giuliano

mercoledì 12 aprile 2017

IL FIOR DETTO DAL DUR... DURANTE DETTO (2)












































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Molte salute, Madonna, v’porto
Dal vostro figluolo. E’ pregavi, per Dio,
Che  ’l socoriate, od egli è in punto rio,
Che Gielosia gli fa troppo gran torto.

Che nonn’ à guar ched e fu quasi morto
In una battaglia, nella qual fu’ io.
Ancor si par ben nel visagio mio
Che molto mi vi fu strett’ ed a torto. —

Allor Venusso fu molto crucciata,
E disse ben chella forteza fìa
Molto tosto per lei tutta  ’nbraciata:

Ed a malgrado ancor di Gielosia,
Ella sera per terra rovesciata.
Nolle varrà già guardia che vi sia. —

Venusso sì montò sus’ un ronzino
Corsiere ch’era buon da cacciagione,
E con sua giente n’ andò a Cicierone.
Sì comanda che sia’ prest’ al matino

Il carro suo, eh’ era d’oro lino.
I[n]mantenente fu messo i’ limone,
E presto tutto, sì ben per ragione,
Che, quando vuol, puote entrar in camino.

Ma non volle cavai per lmoniere.
Né per tirare il caro, anzi fé trarre
Cinque colonbi d’un su’ colonbiere.

A corde di fil d’oro gli fé legare.
Non bisogniava avervi carettiere,
Chèlla dea gli sapea ben guidare.

Di gran vantagio fu ’l carro prestato.
Venusso ben matin v’ è su salita,
E sì sacciate eh’ ell era guernita
E d’ arco, e di brandon ben inpennato,

E seco porta fuoco tenperato.
Così da Ciceron sì s’ è partita,
E dritta all’ oste del figluol n’ è ita
Con suo’ colonbi che ’1 car àn tirato.

Lo dio d’amor sì avea rotte le triove,
Prima che Veno vi fosse arivata.
Che troppo gli parea 1’ atender grieve.

Venus dritta a lui sì se n’ è andata.
Sì disse : Figluol, non dottar, che ’n brieve
Questa forteza no’ avremo aterata. —

Figluol mi’, tu l’arai un saramento,
E io d’altra parte si ’I faroe.
Che Castitate i’ ma’ non lascieroe
In femina che agia intendimento,

Nèttu in uon chetti si’ a piacimento.
Ed i’ te dico ben eh’ i’ lavorroe
Col mi’ brandone; sì gli scalderoe,
Che ciaschedun verrà a comandamento.

Per far le saramenta sì aportaro,
En luogo di relique, si aportaro
Brandoni, e archi, e saette; si giurarono.

Di suso, e diser e’ altrettanto vale.
Color de 1’ oste ancor vi s’ acordaro.
Che ciaschedun sapea le dicretali.

Venus, che d’ assalire era presta.
Sì comanda a ciascun ched e’ s’ arenda,
O che la mercie ciascheduno atenda,
Ch’ ella la guarda lor tratutta presta.

E sì lor à giurato per sua testa,
Ched e’ non sia nessun che si difenda,
Ch’ ella de la persona nogli afenda;
E così ciaschedun sì amonesta.

Vergogna sì respuose: I’ non vi dotto.
Se nel Castel non fosse se non io,
Non crederei che fosse per voi rotto.

Quando vi piacie intrare a lavorio,
Già per minacele no m’ intrate sotto,
Né vo né que’ che d’ amor si fa dio. –

Quando Venus intese che Vergogna
Parlò sì arditamente contrallei,
Sì gì’ à giurato per tutti gli dei,
Ch’ ella le farà ancor gran vergogna;

E poi villanamente la ranpogna,
Diciendo : Garza, poco pregierei
Il mi’ brandone, sed i’ te non potrei
Farti ricoverare in una fogna.

Già tanto non se’ figlia di Ragione,
Che senpre co’ figluoi m’ à gueregiato,
Ch’ i’ non ti metta fuoco nel groppone. —

Ed a Paura ancor da 1’ altro lato :
Ben poco varrà vostra difensione,
Quand’ i’ v’ avrò il fornel ben riscaldato. –

Molto le va Venus minacciando,
Diciendo, se no rendono il castello,
Ched ella metterà fuoco al fornello
Sì che per forza le n’ andrà cacciando.

