cotal Dottrina…
E… affinché non sia mai detto che in fondo al cesso c’è un nobile ben protetto, il quale un Tempo non troppo antico fece da Mercenario ad un Papa, Monarca di Dio. La Terra usurpata divenne ricchezza e fasto di quanto ammirato or ora dal Pellegrino approdato, mentre raccomandava la preghiera al disgraziato quando esalava l’ultimo respiro dal dotto medico comandato. Ed io, cari signori baroni conti vescovi e cardinali, tirerei la catena del nobile gabinetto il quale orna la facciata del grande Ministero (da non confondersi con Mistero, quello come detto è distribuito all’ora quarta del pomeriggio…) democraticamente edificato, ma sono ancora lì più nobili e santi di pria, nel Nulla della nostra Memoria. Rozzi e malfermi nella parola nella fogna ove ornano la Storia così talvolta è gradita la spazzola della Memoria… affinché il Gabinetto del Ministero non rimanga ornato del loro profilo…
E come la bestia che nutre il mio pasto antico da cui traggo il latte divino raccomando loro il Breviario della Sacra e miniata Parola all’ora dell’agnello della Divina Dottrina, mentre tutti sappiamo che codesta turpe Eresia ugual rogo conoscerà alla tortura dell’eterna ortodossia… e che Dio li…. Benedica. Io mi pento e mi dolgo e chiedo perdono per questa Rima perché continuo a ripetere che non so’ quale sarà codesto Creatore dal Genio studiato… nella Fisica del nobile Creato pregato. Io, scusate, provengo dal Nulla di un diverso Universo mai visto e narrato, perciò debbo ringraziare la mia Vela che ad un nuovo porto ha condotto l’eterno peccato navigato. Ciò che vedo in questo martirio è materia di un Primo Dio in un Secondo giammai narrato. Grazie a questo Elemento raccolto navigo e viaggio con il dono della Rima udita perché in codesto Creato ogni anima racconta la Vita ammirata e assopita. In questo Creato ogni vita è sacra e benedetta a Dio perché parla e racconta l’opera di un sogno troppo antico per essere appena capito…







                    Il  Capitano del Veliero                                










Molti i nomi che il Tempo ed il Mare attribuisce alle sue creature.
      Per ogni costa, per ogni faro, per ogni porto.
      Ma tutti con il tempo si assomigliano e parlano una sol lingua.
        Molti i nomi che gli diamo noi naviganti .
        Ma per quanto ci sforziamo di ricordare o dimenticare,  tutti poi hanno memoria di un pensiero che è acqua di mare,  poi un lento arrancare, poi un respirare e…pian piano camminare.
        Poi …parlare, capire, e …. ancora navigare.

Ognuno chiama il suo Veliero come la memoria e la coscienza sprona la parola.
Ognuno, secondo il tempo e le stagioni, battezza e nomina la propria Idea nel forziere del grande mare.
Questa la libertà, questa la democrazia, questa la filosofia.

    -  Pensiero       è ora il suo nome. 
    -  Idea                le sue vele.
    -  Destino        la sua rotta.
    -  Vita                il suo equipaggio.  

   Nelle grandi acque del mare 
 - Pensiero - contempla la costa,  
    la Terra che nutre l’ - Idea -,
    il - Destino -  della - Vita -,
    così come  la  - Vita - vorrebbe raccontare
    la verità taciuta,
    la verità che ora voi venite a sindacare
    mortificare… e per sempre ad esiliare.
    Uccidere la  - Vita - ,  per un diverso - Destino -.

(Giuliano Lazzari, da Dialoghi con Pietro Autier...)  













domenica 14 giugno 2015

UN VELIERO (2)


































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Un Veliero

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Prima Lettera (3)













       Sembra osservare le rotte.
       I venti.
       Le vie.
       Le coste.
       I fari.


Pur in apparente assenza, è vento, ed il nutrimento per i pochi naviganti.
Pur in apparente pessimismo, è sicuro degli elementi, di cui si sente padrone e signore.
      Custode ed interprete.
L’unica cosa che può e sa fare, è spiegare, interpretare, capire, decifrare.
      Non è passivo alla vita.
      Non prega ed impreca.
Pone le condizioni, le scelte.
      La giusta democrazia.


-  Genti in vista                                 Annuncia il marinaio.
-  Dolori                                               Suda il Capitano.
-  Rancori                                             Spiega il filosofo.
-  Rumori                                               Urla il mozzo.


