giuliano

venerdì 18 febbraio 2022

(la perenne follia) DELL' IDIOTA (30)

 





















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...Della perenne follia  (29) 


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l'uomo...: (31/2)









Nella figura dello Sciocco si propone un curioso e irripetibile incrocio di adulto e di bambino - un corpo di uomo con l’anima di fanciullo. A questo personaggio e riservato il compito di scoprire il gioco delle ipocrisie altrui, di dare voce alla verità rappresentando l’ingenuità e il candore infantili, il sapere ultimo delle cose del mondo rivelato ai piccoli e agli indifesi. Pura figura di un intatto mondo sacrale, conosce solo il casto amore dell’anima. Nel palcoscenico della vita quotidiana solo il povero idiota non recita una parte prestabilita, e con la sua ingenua semplicità resta sempre e solo se stesso.


Egli il solo a sapere che nel mondo si muovono ombre e non persone, che dietro le maschere ci sono visi che vogliono nascondere, con gli inganni delle apparenze, i desideri e le passioni di anime inquiete. II Sempliciotto e ingenuo e schietto, dolce e mansueto, capa ce di leggere in fondo all’anima e di parlare a cuore aperto: con il suo sorriso riesce a infondere serenità e fiducia alle persone più' diffidenti mettendole subito a loro agio. Egli sa cogliere armonia e unione il dove gli altri non vedono che disaccordo e assurdità.




L’insegnamento fondamentale di questa sapienza e racchiuso nell’idea che non si può vivere pienamente se non per gli altri. Agli uomini che non sono in pace con se stessi un’intelligenza di questo tipo appare come un difetto, una malriuscita furberia o, addirittura, una follia e un’idiozia. Nel momento in cui qualcuno realizza da solo di essere un povero stolto superbo smette di essere tale ed acquisisce la vera sapienza, ‘la saggezza degli idioti’. II mondo intero dunque popolato da stupidi, e l’unica persona davvero autentica e il povero idiota che con la sua modestia sfida l’ironia e la derisione altrui.

 

Umile e mansueto come l’asino della tradizione biblica, lo stolto cum ratione del folklore russo possiede una ‘saggia stupidità’ che trionfa sempre nel momento in cui attacca la ‘saggezza stupida’ di chi si crede sapiente. Nella sua idiozia compare l’annuncio della verità alla quale tutti gli ipocriti hanno rinunciato perdendo cosi la loro vera identità. Egli vorrebbe suscitare sentimenti autentici che elevino lo spirito del suoi amici, ma non si rende conto di essere il bersaglio del loro brutale sarcasmo, non capisce come mai parlino di lui a bassa voce in sua presenza guardandolo in modo strano. Ecco perché si sente sempre sotto giudizio, si blocca per la paura di sbagliare, un escluso condannato a vivere con sofferenza la sua innocente diversità.




La sua sublime idiozia l’incapacità di giudicare e di condannare gli permette comunque di essere felice e di credere nell’intima capacita dell’uomo di amare unendo e accettando senza distinzione il buono e il cattivo. Egli il solo personaggio che si presenta sempre a viso aperto: non ha mai indossato maschere. non sa recitare, ignora le regole del teatro universale e per questo a volte offende con la sua spontaneità il regno della forma e delle convenzioni. E l’unico personaggio a comparire ‘nudo’, incapace com’è di comportarsi secondo le regole imposte dalle convenzioni. Non si sa muovere nel regno della formalità dove i suoi amici invece si destreggiano egregiamente non si sforza di nascondere i segni dell’insania che traspaiono visibilmente dai lineamenti del suo volto. Non conosce il disprezzo, l’ironia, la risposta tagliente. Quello che incanta in lui e la naturalezza: una semplicità e una bonarietà piene di candida grazia, una bontà che non conosce le intenzioni, i programmi e i propositi ma nasce spontaneamente dalle profondità del cuore.

 

Il cuore dello Scemo del villaggio aperto all’amore: egli suscita con il suo innocente comportamento il riso degli altri, ne è ferito, ma sa perdonarlo. II suo animo non conosce rancore: calunniato e dileggiato da alcuni giovani prepotenti e superbi, non cerca di sanare l’offesa con la vendetta, ma cosi facendo si rende ridicolo ai loro occhi e passa per idiota. La sua cieca fiducia non sembra capace di avvertire Io scherzo e l’ironia. La sua ingenuità lo porta addirittura a considerare lo sberleffo altrui come un segno di benevolenza nei suoi confronti, che bisogna imparare ad accettare e amare.




