giuliano

mercoledì 2 settembre 2015

COSA E' LA MEMORIA? (2)


















Precedente capitolo:

Cosa è la Memoria? (1)

Prosegue in:

Cosa è la Memoria (3)













...O forse chissà, solo ventre donde tenuto in grembo il principio… dove partorire la Natura evoluta…
Sicché l’Arte della Vita dalla Natura scolpita, tutta incisa nella Memoria dello Spazio numerato quale dettaglio di un Primo Frammento evoluto gravido da un piatto mare nato…
Lento ha risalito la riva per costruire piano l’Arte della Vita…
Lento nel Secondo misurato, dapprima ha strisciato, poi  è volato fino ad un ramo genitore e padre della sua venuta… Poi, dopo aver ammirato il panorama, è sceso sino ad un’antica vallata e di nuovo ad un ramo ha incorniciato l’Arte della sua Natura così evoluta…
Lento ora cammina felice della sua Rima…
…Esce dal museo ove celebrata la Vita soddisfatto dell’Opera compiuta… ove lo Spirito ha di nuovo incontrato il Principio…, ed anche se il ricordo vacilla confuso…, il passo certamente deciso… giacché l’evoluzione rinnova il Tempo della sua venuta ove l’uomo imparò a pregare e parlare con Dio… Se dapprima fu una Dèa all’Olimpo della saggezza smarrita… la scrittura con il tempo si è fatta più matura… ed ogni Spirito rimembra il Tempo della lenta venuta… Memoria confusa!
Il viale della Stagione della Vita rimembra il Tempo ove nutriamo e coltiviamo la Memoria… Il viale del fanciullo ora nutrito da una Natura più evoluta incide il ricordo senza il profumo accompagnato dalla saggezza dove la foglia caduta accarezza lo Spirito per accompagnarlo alla stagione dell’Autunno ove il primo freddo allieta l’Anima come un primo quadro perso in un Sogno troppo antico per essere dallo Spirito rimembrato o solo nominato nel Sé simmetrico al Tempo nato…




Ora il passo si è fatto più indeciso il fanciullo curvo con il nuovo strumento litico di una Natura (in)compiuta accompagna l’ultimo saluto ad un Albero morto crollato precipitato fino al fondo di un fangoso dirupo… Dell’antica ‘Parola’ rimane incisa ugual icona quale geroglifico della memoria smarrita. Una Parola scolpita forse solo un’immagine sbiadita e regredita dipinta come fosse una Paura antica… Ed il passo si fa’ smarrito ubriaco confuso con uguale paura di una Natura che urla la Stagione sconfitta… Al Museo della Vita.
…Dedico questa Ermetica Rima scritta… e il Frammento dopo… ad un uomo che tanto Tempo, pur nel Secondo di quanto udito, ha scavato nella Memoria. Ora in apparenza smarrita, giacché il suo sacrificio conoscerà la Natura e Verità del vero Dio… Giacché quanto da lui custodito nel sudario della Natura pregata e sofferente nell’Opera distrutta riconosce lo Spirito e la Parola di chi ha celebrato e creato la Dèa della Vita per ogni Stagione ora e per sempre smarrita…
Noi siamo la Vita e la Natura nel Tempo della Memoria scolpita e da un Dèmone braccata e perseguitata all’ombra di un falso principio pregato e comandato in questa Stagione di morte dall’Apocalisse predicata nel calvario di milioni di Anime che ornano il Bosco della via smarrita. In quanto il Tempo non più condivido nell’araldo di un diverso Paradiso… Nel girone ove confinata la morte barattata e confusa per Vita…




Le Anime e gli Spiriti sacrificati in nome dell’Ortodossa dottrina in cerca della Vita… Mute accompagnano l’Opera mia in ogni foglia al bosco dell’esule via… In quanto mano ed ingegno di Dio… L’Inferno del mondo condiviso e nella guerra rivenduto compie la nuova ed antica Stagione della Vita… Io prego Dio dal volto di una prima Dèa e scavo nella Memoria, la foglia di ogni Spirito sacrificato al calvario della Vita orna il Bosco perseguitato e braccato al Primo Frammento ove rimembrare Dio e l’Opera taciuta…
(curatore del blog)
  




















Pietro,
sono rimasto custode
dell’ultimo bagliore,
quando la verità era numero,
quando la poesia era la via.
Sono rimasto custode
di una preghiera,
perché è sostanza di vita,
interpretata nell’invisibile
saggezza,
di un’antica visione.
Poi,
mutevole materia,
nel numero costruisce
la sua danza,
nella geometria la sua disciplina,
nel pensiero la rima mai detta.
Vita non del tutto svelata,
ma solo intuita,
nel vago ricordo di una poesia. (1)

Geometria perfetta e coscienza,
non confonde prima sostanza,
atomo e chiesa.
Non uccide nessuna scienza,
non condanna nessun elemento,
di una natura non ancora rivelata, 
alla falsa coscienza della storia. (2)

