giuliano

martedì 18 aprile 2017

IL RAMO INDUSTRIOSO DELL'UOMO ovvero la foglia genesi della conquista (2)



















Precedenti capitoli:

Il ramo industrioso dell'uomo ovvero.... (1)






















Prosegue in:

Giardini di Primavera...

























In una precedente riflessione abbiamo letto capito e meditato il come la Natura, e non solo quella umana, operare un processo indispensabile connesso alla propria ed altrui  conservazione nel medesimo principio nominato vita, nella fattispecie di un elemento primario e poi restituito in retto saggio compo(ni)mento, sicché alla sezione di tal ‘corteccia’ rimembriamo e rinnoviamo ugual (memoria vegetale… giacché privati della prima non potremmo respirare o aspirare alla seconda) volontà conservata nel libro o tomo, perché in verità e per il vero, meditiamo taluni, a prescindere credo e ragione, connessi con i cicli della Spirale cui indistintamente nati…
E più non aggiungo eccetto delle massime che sembrano in profonda sintonia con una certa legge la qual regola propria ed altrui vita, tralasciando, oppure al contrario, sindacando, medesimi motivi circa l’ecologica materia studiata nel ‘diritto’ ed in suo difetto e cui ognuno indistintamente può o potrebbe aspirarne il principio…
E quando indistintamente violato per superiore economica ragion di stato, o dicono democratico interesse, nel e per, il progresso conseguito… sorrido dell’anidride dal ramo alla (loro) foglia dispensata… E cogito diverso antidoto al veleno offerto nobilmente e candidamente vestito nell’errata e falsata interpretazione di qualsivoglia  principio ed elemento…
Alla ‘parabola’ della foglia cui ogni Anima e natura al ramo malmente evoluta perita nella dottrina di cui ogni Spirito… ravvivarne antica Memoria perduta…

Così introduco taccio… e più non dico… giacché parafrasando il Montesquieu detto come lui medito…

 “Ho stima dei ministri: non sono gli uomini che sono piccoli, ma i compiti che sono grandi”.




Dicevo ch’era naturalissimo credere che ci fossero delle intelligenze superiori a noi: infatti, immaginando la catena delle creature a noi conosciute, e i diversi gradi d’intelligenza, dall’ostrica fino a noi, se noi formassimo l’ultimo anello, sarebbe la cosa più straordinaria, e si potrebbe sempre scommettere a 2, 3 o 400 mila o milioni contro 1 che non è possibile, tanto se tra le creature siamo noi ad avere il primo posto, quanto se siamo noi al termine della catena, e che non esiste nessun essere intermedio tra noi e l’ostrica che non sappia ragionare come noi.
È vero che noi siamo i primi tra gli esseri che conosciamo.
…Ma, quando ne concludiamo che siamo i primi tra gli esseri, ci gloriamo della nostra ignoranza, e del fatto che non sappiamo come si faccia ad avere rapporti tra il nostro globo e un altro, e perfino tutto ciò che esiste nel nostro globo...
Fontenelle ha un’idea assai graziosa a questo proposito!
Dice che forse le intelligenze che hanno dato occasione a tutti gli episodi di rapporti con gli esseri sconosciuti non possono vivere a lungo sul nostro globo, e che avviene come per i tuffatori, che possono entrare nel mare e non possono vivere nel mare.
Così i 230 rapporti con gli Spiriti dell’Aria, per esempio, saranno stati brevi; saranno stati rari; ma a volte ci saranno stati.




Parmi questa ottima premessa a giustificazione la qual essa sia… in tal difettevole condizione o ancor meglio globale connessione…

 Un Principe crede di diventare più potente attraverso la rovina di uno Stato vicino.
È il contrario!
In Europa le cose sono combinate in modo che tutti gli Stati dipendono gli uni dagli altri. La Francia ha bisogno dell'opulenza della Polonia e della Moscovia, come la Guienna ha bisogno della Bretagna e la Bretagna dell’Angiò.
L’Europa è uno Stato composto di molte province.