Il Capitano inizia ad osservare, non a scrutare.
Perché sa di essere scrutato.
Ulisse gli ha insegnato il giusto stare e partire.
Il giusto parlare.
Il giusto dire.
Non è solo questione di rotta, è capacità di sopravvivere
dell’essere ed apparire, mantenendo integre le proprie
credenze, il proprio credo.
Senza piegarsi, senza umiliarsi, senza rinnegare e rinnegarsi.
Là dove è la materia a fagocitare la vera legge.
Là dove è la visibile forma che vomita la via.
Là dove i denari chiudono gli occhi, e le croci diventano alibi collettivo.




      Il filosofo tace.
      Il Capitano lo osserva, la sua è una presenza oltre la parola.
      Talvolta diviene presenza ‘oracolare’.
- Il silenzio è assenso…                    pensa e sentenzia fra sé.
       Non ci sono armi a bordo.
       Non c’è violenza.
       Anche se la frattura fra loro ed il resto del mondo è evidente,
 ognuno ripone fiducia nella propria intelligenza.
       Non ci sono passeggeri da assecondare, così come non ci
       sono tesori da difendere.
       Solo le ragioni della vita che non deve cedere il passo alla costanza della morte nel miraggio di una nube purpurea, che tutto tacita e lentamente uccide.
       La nube che loro chiamano progresso.
       La morte che loro barattano con la vita.


       - Non esiste la morte…              ricorda il filosofo,


    come se ogni preliminare prima o dopo, sia un inutile dettaglio,
    da circoscrivere nel fiume delle possibilità.
    Il fiume scorre verso il mare. Noi siamo il mare che osserva
    il lento scorrere di ciò che all’origine non sarà mai più.


         Spiegò o pregò una volta dall’alto del ponte,
         un filosofo che sembrava un Capitano
         …ad un Capitano che divenne filosofo…
         Nella distesa di un Veliero che sembrava una grande Chiesa.
         Nel segreto di un timone, che sembrava un altare.
         Nell’infinito di un mare che sembrava un grande Universo.



Il filosofo non  illude.
Non inganna.
Ama mostrare le cose come sono, affinché ognuno possa capire.
…E compreso, compiere la scelta.
 Decidere la sorte.
 Fra un destino mutevole diviso fra un onda e una terra nuova,
 e un tempo già deciso, vissuto, composto, ciclico.
Capire, non interpretare la realtà.
Interpretare il mistero divenuto mito.
Il mito, segreto compagno di ogni possibile comprensione, sfuggita alla realtà.
        Uomini osservano ….,   non Dèi.
        Gli Dèi sono muti per questo mare.
        Dèi nasceranno in questo navigare.





La vita, chi la pensa compiuta, è da compiersi,
per questa navigazione.
La vita è ancora da comprendere su questa nave.
La vita parla in frammenti in questo navigare.
E se la comprensione e l’ostinazione, procedono a passo di remo,
dal profondo dell’Oceano, un nuovo Continente appare.
Lenti sembrano procedere alla deriva, nel tempo delle forme
e del divenire, nella logica della evoluzione delle cose,
di ogni cosa.
La vita parla in frammenti in questo nuovo nascere.
Il pendolo del remo, la monolitica essenza del tempo definito,
procede immutata, creata, sicura.
Il tempo scorre a passo di remo, nel soffio del vento,
che gonfia la vela, che trascina la terra.
Che sposta la zolla, che modella la forma, che detta la via.
Il tempo forma il calco, dal piccolo al grande.
        Un tempo immutato.
        Definito.
        Udito, come un soffio di vento.
        Percepito, come un battito di remo.
        Accettato e compreso.
        Non sempre amato.


La nave sta, monolitica visione di una lenta evoluzione.
Ognuno dell’equipaggio è un muto elemento della Terra.
La muta sostanza che non appare ….ma è.
La muta essenza delle cose.
La forma né vista né percepita.
La simmetria originaria.
L’antica bellezza.


       Ognuno, sull’antico vascello alla deriva,
        è muto elemento è muta sostanza.


Il filosofo, il Capitano, il marinaio, il mozzo, lo scienziato,
ognuno compone il segreto disegno invisibile.
Non visto e nemmeno celebrato.


