giuliano

sabato 9 aprile 2022

DIARIO DI BORDO (4)

 










































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Circa i vermi... (3)

























Prosegue con la: 


Seconda parte del 


cimitero di guerra (5) 













[Il mio diario] è come una foglia che pende sopra la mia testa sul sentiero…

Piego il ramoscello e scrivo su di essa la mia preghiera; poi, nel lasciarla andare, il ramo spedisce lo scarabocchio fino in cielo. Come se, invece di restare chiuso nella mia scrivania, fosse un foglio pubblico come qualsiasi cosa in natura.




È papiro sulla riva del fiume; è cartapecora nei pascoli; è pergamena sulle colline. Lo trovo ovunque, libero come le foglie che sfilano lungo i viottoli in autunno.

Il corvo, l’oca, l’aquila portano la mia penna, e il vento spinge le pagine tanto lontano quanto me. Oppure, se la mia fantasia non vola ma va a tentoni tra poltiglia e fango, scriverò con una canna.




Il grillo, il gorgoglio del ruscello, il fruscio del vento fra gli alberi mi parlano tutti in modo sobrio ma incoraggiante del continuo progresso dell’universo. Mi salta il cuore in gola al suono del vento nel bosco.

Io, che solo ieri avevo una vita così dispersiva e superficiale, ritrovo all’improvviso il mio spirito, la mia spiritualità, attraverso l’udito. Vedo un cardellino che attraversa cinguettando la giornata ferma e cupa, e mi vengono in mente gli stormi pigolanti che presto annunceranno la stagione contemplativa.




Ah, se potessi vivere in modo che non vi fosse alcun momento dispersivo in tutta la mia vita! Che nella stagione della frivolezza, quando i piccoli frutti sono maturi, possano essere maturi anche i miei frutti. Che io possa sempre far corrispondere alla natura i miei stati d’animo! Che in ogni stagione in cui una parte della natura è particolarmente prospera, allora una corrispondente parte di me possa riuscire a prosperare.




Ah, camminerei, mi sederei e dormirei con devozione naturale. E se sapessi recitare ad alta voce o a me stesso, nel costeggiare le rive del torrente, un’allegra preghiera come gli uccelli! Per la gioia potrei abbracciare la terra; mi darà diletto esservi sepolto.

Ti ringrazio, Dio. Io non merito nulla.




Non sono degno della minima considerazione, eppure mi è dato motivo di giubilo. Sono impuro e indegno, eppure il mondo viene indorato per il mio diletto, giorni festosi sono preparati per me, e il mio cammino è cosparso di fiori.

Perché ci danno piacere le vaste distese innevate, il crepuscolo del bosco incurvato e quasi sepolto?




Non è forse tutto ciò consono a virtù, giustizia, purezza, coraggio, magnanimità?

Forse che non ci rallegra quella vista?

E tutto ciò non corrisponde forse alle tracce di una vita più elevata di quella della lontra, una vita che non è soltanto passata lasciando un’impronta, ma esiste con la sua bellezza, la sua musica, il suo profumo, la sua dolcezza, per invigorirci e rinnovarci?




Dove c’è un perfetto governo del mondo secondo le leggi più elevate, forse non c’è traccia d’intelligenza laggiù, che sia nella neve o sulla terra, o in noi stessi?

Nessun’altra pista che un cane non sappia odorare?

Non ve n’è alcuna che un angelo possa distinguere e seguire?

Alcuna per guidare un uomo nel suo pellegrinaggio, che l’acqua non nasconda?

Non c’è odore di santità che si possa percepire?

Forse la pista è troppo vecchia, e i mortali hanno perso l’usta?

Se uno potesse decifrare il significato della neve, non sarebbe forse sulla scia di una qualche vita più elevata che è stata in circolo durante la notte?

Non ci sono cacciatori che cerchino qualcosa di più elevato delle volpi, con una capacità di giudizio più acuta dei sensi dei segugi, che si radunino a una musica più nobile di quella del corno da caccia?




Quando desidero rinnovarmi, vado in cerca del bosco più buio, della palude più densa e interminabile e, per l’uomo civile, più tetra. Entro in una palude come in un luogo sacro – un sancta sanctorum. Là è la forza, il midollo della Natura.

Il bosco selvatico copre il terriccio vergine – e lo stesso suolo è buono per uomini e animali.

La salvezza di una città non è dovuta agli uomini retti che la abitano più che ai boschi e alle paludi che la circondano.




Una comunità sopra la quale svetta una foresta primitiva, mentre un’altra foresta primitiva marcisce al di sotto, tale città è atta a far crescere non solo granturco e patate, ma poeti e filosofi nelle epoche a venire. Su un suolo siffatto sono nati Omero, Confucio e gli altri, e da quella landa deserta viene il riformatore che si nutre di locuste e miele selvatico.

Queste foglie hanno ancora una specie di vita.

Sono straordinariamente belle nel loro stato appassito.

Se resistono, è come la perseveranza dei santi.

Hanno colori integri e forme più perfette che mai.




