giuliano

martedì 10 gennaio 2023

REPRISTINARE GLI ALTARI DEGLI DEI (ovvero i colori del Dio piumato!) (21)

 










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ciò che più ci stupisce (19/20) 


Prosegue ancora 


verso Aqua Verde (22)







L’apparizione del numero 1 dei Peabody Museum Papers segna un nuovo inizio nelle pubblicazioni del Museum of American Archæology and Ethnology.

 

D’ora in poi, afferma il prof. FW Putnam, i documenti speciali, finora pubblicati in connessione con le relazioni annuali, saranno emessi in una forma ottavo separata ma simile a intervalli irregolari, man mano che si ottengono i mezzi per stamparli. Parte 1 del vol. 10 di questa nuova serie, appena ricevuta, consiste in un interessante e ponderato saggio storico su una reliquia dell’antico Messico dal titolo “Standard o copricapo”, della signora Zelia Nuttall, accompagnato da tre tavole a colori.

 

Una traduzione tedesca in quarto del Dr. AB Meyer è apparsa nell'ultimo volume degli Abhandlungen und Berichte des K. Zoologischen und Anthropologisch-Ethnographischen Museums zu Dresden. Si tratta principalmente di un notevole pezzo di antica piuma messicana intarsiata d’oro del tempo di Montezuma, che fu uno dei primi doni ricevuti e inoltrati da Cortes all’imperatore Carlo V.




Successivamente fece parte della famosa collezione Ambras di armatura storica, figurante in vari cataloghi di quella collezione come un “cappello moresco”, un “grembiule indiano” e un “copricapo messicano”, ed è ora conservata nel Museo Imperiale di Storia Naturale di Vienna. Fu accuratamente restaurato dal defunto Prof. F. von Hochstetter, che ne pubblicò nel 1884 una descrizione come “stendardo” o “stendardo a forma di ventaglio”, basando questa identificazione principalmente sulla somiglianza che presentava con un “gonfalone a forma di ventaglio”.

 

Oggetto raffigurato dietro il ritratto di un guerriero messicano nella collezione “Bilimek” acquisita dal Museo nel 1878.

 

Nel presente saggio Mrs. Nuttall fornisce abbondanti testimonianze che il pezzo di piume in questione era un copricapo che in passato presentava tutti gli attributi di colore, forma e insegne del dio della pace Huitzilopochtli, il dio-eroe e divinità totemica dei messicani. Tale copricapo avrebbe potuto essere indossato solo al momento della conquista di Montezuma, ‘il rappresentante vivente del dio’, come ‘sommo pontefice e capo guerriero’.

 

Un copricapo emblematico esattamente simile, sottolinea, è raffigurato sulla cosiddetta ‘pietra sacrificale’ indossata da Jiz-oc, uno dei predecessori di Montezuma.




Si sostiene inoltre che il dipinto del guerriero “Bilimek” debba essere considerato come un rebus e non come un ritratto. L’‘oggetto a forma di ventaglio’ è lo stemma di piume di Quetzal, caratterizzante l’alto rango del guerriero, che era anche sacerdote, ed è rappresentato come rivestito di una pelle umana.

 

La casa = calli, pezzo di corda = mecatl, e frecce = tlacochtl, raffigurate in modo simile, danno, insieme alle insegne piumate del Quetzal quando decifrate con l’ausilio del segno complementare associato, i valori fonetici: (1) il cognome Calmecahua; (2) il titolo Tlacochcakatl = signore della casa delle frecce o capo supremo sia della pace come della guerra; e (3) la designazione tribale Quetzalapanecatl, nativo di Quetzalapan, località vicino al Messico conquistata dai messicani nel 1512.

 

Il quetzal conserva la sua bellezza anche da morto.




Così (anche se spennato come vuole l’indole dei più) lo descriveva tecnicamente l’ornitologo Ridgeway, che poté osservare solo esemplari impagliati: Le penne delle ali sono in gran parte nascoste dalle copritrici, lunghe, sfrangiate, di color verde-dorato, simili a penne d’oca, le cui estremità, oltrepassano il bordo esterno delle ali, e spiccano mirabilmente sul cremisi che si intravede fra esse. Le estremità delle nere remiganti, lasciate scoperte dalle penne copritrici contrastano col verde del dorso, ai cui lati si tengono quando sono in posizione di riposo.

