giuliano

sabato 5 febbraio 2022

IL RACCONTO DELLA DOMENICA ovvero, L'ETERNA SICCITA' DEL NOSTRO TEMPO

 
















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La zona morta  (20)


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L'Anima.... 


In spazi multidimensionali 


posta (o rilevata)  (22)








Et in Egitto piu che in altro paese furono questi mostruosi simulacri, come si vedrà in molte imagini, alle quali darò principio dalla Eternità: perche se bene non erano tutti i Dei de gli antichi eterni, et immortali, erano però tenuti tali i piu degni, e perciò fu creduto che la Eternità gli accompagnasse sempre: benche il Boccaccio ove racconta la genealogia de i Dei, dica che la diedero gli antichi per compagna à Demagorgone solamente, quale ci mette che fosse il primo di tutti i Dei, e che habitasse nel mezo della terra tutto pallido, e circondato di scurissima nebbia, coperto di certa humidità lanuginosa, come sono apunto quelle cose che stanno in luoco humido. 

 

Ma io non ho trovato anchora mai, ne visto scrittore antico che parli di costui. Pero dico che la Eternità stava sempre con quelli Dei che erano creduti immortali. La quale chi ella fosse dimostra assai bene col nome solo, che viene a dire cosa che in se contiene tutte le età, e tutti i secoli, si, che spatio alcuno di tempo non la po misurare: benché si possa dire à certo modo, che ella sia parimente tempo, ma che non ha mai fine.




E perciò Trismegisto, I pitagorici, e Platone dissero che era il tempo la imagine della Eternità, perche questo in se stesso si rivolve, e pare che non si veggia mai il fine. Ma questa si può dire piu tosto perpetutità, perche, anchora non babbi mai fine, non possiede però interamente tutta in un medesimo punto questa sua vita infinita, che è proprio della Eternità, secondo Boetio, il quale dice che, se bene parve a Platone che il mondo non babbi havuto principio, ne sia per bavere mai fine, si ingannano però quelli, liquali seguitando questa opinione la chiamano coeterno à Dio, perche à dare il suo proprio nome alle cose hanno da dire, tenendo anco la opinione di Platone, che Dio è eterno, et il mondo perpetuo. Descrive dunque Boetio la Eternità che sia un possesso presentaneo di tutti i tempi, e questa è propria di Dio, perche à lui non passa, ne conviene il tempo, come à tutte le cose create, anchora che qualcuna fosse per non havere mai fine.




Ma non la cerchiamo per hora tanto à minuto, come forse non la cercarono gli antichi quando dissero eterni li suoi Dei, volendo per ciò intendere che fossero immortali, et per non havere mai fine, e che la Eternità fosse questa infinità di tempo. Onde Claudiano che largamente la descrive nelle laudi di Stilicone, fa che un serpente circonda l’antro, ove ella sta, in modo che si caccia la coda in bocca, che viene à mostrare l'effetto del tempo, il quale in se stesso si va girando sempre, havendone tolto l’essempio da quelli di Egitto, li quali mostravano l’anno parimente col serpente, che si mordeva la coda, perche sono i tempi giunti insieme così, che il fine del passato è quasi principio di quel che ha da venire.

 

Vedesi la Eternità in una medaglia di Faustina fatta in questa guisa. Sta una donna vestita da matrona in pié con una palla nella destra mano, et ha sopra’ l’ capo un largo velo disteso, che la cuopre dall’uno homero all’altro. Ma vediamo tutto il disegno che ne fa Claudiano da me ritratto in nostra lingua à questo modo.



 

In parte da noi !unge, e secreta

Ch’alcun mortai vestigio non v’appare,

Ov’'all’'humana mente il gir si vieta,

Ne vi ponno anco i Dei forse arrivare,

Una spelonca giace d’anni lieta,

Madre d’infiniti anni, e d’età pare,

Laqual con modo, ch'unqua non vien meno,

Manda, e richiama i tempi all’ampio seno.

 

Questa col flessuoso corpo cinge

Un Serpe pien di verdeggianti squame,

Qual ciò che trova avidamente stringe

Come che divorar’ ei tutto brame,

E la coda si caccia in gola, e finge

Di magiarsela con avida fame.

Vassene in giro, e con l’usate tempre,

Onde partì, cheto ritorna sempre.