       L’antico mare oggi è calmo.
       L’antico Oceano di Tedite, oggi è caldo.
                                       

 Il Capitano sul ponte cura la sua dignità consegnata allo sguardo
 indiscreto dell’apparire, cerca solo di andare d’accordo con la
 propria divisa.
 Si aggiusta alla meglio l’abito, senza colori, senza dolori,
 senza mostrine.
 Solo un abito, …..nessuna divisa.


Il nero o il bianco,
il rosso o il verde,
li ha barattati per i mille colori dell’Oceano,
per i mille profumi della costa.
I tanti e troppi colori gli invadono i ricordi
                                                        i sogni
                                                        i pensieri.
    
        Muto guarda,
        muto osserva,
        muto ricorda.


Quello che era,
quello che fu,
il principio immacolato ,
un amore di odori, ricordi, sensazioni.


        L’orecchio ode
        l’occhio vede
        l’udito ascolta di nuovo.





                       Il torrente diventa mare
                       il mare nuova vita 
                       che scorre a precipizio
                       nello spazio dei ricordi.


Il Capitano assente sembra guardare la costa….
in realtà scruta se stesso.
Osserva muto la creazione.
Il Capitano è il creatore.


In questo pensare e pensiero cerca solo di rendersi più accettabile.
L’unica cosa che lo accomuna al resto degli uomini sulla costa….
è una divisa che divisa non è!
Nel mondo da lui osservato, i colori degli uomini sembrano
tante e troppe inutili divise.
I suoi colori, ed i suoi dolori, sono in altro luogo.
In un altro Olimpo.
Cerca solo di apparire più rispettabile.
Sa che sulla Terra la forma delle cose ha una segreta valenza.
La chiamano ricchezza, il possedere la vita.
Chiamano ‘Demoni’ chi presiede il nostro pensiero.
Chiamano povertà …la natura che ci domina.
I Cristiani ci chiamano Pagani.
Ridono da lontano della nostra povertà.


        Possedere la vita, dominarla, dicono…..
        con voce univoca, in un sol coro, in una sola Chiesa.
        Stendardi, bandiere, armi, divise, discipline,
        ordini cavallereschi,
        monaci, mercanti, pellegrini, ospedalieri,  
        ora tutto appare alla vista umile e dimessa del Capitano.





A passo di remo, i contorni si fanno più nitidi,
più chiari, più marcati.
I pochi che giungono rappresentano i ‘molti’ non visti.
In questa natura rovesciata, dove vorrebbero apparire
specchio della Terra di appartenenza,
i pochi sono la superficie non vista di una forma non compresa, non accettata, ….dicono ….
                                                                            creata.
La materia che scorre tacita e silenziosa, scivola piano,
                                                     con un tempo definito.


        Sulla nave, per la prima volta, il Capitano riscopre quella
        dimensione persa, dimenticata …..non del tutto accettata.
       

                          Il Tempo.
                          Bussa, scalcia, annuncia la frattura fra il definito
                                                                                  e  l’indefinito.
                          Fra  il creato e l’increato.
                          Fra l’inizio e la fine.
                          Fra la Creazione e l’Infinito. 

                               
   

                                                                                                                               

                                  
                                       Pietro   Autier 


(Giuliano Lazzari, da Dialoghi con Pietro Autier)

(Prosegue...)  














     
  


giovedì 11 giugno 2015

IL PRIMO DIO (2)











































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Il Primo Dio













MI FORMAI con il terremoto delle sensazioni, con il vulcano del pensiero dilagante, mi elevai per la collisione, per l’impatto.
DIVENNI, poi, quello che difficilmente mi sento, quello che per mia indole non appare e non vuole apparire, MA E’! E’ per la sua consistenza, celato dalla durezza della natura, dalla imprevedibilità degli eventi, dalla difficoltà del cammino. Quello che appare è diverso da ciò che vede, sospeso nel vuoto del respiro che bracca ossigeno là dove tutto è rarefatto. Cerca con gli occhi del sapere una nuova vetta da conquistare.
QUALE CONQUISTA, posso dire di aver compiuto oggi. Quale uomo, pensa, pensa solo di aver sfidato la sorte, sperando che fosse bastato il gesto.
QUELLL’UOMO che vedo, immagine di un ‘super-uomo’ forse è la proiezione di me stesso quando ancora non sapevo camminare. Quando ancora dovevo imparare a camminare salivo sulle montagne, pensando che quello fosse un gesto liberatorio di conquista. Un gesto che mi porta a ciò che ero. Ma in realtà, stavo solo imparando a camminare. Ora che le gambe mi dolgono, e sono passati anni da quella primordiale volontà di potenza, virtualmente avrei dovuto imparare tante cose, ma sono fermo nell’apparente immobilità.
ORA LA PARALASI mi avvolge il corpo, mi sento duro come un masso. Mi guardo fanciullo quando decenni addietro reclamavo a viva voce la morte di quegli DEI che tanto cercavo.