Immacolata spiaggia
dove ogni granello
racconta mutata sostanza,
e la sabbia scrive la sua poesia. 
Il mare sopra una cima,
collina di una conchiglia,
crosta che avanza,
e la marea disegna
l’Universo che intona…
la sua segreta preghiera.
Antica forma che volteggia,
spirale che avanza,
da un grande cielo a passo
di danza.
Vortice che crea nuova materia,
spirale di una mare che s’alza,
in forma quasi perfetta,
e illumina la nostra coscienza.
Candela di luce di questa scienza,
figlia segreta di questa Terra
incompresa. (3)
(Giuliano Lazzari, Frammenti in Rima; l’Anima incarnata 1/3)










Come l’artista scavo la pietra,
animo la scultura della mia illusione
scolpita nel principio di una diversa
passione.
La pietra è più dura di ogni cuore
che incontra la mia penna,
la dura pena per ogni tortura
ombra del loro Dio.
Perché raccontano
che è la più bella visione,
Madonna che aspetta la sua offerta,
con il bambino gravido e senza rancore. (1)

Era la nostra Dèa nel principio,
prima del libro del profeta, 
le hanno rubato anche il sorriso,
acqua di torrente che sgorga
nella mente.
Mentre Cibele semina il campo
del mio paradiso,
dove coltivo con solo il sorriso,
il frutto proibito tributo
per un nero aguzzino.
Cui debbo anche il dolce vino,
dona l’ebbrezza e la comprensione,
una penna che incide la dura pietra
divenuta passione.
Rito nuovo come sangue che sgorga
da una ferita della nuda terra. (2)

Scavo nella memoria,   
scavo la zolla,
scrivo con l’aratro il sogno nascosto
confuso con il peccato.
La pietra assume visione
di un altro Dio,
per tanti è solo un caprone
mal scolpito.
La pietra mi racconta
un’altra visione,
coniato nel profilo di una moneta,
nella giara antica dove la tomba
l’ha restituita.
Racconta un diverso amore
e la terra di un altro colore.
Racconta la gloria di un altro peccato,
racconta la storia di un altro Dio,
forma la statua di un altro oracolo.
Racchiuso nella pergamena di un filosofo,
raccolto dalla parola di un’astronomo,
raccontato per bocca di uno storico,
intuito dalla mente di un matematico. (3)

La pietra incide il principio
di un diverso Dio pregato.
La mano,
fossile antico di questo Creato,
scolpisce la forma divina di un
corpo,
ma con la testa di antico animale,
non sacrificato sull’altare.
Adorato come principio del Creato,
mitologia antica, diversa creanza:
insegna l’istinto d’un sogno proibito,
striscia cammina e poi vola lontano.
Dona i colori di un diverso
miracolo,
pensiero di vita infinita creazione,
pian piano diventa la sola
ossessione. (4)

Ora la mano accarezza il profilo,
scultura con corpo divino.
Il ricordo muta in passione,
la lacrima scende sul viso,
la goccia segna la fronte.
Adoro la bestia chino vicino
alla fonte....











COSA E' LA MEMORIA? (4)



















Precedenti capitoli:

Cosa è la Memoria (3/1)

Prosegue in:

Cosa è la Memoria? (5)













Fatto ignoranza…,
che nella storia compone
la materia.
Rimane a guardia della casa,
luogo sicuro di una saggezza
che non conosce paura.
Solo l’avventura di un nuovo
cratere:
scava la pietra,
e un  Dio che offre la sua
cenere…
per una nuova preghiera.
La pietra muta sostanza,
diviene scintilla brilla come
un sole.
Luccica come le stelle,
ora stanno di guardia alla falce
d’una luna che saluta…,
la mia nuova avventura. (15)

Mi racconta con un sorriso,
verso la strada del mio paradiso,
di un altro mondo
e mi fa regalo del suo oro.
Mi narra di un’altra epoca
con una luce piena di gloria,
per dirmi solo che la scultura
non è ancora finita.
L’arte antica della mia ricerca
merita solo un dono d’amore,
è la rima di un’intera giornata
trascorsa al sole di una zolla di terra.
Ad ogni sasso incontrato
della mia vanga,
non ho pronunciato
una sola bestemmia,
né contato una preghiera,
ma parlato con la semina,
antico amore della mia infinita
ora.
Perché mi vuole più solo
di ogni pietra.
Incisa scolpita adorata,
come un antico profeta.
a cui non è concessa parola. (16)

Come un oracolo scopro
il miracolo.
Uno sciamano beve l’antica
bevanda,
e ride di gusto al tesoro trovato,
premio per ogni ora della giornata.
Una vita mai raccontata
dalla sacra memoria,
nella geografia della loro…
…oscura ora! (17)

