giuliano

sabato 2 dicembre 2017

IL BOCCONE BREVE L'ARTE INFINITA ovvero servi & governanti (50)









































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Il boccone breve l'Arte Infinita ovvero: servi & governanti (49)

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Alla ricerca dell' 'immacolata' (e più certa) ricchezza di vita (51)














Bisogna fare il muso secondo la luna, dice il proverbio, e dice bene. A furia di rifletterci sopra finii col risolvermi ad essere briccone coi bricconi e piú degli altri, se potessi.

…Non so se ci riuscissi; però stia sicuro, signor lettore, che feci tutto il possibile…

Innanzi tutto, a quanti maiali si fossero introdotti in casa o polli della padrona di casa fossero dalla corte entrati in camera mia, pena la vita. Avvenne che un giorno entrarono due porci (forse meglio chiamarli nominarli con il vero loro nome scrofe di corte…) della più bella presenza che avessi mai veduto.

Ero a giocare cogli altri domestici, quando li sentii grugnire, sì che dissi a uno:

‘Vada un po’ a vedere chi è che grugnisce in casa nostra’.

Andò e disse che erano due porcelloni. Al sentir questo, io tanto mi adirai che uscii fuori a dire che era una bella birbonata e una grande sfacciataggine venire a grugnire in casa degli altri; e in così dire, chiusa la porta, gl’infilzai con la spada l’uno e l’altro e subito li finimmo a colpi sulla collottola. E perché non si sentisse lo strepito che facevano, noi tutti e due insieme gridavamo a squarciagola come se si cantasse, finché ci morirono fra le mani.

Li sventrammo, ne raccogliemmo il sangue e nella corte li strinammo a furia di paglia dei sacconi, di modo che, quando vennero i nostri padroni, tutto era fatto alla men peggio, tranne che delle budella non s’era finito di farne sanguinacci; né già per poca sveltezza, ma perché, appunto per non indugiare, ci avevamo lasciato per metà quello che c’era dentro.

Don Diego pertanto e il maggiordomo, saputo come era andata la cosa, si inquietarono con me sì da costringere i dozzinanti, a nulla valendo il ridere che facevano, a prendere le mie difese. Mi domandò Don Diego che cosa avrei risposto se mi si accusava e se la giustizia mi arrestava; gli risposi che me ne sarei appellato alla fame, riparo degli studenti, e che se ciò non fosse valso avrei detto: ‘Dal momento che se n’entrarono senza picchiare all’uscio, come se fosse stata casa loro, io credetti che fossero nostri’.

Tutti risero della scusa.

E Don Diego: ‘Davvero, Paolo’, disse, ‘che voi vi accomodate al bisogno’.

Era proprio degno di  nota il vedere il mio padrone tanto posato e scrupoloso, io invece tanto sbarazzino che l’uno era l’opposto dell’altro: lui la virtù, io il vizio.
La padrona di casa non capiva in sé dalla gioia perché lei e io s’era, come al gioco del rovescino, i due contro l’uno e stizzoso, e avevamo fatto lega insieme contro la spesa delle provviste di casa.

Io ero il dispensiere, il dispensier

Giuda, che d’allora in poi acquistai una certa passione a far l’agresto in quella mia mansione. In mano alla governante di casa poi la carne non serbava la progressione voluta dalla retorica, ma andava sempre diminuendo. Quel giorno che le riusciva di darci della capra o della pecora, non ci dava del castrato; se poi ci aveva degli ossi non metteva in tavola del magro, e faceva quindi certe minestre pallide, deboli, certi brodi che, a rapprenderli, se ne potevan fare fili di vetro. A Natale e a Pasqua, tanto per cambiare, perché nella pentola ci fosse del grasso, soleva metterci dei mozziconi di candele di sego.

Diceva al mio padrone, in mia presenza:

‘Sicuramente non c’è che Paolino che sappia servirci cosí; il mal è che è un po’ birichino. Però ne tenga di conto vossignoria, perché ben gli si può perdonare l’essere birichino, per la sua fedeltà’.

Io, di conseguenza, dicevo lo stesso di lei, e così ingannavamo tutti.

Quando compravamo olio all’ingrosso, carbone o carne salata di maiale, se ne sottraeva la metà; e quando poi ci pareva, si diceva lei e io:

‘Ma moderatevi nello spendere, signori, perché, se fanno tanto presto, davvero che non basta la rendita del re. È già finito l’olio e il carbone, tanto hanno avuto furia. Don Diego ne farà comprare dell’altro, ma bisogna cambiar registro; che dia i danari a Paolino’.

I denari mi venivano dati e noi vendevamo loro per metà l’agresto e per l’altra metà di quello che compravamo: e così per tutto. Se talvolta io compravo al mercato qualche cosa a quanto realmente valeva, a bella posta si questionava la padrona di casa ed io.

