giuliano

martedì 19 settembre 2023

L’UOMO CHE CERCO’ DI SALVARE UOMINI SPELONCHE E CAVERNE (11)

 










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e caverne  (10/1) 


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taluni 


approfondimenti   [12]







Nei suoi scritti destinati a un grande pubblico, sempre basati non solo sul suo lavoro sul campo e sulla sua competenza linguistica e storica, ma sempre con un approccio razionalistico oltre che rispettoso, Tucci cercò anche di valutare lo stato della pratica buddista in Tibet, aspettandosi serietà da una religione e da una cultura di cui aveva una profonda comprensione e che teneva in grande stima: ‘L’idea attuale è che il lamaismo è un miscuglio di riti magici privi di sostanza spirituale. Lama e mago sono mescolati nella mente della maggior parte delle persone. Bisogna essere chiari al riguardo. C’è del vero in queste affermazioni in quanto il Buddismo sta attraversando un periodo di decadenza in Tibet; l’istituzione di grandi monasteri è stata fatale allo sviluppo e alla purezza della religione. I grandi monasteri si sono diffusi come organismi parassiti, dove troppo spesso l’interesse pratico sostituisce la sincerità dell’ispirazione religiosa; il monaco vegeta attraverso la sua vita tranquilla al riparo del monastero, sostenuto da donazioni, lasciti, possedimenti.




La crescita enorme della comunità ha agito come una forza contraria all’affinamento dell’ascesi o alla purezza della meditazione. Si sono organizzate scuole in grandi monasteri e tutt’al più, oltre all’innumerevole popolo del clero ignorante, si sono formati medici e dialettici che conoscono tutte le sottigliezze della letteratura e del rito, [che] sono molto abili nell’affermare i postulati del loro sistema contro quelli di sette rivali in discussioni logiche ben congegnate, che sono insomma la copia tibetana dei sapientoni o studiosi indiani, miracoli del sapere e della memoria’. 

 

Altrove lo studioso italiano spiega:


‘Sicuramente, ad un viaggiatore che non ha avuto l’opportunità di soggiornare a lungo in Tibet o, non conoscendone la lingua, non rendendosi conto di ciò che vede, l’impressione data dal buddismo tibetano è quella di una farraginosa idolatria: tutti quei riti che vengono eseguiti meccanicamente, senza un’intelligente partecipazione dei monaci, quella lettura dei testi sacri di cui si vede subito che la maggior parte dei ‘sacerdoti’ non capiscono nulla, quella moltitudine di idoli, non tutti sereni o casti nell’aspetto, ammassati sugli altari, quella folla di monaci avidi di guadagni e sospetti, fanno pensare che la religione sia veramente scesa in basso, ma bisogna ricordare che un tale Buddismo è, per così dire, il trapianto in Tibet di una delle ultime propaggini del Buddismo del Grande Veicolo e specificamente di quelle scuole che si chiamano Mantrayana e Vajrayana (…).




Se non si comprende questo valore dell’iconografia e della liturgia del buddismo tantrico, che è appunto quello introdotto in Tibet, non si può comprendere il significato più intimo di questa religione, che però, proprio per quel suo carattere prevalentemente iniziatico, non è stato fatto per diffondersi nella gigantesca organizzazione monastica del Tibet e tanto meno nella sua folla laica. In definitiva si trattava di una religione adatta ad una cerchia ristretta di popolo eletto in grado di comprendere il rito nel suo significato profondo (…): ma una volta entrato in contatto con la massa, quel Buddismo non riusciva a mantenere la purezza delle sue concezioni (…): ma questo non dovrebbe portarci a condannare tutto il Buddismo tibetano, perché in effetti c’erano, e in effetti ci sono anche oggi, anche se in proporzioni sempre minori, persone molto nobili nelle quali il Mantrayana diventa vero nella sua purezza.