 

Le scure penne centrali della coda sono interamente nascoste dalle lunghe copritrici superiori di essa, le quali sono di color verde-dorato con iridescenza azzurra o viola con sfrangiature soffici e sciolte. Le due copritrici mediane più lunghe superano in lunghezza l’intero corpo dell’uccello e si estendono ben oltre della coda, che ha lunghezza normale.

 

Sciolte e sottili, esse s’incrociano al di sopra della punta della coda, e quindi, gradatamente divergendo, formano un lungo ed aggraziato strascico curvilineo, il quale pende verticalmente quando l’uccello sta appollaiato vivacemente in orizzontale quando esso è in volo.




Le penne caudali esterne, di color bianco puro, contrastano col ventre cremisi quando si guardi l’uccello frontalmente o dal basso verso l’alto. Completano lo splendore della livrea i riflessi azzurro-violacei del piumaggio, che ha brillantezza metallica.

 

Il quetzal non è più grande di un piccione; ma, per colore e bellezza, esso supera ogni altro volatile. Stupefacente è la lunga coda. In sé, essa è nera e bianca, ma di sotto si diparte a cascata una serie di penne verdi, una più lunga dell’altra. Queste penne lunghe oltre un metro, di color verde-dorato, sono quelle che i sacerdoti aztechi usavano per i loro fantastici copricapi, e che, per l’appunto, ornavano il grande copricapo di Montezuma ricevuto da Hernàn Cortés.

 

Tutti noi stavamo là seduti, inconsapevoli, sulle prime del costante gocciolio dell’acqua. Era pomeriggio, ormai, e, al dire di Chon, le nubi stavano calando sulla montanagna per ‘dormire’.

 

Il quetzal sembrava non curarsi di noi: pesantemente appollaiato sul ramo, appariva immobile. Unico indizio di vita, il basso chioccolio da metronomo che ne faceva sussultare il corpo, e il rapido battito della lunga coda che accompagnava ogni verso.

 

Poi lo spettacolo finì.




Una nube più grossa delle altre ci calò lentamente davanti come un sipario, oscurando la foresta. Fradici, ci alzammo per riprendere il sentiero del ritorno. Ma il sentiero adesso era un ruscello gorgogliante. Gli uccelli cessarono di cantare per andare in cerca di qualche riparo asciutto. Le farfalle volarono a rifugiarsi sotto le foglie più grandi. Gli immensi alberi diventarono ombre indistinte. Sopra lo sgocciolio, ora lieve ora scrosciante, della pioggia si levava un unico suono: il fracasso delle scimmie urlatrici.

 

Il 13 agosto 1521, venne distrutta nel corso della conquista, fra le fiamme degli incendi e il fetore della morte, ‘una delle più belle città del mondo’. La vita azteca, tuttavia, non trapassò immediatamente in una sorta di limbo culturale.

 

La vita in quanto continuità biologica, proseguì.

 

Le abitudini degli uomini sono difficili da cambiare: il cibo e la sua preparazione, le attività artigiane continuarono, e, allo stesso modo, vasti e attivi rimasero i mercati. Ma i tributi provenienti a dorso di portatore, dai villaggi sottomessi di regioni come il Guatemala, furono ormai solo quelli richiesti dai conquistatori. Gli uccelli che un tempo fornivano le sgargianti penne per i costumi e gli scudi di guerra non li voleva più nessuno. Così, tra i primi articoli a scomparire dai mercati reali furono le penne del quetzal.




Membro della famiglia dei trogonidi, questo uccello, famoso per le splendide penne caudali verde-oro misuranti un metro di lunghezza, viveva, e vive, nelle foreste pluviali centro-americane, in una regione compresa fra il Messico meridionale e, attraverso il Chiriquì, il Panamà settentrionale.

 

Delle 75.632 specie di uccelli classificate dai naturalisti, il quetzal è forse la specie in assoluto più magnifica. Questo uccello ha una lunga storia di associazione coll’uomo delle Americhe; una storia che rimonta agli Olmechi, il popolo della gomma, di secoli precedenti i più noti Maya.  Penne di quetzal erano scolpite come motivo di decorazione architettonica, mentre le penne vere fungevano da simbolo di distinzione per vari tipi di elaborati copricapi.

 

Gli Aztechi lo chiamavano ‘quetzaltolotl’, ed è possibile che esso vivesse in cattività, con altri uccelli, nelle uccelliere reali, che fornivano ai tessitori di mosaici di piume le penne della muta. Il quetzal era anche un articolo di tributo. L’elenco azteco dei tributi a noi conservato riporta 371 villaggi tenuti a rendere un tributo annuo alla capitale messicana di Tenochtitlàn, e, fra questi, molti sono quelli obbligati a fornire una quantità enorme di penne caudali di quetzal.