 

Alla porta con faccia riverenda,

E d’anni piena sta l’alma Natura,

Come custode che fedele attenda

Chi vien’e và con diligente cura,

D’intorno volan l’anime, e che penda

Ciascuna par con debita figura

Dalle membra, ch’a lei son date in sorte,

E stan con lei fina che piace à Morte.

 

Nell’antro poi, nella spelonca immensa

Un vecchio, c’ha di bianca neve asperso

n mento, e’l crine, sta, scrive, e dispensa

Le ferme leggi date all’universo.

E mentre ch'à disporre il tutto pensa

Con l’animo al bel ordine converso,

Certi numeri parte tra le Stelle,

Onde n’appaion poi si vaghe, e belle.

 

Con ordine immutabile prescrive

A ciascuna quando habbia à gir’, o stare,

Da che quanto tra noi e more, e vive,

Ha vita, e morte, poi torna à guardare

E riveder come al suo corpo arrive

Marte, qual, bench'avezzo caminare

Per via certa, va pur’à certo fine,

Che cosi voglion le leggi divine.

 

Come con certo passo giri intorno

Giove portando giovamento al mondo,

Come la Luna si nasconda il giorno,

E tosto muti il bel lume fecondo,

Come partendo sia tardo al ritorno

Saturno horrido mesto, et infecondo,

Quanto Venere bella, e dopo lei

Errando vada il messaggier de i Dei.

 

E quando Febo all’antro si avvicina,

Subito ad incontrarlo la potente

Natura viene, e à gli altri rai s’inchina

n bianco vecchio humile, e riverente,

Allhora da se s’apre la divina

Spelonca, allhor si veggono patente

L’ adamamntine porte, e à poco à poco

Tutti i secreti appaion di quel loco.

 

Quivi i secoli sono di diversi

Metalli fatti in variati aspetti,

E pare ciaschedun di lor tenersi

Nel seggio suo con suoi compagni eletti,

Questo è di ferro, onde sovente fersi

I mortali fra lor danni, e dispetti,

Di rame quello, al cui governo è stato

Il mondo tutto un poco men turbato.

 

Uno ve n’è d’argento, che risplende

In bel seggio elevato d’ogni intorno,

Ma di rado tra noi mortai discende

A far di se il bel lume il mondo adorno.

Quello che più de gli altri in alto ascende

E d’oro, e d’oro son quei ch’egli ha intorno,

Tutti pieni di fede, e di prudenza,

Di bontà, di giustitia, di clemenza.

 

E son gli anni beati ch’à mortali

Apporteran felicitade immensa

Allhor c’havea pietà de nostri mali

Febo, che questi à modo suo dispensa,

E farà che dal Ciel spiegando l’ali

La bella Astrea di nuovo amor’accensa

Di riveder il mondo à star fra noi

Verrà senza più mai partirne poi.




La descritione, et il disegno di questo antro, o spelonca che la vogliamo dire, ci mostra, come l’espone Boccaccio, che la Eternità va sopra à tutti i tempi, e perciò ella è di ]unge, et incognita non solamente à mortali, ma quasi anchora à Dei celesti, cioè à quelle beate anime, che sono ne i cieli. E dal gran seno manda la spelonca i tempi, e questi richiama pur’anco al medesimo, perche in lei hanno havuto già principio, e rivolgendosi in se stessi paiono uscire da quella, e ritornare anco alla medesima. E fassi questo tacitamente, perche non ce ne avedendo noi passa il tempo, come di nascosto.

 

Alla porta, ove sta la Natura, vanno volando molte anime intorno, perche scendono ne i corpi mortali, donde uscendo poi vanno in grembo alla Eternità, il che tutto si fa per opra della Natura, e perciò ella sta quivi alla porta.




Il vecchio che parte per numero le stelle forse è Dio, non perche ei sia vecchio, che in lui non si po dire che sia termine alcuno di età, ma perche sogliono parlare cosi gli huomini, che chiamano di molta età quelli etiando che non ponno morire, il quale dando ordine al movimento delle stelle distingue i tempi. Ma forse che più proprio sarebbe dire, che il vecchio fosse il Fato, perche quello s'inchina à Febo, che si potrebbe torre per Dio, quando si presenta alla spelonca.