E disse : A .M. diavoli v’ acomando,
Chi amor fugie, e’ fosse mi’ fratello.
Per Dio, i’ le farò tener bordello.
Color che l’Amor vanno sì schifando.

Chèd e’ non è più gioia che ben amaro,
Rendetemi il castel, o veramente
Il farò i[n]mantenente giù versare ;

E poi avremo il fior ciertanamente,
E si ’1 faremo in tal modo sfogliare
Che poi non fia vetato a nulla gente. —

Venus la sua roba à socorciata,
Crucciosa per senbianti molto, e fiera,
Verso ’1 Castel tenne sua caminiera,
E ivi sì s’ è un poco riposata.
E riposando sì ebe avisata,
Come cole’ eh’ era sottil’ archiera,
Tra due pilastri una balestriera.
La qual natura v’ avea conpasata.

In su’ pilastri una imagine avea asisa ;
D’argiento fin senbiava, sì luciea;
Trop’ era ben taglata a gran divisa.

Di sotto un santuaro sì avea :
D’undrapo era coperto sì, in ta’ guisa.
Che ’1 santuaro punto non parca.

Troppo avea quel’ imagine ’1 [vi]sagg’io
Tagliato di tranobile fazone.
Molto pensai d’ andarvi a prociessione,
E di fornirvi mie pelligrinagio.

E sì no mi parìa paruto oltragio
Di starvi un dì davanti ginochione,
E poi di notte esservi su boccone,
E di donarne ancor ben gran lo gagio.

Chèd i’ era ciertan sed i’ toccasse
Le r[e]lique, che disotto eran riposte.
Che ogne mal eh’ i’ avesse mi sanasse ;

E fosse mal di capo, over di coste,
Od altra malatia, che mi gravasse,
A tutte m’ avrìa fatto donar soste.

Venus allora già più non atende,
Però ched ella sì vuol ben mostrare
A ciaschedun, ciò ched ella sa fare
I[n]mantenente l’arco su’ sì tende,

E poi prende il brandone e sì 1’ aciende.
Sì nolle parve pena lo scocare,
E per la balestriera il fé volare,
Sì che ’1 Castel ma’ più non si difende

I[n]mantenente il fuoco sì s’ aprese,
Per lo castello ciascun si fugio,
Si che nessun vi fecie più difese

Lo Schifo disse : Qui no sto più io.
Vergogna si fugì in istran paese,
Paura a gran fatica si partio.

Quando ’1 castello fu così inbrasciato,
E chelle guardie fur fu gite via,
Alor sì v’ entro entrò Cortesia
Per la figluola trar di quello stato.

E Franchez’ e Pietà da l’altro lato
Sì andaron collei in conpagnia.
Cortesia sille disse: Figlia mia,
Molt’ ò avuto di te il cuor crucciato,

Che stata se’ gran tenpo inpregionata.
La Gielosia agi’ or mala ventura,
Quando tenuta t’ à tanto serrata.

Lo Schifo, e Vergogna con Paura
Se son fugiti, e la gol’ à tagliata
Ser Malabocca, per sua disaventura.

Figluola mia, per Dio, e per merzede,
Agie pietà di quel leal amante,
Che per te à soferte pene tante
Che dir noi ti porìa in buona fede.

I[n] nessun altro idio chette non crede,
E tuttora acciò è stato fermo e stante.
Figluola mia, or gli fa tal senbiante
Che sia ciertano di ciò e’ or non crede.

Bellacoglienza disse : I ’ gli abandono
E me, e ’1 fiore, e ciò eh’ i’ ò ’n podere,
E ched e’ prenda tutto quanto in dono.

Per altre volte avea alcun volere,
Ma nonn’ era sì agiata com’ or sono.
Or ne può fare tutto ’1 su’ piaciere.

Quand’ i’ udi’ quel buon risposto fino
Chella gientil rispuose,……
Ed a la balestriera m’adrizai,
Chè quel si era il mi’ dritto camino.

E sì v’ andai come buon pellegrino,
Ch’ un bordon noderuto v’ aportai,
E la scarsella non dimenticai,
La qual v’ apiccò buon mastro divino.