ORA, avverto la familiarità con tutti gli elementi circostanti, cerco una verità che passi attraverso il presunto sapere. Una verità difficile da trovare, difficile da scorgere con queste poche parole, con questi pensieri, con questi numeri. Una verità che va oltre i numeri così che non la possano contenere e contare. Nella geografia di questa metafisica di ultimo millennio penso che quella volontà di potenza che ci appartiene da sempre, abbia mutato le proprie caratteristiche, da viandanti che eravamo, siamo divenuti l’oggetto preferito della nostra osservazione.  Percepisco, nell’apparente immobilismo una lingua impercettibile ai più, che mi proviene da una infinita gamma di segnali e linguaggi sconosciuti. Cerco sempre quel GRAAL che porta alla luce, pur attraversando l’inferno dell’oscurità. Di quella oscurità primordiale che creò il tutto attorno a noi. Quella oscurità che risiede ai primordi, dove solo poter dimostrarne l’esistenza mi pare cosa impossibile.
IMMOBILE, di fronte al quesito, mi sento di nuovo nell’assenza del principio. Non mi pongo con le membra d’innanzi alla fonte della vita, ma vado oltre questo concetto e cerco l’essenza prima.
IL VIANDANTE, lo vedo fermo nel gesto di potenza, non scorge la montagna, non guarda il cielo, non respira l’aria. E’ solo convinto di tutto questo, e della vita che pensa annusare. E’ sempre immobile nel suo gesto secolare.
IO, questo nulla di roccia e pietra e abissi, IO mi sento eterno ed indefinito particelle di infinito. Ho provato l’ebbrezza del disastro, quando ancora risiedevo nella quiete del mare. Da lì venivo e forse lì tornerò. Montagne che camminano, ghiaccio che si spacca, uomini che aspettano di nascere, nubi fosche che passano e tornano in un ciclo infinito.




TUTTO PROVO, dal vortice alla immobilità apparente degli elementi. Adesso osservo gli altri con distacco, di chi sa, ma è ancora incerto sui perché. Non sazio delle vittorie, appaio loro come lo sconfitto. Come il conquistato, come l’inutile trampolino della loro ascesa. Come il tributo della loro eterna ubriacatura. Sono di nuovo io l’agnello sacrificato in nome di una delle tante religioni. Riposto e ripiegato su me stesso nell’illusoria sconfitta, la quale mi deve concedere di vivere quel che basta per vedere la verità. Quella verità cercata, appena annusata, che pensiamo di tracciare con oscure formule su grandi lavagne.
Quel cercare DIO attraverso i numeri mi ha condotto a delle inevitabili contraddizioni lungo la strada del sapere. Coincidenze divenute numeri per la corsa alla verità si intrecciano su binari al di fuori della volontà.
Verità scorte ed annusate per un attimo, con il buio del poi, col pretesto del domani, mi hanno condotto nel CAOS di un momentaneo BUCO DI MATERIA.
Vuoto di pensieri, occhi, passioni e desideri, vuoti di memoria in turbini di immagini, freddi improvvisi che gelano le forze. Letarghi di stagione, ci scopriamo ancora animali con istinti e dolori repressi, solo quando l’occhio inizia a lacrimare per suo conto.
ALL’IMPROVVISO, tutto il sapere si dissolve, al suo posto il nulla della percezione prima e eterna. Il nulla delle immagini immagazzinate tutto il giorno. Il nulla di quei volti, di quelle maschere, di quelle facce che sembrano dirti la stessa cosa. Diventi, poi, ciò che gli altri immaginano scorgere, agnello di peccati e specchio del loro IO nascosto: specchio d’acqua dove qualcuno si disseta per la verità a tutti celata, ma dove altri lavano i propri panni ricolmi di letame.
IMMONDIZIA, per la quale ogni giorno infangano strade, pensieri e volontà. Quella immondizia che ci piegherà col dolore di una lancia alle spalle facendoci ruotare gli occhi al cielo come pazzi colpiti da una nuova malattia. Cerco quella luce che è dentro di noi e sembra alle volte risucchiata fuori. Sono io, in realtà, quel vortice di materia infinita, oppure la sua diretta conseguenza. Così, ora, passeggio per questo deserto che la coerenza mi ha fatto costruire, l’unica costruzione che sembra essermi familiare: un buco nero di antimateria che sembra pronto per la creazione di altro e più.