Lei diceva, fingendosi in collera:

‘Non me lo venite a dire a me, Paolino, che questi sono due soldi d’insalata’.

Io fingevo di piangere, strepitavo e andavo a lamentarmi dal mio padrone e lo pressavo perché mandasse a informarsi il maggiordomo; sì che la padrona, la quale a bella posta insisteva, si chetasse. Il maggiordomo andava, s’informava e così convincevamo il padrone e lui stesso, i quali ci rimanevano obbligati, a me per la mia condotta, alla padrona per la premura con cui mostrava di fare il loro interesse.

E Don Diego, tutto soddisfatto di me, le diceva:

‘Fosse altrettanto virtuoso Paolino quanto è fidato! questa è onestà bella e buona. Cosa me ne dite voi?’.

In questo modo ce li tenevamo soggetti e li succhiavamo come mignatte.

Scommetto, signor lettore, che vossignoria troverebbe spaventevole vedere che somma in capo all’anno!

In verità doveva esser grossa, ma non da obbligare alla restituzione, perché la nostra governante pur si confessava e comunicava ogni otto giorni, né mai scorsi in lei un indizio e un’idea di volere restituire alcunché e di farsi degli scrupoli, essendo, come dico, una santa donna. Portava sempre al collo un così grosso rosario che sarebbe stato piú agevole caricarsi un fascio di legna. A mazzi ne pendevano immagini, croci, grossi chicchi con annesse speciali indulgenze, e lei andava dicendo che su ciascuna di queste cose pregava ogni notte per i suoi benefattori. I suoi santi avvocati erano più di cento: e davvero che aveva bisogno di tutti questi soccorsi per riscattarsi dai suoi peccati. Si coricava in una stanza piú su di quella del mio padrone e recitava piú orazioni che un cieco. Cominciava con ’orazione Giusto Giudice e finiva col Conquibules – come diceva lei – e la Salve Regina. Le recitava in latino apposta per darsi aria di semplicità, sì che noi tutti ci si scompisciava dal ridere.

Aveva poi mille altre virtù: forniva  pratiche amorose, faceva da gancio fra gli spassi, che è quanto dire era ruffiana ma si giustificava con me col dirmi che era un’eredità di famiglia, come per il re di Francia il guarire la scrofola.

Il signor lettore penserà che si stava sempre d’accordo…

…Ma chi non sa che due compari, se cupidi l’uno e l’altro, facendo lega insieme debbono cercare d’ingannarsi a vicenda?

Avvenne questo: la padrona allevava delle galline nella corte e io avevo voglia di mangiarmene una.

C’erano un dodici o tredici polli grossicelli; un giorno che stava dando loro da mangiare cominciò a fare: “pio, pio”, ripetutamente.

Io al mentire quel modo di chiamarle mi misi a gridare dicendo:

‘Perdio, padrona! meglio aveste ucciso uno o rubato danaro al re (cosa che io avrei potuto tacere) ma non aver fatto quel che avete fatto, che è impossibile non riferirlo. Poveri me e voi!’.

Vedendomi lei far tante smanie e tanto sul serio, si preoccupò un poco e disse:

‘Ma, Paolo, cos’ho fatto? Se hai voglia di scherzare non mi seccar oltre’.

‘Scherzare? Caspita! Io non posso tralasciare di darne parte all’Inquisizione, altrimenti sarei scomunicato’.

‘L’Inquisizione?’ diss’ella, e cominciò a tremar tutta;
‘ma che forse ho fatto qualche cosa contro la fede?’.

‘Questo è ancora di peggio!’ dicevo io; ‘non scherzate con gl’Inquisitori; dite che siete stata una scema e che ora vi ricredete, ma non negate la bestemmia e la profanazione’.

E lei, piena di paura:

‘Ma, Paolo, e se io mi ricredo, mi si punirà?’.

‘No’, risposi, ‘vi assolveranno e basta’.

‘E allora io mi ricredo, disse; ma dimmi tu di che, perché io non lo so; così possano essere in cielo le anime dei miei morti’.
‘Possibile che non ci abbiate badato? Non so come fare a dirlo: l’irriverenza è tale che non me ne dà l’animo. Non vi ricordate d’aver detto - Pio Pio - ai polli? E Pio è nome di papi, dei Vicari di Dio e capi della Chiesa! O mandatevelo giú quel peccatuccio!’.

Lei rimase mezza morta e disse:

‘Paolo, è vero! ma, che Dio non mi perdoni se l’ho fatto a malizia. Io mi ricredo: tu guarda se c’è una via da potersi evitare l’accusa, perché se mi vedessi davanti all’Inquisizione ne morirei’.

‘Purché voi, sopra un altare consacrato, giuriate che non l’avete fatto a malizia, io, così rassicurato, potrò tralasciare di accusarvi. Sarà però necessario che questi due polli che hanno mangiato, accorsi al nome santissimo dei pontefici, me li diate perché io li porti a un ministro dell’Inquisizione a farli bruciare, essendo maledetti; e inoltre dovete giurare di non ricaderci più mai’.