Tutto mi’ arnese tal chent’ i’ portava,
S’ ò di condurr al porto in mia ventura,
Di toccarne le relique i’ pur pensava.

Nel mi’ bordon non avea feratura,
Che giamai contra pietre noli’ urtava :
La scharsella sì era san costura.

 Tant’ andai, giorno e notte caminando,
Col mi’ bordon che non era ferrato,
Che ’ntra duo be’ pilastri fu’ arivato.
Molto s’ andò il mi’ cuor riconfortando.

Dritt’ a le r[e]lique venni apressimando,
E mantenente mi fu’ inginochiato,
Per adorar quel corpo beato ;
Po’ venni la coverta solevando.

E poi provai sed i’ potea il bordone
In quella balestriera, eh’ i’ v’ ò detto,
Metterlo dentro tutto di randone ;

Ma i’ non potti, eh’ eli’ era sì stretto
L’ entrata, che ’1 fatto andò in falligione
La prima volta i’ vi fu’ ben distretto.

Pe’ più volte falli’ allui ficcare,
Perciò che ’n nulla guisa vi capea ;
Ella scarsella e’ al bordon pendea,
Tuttor disotto lo faciea urtare,

Credendo il bordon me’ far entrare,
Ma già nessuna cosa mi valea ;
Ma a la fine i’ pur tanto scotea,
Ched i’ pur lo faciea oltre passare.

Sì eli’ io allora il fior tutto sfoglai,
E la semenza eh’ i’ avea portata.
Quand’ ehi arato, silla seminai ;

La semenza del fior v’ era cascata,
Amendue insieme sille mescolai.
Che molta di buon’ erba n’ è po’ nata.


(Dur Durante…)













domenica 9 aprile 2017

SEMPRE E SOLO UN SOL UOMO... (2)













































Precedente capitolo:

Un sol uomo.... (da 2 ad.... 1)














Il potere totalitario oppressore è il suo Dio (con lui anche ex nazisti quanto comunisti); il modello che egli ha dell’ordine è la simmetria delle croci in un cimitero.
In tale simmetria si incasella, lui stesso, senza discutere: non può immaginare nulla di nuovo o di diverso. Il nuovo e il diverso lo spaventano. Devoto quanto un prete a sistemi già collaudati, divinizza i regolamenti e vi obbedisce nel modo in cui obbedisce ai banali canoni dell’eleganza: abito blu, camicia bianca, cravatta blu.
Il vero inquisitore è un uomo lugubre (2*). Filosoficamente è il vero fascista assommato al nazista, privo di colore che serve tutti i fascismi ( e ne diventa docile strumento), tutti i totalitarismi, tutti i regimi purché servano a mettere gli uomini in fila come croci in un cimitero.
Lo trovi ovunque vi sia un’ideologia, un principio assoluto, una dottrina che proibisca all’individuo di essere se stesso.
L’inquisitore si dichiara idealista ma odia gli ideali. Ha uffici in ogni contrada della Terra, capitoli in ogni volume di storia, ieri serviva i tribunali dell’Inquisizione cattolica (a caccia di cani!) e del terzo Reich, oggi serve la caccia alle streghe delle tirannie orientali e occidentali, di destra e di sinistra.
Egli è eterno, onnipresente, immortale….
E mai umano… Più bestia che uomo…
Forse si innamora, all’occorrenza piange e soffre come noi, forse ha un’anima. Ma, se ce l’ha giace dentro una tomba così profonda che per disseppellirla ci vorrebbe un bulldozer, o un trattore.
(Oriana Fallaci, Un Uomo)