PER QUESTO DESERTO ho scorto una nuova e più assoluta verità, che i viandanti sono…, sguardi chini e spalle curve, sul mio sentiero.
LE NUVOLE, li avvolgono. Le nuvole del mio risentimento.
Che la NEVE li seppellisca. La neve della purezza violata.
Che IL GHIACCIO li disarmi. Il ghiaccio dei sentimenti esposti alla vento dell’ignoranza. Quando il mare era calmo e limpido esplodevo di sentimenti, ricordi, emozioni. Ora che ho scoperto il segreto della vita e mi sono elevato fino a queste vette, il ghiaccio mi accompagna nelle divagazioni.
I VENTI lo induriscono e gli conferiscono spessore. Mi guardo incredulo le pendici, vedo sgorgare FIUMI del sapere che si sono originati dalla prima scintilla di ghiaccio, che ora sembra di nuovo arretrare per vostra ingordigia. Quel primo pensiero, quella prima bufera, quella neve, quel freddo, quel ghiaccio poi, tutto fa parte di questa ultima e immacolata deriva che è l’ULTIMO PENSIERO o forse IL PRIMO, da naufraghi in questa civiltà di macchine pensanti.
Qui, ora, tutto sembra avere due volti.
Tutto sembra eterno ed immutato, e tutto cambia con la velocità del vento. Certo colui che aspira ad una presunta vetta e solo quella, perde la cognizione del sé e del poi, del dove e del quando, barcolla dinnanzi  ad eventi più grandi di lui. Mentre noi perdiamo il nostro essere, egli trova il suo, in questa sfinimento sembra volere o desiderare una fine, qualsiasi essa sia. Noi esposti a mostrare la natura delle cose, egli proteso a sconfiggere ciò che è eterno.




COSA E’ LA MONTAGNA SE NON UN ETERNO DIVENIRE delle cose. Cosa sono quelle vette innevate e spoglie come deserti se non il lento mutare attraverso gli elementi del mondo. Da quassù sogno quando ero fanciullo e scherzavo sulle limpide acque che mi riportavano ad una pace eterna. Nulla si era creato, nulla si era sviluppato, tutto doveva divenire anche ciò che di più mostruoso potevamo immaginare.
Mostruosi giganti partorimmo senza la nostra volontà, fu un turbinio di errori nel concetto di vita, ERANO LA VITA.
Anche adesso posso dire di assistere alla vita attraverso l’occhio di questi nuovi mostri, mezzi uomini e mezze macchine. Questi mostri che ingombrano la vita con inutili richiami, con inutili suoni che mi inorridiscono in queste giornate composte di stagioni differenti. Sto aspettando anche questa fine. Quest’ultimo respiro di vita che ci regala colori e visioni nuove. Cosa ci riserva questo grande futuro galoppante: tinte unite e temperature estreme, non concerti di suoni e colori, ma bensì sfumature di singole tonalità.
MONOCROMATICI avvenimenti di fine millennio e inizio nuovo.
UGUAGLIANZE biologiche e combinazioni genetiche per pellegrini che si imbatteranno per questi sentieri: nuovi super uomini che avranno lo zaino appesantito della loro volontà di potenza. Potenza di tutto e su tutto, si accorgeranno poi che i piedi malfermi poggiano sul nulla di ciò che è rimasto dopo il loro ultimo pasto da dinosauri.


