giuliano

venerdì 27 luglio 2018

VEGIO CHE ARDE QUI IL GRANDE FUOGO (brevi parentesi storiche....) (28)
















Precedente capitolo:

Un uom val cento... e cento non fan uno.... &

Vegio ch'è tolto l'ordene e lo bene (brevi parentesi storiche...) (27)

Prosegue in:

E morì come visse: urlando e bestemmiando (brevi parentesi storiche...) (29)

In riferimento a Cecco:

Un uom val cento... e cento non fan uno... &

Dante e Cecco











....Certo a noi dispiace vedere uomini colti apprezzare sunterelli venuteci
d'oltre Alpi, come lo 'Speculum naturae', e denigrare Cecco che fu italiano
e martire ed ebbe il merito di risalire le fonti.....




Dunque, alla sua giovinezza povera e studiosa perché gli ignoranti maligni
tendono insidia?
Se egli avesse studiato l'animo di certe persone quanto era esperto degli
usi e costumi degli animali, non si sarebbe loro affezionato: 'Perché son
nati molti - Che parlano secondo il Tempo antico; - Ché del saper cose
meravigliose - Alcun frutto non v'è, dicon gli stolti - Stizzando le lor boc-
che disdegnose. - grande è la pena qui, e più il tacere. - Convienci di par-
tir da questa gente'.
E doveva certo soffrire vedendo schernita la sua coltura da ricchi ignoran-
ti, che gli facevano sapere d'elemosina lo stipendio, 'Ché troppo ha sale
  la cena col pranzo - De l'altrui pane: tu vedi ben como!'.




Il colloquio (nell'Acerba...) con se stesso continua.
La migliore risposta a quella gente è il silenzio; non bisogna pensare lo-
ro, bensì ai problemi che l'animo non sa lasciare senza risposta, e il tem-
po fugge.
'O quanto io temo!'.
Così distratto dai suoi tristi pensieri, eccolo di nuovo affannarsi in que-
stioni di ottica, lasciare da parte Aristotele che più non risolve un suo
dubbio sulla natura della luce e delle ombre, e con una distinzione cavar-
si d'impaccio.
'O quanto, distinguendo, nasce frutto, - Quando per sua fallacia alcun
contende!'.
Ma la premura continua di risolvere senza disgressioni lo ha sfinito:
'Qui più non resisto'.




Ripiglierà più tardi, e dimostrerà che avarizia ed usura non possono
desiderarsi da un animo bennato, perché dov'è intelletto si eleggono
le cose più degne, cioè virtù, scienza ed onore, e si pregia la ricchez-
za, anzi, la si consuma per procurarsi la fama.
'E' con la fama congiunta la spesa, - E ciò non può fuggir chi ha valo-
re, - E contro lei non può far mai difesa'.
D'un tratto rompe in un'invettiva contro le donne, che già erano da
lui paragonate al fango, e l'uomo al sole. Ormai sembra che il dram-
ma volga alla fine.
Le risposte ai quesiti hanno l'aria d'un testamento: 'Di' da mia parte,
se già mai ragioni - Con uomo che del vero sia sentito'.
Alla domanda, come si spieghi l'immaginare profetico o suggestivo,
egli così risponde sottovoce: 'Tien l'udito passo, - Se ti diletti di ciò
giudicare'.




E soggiunge che le immaginazioni volontarie non corrispondono mai
all'effetto, ma quelle mosse dal cielo si compiono. E dopo aver de-
scritto le vene e le arterie e la circolazione del sangue, e spiegato
perché un'improvvisa allegrezza può troncare la vita, consola l'allie-
vo e lo invita a compiacersi di non essere 'di più bassa schiera', a re-
sistere nel bene, a far tacere e suoi desiderii in Dio.
'Ogni natura è creata al fine, - Lo qual per l'alma non è in questo mon-
do; - Ma quando vederà lo suo Fattore - Di vista con l'altre divine, -
Sentirà pace dell'eterno amore'.
Ma, dice l'altro, come può l'uomo stare di fronte all'infinito? E il mae-
stro rimanda la risposta a dopo la morte: 'Or qui convien ch'io taccia,
- Ma quando vederò lo tempo e il loco, - Di ciò conviene ch'io ti sati-
sfaccia'.




Lo sdoppiamento della personalità assume ora l'aspetto di un'allucina-
zione.
L'allievo domanda che valore abbiano i sogni, così trascurati dal volgo;
e prima di rispondergli, il maestro, ricordando gli alunni di Bologna e
la spia di Firenze che lo hanno tradito, assieme ad altri 'uditori', escla-
ma: Se mi induci a parlare su questo argomento per mettermi nelle ma-
ni de' miei nemici, procurami almeno il rimedio della morte.
'E se tu m'hai disposto, ch'io non credo, - Alla mercede altrui per gran
difetto, - almen la morte mi da' per rimedo'.
...Povero poeta credeva nella sua astrologia, nel suo mondo più vero
dei suoi miseri alunni delatori, ed ora la sconsolata amarezza di avere
inutilmente vissuto e sofferto, e la mortale passione di essersi fidato
di allievi ed amici che tradivano costantemente ... il sapere...








Ed io a lui........




Povero eretico,
son io che ti osservo
nell'angolo nascosto
accanto alla brocca,
dove non sapendo,
stai bevendo l'antico tormento
confuso con lieto piacere.
Dona segreta parola
nell'infinita ora:
stai creando nuove stelle
in questo Universo
dove ti sei appena perso.
Fiumi di parole e tanti pianeti,
eterni prigionieri di una strana materia,
perché sempre avanza per questa cella
specchio di una diversa creanza.

Pensiero già detto di un Dio
forse non troppo perfetto.
Stai parlando con il tuo Giuda
ora signore di questo cielo maledetto
e i suoi trenta denari:
strani accadimenti e nuovi tormenti
per questi elementi.
Argomento perfetto nella lenta agonia
di questo Universo appena detto.
Vita seminata nell'eterna illusione
di una vaga speranza,
intrisa e confusa
con vile materia gettata alla rinfusa.
Coltivata con la peggiore infamia,
poi rivenduta pregata e adoperata
per santa creanza.

(Cecco d'Ascoli, L'Acerba &
G. Lazzari, Frammenti in Rima, Dialogo in-crociato,
17, 25; 17,26)













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