(2*) Come durante il medioevo, gli inquisitori non frequentavano scuole particolari, ma imparavano il loro mestiere sul campo, talvolta iniziando la carriera in qualità di vicari, ma ciò non rappresentava una regola. Una volta eletti, veniva loro consegnata una patente da parte dalla Congregazione, raggiungevano la sede loro assegnata, pubblicavano in genere un editto di fede e iniziavano l’attività.
Nei primi quarant’anni di funzionamento del Sant’Uffizio romano gli inquisitori non godettero generalmente di effettiva autonomia giuridica, dato che nei casi finora studiati in modo sistematico i vescovi o i loro vicari influenzarono più di quanto avrebbero fatto dopo l’opera del tribunale. Sul piano economico e logistico, gli inquisitori all’inizio dipendevano dal convento che li ospitava e dagli ordinari, che fornivano i luoghi dove celebrare i processi, i cancellieri per redigere gli atti processuali, come pure i messi giurati e la polizia per  eseguire le citazioni, le perquisizioni e gli arresti. Ugualmente di proprietà vescovile o conventuale furono nei primi tempi le carceri, che cominciarono poi a essere costruite dagli inquisitori con i propri fondi.




Per tutta l’età moderna non mancarono i conflitti con le sedi conventuali, perché gli inquisitori (che a volte erano anche priori) suscitavano la gelosia degli altri frati del chiostro, occupavano locali spesso spaziosi e godevano di ampie eccezioni al rispetto della regola. Altri conflitti con i poteri civili vennero innescati dalla presenza di familiari e patentati. Solo con i papati di Pio V (1566-1572) e del successore Gregorio XIII (1572-1585) gli inquisitori iniziarono a godere di entrate proprie che, negli anni, portarono anche a una parità effettiva fra i due giudici di fede (ordinario e delegato) nell’attività giudiziaria. Pio V infatti dotò di una pensione perpetua almeno le sedi di Alessandria, Bergamo, Bologna, Brescia, Ceneda, Cremona, Faenza, Genova, Mantova, Milano, Novara, Parma, Pavia, Pisa, Vercelli, Verona. Gregorio XIII garantì delle entrate fisse derivanti da pensioni agli uffici di Belluno, Capodistria, Faenza, Padova e Rimini, mentre concesse dei benefici alle sedi di Alessandria, Asti, Bergamo, Firenze, Novara, Udine e Vicenza. Negli anni successivi il papato continuò ad assegnare sia pensioni sia benefici.
Alla fine del Cinquecento gli inquisitori locali erano finanziariamente autonomi, ma il tribunale continuò a essere composto e gestito da due giudici, l’inquisitore e l’ordinario, che decidevano assieme quali denunce dovevano trasformarsi in processi informativi, quali processi informativi in processi formali, decretavano il modo di condurre le cause, l’eventuale comminazione della tortura e stabilivano la sentenza con le relative pene.




Nei primi decenni di funzionamento del Sacro Tribunale gli inquisitori furono molto probabilmente mobili sul territorio della loro giurisdizione. Solo nel corso del primo Seicento pare che essi assumessero le funzioni prevalenti che il diritto assegnava loro nella repressione dell’eresia rispetto all’autorità dei vescovi, cominciarono a nominare dei propri vicari foranei nei paesi più importanti e a risiedere più stabilmente nella città principale del territorio loro assegnato.
Gli inquisitori non avevano obblighi procedurali se non quelli dovuti alla prassi e alle disposizioni inviate per lettera dalla Congregazione nei casi particolari: non esisteva infatti nessuna istruzione organica e neppure un manuale ufficialmente avallato, ma solo dei testi giuridici più o meno autorevoli e delle raccolte di ordini impartiti dalla Congregazione in seguito a richieste dei singoli inquisitori. Sui poteri, compiti e privilegi dell’inquisitore e sulle sue relazioni con il vescovo, i commissari del Sant’Uffizio, i superiori dell’Ordine, le autorità secolari, i propri vicari, consultori, notai ecc., danno indicazioni quasi tutti i manuali, come ad esempio quello di Cesare Carena nel Titulus quintus. ‘De apostolicis inquisitoribus’, dove in 112 paragrafi viene trattata sia l’Inquisizione romana sia quella spagnola.
Come risulta da studi fatti sulla documentazione archivistica, nella conduzione del processo formale i giudici della fede seguivano diversi modelli di interrogatorio: uno molto ridotto per i testimoni, normalmente uno semplice per gli imputati, inteso a verificare gli indizi già emersi, più raramente uno complesso e approfondito per gli imputati, con la proposta di nuovi argomenti. Nelle procedure sommarie, pare molto utilizzate nel Sei e Settecento, in teoria non ci dovrebbero essere state domande, se non per facilitare la confessione volontaria dell’imputato e fargli rivelare i complici.