Volge il giorno alla fine,
ogni stella racconta
la mia ora,
non s’attarda per il sogno
della notte,
mentre veglia e narra
un mondo senza parole.
Verità muta,
apre la vista della mia prima
forma.
Anima assopita prima dell’Universo
fatto materia,
prigioniera di una roccia dura,
dove scorgo il Dio della mia
scultura. (18)

Volge il sole al tramonto,
ed io ho scolpito la mia pietra
fino in fondo.
Ho vangato la memoria
di una giornata senza tempo…,
all’ombra di una strofa.
Mi ha insegnato la segreta via,
mentre il cane rimane a guardia
dell’opera mia.
Mentre il sole abdica la sua
ora,
ad una luna che mi adora.
Su un giaciglio che è solo
il misero premio,
per aver scolpito il tempo. (19)

Ora scorre lieve come un soffio
di vento,
gira nel vortice del bosco,
dove tante anime si rincorrono
fino ad un pozzo senza
fondo.
Dove un tempo parlarono
con la luna,
e l’acqua insegnò loro
una nuova parola…
dal nulla di quell’ora.
Ora invece chiedono solo
nuova gloria…
ad una vita mai morta
alla stessa ora,
perché regalò
la prima parola.
Ad un anima senta tempo
prigioniera della parola…
e scolpita nella materia,
con solo il tempo a scavarne….
la memoria. (20) 

Frusciano fra gli alberi
chiome scure di rami contorti
ricolmi di stelle.
Ogni foglia sospira lieve
al loro pallido colore,
scrigno di ogni preghiera
che in segreto rito…
intonano la sera. (21)

Pregano la terra e l’amore.
Il bosco,
segreto padrone
di ogni ramo e foglia.
Perché orna la gloria
di una natura mai morta.
Solo maestra incompresa
in ogni principio,
musa e anima di ogni
respiro. (22)

Quando dormo sullo scuro
giaciglio,
odo le voci rami di vita,
parlano ora la lingua
incompresa,
di foglie che pregano la loro
messa segreta. 
Poesia come musica sospesa 
senza una chiesa,
mi insegna la via
più in alto della grande
chioma,
dove vedo una stella che
illumina…,
la rima di una nuova strofa.
Ridona potere e speranza
di una diversa visione,
e vuole la vita di un diverso
colore. (23)

Il sogno mi lascia muto
in attesa del giorno,
sull’uscio di un alba simile
ad un nuovo tramonto.
In questo tempo di nuova
memoria,
mi dona una pietra da 
scolpire per la storia.
Antica come una diversa
dottrina,
mentre il giorno s’appresta
ed inonda la casa,
nuova luce ad ogni ora 
che avanza.
Lenta mi prende la mano,
e mi benedice alla fonte
della vita,
memoria di una Dèa,
senza una chiesa. (24)

Verbo di ogni
elemento, 
dona il principio non detto:
spiga che cresce,
pane povero che macina
la sua lenta preghiera,
ogni minuto chino sulla
terra,
della mia chiesa segreta. (25)

L’opera mia prende forma
e sostanza,
l’ammiro là dove l’occhio
non vede,
e l’anima scruta ogni contorno
della scultura che danza
al levar del giorno.
È bella come il sole che cresce
nel pallore lieve,  
si veste di un velo
sottile,
trasparente alla vista,
come una leggera foschia.
Scura di notte sottile di giorno,
piano lascia scoperte
le linee precise di una Dèa.
Nuda mostra le grazie
di un nuovo mattino…,
e battezza l’emozione
con acqua che penetra
…questa preghiera.  (26)

La terra mi attende per la
più bella creatura.
Pensiero di un Dio in lei
scolpito,
colore di un idea in lei
per sempre cresciuta.
Dall’alto della montagna
che ora mi guarda,
dalla cima dell’Olimpo
dove ora mi comanda. (27)

Sua figlia mi fa compagnia,
mi prende la mano e mi insegna
la lenta carezza d’ogni forma
concepita.
Mi insegna a non confondere
il desiderio con l’amore,
solo per dirmi che il piacere
è di altro colore.
È una frammento scolpito
da madre natura,
una donna bella come
una Dèa,
perché mi detta una nuova
rima,
sul far del mattino
e al principio della sera.
Quando la poesia diviene
nuova preghiera. (28)

Una runa, una strofa, un geroglifico
della memoria,
per dirmi in un frammento di pietra
scolpita,
che l’amore e il suo scrigno….
…e la vita la sua rima. (29)

Nel corpo nudo di un ventre muto,
liscio come il sorriso che dona
vigore,
mi racconta del suo amore.
Tutto intorno tace ed acconsente,
ogni cosa che vedo è stata nel suo
ventre,
ogni elemento la guarda danzare,
la saluta e le fa sacrificio della sua
venuta.
Cantano in coro in questa primavera,
una rima come una preghiera
della mattina.
È profumo divino di mille fiori














martedì 4 agosto 2015

COSA E' IL PROGRESSO? (4)









