Ivan lo Sciocco del folklore russo non lontano dalla follia: le fiabe raccontano che egli vive costantemente ai limiti dell’equilibrio umano, assalito dall’eccesso dei pensieri, in balia degli impulsi e delle sensazioni, immerso in un mondo di improbabili sogni, aggredito dal reale e dall’irreale, dall’impossibile e dall’impensabile. Egli e il capro espiatorio della comunità rurale, lo zimbello dei bambini, il più mite abitante del villaggio turlupinato dai compaesani più furbi che passa le giornate all’aria aperta girando per la campagna con gli abiti strappati a brandelli, il misero pastrano ridotto a brandelli e la camicia stracciata che ripara appena il suo scarno corpo irrigidito dal gelo e bagnato dalla neve disciolta.

 

Analogamente il folle in Cristo (jurodivyj) delle agiografie, mite agnello del Signore, subisce i torti senza ribellarsi e accoglie su di sé tutti i peccati dell’umanità. Il santo stolto era considerato come uno straniero nella sua stessa patria. Egli e profeta di un Cristianesimo fatto di amore concreto, di attività incessante, di fiducia che non si arrende, di una silenziosa umiltà che non dispera mai. I piccoli, raccontano le agiografie, erano incuriositi dal folle sacro, lo guardavano attenti e silenziosi senza negargli all’occasione la loro derisione e il loro scherno. Gli jurodivye della Santa Russia amavano molto i fanciulli e li rispettavano profondamente anche se erano spesso vittime dei loro terribili scherzi.




Scontrosi con gli adulti superbi e menzogneri, essi dimostravano una particolare benevolenza solo verso i bambini e gli ingenui, umili vittime di torti ed ingiustizie  coloro che nella vita erano ingiustamente schiacciati dai forti. Creature predilette dal Padre celeste, avevano ricevuto una sorta di dono profetico innato. Depositari dei segreti, delle debolezze e delle umane miserie, incarnavano agli occhi del mondo la saggezza dello spirito al riparo dal male. Non era dato a tutti il dono di saper essere semplici: solo i piccoli e gli innocenti lo erano per volontà divina. Esempio di dolcezza e di purezza per i cristiani peccatori, i ragazzi vedevano tutto con occhi limpidi e sinceri ma sapevano anche essere terribili nel giudicare lasciandosi a volte ingannare dalle apparenze.

 

Nel 1578 nacque nel villaggio di Korjakin, a sei verste da Chlynov (governatorato di Vjatka) il beato Prokopij (Prokopij Vjatskij), unico figlio di una devota coppia di contadini sposati da molti anni. Quando il ragazzo compì i dodici anni, il padre lo portò a lavorare nei campi. Un giorno scoppiò un violento temporale e il cavallo sul quale stava viaggiando il giovane si imbizzarrì e lo disarcionandolo violentemente. I genitori disperati lo portarono al monastero della Dormizione di Vjatka e lo affidarono alle preghiere del santo archimandrita Trifon. II fanciullo riacquistò la salute e dopo qualche tempo lasciò la casa paterna e si trasferì in una città vicina, ove lavorò per tre anni come inserviente del sacerdote Ilarion, presso la Chiesa di Santa Caterina Martire. Nel villaggio nativo nessuno seppe più nulla di lui, e cosi i due anziani braccianti pensarono che il loro unico figlio si fosse sposato. Prokopij invece iniziò a comportarsi come uno jurodivyj: andava in giro nudo, alternava le profezie a lunghi silenzi, suonava le campane di notte. I fanciulli di campagna lo deridevano per il suo ridicolo aspetto fisico e il disordine della sua persona, ma egli non riusciva mai a passare con indifferenza accanto a loro. Al suo passaggio i monelli si scambiavano un’occhiata di intesa, sulle loro labbra aleggiava un ghigno beffardo e, in men che non si dica, volavano sul povero folle una pioggia di pietre.




Il miserabile sopportò tutte queste umiliazioni con beata rassegnazione fino alla morte, avvenuta il 21 dicembre 1627. Venne sepolto nel Monastero della Dormizione accanto a Trifon, il santo monaco che lo aveva guarito da bambino.