Tutta contenta lei disse:

‘E portateli pur via, Paolo, ora: domani poi giurerò’.

Io per convincerla meglio dissi:

‘Il peggio si è, Cipriana (così si chiamava) che il rischio è mio, perché il ministro dell’Inquisizione mi domanderà se sono stato io, e frattanto mi potrà dare la tortura. Portateli voi, che io, perdinci, ho paura’.

‘Paolo’, disse ‘al sentir questo, per amor di Dio, abbi pietà di me e portali tu, ché a te non ti può succeder nulla’.

Lasciai prima che con insistenza mi pregasse, e finalmente (era quel che volevo) mi risolsi, presi i polli, andai a nasconderli in camera mia, facendo finta di andar fuori e poi tornai dicendo:

‘È andata meglio di quel che credevo; quel caro ministro voleva venir dietro a me per vedere chi era la donna, ma io l’ho pulitamente ingannato e raggirato’.

Cipriana mi dette mille abbracci e un altro pollo per me; ed io, andatomene col pollo là dove avevo lasciato i suoi compagni, li feci fare in cazzeruola a casa di un pasticciere che ce li mangiammo con gli altri domestici. Vennero Cipriana e Don Diego a risapere l’imbroglio, e ne fecero gran festa tutti i dozzinanti. La padrona se ne accorò tanto che per poco non ne morì, e dalla rabbia fu a un pelo (non avendo più ragione di tacere) di far sapere le mie ruberie sulla spesa. Ormai, vedendo che m’ero rotto con la padrona e che non potevo più fargliela, mi misi in cerca di nuovi piani di spasso. Mi detti perciò a quello dell’arruffare di sorpresa andando di burina, come si dice fra la scolaresca.

(F. de Quevedo, L’imbroglione)

















mercoledì 29 novembre 2017

LA NATURA MIA MADRE (47)




















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La Natura mia madre (46)

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...&  il loro 'Verbo'... (48)













MA CHI SEI TU CHE PARLI DEL NOSTRO FEUDO!


(sbraita urla impreca e colpisce non vista la calunnia asservita serva del secolar suo prezioso padrone il quale tante volte abbiam dipinto fra una riga fra una strofa fra un Pensiero attraverso il Sentiero di un bosco con cui comporre nobile Natura ma quantunque senza mai dargli un nome degno di qualsivoglia onore giacché anche questo [conferire nome] comporta e sottintende [ed ammette una creazione] una specie un regno sicché nominar tal materia privata di ogni Natura è offendere qualsiasi Dio; ed allora nominiamo ciò che era ed è pur la strana apparenza la quale inganna ogni vista: FEUDO di una Storia mai compresa e condivisa, nella differenza, di chi servo del proprio padrone qual vera propria misera e meschina bassa natura, privata cioè, della qualità del PENSIERO il qual rende - o dovrebbe - l’uomo differente fra ciò che caccia e da cui per sempre cacciato da una vendetta coniata che fanno dell’Elemento, ogni Elemento, padre supremo di una mistica che difetta di pietra calce e architettura e nell’apparente povertà dell’intelligenza, quella, in verità e per il vero, con cui si compone l’Universo intero… privata cioè, del dono della parola… Solo talvolta si ode qualche Verso strano comporre l’antica Rima della vita come un frusciare di chiome come un ululato di lupo come un soffio di vento annunciare la Primavera o l’Inverno ancor più astuto Diavolo taciuto… E come detto il Feudo scalciar l’ordine antico quell’ordine mai compreso… che lo vogliono Secondo e mai Primo in questa Giostra di cui si compone la misera sua vita…)




“Va’ per la tua strada, passa, imperatore, tu sei fermo sul tuo cavallo, io son fermo sul mio cippo, anche di più. Tu passi, io non passo. Perché io sono la Libertà”.

Ma non ho il coraggio di dire cosa accade di quest’uomo.

L’aria gli si fa pesante attorno, e respira sempre meno. Sembra incantato. Non può più muoversi. Sembra paralizzato. Anche le sue bestie dimagriscono, sembra che gli abbiano gettato un malocchio. I suoi servitori muoiono di fame. La sua terra non produce più. Gli spiriti di notte la spogliano.

Resiste:

“In casa propria il pover’uomo è re”.

Ma non lo lasciano in pace.




Viene citato, e deve rispondere alla corte imperiale. Ci va, fantasma del vecchio mondo, di cui nessuno sa più nulla. “Cos’è?” dicono i giovani. “Come, non è signore, non è servo. Allora non è niente?”

“Chi sono?”

“Sono colui che piantò il Primo Albero della che ho arginato i fiumi, ho coltivato l’alluvione, io ho creato la terra, come Dio che la trasse dalle acque. Da questa terra, chi mi caccerà?”.