(Giuliano Lazzari, Il Viaggio)


















domenica 7 giugno 2015

L'ORRORE (2)


















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L'orrore












...Cerimonie, ebraiche, pagane e cristiane. Conducendo a essa, per ascoltarla, la congregazione e il popolo, lo priva del nutrimento spirituale e sacramentale, lo allontana dalla vera religione e dai comandamenti di Dio e gli impedisce con i suoi offertori di compiere le opere di misericordia; così con questa messa colloca il popolo in una vana speranza. La quinta opera dell’Anticristo e che compie tutte le sue opere per essere visto e per soddisfare la sua insaziabile avarizia, nonché per poter mettere in vendita ogni cosa, non potendo far nulla senza simonia. La sesta opera dell’Anticristo e che incoraggia peccati manifesti, senza che intervenga sentenza ecclesiastica, e non scomunica gli impenitenti. La settima opera dell’Anticristo è che non dirige né difende la propria unità mediante lo Spirito Santo, ma per mezzo del potere secolare, che chiama in aiuto anche per le cose spirituali. L’ottava opera dell’Anticristo è che odia, perseguita, accusa, deruba e mette a morte i membri di Cristo…

(sec. XIV trattato valdese)



 Così a tratti farnetico, non recito una parte nel grande palcoscenico della vita ma anche se così fosse nessuno sarebbe in grado di giudicare una goccia d’acqua, un soffio di vento, un fiume che scorre, un battito d’ali. Una stringa  avvolta su sé stessa e le trame si intrecciano, fra la fisica e la metafisica. Una vita vissuta tante o troppe volte come se tutti i personaggi e gli eventi tornino inesorabilmente al compimento della loro creazione. Quante volte, con stupore, mi sono accorto come sentieri apparentemente nuovi erano già stati percorsi da anni, da secoli.




 (....Se, come propongono Kennerly e altri, amare quello che di buono c'era nel lupo equivaleva davvero a esprimere un amore nei propri confronti, e odiare quello che di malvagio si trovava nel lupo significava manifestare un odio per se stessi, allora la caccia ai lupi era semplicemente il vecchio tentativo di isolare e annichilire la natura ignobile dell'uomo. Il fatto che proseguì per così tanti secoli indica l'esistenza di un duraturo odio dell'uomo nei propri confronti. Riflessi di ciò che accade nelle Grandi Pianure americane negli anni delle guerre al lupo, rivelano una certa quantità di tale odio, ma qui veniamo riportati inevitabilmente al Medioevo. In un'epoca in cui nessuno sapeva alcunché di genetica, l'idea che un bimbo affetto da sindrome di Down, ovvero con orecchie piccole, fronte spaziosa, naso piatto e denti sporgenti, fosse figlio di una prostituta e di un lupo, era perfettamente plausibile. Il Medioevo fu un'epoca malinconica, riflessa con accuratezza nell'immaginario surreale e grottesco di pittori come Bosch, Brueghel, un'epoca di carestia, di guerre infinite, di malattie epidemiche, di tumulti sociali. La civiltà non era preziosa quanto adesso per noi. La tentazione di controbattere un mondo doloroso doveva essere forte. Esistevano erbe da comprare, patti faustiani da stringere. Voler essere un lupo, in altre parole, era in qualche modo comprensibile. In una storia di stregoneria nel Medioevo, Jeffrey Russel ha scritto che alcuni contadini erano mossi da 'un impulso prometeico a piegare sia la natura sia altri popoli ai propri fini...per ottenere gli oggetti del loro desiderio pecuniario o amoroso o per esigere vendetta contro chi era odiato o temuto'. Dati un popolo depresso, una credenza nei lupi e l'intimidazione del tribunale dell'inquisizione, non sorprende che le persone fossero preda del panico e confessassero precipitosamente di essere lupi mannari, di aver commesso crimini contro la natura. E non era solo questione di lupi mannari; nel 1275, una donna pazza di nome Angela de la Barthe confessò all'inquisizione di Tolosa di aver dato alla luce una creatura mezzo uomo e mezzo serpente, e di averla mantenuta in vita nutrendola con bambini che lei stessa rubava. Nel 1425, a Neider-Hauenstein, vicino all'odierna Basilea, una donna fu condannata a morte per essersi unita ai lupi, sui quali, fu sostenuto, aveva cavalcato il cielo nottetempo.)