 

Altro non dice poi il Boccaccio de i Secoli, che sono quivi, come che sia cosa facile ad ogn’uno, et io parimente non ne dirò più per venire alla imagine di Saturno, perche lo tolsero gli antichi pel tempo, e del tempo habbiamo già cominciato à dire ragionando della Eternità. La quale non ardisco già di desiderare à questa mia fatica, ma prego bene chi lo po fare che voglia darle vita per qualche tempo.

 

(Cartari)




…Così da un comodo sacco a pelo della tenda mi dirigo vicino ad un altro letto, o almeno, quello che una volta doveva essere il letto di un fiume generato da un ghiacciaio. Il dirupo a 1500 metri di altitudine ha un qualcosa di affascinante, le pietre in alcuni punti sono lisce e ben scavate dalla potenza delle acque.

 

Mi sembra chiaro come un tempo doveva manifestare il proprio corso, ma soprattutto quando lentamente le nuvole del primo mattino si dissolvono lungo la  piana che attraversa queste montagne mi appare ancor più chiaro come quel mare primordiale ci doveva e poteva sorprendere. La spirale che vedo chiaramente diventa pensiero, e se questo trasmuta e cresce come quelle strutture di cristallo di neve non so attribuirne il merito che unitamente alla natura.




Disegno e forma crescono precipitano elevano in uno strano gioco alchemico l’Anima, e questa, di rimando, in ogni Elemento. Sono acqua vento terra e fuoco e Dio in ogni loro pensiero. In ogni albero ove oggi è primavera, e poi ad ogni ramo un fiocco di neve di ugual ed identica forma e simmetria creare la stagione nominata vita. Così da comporre una figura geometrica perfetta la quale non lascia scampo a dubbi.


Così da comporre il vento.

Così da comporre la neve.

Così da comporre ghiaccio.

Così da comporre la Rima.

 

Così da comporre ogni Elemento nella Genesi del Tempo smarrito (per chi di superiore vista governa in tal modo la materia, certo questo è tempo tradito. Lavoro abdicato che nulla più deve godere quanto seminato. Per chi, invece, assente alla materia con cui avvelenato l’Opera di ogni mondo nato, la genesi pensata appare miracolo annunciato ricomporre il giusto ordine perseguitato).  




Secoli dopo, e/o precedenti a codesta revisione, del e nel Tempo, ho continuato siffatto esperimento dalla scienza negato nel ‘Tempo Infinito’ e rimato. E la Natura ha conferito ragione circa la voce del Genio in ogni Elemento scorto. Vissuto contemplato ammirato (privato indotto o torturato da chi si pensa padrone della mente e dio, da chi si pensa padrone del pensiero ma figlio del più atroce aguzzino, e la Natura ha ripagato torto subito e l’intento fermo al Genio del vero e naturale cammino…) con o senza pensiero… per poi ricomporre ugual intento Opera bosco e vita… e Dio al lume di un foglio. 

Alla prigione di una Teschio.

Alla materia di un diverso e avverso Dio.

Al calvario di chi per sempre nega e concede solo un sudario quale premio per il suo ingegno in nome di un falso progresso.


 

…Per poi comporre ugual intento Natura e sogno braccato all’Elemento  dell’Infinito Creato.

 

L’ho narrato e per questo di nuovo fuggito!

L’ho confessato per questo perseguitato!

L’ho trasmutato e riportato al Primo Elemento di uno ‘gnostico tempo’ ritrovato ove pensavano il Primo Dio smarrito e barattato per diavolo.

 

E se gli occhi di questo ammiro e prego perché in quel terrore ed eterna bellezza assente ad ogni peccato v’è la visione di un Primo Dio perso o solo rimembrato nell’Eretico enunciato assente ad ogni cattedrale che non sia il folto peccato ad un bosco nato. 




E se guardo con sdegno al loro tempo perché scorgo il male assente in quello sguardo!

 

Nell’urlo del faggio smarrito…

 

Nel richiamo di chi braccato pasto dell’eterno peccato consumato…

 

Ed anche quando tagliano il legno o la corteccia secca sento la voce di chi trapassa a miglior vita!

