giuliano

venerdì 4 giugno 2021

IL MESSIA (14)

 










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con la discesa agli inferi 


& il Capitolo [quasi completo]


& Considerazioni Post-Mortem (15/6)







È ardua impresa scoprire l’artefice e padre di questo Universo, e, una volta che lo si è scoperto, è impossibile rivelarlo a tutti gli uomini. 




Leida 1629 

 

Disegnare l’occhio che osserva (o al contrario, osservato, in questi Tempi al roverso del vero senso come sempre ammirato e contemplato…) è l’inizio dell’Arte.

 

Tracciare i contorni dell’organo della vista (come dell’udito) era l’iniziazione dell’apprendista al ‘mistero’ del suo mestiere ma anche un simbolo dello scopo di quel mestiere: una sorta di professione stenografica del potere della vista (non ancora del tutto ulcerata e corrotta).

 

La consuetudine di disegnare l’occhio umano doveva essere così radicata nell’inconscio di un artista da riaffiorare nel pieno della sua maturità, in forma di scarabocchio o di schizzo casualmente tracciato su un foglio bianco o su una lastra di recupero.

 

Un’acquaforte dei primi anni Quaranta mostra su un lato un albero, su un altro una sezione destra della parte superiore del volto dell’artista, con l’occhio ben visibile sotto il berretto calcato sulla fronte; ma tra il berretto e l’albero c’è, del tutto a sé stante e perfettamente tracciato, un secondo occhio: spalancato vigile, vagamente inquietante.

 

Una Visione singolare!

 

Quando dipingeva occhi, dunque Rembrandt sapeva ciò che faceva.




Sapeva che nel repertorio convenzionale del linguaggio dell’occhio a disposizione dell’artista non c’era nulla di adeguato a questo momento; certo non bastava una fissità di occhi di vetro. Perciò per comunicare il senso di un distacco creativo, quel ‘sonno’ nella veglia che fin dai tempi di Platone gli autori paragonavano ad una sorta di trance sciamanico, opta per l’oscuramento.

 

Per il silenzio!

 

La Parola più comunemente usata per indicare quella situazione interiore era ingenium, o inventio, quel Divino Elemento, cioè, senza il quale mestiere e disciplina non erano che bassa manovalanza.

 

Quel Divino Elemento, cioè, senza il quale la Vita non avrebbe il perenne Studio da cui per ultimo l’uomo…




 Solo l’ingenium distingueva chi era straordinariamente dotato da chi possedeva un mestiere perfetto.

 

Ma, a differenza della perizia tecnica e della pratica, l’ingenium non era cosa che si potesse acquisire con lo studio. Era una qualità innata e pertanto degna, letteralmente, di riverente timore:

 

Dono di Dio!


La Visione poetica veniva, in condizioni simili al delirio, a coloro che erano benedetti da quell’occhio interiore… 

(S. Schama)        



          

Dividere, per l’appunto, Infinito e Tempo…

 

Nella prospettiva in cui descritto e ritratto…

 

La postura prenda dovuta nota nella differenza, che intercorre fra la postura detta e l’impostura, la qual si compone (e scompone) nel mirabile ritratto che si conviene al gentiluomo virtuoso:

 

lo sguardo fermo, rivolto a noi, o meglio a voi, al vostro felice Tempo così mirabilmente transitato ciarlato vilipeso non meno che perseguitato, Rembrandt non distante negli anni dalle tristi vicissitudini dello Stradivari, ci tramanda un mirabile dettaglio: il gentiluomo Six si sta sistemando il guanto con cui si predispone alla ‘vista’ dello spettatore, del resto chi lo osserva appartiene, a ben vedere, al Tempo transitato per ogni museo o Tomo ben rilegato.

 

Il Gentiluomo, invece, Infinito nel dettaglio della celata prospettiva raffigurare mirabile metafora la qual unisce Arte Poesia e Filosofia, Pittogramma di una velata eretica Dottrina nella postura per l’appunto, in cui il guanto degna maschera (ai nostri odierni intendimenti anche ‘mascherina’) d’una più ordinata odierna impostura… di cui il Tempo transitato ne ammira la solitaria sottigliezza immune da qualsivoglia patologica corrotta Natura.

 

Il Gentiluomo nell’ipotesi comune della Storia sembra che si stia sistemando il guanto sinistro sulla mano, preparandosi, per così dire, ad assumere la sua figura pubblica.




Me il pittore si è preoccupato di evidenziare con grande cura il pollice infilato nel guanto aderente, al punto di delineare l’estremità superiore dell’unghia sotto la morbida pelle di camoscio. È quindi altrettanto plausibile immaginare che la mano nuda, la destra, sia invece per sfilare il guanto. Ciò non significa, ovviamente, che dobbiamo invertire la direzione del movimento di Six – da un uscire ad un entrare, dal commiato al benvenuto -, quanto piuttosto la volontà di Rembrandt, quando intende cogliere il soggetto proprio sull’ambiguo limite fra la casa ed il mondo esterno, tra pubblico e privato, per indurci altresì a pensare oltre che osservare nel dettaglio le due mani, ornate e protette da guanti (o da ‘mascherina’), nella più reale o irreale relazione e connessione - in cui e per cui - ritratto il gentiluomo condiviso e diviso tra relazioni pubbliche e private: una per il mondo… e una per se stesso…(prima di indossare la ‘mascherina’ detta il cui utilizzo ci preserva dal virus dell’odierna impostura).