 

In uno sperduto villaggio a 50 verste da Tot’ma (governatorato di Vologda) nacque nel luglio 1638 Andrej lo stolto di Dio (Andrej Totemski). Frequentò la scuola locale iniziando a meditare sin dalla pio tenera età sulle Scritture. Era noto per le sue stranezze e le sue doti profetiche. Alla morte dei genitori si ritirò nel vicino Monastero della Resurrezione vivendo in completa umiltà e cibandosi di solo pane e acqua. Lasciò il convento in seguito alla morte del caro egumeno Stefan, che non aveva mai permesso ai confratelli di maltrattarlo e di insultarlo a causa del suo bizzarro comporta mento. Vagabondò a lungo nelle foreste presso il fiume Suchona e si stabili a Tot’ma, ove nessuno lo conosceva. Lungo gli argini andavano spesso a giocare dei bambini e ben presto lo jurodivyj divenne il loro beniamino, il compagno di giochi preferito. Spesso egli sentiva le loro allegre voci dalla sua capanna e correva a salutarli per trascorrere qualche ora in allegria. Un giorno un ragazzo lo colpì con una verga di ferro. Il santo folle cadde svenuto a terra ma rimase illeso e non disse nulla al suo aggressore. L’insolente monello non ammise il suo errore né si scusò per l’incidente, ma venne punito da Dio e poco dopo stramazzò al suolo privo di vita.




Nel XVI secolo visse nella città di Jur’evec sul Volga lo jurodivy Simon (Simon Jur’evckij). Figlio di semplici contadini, lavorò per parecchio tempo come domestico presso un prete. Era noto tra la gente per i suoi miracoli e per il dono di saper camminare sull’acqua, ma non aveva mai posseduto un paio di scarpe. Andava in giro con la sola camicia trascorrendo l’intera giornata a chiedere l’elemosina in città e vegliando la notte in preghiera. Come tutti i folli in Cristo amava molto i bambini, li proteggeva e li benediceva. Il suo affetto verso i più piccoli abitanti della città infastidì molto i genitori, che cercavano di evitarlo il più possibile durante le passeggiate pomeridiane con i piccoli o nei giorni di festa. Il santo stolto morì in giovane età a causa delle terribili bastonate inflitte per ordine del vojvoda, il governatore locale. Le raffigurazioni iconografiche di questo beato ancora fanciullo lo presentano come un giovinetto indifeso dallo sguardo mite. 

(M. P. Pagani)













mercoledì 16 febbraio 2022

IL FINE ULTIMO (27)











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Circa la perenne Filosofia  (26/1) 


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la perenne follia... (29/30)








Il flusso della durata è indefinito e inconcludente, un trascorrere perpetuo che non possiede in sé alcuna forma, alcuna possibilità di equilibrio, di simmetria. La natura, in realtà, impone a questo perpetuo svanire una certa apparenza di ordine e simmetria. Così i giorni si alternano alle notti, le stagioni ricorrono con regolarità, le piante e gli animali percorrono il proprio cicli vitale, e ad essi subentra una progenie del tutto somigliante. Lo spazio è un simbolo dell’eternità, poiché nello spazio si dà libertà, esiste la reversibilità del movimento, e non vi è nulla nella natura dello spazio, a differenza di quella del tempo, che condanni quanto da essa abbracciato alla morte ed alla dissoluzione inevitabili. L’evidenza indica che è l’anima individuale, incarnata in un particolare momento del tempo, la sola capace di stabilire un contatto con il Divino, il che significa escludere ogni altra anima.

 

Quanti credono nel primato della persona e pensano che il Fine Ultimo di ogni persona sia quello di trascendere il tempo e comprendere ciò che è eterno e al di fuori del tempo, sono sempre difensori della nonviolenza, della mitezza, della pace e della tolleranza, come gli indù, i buddisti, i taoisti e i cristiani delle origini.




Quanti, al contrario, amano essere ‘profondi’, e pensano che la Storia riguardi l’Umanità in quanto Massa, e l’Umanità in quanto successione di generazioni, non uomini e donne individui, qui e ora, sono indifferenti alla vita umana ed ai valori della persona, venerano Moloch che chiamano Stato e Società, e sono tranquillamente preparati a sacrificare più generazioni di persone reali e concrete, alla ricerca di una felicità del tutto ipotetica che, senza alcun motivo, essi pensano sarà il destino dell’Umanità in un remoto futuro. La politica di coloro i quali considerano l’eternità come realtà ultima, si preoccupa del presente, dei modi e dei mezzi per organizzare il mondo attuale in guisa tale da incontrare il minor numero possibile di ostacoli sulla strada della liberazione individuale dal tempo e dalla ignoranza.