Precedenti capitoli:

Cosa è il progresso? (3/1)













....Il suolo produca raccolti abbondanti; con la sua scure abbatte a caso nei boschetti gli alberi che lo intralciano, mutila vergognosamente gli altri e dà loro l’aspetto di pali e di scope. Vaste regioni, che un tempo erano belle a vedersi e piacevoli da percorrere, sono completamente deturpate; si prova un sentimento di vera ripugnanza a guardarle. D’altronde, capita spesso che l’agricoltore, privo di scienza come di amore per la natura, si inganni nei suoi calcoli e sia causa della propria rovina con le modifiche che introduce senza saperlo nel clima.
Ugualmente, poco importa all’industriale, che gestisce la sua miniera o la sua fabbrica in aperta campagna, di annerire l’atmosfera con le esalazioni del carbon-fossile e di inquinarla con vapori pestilenziali. Senza parlare dell’Inghilterra, esiste nell’Europa occidentale un gran numero di valli industriali la cui aria densa è quasi irrespirabile per gli stranieri; le case sono nere di fumo, le foglie stesse degli alberi ricoperte di fuliggine; quando si guarda il sole, è sempre attraverso una spessa foschia che la sua faccia ingiallita si mostra.
Quanto all’ingegnere, i suoi ponti e i suoi viadotti sono sempre gli stessi nella pianura più uniforme come nelle gole delle montagne più scoscese; non si preoccupa di mettere le sue costruzioni in armonia col paesaggio, ma unicamente di equilibrare le sollecitazioni e la resistenza dei materiali.
Certamente è necessario che l’uomo s’impossessi della superficie della Terra e sappia utilizzarne le risorse; tuttavia non possiamo fare a meno di rammaricarci della brutalità con la quale si compie questa presa di possesso. Perciò, quando il geologo Marcou ci informa che la cascata americana del Niagara ha diminuito sensibilmente la sua portata e perso la sua bellezza da quando è stata salassata per mettere in moto le fabbriche circostanti, pensiamo con tristezza all’epoca, a noi ancora molto vicina, in cui le acque precipitavano liberamente dall’alto delle sue scogliere, tra due pareti di rocce tutte piene di grandi alberi, con un fragore sconosciuto all’uomo civilizzato.
Allo stesso modo, ci si chiede se le vaste praterie e le libere foreste, dove con gli occhi dell’immaginazione vediamo ancora le nobili figure di Ghingashcook e di Calza-di-Cuio, non avrebbero potuto essere sostituite altrimenti che da campi, tutti di uguale superficie, tutti orientati verso i quattro punti cardinali, conformemente al catasto, tutti regolarmente circondati da recinti della stessa altezza.
La natura selvaggia è così bella!




E’ dunque necessario che l’uomo, impadronendosene, proceda geometricamente allo sfruttamento di ogni nuovo terreno conquistato e segni la presa di possesso con costruzioni volgari e con confini di proprietà tracciati a filo?
Se così fosse, gli armoniosi contrasti che sono una delle bellezze della Terra, farebbero presto spazio a una desolante uniformità, perché la società, che aumenta ogni anno di almeno una decina di milioni di uomini e dispone, grazie alla scienza e all’industria, di una forza che cresce in proporzioni prodigiose, procede rapidamente alla conquista di tutta la superficie terrestre.
E’ vicino il giorno in cui non resterà più una sola regione dei continenti che non sia stata visitata dal pioniere civilizzato; presto o tardi il lavoro verrà esercitato su tutti i punti del globo.  Fortunatamente il bello e l’utile possono unirsi nel modo più completo; è proprio nei Paesi in cui l’industria agricola è più avanzata, come in Inghilterra, in Lombardia e in certe zone della Svizzera, che chi sfrutta il suolo sa fargli rendere la maggior quantità di prodotti, pur rispettandone il fascino dei paesaggi o addirittura accrescendo con arte la loro bellezza. Le paludi e gli acquitrini delle Fiandre, trasformate col drenaggio in campagne di esuberante fertilità, la pietrosa Crau mutata, grazie ai canali di irrigazione, in una magnifica prateria, i fianchi rocciosi degli Appennini e delle Alpi Marittime nascosti da cima a fondo sotto il fogliame degli ulivi, le torbiere rossastre dell’Irlanda sostituite da foreste di larici, cedri e abeti argentati, non sono forse ammirevoli esempi di quel potere che ha l’agricoltura di sfruttare la terra a suo vantaggio, pur rendendola più bella?
Nello sfruttamento della terra, sapere che cosa serva ad abbellire o contribuisca a degradare la natura circostante può sembrare una questione futile a menti sedicenti positive; ciò ha nondimeno una importanza di prim’ordine. Gli sviluppi dell’umanità si intrecciano nel modo più stretto con la natura circostante. Un’armonia segreta si stabilisce tra la terra e i popoli che essa nutre; quando le società sconsiderate si permettono di manomettere ciò che determina la bellezza del loro territorio, finiscono sempre col pentirsene.