 

(Volo nel bosco con le ali con cui nutro il vento. Trapasso rami e chiome penetro legno e foglia. Sono ghiaccio rugiada nebbia e freddo. Odo la luna e l’ululato trattengo. Salgo piano e la volpe mi segue sono suo compagno. Corro impaurito come il cervo in cerca del fuoco divenuto colpo improvviso segnare e marcare confino fra il mio e Tempo suo materia di un diverso sogno smarrito. Volo piano fra i rami con il dono di una doppia vista fiuto la preda nascosta come una bestia in attesa. Sono in cima alla vetta in cima alla chioma controllo passo e sentiero qual sentinella di un feudo in apparente assenza di Dio. Sono ogni dèmone braccato padrone dell’invisibile Universo nato cui l’uomo misero araldo destinato. Sono diavolo taciuto confidare l’Eretico desiderio nel volo antico combattere per conto ed in difesa del mio Dio. Volo sulla Terra a confidare l’eterno peccato e rinasco all’alba di ogni mattino quale preda braccata sconfiggere la potenza del fuoco mutato…).

 

(Giuliano; Visioni; l’Eretico Viaggio)





 

 

P.S.

 

 

Al nord tutti i fiumi sono in sofferenza (unica eccezione la Dora Baltea in Valle d’Aosta) e le portate del Po sono in ulteriore calo, scendendo a livelli da estate piena: nel siccitoso 2021, simili ‘fluenze’ (a Pontelagoscuro: 790,3 metri cubi al secondo; l’anno scorso erano mc./sec. 1829,8 e la media del periodo è mc./sec. 1252) si sono avute a fine giugno, mentre l’anno prima si registrarono a metà luglio.

 

E del resto anche il livello dei grandi laghi del nord resta abbondantemente sotto la media, con l’eccezione del Garda.

 

‘La situazione, che settimana dopo settimana si sta disegnando soprattutto nell’Italia settentrionale, ci porta a chiedere l’urgente attivazione dei tavoli di concertazione per identificare, nel rispetto delle priorità normative, le necessarie compatibilità fra i molteplici interessi gravanti sulla risorsa acqua’, dichiara il presidente Anbi Francesco Vincenzi.




 Una situazione che desta particolare apprensione nel mondo dell’agricoltura, dato che più del 50% del volume d’acqua complessivamente utilizzato in Italia è destinato all’irrigazione.

 

Come osservano da Coldiretti, la più grande associazione d’agricoltori d’Italia, a preoccupare è anche lo scarso potenziale idrico stoccato sotto forma di neve nell’arco alpino ed appenninico ed il cui valore, soprattutto nella parte lombarda e piemontese, registra un -58%.

 

‘Una situazione che mette a rischio le coltivazioni che – sottolinea la Coldiretti – avranno bisogno di acqua per crescere al risveglio vegetativo favorito da un inverno mite. Nelle campagne infatti le mimose sono fiorite in grande anticipo da nord a sud del Paese sul tradizionale appuntamento della Festa della donna dell’8 marzo ma il caldo ha provocato il “risveglio” anticipato della natura con i mandorli che sono già fioriti in Sicilia e le coltivazioni più vulnerabili ai danni provocati dall’annunciato ritorno del maltempo con repentine ondate di gelo notturno’. 


La motivazione di fondo di questo trend siccitoso non è difficile da ritrovare: ‘I cambiamenti climatici hanno modificato soprattutto la distribuzione sia stagionale che geografica delle precipitazioni….. 












martedì 1 febbraio 2022

OVVERO IL SACRO (18)

 





















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Giubileo alla Natura  (17)


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Zona Morta  (20)









Quando, alcuni giorni dopo, tornammo a Diri-pu per la seconda volta, vedemmo due giovani lama impegnati nel pellegrinaggio di prostrazione intorno alla montagna, venivano da Kham, e da quella parte del paese ‘dove abitano gli ultimi uomini’, ed erano stati un anno sulla strada per il Kailas. Erano poveri e cenciosi, e non avevano niente da portare, perché vivevano dell’elemosina dei fedeli. Erano arrivati ​​in nove giorni da Tarchen a Diri-pu, e calcolavano di avere ancora undici giorni per finire il loro giro. Li ho accompagnato per mezz’ora a piedi per osservare la loro procedura.