 

Quelli che, al contrario, considerano il tempo come la realtà ultima, si preoccupano anzitutto del futuro, considerano il mondo attuale ed i suoi abitanti come semplici detriti, carne da macello e schiavi da lavoro che vanno sfruttati, terrorizzati, uccisi o ridotti in briciole, affinché persone che potranno anche non nascere mai, in un tempo futuro di cui nulla può essere saputo col benché minimo grado di certezza, possano godere di quell’età meravigliosa che rivoluzionari e guerrafondai odierni pensano sia per esse necessaria.




Il progresso biologico, come ogni altro tipo di trasformazione evolutiva, è determinato da mutazioni, le cui conseguenze vengono ereditate. Plausibilmente, anche il progresso umano dovrebbe essere determinato nella stessa materia, ma, per lo meno nell’ambito delle epoche storiche, non è stato così.

 

Se un progresso ereditario dovrà verificarsi nella specie umana, esso sarà determinato da quello stesso tipo di riproduzione selettiva che ha migliorato le razze degli animali domestici. Diverrebbe possibile, nell’arco di alcuni secoli, innalzare il livello medio dell’intelligenza umana ad un punto che superi di molto quello attuale.

 

Il progresso umano, nell’ambito del tempo storico, differisce dal progresso biologico nell’essere, un fatto non di eredità ma di tradizione. Questa tradizione, orale e scritta, ha svolto la funzione di veicolo per il cui tramite le conquiste di individui eccezionali sono state rese disponibili ai loro contemporanei ed ai loro successori, e le nuove scoperte di una generazione sono state trasmesse, divenendo così un luogo comune per le successive.




Nel formulare standard per misurare il progresso umano, dobbiamo tenere conto dei valori che, secondo l’opinione dei singoli uomini e delle singole donne, rendono la vita degna di essere vissuta.

 

Una dittatura, per quanto benevoli possano essere i suoi intenti, è sempre cattiva, poiché istiga una minoranza ad appagare la sete di potere, mentre costringe i più ad agire in qualità di irresponsabili e servili destinatari di ordini dall’alto.

 

L’esperienza del progresso tecnologico ed anche l’esperienza di quello umano, raramente sono continue e durevoli.

 

Data la natura delle nostre menti, non sperimentiamo il progresso in maniera continua, ma solo a sbalzi, nel corso delle prime fasi di un qualsiasi nuovo avanzamento.

 

Ciò che siamo dipende da ciò che crediamo. Ciò che crediamo dipende da ciò che è stato insegnato – dai nostri genitori e dai nostri maestri di scuola, dai libri e dai giornali che leggiamo, dalle tradizioni, dalle organizzazioni economiche, politiche ed ecclesiastiche cui apparteniamo.




L’edonismo, per esempio, è una filosofia inadatta. La nostra natura ed il mondo sono tali per cui, se facciamo della felicità la nostra meta, non raggiungeremo la felicità.

 

Più adatte risultano quelle filosofie politiche che per milioni di nostri contemporanei hanno preso il posto delle religioni tradizionali. In tali filosofie politiche l’acceso nazionalismo è unito ad una teoria dello stato e ad un sistema economico. Chi accetta simili filosofie, è indotto in molti casi ad una vita di devozione verso la causa nazionale ed ideologica. La nazione ed il partito sono le divinità delle quali il fedele è giustificato nel compiere qualsiasi cosa, per quanto abominevole, che sembri far avanzare la sacra causa.

 

Nelle religioni tradizionali, come in certe forme di Cristianesimo, di Induismo e di Buddismo, la causa cui il fedele si vota è soprannaturale e la piena realizzazione del suo ideale non avviene ‘in questo mondo’. Pertanto, chi vi aderisce possiede una migliore chance di conservare la felicità.




Gli intenti dello stoicismo (il controllo dell’io NdC) vengono pienamente raggiunti non dagli stoici, ma da chi, mediante la contemplazione o la devozione, si apre alla ‘grazia’, al ‘Logos’, al ‘Tao’, all’ ‘Atman-Brahman’, alla ‘luce interiore’. È aspirando alla comprensione dell’eterno che diventiamo capaci di ottenere il meglio dalla nostra esistenza nel tempo.

 

Osservato dal punto di vista della Filosofia Perenne, il progresso biologico è una crescita della coscienza, in qualità ed estensione, che viene ereditata. Nel corso dell’evoluzione terrestre, la vita ha prodotto la coscienza e nell’uomo, il prodotto più alto dell’evoluzione, la coscienza ha raggiunto un livello tale per cui qualsiasi individuo può (solo che desideri, sappia in che modo, e sia preparato ad adempiere certe condizioni), aprirsi alla conoscenza unitiva della realtà spirituale.