 



Nell’antica mitologia azteca fu associato al serpente, e ne nacque Quetzalcoatl, il ‘Serpente piumato’, cioè il dio del cielo, superiore a tutte le divinità. Il mito diventò leggenda.

 

Col tempo, sviluppandosi il tema, il dio del cielo fu immaginato di pelle bianca; poi si narrò che, adirato per la condotta del suo popolo, il dio era salpato verso oriente su una zattera, giurando che sarebbe tornato per ‘Ce Actl’ ossia, secondo il calendario azteco, nel 1519.  Ora avvenne che Cortés arrivasse coi suoi armati proprio alla data fissata da ‘Quetzalcoatl’ per il proprio ritorno; e così, sfruttando la serie di coincidenze (malefiche), Cortés poté gettare una testa di ponte – cinquecento uomini contro migliaia! -, che, col tempo, avrebbe non solo distrutto le civiltà maya e azteca, ma altresì avviato la completa conquista dei due continenti americani. Tutto in base ad un equivoco, che fece intendere a Montezuma (nipote del primo Montezuma, detto l’‘Irato’) l’annunziato ritorno del ‘Sepente Piumato’.

 

(Victor Von Hagen, Alla ricerca del sacro Quetzal; 


la foto che chiude il post tratta dall'Amazzonia agosto 2022)









domenica 8 gennaio 2023

I RAGAZZI DELLA COMPAGNIA (o "bandidos" della foresta) & GLI INDIGENI











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i roghi della Tirannia 


armati dai bandidos! 


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che più ci stupisce 







Dopo quattro anni senza la demarcazione di un solo centimetro di territorio indigeno – mantenendo la promessa elettorale fatta dall'ormai ex presidente Jair Bolsonaro, i popoli indigeni attendono la “penna presidenziale”, affinché 13 nuove aree possono essere omologate nel paese. Queste informazioni fanno parte del rapporto di 129 pagine del Gruppo tecnico dei popoli indigeni, prodotto durante il processo di transizione del governo e consegnato al presidente Luiz Inácio Lula da Silva. I leader del movimento attendono la ratifica di questi territori alla fine di questo mese.

 

“Si raccomanda che, nei primi 30 giorni di governo, siano omologate le 13 terre indigene, per le quali debita istruzione procedurale ed esposizione delle motivazioni già inserite dal Coordinamento Generale Affari Territoriali del Funai, secondo il rito di regolarizzazione del possesso fondiario degli indigeni terre stabilite nel Decreto 1775/96”, si legge in uno stralcio della relazione.

 

Nel documento si afferma che “la non delimitazione dei territori indigeni, dovere costituzionale dello Stato brasiliano, ha sottoposto le popolazioni indigene di tutto il paese a una situazione di estrema vulnerabilità, poiché ciò, certamente, garantisce una maggiore protezione alle comunità indigene”.




Secondo il coordinatore esecutivo dell'Articulação dos Povos Indígenas do Brasil (Apib), Kerexu Yxapyry, alcuni di questi territori avrebbero dovuto essere omologati – che è la fase finale della demarcazione – ancora sotto la gestione dell'ex presidente Michel Temer (MDB). Altri, anche nei precedenti governi.

 

È il caso del Sawré Muybu IL, del popolo Munduruku, che è stato minacciato dai lavori del Complesso Tapajós, ancora sotto il governo di Dilma Rousseff (PT) e che oggi è una delle zone più devastate dalle miniere e dalla deforestazione in Amazzonia.

 

“Queste 13 sono terre che non hanno alcun processo che impedisca l'omologazione, nessuna causa legale che impedisca la conclusione della demarcazione. Sono lì pronti per essere firmati dal presidente. Non ci sono scuse”, avverte Kerexu.

 

Secondo l’antropologa Braulina Baniwa, della National Articulation of Indigenous Women Warriors of Ancestrality (ANMIGA), i popoli indigeni si aspettano che Lula ratifichi i primi 13 territori indigeni entro i primi 30 giorni del suo governo.

 

Membro del GL Popoli indigeni del governo di transizione dell'allora presidente eletto Luiz Inácio Lula da Silva, Braulina Baniwa descrive anche la dimensione delle aspettative dei popoli indigeni in questo nuovo momento.




“Si crea l’attesa di parenti che vengono da queste terre e che sono lì da tanto tempo, aspettando questo momento. Avere il territorio è avere uno spazio per pensare a politiche pubbliche rivolte alla comunità, poter lavorare in sicurezza, perché senza quello si affrontano le invasioni”, dice.

