giuliano

martedì 16 settembre 2014

LA STRADA (2)












































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... Militare sembrava assurdo. Del resto le opere del cantiere sembravano procedere con straordinaria lentezza rispetto alla distanza grandissima che rimaneva.
Pure una sera si udì qualcuno parlare in termini vaghi di guerra, e strane speranze ricominciarono a turbinare fra le mura della Fortezza. Un palo è piantato sul ciglio del gradone che taglia longitudinalmente la pianura del nord, a neppure un chilometro di distanza dalla Fortezza. Di là fino al cono roccioso della Ridotta Nuova il deserto si stende uniforme e compatto, così da permettere alle artiglierie di procedere liberamente.
Un palo è confitto sull’orlo superiore dell’avvallamento, singolare segno umano, che si vede benissimo anche ad occhio nudo dalla sommità della Ridotta Nuova. Fin là sono arrivati i nemici con la loro strada ed il loro cantiere! Il grande lavoro della civiltà è finalmente compiuto, ma a che terribile prezzo! 




Il tenente Simeoni aveva fatto un preventivo, aveva detto sei mesi. Ma sei mesi non sono bastati per la costruzione, né sei mesi, né otto, né dieci. La strada è ormai finita, i convogli nemici possono scendere dal settentrione al galoppo serrato, come la peggiore cavalleria, per raggiungere le mura della Fortezza; dopo non resta che attraversare l’ultimo tratto, poche centinaia di metri su un terreno liscio ed agevole, ma tutto questo è costato caro.
Quindici anni ci sono voluti, quindici lunghissimi anni che pure sono corsi via come un Sogno. A guardarsi attorno niente sembra mutato. Le montagne sono rimaste identiche, sui muri del Forte si vedono sempre le stesse macchie, ce ne sarà anche qualcuna di nuova, ma di dimensioni trascurabili. Uguale è il cielo, uguale è il deserto dei Tartari se si eccettua quel palo nerastro sul ciglio del gradone e una striscia diritta, che si vede o non si vede secondo la luce, ed è la famosa strada e la sua macchia bianca.
Quindici anni per le montagne sono stati meno che nulla e anche ai bastioni del Forte non hanno fatto gran male. Ma per gli uomini sono stati un lungo cammino, sebbene non si capisca come siano passati tanto presto. Le facce sono sempre le stesse, pressappoco; le abitudini non sono mutate, né i turni di guardia, né i discorsi che gli ufficiali fanno ogni sera.




Eppure, a guardare da vicino, si riconoscono nel volto i segni degli anni. E poi la guarnigione è stata ancora diminuita di numero, lunghi tratti di mura non vengono più presidiati e vi si accede senza parola d’ordine, i gruppi di sentinelle sono distribuiti nei soli punti essenziali, si è deciso perfino di chiudere la Ridotta Nuova e di mandarci soltanto ogni dieci giorni un drappello per ispezione; tanto poca importanza dà oramai il Comando superiore alla Fortezza Bastiani.
La costruzione della strada nella pianura del nord infatti non è stata presa sul serio dallo Stato Maggiore. Alcuni dicono ch’è una delle solite incongruenze dei Comandi militari, altri dicono che alla capitale sono certo meglio informati; evidentemente risulta che la strada non ha nessuno scopo aggressivo; non c’è del resto disponibile altra spiegazione, benché persuada poco.
… Perché adesso che era finita la strada i nemici erano scomparsi? Perché uomini, cavalli e carri avevano risalito la grande pianura, fin dentro le nebbie del nord? 




Effettivamente le squadre dei terrazzieri furono viste allontanarsi ad una ad una, a ridiventare minuscoli puntini visibili soltanto col cannocchiale, come quindici anni prima. La via era aperta ai soldati: avanzasse l’armata adesso, ad assaltare la Fortezza Bastiani.
L’armata invece non fu vista avanzare…
Attraverso il deserto dei Tartari rimaneva solo la striscia della strada ed i resti scomposti del suo cantiere, singolare segno di ordine umano nell’antichissimo abbandono. L’armata non scese all’assalto, tutto parve lasciato in sospeso, chissà mai per quanti anni.
Così la pianura rimase immobile, ferme le nebbie settentrionali, ferma la vita regolamentare della Fortezza, le sentinelle ripetevano sempre i medesimi passi da questo a quel punto del cammino di ronda, uguale il brodo della truppa, una giornata identica all’altra, ripetendosi all’infinito, come soldato (della Natura…) che segni il passo.
Eppure il Tempo soffiava la sua sventura; senza curarsi degli uomini passava su e giù per il mondo mortificando le cose belle; e nessuno riusciva a sfuggirgli, nemmeno i bambini appena nati, ancora sprovvisti di nome…..    

