 

L’evoluzione biologica non conduce di per sé, automaticamente, a questa conoscenza unitiva. Essa conduce semplicemente alla possibilità di tale conoscenza. E conduce a questa possibilità tramite lo sviluppo del libero volere e dell’autocoscienza. Il libero volere e l’autocoscienza sono però la radice dell’ignoranza e dell’agire erroneo specificamente umani.




Le facoltà che rendono possibile la conoscenza unitiva della realtà sono le stesse che inducono gli essere umani ad abbandonarsi a quella condotta letteralmente insana e diabolica di cui essi, soli fra tutti gli animali, sono capaci. La capacità di giungere più in alto viene acquistata al prezzo della possibilità di cadere più in basso. Solo un angelo della luce può diventare il Principe delle Tenebre.

 

Ogni creatura che vive secondo l’istinto vive in uno stato che può essere definito di grazia animale. Essa compie non la propria, bensì la volontà di Dio-nella-Natura. L’uomo non vive secondo l’istinto; i suoi modelli di comportamento non sono innati, ma acquisiti. Egli è libero, all’interno delle restrizioni imposte dalla società e dalle proprie consuetudini di pensiero, di scegliere il meglio o il peggio, i mezzi morali ed intellettuali in vista del Fine Ultimo oppure i mezzi morali ed intellettuali che conducono all’autodistruzione.

 

Il progresso specificamente umano nella felicità, nella virtù e nella creatività può essere valutato, in ultima analisi, come una condizione del cammino spirituale verso il Fine Ultimo dell’uomo. Fame, privazione e miseria; cupidigia, astio, collera e lussuria; stupidità gonfia di pregiudizi e insensibilità – tutti questi sono ostacoli sulla via del progresso spirituale. 




Allo stesso tempo non si dovrebbe dimenticare che se felicità, virtù e creatività venissero considerate come fini in sé, invece di mezzi in vista di un Fine ulteriore, esse potrebbero diventare ostacoli al progresso spirituale non meno seri, a loro modo, dello squallore, del vizio e del conformismo.

 

L’illuminazione non può essere raggiunta dalle persone il cui scopo nella vita è quello di ‘spassarsela’, dal cultore puritano di una moralità repressiva fine a se stessa o dall’esteta che vive in funzione della creazione o della degustazione della bellezza formale. L’idolatria è sempre fatale.

 

Consideriamo ora il progresso in relazione alla vita spirituale – in relazione cioè alla cosciente ricerca del Fine Ultimo dell’uomo. Significativa in questo contesto è l’osservazione del Buddha per cui chi dice di essere un arhat per ciò stesso proclama di non essere un arhat. In altri termini, è fatale vantarsi di un successo o provare soddisfazione in un’esperienza che, se partecipa genuinamente dell’illuminazione, è un prodotto della grazia piuttosto che di uno sforzo personale.

 

Nell’ambito della spiritualità il progresso porta con sé tanto la contrizione quanto la gioia. L’illuminazione viene sperimentata come gioia; ma questa sfolgorante beatitudine illumina tutto ciò che all’interno dell’io, rimane oscurato, dissipando la nostra usuale cieca compiacenza riguardo a colpe e mancanze, e facendoci pentire non soltanto di ciò che siamo, ma anche di quell’ineludibile fatto che è la nostra individualità separata. Nella totale e ininterrotta illuminazione non vi può essere nulla se non amore, gioia e pace che sono i frutti dello spirito; fasulla via diretta a quel compimento la contrizione deve alternarsi all’estasi, e il progresso può essere misurato dalla natura di ciò di cui ci si pente – peccati, imperfezioni, e finalmente la nostra esistenza individualizzata. 

(A. Huxley)









 

martedì 8 febbraio 2022

ANIMA e MATERIA (ovvero siamo ammirati... ) (23)

 






















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Spazi multi-dimensionali  (22)


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La polvere del nostro tempo (24)


& il piatto completo...







La legge di Weber-Fechner (1860) fu uno tra i primi tentativi di descrivere la relazione tra la portata fisica di uno stimolo e la percezione umana dell’intensità di tale stimolo. Le sensazioni provate dal nostro organismo sono le risposte dei nostri sensi agli stimoli fisici provenienti dall’esterno.

 

I sistemi sensoriali rispondono a stimoli diversi e specifici.