 

 “L'approvazione di una terra indigena è l’atto finale del processo di demarcazione. L’atto di demarcazione segue un complesso rito giuridico, che inizia al Funai con la creazione di un GdL per l’identificazione di un territorio indigeno, su richiesta della comunità e si conclude, dopo un lungo iter burocratico, con un’omologazione che viene fatta dal Presidente della Repubblica”, spiega l’ex presidente del Funai, Márcio Meira, che faceva parte anche lui del GdL.

 

C’è infatti grande attesa in relazione al nuovo momento della Fondazione Nazionale per i Popoli Indigeni (Funai), come si chiama ora l’ente, con le scelte di Joenia Wapichana alla presidenza, e Sonia Guajajara a Ministro dei Popoli Indigeni. Una delle maggiori sfide della politica indigena nel governo Lula sarà il bilancio, la base per rendere realizzabili le azioni.

 

“Questo budget non è sufficiente, ma il presidente Lula lo sa già e, con questo, spero che Funai abbia più sostegno finanziario dovuto alle esigenze dell’ente, che deve prendersi cura del 14% del territorio brasiliano”, ha detto Joenia, in un’intervista con UOL.




I territori indigeni che attendono solo la firma presidenziale per la loro omologazione sono: TI Aldeia Velha, appartenente al popolo Pataxó, a Porto Seguro, Bahia; TI Kariri-Xocó, del popolo Kariri Xocó, nel comune di São Brás, Alagoas; TI Potiguara de Monte, del popolo Potiguara, a Marcação, Paraíba; TI Xukuru-Kariri, dall'omonimo popolo, nel municipio di Palmeiras dos Índios, Alagoas; IL di Tremembé da Barra do Mundaú, del popolo Tremembé, a Itapipoca, Ceará; TI Morro dos Cavalos, del popolo Guarani, a Palhoça, Santa Catarina; TI Rio dos Índios, del popolo Kaingang, a Vicente Dutra, nel Rio Grande do Sul; TI Toldo Imbu, popolo Kaingang, nel comune di Abelardo Luz, a Santa Catarina; IT di Cacique Fontoura, Karajá, comune di Luciara, a São Félix do Araguaia, nel Mato Grosso; TI Arara do Rio Amônia, dal popolo Arara, dal comune di Marechal Thaumaturgo, ad Acri; TI Rio Gregório, di etnia Katukina, a Tarauacá, Acri; TI Uneiuxi, del popolo Nadahup, a Santa Isabel do Rio Negro, in Amazzonia; TI Acapuri de Cima, del popolo Kokama, nel comune di Fonte Boa, in Amazonas.

 

Oltre a questi territori, ce ne sono altri 66, in tutto il Paese, che si trovano in diverse fasi burocratiche. Secondo il Rapporto del Gruppo Tecnico dei Popoli Indigeni, 25 territori hanno i loro processi di demarcazione in attesa del decreto dichiarativo del Ministero della Giustizia e della Sicurezza.

 

“Ci sono 25 territori da riconoscere, da dichiarare. Ma dobbiamo continuare a camminare in quelli che hanno cause legali, valutando il livello di gravità”, sottolinea Kerexu Yxapyry. Ci sono ancora altri 41 territori, i cui processi di delimitazione attendono la cosiddetta demarcazione fisica.




Il Rapporto del Gruppo Tecnico dei Popoli Indigeni ha anche evidenziato la necessità di ristabilire le Ordinanze che Limitano l'Uso di Ituna Itatá, Piripkura, Pirititi, Tanaru con “efficacia fino alla conclusione degli studi per la delimitazione dei territori, nonché come l'immediata pubblicazione delle Ordinanze di restrizione d'uso di TI Jacareuba Katawixi e Mamoriá Grande fino alla conclusione degli studi per la delimitazione dei territori”.

 

Oltre all'ordinanza che ne limita l’uso, il rapporto raccomanda anche misure di mitigazione e la necessità di ratificare e preservare la Terra Indigena Tanaru, in Rondônia, dove viveva l’indiano del Burraco, morto l’anno scorso. Il TI ha 8.070 ettari e si trova tra i comuni di Chupinguaia, Corumbiara, Parecis e Pimenteiras do Oeste. Il territorio vive sotto continue minacce di invasioni e attacchi. 