Gli inquisitori locali comunicavano alla Congregazione, attraverso le lettere, i casi più rilevanti o difficili, e ricevevano da parte del cardinale segretario indicazioni e ordini stabiliti dai cardinali inquisitori e talvolta dal papa nelle sedute del mercoledì e del giovedì. Quanto funzionasse la centralizzazione dei controlli è un problema ancora discusso e in fase di revisione, perché in realtà ci sono ancora pochi studi sistematici condotti contemporaneamente sui processi e sulle lettere.
Gli inquisitori inoltre erano soggetti al controllo da parte della Congregazione non solo sul piano procedurale, ma anche su quello finanziario: dovevano infatti inviare ogni anno una relazione dello stato economico del loro ufficio, con tanto di inventario, comprendente i costi e i ricavi relativi all’anno solare precedente. Ci furono comunque degli sforzi da parte della Congregazione per omogeneizzare i comportamenti degli uffici periferici, in cui talvolta i giudici si macchiarono di abusi procedurali o di corruzione: nel 1578 per esempio fu inviata una importante lettera circolare, Ordini generali quali si devono osservare inviolabilmente da tutti l’inquisitori, ufficiali fiscali et notari nelle cause del Sant’Ufficio sotto pena della privatione degl’uffici et d’altre pene ad arbitrio dell’illustrissimi e reverendissimi signori cardinali generali inquisitori, in cui furono uniformate le spese processuali a carico del Sant’Uffizio periferico e quelle a carico degli imputati.




Nel 1611 fu inviata un’altra circolare contenente gli Ordini da osservarsi dagli inquisitori: si trattava di disposizioni concernenti i comportamenti che i giudici dovevano assumere nel periodo in cui ricoprivano l’incarico. L’ufficio non aveva una scadenza prefissata e gli inquisitori più meritevoli agli occhi di Roma potevano essere promossi in sedi più prestigiose, a capo di una diocesi, in incarichi di Curia, nella rete delle nunziature, nella stessa Congregazione.
Carriere particolarmente brillanti ebbero gli inquisitori di Malta. Vi furono anche figure di giudici della fede che ascesero fino al papato: il primo fu Marcello Cervini (Marcello II, 1555), ma i più famosi furono Gian Pietro Carafa (Paolo IV, 1555-1559), Michele Ghislieri (Pio V, 1566-1572) e Felice Peretti (Sisto V, 1585-1590).
In seguito una notevole parte dei papi provennero dalle file dell’Inquisizione o dell’Indice fino alla metà del Settecento, e in alcuni casi anche oltre: Urbano VII Castagna (1590), Innocenzo IX Facchinetti (1591), Paolo V Borghese (1605-1621), Innocenzo X Pamphili (1644-1655), Alessandro VII Chigi (1655-1667), Clemente X Altieri (1670-1676), Alessandro VIII Ottoboni (1689-1691), Innocenzo XII Pignatelli (1691- 1700), Clemente XI Albani (1700-1721), Clemente XII Corsini (1730-1740), Clemente XIV Ganganelli (1769-1774), Pio VIII Castiglioni (1829-1830), Gregorio XVI Cappellari (1831-1846), Benedetto XVI Ratzinger, in precedenza prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (2005-vivente nel 2010).
Con l’abolizione delle tre Inquisizioni moderne alla fine del Settecento e nei primi decenni dell’Ottocento gli inquisitori locali scomparvero, eccetto che nello Stato pontificio, dove furono nominati fino al 1880 anche dopo il passaggio al Regno d’Italia. L’attività di controllo del dissenso religioso non fu generalmente ripresa dai vescovi, ma venne svolta per tutto il mondo cattolico dalla Congregazione del Sant’Uffizio, che assunse ufficialmente questo nome nel 1908 e venne riformata nel 1911. Alla fine del Concilio ecumenico Vaticano II, con il ‘motu proprio Integrae servandae’ di Paolo VI del 7 dicembre 1965, è stata trasformata nella Congregazione per la Dottrina della Fede, con propri scopi, procedure e strutture. La Congregazione comprende tre sezioni: dottrinale, disciplinare e matrimoniale, è diretta dal prefetto, coadiuvato dal segretario, dal sottosegretario e dal promotore di giustizia ed è attualmente costituita da 23 cardinali, arcivescovi e vescovi di 14 nazionalità, assistita da 33 consultori e fatta funzionare da 37 vari ufficiali stabili (nel 2009).

