I ministri possono venire a sapere dai cambi i movimenti segreti d’uno Stato vicino, poiché una grande impresa non si può mai compiere senza denaro, e, per conseguenza, senza un grande mutamento nei cambi.

Non ci dobbiamo stupire vedendo come quasi tutti i popoli dell’universo siano così lontani dalla libertà che prediligono. Il governo dispotico balza agli occhi, per dir così, e s’istituisce quasi da sé. Dato che per costituirlo bastano delle passioni, tutti ne son capaci.
Ma per fare un governo moderato, bisogna combinare le forze, temperarle, lasciarle agire e regolarle; mettere, per dir così, zavorra nell’una per porla in condizione di resistere a un’altra.
È un capolavoro di legislazione che il caso compie molto raramente, e che non si permette di compiere alla prudenza.

Dicevo: ‘Il governo dispotico ostacola le capacità dei sudditi e dei grandi uomini, come l’autorità degli uomini ostacola le capacità delle donne’.

Osservavo la lista delle mercanzie che i negozianti europei portano ogni anno a Smirne.
Osservavo con piacere come quella brava gente prendesse 400 balle di carta per involgere lo zucchero, e non prendesse che 30 balle di carta per scrivere.

Quand’anche l’immortalità dell’anima fosse un errore, mi rincrescerebbe, molto di non credervi.
Non so come la pensino gli atei. (Confesso di non essere umile come gli atei). Ma, quanto a me, non voglio barattare (e non baratterò) l’idea della mia immortalità con quella di una beatitudine d’un giorno.
Sono lietissimo di credermi immortale come Dio stesso.
A parte le verità rivelate, alcune idee metafisiche mi danno una speranza assai forte nella mia felicità eterna, alla quale non vorrei rinunciare.

Il dogma dell’immortalità dell’anima ci spinge alla gloria, mentre la credenza contraria ne attenua in noi il desiderio.

Non si vuol morire!
Ogni uomo è in effetto un succedersi d’idee che non si vogliono interrompere.

 Quest’opera è il frutto delle riflessioni di tutta la mia vita, e forse da un lavoro immenso, da un lavoro fatto con le migliori intenzioni, da un lavoro fatto per la pubblica utilità io non ritrarrò che dolori, e, sarò compensato dalle mani dell’ignoranza e dell’invidia.

Ho lavorato vent’anni di seguito a quest’opera, e non so ancora se sono stato ardito o se sono stato temerario, se m’abbia schiacciato la grandezza del tema o se la sua maestà m’abbia sostenuto.

A che mi servirebbe aver riflettuto per vent’anni, se mi fosse sfuggita la prima di tutte le riflessioni, che la 250 vita è breve?
Non ho neppure il tempo di abbreviare quel che ho fatto.

La virtù civica non consiste nel vedere la propria patria divorare tutte le altre.
Questo desiderio di vedere la propria città inghiottire tutte le ricchezze delle nazioni, di saziarsi continuamente gli occhi con i trionfi dei generali e gli odi dei re, tutto questo non costituisce la virtù civica.
La virtù civica consiste nel desiderio di vedere l’ordine nello Stato, di provar gioia per la pubblica tranquillità, per l’esatta amministrazione della giustizia, per la sicurezza dei magistrati, per la prosperità di coloro che governano, per il rispetto tributato alle leggi, per la stabilità della monarchia o della repubblica.
(Montesquieu)


















mercoledì 12 aprile 2017

IL FIOR DETTO DAL DUR... DURANTE DETTO (2)












































Precedente capitolo:

Ricostruire Memoria antica....













Molte salute, Madonna, v’porto
Dal vostro figluolo. E’ pregavi, per Dio,
Che  ’l socoriate, od egli è in punto rio,
Che Gielosia gli fa troppo gran torto.

Che nonn’ à guar ched e fu quasi morto
In una battaglia, nella qual fu’ io.
Ancor si par ben nel visagio mio
Che molto mi vi fu strett’ ed a torto. —

Allor Venusso fu molto crucciata,
E disse ben chella forteza fìa
Molto tosto per lei tutta  ’nbraciata:

Ed a malgrado ancor di Gielosia,
Ella sera per terra rovesciata.
Nolle varrà già guardia che vi sia. —

Venusso sì montò sus’ un ronzino
Corsiere ch’era buon da cacciagione,
E con sua giente n’ andò a Cicierone.
Sì comanda che sia’ prest’ al matino

Il carro suo, eh’ era d’oro lino.
I[n]mantenente fu messo i’ limone,
E presto tutto, sì ben per ragione,
Che, quando vuol, puote entrar in camino.