domenica 14 settembre 2014

FAVOLA DELLA DOMENICA: la Povera Cosa (2)



















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Favola della Domenica: la Povera Cosa (1)














Ora tornarono alla barca col ferro di cavallo e quando l’alba spuntò si accorsero del fumo della città del conte e delle campane della chiesa che rintoccavano. Così posero piede a terra; e l’uomo andò fino al mercato tra i pescatori intorno al palazzo e alla chiesa; ed egli era poverissimo e bruttissimo e non aveva neppure un pesce da vendere ma soltanto un ferro di cavallo nella cesta, e arrugginito.
‘Ora’, disse la Povera Cosa, ‘fa’ così e cosà e tu troverai moglie e io madre’. Accadde che la figlia del conte uscisse per recarsi in chiesa a pregare; e quando vide il pover’uomo che se ne stava nel mercato soltanto con un ferro di cavallo, e arrugginito, le venne da pensare che doveva trattarsi di un oggetto di valore.
‘Cos’è quello?’, chiese.
‘E’ un ferro di cavallo’, disse l’uomo.
‘E a che cosa serve?’. Chiese la figlia del conte.
‘Non serve a nulla, non certo ai moderni cavalli a vapore ed ai corrotti politici che li governano’.
‘Non posso crederlo’, disse lei; ‘altrimenti perché l’avresti portato?’.
‘Così faccio’, disse lui, ‘perché così facevano i miei padri; non ho altro motivo, né migliore né peggiore’.




Ora la figlia del conte per quanto si provasse non riusciva a credergli.
‘Suvvia’, fece lei, ‘’vendimelo, perché son sicura che è un oggetto di valore, come quel foglio scritto con delle strane parole…, voglio il ferro e quelle Rime…’.
‘No’, disse l’uomo, ‘non è in vendita’.
‘Cosa?’, esclamò la figlia del conte, ‘non sai che tutto il mondo è nelle mie mani e nei miei occhi! Ed allora che viene a fare qui nel grande mercato di città con quella cosa nella cesta e quelle inutili parole?’.
‘Sto qui’, disse l’uomo, ‘a procurarmi moglie’.
‘Non c’è alcun senso in tutte queste risposte’, pensò la figlia del ricco conte; ‘è roba da mettersi a piangere’.
A questo punto eccoti il conte; e lei lo chiamò subito e gli raccontò tutto quanto. E quando egli ebbe udito, fu dell’opinione della figlia, e cioè che doveva trattarsi di cosa pregiata; e impose all’uomo di dirne il prezzo se non voleva penzolare sulla forca, perché con le buone maniere o con le cattive, doveva avere quanto aveva visto.




‘La via della vita è dritta come i binari di un varo’, dichiarò l’uomo. E se devo morire, che sia’. ‘Diamine!’, esclamò il conte, ‘vuoi rimetterci il collo per un ferro e poche parole, ed il ferro è anche arrugginito e vecchio’. ‘Io penso’, disse l’uomo, ‘che in questo mondo una cosa valga l’altra; e ciò che per te può apparire insignificante o di grande valore, per me può avere un significato importantissimo’. ‘Ciò è impossibile’, pensò il conte e rimase lì a guardare quell’uomo tormentandosi la barba.
… E l’uomo ricambiò lo sguardo e sorrise….
‘Così fecero i miei padri ai Tempi andati’, dichiarò al conte, ‘e non ho altro motivo, né migliore né peggiore’. ‘Tutto ciò è privo di senso’, pensò il conte, ‘e io devo stare invecchiando’. Così prese da una parte la figlia e disse: ‘Molti pretendenti hai rifiutato, bambina mia. Ma che un uomo si tenga così stretto un vecchio ferro arrugginito, è una faccenda molto strana. E che la mostri come una qualsiasi altra merce posta in vendita ma che non la venda; e che se ne stia qui a cercar moglie. Se non riesco a venire a capo di questa faccenda, non piglierò più piacere nel cibo; e non vedo altra via che o impiccarlo o dartelo per marito’.