 

Il dettaglio del guanto (oppure l’odierna ‘mascherina’) ci serve (in questo caso) unitamente a preservare l’‘osservato’ nel pubblico Tempo transitato, che pur osservando se medesimo non riesce a cogliere il sottile dettaglio del guanto calzato oppure al contrario sfilato, così come l’intero abito con cui la ‘mascherina’ conferisce ulteriore odierno dettaglio del degrado sia se calzata, oppure, per l’intrepido futuro che attende per ogni pubblica relazione…, sfilata; nel costante rischio d’un contagio con cui l’impostura peggio d’ogni virus inganna e falsa ogni prospettiva ed inganna la vista…

 

Divisa e condivisa fra pubblico e privato

 

Tra una casa e la scena d’un teatro… [….] 




 Ora, sarà una buona notizia per tutti gli amanti della nostra Arte (per secoli tramandata) sapere che la ricetta della vernice (ad olio) utilizzata da Stradivari è ancora esistente.

 

Che Stradivari abbia utilizzato esclusivamente una vernice ad olio puro, la cui composizione consistesse in una gomma solubile in olio, dotata di buone qualità di essiccamento, con l’aggiunta di ingredienti coloranti, è, a nostro avviso, fuori discussione…




 …Abbiamo avuto spesso occasione di far osservare che la maggior parte delle scienze profane, le sole che i moderni conoscano o che anzi ritengano possibili, non rappresentano in realtà che semplici residui snaturati delle antiche scienze tradizionali (compresa ed ovviamente la scrittura…), nel senso che la parte infima di queste, non più messa in relazione con i suoi princìpi, e perduto quindi il suo vero significato originario, ha finito per avere uno sviluppo indipendente ed essere considerata una conoscenza bastante a se stessa.

 

Sotto questo aspetto la moderna matematica non fa eccezione, se la si paragona a quel che erano per gli antichi la scienza dei numeri e la geometria; e quando parliamo degli antichi, bisogna comprendervi anche l’antichità ‘classica’, come qualsiasi studio delle teorie pitagoriche e neoplatoniche (da cui determinati principi dottrinali detti e ancora da definire… per chi digiuno di principi formali circa ugual Storia…), è sufficiente a dimostrare, o almeno dovrebbe esserlo, se non si dovesse fare i conti con la straordinaria incomprensione di coloro che oggi stesso pretendono di intrepretarle e con ugual algoritmo controllare un più alto contesto spirituale, per codificarne il Tempo detto… 




Se tale incomprensione non fosse così completa, come si potrebbe sostenere, per esempio, l’opinione di un’origine ‘empirica’ delle scienze in questione, mentre in realtà esse appaiono tanto più lontane da ogni ‘empirismo’ quanto più si risale nel Tempo, così come d’altronde avviene per qualsiasi altro ramo del sapere?

 

I matematici (così come taluni scrittori…) nell’epoca moderna, sembrano essere giunti ad ignorare che cosa sia veramente il ‘numero’, perché riducono tutta la loro scienza al ‘calcolo’ (come un buon vestito in seno ad un corpo nudo alla conoscenza dei nuovi fatti argomentati circa lo spirito), che per loro è un semplice insieme di procedimenti più o meno artificiali, il che in definitiva equivale a dire, che sostituiscono il numero con la cifra; del resto, questa confusione del numero con la cifra è oggigiorno talmente diffusa che la si potrebbe ritrovare a ogni momento fin nelle espressioni del linguaggio corrente.

 

Ora, la cifra (con cui tra l’altro ognuno misura il proprio compenso fra lo zero posto e l’elevato dell’altrui crescendo e sottratto alla natura…) non è in realtà niente di più che il vestito del numero.




 Non diciamo nemmeno il corpo, poiché è semmai la forma geometrica che, sotto certi aspetti, può essere legittimamente considerata il vero corpo del numero, come dimostrano le teorie degli antichi sui poligoni messi in rapporto con il simbolismo dei numeri. Non vogliamo qui affermare, tuttavia, che le cifre siano dei ‘segni’ completamente arbitrari, la cui forma sarebbe stata determinata soltanto dalla fantasia di uno o più individui; quel che vale per i caratteri alfabetici deve valere anche per i caratteri numerici, che in certe lingue non sono distinti dai primi, e agli uni come agli altri si può applicare la nozione di un’origine geroglifica, ossia ideografica o simbolica, che vale per tutte le scritture senza eccezione.