 Ora, di fronte alla mia modesta biblioteca basta cercarli e sapere di averle sofferti, percorsi, vissuti. Non c’è più quel distacco freddo vuoto fra lo scritto e il suo lettore, l’intreccio continuo mi porta al compimento di ogni singola opera, anche se in contraddizione tra loro.
Sono stato eretico, predicatore, alpinista, scienziato, geologo, geografo, storico.
Ho combattuto guerre, mi hanno ucciso!
Mi hanno messo su una croce.
Ho discusso di resurrezione.
Ho avuto delle visioni e ho cercato di interpretarle.
Ma prima di esse sono stato sciamano.
E ancor prima, miriade diverse di forme viventi.
Ho pregato come un buddista sotto un albero.
Ho pianto come un druido all’ombra di esso.
Poi ne ho studiato le forme, consistenza ed utilità.
Dalla bellezza dei rami e delle foglie ho capito e studiato la loro funzione.
Ho iniziato a respirare l’aria che mi ero guadagnato e grazie ad essa restituito in quieta specie di parlare.
Sono divenuto acqua e ho scavato letti che ora percorro in cerca della memoria.
Ho visto grotte, ne conservo ricordi e disegni che vi ho tracciato. Sono stato cacciatore…, un tempo.
Mentre adesso istintivamente guardo al suolo in cerca di qualcosa, Vela mi insegna e fiuta il passato divenuto presente.
Mi hanno braccato, avverto l’odore della paura.
Mi hanno ucciso.
Piango me stesso sulle poche ceneri di un fuoco acceso di fretta.
Mi hanno imprigionato, ancora vedo il maestoso castello, in cui una volta ero signore. La congiura è di nuovo padrona.
Ho fatto miracoli.
Poi ho studiato i segreti della vita.
Più miracolosa ancora.
Ho incontrato gente diversa ma con caratteristiche comuni.
Ho parlato loro di filosofia e quando questa non bastava sono salito nello spazio profondo per spiegare la vita ancora prima della vita.
Ho perso forma, peso, e gravità.
Mi sono dissolto in un gas scomposto.
Mentre la forza del calore divampava.
Perché urlavo contro il tempo, questo maleficio, questo diavolo, che mi ha legato in questo luogo.
Sono andato oltre la sua dimensione e qualche delatore mi ha denunciato, mentre pregavo la verità, una verità senza tempo. Poi sono scomparso nel nulla di un punto e forma contratta alla materia.
Mentre gridavo all’orrore.
Sono morto tante volte, e poi rinato nella gioia di una natura che non mi disconosce.
Ma è vero, con l’orrore negli occhi, nella voce, nel pensiero…




 Il pomeriggio lo rividi. Se ne stava sdraiato supino con gli occhi chiusi, mi ritirai senza far rumore, ma lo sentii mormorare: ‘Vivere onestamente,  morire, morire ….’
Restai ad ascoltare.
Non ci fu altro.
Stava provando un discorso nel sonno, oppure era un frammento di frase da qualche articolo di giornale? Aveva scritto per dei giornali e intendeva rifarlo, ‘per la promozione delle mie idee. E’ un dovere’.
 Era una tenebra impenetrabile la sua.
Io lo guardavo come si osserva un uomo che giace in fondo a un precipizio dove non splende mai il sole. Ma non avevo molto tempo da dedicargli, perché aiutavo il macchinista a smontare i cilindri che perdevano, a raddrizzare una biella contorta e cose del genere. Vivevo in una confusione infernale di ruggine, limatura, dadi, bulloni, chiavi, martelli, trapani – cose che detesto, perché non ci so fare. Badavo alla piccola fucina che fortunatamente avevamo a bordo; faticavo fino all’esaurimento in mezzo al dannato mucchio di rottami – fino a quando i brividi erano così forti che non mi permettevano di stare in piedi.
Una sera entrando con una candela trasalii sentendogli dire con voce un po’tremula: ‘Eccomi qui disteso al buio, che aspetto la morte’.
 La luce era a pochi centimetri dai suoi occhi. Mi forzai a mormorare: ‘Oh, sciocchezze!’ e restai curvo su di lui come impietrito. Non avevo mai visto, e spero di non vedere mai più, nulla di simile al cambiamento che avvenne nei suoi lineamenti.
Oh, non ero commosso.
Ero affascinato.
Era come se si fosse lacerato un velo.
Vidi su quel volto d’avorio l’espressione dell’orgoglio cupo, del potere spietato, del terrore vile – di una disperazione intensa e irreparabile. E’ possibile che in quel momento supremo di conoscenza completa rivivesse la sua esistenza in ogni dettaglio di desiderio, tentazione e resa? In un bisbiglio gridò verso qualche immagine, qualche visione – due volte lanciò un grido, un grido che non era più di un sospiro:

        
                -   CHE ORRORE!  CHE ORRORE!.  