 

Il documento chiede anche l’emanazione di un’ordinanza dichiarativa per 12 terre indigene, “per le quali i limiti dell'area e la determinazione della demarcazione fisica sono già stati conclusi dai rispettivi gruppi di lavoro”. Chiede inoltre il rispetto di 98 sentenze “che determinano la costituzione o ricomposizione da parte del Funai di Gruppi Tecnici al fine di concludere gli studi in corso di identificazione e delimitazione” e 150 processi finalizzati al rilascio di dichiarazioni di riconoscimento dei confini.




Kerexu Yxapyry lancia anche un appello a non trascurare il popolo Guarani Kaiowá , che da anni sta affrontando un processo di salvataggio del proprio territorio (che chiamano Tekoha) occupato dai contadini, nel Mato Grosso do Sul.

 

“I Guarani Kaiowá hanno territori bagnati dal sangue e dalla morte di leader, donne e bambini. È tutto molto invisibile dalla società”, denuncia e chiede punizione per le morti che avvengono all’interno dei territori.

 

Oltre ai Guarani Kaiowá, anche gli Yanomami subiscono continue invasioni dei loro territori per attività minerarie clandestine, che hanno causato lo sterminio di questa popolazione, come ricorda Kerexu.

 

“Lo sterminio del popolo Yanomami sta urlando. Sta accadendo quotidianamente in ogni modo all’interno del territorio, e non abbiamo avuto questo governo che se ne va, nessuna azione, nessun movimento per paralizzarlo, al contrario, abbiamo avuto molti incentivi, incitamenti affinché l’estrazione avvenisse in modo modo illegale e omicida all’interno di quel territorio. Abbiamo anche persone isolate e recentemente contattate, come abbiamo nella regione di Vale do Javari, dove sono stati assassinati Dom Philiphs e Bruno, proprio a causa di questo progetto, perché questa politica di protezione non è stata attuata, anzi”, denuncia.




Le richieste delle popolazioni indigene sono grandi e sarà una sfida per Funai riuscire a soddisfare così tante richieste, tenendo conto che il corpo è stato demolito durante l’amministrazione di Jair Bolsonaro. Secondo l’Annual Budget Bill (PLOA) 2023, presentato al Congresso Nazionale, l’agenzia avrà un budget di R$ 514 milioni, almeno R$ 83 milioni in meno, rispetto alle spese dell’agenzia nel 2022, che erano R $ 618,06 milioni.

 

Come se il deficit di bilancio non bastasse, Funai è stato attaccato dall’inizio alla fine dell’amministrazione Bolsonaro. “La struttura è demolita. Lui (Bolsonaro) è venuto a sterminare spazi come Funai e Sesai”, analizza il coordinatore esecutivo di Apib.

 

Márcio Meira, che ha guidato Funai dal 2007 al 2012, durante la seconda amministrazione Lula e la prima amministrazione Dilma, confronta la situazione di Funai durante la sua amministrazione con la situazione in cui si trova oggi l'agenzia.

 

“È un enorme, gigantesco abisso. Niente di paragonabile. Sappiamo che il Funai è un’istituzione complessa, con difficoltà, ha sempre avuto difficoltà nel corso della storia. Ma in nessun momento la situazione è stata così catastrofica come negli ultimi quattro anni”, afferma.




Per Meira, l’unico motivo per cui il Funai non si è estinto è stato grazie alla resistenza dei suoi servi e degli stessi indigeni che, attraverso azioni legali, sono riusciti a evitare l'estinzione dell'ente federale.  

 

Braulina Baniwa ritiene che il modo per soddisfare le richieste del Funai demolito sarà cercare l’aiuto di altri ministeri e con un dialogo aperto con il presidente Lula. “Raccogliere questa forza per soddisfare queste esigenze che sono rimaste ferme. Credo che abbiamo percorsi che possono portare ad altre partnership per consentire sia la rimozione degli invasori, sia il processo di demarcazione”, afferma.

 

Un momento di speranza e trasformazione nella politica indigenista brasiliana. Così l’ex presidente del Funai valuta l’attuale momento senza precedenti nel Paese, che per la prima volta ha un ministero dedicato alle popolazioni indigene, guidato da una donna indigena, Sônia Guajajara (PSOL); oltre a Funai, che ora ha, per la prima volta nella sua storia, una donna indigena a capo, Joenia Wapichana (REDE).

 

Per Meira, negli ultimi tre decenni, il Brasile ha visto l’emergere di una generazione di indigeni che è cresciuta, rafforzata e oggi ha tutte le capacità politiche e tecniche per assumere le direzioni della politica indigenista brasiliana.