Là dove il suolo è stato deturpato, là dove ogni poesia è scomparsa dal paesaggio, ivi si è estinta l’immaginazione, la mente sí è impoverita e la routine e il servilismo si sono impadroniti dell’anima inducendola al torpore e alla morte.
Tra le principali cause della decadenza di tante civiltà successive, bisognerebbe mettere al primo posto la brutale violenza con cui gran parte delle nazioni hanno trattato la Terra nutrice.
Hanno abbattuto le foreste, hanno fatto inaridire le sorgenti e straripare i fiumi, hanno inquinato il clima, hanno circondato le città di zone paludose e pestilenziali; quando poi la natura da loro profanata è diventata ostile, l’hanno presa in odio e, non potendo ritemprarsi come il selvaggio nella vita delle foreste, si sono lasciati sempre più abbrutire dal dispotismo dei preti e dei re. I latifondi hanno rovinato l’Italia, ha detto Plinio; ma bisogna aggiungere che questi grandi possedimenti, coltivati da mani schiave, avevano imbruttito il suolo come una lebbra. Gli storici, colpiti dalla sorprendente decadenza della Spagna dopo Carlo V, hanno cercato di spiegarla in diversi modi. Per alcuni, la causa principale di questa rovina della nazione fu la scoperta dell’oro in America; per altri, fu il terrore religioso organizzato dalla Santa Fratellanza dell’Inquisizione, l’espulsione degli ebrei e dei mori, i sanguinosi auto-da-fè degli eretici. Il crollo della Spagna è stato anche attribuito all’iniqua imposta dell’ alcabala e alla centralizzazione dispotica alla francese; ma quella specie di furore col quale gli spagnoli hanno abbattuto gli alberi per paura degli uccelli, por miedo de los pajaritos, non c’entra dunque niente in questa terribile decadenza?
La terra gialla, pietrosa e nuda ha assunto un aspetto ripugnante e terribile; il suolo si è impoverito, la popolazione, diminuendo per due secoli, è ricaduta parzialmente nella barbarie….
(E. Reclus, Natura e Società)





Spesso è bene concludere tornando all’inizio.
In questo caso torniamo all’apertura di L’Homme et la Terre e all’inizio dell’intera problematica di Reclus come pensatore e uomo. Ripartiamo dalla figura delle mani che sorreggono la Terra. Un’attenta analisi di quest’immagine può rivelarci molto degli aspetti più essenziali della visione reclusiana.
Guardando attentamente, in questo quadro si scoprono due dimensioni.
La prima è che la Terra è tenuta sollevata, come se fosse un oggetto sacrale, un oggetto da riverire, da venerare, da amare profondamente, da rispettare.
La seconda, quella forse più evidente ad una prima occhiata, è che l’immagine ritrae la Terra nelle mani di un’umanità personificata.
Si evidenzia così la nostra responsabilità nei confronti della Terra e l’esigenza di raggiungere quell’autocoscienza incarnata nell’immagine dell’umanità. Questi due aspetti colgono bene i due poli dell’immaginario di Reclus: l’immaginario ecologico che si esprime nella geografia sociale e quello anarchico che si manifesta nella sua politica. In entrambi i casi siamo sollecitati a portare più rispetto e più amore per tutto quello che è stato oggettificato come altro.
Per un verso ci si chiede di coltivare questi sentimenti nei confronti della natura, della Terra e di tutti gli esseri con cui conviviamo sul pianeta.
Per l’altro, ci si chiede di coltivarli per l’umanità, cioè per tutti gli esseri umani, le razze, le classi, le comunità e i gruppi sociali che la compongono. E, cosa altrettanto  importante, siamo tenuti a esprimere questi sentimenti nei fatti, mettendo in pratica le nostre responsabilità verso tutto quello che si trova tra queste due mani o su di esse.
Per un teorico dell’evoluzione sociale è alquanto straordinario mettere l’accento, come fa Reclus, sul ruolo centrale dell’amore nella trasformazione sociale. Si tratta, tuttavia, di un aspetto forte del suo pensiero che parla direttamente alla crisi della nostra epoca. Per quanto valore possa avere l’eterno messaggio di giustizia, esso è privo di rilevanza per le persone alle quali poco o nulla importa. Il compito fondamentale per chi ama l’umanità e la Terra, pertanto, è quello di aiutare tutti e ognuno a riscoprire i propri legami con gli altri e con la natura.
Thomas Berry ha detto che l’umanità, perdendo contatto con il mondo naturale, si è ammalata di autismo. Non riusciamo a renderci conto delle devastazioni nella biosfera perché non ci rendiamo conto di niente di quello che sta al di fuori del nostro limitatissimo mondo egocentrico. E non ci accorgiamo nemmeno di vivere in un mondo di creazione, di rinascita, di abbondanza dell’essere.
Le cose non cambiano se al posto di noi mettiamo un io.