Ora che la folla e il trambusto dell’estate sono passati, ho modo di ammirarle a piacimento. Le loro sagome non mi stancano mai l’occhio. […] Che colori piacevoli e armoniosi all’interno e all’esterno, sopra e sotto. La superficie superiore liscia, delicatamente tinta di marrone, color ghianda, quella inferiore innervata e chiarissima (a volte argentea o cinerea).

Con quanta poesia rendono l’anima, come santi o creature innocenti e benefiche!

Sono spirituali: sebbene abbiano perduto la linfa, non hanno in realtà reso l’anima. Raramente toccate da vermi o insetti, sono più belle che mai.




Alcuni arbusti sono completamente nudi di foglie, sparpagliate color cuoio sul terreno. Si tratta di una pianta molto interessante: è figlia di ottobre e novembre, eppure mi fa pensare all’inizio della primavera.

I suoi fiori sanno di primavera, come gli amenti del salice; per il colore oltre che per la fragranza appartengono all’alba dell’anno col suo color zafferano, suggerendo così fra tutti questi segni dell’autunno – foglie cadute e brina – che la vita della Natura, in virtù della quale essa prospera eternamente, è intatta.




Si erge qui all’ombra sul fianco della collina, mentre il sole che spunta dalla cima accende i ciuffi e i fiori gialli più alti. La composizione dei suoi fiori, così snodata e angolare, non si può confondere con nessun’altra.

Mi stendo con gioia, supino sotto i suoi rami.

Mentre le sue foglie cadono, sgorgano i fiori.

L’autunno, allora, è in realtà una primavera.

Tutto l’anno è una primavera.

Vedo due merli alti sopra di me, diretti a sud, ma io nei miei pensieri vado a nord con questi fiori di amamelide. È un luogo incantato.

Questa è una parte dell’immortalità dell’anima!




L’altro giorno, dopo aver camminato un paio d’ore per i boschi, sono arrivato alla base di un alto pioppo tremulo, che non ricordo di aver visto prima, erto in mezzo ai boschi del paese vicino, ancora fitto di foglie mutate in un giallo verdastro.

È forse il più grande della sua specie che io conosca.

È stato per puro caso che mi ci sono imbattuto, e se fossi stato mandato a trovarlo mi sarebbe sembrato, come si dice, di cercare un ago in un pagliaio.




Mi è rimasto nascosto tutta l’estate, e probabilmente per tanti anni, ma ora, salendo in una direzione diversa sulla stessa collina da cui ho visto le querce scarlatte, e guardandomi in giro appena prima del tramonto, quando tutti gli altri alberi visibili per miglia sono rossastri o verdi, distinguo il mio nuovo amico dal suo colore giallo.

Ha raggiunto la fama, finalmente, e la ricompensa per aver vissuto in tale solitudine e oscurità. È l’albero che si distingue di più in tutto il panorama, e agli occhi di tutti sarebbe il centro dell’attenzione.

Così ricopre il suo ruolo nel coro.




È come se anche lui mi avesse riconosciuto, e con piacere, venendomi incontro a metà strada, e ora l’amicizia nata in modo così propizio sarà, io credo, perenne.

Il mio occhio vaga al di là della vallata fino ai boschi di pini che bordano il versante opposto, e nel loro aspetto trova qualcosa che si rivolge alla mia natura. Può darsi che nel mio stato d’animo io stessi chiedendo alla Natura stessa di darmi un segno. Non so cosa sia stato ad attirare il mio sguardo. Ho provato una contentezza passeggera, in ogni caso, per qualcosa che ho visto. Sono certo che l’occhio si sia posato con piacere sui pini bianchi, che ora riflettono una luce argentea, con i piani infiniti dei loro rami, strato su strato, una specie di struttura basaltica, un polveroso dirupo di pino stratificato in orizzontale.

Questo in ogni caso ho ricavato dalla mia passeggiata pomeridiana: un cenno di riconoscimento dal bosco, una specie di saluto.

(H.D. Thoreau)










domenica 3 aprile 2022

(così lontani... eppure...) COSI' VICINI (2)

 









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Così lontani.... eppure... 


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i vermi del fuoco (3)







Chi saliva verso i pinnacoli delle Scogliere di Marmo poteva contemplare in tutta la sua ampiezza la regione sottoposta a quelle violenze. Onde raggiungere le cime noi eravamo soliti arrampicarci per la stretta gradinata scolpita nel sasso e che s’iniziava dalle rocce presso là cucina di Lampusa; i gradini erano lavati dalla pioggia, e conducevano ad una balza sovrastante, donde si dominava ampio il cerchio dell’orizzonte. Ivi trascorrevamo ore soleggiate, mentre le vette risplendevano di variopinte luci, poiché dove le acque filtranti avevano corroso le bianche rocce, quivi erano sparse larghe strisce rosse e brune. Inoltre l’edera oscura copriva a tratti le rocce e da esse pendeva in grandiosi festoni, e le foglie argentee della lunaria brillavano di tra le umide crepe.