giovedì 2 marzo 2017

PARTIMMO IN TRENO PER (RI)COMPORRE IL TEMPO (25)









































Precedenti capitoli:

Partimmo in Treno... (24)

Prosegue in:

Ammirammo sora Natura... (26)













Quando la strada sale dolcemente su pendici aride pervase nell’estate avanzata dall’intenso aroma dell’elicrisio e si inoltra in breve in un giovane bosco artificiale di pino silvestre. Dalle svolte della rotabile, che si innalza progressivamente sul versante sud-orientale del Monte Sibilla, cominciano comunque ad aprirsi le visioni panoramiche che costituiranno la splendida costante dell’intera escursione. Superato il bosco di conifere, che appare composto da specie con sinecologia assai differenziata (pini, pecci, abeti, larici, ecc…) quasi a confermare l’empirismo che ha guidato l’opera stessa di ricostruzione del manto boschivo, si prosegue attraverso il versante denudato. Folte e splendide cortine fiorite di epilobio accompagnano nell’estate avanzata il primo tratto della rotabile mentre nelle esili frange di prato che si alternano al bosco si aprono, ispidi e luminosi i fiori di Carlina acaulis e quelli, grandi e dorati della rara Carlina utzka.
Qualsiasi divinità aleggi su questi orizzonti, essa è comunque vicinissima ed è facile intuire le ragioni profonde dei miti, delle leggende, del sacro e del profano che i Sibillini hanno ispirato e stimolato nell’animo umano. Ciò che rimane del leggendario antro della Sibilla è peraltro proprio qui, a pochi passi dalla vetta, sul versante sud ed appare d’obbligo una breve definizione alla ricerca di ulteriori emozioni.




Area sommitale del Monte Sibilla non offre però soltanto stupendi orizzonti azzurri: essa è infatti zona di particolare interesse floristico come del resto l’intera dorsale ovest, che congiunge la vetta con la successiva Cima Vallelunga (m. 2221). Vi sono rappresentate le tipiche associazioni vegetali erbacee del pascolo alto-appeninico, con formazione aperte a Sesleria tenuifolia sui versanti più scoscesi, formazioni chiuse a Festuca ovina e Brachypodium nei tratti meno acclivi e formazioni discontinue e gradonate a Festuca dimorpha lungo le pendici detritiche. Nei piccoli avvallamenti di cresta crescono, sparsi, i ginepri prostrati e sono proprio le fronde di questi stessi a proteggere i piccoli arbusti dell’uva ursina, prezioso relitto floristico assai raro nei Sibillini.
Sulla calotta erbosa di vetta, nell’estate, si osservano le fioriture di Myosotis alpestris di Renunculus alpestris, della splendida Gentiana dinarica e della delicata Viola eugeniae. Lungo la cresta ovest, infine, tra roccette e lembi di prato sono frequenti Pulsatilla millefoliata, Edraianthus graminifolius e il grazioso Aster alpinus, oltre ovviamente alle rupestri sassifraghe, tra cui Saxifraga pani culata e le endemiche Saxifraga porophylla.
Lo stesso ecosistema d’alta montagna, che permette la vita di tutte queste reliquie, ospita anche una fauna più comune ma non meno interessante, che si diversifica in relazione alle caratteristiche ambientali.