“No, amico,” dice il vicino, “non ti cacceremo via. La coltiverai, questa terra... ma non come credi…”.



…ED INTANTO LA NATURA SUA FIGLIA…

…Ecco, si prostra, l’adora. Prima gli rende l’omaggio, nelle forme del Tempio, simbolo dell’abbandono assoluto della volontà. Poi il suo padrone, il Principe del mondo, il Principe dei venti, le soffia come uno spirito di tempesta. Riceve insieme i tre sacramenti a rovescio, battesimo, sacerdozio, matrimonio. In questa nuova chiesa, esatto specchio dell’altra, tutto deve essere rovesciato. Sottomessa, paziente, sopportò la crudele iniziazione, sorretta dalla parola: vendetta. Nient’affatto sfinita, invece di perdere le forze alla folgore infernale, si rialzò che faceva paura, gli occhi scintillavano. La luna che, casta, s’era un momento velata, si spaventò a rivederla. Gonfia da far spavento del vapore infernale, di fuoco e di furore, di (novità) un certo qual desiderio, fu per un momento enorme di questo eccesso di pienezza, e d’una bellezza orrenda. Si guardò intorno.




E la natura era cambiata.

Gli alberi avevano una lingua, raccontavano le cose passate. Le erbe erano dei semplici. Certi arbusti che ieri pestava come fieno, erano ora persone, e parlavano di medicina. Si svegliò l’indomani tranquilla e sicura, lontano, molto lontano dai suoi nemici. L’avevano cercata. Non avevano trovato che qualche lembo sparso della fatale veste verde. S’era buttata, disperata, nel torrente? Il demonio l’aveva rapita viva? Chissà. In ogni caso, dannata, non c’è dubbio. Che consolazione, per la signora, non averla trovata! L’avessero vista, l’avrebbero riconosciuta appena. Tanto era cambiata! Solo gli occhi restavano, non brillanti, ma armati di una stranissima luce, poco tranquillizzante. Lei stessa aveva paura di fare paura. Non li abbassava. Guardava di lato; nell’obliquità del raggio, ne ostacolava l’effetto. Di colpo scura, si sarebbe detto che  fosse passata sulla fiamma. Ma chi osservava meglio avvertiva che questa fiamma era in lei, che possedeva un impuro e ardente fuoco… ed aspro è l’inverno, lungo e triste nel tetro nord-ovest suo Regno. Anche quand’è finito, a volte riprende, come un dolore addormentato, che torna, a volte infierisce.




Un mattino, tutto si sveglia addobbato d’aghi brillanti. In questo ironico splendore, crudele, dove la vita rabbrividisce, tutto il mondo vegetale sembra essersi fatto minerale, perde la dolce varietà, diviene rigido e ruvido di cristalli. La povera Natura ora Sibilla, al torpore del misero fuoco di foglie, sferzata dalla tramontana pungente, sente la verga severa nel cuore. Sente il proprio isolamento. Ma proprio questo la sorregge. Ritorna l’orgoglio, e insieme una forza che le scalda il cuore, illumina lo spirito. Tesa e viva, penetrante, la vista le diventa acuta come questi aghi, e il mondo che lei patisce, questo mondo crudele, è trasparente come vetro. Allora ne gioisce, come d’una conquista sua.

Non ne è la regina?

Non ha una corte?




C’è un rapporto evidente tra lei e i corvi. In schiera dignitosa, seri seri, vengono, come antichi àuguri, a parlarle delle cose del tempo. I lupi passano timidi, salutando con occhiate di traverso. L’orso (meno raro allora) a volte si siede goffo, colla sua mole bonaria, sulla soglia della caverna, da eremita in visita a eremita, come sovente si vede nelle ‘Vite’ dei padri del deserto. Tutti, uccelli e animali, che l’uomo quasi non conosce che perché li caccia e li uccide, sono dei proscritti, con lei. Si capiscono. L’Innominato Dèmone è il grande proscritto, e dà ai suoi la gioia delle libertà della natura, la gioia selvaggia d’essere un mondo che basta a se stesso. Aspra libertà solitaria, salve. Tutta la terra sembra ancora vestita di un sudario bianco, prigioniera di un ghiaccio pesante, spietati cristalli uguali aguzzi crudeli.




Lui il Dèmone antico non l’ha previsto, che non si potesse soddisfarla con nessuna creatura. Quel che non ha potuto lui, lo fa un non so che di cui non si sa il nome. A questo desiderio immenso, profondo, vasto come un mare, lei cede, si addormenta. In questo momento, senza ricordi, senza odio né pensiero di vendetta, innocente suo malgrado, dorme sulla prateria, proprio come chiunque altra, la pecora o la colomba, distesa, raggiante; non oso dire, innamorata.

Ha dormito, ha sognato.

Che bel sogno!

Come dirlo?