Quello che spesso è definito antropocentrismo non è che l’espressione collettiva di un ancor più essenziale egocentrismo da parte dei singoli individui. Anche se c’è forse qualcosa di intrinseco nel nostro essere egocentrici, che ci spingerà sempre verso l’egoismo, questa inclinazione è trasformata dalle istituzioni sociali in una furia egoistica contro gli altri esseri umani e contro la natura stessa.
La rilevanza di Reclus consiste nell’aver saputo coniugare la sua visione generale con una notevole capacità d’analisi delle barriere sociali che impediscono agli esseri umani di cogliere la totalità delle cose e di operare in base a una visione dall’interno. La sua concezione olistica di umanità-in-natura serve a tracciare una diagnosi della nostra malattia egoistica e autistica, l’analisi delle istituzioni del potere (capitalismo, Stato, patriarcato, razzismo) serve a capire che cosa c’è da cambiare per curare il nostro autismo.
L’unica uscita dal vicolo cieco dell’egocentrismo è il processo di autotrasformazione coniugato a quello di evoluzione/rivoluzione sociale. L’eredità più durevole che Reclus ci ha lasciato è il suo contributo alla conoscenza di noi stessi, in quanto esseri umani ed esseri viventi sulla Terra, e alla rinascita di uno spirito di speranza e di creatività fattiva.
La sua importanza sta nell’aver saputo far convergere ragione, sentimento e fantasia: logos, eros e  poesis . Dalla sua opera si scorge in prospettiva l’avvicinarsi del giorno in cui poesia, mito e leggenda entreranno a pieno titolo nella dialettica insieme a ragione ed esperienza. Reclus parla di rivoluzione, che nel suo immaginario è ancora la metafora che più ispira la speranza. Ma grande è il suo contributo a una nuova visione del futuro che affonda le radici nella metafora più ecologica della rigenerazione.
Egli punta alla rigenerazione di un io ricco di grande individualità e tuttavia sociale, alla rigenerazione di una comunità libera e cooperativa, a quella di una Terra olisticamente differenziata, dinamicamente equilibrata, creativamente in evoluzione. Tale è la visione utopica al culmine della storia umana e terrestre secondo la lettura che ne fa Reclus. Un regno della libertà che abbraccia l’umanità e l’intero pianeta, la fine del dominio sull’umanità e su tutti gli altri esseri viventi, la riacquisizione finale da parte dell’umanità del suo armonioso e integro posto nella natura.


Libertà, uguaglianza, geografia...














  

sabato 1 agosto 2015

COSA E' IL PROGRESSO? (2)








































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Cosa è il progresso?

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Cosa è il progresso? (3)













Come dice la Bibbia, Dio guardò la sua opera e vide che era buona, persino molto buona.
Partendo da questo stato iniziale, contrassegnato dal sigillo della divinità, il movimento, sotto l’azione di uomini imperfetti, non può che continuare a svolgersi nel senso della decadenza e della caduta.
Il regresso è fatale.
Le creature finiscono per cadere dall’età dell’oro nell’età del ferro; escono dal paradiso, dove vivevano felici, per andare a sprofondare nelle acque del diluvio, da dove non riemergono che per vegetare da questo momento in poi.
D’altra parte, le istituzioni stabili delle monarchie e delle aristocrazie, tutti i culti ufficiali e chiusi, fondati e come murati dagli uomini che hanno la pretesa, persino la certezza, di avere realizzato la perfezione, presupponevano che ogni rivoluzione, ogni cambiamento dovesse essere una caduta, un ritorno alla barbarie.
Da parte loro, gli antenati e i padri, elogiatori del tempo che fu, contribuivano con gli Dèi e con i re a denigrare il presente rispetto al passato e ad inculcare nelle menti il pregiudizio della regressione. I figli tendono naturalmente a considerare come esseri superiori i genitori, che si sono comportati nello stesso modo coi loro padri; tutti questi sentimenti, depositati nelle menti come sedimenti alluvionali sulla riva di un fiume, finirono per eleggere a vero e proprio dogma l’irrimediabile decadenza degli uomini. Ancora ai nostri giorni, non è forse un’abitudine generale dissertare in prosa o in versi sulla corruzione del secolo?
Così, con una mancanza assoluta, anche se inconsapevole di logica, gli stessi che vantano i progressi irresistibili dell’umanità parlano volentieri della sua decadenza. Due correnti opposte si incrociano, nel linguaggio come nel modo di sentire. In effetti, le vecchie concezioni si scontrano con le nuove, persino in coloro che riflettono e che non parlano con leggerezza.