Ma non volle cavai per lmoniere.
Né per tirare il caro, anzi fé trarre
Cinque colonbi d’un su’ colonbiere.

A corde di fil d’oro gli fé legare.
Non bisogniava avervi carettiere,
Chèlla dea gli sapea ben guidare.

Di gran vantagio fu ’l carro prestato.
Venusso ben matin v’ è su salita,
E sì sacciate eh’ ell era guernita
E d’ arco, e di brandon ben inpennato,

E seco porta fuoco tenperato.
Così da Ciceron sì s’ è partita,
E dritta all’ oste del figluol n’ è ita
Con suo’ colonbi che ’1 car àn tirato.

Lo dio d’amor sì avea rotte le triove,
Prima che Veno vi fosse arivata.
Che troppo gli parea 1’ atender grieve.

Venus dritta a lui sì se n’ è andata.
Sì disse : Figluol, non dottar, che ’n brieve
Questa forteza no’ avremo aterata. —

Figluol mi’, tu l’arai un saramento,
E io d’altra parte si ’I faroe.
Che Castitate i’ ma’ non lascieroe
In femina che agia intendimento,

Nèttu in uon chetti si’ a piacimento.
Ed i’ te dico ben eh’ i’ lavorroe
Col mi’ brandone; sì gli scalderoe,
Che ciaschedun verrà a comandamento.

Per far le saramenta sì aportaro,
En luogo di relique, si aportaro
Brandoni, e archi, e saette; si giurarono.

Di suso, e diser e’ altrettanto vale.
Color de 1’ oste ancor vi s’ acordaro.
Che ciaschedun sapea le dicretali.

Venus, che d’ assalire era presta.
Sì comanda a ciascun ched e’ s’ arenda,
O che la mercie ciascheduno atenda,
Ch’ ella la guarda lor tratutta presta.

E sì lor à giurato per sua testa,
Ched e’ non sia nessun che si difenda,
Ch’ ella de la persona nogli afenda;
E così ciaschedun sì amonesta.

Vergogna sì respuose: I’ non vi dotto.
Se nel Castel non fosse se non io,
Non crederei che fosse per voi rotto.

Quando vi piacie intrare a lavorio,
Già per minacele no m’ intrate sotto,
Né vo né que’ che d’ amor si fa dio. –

Quando Venus intese che Vergogna
Parlò sì arditamente contrallei,
Sì gì’ à giurato per tutti gli dei,
Ch’ ella le farà ancor gran vergogna;

E poi villanamente la ranpogna,
Diciendo : Garza, poco pregierei
Il mi’ brandone, sed i’ te non potrei
Farti ricoverare in una fogna.

Già tanto non se’ figlia di Ragione,
Che senpre co’ figluoi m’ à gueregiato,
Ch’ i’ non ti metta fuoco nel groppone. —

Ed a Paura ancor da 1’ altro lato :
Ben poco varrà vostra difensione,
Quand’ i’ v’ avrò il fornel ben riscaldato. –

Molto le va Venus minacciando,
Diciendo, se no rendono il castello,
Ched ella metterà fuoco al fornello
Sì che per forza le n’ andrà cacciando.

E disse : A .M. diavoli v’ acomando,
Chi amor fugie, e’ fosse mi’ fratello.
Per Dio, i’ le farò tener bordello.
Color che l’Amor vanno sì schifando.

Chèd e’ non è più gioia che ben amaro,
Rendetemi il castel, o veramente
Il farò i[n]mantenente giù versare ;

E poi avremo il fior ciertanamente,
E si ’1 faremo in tal modo sfogliare
Che poi non fia vetato a nulla gente. —

Venus la sua roba à socorciata,
Crucciosa per senbianti molto, e fiera,
Verso ’1 Castel tenne sua caminiera,
E ivi sì s’ è un poco riposata.
E riposando sì ebe avisata,
Come cole’ eh’ era sottil’ archiera,
Tra due pilastri una balestriera.
La qual natura v’ avea conpasata.