 

Nella salita il nostro piede sfiorava i rossi tralci di more e spaventava le lucertole, che fuggendo con bagliori verdastri si nascondevano tra le rocce. Ove l’erba grassa e costellata di azzurre genziane contornava balze sporgenti, ivi erano druse di cristallo fregiato incluse nella roccia, nelle cui caverne i gufi sbattevano gli occhi sognanti. I falchi veloci e dal color bruno della ruggine ivi si annidavano, e noi passavamo tanto vicini alle covate da vedere le nari del loro becco, rivestito di una pelle delicata simile ad azzurra cera.




I primi segni del male non furono notati. Quando dalla Campagna giunsero le voci dei tumulti si pensò ad un acuirsi dei vecchi contrasti causati da vendette famigliari; ma ben presto si seppe ch’esse assumevano aspetto nuovo, inusato e ben più cupo. Il primitivo senso d’onore, che aveva dato legge alla violenza, andò smarrito, e rimase il puro misfatto, senza apparente ragione. Sembrava che agenti e spie, venuti dalle foreste, fossero entrati a far parte delle fazioni per impadronirsene a scopi estranei. In questo modo le vecchie forme persero ogni loro senso. Un tempo, se avveniva di trovare ad un bivio un cadavere con la lingua forata dal pugnale, non vi era dubbio che un traditore ivi era caduto, vittima di vendicatori lanciati sulle sue tracce. Dopo la guerra invece si poteva bensì inciampare ancora in cadaveri che portavano tale segno, ma ciascuno ormai sapeva trattarsi di un semplice misfatto.

 

In simili casi la plebaglia, sotto la guida di gente venuta dai boschi, era solita presentarsi la notte alle fattorie, e se le si rifiutava l’ingresso, le porte venivan forzate con la violenza. Queste bande eran dette dei ‘Vermi del fuoco’, perché usavano assalire le case con travi e puntoni, cui erano legate faci ardenti. Il nome era anche altrimenti interpretato, e cioè dall’uso, ad invasione riuscita, di sottoporre le genti alla tortura del fuoco per sapere ove fossero nascosti denari e tesori. Si udiva narrare di codeste bande tutto ciò che di più abbietto l’uomo possa compiere. E fra l’altro, per diffondere attorno il terrore, essi eran soliti imballare i cadaveri degli assassinati in ceste od in barili; e questi funesti carichi erano inviati, assieme alla merce che giungeva dalla Campagna, alla casa dei famigliari.




Nella Campagna, all’incrocio fra i tratturi e i confini dei vari appezzamenti, si vedevano di solito le statue delle deità dei pastori. Queste deità, custodi dei confini, erano grossolanamente scolpite in pietre od in vecchia quercia, e già di lontano se ne indovinava la presenza dall’odore rancido, che se ne diffondeva. Infatti le tradizionali offerte votive consistevano in calde miscele di burro e di quel grasso della trippa che il coltello sacrificale poneva da parte. Sul verde prato, attorno alle immagini sacre, si vedevano quindi nere macchie di fuochi; e i pastori, compiuta l’offerta, toglievano dal fuoco votivo un ramo annerito, con il quale, la notte del solstizio, segnavano di un marchio il corpo così delle donne come delle bestie che speravano esser feconde.

 

Se noi incontravamo in questi luoghi le donne che venivano dalle mungiture, esse abbassavano sul viso il fazzoletto, che portavano in capo; e il fratello Ottone, amico e conoscitore delle deità campestri, non passava mai oltre, senza consacrar loro una parola giocosa. Egli attribuiva loro una antichità immemoriale e le diceva compagne a Giove sin dall’infanzia del Dio.

 

Inoltre, e non lungi dal cosiddetto ‘Corno del Carnefice’, si trovava un boschetto di salici piangenti, ov’era la immagine di un toro con rosse narici, rossa lingua e il membro colorito in rosso: il luogo era malfamato e correvano voci che vi si compiessero orribili cose.




Ma nessuno avrebbe mai pensato doversi adorare alla Marina le deità del lardo e del burro, che davano latte alle mammelle delle vacche; eppure ciò avveniva da parte di gente che da tempo motteggiava la religione tradizionale e le sue cerimonie sacrificali. Quegli stessi spiriti che si erano ritenuti abbastanza forti per sottrarsi ai vincoli dell’antica religione degli avi furono soggiogati dalla magia di barbari idoli. E lo spettacolo offerto da un simile traviamento era più ripugnante che non il vedere un ubriaco a mezzogiorno: costoro s’illudevano di alti voli e se ne gloriavano, mentre si avvoltolavano nel fango.

 

Il Forestaro non amava né i borghi contadineschi né gli eremi dei poeti né alcun altro luogo dove l’attività fosse meditata e pensata. Il meglio fra ciò che aveva dimora nei suoi territori era una masnada di rozzi birboni, per i quali la gioia del vivere consisteva nel cercare una pista e nel dar la caccia alla selvaggina o all’uomo, devoti al vecchio di padre in figlio. Costoro erano gli ottimati della landa, mentre quei piccoli Cacciatori, che vedevamo alla Marina, venivano da strani villaggi, che il vecchio sostentava nel profondo recesso della foresta d’abeti.