 Il mostro meraviglioso della Vita Universale si è sprofondato in lei; ormai vita e morte, tutto porta dentro, e al prezzo di tanti dolori, ha concepito… la Natura.

(…ispirato da Jules… & da una Strega…. Ed accompagnato dalle fotografie di: Shane Salzwedel)

















domenica 26 novembre 2017

LA MORTE DEGLI DEI (45)
















Precedenti capitoli:

Quando l'ingegno non conta (43).....

& la Verità divenire immonda Eresia... (44)

Prosegue in:

La Natura mia Madre (46/7)













                                             MORTE! MORTE AGLI DEI PAGANI!






Un monaco enorme, dai neri capelli appiccicati sulla fronte in sudore, minacciava la Dèa giacente a forma di albero: un grande faggio un castagno; colpisce con una forza barbara ed ad ogni colpo, io assiso lontano, traduco una Rima il pianto sommesso da un diverso Universo estraneo e Primo del tempo consumato, mentre Lei, Grande Madre invoca il mio aiuto!

Egli cercava dove colpirla.

Qualcuno consigliò:

‘Sul ventre! Sul ventre! Che non generi i maledetti suoi frutti!’.

Il corpo argenteo si ammaccava deformandosi per i colpi picchiati, martorianti del ventre di Madre Terra, nutrice degli Dèi e degli uomini!
Un vecchio pagano si coperse il viso per non vedere il sacrilegio, Wu-Ming piangeva in silenzio, e invocò la distruzione del mondo intero, la vera Apocalisse, la fine universale di ogni Elemento pregato; la vendetta della Terra, che non avrebbe più dato neppure una spiga agli uomini.




Un strano eremita venuto dai deserti della montagna, vestito di pelli di pecora accompagnato da un’altrettanto strano pastore e calzato con sandali ferrati e un bastone s’avvicinò alla Dèa:

“Per quarant’anni non mi sono lavato dai tempi dell’eremita ‘Giulio il gobbo’ onde non vedere la nudità del mio e suo italico corpo e non essere indotto in tentazione, e venendo in città, mi tocca vedere in ogni angolo i corpi nudi di questi Dèi della malora! Quando finirà questa tentazione demoniaca alla loro nudità preferiamo l’ancora angolare della nostra pietra cementata. E così dicendo, il vecchio colpì rabbiosamente, col sandalo ferrato donato da una offerente Maddalena in attesa vicino al Tempio, il petto di Cibele, accanendosi contro le nude mammelle ricolme di castagne che sembravano più che vive. E non fu neppure troppo contento se non quando le schiacciò a martellate sotto i pesanti talloni.

Tieni! Piglia questo, infame! Puttana! Strega! Piglia su cagna!”.

Ma la Dèa continuava ugualmente a verdeggiare ad ogni stagione e con l’Autunno i colori e le Rime risplendevano dell’Infinito Dio Straniero.

Allora la folla accecata dal miracolo oppure dal Demonio (solo questione di cultura alla rosa dei venti esposta) la prese e la gettò nel fuoco, ma UN OPERAIO IN NOME DELLA NUOVA RELIGIONE PREGATA E APPESTATO D’AGLIO, VOLLE CON FOGA AMMACCARLE IL VISO!




E il rogo si drizzò, enorme, fatto con tutto il legname delle foreste d’intorno, e la Dèa fu gettata tra le fiamme e qualcuno gridò:

“Vogliamo vedere se ne esce il Diavolo! Dicono che ogni idolo a forma di albero contenga il demonio, e le Dee anche due o tre… E quando comincerà a fondere, il maligno avrà troppo caldo e scapperà dalla bocca immonda sotto forma di Serpente a farfugliare Frammenti decrepiti di un Giano ripudiato da questa Geometria degna del nostro gregge alta fin sul campanile contare e coniare il  Tempo della nostra venuta perché così è scritto circa l’immonda Natura… Ricordatevi gente qui riunita due anni sono passati quando abbiamo distrutto il Tempio di Afrodite, vi fu chi asperse la statua con acqua benedetta; ebbene, lo credereste? Dalle vesti vennero fuori piccolini diavolini. Sicuro! Li ho visti con questi occhi. Puzzolenti come animali e poi, addirittura, uno enorme come e più di un cervo con due corna e una coda pelosa, eravamo invasi da queste immonde creature della Terra, tutta la nostra città ne era invasa e solo il nobile cacciatore seppe porre giusto rimedio e sterminarli per poi banchettarli, fu il nostro più grande diletto…




GIAMBLICO PALLIDO COME UN CENCIO, con gli occhi spenti, prese Giuliano per mano e lo trascinò lontano vicino ad un bosco alto ricolmo di Pini e annunciò la sua Profezia:

“Tu Giuliano comporrai in Rima e questi folli dovrai sconfiggere perché sei e sarai RE!…. E sappi”

Continuò Giamblico tenendo la mano tremante di Giuliano, sappi…

“CHE LA BESTIALITA’ NON PUO’ OFFENDERE GLI DEI”

(…Liberamente ispirato dalla feroce morte degli Dèi dall’inviato D. Merezkovskij narrata…)





IL FANCIULLO PARLA per mezzo di storie e leggende….