In su’ pilastri una imagine avea asisa ;
D’argiento fin senbiava, sì luciea;
Trop’ era ben taglata a gran divisa.

Di sotto un santuaro sì avea :
D’undrapo era coperto sì, in ta’ guisa.
Che ’1 santuaro punto non parca.

Troppo avea quel’ imagine ’1 [vi]sagg’io
Tagliato di tranobile fazone.
Molto pensai d’ andarvi a prociessione,
E di fornirvi mie pelligrinagio.

E sì no mi parìa paruto oltragio
Di starvi un dì davanti ginochione,
E poi di notte esservi su boccone,
E di donarne ancor ben gran lo gagio.

Chèd i’ era ciertan sed i’ toccasse
Le r[e]lique, che disotto eran riposte.
Che ogne mal eh’ i’ avesse mi sanasse ;

E fosse mal di capo, over di coste,
Od altra malatia, che mi gravasse,
A tutte m’ avrìa fatto donar soste.

Venus allora già più non atende,
Però ched ella sì vuol ben mostrare
A ciaschedun, ciò ched ella sa fare
I[n]mantenente l’arco su’ sì tende,

E poi prende il brandone e sì 1’ aciende.
Sì nolle parve pena lo scocare,
E per la balestriera il fé volare,
Sì che ’1 Castel ma’ più non si difende

I[n]mantenente il fuoco sì s’ aprese,
Per lo castello ciascun si fugio,
Si che nessun vi fecie più difese

Lo Schifo disse : Qui no sto più io.
Vergogna si fugì in istran paese,
Paura a gran fatica si partio.

Quando ’1 castello fu così inbrasciato,
E chelle guardie fur fu gite via,
Alor sì v’ entro entrò Cortesia
Per la figluola trar di quello stato.

E Franchez’ e Pietà da l’altro lato
Sì andaron collei in conpagnia.
Cortesia sille disse: Figlia mia,
Molt’ ò avuto di te il cuor crucciato,

Che stata se’ gran tenpo inpregionata.
La Gielosia agi’ or mala ventura,
Quando tenuta t’ à tanto serrata.

Lo Schifo, e Vergogna con Paura
Se son fugiti, e la gol’ à tagliata
Ser Malabocca, per sua disaventura.

Figluola mia, per Dio, e per merzede,
Agie pietà di quel leal amante,
Che per te à soferte pene tante
Che dir noi ti porìa in buona fede.

I[n] nessun altro idio chette non crede,
E tuttora acciò è stato fermo e stante.
Figluola mia, or gli fa tal senbiante
Che sia ciertano di ciò e’ or non crede.

Bellacoglienza disse : I ’ gli abandono
E me, e ’1 fiore, e ciò eh’ i’ ò ’n podere,
E ched e’ prenda tutto quanto in dono.

Per altre volte avea alcun volere,
Ma nonn’ era sì agiata com’ or sono.
Or ne può fare tutto ’1 su’ piaciere.

Quand’ i’ udi’ quel buon risposto fino
Chella gientil rispuose,……
Ed a la balestriera m’adrizai,
Chè quel si era il mi’ dritto camino.

E sì v’ andai come buon pellegrino,
Ch’ un bordon noderuto v’ aportai,
E la scarsella non dimenticai,
La qual v’ apiccò buon mastro divino.

Tutto mi’ arnese tal chent’ i’ portava,
S’ ò di condurr al porto in mia ventura,
Di toccarne le relique i’ pur pensava.

Nel mi’ bordon non avea feratura,
Che giamai contra pietre noli’ urtava :
La scharsella sì era san costura.

 Tant’ andai, giorno e notte caminando,
Col mi’ bordon che non era ferrato,
Che ’ntra duo be’ pilastri fu’ arivato.
Molto s’ andò il mi’ cuor riconfortando.