 

Quando le onde della distruzione più aspramente si frangevano contro le Scogliere di Marmo, la memoria del tempo trascorso presso i Mauretani riviveva in noi, e consideravamo la forza come unica salvezza. Le potenze in contrasto alla Marina si equilibravano ancora in modo da permettere anche a poche forze di far traboccare la bilancia dall’uno dei lati; e sino a quando le leghe lottavano l’una contro l’altra, sino a quando Biedenhorn con le sue soldatesche rimaneva dubbioso, il Forestaro poteva contare su poca gente.



 

Noi progettavamo assieme a Belovar e la sua gente di dar la caccia, nottetempo, ai Cacciatori, e d’impiccarne alla crocevia quanti se ne potesse cogliere, parlando così ai gauchos dei villaggi dell’abetaia l’unico linguaggio loro comprensibile. Quando discutevamo di tali piani il vecchio agitava per la gioia il suo largo pugnale nella guaina come per un gioco amoroso, e insisteva che dovessimo affilare le tagliole e che le mute dei cani avrebbero digiunato, per prepararsi alla caccia, sino a quando lasciassero penzolare le rosse lingue a terra per cupidigia di sangue. Ed anche noi ci sentivamo pervadere le membra dall’impulso alla violenza come dalle fiamme di un lampo.

 

Ma se invece nell’erbario o nella biblioteca ragionavamo con maggiore perspicacia sulla situazione, decidevamo con animo sempre più fermo di contrastare alla violenza solo mediante la pura forza dello spirito. Dopo la guerra di Alta Plana credevamo di aver riconosciuto esservi armi più forti di quelle che tagliano e trafiggono; e tuttavia si ricadeva a volte, come accade ai bimbi, in quel mondo infantile, ove lo spavento è onnipossente. Non conoscevamo ancora la piena padronanza di sé di cui solamente l’uomo è dotato.

 

A questo proposito il frequentare padre Lampro ci era di supremo vantaggio. Noi avremmo deciso anche per nostra ispirazione in tal senso, secondo l’animo che ci aveva persuasi di ritornare alla Marina; e nondimeno avviene, in una simile conversione dell’intimo sentire, che altri ci sia vicino per aiuto e conferma. La presenza del buon maestro ci suggerisce ciò cui dal nostro intimo aneliamo e ci rende capaci di essere noi stessi; un nobile esempio prende vita e radici nel profondo del nostro cuore, perché dall’esempio possiamo intuire di che cosa anche noi siamo capaci.




Si iniziò quindi alla Marina uno strano periodo della nostra vita. Mentre il misfatto si diffondeva per la regione come una crescita di funghiglia nel legno marcio, noi ci approfondivamo sempre più nel mistero dei fiori e il loro calice sembrava a noi più luminoso che non mai prima. Particolarmente proseguivamo il nostro lavoro circa il linguaggio, poiché nella parola sapevamo riconoscere la magica spada il cui lampeggiare fa impallidire la potenza dei tiranni. Trino ed uno sono la Parola, la Libertà e lo Spirito.

 

Mi è davvero lecito affermare che la fatica ci era di giovamento. Il mattino ci risvegliavamo gioiosi e ci pareva di gustare quel buon sapore di sé stessi, di cui l’uomo nello stato di perfetta salute diviene partecipe. Non ci era difficile allora il dar nomi alle cose, e nell’Eremo della Ruta noi ci muovevamo come in uno spazio ove fosse diffusa una potenza magnetica. In una sottile ebbrezza e quasi cinti di un alone traversavamo le stanze e il giardino e posavamo le nostre schede sul caminetto.




In consimili giorni e quando il sole era alto nel cielo ascendevano le guglie delle Scogliere di Marmo, passando oltre gli oscuri geroglifici formati dalle lachesi lanceolate, per il sentiero dei serpenti, e salendo quindi per la scala scavata nella roccia, che scintillava chiara al sole. Dalla più alta cresta delle Scogliere, che a mezzodì risplendeva abbagliante e visibile assai da lontano, contemplavamo a lungo la regione attorno, e i nostri sguardi cercavano di spiare i segni della salvezza in ogni piega della terra ed in ogni distesa. Di poi una benda sembrava cadere a noi dagli occhi e vedevamo quella terra al modo come le cose esistono solo nel mondo della poesia, nello splendore della sua indistruttibile vita.

 

Lietamente la certezza si esaltava in noi che la distruzione non ha dimora fra gli elementi e che il suo inganno solo consiste alla superficie delle cose, similmente alle nebbie, che non possono resistere al raggio del sole. E presentivamo: se potessimo vivere in celle non distruttibili, oltre ogni fase della distruzione, noi procederemmo come per aperti portali da una sala in un’altra sempre più irraggiante di luce.