In quel mondo antico e ancora giovane splendide leggende insegnavano che l’Albero e con lui l’intera Natura ove dimora possiede un’Anima, un grande Spirito! Una di queste è l’Albero della Vita: un’Anima benevola e feconda da cui hanno origine le copiose sorgenti dei quattro fiumi che vanno verso le quattro parti a fondare vita nel mondo. Un’altra leggenda è quella siriaca dell’Albero del dolore: un’Anima prigioniera, vulnerabile, sofferente, sepolta dentro la corteccia. Le due credenze producevano medesimo risultato: un grande rispetto per l’intera Natura da loro edificata.

…L’anfiteatro delle montagne sul primo gradino ha i grandi castagni. Questi costruiscono il venerando ingresso della Foresta. Sono i veri Patriarchi, ortodossi monolitici estranei al divenire del Tempo curvi e chini alle proprie icone pregare la DEA CHE COSI’ LI CUSTODISCE E PRESERVA NEL PROPRIO EREMITAGGIO PIEGANDOLI AL TEMPO TANTE’ CHE I FOLLI - PRECEDENTEMENTE DETTI - NON OSEREBBERO MAI ATTENTARE L’EREMO DI CODESTO SECOLARE ORTODOSSO TEMPIO.




Codesto Eremo così narrato assai grande ed ambizioso nonché fecondo sparge tutt’intorno cinque o sei altri bei Templi e con loro castagni: felice e gioconda posterità che lo rassicura sulle ferite e le perdite che subisce. E per quanto scavato sia, quel tronco originario verdeggia, felice di vedere i diavoli detti, oppure, e forse ancor meglio, quei diletti angeli suoi figli intorno a sé. Il castagno vuole aria e spazio. Ama i diradamenti. Le sue foglie così verdi di vita aperte come mani hanno una forma si direbbe parlante ed io li ho pur uditi nei loro monologhi, nelle loro ortodosse litanie...

Ma la vera Foresta, la vera Cattedrale comincia più in alto, coi Faggi e gli Abeti geni e specchio di un Dio incompreso. Se la loro ombra palesa l’affresco del Primo Dio resuscitato dal gene della Memoria è mistica gradita ammirarne i contorni le prospettive i disegni i fraseggi così ben dipinti fin su in alto là ove si intravede la cima… Lui Genio incompreso, sorride perché sa la sua opera preziosa. Questi Geni annunciati da fedeli e composti Ortodossi non spendono nulla per sé, sono di un cristianesimo primitivo mal compreso per poi leggerlo attraverso ogni cerchio, giacché prima del primitivo annunciato, ancora un altro ed un altro ancora che la resina accompagna la Rima oppure comporre Frammento incompreso di Vita per chi verrà ancora al medesimo Golgota arso...




Nessun lusso! Nessun ornamento!

…Eccetto quando li estirpano dalla propria Chiesa e li vestono ed illuminano alla Materia composta al rogo di uno strano presepe… per poi vederli morire in strani altari: logge e giardini di un immondo peccato così mal celebrato…

Essi salgono e fuggono, infilano come possono le loro esili radici sempre più in alto perché d’incanto dichiarati Eretici e sorreggono l’intera volta dall’Ortodosso castagno ammirata; e quando la montagna scoppia e si riempie di nuove fenditore accompagnate dal secolar crociato liberare la propria Terra e costruire un antico sepolcro di un Dio morto, la montagna e con lei l’intera cattedrale si ode gridare:

FIGLI MIEI TENETE DURO!




Ed ecco che dall’alto come tavole di pietra gettate da un Mosé irato una valanga di pietra a punire cotal Eresia: la Natura va domata non v’è Anima Corpo e Spirito e io qui vi maledico... E un terribile boato: neve ghiaccio cemento calce plastica detriti ferro e fuoco si stacca come un terremoto inaspettato. In questa crociata tutti gridano e urlano… e se non fosse per quegli Eretici aggrappati alla volta della cattedrale tutto sarebbe rovina morte e disastro, loro con i loro papiri di corteccia hanno profetizzato e difeso le mura dalla pietra…

(Liberamente (re)(i)spirato dalla Montagna di J. Michelet)




Alcuni autori affermano che, poco prima della vittoria del cristianesimo, una voce misteriosa percorreva le rive dell’Egeo, dicendo:

‘Il gran Pan è morto’.

L’antico dio universale della natura non c’era più.

Che gioia!

Si pensava che, morta la natura, fosse morta la tentazione. Tanto a lungo sconvolta dalla tempesta, l’anima umana sta dunque per trovare riposo. Si trattava della fine dell’antico culto, semplicemente, della sua disfatta, dell’eclissi delle vecchie forme religiose?