(Conrad, Cuore di tenebre)

(Giuliano Lazzari, Il Viaggio) 















          

martedì 2 giugno 2015

LE DIMENSIONI INVISIBILI (nell'Universo del 'Nulla' di Einstein) (2)







































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Le dimensioni invisibili













...Difficile da digerire, è forse perché a scuola non gli è mai stato insegnato il concetto di etere.
A partire dal 1905, con la rivoluzionaria conquista di Einstein, l’etere è diventato terreno riservato agli storici della scienza, e i pochi scienziati che lo conoscono se ne fanno beffe.
Eppure l’etere fu il blocco mentale che più di ogni altro ritardò l’avvento della relatività speciale, e il genio di Einstein consisté per larga parte nella capacità di liberarsene. Per citare le parole che egli stesso utilizzò nel suo fondamentale articolo del 1905, “L’introduzione di un ‘etere luminifero’ si dimostrerà superflua, dato che la visione qui sviluppata non richiede uno spazio assolutamente stazionario”.
Dunque Einstein aveva restituito l’inesistenza al nulla, la vuotezza al vuoto. E adesso, vent’anni più tardi, in preda a un tormento cosmico, faceva una retromarcia completa, domandandosi se in fin dei conti non fosse possibile ascrivere una sorta di esistenza al vuoto, di modo che potesse produrre gravità.
Poteva il nulla essere qualcosa?
Di fatto, Einstein assegnò un’esistenza al nulla, proponendo che il vuoto potesse produrre gravità. Ma quando elaborò un modo coerente per inserire questo fatto nella sua teoria, trovò un risultato curioso: la gravità del vuoto avrebbe dovuto essere repulsiva. A quel punto Einstein deve avere fatto un gran salto, perché sapeva che l’impossibilità di un Universo statico era una conseguenza diretta della natura ‘attrattiva della gravità’.
Possibile che l’energia ‘repulsiva’ del vuoto fosse la soluzione?
Fin qui non c’era nulla di controverso; tutto rientrava nelle predizioni della relatività. Ma ora notiamo un fatto interessante: la tensione è una pressione negativa, e quindi gli effetti della tensione dovrebbero essere tali per cui la capacità attrattiva degli oggetti è ridotta dalla sua presenza. 




La tensione del vuoto è molto alta, così alta che gli effetti gravitazionali della tensione sorpassano quelli della sua massa e, di conseguenza, la gravità del vuoto è repulsiva. In termini newtoniani, il vuoto ha un peso negativo. Naturalmente l’energia del vuoto è molto diluita, ed è distribuita uniformemente dappertutto. Sulla scala del sistema solare, gli effetti gravitazionali della materia sono di gran lunga superiori a quelli del vuoto. Bisogna spingersi a distanze cosmologiche perché la densità del vuoto diventi paragonabile a quella della materia ordinaria, e perché il lato repulsivo della gravità si manifesti.
Per ricapitolare, Einstein sapeva che un Universo irrequieto è una conseguenza immediata della natura attrattiva della gravità. Ma ora sapeva anche che, con l’aggiunta di una costante cosmologica, la gravità non è necessariamente attrattiva. La domanda era: sarebbe stato possibile realizzare un Universo statico facendo un uso giudizioso del nuovo ingrediente?
Einstein riuscì a ideare un modello di Universo statico all’interno della teoria della relatività, anche se solo con l’aiuto della costante cosmologica.
A dire il vero, l’Universo non sembra contento della propria immobilità; dà anzi l’impressione di indossare una camicia di forza, in una condizione di quiete imposta ma instabile. E tuttavia rimane immobile, a beneficio delle generazioni a venire. Tutto questo serve solo a fare in modo che l’Universo si adegui a un pregiudizio semireligioso, a una credenza rispettata e tenuta per certa nel contesto della cultura occidentale. Per ironia della sorte, proprio quando la cosmologia era sul punto di sfuggire alla morsa della religione e della filosofia, quest’ultima si prese la rivincita inquinando il primo modello scientifico del cosmo. A credito di Einstein bisogna aggiungere che la scienza si basa sui dati e che a quel tempo non esistevano dati cosmologici; per questo il pregiudizio ne prese il posto. La ricetta che Einstein inventò per soddisfare quel pregiudizio è ingegnosa, e senza di essa probabilmente non avremmo mai sentito parlare della costante cosmologica. Fu così che egli trovò quello che è chiamato oggi l’Universo statico di Einstein, la sua peggior castroneria.  
 (Joao Magueijo, Più veloce della luce)