Dritt’ a le r[e]lique venni apressimando,
E mantenente mi fu’ inginochiato,
Per adorar quel corpo beato ;
Po’ venni la coverta solevando.

E poi provai sed i’ potea il bordone
In quella balestriera, eh’ i’ v’ ò detto,
Metterlo dentro tutto di randone ;

Ma i’ non potti, eh’ eli’ era sì stretto
L’ entrata, che ’1 fatto andò in falligione
La prima volta i’ vi fu’ ben distretto.

Pe’ più volte falli’ allui ficcare,
Perciò che ’n nulla guisa vi capea ;
Ella scarsella e’ al bordon pendea,
Tuttor disotto lo faciea urtare,

Credendo il bordon me’ far entrare,
Ma già nessuna cosa mi valea ;
Ma a la fine i’ pur tanto scotea,
Ched i’ pur lo faciea oltre passare.

Sì eli’ io allora il fior tutto sfoglai,
E la semenza eh’ i’ avea portata.
Quand’ ehi arato, silla seminai ;

La semenza del fior v’ era cascata,
Amendue insieme sille mescolai.
Che molta di buon’ erba n’ è po’ nata.


(Dur Durante…)













domenica 9 aprile 2017

SEMPRE E SOLO UN SOL UOMO... (2)













































Precedente capitolo:

Un sol uomo.... (da 2 ad.... 1)














Il potere totalitario oppressore è il suo Dio (con lui anche ex nazisti quanto comunisti); il modello che egli ha dell’ordine è la simmetria delle croci in un cimitero.
In tale simmetria si incasella, lui stesso, senza discutere: non può immaginare nulla di nuovo o di diverso. Il nuovo e il diverso lo spaventano. Devoto quanto un prete a sistemi già collaudati, divinizza i regolamenti e vi obbedisce nel modo in cui obbedisce ai banali canoni dell’eleganza: abito blu, camicia bianca, cravatta blu.
Il vero inquisitore è un uomo lugubre (2*). Filosoficamente è il vero fascista assommato al nazista, privo di colore che serve tutti i fascismi ( e ne diventa docile strumento), tutti i totalitarismi, tutti i regimi purché servano a mettere gli uomini in fila come croci in un cimitero.
Lo trovi ovunque vi sia un’ideologia, un principio assoluto, una dottrina che proibisca all’individuo di essere se stesso.
L’inquisitore si dichiara idealista ma odia gli ideali. Ha uffici in ogni contrada della Terra, capitoli in ogni volume di storia, ieri serviva i tribunali dell’Inquisizione cattolica (a caccia di cani!) e del terzo Reich, oggi serve la caccia alle streghe delle tirannie orientali e occidentali, di destra e di sinistra.
Egli è eterno, onnipresente, immortale….
E mai umano… Più bestia che uomo…
Forse si innamora, all’occorrenza piange e soffre come noi, forse ha un’anima. Ma, se ce l’ha giace dentro una tomba così profonda che per disseppellirla ci vorrebbe un bulldozer, o un trattore.
(Oriana Fallaci, Un Uomo)






(2*) Come durante il medioevo, gli inquisitori non frequentavano scuole particolari, ma imparavano il loro mestiere sul campo, talvolta iniziando la carriera in qualità di vicari, ma ciò non rappresentava una regola. Una volta eletti, veniva loro consegnata una patente da parte dalla Congregazione, raggiungevano la sede loro assegnata, pubblicavano in genere un editto di fede e iniziavano l’attività.
Nei primi quarant’anni di funzionamento del Sant’Uffizio romano gli inquisitori non godettero generalmente di effettiva autonomia giuridica, dato che nei casi finora studiati in modo sistematico i vescovi o i loro vicari influenzarono più di quanto avrebbero fatto dopo l’opera del tribunale. Sul piano economico e logistico, gli inquisitori all’inizio dipendevano dal convento che li ospitava e dagli ordinari, che fornivano i luoghi dove celebrare i processi, i cancellieri per redigere gli atti processuali, come pure i messi giurati e la polizia per  eseguire le citazioni, le perquisizioni e gli arresti. Ugualmente di proprietà vescovile o conventuale furono nei primi tempi le carceri, che cominciarono poi a essere costruite dagli inquisitori con i propri fondi.