Per niente.



Consultando i primi documenti cristiani, ad ogni riga si incontra la speranza che la Natura scompaia, la vita si spenga, che si giunga finalmente alla fine del mondo. Basta con gli dèi della vita, troppo a lungo ne hanno fatta durare l’illusione.

Tutto muore, crolla, affonda.

 Il Tutto diviene il nulla:

‘Il gran Pan è morto’.

Che gli dèi dovessero morire non era una novità. Molti antichi culti si fondano proprio sull’idea della morte degli dèi. Osiride muore, Adone muore, d’accordo, per resuscitare.

Ma ora è tutto diverso…

I primi cristiani non meno dei nuovi falsi credenti, in generale e in particolare, per il passato non meno dell’odierno futuro celebrato per l’avvenire dell’intero Creato maledicono la Natura in sé. La condannano tutta intera, vedono il male farsi carne, addirittura, il demonio in un fiore. Vengano dunque, meglio prima che poi, gli angeli che sterminarono le città del mar Morto, l’abbiano vinta, rivoltino come un guanto la vana figura del mondo, liberino finalmente i santi da questa lunga tentazione…

(Di più non dico…e talvolta li maledico... nella Natura assiso)  
















venerdì 17 novembre 2017

...E CHI SCESO DAL TRENO (non meno dell'antico veliero) ovvero: LOTTE IN RIMA AL CROCEVIA DELLA VIA (41)








































Precedenti capitoli:

Noi da Mattera andiamo a Folligno.... (40)

Prosegue in:






















Lotte in Rima (& una strega a bordo) (42) &






















...& la demenza scende in campo (ovvero quando l'ingegno non conta) (43)













Una prima rappresentazione della ‘Nave dei folli’ è di Hieronymus Bosch: un dipinto su tavola conservato al Louvre, una metafora subito ricondotta a quella dell’Albero del Peccato originale, da cui derivò la tentazione di Eva.

La Follia assume un carattere paradigmatico: il peccato originale costituisce, in senso mistico, la follia per eccellenza (da curare da estirpare, ricordiamo e rimembriamo il terribile ‘Martello delle Streghe’), è cioè una metafora della ‘colpa’ secondo il simbolismo biblico di cui l’albero della tentazione è divenuto l’esponente.




Sì, il mondo sa che può conoscere, ma, appunto per questo, sprofonda allegramente e tragicamente nel peccato!

Oggi a distanza di secoli da questo testo in Rima da cui talune mie osservazioni che meglio stratigraficamente parlando indagano la terra di cui il ‘colto frutto’. Del resto è innegabile che proprio della ‘follia’ fu vittima l’intera Europa unita qualche decennio neppur remoto…

…Comunque proseguiamo…  

…Oggi dicevo è pur in atto una riforma, medesima,  la quale ai tempi di Brant fu avviata dall’Inghilterra, oggi per sua stessa mano prosegue in difficile ed impervio cammino esulando dall’Europa quindi dalla patria del Brant detto.




Una vecchia contesa?
Una antica sfida?
Una giostra al crocevia di una globalità diversamente interpretata?

Vedremo!

Noi siamo pur folli ma con la pretesa chi il più e vero folle della contesa…




Non pochi, soprattutto in Germania, si sono provati nell’impresa di chiarire le ragioni del successo della ‘Nave dei folli’: in primo luogo, il fatto che la Nave abbia un protagonista ben noto all’epoca, il ‘Narr’, matto, stolto, ‘fou’, ‘fool’, folle, figura che aveva addirittura sanzione ufficiale.
E certo, anche, che il ‘fou de cour’ cominciava ad essere guardato con sospetto dal mondo borghese di Brant (e sottolineo che il Tempo non certo mutato nell’inganno di quanto contato & numerato), non fosse che per i privilegi di cui godeva in un periodo in cui l’assolutismo monarchico veniva messo in forse; appariva, soprattutto, un residuo ‘pagano’, di tempi in cui la monarchia non era posta in discussione, ricordava i nani delle corti bizantine, ottomane, egizie, e i sovrani cristiani erano costretti a mettere la sordina ai loro ‘fools’, in un certo senso ad igienizzarli per renderli accettabili.