L’indebolimento delle religioni è interrotto da improvvisi risvegli; ma esse devono ugualmente cedere sotto la spinta di quelle teorie che spiegano la formazione dei mondi con una lenta evoluzione, un graduale emergere delle cose dal caos primitivo.
Ora, che fenomeno è questo, che lo si ammetta implicitamente, come fece Aristotele, o che lo si riconosca con termini precisi, eloquenti, come fece Lucrezio, se non, per definizione, il progresso stesso?
L’idea che ci sia stato progresso, nella durata delle brevi generazioni umane e nell’insieme dell’evoluzione degli uomini, fa presa sulle menti, soprattutto per il fatto che le ricerche geologiche ci hanno rivelato nella successione dei fenomeni, se non un piano divino, come si diceva una volta, per lo meno un’evoluzione naturale che affina sempre più la vita degli organismi via via più complessi.
Così, le prime forme di vita, di cui si vedono i resti o le tracce nelle assise più antiche della terra, presentano tratti rudimentali, uniformi, poco differenziati, che costituiscono come altrettanti abbozzi, sempre meglio riusciti, di specie che appariranno successivamente nella serie delle epoche. Le piante fogliose vengono dopo i vegetali privi di foglie; gli animali vertebrati seguono gli invertebrati; ciclo dopo ciclo, i cervelli si sviluppano; l’uomo, ultimo arrivato, ad eccezione tuttavia dei suoi parassiti, è il solo fra tutti gli animali che abbia acquisito con la parola la piena facoltà di esprimere il proprio pensiero e con il fuoco il potere di trasformare la natura.
Riportando la riflessione su un campo più ristretto, quello in cui la storia delle nazioni è circoscritta, il progresso generale non appare con la stessa evidenza; molte menti pessimiste hanno potuto sostenere che l’umanità non progredisce affatto, ma si muove soltanto, guadagnando da una parte e perdendo dall’altra, elevandosi con certi popoli, corrompendosi con altri. 




Nell’epoca stessa in cui i sociologi più ottimisti preparavano la Rivoluzione francese in nome dei progressi indefiniti dell’uomo, altri scrittori, impressionati dai racconti degli esploratori, sedotti dalla vita semplice di lontane popolazioni, parlavano di ritornare al genere di esistenza di questi primitivi. Ritornare alla natura è stato l’appello di Jean-Jacques e, cosa bizzarra, questo richiamo, pur in contrasto con quello dei Diritti dell’Uomo e della Repubblica, si ritrova nel linguaggio e nelle idee del tempo. I rivoluzionari vogliono ritornare sia ai secoli di Roma e di Sparta, sia ai tempi felici e puri delle tribù preistoriche. Un movimento analogo di ritorno alla natura si fa sentire ai giorni nostri, persino in modo più intenso che all’epoca di Rousseau, perché la società attuale, allargata sino ad abbracciare l’intera umanità, tende ad assimilare in maniera più profonda gli eterogenei elementi etnici da cui le civiltà progredite erano rimaste a lungo separate. D’altra parte, le ricerche antropologiche, gli studi sulla psicologia dei nostri fratelli primitivi, si sono spinti molto avanti e viaggiatori di prim’ordine hanno portato nella discussione il peso decisivo della loro testimonianza. Non ci si deve più basare solo su semplici e ingenui racconti, come quelli di un Jean de Lèry, di un Claude díAbbeville o di un Yves dí d’Evreux, sui Topinambous e su altri selvaggi brasiliani, racconti che, del resto, meritano di essere seriamente apprezzati. Si ha anche di meglio delle rapide osservazioni di un Cook o di un Bougainville: la documentazione si è arricchita di testimonianze molto scrupolose, ricavate da lunghe esperienze; tra le popolazioni che bisogna incontestabilmente porre molto in alto, fra gli uomini più vicini all’ideale di solidarietà e di amore reciproco, si deve annoverare una tribù classificata come primitiva, quella degli Aeta, che hanno valso il nome di Negros a una delle isole Filippine. Malgrado tutto il male che i bianchi hanno fatto loro, questi negritos o negretti sono rimasti gentili e benevoli nei confronti dei loro persecutori; è comunque soprattutto fra loro che si manifestano le virtù della razza. Tutti i membri della tribù si sentono fratelli, tanto che, alla nascita di un bambino, la grande famiglia si riunisce al completo per decidere su un nome di buon auspicio da dare al neonato. Le unioni coniugali, sempre monogame, dipendono dalla libera volontà degli sposi. Si curano i malati, i bambini, gli anziani con dedizione perfetta; nessuno esercita il potere, ma ci si inchina volentieri davanti all’anziano, per testimoniargli il rispetto dovuto alla sua esperienza e alla sua età avanzata.