 

Questa consisteva in sei movimenti. Supponiamo che il giovane lama in piedi sul sentiero con la fronte leggermente abbassata e le braccia penzoloni lungo i fianchi, (1) unisca i palmi delle mani e li sollevi in ​​cima alla testa, piegando allo stesso tempo testa un po’ in basso; (2) posa le mani sotto il mento, alzando di nuovo la testa; (3) si inginocchia a terra, si piega in avanti e si sdraia a terra per tutta la sua lunghezza con le braccia tese; (4) si passa le mani congiunte sopra la testa; (5) allunga la mano destra in avanti fino a che può raggiungere, e graffia un segno nel terreno con un pezzo di osso, che mostra la linea che deve essere toccata con le dita dei piedi al prossimo avanzamento; e (6) si alza con le mani, fa due o tre passi fino alla boa e ripete le stesse azioni.




E così fa il giro di tutta la montagna.

 

È un lavoro lento e non hanno fretta!

 

Fanno tutto il pellegrinaggio con compostezza, ma perdono il fiato, soprattutto durante la salita al passo, e scendendo dal Dolma-la ci sono punti così ripidi che deve essere un’impresa ginnica sdraiarsi a testa in giù. Uno dei giovani monaci aveva già compiuto un giro e ora era al secondo. Quando ebbe finito, in dodici giorni, intendeva recarsi in un monastero sullo Tsangpo e rimanervi murato per il resto della sua vita.

 

E aveva solo vent’anni!

 

Noi, che nella nostra superiore saggezza sorridiamo a queste esibizioni di fanatismo e di auto-mortificazione, dobbiamo confrontare la nostra fede e le nostre convinzioni con le loro. La vita oltre la tomba è nascosta a tutti i popoli, ma le concezioni religiose l’hanno rivestita di forme differenti tra i diversi popoli. ‘Se guardi da vicino vedrai che la speranza, figlia del cielo, indica ad ogni mortale - con mano tremante - verso le oscure altezze’. Qualunque siano le nostre convinzioni dobbiamo ammirare coloro che, per quanto erronee possano essere le loro opinioni, secondo il nostro limitato giudizio, tuttavia possiedono una fede sufficiente per muovere le montagne.




Saliamo su un crinale con ruscelli che scorrono su entrambi i lati. Su ogni roccia, che ha una cima a tutti i livelli, si accumulano piccole pietre e molti di questi cumuli piramidali sono stipati così strettamente che non c’è spazio per un’altra pietra. Grazie a questi ometti il ​​pellegrino può trovare la sua strada nella tempesta di neve e nella nebbia, anche se senza di loro non potrebbe trovarla facilmente al sole.

 

Alla fine vediamo davanti a noi un gigantesco masso, il cui contenuto cubico ammonta forse a 7.000 o 10.000 piedi cubi; si erge come un’enorme pietra miliare sulla sella di Dolma-la, che raggiunge l’incredibile altezza di 18.599 piedi. Sulla sommità del blocco, pietre più piccole, sono ammucchiate in una piramide che sostiene un palo, e dalla sua estremità corde decorate con stracci e stelle filanti sono tese ad altri pali fissati nel terreno. Corna e ossa, principalmente scapole di pecora, sono qui depositate in grande quantità: omaggi al passo che dovrebbe segnare la metà del pellegrinaggio. Quando il pellegrino arriva qui, spalma un po’ di burro sul lato della pietra, si strappa una ciocca dei suoi stessi capelli e la incolla nel burro. Così ha offerto parte di sé e dei suoi averi. Di conseguenza la pietra assomiglia a un enorme blocco di parrucca, da cui svolazzano al vento ciocche nere di capelli. Col tempo sarebbe completamente ricoperta di pelo tibetano, se non fosse che le ciocche ogni tanto cadono e vengono portate via dal vento. I denti sono conficcati in tutte le fessure del blocco Dolma, formando interi rosari di denti umani. Se hai un dente cariato, dedicalo agli spiriti del passo. Purtroppo Tsering era sdentato, altrimenti si sarebbe conformato volentieri a questo regolamento.




Mucchi di stracci giacciono tutt’intorno, perché il pellegrino ne ha sempre un brandello di riserva da appendere a un filo o da stendere ai piedi del blocco. Ma non solo dà, ma prende. Il nostro vecchio prese uno straccio dal mucchio e aveva una grande quantità di tali reliquie al collo, perché ne aveva preso uno da ogni tumulo.

 

La vista è grandiosa, anche se il Kailas stesso non è visibile. Ma si può vedere l’affilata cresta nera che giace abbastanza vicina sul lato sud con un manto di neve e un ghiacciaio pensile, il suo margine blu tagliato perpendicolarmente al laghetto morenico sul lato orientale del passo.