Per gli abitanti di città laboriose ordinate apparentemente ligie alle leggi timorose di Dio nelle pratiche delle proprie ed altrui antiche arti metallurgiche frutto di rimembranze di un mondo alchemico mal interpretato (e forse non solo quello) il ‘fool’ era ed è una sopravvivenza che proprio per questo poteva e può assumere una funzione di nuovo tipo, quasi potremmo dire una condizione Ereticale demonizzata dal costante progredire della materia nella propria imperturbabile crescita ed ascesa al medesimo trono del ‘superiore potere’ da cui il vero folle delle masse iper-urbanizzate difetta grazie alla propria follia affine e simmetrica ad una Natura anch’essa impazzita…




La ‘buffoneria’ la satira il sarcasmo, la verità rilevata e rivelata e detta nello specchio dell’altrui paradossale condizione,  in altre parole, venne in pratica espulsa se non addirittura demonizzata dalle corti come dall’intera socialità a 'codice a barre’ composta (ossia il codice morale detto sia modello unno o anglo con i suoi derivati poco marca la differenza qui posta); da ‘topos’ della rivelazione, si trasformò in segno dell’ ‘indegnitas hominis’, ossessiva, i quali contemporanei possono proiettare le proprie follie non meno delle proprie frustrazioni ed ossessioni (come il martello ci insegna), odierni ed antichi ‘contemporanei’  hanno edificato la propria ed altrui ‘dignitas’ quale pietra angolare nella propria ed altrui concezione del ‘Bene’ (con tutte le paradossali condizioni di una filosofia che forse per decenni ha pur mal-interpretato talune manichee condizioni nel Bene poste…), il metro di misura del successo in terra e della salvezza nell’aldilà (non meno che di qua).

L’arma spirituale del folle, la beffa istitutrice del distacco, venne così ad essere rovesciata, servì ai moralisti per denunciare appunto la follia e, di conseguenza, per legittimare ogni passata presente e futura persecuzione. Bisognava persuadere il folle a rinunciare alla sua follia (mezzi e metodi in questa sede mi astengo nell’enumerare); la Buffoneria andava pertanto messa a bando, rimossa, ed entro le mura della nuova città proibita (non avendo per il vero intuito bene la grande selva del Karma della vita) non doveva esserci più posto per l’eccesso (l’inizio del ghetto, in ricordo di un altro passeggero – fors’anche anche lui sceso da ugual vagone armeno di nome con la bocca cucita fedele a codesta disciplina impartita che da una stazione ad un porto corre fino al binario morto dell’intera linea… così asservita…); questa patologia ‘buffonesca’ nei termini della Memoria deve essere messa al bando ed essere circoscritta e relegata nel disordine organico se non addirittura patologico (avremmo tristi accadimenti circa codesti principi): la selva e l’intero bosco e con questo tutta la Natura deve essere finalmente redenta, cristianizzata secondo i principi della Riforma o Controriforma.




Nell’epoca di Brant non meno dell’odierno la dimensione che si impone è quella della Città globalizzata non più minacciata dalla selva, dalla foglia dalle stagioni che da queste derivano. Ogni selva è pur buona per il calore nel rogo che da questa deriva ed unicamente principia.

Qualsiasi diverso argomento sarà materia di una antica per quanto odierna Ortodossia!

Numerosi sono i dipinti tra la fine del Quattrocento e la metà del Cinquecento in cui si illustra l’estrazione della pietra della follia: un’operazione cruenta, che fa urlare di dolore il povero matto sottoposto all’azione implacabile e connessa (di più folli) di un metodo, cioè, feroce, dato che all’inizio del ‘genere’ era stato un ‘santo’ a provvedere, con tenerezza, alla bisogna. Non vi è posto nell’Universo ritmato e musicato di Brant, per il folle sogghignante che in mano regge probabilmente la marotta, o forse il bastone del nuovo pellegrino fuggito da queste città quanto dal secolare destino che tutte le accumuna: la crociata pugnata del falso per-benismo alla mecca del grande peccato globalmente consumato. Quindi non solo il Diavolo è folle, come si ostina a proclamare Brant, ma i pochi che si salveranno pellegrini anche loro sulla ‘barchetta di San Pietro’ nell’eterno paradosso da cui la condizione di una certa cultura posta fra Riforma e Controriforma, si incrocia nell’orgia e sconcio che ne deriva, il qual ‘folle’ indica esule per costretta natura da cotal pornografia… quotidianamente servita…

Qual è dunque l’antecedente, il modello della follia di Brant in rappresentanza della propria ed altrui genetica comporre futura rima?

È LO ‘STUPOR’, LA MANIA, L’EK-STATIS ACCOMPAGNATE ALLE VISIONI DI UN COMPROVATO E POPOLATO MISTICISMO  STRANIERO ALLE LORO SECOLARI DIMORE…

Il posseduto in compagnia dell’antica possessione diabolica, e se in passato erano e sono frati e preti (quantunque e sempre dottori al capezzale dell’eterno sciamano)… in Brant va demandata alla nuda persecuzione, e concludo: è ancora da venire l’inserimento della follia nel quadro clinico, giacché abbiamo aperto il post con un quadro e con un quadro intendo concluderlo essendo state create le dovute premesse nelle radici di medesima pianta nell’esclusione di ogni diritto e con lui il giusto godimento nella visione della Vita e con essa dell’intera Natura che certo il ‘folle’ più di una macchina capisce comprende e traduce…

E per questo ancor più folle….

(...PROSEGUE....)