‘Sul mio onore, è bruttissimo’, disse la figlia del conte. ‘E perché poi se la forca è proprio qui vicino?’. ‘Non era così’, disse il conte, ‘che facevano i miei padri ai Tempi andati. Io sono come quell’uomo e non ho da darti altro motivo, migliore o peggiore che sia. Ma tu, te ne prego, parlagli di nuovo’.
Così la figlia del conte parlò all’uomo…..
‘Se tu non fossi così brutto’, disse, ‘mio padre il conte ci avrebbe fatto sposare’. ‘Bruttissimo son io’, disse l’uomo, ‘e voi bella come il maggio. Bruttissimo son io, e con ciò? Fu così che i miei padri..’. ‘In nome di Dio’, disse la figlia del conte, ‘lascia stare i tuoi padri!’. ‘Se lo avessi fatto’, disse l’uomo, ‘non sareste mai stata qui a mercanteggiare con me al mercato né vostro padre il conte a sorvegliarci con la coda dell’occhio’. ‘Ma via’ dichiarò la figlia del conte, ‘è cosa troppo strana che tu possa pensare di avermi in sposa con un ferro di cavallo, e arruginito’.
… ‘Io penso’, dichiarò l’uomo, ‘che queste due cose, una antica e questo foglio, per me valgano più…. della vostra povera moneta…’. ‘Oh, risparmiela’, disse la figlia del conte, in modo alterato, ‘e dimmi perché dovrei sposarmi’. ‘Ascolta e guarda’, disse l’uomo.




ORA IL VENTO SOFFIO’ ATTRAVERSO LA POVERA COSA come un pianto di pargolo, così che il cuore di lei s’intenerì; ed i suoi occhi si aprirono e si rese conto che la Cosa era come un neonato senza madre e se lo prese al collo e tra le braccia sue quello si sciolse come aria.
‘Suvvia’, disse l’uomo, ‘osserva questa scena: i nostri figli, il focolare operoso, le teste bianche. E ciò basti, perché è tutto quel che Dio ci offre e con queste ci salva, e queste parole che tengo strette, ci parla..’. ‘Non è che la cosa mi piaccia’, disse lei, ma le uscì un sospiro.
‘Le vie della vita sono dritte come i binari di un varo’, disse l’uomo e la prese per la mano. ‘E che ne faremo del vecchio ferro arrugginito?’ fece lei. ‘Lo darò a tuo padre’, disse l’uomo; ‘e, per me, può farcene una chiesa o un mulino’.
A suo Tempo accadde che la Povera Cosa nacque; ma il ricordo di tutto ciò dormiva dentro di lui e nulla sapeva di quel che aveva fatto. Ma egli era parte del figlio maggiore e godeva virilmente nel mettere la barca in mare contro la risacca, nel governare abilmente il timone e nell’essere un uomo forzuto dove il cerchio si chiude e soffia a raffiche il vento.


(R. L. Stevenson)

















    

venerdì 12 settembre 2014

I COLONI: maestri & alunni (12)









































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I coloni: maestri & alunni (11)














… Ma per non divagare ulteriormente nel bel mezzo di una digressione, come ho visto fare da alcuni autori che racchiudono una divagazione nell’altra come fossero scatole cinesi, qui io affermo che, dopo aver attentamente sezionato la natura umana, ho compiuto una stranissima e importante scoperta: che per recare beneficio all’umanità ci sono due vie, quella dell’ISTRUZIONE e quella dello SVAGO. E ho anche dimostrato nelle mie diverse letture che oggi come oggi, l’umanità trae maggiore beneficio dallo svago, piuttosto che dall’istruzione, essendo le sue malattie endemiche il fastidio, l’assenza di personalità e valori, e la terribile noia; laddove, nell’universale regno del SAPERE E DELL’ARGUZIA DEL PRESENTE, CI SEMBRA CHE BEN POCO SIA RIMASTO ALL’ISTRUZIONE.