 

“Penso che ci sia stato un cambiamento non piccolo, che considero un cambiamento che ha a che fare con un capitolo finale del ciclo di rottura del periodo di tutela, che è stato avviato legalmente nel 1988 con la Costituzione brasiliana. Ora penso che inizi l'ultimo capitolo di questa tutela, questa tutela statale, che è il protagonismo e l'autonomia degli indigeni a capo delle istituzioni che si occupano della politica indigenista brasiliana. Penso che questo sia un fenomeno fantastico in termini di trasformazione della politica indigena brasiliana”, sottolinea Márcio Meira.




I guerrieri Munduruku si riuniscono in una delegazione ed entrano nella foresta per identificare i punti di deforestazione, furto di legna, incendi, presenza di miniere e macchinari illegali – usati per abbattere alberi o mine –, costruzione di rami, tra le altre forme di violazioni. al territorio. Il lavoro di autodemarcazione di Munduruku viene svolto per garantire che i confini dell’IL siano protetti dagli invasori e, pertanto, vengono anche affisse targhe che identificano che il territorio appartiene al popolo Munduruku.

 

“Abbiamo portato avanti l’autodemarcazione del territorio a causa dei progetti di sviluppo che minacciano le terre di Munduruku, come Ferrogrão, corsi d'acqua, centrali idroelettriche, porti. Pertanto, dal 2014 diciamo che è un territorio indigeno. E noi cerchiamo questo, che tutti sappiano e che delimitino il territorio, perché è riconosciuto dal 2016, ma fino ad oggi non è stato delimitato”, riferisce Alessandra.

 

Nel settembre 2020, Amazônia Real, in collaborazione con Amazon Watch, ha sorvolato i territori di Munduruku, tra cui il Sawré Muybu TI, e le immagini prodotte dalla fotografa Marizilda Cruppe mostrano i progressi della distruzione delle foreste ad opera di taglialegna e accaparratori di terre, e l'inquinamento dei fiumi, causata dalla massiccia presenza di miniere che operano illegalmente nella regione.

 

“Sappiamo che con questo governo è difficile far decollare la demarcazione, ma non possiamo smettere di ispezionarla, perché non lo fa Funai, non lo fa ICMBio, non lo fa Ibama, non lo fa la Giustizia e, ora, vogliono ancora creare leggi per fermare la demarcazione delle Terre Indigene? Questo è gravissimo”, dice Alessandra Korap.




Allude al disegno di legge 490 – che modifica le regole per la delimitazione delle terre indigene in Brasile e apre scappatoie per la legalizzazione delle attività minerarie nelle terre indigene, il cui testo base è stato già approvato alla Camera dei deputati nel giugno di quest’anno – e, prevista per essere votata il prossimo 25, dall’STF, a Brasilia, dopo essere stata rinviata a giugno.

 

Il “tempo” è un dispositivo che guida il non riconoscimento dei territori indigeni delimitati dopo il 1988 – data di promulgazione della Costituzione – andando contro il diritto ancestrale di occupazione dei territori da parte dei popoli originari.

 

L’esito della sentenza STF, che riguarda una richiesta di riappropriazione di aree situate nel sud del Paese, appartenenti al popolo Xokleng, riguarderà tutti i territori indigeni del Brasile, dal momento che il processo in questione ha acquisito lo status di “ripercussione generale”.

 

“Il periodo di tempo interesserà non solo i territori Xokleng, ma tutti i territori indigeni, compreso il territorio Sawre Muybu. Ecco perché dobbiamo lottare contro queste agende anti-indigene a Brasilia”, dice Alessandra, che si sta già preparando a partire per la capitale federale e ad unirsi alle mobilitazioni previste nei prossimi giorni.

 

“Questo ci ha tenuti svegli la notte; ne siamo sempre preoccupati”, ammette il capo Juarez Saw.




“Continuo a guardare queste persone parlare di ‘cambiamento climatico’ e ‘riscaldamento globale’, ma continuano a comprare soia, carne, legname illegale e oro illegale dalle terre indigene, che proviene dalla deforestazione. Non sanno che siamo noi a tenere in piedi la foresta? Che siamo noi a versare il nostro sangue per proteggere la biodiversità?”, afferma Alessandra Korap.

 

In mezzo all’emergere di una serie di eventi climatici con ripercussioni disastrose in tutto il mondo negli ultimi mesi, Alessandra sottolinea il ruolo delle popolazioni indigene nella conservazione dell'Amazzonia, fondamentale per garantire la stabilità del pianeta, secondo gli scienziati.