 

Di frequente fratello Ottone, quando sostavamo sulle cime delle Scogliere di Marmo, diceva di ritenere che fosse tale il senso della vita umana, di rinnovare la creazione nell’effimero, come il bimbo ripete per gioco l’opera del padre; il significato del seminare e del generare, del costruire e dell’ordinare, della immagine e della poesia essere che in essi la grande opera si annuncia come in specchi formati di un variopinto cristallo, ben presto infranto. 

(E. Junger)







venerdì 1 aprile 2022

DUETTI (55)

 

















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Circa l'uom... (54)   


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Capitolo Completo  


dedicato a 


Giovan Battista Casti                 

 

 



 

 

Introducendo il Casti, debbo formulare talune considerazioni in merito all’Arte Poetica, la quale esula dalla politica, e semmai trae la perenne sua ispirazione - circa la ‘simmetria musicale’ che il vasto palcoscenico (‘sinfonico’) della Natura nel piacere della bellezza offre ed armonizza nella conseguente Rima.

 

Ed anche - come nel caso del Casti - come questa si inserisca in una cornice del tutto politica per rimembrarne la Natura persa e dismessa, ‘ritraendolo’ - di conseguenza - al di sotto della bestia da cui tra l’altro si differenzia o vorrebbe; e quest’ultima, legittimamente, nei propri presunti bestiali difetti, ne qualifica la celata essenza circa la specie cosiddetta umana.

 

Cani volpi maiali cavalli e molti altri ancora per rimembrarne la qualificata onorifica e più certa  consistenza. Un marchio D.O.C. ove i titolati nobiliari araldi ne introducono ogni simmetrica specie protetta.




Il Casti fu oggetto di critica - e in qual tempo fu additato - di cinico intento fine a se stesso, per di più si aggiunga, anarchico libertino e non solo letterato stranamente censurato, seppur talune sue Opere e cantiche mirano ad un determinata spregiudicata critica maturata nella patria natia assommata ai rigori del suo ed altrui Tempo, Teatro della vera e più certa apparenza rispetto alla più sana consistenza; Teatro tra l’altro del tutto immutato circa gli odierni costumi o ancor meglio, mascherate di corte.

 

Il che gli Animali parlanti del Casti così come fu per il Croce (il Cesare per intenderci) e molti altri, ci aiutano a comprendere le ferie bestie che ci governano o vorrebbero!

 

Comunque, per quanto letto non fu risparmiato dalla critica dei suoi contemporanei e più fortunati poeti; raccogliendo sia amarezze che allori affini al piacere della Letteratura più o meno giocosa approdata al Teatro per altri Corti, divenendo, infatti, oltre che un instancabile viaggiatore anche un noto e conteso Poeta di corte celebrato oltralpe.




Tralasciando questo aspetto storico il quale coinvolge titolati Dotti (ed anche sottotitolati) professionisti di altrettanti Corti universitarie, siano questi rivolti alla Storia dell’insana corrotta politica come della Letteratura, oppure alla Poesia e la propria evoluzione in seno alla patrio rogo, ove taluni ma non tutti - forse solo i più inclementi e scostumati - i quali per propria sfortuna (…fortuna per i ‘premurosi’ avversari critici di medesime o altri corti… giacché la concorrenza sì vasta in questo o altro Paese che il ‘metro’ di misura deve avere sempre calice e piatto colmo di saporito ‘sapere’, tralasciando all’istinto il più noto digiuno della perseguitata Ragione di Stato…) - furono consumati in ultimi scomposti Frammentati deliranti cantiche, in merito al conteso arbitrio, e con loro la scomposta scostumata Rima arsa al rogo della più nota e amata cucina.

 

Così come si è soliti nutrire il corpo nei fasti del piacere affini alla gola ma non certo allo Spirito di una più sana Poesia; compresi intrighi e avvelenati condimenti, sapori godimenti e tradimenti, giostre e spiedini, congiunti a congiure di palazzo e di cortile, trame e dame uniti e smascherati con cornuti nordici pennuti, allietare appetiti danzanti all’albero genealogico con il permesso di Cristo, loro servo e cardinale, nel Reame della sana cucina imbandita alla faccia della più povera onesta cuccagna della volgare Poesia!  



 

Ovvero tutto ciò detto, concorda nella metrica del piacere letto e udito di sfuggita congiunto alla perseguitata Natura, una Primavera che difficilmente riesce ad ispirare la propria antica hora ove l’uomo per propria divina Opera con Lei si ricongiunge in nome del Sacro motivo del Dio udito e interpretato, il qual Dio per interposto Essere si diletta alla Rima, e i duetti che nascono e nasceranno impareggiabili Sinfonie in nome e per conto della Natura.

 

Il mio Maestro il quale non certo Salieri, neppure Mozart se per questo, è tornato puntuale sul rigo sulla strofa sulla pagina sullo spartito, e mi duole dirlo, ai dotti saggi sapienti che di lui ne fanno cibo, mi insegna metrica e corretto linguaggio di come nato (... o fors’anche mai nato...) il nostro malfermo ingegno.   