Esiste una nazione in Europa o in America alla quale si possano rendere simili elogi?
Ma questa umile società dei buoni Aeta esiste ancora?
Ha potuto conservare i suoi nidi di ramaglie intrecciate e le sue capanne di canne o di palme malgrado i grandi safari di caccia americani?
Prendiamo un altro esempio tra gli uomini che hanno un giro d’orizzonte più vasto, fra quelle popolazioni che si avvicinano alla razza bianca e che, per il loro stesso genere di vita, sono costrette a passare una grande parte della loro esistenza fuori della capanna materna.
Gli Unungun, chiamati dai russi Aleuti, dal nome delle isole dove si sono stabiliti, abitano una regione di pioggia, di vento e di bufere; adattandosi all’ambiente, si costruiscono delle capanne per metà sotterranee, formate principalmente di rami intrecciati, ricoperti da una crosta di fango indurito, e illuminate in cima da una grossa lastra di ghiaccio. Le necessità dell’alimentazione hanno fatto degli Aleuti anche un popolo di pescatori, abili nel manovrare barche di pelle tesa, nelle quali si introducono come in un tamburo. I temibili mari che percorrono ne hanno fatto degli intrepidi marinai e dei sapienti divinatori di temporali. Alcuni, soprattutto i pescatori di balene, diventano veri e propri naturalisti che costituiscono una corporazione speciale, in cui si può entrare solo dopo un lungo periodo di prove. Gli Aleuti, come i loro vicini della terra ferma, sono scultori di singolare abilità; sono stati ritrovati oggetti molto curiosi nei loro ripari funerari, sotto le volte delle rocce. La complessità della vita aleutina si manifesta inoltre attraverso un codice di convenienze sociali, regolate con grande rigore dalla consuetudine, tra parenti, affini e stranieri. Giunti a questo gradino relativamente alto di civiltà, gli Aleuti sono rimasti fino ad epoca recente, grazie al loro isolamento, in uno stato di pace e di perfetto equilibrio sociale. I primi navigatori europei entrati in rapporto con loro ne decantano all’unanimità le qualità e le virtù.
L’arcivescovo Innokenti, meglio conosciuto con il nome di Veniaminov, che è stato testimone della loro esistenza per dieci anni, li dipinge come i più affettuosi degli uomini, come esseri di una modestia e di una discrezione incomparabili, che non si rendono mai colpevoli della minima violenza nel linguaggio o nelle azioni: durante i nostri anni di vita in comune, non una parola volgare è uscita dalle loro bocche. Non sono certo i nostri popoli dell’Occidente europeo che, sotto questo aspetto, potrebbero paragonarsi al piccolo popolo degli Aleuti!
Presso questi isolani lo spirito di solidarietà e la dignità della vita morale sarebbero stati tali da far sì che dei missionari ortodossi greci si rassegnassero a non tentare la loro conversione: a che pro insegnare loro le nostre preghiere?
Sono migliori di noi. 




A questi esempi scelti nei diversi stadi della civiltà, ognuno può aggiungerne altri, ugualmente significativi, tratti dai viaggi dei sociologi o dalle opere specifiche di etnologia. Si può così constatare un gran numero di casi nei quali la superiorità morale, come pure una valutazione più serena della vita, si riscontrano nelle società dette selvagge o barbare, di gran lunga inferiori alla nostra per la comprensione intellettuale delle cose. Nella spirale indefinita che l’umanità non cessa di percorrere, evolvendo su se stessa con un movimento continuo vagamente paragonabile alla rotazione della Terra, spesso è accaduto che certe parti del grande organismo si siano avvicinate molto più di altre al centro ideale dell’orbita.
La legge di questo andirivieni sarà forse un giorno conosciuta in tutta la sua precisione: attualmente, è sufficiente constatare i semplici fatti, senza voler trarre delle conclusioni premature e, soprattutto, senza accettare i paradossi di sociologi scoraggiati che vedono nei progressi materiali dell’umanità solo indizi della sua reale decadenza. Grandissime menti sembrano essersi abbandonate qualche volta a questa impressione. Il memorabile brano del ‘Malay arcipelago’, pubblicato nel 1869 da A.R. Wallace, non può essere considerato neppure come una sorta di manifesto, una sfida rivolta a coloro che hanno accettato senza restrizioni l’ipotesi del progresso indefinito dell’umanità. Questa sfida aspetta ancora la sua risposta. Non è dunque inutile ricordarne i termini e prenderli come elementi di paragone negli studi storici: se l’ideale sociale è l’armonia della libertà individuale con la volontà collettiva, realizzata attraverso lo sviluppo adeguatamente equilibrato delle nostre forze intellettuali, morali e fisiche, condizione in cui saremmo tutti e ognuno resi così idonei alla vita sociale, grazie alla conoscenza di ciò che è giusto e per l’irresistibile propensione a conformare ad esso la nostra condotta, che le restrizioni e le pene non avrebbero più alcuna ragione di esistere... non è forse sorprendente che in uno stadio molto...