…. Ed ora vorrei che avanzassero una richiesta, che divenga una proposta di legge, per la nomina di commissari che ispezionino il nostro Manicomio e gli edifici adiacenti, in modo che si possano convocare persone e prelevare documenti, al fine di verificare i meriti e le qualifiche di ogni studente o professore, e quindi di esaminare, con la massima cura, le loro varie (e vere) inclinazioni e comportamenti.
Per mezzo di tutto ciò, debitamente distinguendo e adattando i singoli ‘talenti’, costoro potranno produrre (nella nostra bene amata società civile) strumenti mirabili per i diversi uffici dello stato, civili e militari, secondo i metodi che qui di seguito, umilmente, propongo. E spero che il gentile lettore voglia accogliere con benevolenza la mia grande sollecitudine in questo importante affare, considerando in quale stima io abbia sempre tenuto quell’onorevole confraternita, di cui io ebbi, per qualche tempo, l’onore di essere un membro, grandemente indegno.
C’è uno studente (essendo qui in Manicomio presentato come una rispettabile Accademia, i matti sono chiamati studenti o professori) che riduce in piccoli pezzi la paglia del suo giaciglio, imprecando e bestemmiando, mordendo l’inferriata, con la schiuma alla bocca, e che vuota il suo pitale in faccia agli spettatori, o che fustighi il pavimento della sua cucina con un bastone? Lasciate che le eccellenze i commissari preposti all’ispezione offrano allo studente di unirsi ad un reggimento di dragoni inviati in missione nelle Fiandre.




Ce n’è un altro che parla in continuazione, borbotta, sbadiglia, urla, in uno sproloquio senza fine e senza senso? Quali talenti meravigliosi per il nostro nobile e civile domani non vadano sprecati! Date subito a costui una borsa verde e alcuni documenti, dieci soldi in tasca, e via con lui a Westminster Hall.
Ne troverete un terzo impegnato seriamente a prendere le misure della sua cella – una persona di grande lungimiranza e intuizione, anche se tenuto nella completa oscurità, poiché, come il volto di Mosè, la sua pelle era splendente. Cammina a passo regolare, supplica per ottenere un penny con la stessa gravità usata per una cerimonia, parla di tempi duri, e di tasse, e della meretrice di Babilonia, chiude le finestre della sua cella, puntuale, sempre alle otto, e sogna fiamme e ladri e cortigiani, e incarichi di prestigio. Ora, quale sorta fortunata avrebbero tutte queste nozioni, se solo chi ne è dotato fosse mandato in città tra i suoi confratelli!
Accostatevi allo spioncino di un’altra gabbia – prima turatevi il naso – e scorgerete un individuo scontroso, tetro, cattivo e malmesso, il quale rovista tra i propri escrementi e sguazza nella propria urina. La parte migliore della sua dieta consiste nella riconversione (in maniera del tutto nuova ed evoluta per i moderni tempi di cui lui è un elemento essenziale) dei suoi stessi escrementi, le cui esalazioni lo avvolgono, e infine le riassorbe (un processo complesso che supera le leggi della moderna chimica e sfocia nella pura metafisica industrializzata ad uso urbano e standardizzata in moderne reti di connessione globale). 




La sua carnagione è di color giallo sporco, la sua pelle è tatuata e talvolta numerata, la sua barba incolta sul volto, esattamente in tono con la sua dieta, come alcuni insetti che, nati e cresciuti tra gli escrementi, da lì prendono colore e odore (e per ugual processo, come sopra descritto, ricreano tali escrementi in moderni apparati elettronici per l’arte metafisica del domani, civilizzata evoluta e commercialmente competitiva).
Lo studente di questo appartamento è molto avaro di parole, ma fin troppo generoso nelle esalazioni del suo respiro. Porge la mano, pronto a ricevere il penny, e immediatamente dopo averlo ricevuto, si ritira alle sue occupazioni precedenti. Ora, non è forse stupefacente che la società di Warwick Lane non s’impegni maggiormente per il recupero di un membro tanto utile, che, giudicando dalle premesse, diventerebbe uno dei maggiori ornamenti di tale illustre consesso?