Ambiente dalle pareti rocciose e dai bastioni calcarei: il Gracchio corallino, un bel corvide dal volo agilissimo, nero carbone con becco e zampe coralline, abbastanza raro, abita, con una numerosa colonia, le pareti di Palazzo Borghese; Scoglio del Lago, Quarto S. Lorenzo, Sasso Borghese ospitano il Picchio Muraiolo, dagli smaglianti colori; il Rondone e il grande Rondone alpino sono abbastanza frequenti, il Gheppio è presente con diverse coppie nidificanti su varie pareti; l’Aquila reale è un elemento caratteristico del gruppo del Vettore; ambiente dei pascoli e dei ghiaioni il Fringuello alpino dal bel piumaggio bianco e nero è relativamente frequente sia sul Vettore che sull’Argentella, in piccoli gruppi o in coppie; lo Spioncello, l’Allodola e il Prispolone, sono uccelli di terra relativamente comuni; il Culbianco e il Codirosso spazzacamino frequentano i luoghi sassosi; la Quaglia nidifica su Pian delle Cavalle, ed in altre aree con pascoli rigogliosi la Lepre, la Volpe, la Donnola, sono relativamente abbondanti in tutto il gruppo; la Donnola di queste montagne, in inverno, assume colore parzialmente o completamente bianco; per il bene della sua specie non parliamo troppo del Lupo appeninico…






COME CINQUE UOMINI ENTRARONO

                    NELLA CAVERNA



Non saprei che altro dire delle cose e meraviglie che vi sono. Io infatti, non andai più avanti, né il mio scopo principale era di occuparmene. D’altronde, se anche avessi voluto, non sarebbe stato possibile senza mio grave pericolo. Perciò, in verità, non saprei più che dirne, tranne solo che vi andai con il dottore del paese chiamato signor Giovanni di Sora che mi guidava, e con le persone del paese di Montemonaco che ci accompagnarono fin lassù senza fare altro.
Essi udirono contemporaneamente a me una voce gridante a somiglianza del pavone, che sembrava venire da lontano. La gente che era con me diceva che era una voce del paradiso della Sibilla.  Ma io non vi credetti: ritenni che fossero i miei cavalli che stavano ai piedi del monte, benché fossero molto in basso e lontani da me. Né altro vidi oso tranne soltanto che quanto le persone del luogo e del paese suddetto me ne raccontarono.
Alcuni se ne ridono e altri ci credono fermamente in base alle antiche storie del popolino, e ora anche per il racconto dei cinque uomini del detto paese di Montemonaco che si spinsero più avanti degli altri in quel tempo. Io parlai con due di essi, i quali mi raccontarono che in cinque, narrandosi in buona compagnia le avventure intorno alla grotta, tutti d’accordo stabilirono di andare fino alle porte di metallo che battono giorno e notte come dirò poi. Si fornirono essi di corde grosse e piccole, lunghe seimila tese, che legarono all’ingresso per ritrovare il cammino; portarono anche lanterne, pietre focaie e acciarini, viveri per cinque giorni e altri oggetti necessari poi vi entrarono.  
Dicono che la parte anteriore della grotta è stretta per circa un buon tratto di balestra; dopo è abbastanza larga per andare agevolmente l’uno appresso all’altro, e in qualche punto anche in due o tre. Si avanzarono per questa parte larga della grotta sempre discendendo secondo loro almeno tre miglia. Allora trovarono una fenditura attraversante la grotta, da cui usciva un vento così orrido e strano che non vi fu chi osasse fare ancora un passo o mezzo passo: perché appena essi si avvicinavano,pareva che il vento li trascinasse via.
Ebbero tale paura che deliberarono di tornare indietro lasciando sul posto la maggior parte di quello che avevano portato. Si erano dedicati a tale impresa così come suggerisce spesso la giovinezza alle persone oziose.






DON ANTONIO FUMATO E I

            DUE TEDESCHI



In quella caverna vi sono molte cose strane e meravigliose secondo quanto comunemente dicono gli abitanti per quanto sian cose che non possono testimoniarsi con evidenza. Oltre ciò che ho fin qui detto, mi fu ancora narrato da ecclesiastici e da altri,che nel detto castello di Montemonaco, c’era un prete chiamato don Antonio Fumato, il quale era un poco strano e malato di mente. A causa della sua malattia andava in molti luoghi dicendo cose strane, così come sogliono fare le persone malate di tale malattia e di poco buon senso. Egli però parlava ed agiva senza far male ad alcuno.  
Questo prete ha più volte detto e assicurato senza mutamenti, che è andato fino alle porte di metallo che giorno e notte battono senza posa aprendosi e chiudendosi.
Ma poiché costui dava ogni tanto segni di pazzia come ho detto, pochi gli credevano. Dicesi che quel prete narrasse di aver ivi condotti due tedeschi che entrarono nel regno della Sibilla per le porte di metallo.