Il mio Maestro nel nostro ‘Duetto’ mi insegna che quando leggo breve Frammento di una Rima, lui la conosce ancor meglio pria di qualsiasi ‘grammaticato’ intendimento esposto al coro dell’albero araldo di un falso maestro; motivando la ‘fallace’ attenzione al Ramo miniato del suo accordo, e facendo dovuto distinguo sul vero Duetto, quale musicale ingegno che di per sé supera l’intento umano compiendo passo o divino spartito (in accordo con Dio).

 

Forse perché ne ispira l’intera metrica genealogica posta in ugual medesimo Ramo e Foglia di Natura (e mai nella fognatura ove matura ogni altolocato dismesso intelletto), o forse perché gli addetti ai lavori intuiscono e calcolano una genetica non del tutto compresa, seppur udita nella primitiva forma, ovvero prima di puntare lo schioppo della disumana ragion persa verso la cantica per farne ambito trofeo, e colmare così la lacuna dell’alato coro comporre elevato inno d’un Pensiero cotto lento allo spiedo maestro (Gaz permettendo!).

 

Là ove dimora et impera ‘umano’ Regno rinnegare ogni Strofa e più elevata metrica di Madre Natura ispirare Lingua e Poesia da chi ne è Maestro!  




Là ove dimora et impera insano secolare corrotto appetito sostituire un ben più vasto Coro scritto in ogni perseguitato Elemento!

 

Là ove dimora et impera ugual cacciatore mirare alla sana Poesia in cerca del proprio inutile Trofeo da esporre alla sala degli orrori dell’uomo moderno in nome del proprio progresso, Apocalisse e sventura per ogni più sana ed incorrotta Natura!  

 

A Lei, povera antica dèa o Madonna, preferiscono comandano et ordinano altro dire scrivere cogitare e pensare, e quindi, si preferisce non udire tal antico rimare, semmai far di conto quanto sia rara et estinta acqua foco terra et vento e con loro ogni altro avvelenato tormentato Elemento, controvento consigliata la più nota cantica del convento, o canone della più saggia poesia di corte, da pagare in comode frammentate rate - e astenersi - per il bene del proprio paese, quindi dalla falsa ragione che ne deriva, da ogni cantica rima e più lieta poesia...




 …Di maggior superiore antico ispirato lignaggio, si preferiscono granate bombarde corna di cinghiali suonate in frammentati non ancor digeriti rutti di famiglia, damigiane fiaschi di champagne o città, brevi messaggini a corta gettata, telefonini marionette e saporiti burattini simili a spiedini dall’uno all’altra riva della stiva o trincea, et ancor meglio o dulcis in fondo alla discarica o fossa comune (Salieri permettendo e concedendo), pagare lo canone convenuto affinché si possa udire la cantica telecomandata circa la gassata poesia del giorno, ove ogni fiera corte riunita in aspettativa circa il proprio e altrui ridire…   

 

Noi, scusate la sgrammatica punteggiatura o Rima preferiamo un diverso Duetto….

 

(Giuliano)




Gli uccelli, è vero, possono ciarlare e sbraitare attraverso piume e posture, ma il chiacchiericcio più comune, più estremo e più complicato è di gran lunga quello vocale.

 

Il coro dell’alba mi è sempre apparso un comportamento incomprensibile, tutti quegli uccelli che cantano allo stesso tempo, più forte e vigorosamente che in qualsiasi altro momento della giornata, come in una gara di poesia in cui ciascuno urli simultaneamente le proprie composizioni. Il coro ha inizio già alle quattro del mattino e dura diverse ore, finché non sorge il sole e le temperature si alzano. Spesso comincia con gli uccelli più grandi, come colombe, merli e tordi nelle zone temperate, e le grandi gazze australiane, gli uccelli macellai e i kookaburra in Australia; ma più importante della massa corporea è la dimensione dell’occhio.

 

Nel Regno Unito alcuni scienziati hanno scoperto che gli uccelli con occhi più grandi e una maggiore capacità visiva in condizioni di scarsa luminosità cominciano a cantare prima degli altri – e questo vale anche per gli habitat neotropicali. Karl Berg ha studiato il coro dell’alba in una foresta tropicale nella provincia di Manabí, nell’Ecuador, e ha scoperto che l’altezza degli abituali luoghi di foraggiamento e le dimensioni degli occhi erano gli indicatori più validi dell’ora del primo canto: le specie con occhi grandi che si procacciano il cibo tra le chiome degli alberi iniziano a cantare prima di quelle con occhi più piccoli che lo cercano al suolo.




Il motivo per cui gli uccelli cantano così intensamente prima dell’alba non è del tutto chiaro. Potrebbe avere qualcosa a che fare con i vantaggi della trasmissione acustica in quelle prime ore buie del giorno. Le temperature più fresche, un’aria meno ventosa, meno rumori ambientali causati dagli insetti (e dal traffico) consentono al canto di un uccello di propagarsi maggiormente e arrivare più lontano, e dunque di rivendicare in modo più efficace il territorio – almeno nelle specie settentrionali – o segnalare la propria presenza a potenziali compagne.