Per tutta l’età moderna non mancarono i conflitti con le sedi conventuali, perché gli inquisitori (che a volte erano anche priori) suscitavano la gelosia degli altri frati del chiostro, occupavano locali spesso spaziosi e godevano di ampie eccezioni al rispetto della regola. Altri conflitti con i poteri civili vennero innescati dalla presenza di familiari e patentati. Solo con i papati di Pio V (1566-1572) e del successore Gregorio XIII (1572-1585) gli inquisitori iniziarono a godere di entrate proprie che, negli anni, portarono anche a una parità effettiva fra i due giudici di fede (ordinario e delegato) nell’attività giudiziaria. Pio V infatti dotò di una pensione perpetua almeno le sedi di Alessandria, Bergamo, Bologna, Brescia, Ceneda, Cremona, Faenza, Genova, Mantova, Milano, Novara, Parma, Pavia, Pisa, Vercelli, Verona. Gregorio XIII garantì delle entrate fisse derivanti da pensioni agli uffici di Belluno, Capodistria, Faenza, Padova e Rimini, mentre concesse dei benefici alle sedi di Alessandria, Asti, Bergamo, Firenze, Novara, Udine e Vicenza. Negli anni successivi il papato continuò ad assegnare sia pensioni sia benefici.
Alla fine del Cinquecento gli inquisitori locali erano finanziariamente autonomi, ma il tribunale continuò a essere composto e gestito da due giudici, l’inquisitore e l’ordinario, che decidevano assieme quali denunce dovevano trasformarsi in processi informativi, quali processi informativi in processi formali, decretavano il modo di condurre le cause, l’eventuale comminazione della tortura e stabilivano la sentenza con le relative pene.




Nei primi decenni di funzionamento del Sacro Tribunale gli inquisitori furono molto probabilmente mobili sul territorio della loro giurisdizione. Solo nel corso del primo Seicento pare che essi assumessero le funzioni prevalenti che il diritto assegnava loro nella repressione dell’eresia rispetto all’autorità dei vescovi, cominciarono a nominare dei propri vicari foranei nei paesi più importanti e a risiedere più stabilmente nella città principale del territorio loro assegnato.
Gli inquisitori non avevano obblighi procedurali se non quelli dovuti alla prassi e alle disposizioni inviate per lettera dalla Congregazione nei casi particolari: non esisteva infatti nessuna istruzione organica e neppure un manuale ufficialmente avallato, ma solo dei testi giuridici più o meno autorevoli e delle raccolte di ordini impartiti dalla Congregazione in seguito a richieste dei singoli inquisitori. Sui poteri, compiti e privilegi dell’inquisitore e sulle sue relazioni con il vescovo, i commissari del Sant’Uffizio, i superiori dell’Ordine, le autorità secolari, i propri vicari, consultori, notai ecc., danno indicazioni quasi tutti i manuali, come ad esempio quello di Cesare Carena nel Titulus quintus. ‘De apostolicis inquisitoribus’, dove in 112 paragrafi viene trattata sia l’Inquisizione romana sia quella spagnola.
Come risulta da studi fatti sulla documentazione archivistica, nella conduzione del processo formale i giudici della fede seguivano diversi modelli di interrogatorio: uno molto ridotto per i testimoni, normalmente uno semplice per gli imputati, inteso a verificare gli indizi già emersi, più raramente uno complesso e approfondito per gli imputati, con la proposta di nuovi argomenti. Nelle procedure sommarie, pare molto utilizzate nel Sei e Settecento, in teoria non ci dovrebbero essere state domande, se non per facilitare la confessione volontaria dell’imputato e fargli rivelare i complici.