 

A titolo di esempio, il sistema uditivo percepisce suoni attraverso rapide variazioni di pressione dell’aria, quello visivo invece percepisce la luce codificando ed interpretando segnali emessi da una determinata gamma di onde elettromagnetiche. Questi sistemi di cui disponiamo sono inoltre limitati: siamo sensibili, infatti, soltanto agli stimoli per cui abbiamo recettori ed organi di senso.




Detto ciò, ad un certo punto nella storia, qualcuno si è posto un’interessante e lecita domanda: è possibile misurare le sensazioni?

 

Uno dei problemi chiave della psicologia (intesa come studio dei meccanismi mentali) alla sua nascita era la misurazione dei fatti psichici, cioè l’individuazione di una relazione tra intensità dello stimolo fisico e intensità della sensazione.

 

Una scala di sensazioni esisteva già in epoca ellenistica, ed era la scala delle magnitudini delle stelle, stabilita dall’astronomo Ipparco di Nicea (190 -120 a.C) attorno al 150 a.C. Come scrive Claudio Tolomeo nell’‘Almagesto’, Ipparco assegna alle stelle latitudine, longitudine e appunto magnitudine, indicata con un numero da 1 a 6, essendo 1 assegnato alle stelle di massima magnitudine e 6 a quelle di minima magnitudine. I numeri dunque esprimono l’intensità della sensazione (un fatto psichico) che ovviamente è in una qualche relazione con l’intensità luminosa (un fatto fisico).




I primi tentativi di mettere in relazione gli stimoli con la percezione umana della loro intensità risalgono al XIX secolo con il contributo del fisiologo tedesco Ernst Heinrich Weber (1795 - 1878), fondatore della psicologia sperimentale, che effettuò degli esperimenti in cui poté osservare che aumentando di una certa quantità il peso di un oggetto tenuto in mano da un uomo, la percezione dell’incremento del peso era tanto meno accentuata quanto più pesante era l’oggetto. Con un semplice esempio, se ho in mano un peso di 5 Kg, e ne aggiungo un altro di 500 g, la sensazione di variazione di peso non sarà come se avessi avuto un peso di 100 g a cui ne aggiungo uno di 500 g.

 

A questo proposito, nel 1834, il fisiologo elaborò una legge, chiamata appunto Legge di Weber: K è la costante di Weber, ΔR è la soglia differenziale (minima differenza di intensità di stimolo capace di modificare la reazione allo stesso), R è l’intensità dello stimolo fisico.




Da questa constatazione si può prevedere, quindi, che stimoli fisici al di sotto di una soglia assoluta non vengono percepiti. Per ciascuno dei 5 sensi sono infatti definite su base empirica delle soglie assolute di percezione, ossia valori minimi per cui a uno stimolo corrisponda una reazione:

 

Vista: percezione della luce di una candela a 48 km di distanza, in una notte serena e limpida;

Udito: percezione di un orologio meccanico a 6 metri di distanza all’interno di una stanza silenziosa;

Gusto: un cucchiaino di zucchero in 9 litri di acqua;

Olfatto: una goccia di profumo diffusa nell’intero volume di sei stanze;

Tatto: la pressione di un’ala di ape fatta cadere da 1 cm di altezza.




 Altro contributo è quello fornito successivamente dallo psicologo tedesco Gustav Theodor Fechner (1801 - 1887) il quale, partendo dagli esperimenti di Weber, elaborò un’equazione matematica che permettesse di quantificare la relazione fra lo stimolo fisico e la sensazione fisiologica corrispondente (cioè la relazione esistente tra l’anima e la materia).

 

Lo psicologo riteneva che ogni materia fosse dotata di un’Anima e la sua equazione, detta anche formula di Fechner, mette in relazione il mondo ‘spirituale’ con quello materiale. La formula è descritta attraverso una semplice equazione differenziale: ‘la legge di Fechner-Weber’, fu pertanto enunciata come segue: ‘perché l’intensità di una sensazione cresca in progressione aritmetica, lo stimolo deve crescere in progressione geometrica’.