 

Mentre sedevo ai piedi dell’isolato, facendo osservazioni e disegnando il panorama, un lama si avvicinò passeggiando appoggiandosi al suo bastone. Portava un libro, un tamburo, una dorche e una campana, e allo stesso modo un bambino dall’aspetto malaticcio in un cesto sulla schiena. I genitori, nomadi nella valle sottostante, gli avevano dato tsamba per due giorni per portare il bambino intorno alla montagna, in modo che avrebbe recuperato la sua salute. Molti pellegrini si guadagnano da vivere con tali servizi e alcuni fanno il pellegrinaggio solo a beneficio di altri. Il lama con il bambino si lamentò di aver fatto il giro della montagna solo tre volte e di non possedere abbastanza soldi per fare il giro tredici volte. Gli ho fatto l’elemosina.




Poi si sedette sul passo, girò la faccia nella direzione dove era nascosta la sommità del Kang-rinpoche, unì le mani e cantò un’interminabile successione di preghiere, dopodiché si avvicinò al blocco e posò la fronte a terra, quante volte non so, ma era ancora lì quando scendemmo tra i massi al minuscolo lago rotondo Tso-kavála. Abbiamo seguito la sua sponda settentrionale e il nostro vecchio amico mi ha detto che il ghiaccio non si rompe mai.

 

Ma il tempo scivola via e dobbiamo affrettarci. Camminiamo, scivoliamo e ci arrampichiamo su ripidi pendii dove sarebbe facile cadere a capofitto. Il vecchio ha il passo sicuro e questi pendii sono vecchie conoscenze. Ma guai a lui se si voltasse e andasse nella direzione opposta. Finalmente raggiungiamo la valle principale, chiamata nella sua parte superiore Tselung, e nella sua parte inferiore Lam-chyker. Attraverso la grande valle, che entra nella valle principale sul lato destro, ed è chiamata Kando-sanglam, guardiamo ora verso est sul pinnacolo più alto della vetta del Kailas, che ha uno spigolo acuto verso nord-est sembra ancor più un cristallo.




Marciamo a sud-ovest e bivacchiamo in cima al monastero Tsumtul-pu. Per tutto il giorno e in tutti i luoghi di riposo, non ho sentito altro che un mormorio infinito delle parole Om mani padme hum, e ora, finché sono sveglio, Om mani padme hum suona nelle mie orecchie da tutti gli angoli.

 

Il tempio non aveva altra curiosità se non una statua di Duk Ngavang Gyamtso, alta 5 piedi, seduto come a uno scrittoio, due zanne di elefante non molto grandi e un lampadario a cinque bracci di Lhasa. La nostra visita, quindi, non durò a lungo, e ci incamminammo giù per la valle in cui il fiume - a poco a poco - aumentò di dimensioni. Anche qui vengono eretti manis e chhorten, e alla fine della valle, dove si accumulano ancora numerosi massi di granito, vediamo ancora una volta il Langak-tso e il grande gruppo di Gurla.

 

Con questo pellegrinaggio intorno al monte santo, che avevo potuto compiere per un’inaspettata fortunata occasione, avevo avuto un’idea della vita religiosa dei tibetani. Era stata anche, per così dire, una revisione di tutte le esperienze che avevo già raccolto a questo proposito.




La nostra conoscenza del Tibet è ancora carente e qualche futuro viaggiatore troverà materiale sufficiente per mostrare su una mappa dell’intero mondo lamaistico tutte le grandi vie di pellegrinaggio verso innumerevoli santuari. Su tale mappa numerose strade convergerebbero, come i raggi di una ruota, a da Kuren, il tempio di Maidari a Urga. Ancora più vicini i raggi provenienti da ogni luogo abitato dell’immenso territorio del lamaismo si sarebbero uniti al loro fulcro principale, Lhasa. Un po’ meno densamente si sarebbero uniti a Tashi-lunpo. Innumerevoli strade e sentieri tortuosi partirebbero dai paesi di confine più lontani del Tibet, tutti tendenti verso il sacro Kailas. Sappiamo che esistono e non è necessaria una grande immaginazione per concepire come apparirebbero su una mappa.