 

Il discorso di Alessandra evoca anche la responsabilità degli atti compiuti dai pariwat (non indigeni in lingua Munduruku) nel processo di distruzione ed espropriazione delle risorse naturali. “C'è un insieme di infrastrutture in arrivo verso i nostri territori, perché se vedi una centrale idroelettrica, un porto o qualsiasi altra impresa, è accompagnato da più deforestazione, più invasioni e più sofferenza per la nostra gente. Non ci hanno mai rispettato”, spiega il leader. (Contributo di Elaíze Farias)

 

  (Amazzonia Real)







giovedì 5 gennaio 2023

REPRISTINARE I TEMPLI DEGLI DEI (13)

 










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di una e più Epistole 


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Seconda parte (14)


(& il capitolo completo) 


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dati & documenti (16)








Le foreste e le altre superfici boschive coprono oltre il 43,5% del territorio dell'UE e sono essenziali per la salute e il benessere di tutti gli europei. Da loro dipendiamo per l'aria che respiriamo e l'acqua che beviamo e la maggior parte delle specie che popolano la terraferma nel mondo trova in esse il rifugio e l'habitat ideali, grazie alla ricca biodiversità e al sistema naturale unico che rappresentano. Le foreste sono un luogo in cui connettersi con la natura, aiutandoci così a migliorare la nostra salute fisica e mentale, e sono fondamentali per preservare il dinamismo e la prosperità delle aree rurali.

 

Da sempre le foreste svolgono un ruolo estremamente importante nella nostra economia e società, creando posti di lavoro e fornendo cibo, medicinali, materie prime, acqua pulita e altro ancora. Per secoli sono state un fulcro vitale per il patrimonio culturale e l'artigianato, la tradizione e l'innovazione, ma, per quanto importanti fossero in passato, esse sono essenziali per il nostro futuro. Le foreste sono un alleato naturale nell'adattamento e nella lotta ai cambiamenti climatici e svolgeranno un ruolo fondamentale nel rendere l'Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050. Proteggere gli ecosistemi forestali significa anche ridurre il rischio di malattie zoonotiche e pandemie globali. Un futuro sano per le persone e il pianeta e per la loro prosperità dipende perciò dal garantire la salute, la biodiversità e la resilienza delle foreste in Europa e nel mondo.




Nonostante questa esigenza imprescindibile, le foreste europee sono oggi sottoposte a sollecitazioni crescenti, causate in parte da processi naturali ma anche dall'aumento dell'attività antropica e dalle pressioni da essa esercitate. Se negli ultimi decenni la superficie forestale è aumentata grazie ai processi naturali, all'imboschimento, a una gestione sostenibile e a misure di ripristino attivo che hanno favorito diverse tendenze al miglioramento, parallelamente lo stato di conservazione delle foreste dovrebbe essere considerevolmente migliorato, anche in quel 27 % di superficie forestale dell'UE protetta che dovrebbe essere maggiormente in salute. I cambiamenti climatici continuano ad incidere negativamente sulle foreste europee, in particolare, ma non solo, sulle aree forestali monospecifiche e coetanee. I cambiamenti climatici hanno anche portato alla luce vulnerabilità precedentemente nascoste che vanno ad aggravare altre spinte distruttive, come i parassiti, l'inquinamento e le malattie, ed incidono sui regimi degli incendi boschivi creando, per i prossimi anni, condizioni favorevoli ad un incremento della loro estensione e intensità nell'UE.

 

La perdita di copertura arborea ha subito un'accelerazione nell'ultimo decennio a causa di eventi meteorologici estremi e dell'aumento degli abbattimenti per diversi fini economici.




La nuova strategia dell'UE per le foreste intende superare queste sfide e sfruttare il potenziale delle foreste per il nostro futuro, nel pieno rispetto del principio di sussidiarietà, dei migliori dati scientifici disponibili e dei principi della politica del "Legiferare meglio". Ancorata al Green deal europeo e alla strategia dell'UE sulla biodiversità per il 2030, essa riconosce il ruolo centrale e multifunzionale delle foreste e il contributo dei silvicoltori e dell'intera catena del valore di questo settore nel dar vita, entro il 2050, a un'economia sostenibile e climaticamente neutra, garantendo nel contempo la ricostituzione, la resilienza e l'adeguata protezione di tutti gli ecosistemi. La nuova strategia sostituisce la strategia forestale dell'UE adottata nel 2013 e oggetto di valutazione nel 2018.