 

O forse la ragione è che i predatori rappresentano una minaccia minore. O, magari, gli uccelli sono già svegli e la scarsa luminosità rende difficile la ricerca del cibo, l’aria immobile non è propizia alla migrazione e gli insetti ancora non sono in giro, quindi perché non cantare?

 

Forse gli uccelli si stanno esercitando, si stanno riscaldando per la giornata. O forse è semplicemente il loro modo di annunciare:

 

‘Sono sopravvissuto alla notte!’




Andrew Skeoch, un fonico australiano specializzato nella registrazione dei suoni della natura, vede il coro dell’alba come un fenomeno comunitario e collettivo in cui i singoli uccelli negoziano e affermano le loro relazioni reciproche minimizzando al tempo stesso il conflitti.

 

‘Ogni mattina è una riaffermazione di luogo e appartenenza con compagne, gruppi familiari, vicini e stormi, evitando gli scontri fisici, il coro dell’alba riduce i rischi e lo stress e aiuta a risparmiare energie. È un affresco di comportamenti vocali, e rappresenta probabilmente la più grande conquista evolutiva degli uccelli canori, che ha permesso loro di coesistere e diventare il gruppo eterogeneo e incredibilmente prospero che sono’.

 

I canti e i richiami degli uccelli vanno dallo strano, comico chiocciare e bubbolare della pernice bianca nordica e dalla voce sommessa e acuta, a malapena udibile, del pardaloto, simile a un pettegolezzo sussurrato, ai risolini da elfo degli uccelli delle tempeste codaforcuta, ai rintocchi di gong del campanaro caruncolato e del campanaro bianco, al forte squillare di tromba del kaimichi meridionale, alla melodia d’organo delle gazze australiane e allo splendido, indimenticabile assolo notturno dell’uccello macellaio bianconero, che può durare fino a sette ore.




La scienza ha appena iniziato ad analizzare la complessità e il significato delle vocalizzazioni degli uccelli. Perfino specie comuni come il tordo migratore americano emettono più di venti tipi di suoni diversi, il cui scopo rimane nella maggior parte dei casi misterioso. Il semplice grido di un’oca selvatica racchiude, a quanto pare, una ricchezza e una complessità inaspettate; e richiami che all’orecchio suonano semplici e uniformi, come quelli dei pinguini, presentano in realtà variazioni acustiche che aiutano i pinguini a riconoscersi l’un l’altro e scegliere il proprio compagno.

 

Le vocalizzazioni della maggior parte delle specie di uccelli canori differiscono da un luogo all’altro, formando dei ‘dialetti’ locali paragonabili in tutto e per tutto agli accenti umani, differenze regionali e culturali, chiare e durature, nella struttura e nella composizione dei canti. Questi dialetti giocano un ruolo nel corteggiamento – le femmine di alcune specie preferiscono maschi i cui canti includono sillabe appartenenti al loro stesso lessico canoro – così come nella risoluzione di dispute territoriali, permettendo agli uccelli di distinguere tra individui del posto e forestieri, e di appianare i conflitti senza arrivare a uno scontro.




Il dispositivo vocale degli uccelli è una struttura chiamata siringe, nascosta in profondità nella cavità toracica dell’animale. Il suono emerge quando le membrane della siringe vibrano, modificando il flusso di aria che l’attraversa. L’aspetto della siringe varia a seconda della specie, e va dalle camere di risonanza bulbose e dalla lunga trachea curvilinea delle anatre, delle oche e dei cigni – che raggiunge fino a venti volte la lunghezza attesa , in grado di produrre un suono che esagera le dimensioni corporee, alla minuscola coppia di camere degli uccelli canori, controllate da delicati muscoli siringei.

 

Alcuni uccelli canori hanno un controllo così preciso sui molteplici muscoli di entrambi i lati della siringe, da riuscire a produrre suoni diversi contemporaneamente, in sostanza, a cantare un duetto con se stessi. Questo spiega il ricco canto della gazza australiana e lo stupendo cinguettio flautato del tordo dei boschi. In passato si pensava che l’udito degli uccelli fosse limitato a una gamma di frequenze più ristretta di quella dell’udito umano. Solo di recente abbiamo scoperto che alcuni uccelli come il becco a cono di Webb e il giacobino nero producono suoni appartenenti alla gamma degli ultrasuoni che gli esseri umani non possono udire - il che suggerisce che probabilmente siano anche in grado di percepire suoni ‘invisibili’ alle nostre orecchie.




Gli uccelli in genere sono più bravi di quanto immaginassimo a riconoscere i suoni, estremamente sensibili a variazioni di altezza, timbro e ritmo nei suoni della loro specie, e questo consente loro di identificare altri uccelli non soltanto come membri della propria specie, ma come individui appartenenti al loro stormo, perfino in condizioni rumorose e caotiche.