Tale legge ha importanza rilevante nelle percezioni visive, infatti gli umani hanno una migliore percezione delle differenti tonalità di illuminazione (contrasto) quando tali tonalità sono scure. In breve, la capacità dell’occhio umano di discriminare colori scuri è maggiore della capacità di discriminare colori chiari. Anche se nel corso del XX secolo la psicofisica ha conosciuto un relativo ridimensionamento di importanza concettuale, all’interno della ricerca percettologica è tuttora considerata come uno dei principali programmi di ricerca della psicologia sperimentale. Una disciplina di cui si sentirà sicuramente parlare in futuro, magari in maniera anche un po’ più approfondita. (1) (*)




(*) (1) Fatta la dovuta Introduzione, è nostro, o meglio mio intento, rapportare un concetto privo di qual si voglia attualità all’odierno anamorfico sentimento circa la corretta percezione della dismessa o negata Anima-Mundi della Natura, la quale troppo spesso siamo abituati interpretare quale oggetto ‘passivo’ (non udendo voce e pensiero che la motiva, se fosse il contrario, l’intero uditorio oltre che cieco anche sordo nell’invalidità a cui ogni ‘umano’, in verità e per il vero, aspira a miglior vita per il bene del genere, e da cui ogni equazione data o calcolata circa i perduti sensi, risulterebbe il vero danno circa la vera e più retta umana dottrina…), pur cantandone la bellezza, non considerandola un Essere vivo, e non più  ‘sfondo decorativo’ della quotidiana e secolare avventura terrena scritta e immutata Genesi della morte in vita, come sempre vissuta conservata e dipinta nelle alterne uguali vicissitudini della medesima ugual Storia.

 

Almeno di non rivolgere l’occhio offeso e afflitto dal morbo dell’ignoranza verso altre culture nell’opposta visione del Sacro e la relativa mitologia che ne deriva circa Madre Natura, a cui l’occidente ha sempre preferito il Dominio dell’incontrastato Verbo interpretativo.




Ovvero l’esclusiva interpretazione della parola di Dio!

 

Di per se questo un atto di abominio!

 

 Con l’avvento della rivoluzione industriale tali principi in riferimento all’Anima (grazie l’esclusiva di cotal abominio scritto nel dominio), tal mondi ‘cogitati’ riflessi nell’equazione del Tempo - inferiore e passivo - o meglio finito, così come le fiere ‘bestie’ che talvolta in questo (terreno) Eterno Viaggio, migrando, trovano rifugio e diletto, dispensato ad altri da queste evoluti con cui il successivo beneficio ‘evolutivo’ raccolto, divenirne i frutti prelibati al di sotto del ‘ramo’, privati ed estinti orfani prematuri della Grande Madre, raccolta tutta entro una mela della Genesi pregata divenuta peccato mortale!




E successivamente posti al rogo - assieme al ramo - con l’intera ‘creanza’ da chi così l’ha ben pensata oltre che interpretata da Madre Natura ispirata e in Lei spirata, calore fuoco e nutrimento per una diversa ortodossa materia, nell’inferiore quanto limitata pretesa di vita… dai più così mal concepita…

 

Ma io, quale Eretico (da sempre perseguitato) che con la pianta divido Anima Intento ed Intelletto, e con questa, i suoi ‘figli’ che popolano il bosco, riparo e fuga da un mondo troppo piccolo da potersi nominare evoluto, al pari loro concepisco la nobile Natura Perfetta nel disegno Primo, a cui il Secondo ha preferito un diverso nutrimento dello Spirito… e con lui il ricordo dell’eterno appetito...

 

Giacché in questo ‘motto’ e più ‘nobile araldo’ non arrecare offesa alcuna a colui che sostò in attesa di un più umano evento, al pari delle bestie che gli fecero compagnia, dal bosco alla riva di un ruscello, e da animali ‘evoluti umani’ hora cacciato in feroce Tempo… circa la nuova economica dottrina da Ognun pregata, seppur nell’apparenza da Tutti e Nessuno professata…




Aspirare al morbo della ricchezza terrena mascherata da dottrina evolutiva scritta nel precipizio dell’imminente Apocalisse dell’eterna rovina dispensata qual male arrecato e ben distribuito…

 

In disaccordo con l’armonia di un diverso mondo udito un lontano giorno… quando braccato dagli stessi cui volevano (ed ancor vogliono) sfruttarne e ribadirne superiore natura, dal colore bianco di un volto nascosto… poggiato al ‘cane’ di un fucile, o ancor peggio, abdicato o comandato ad un servo mascherato da padrone, qual geroglifico di una eterna guerra disconosciuta dalla vera e misera Natura, da cotal morbo afflitta nel sacro nome del dominio di impropria conquista… 

 

Quale specchio di arroganza e feroce predatorio motivo, privata  e assente ad ogni principio divino, con cui Dio conia l’immateriale moneta divenuta sterco per ogni Elemento dall’umano convertito e distribuito secondo il nuovo credo senza nessun Dio…