Gli inquisitori locali comunicavano alla Congregazione, attraverso le lettere, i casi più rilevanti o difficili, e ricevevano da parte del cardinale segretario indicazioni e ordini stabiliti dai cardinali inquisitori e talvolta dal papa nelle sedute del mercoledì e del giovedì. Quanto funzionasse la centralizzazione dei controlli è un problema ancora discusso e in fase di revisione, perché in realtà ci sono ancora pochi studi sistematici condotti contemporaneamente sui processi e sulle lettere.
Gli inquisitori inoltre erano soggetti al controllo da parte della Congregazione non solo sul piano procedurale, ma anche su quello finanziario: dovevano infatti inviare ogni anno una relazione dello stato economico del loro ufficio, con tanto di inventario, comprendente i costi e i ricavi relativi all’anno solare precedente. Ci furono comunque degli sforzi da parte della Congregazione per omogeneizzare i comportamenti degli uffici periferici, in cui talvolta i giudici si macchiarono di abusi procedurali o di corruzione: nel 1578 per esempio fu inviata una importante lettera circolare, Ordini generali quali si devono osservare inviolabilmente da tutti l’inquisitori, ufficiali fiscali et notari nelle cause del Sant’Ufficio sotto pena della privatione degl’uffici et d’altre pene ad arbitrio dell’illustrissimi e reverendissimi signori cardinali generali inquisitori, in cui furono uniformate le spese processuali a carico del Sant’Uffizio periferico e quelle a carico degli imputati.




Nel 1611 fu inviata un’altra circolare contenente gli Ordini da osservarsi dagli inquisitori: si trattava di disposizioni concernenti i comportamenti che i giudici dovevano assumere nel periodo in cui ricoprivano l’incarico. L’ufficio non aveva una scadenza prefissata e gli inquisitori più meritevoli agli occhi di Roma potevano essere promossi in sedi più prestigiose, a capo di una diocesi, in incarichi di Curia, nella rete delle nunziature, nella stessa Congregazione.
Carriere particolarmente brillanti ebbero gli inquisitori di Malta. Vi furono anche figure di giudici della fede che ascesero fino al papato: il primo fu Marcello Cervini (Marcello II, 1555), ma i più famosi furono Gian Pietro Carafa (Paolo IV, 1555-1559), Michele Ghislieri (Pio V, 1566-1572) e Felice Peretti (Sisto V, 1585-1590).
In seguito una notevole parte dei papi provennero dalle file dell’Inquisizione o dell’Indice fino alla metà del Settecento, e in alcuni casi anche oltre: Urbano VII Castagna (1590), Innocenzo IX Facchinetti (1591), Paolo V Borghese (1605-1621), Innocenzo X Pamphili (1644-1655), Alessandro VII Chigi (1655-1667), Clemente X Altieri (1670-1676), Alessandro VIII Ottoboni (1689-1691), Innocenzo XII Pignatelli (1691- 1700), Clemente XI Albani (1700-1721), Clemente XII Corsini (1730-1740), Clemente XIV Ganganelli (1769-1774), Pio VIII Castiglioni (1829-1830), Gregorio XVI Cappellari (1831-1846), Benedetto XVI Ratzinger, in precedenza prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (2005-vivente nel 2010).
Con l’abolizione delle tre Inquisizioni moderne alla fine del Settecento e nei primi decenni dell’Ottocento gli inquisitori locali scomparvero, eccetto che nello Stato pontificio, dove furono nominati fino al 1880 anche dopo il passaggio al Regno d’Italia. L’attività di controllo del dissenso religioso non fu generalmente ripresa dai vescovi, ma venne svolta per tutto il mondo cattolico dalla Congregazione del Sant’Uffizio, che assunse ufficialmente questo nome nel 1908 e venne riformata nel 1911. Alla fine del Concilio ecumenico Vaticano II, con il ‘motu proprio Integrae servandae’ di Paolo VI del 7 dicembre 1965, è stata trasformata nella Congregazione per la Dottrina della Fede, con propri scopi, procedure e strutture. La Congregazione comprende tre sezioni: dottrinale, disciplinare e matrimoniale, è diretta dal prefetto, coadiuvato dal segretario, dal sottosegretario e dal promotore di giustizia ed è attualmente costituita da 23 cardinali, arcivescovi e vescovi di 14 nazionalità, assistita da 33 consultori e fatta funzionare da 37 vari ufficiali stabili (nel 2009).