 

Certo è che i matematici ed ogni soggetto che fa odiernamente uso di un certo tipo di matematica applicata alla apparente realtà di ogni giorno, di questo o precedente secolo, nella loro notazione usano alcuni simboli di cui non conoscono più il significato, e che sono come vestigia di tradizioni (inerenti diritto dottrina morale e legge, non meno dell’ideale perseguito…) dimenticate; e ciò che è ancora più grave è che non solo essi non si chiedono quale possa essere questo significato, ma sembrano persino non volere che ve ne sia uno.




 Infatti essi inclinano sempre più a considerare ogni notazione come una semplice ‘convenzione’, intendendo con ciò una cosa stabilita in maniera del tutto arbitraria, il che in fondo per quanto si sforzino una vera impossibilità, poiché non si istituisce mai una convenzione senza una ragione per farla e per scegliere precisamente quella piuttosto che qualunque altra; solo a coloro che ignorano quella ragione la convenzione può sembrare arbitraria, ed è appunto ciò che accade qui.


In un caso del genere è fin troppo facile del resto passare dall’uso legittimo e valido di una notazione ad un uso illegittimo, che non corrisponde più a niente di reale e che a volte può persino essere, oltre che paradossale anche illogico, giacché in paradosso con gli stessi termini adottati al fine di un duplice conseguimento inerenti ad un Tempo frazionato, ma non scisso nella sua presa di coscienza, e quindi posto in una falsa presa di ‘virtuale coscienza’, così come talvolta la matematica adottata vorrebbe esplicitare, o peggio svelare, nello svilimento dello Spirito taluni principi (dedotti nell’ambito della materia)…

 

Ora volgiamo lo sguardo al mestiere al lavoro motivo di questo breve antico scritto così come disquisito e prendiamo coscienza del suo più certo significato, scisso dai termini, ovviamente, come postulato qual frazionato Tempo…

 

Ho appena solo accennato circa la concezione ‘profana’ delle scienze e delle arti, quale è oggi invalsa in Occidente, è un fenomeno molto moderno e implica una degenerazione rispetto ad uno stato anteriore in cui sia le une che le altre avevano un carattere del tutto diverso.




La stessa cosa si può dire dei mestieri; e del resto la distinzione fra arti e mestieri, o tra ‘artista’ e ‘artigiano’, è anch’essa specificatamente moderna, come se fosse nata da quella deviazione profana e avesse senso soltanto a causa di questa. L’artifex, per gli antichi, è indifferentemente l’uomo che esercita un’arte o un mestiere; ma non si tratta, a dire il vero, dell’artista o dell’artigiano nel senso che hanno oggi queste parole; è qualcosa di più dell’uno e dell’altro, perché, almeno in origine, la sua attività è legata a principi di un ordine molto più profondo.

 

In qualsiasi civiltà tradizionale, infatti, ogni attività dell’uomo, di qualunque genere, è sempre considerata come derivante essenzialmente dai principi; in tal modo essa è come ‘trasformata’, si potrebbe dire, e, invece di essere ridotta ad una semplice manifestazione esteriore (che è in definitiva il punto di vista profano che prevale oggigiorno…), è integrata alla tradizione e costituisce, per colui che la esercita, un mezzo per partecipare effettivamente a questa.




Così anche da un semplice (o complesso) punto di vista più antico, è molto facile rendersi conto del carattere ‘religioso’ (e/o spirituale) che questa assume negli atti più ordinari dell’esistenza. Il fatto è che qui la religione non occupa un posto a se stante, senza alcun rapporto con tutto il resto, come lo è per gli occidentali moderni, al contrario essa pervade tutta l’esistenza spirituale dell’essere umano, o meglio, tutto ciò che costituisce quell’esistenza, e in particolare la vita sociale, si trova come inglobato all’interno della sua sfera, al punto che, in tali condizioni non può esservi in realtà alcunché di profano, salvo per coloro che, per una ragione o per l’altra, sono fuori dalla tradizione, e il caso rappresenta una semplice anomalia.

 

Altrove, dove non c’è niente al quale si possa propriamente applicare il nome di ‘religione’, esiste nondimeno, o dovrebbe, una legislazione tradizionale e ‘sacra’ che, pur avendo caratteristiche diverse ‘assolve’ esattamente la stessa funzione; queste considerazioni si possono dunque applicare a qualsiasi civiltà tradizionale senza eccezioni.

 

Ma c’è di più…

 

I mestieri (e con loro il lavoro in generale), osservati con l’occhio di una antica motivazione spirituale quale certo principio, possono adempiere ad un superiore significato, il soggetto scrivente assolve e non più formalmente all’adempimento senza compenso alcuno nell’attività conforme alla propria natura, simmetrica ai principi professati, e disgiunta da diversi ed alieni motivi quali false dottrine regolatrici in nome di una altrettanta falsa religione divenuta mito da cui si oppone! 

(R. Guenon)










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