Ed in nome e per conto di questo Secondo (rispetto all’Infinito Tempo rilevato), nella Genesi di ugual immutato ‘verbo’, la Ragion persa fu appesa e posta al secolare antenato Albero del bosco: rogo della divina materia senza Verbo alcuno che non sia atea fallace scienza…, così da rinvigorire l’aspirato fuoco… falsa ragione di un più nobile decoro…

 

Forse in quei momenti, quando il sudore scende dal volto e dalla martoriata schiena afflitta dell’eterna infame calunnia, vera e più certa natura di un aguzzino precipitata e caduta nella volontà di ugual Dio, provarono ugual patimento e sofferenza formare poesia  e segreta Rima, congiungersi e orbitare per ogni Natura collassata - principio e motivo di una futura gravità percepita… o forse udita quando rinata…




Ed ad un più giusto Dio gradita

 

Sussurrò una Poesia come fosse una Preghiera antica!

 

Sì la ricordo!

 

Sussurrò un lamento!

 

Sì è vero lo sento in questo Universo!

 

Fu solo vento?

 

Un pianto giammai udito nel suo vero principio…

 

 (Giuliano)




….Si è detto che le piante (come un tempo taluni indigeni…) non possono avere Anima già per il fatto che esse evidentemente servono a fini altrui; d’un fine a sé non è possibile riguardo ad esse parlare.

 

Diamo anzitutto voce a questa obbiezione in tutta la sua portata…

 

E’ vero: la struttura, la conformazione, tutta la vita e la morte delle piante servono interamente a fini degli uomini e degli animali, e questi pei loro bisogni sono costretti a contare interamente sul regno vegetale. Senza piante, uomini e animali morirebbero di fame. Senza di esse l’uomo non avrebbe né pane, né patate, né tela, né legno; e quindi né case, né navi, né botti, né fuoco; e quindi non stanze calde nell’inverno, non focolare per cuocere vivande, non fonderie per i metalli; e quindi né ascia, né aratro, né coltello, né moneta metallica.

 

Senza le piante non avrebbe nemmeno carne, latte, lana, seta, piuma, cuoio, sego, strutto; poiché gli animali devono in antecedenza ricavare tutto ciò dalle piante. E senza tutto ciò non ci sarebbe né commercio, né industria, né arte, né scritture, né libri, né scienza.




In breve, senza le piante l’uomo non avrebbe altro che la nuda vita e tosto nemmeno questa.

 

L’uomo usa dunque le piante, esse sembrano fatte per questo solo uso; e ciò che l’uomo di esse non usa, usano gli animali, i quali sono a loro volta usati dall’uomo, ma che, insieme a ciò, perseguono anche i loro fini particolari. Ogni pianta che non serve immediatamente all’uomo, offre certo ad uno o più animali nutrimento e rifugio.




La pianta adempie con ciò lo scopo della sua vita; tutta l’immensa molteplicità del regno vegetale e dei suoi prodotti non ha altro fine tranne quello di appagare l’altrettanto grande molteplicità dei diversi bisogni del mondo umano e animale.  

Dovunque la medesima constatazione: quando la pianta ha fornito ciò che può per l’uomo e l’animale, essa viene senza pietà sacrificata: il grano viene falciato, l’albero tagliato, il lino macerato. Sembra che una pianta non soffra alcun danno quando si tratta adempiere mediante essa un fine per l’uomo o per l’animale. In base a ciò il significato della relazione tra animale e pianta non può essere che questo: uomini ed animali erano già inizialmente destinati ad arrecare nella Natura anima, idea, fine. 




Tutto questo richiedeva, come veicolo dell’idea, anche la materia. Affinché l’elemento ideale non fosse troppo aggravato dall’elemento materiale, la più gran parte del peso e del lavoro materiale, necessario per i fini del fattore ideale, è stata collocata in un mondo particolare, il mondo delle piante, che sopportano agevolmente il peso e la fatica materiale perché non li sentono.

 

…Agli uomini e agli animali tutto viene dunque offerto già bene elaborato in precedenza dal mondo delle piante, affinché essi possano godere la gioia di cui abbisognano, ovvero non abbiano che da dare a tutto ciò l’ultima mano del Dominio, con la quale scrivono e principiano i falsi ideali della materia, con cui dalla pianta si contraddistinguono e classificano nella stirpe dell’involuta discendenza, incisa e coniata nel Diritto interpretativo della Vita, raccolta per ogni nuovo frutto seminato di una Parola divenuta bestemmia…     

 

(G. T. Fechner)