 

I pappagallini ondulati e altri uccelli apprendono i loro canti e richiami tramite un processo molto simile al nostro quando impariamo a parlare. È un processo di imitazione e pratica denominato apprendimento vocale, ed è estremamente raro nel mondo animale. Negli uccelli l’apprendimento vocale comincia presto, proprio come negli esseri umani. Fin dall’ultimo trimestre di gravidanza, un feto umano può memorizzare i suoni che capta dal mondo esterno ed è particolarmente sensibile alla melodia, tanto nella musica quanto nel linguaggio.




Gli uccelli piangono come bambini, grugniscono come maiali, miagolano come gatti e cantano come dive. Parlano in dialetto e cantano in coppia e in coro. Raccolgono ogni genere di informazioni da versi e canti – sull’identità di specie del cantante, sulla sua provenienza geografica, sul suo gruppo di appartenenza, perfino sulla sua identità individuale. E si servono del suono in modi ingegnosi – per condividere informazioni, negoziare confini e influenzare il comportamento gli uni degli altri.

 

Qualunque sia il loro scopo, i duetti degli uccelli sono una meraviglia.

 

Si verificano circa nel sedici per cento delle specie - principalmente ai tropici e questa percentuale è distribuita in quasi metà delle famiglie di uccelli, per cui la pratica sembra essersi originata molteplici volte. Abbraccia una quantità di casi diversi, dai canti relativamente semplici e sovrapposti dei passeri testastriata ai duetti complessi e rigorosamente coordinati di molte specie neotropicali di scriccioli, in cui il maschio e la femmina cantano alternando frasi canore, e ogni membro della coppia regola il ritmo e il tipo di frasi che canta in modo che corrispondano alle frasi intonate dal partner.




Questi duetti più elaborati e coordinati in maniera più precisa sono l’analogia più prossima con la struttura della conversazione umana che si trovi nel mondo animale. La tipica chiacchierata umana è una perfetta e ininterrotta alternanza di battute. Regole non scritte dettano che debba parlare un individuo alla volta, con pause di silenzio brevi o del tutto assenti e, idealmente, poca sovrapposizione. Pensate a quanto suoni strano quando queste regole vengono infrante - per esempio in un’intervista radiofonica, quando c’è uno scarto temporale tra una domanda posta da chi intervista e la replica differita dell’ospite: pause prolungate tra un turno di parola e l’altro creano imbarazzo. Durante la conversazione, in quasi tutte le lingue umane, ogni turno dura all’incirca due secondi e l’intervallo tipico tra un turno e l’altro è di appena duecento millisecondi. Nei duetti degli scriccioli del canneto, la sincronizzazione del botta e risposta tra maschio e femmina è ancora più precisa.

 

Karla Rivera-Cáceres studia i duetti altamente coordinati degli scriccioli del canneto che vivono nelle foreste della Costa Rica. La loro sincronizzazione è così impeccabile che gli scriccioli rispondono ai rispettivi compagni nel giro di sessanta millisecondi, circa un quarto del tempo che impiega un essere umano, e con una sovrapposizione ancora più bassa, dal due al sette per cento, contro il nostro diciassette per cento.




A un orecchio non addestrato, i molteplici e variati scambi di una coppia di scricciolo del canneto sembrano fraseggi di un unico uccello. Intonare questo tipo di duetti antifonali perfettamente coordinati e finemente cadenzati pone sfide percettive e cognitive estreme. I duetti sono formati da tre diverse categorie di frasi, specifiche di ciascun sesso. Il maschio e la femmina posseggono entrambi un repertorio che comprende fino a venticinque tipi di frasi canore in ogni categoria, le quali possono essere combinate e ripetute per formare un canto. Come altri uccelli che duettano, ogni coppia si attiene a un ‘codice’ rigoroso, specifico di quella coppia, che stabilisce quali frasi canore debbano corrispondersi.

 

Inoltre, come ha scoperto Rivera-Cáceres, per coordinare i duetti gli uccelli modificano i loro tempi canori in base ai tipi di frase che i partner stanno cantando. La coordinazione richiede che entrambi gli uccelli scelgano la frase appropriata e la eseguano esattamente al momento richiesto, e tutto nel giro di millisecondi.




Nel 2019 alcuni scienziati che lavoravano con uccelli liberi nel loro ambiente naturale hanno scoperto che quando due di essi eseguono questo genere di duetti precisamente coordinati, i loro cervelli si sincronizzano davvero. Un’équipe di ricercatori del ‘Max Planck Institute for Ornithology’ ha equipaggiato coppie di tessitori passerini dai sopraccigli (una specie autoctona dell’Africa orientale e meridionale) con piccoli zainetti contenenti minuscoli microfoni trasmettitori che registravano sia le vocalizzazioni sia l’attività neurale durante i duetti; poi li hanno rimessi in libertà e li hanno registrati mentre cantavano centinaia di duetti appollaiati sugli alberi. L’équipe ha scoperto che in entrambi i partner le cellule nervose delle aree cerebrali preposte al controllo vocale si attivano contemporaneamente, di modo che i loro cervelli funzionino fondamentalmente come un solo apparato…. 

(J. Ackerman)