     COME IL CAVALIERE E IL

             SUO SCUDIERO….



La gente del paese di Montemonaco racconta che è vero che detto cavaliere e il suo servitore entrarono nella grotta. Essi narrarono che quando giunsero nella piazzetta che è dopo le porte di metallo, videro un’altra bellissima e ricca porta risplendente al lume che portavano; e similmente videro risplendere la caverna come se tutta fosse di cristallo. Dopo aver molto bene osservato ogni cosa, ascoltarono a lungo, ma senza mai sentir nulla. Per la qual cosa rimasero molto meravigliati; perché prima, quando erano davanti alle porte di metallo, essi udirono grandissimo rumore e mormorio di gente, ora che erano dentro, non sentivano più il minimo rumore.
Il cavaliere vi dimorò così per lo spazio di 300 giorni, dei quali ben teneva il conto. Egli così conobbe di aver tanto grandemente mancato verso il Creatore, sia per tante cose mondane che aveva fatto contro il suo volere e contro i suoi comandamenti, sia, specialmente, per l’orribile peccato in cui viveva; a cagione del quale lo aveva completamente dimenticato per lo spazio di 300 giorni, trascorsi in compagnia del DEMONIO; in quanto egli ben s’accorse che lì era veramente il DEMONIO.






  COME IL CAVALIERE E IL

 SUO CUDIERO ANDARONO…



Dopo aver narrato per esteso come egli avesse disobbedito al suo Creatore per le grandi (E)delizie e piaceri mondani goduti per lo spazio di 330 giorni, il papa rimase corrucciato e dolente, pur essendo molto contento, d’altra parte, di vederlo così pentito. Sul momento non volle né perdonarlo né assolverlo. Quindi assai rudemente, come uomo perduto, lo scacciò dalla sua presenza. E ciò, non perché non volesse o potesse perdonarlo, ma per far conoscere a tutti il gravissimo peccato in cui egli era per tanto tempo rimasto tra i vani piaceri di quella regina Sibilla, e perché nessuno avesse speranza d’ottenere facile perdono.
Il cavaliere se ne partì così sconfortato che nessuno poté nascondere la pietà al vederlo e udirlo. Nei suoi pietosi lamenti egli malediceva la sua dolcissima vita. Vi fu allora un cardinale che n’ebbe pietà, lo fece venire in sua presenza, lo confortò nel miglior modo possibile, lo distolse dalla disperazione, e gli fece sperare di ottenergli il perdono. Ne fece, infatti, ripetute richieste al papa; ma questi fingeva di negarlo, affinché ciascuno prendesse esempio e lasciasse la speranza di una facile grazia.
Il cavaliere che era tanto pentito da esser pronto a sopportare qualsiasi pena pur di ottenere il perdono, andava e veniva spesso dai cardinali, dai prelati e da altre personalità. Ma il diavolo che è astuto, e giorno e notte non smette di fuorviare gli amici di Dio, mise nel cuore dello scudiero una tale brama di ritornare, che non passava un’ora senza desiderare e rimpiangere i grandi piaceri che aveva lasciato.
Si lamentava di giorno e di notte e tanto insistette, che fece annoiare il cavaliere per il gran ritardo del suo perdono. Tuttavia egli avrebbe ancora pazientato, se lo scudiero, per tentazione del demonio, non l’avesse una volta convinto, e le altre volte persuaso, a ritornare nella grotta. Per riuscire al suo scopo, lo scudiero si presentò al cavaliere correndo con grande finzione, e dicendo, come se l’inseguissero: “Ah! Signore, per carità, salviamoci! Ho incontrato poco fa molti vostri amici, il tale e il tale, che vi cercano per avvertirvi che il papa ha fatto il processo e che ci fa cercare per farci morire….



Epilogo….



(Mediti il cavaliere quanto il suo scudiere giacché il Papa non solo nel peccato udito ma accompagnato da altro e retto pensiero che pur non giudica che per se stesso lasciando al Tempo di poter maturare consono perdono ma sempre e quantunque alla Natura avverso…)