 

Ma è per le rotte dei pellegrini come per il volo delle oche selvatiche: non sappiamo nulla del loro corso preciso.

 

Inoltre, tra i principali fuochi sono sparsi un certo numero di centri minori da cui i raggi divergono verso un santuario, ove nelle orecchie dei tibetani risuona un altro detto, la formula mistica Om mani padme hum, non solo nelle peregrinazioni verso la meta del suo pellegrinaggio, ma per tutta la vita.

 

Buddha seduto o in piedi all’interno di un fiore di loto.




È il dio protettore del Tibet e il controllore della metempsicosi.

 

E non c’è da stupirsi che questa formula sia così popolare e costantemente ripetuta sia dai lama che dai laici, ovunque uno si giri in Tibet, vede incisi o cesellati i sei caratteri sacri e li sente ripetere ovunque. Si trovano in ogni tempio in centinaia di migliaia di copie, anzi, in milioni, perché nei grandi mulini di preghiera sono stampate a lettere fini su carta sottile. Sui tetti dei monasteri, sui tetti delle case private e sulle tende nere, sono incise su svolazzanti festoni. Su tutte le strade attraversiamo quotidianamente ciste di pietra simili a muri ricoperte di lastre, su cui è scolpita la formula Om mani padme hum.

 

Raramente il sentiero più solitario conduce a un passo dove nessun tumulo è eretto per ricordare al viandante la sua dipendenza per tutta la vita dall’influenza di spiriti buoni e cattivi. E in cima a ogni ‘altare’ del genere è fissato un palo o un bastone con delle bandierine, ognuno che proclama dentro lettere nere la verità eterna.




A rocce sporgenti chhortens o lhatos cubicistare lungo la strada in bianco e rosso. Ai lati delle rocce di granito levigate dal vento e dalle intemperie vengono spesso tagliate figure di Buddha, e sotto di esse, così come sui massi caduti, si leggono in caratteri giganteschi Om mani padme hum. Sui moli tra i quali si estendono ponti a catena sul Tsangpo o su altri fiumi, si accumulano cumuli di pietre, e su tutti questi innumerevoli ometti votivi giacciono teschi di yak e crani di pecore selvatiche e antilopi. Nelle corna e nelle ossa frontali sbiancate dello yak viene tagliata la formula sacra e i caratteri incisi sono riempiti di rosso o di qualche altro colore sacro. Li ritroviamo in innumerevoli esemplari e in molte forme, specialmente sulle strade maestre che portano a templi e luoghi di pellegrinaggio, così come in tutti i luoghi dove c'è pericolo, come sui passi di montagna e sui guadi dei fiumi.

 

Le parole mistiche risuonavano costantemente nelle mie orecchie. Le ho sentite quando è sorto il sole e quando ho spento la mia luce, e non sono sfuggito loro nemmeno nel deserto, perché i miei stessi uomini hanno mormorato Om mani padme hum. Appartengono al Tibet, queste parole; ne sono inseparabili: non riesco a immaginare le montagne innevate ei laghi blu senza di loro. Sono strettamente legati a questo paese come il ronzio dell’alveare, come lo svolazzare delle stelle filanti con il passo, come l’incessante vento di ponente con i suoi ululanti.




La vita del tibetano dalla culla alla tomba è intrecciata con una moltitudine di precetti e costumi religiosi. È suo dovere contribuire con il suo tributo al mantenimento dei monasteri e all’obolo di Pietro dei templi. Quando passa davanti a un tumulo votivo aggiunge una pietra alla pila come offerta; quando vede un monte santo, non manca mai di posare la fronte per terra in omaggio; in tutte le imprese importanti deve, per amore della sua salvezza eterna, chiedere consiglio ai monaci dotti nella legge; quando un lama mendicante viene alla sua porta, non rifiuta mai di dargli una manciata di tsambao un pezzo di burro; quando fa il giro delle sale del tempio, aggiunge il suo contributo alla raccolta nelle coppe votive; e quando sella il suo cavallo o carica uno yak, canticchia di nuovo l’eterno Om mani padme hum.

 

Più frequentemente di un’Ave Maria o di un Paternoster nel mondo cattolico, Om mani padme hum accompagna la vita e le peregrinazioni dell’umanità in mezza Asia.

 

(S. Hedin, primi anni del 900)


[prosegue con il Capitolo completo]