 

Gli impegni e le azioni proposte nella strategia contribuiranno al raggiungimento dell'obiettivo dell'UE di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 55 % nel 2030 stabilito dalla normativa europea sul clima, che sarà attuato dalle misure previste nel pacchetto "Pronti per il 55 %". Secondo la normativa sul clima, al fine di raggiungere il traguardo del 2030 e l'obiettivo di neutralità climatica, le istituzioni dell'UE competenti e gli Stati membri dovranno dare la priorità a riduzioni delle emissioni rapide e prevedibili e, allo stesso tempo, migliorare l'assorbimento dai pozzi naturali.




Le emissioni di gas serra e gli assorbimenti da parte delle foreste e dei prodotti forestali svolgeranno un ruolo cruciale nel raggiungimento dell'ambizioso obiettivo di rimozione netta per l'Unione di -310 milioni di tonnellate di equivalenti di CO2, come stabilito nella proposta di revisione del regolamento sull'uso del suolo, sul cambiamento dell'uso del suolo e sulla silvicoltura.

 

La strategia definisce inoltre il quadro politico necessario a garantire, nell'UE, una crescita costante di foreste sane, diversificate e resilienti che contribuiscano in modo significativo ai nostri obiettivi ambiziosi in materia di biodiversità, assicurino mezzi di sussistenza nelle zone rurali, e al di fuori di esse, e favoriscano una bioeconomia forestale sostenibile basata su pratiche di gestione forestale realmente sostenibili. Queste ultime si basano su un concetto di gestione delle foreste sostenibile e dinamico, riconosciuto e concordato a livello internazionale, che tiene conto della multifunzionalità, della varietà delle foreste e dei tre pilastri interdipendenti della sostenibilità.




Per far sì che questa transizione vada a buon fine avremo bisogno di foreste più estese, più sane e più diversificate rispetto a quelle di oggi, in particolare per favorire lo stoccaggio e il sequestro del carbonio, attenuare gli effetti dell'inquinamento atmosferico sulla salute umana e porre un freno alla perdita di habitat e specie. Si tratta di una condizione indispensabile affinché le foreste siano in grado di fornire mezzi di sussistenza e svolgere le loro funzioni socioeconomiche nei decenni a venire. Per soddisfarla dovremo invertire le tendenze negative, migliorare il monitoraggio per poter meglio rilevare lo stato delle nostre foreste e fare di più per proteggere e ripristinare la biodiversità forestale, garantendo così la resilienza delle foreste.

 

Sarà altrettanto importante assicurare la disponibilità di legname e promuovere le attività economiche forestali non basate sullo sfruttamento del legname per diversificare le economie locali e l'occupazione nelle zone rurali.

 

Tenuto conto delle istanze crescenti in materia di foreste, a volte in competizione tra loro, dovremo anche garantire che la quantità di legname che utilizziamo si mantenga entro i limiti della sostenibilità e che l'utilizzo avvenga in modo ottimale, in linea con il principio a cascata e con i dettami dell'economia circolare. Si soddisferà in questo modo l'esigenza di sostituire il più possibile i materiali di origine fossile con materiali e prodotti circolari a lungo ciclo di vita, che hanno la massima importanza per lo stoccaggio di CO2 e l'economia circolare.




L'elaborazione della strategia dell'UE per le foreste è contestuale alla rapida accelerazione delle crisi in materia di clima e biodiversità. In vista di un decennio che si prospetta cruciale, la strategia presenta un piano concreto per il 2030, combinando misure normative, finanziarie e volontarie.

 

Le misure previste mirano anche a rafforzare la protezione e la ricostituzione delle foreste nell'UE, a migliorarne la gestione sostenibile e a potenziarne il monitoraggio e l'efficacia della pianificazione decentrata al fine di garantire la resilienza degli ecosistemi forestali e consentire alle foreste di svolgere il loro ruolo multifunzionale. Allo scopo di sostenere ulteriormente una bioeconomia forestale sostenibile per un futuro a impatto climatico zero, la strategia propone misure per l'innovazione e la promozione di nuovi materiali e prodotti in grado di sostituire i loro omologhi di origine fossile e per dare impulso ad un'economia forestale non basata sullo sfruttamento del legname, compreso l'ecoturismo. La strategia pone inoltre l'accento sul rimboschimento e sull'imboschimento sostenibili ed è accompagnata da una tabella di marcia per la messa a dimora di almeno tre miliardi di nuovi alberi nell'UE entro il 2030.

(Prosegue....)