Poi il pletorico sviluppo delle istituzioni monastiche fece perdere in qualità ciò che si guadagnava in quantità: maggiore era il numero dei monaci, minore era la loro preparazione intellettuale e spirituale. Piuttosto che rivivere la religione nella sua profondità interiore, si accontentarono da un lato di formule e riti oppure, dall’altro, di aride discipline logiche e dialettiche che sostituivano l’ansia di una palingenesi spirituale con il ragionamento teologico. E allora cominciò la decadenza o meglio, per meglio dire, aumentò negli ambienti monastici poiché fin dai primi tempi si era manifestata una certa tendenza al formalismo e al culto del senso letterale, a scapito della comprensione spirituale’.




Avendo chiarito che ‘i monasteri tibetani, che in genere si sono trasformati in rumorosi vivai di monaci non sempre dotti e puri, sorsero originariamente come eremi’ e che ‘il nome stesso che li designa in tibetano significa ‘solitudine, ritiro’”, Tucci descrive la situazione dei monasteri nella zona del Monte Kailasa nei seguenti termini:




‘Ora, nel generale decadimento che ha soffocato ogni slancio di vita spirituale e distrutto ogni gloria politica in questa terra sacra alla memoria del Buddismo, i monaci scarseggiano e gli asceti ancor di più: i custodi sfruttano i luoghi affidati alla loro cura e vivono sfruttando la tradizione religiosa e le memorie di quegli eremiti che raggiunsero la perfezione spirituale nei secoli passati.

 

Il timore dei predoni che infestano le valli vicine e che possono scendere da un momento all’altro dai passi sovrastanti spinge i pellegrini a cercare rifugio in questi monasteri, che si trasformano in rumorosi ostelli e dormitori, in cui lingue e religioni si fondono e si uniscono in amicizia sotto il minaccia dei briganti. I monaci sono lieti di concedersi questa ospitalità, che non è solo un atto umano e caritativo, ma frutta a loro e al monastero non trascurabili prebende. Perché anche qui i lama sono avidi di denaro e desiderosi di commerciare. Ecco perché i monasteri sono quasi deserti: i monaci sono scesi alle fiere per vendere, barattare, commerciare, impartire benedizioni e fare oroscopi’.




Ovviamente Tucci si aspettava una maggiore serietà religiosa in un Paese che considerava erede delle tradizioni buddiste dell’India, che teneva in grande stima, e che aveva studiato molto approfonditamente grazie anche alla sua vasta competenza linguistica, compresa la conoscenza del sanscrito. e tibetano. Si potrebbe obiettare che nel suo Paese non sempre la religione ufficiale era praticata seriamente nei monasteri e nelle chiese, e che forse si aspettava di più dal clero tibetano che da quello italiano. Tuttavia aveva ragione nel mettere in relazione la decadenza della pratica religiosa in Tibet con la sua situazione politica: la stessa decadenza politica che ha devastato il Paese si riflette nella sua vita religiosa.




Per quanto riguarda lo stato di conservazione dei siti, delle immagini e dei testi religiosi nel Tibet occidentale, i giudizi di Tucci non lasciano quasi alcun dubbio sulla sua decadenza culturale trent’anni prima della Rivoluzione Culturale, come si evince dai seguenti passaggi:

 

‘A Ri il tempio di Rinchenzangpo sta per crollare: il tetto lascia passare l’acqua, consumando i dipinti e sfaldando le statue in stucco. E dovunque, gettati alla rinfusa, una grande quantità di manoscritti di tutte le dimensioni e di tutte le epoche’.




A proposito delle grotte di Mang-nang, sito che lo studioso italiano esplorò dal 15 al 17 agosto 1935 e alle cui pitture murali in stile indiano dedicò un articolo, scrive: ‘Camminiamo su mucchi di manoscritti gettati alla rinfusa uno sull'altro, a centinaia, a migliaia, spesso anche per pochi metri di spessore’.

 

Trovò una situazione ancora peggiore nelle grotte di Dung-dkar, luogo che visitò il 25 agosto 1935, e dove perse la pazienza:




‘un’opera d’arte gettata lì come un rottame; non sopporto di vedere dipinti secolari – dipinti minuziosamente con tanta dedizione da una scuola di artisti per i quali dipingere era sinonimo di pregare – spiegazzati, logori, buchi, quelle statue di legno portate forse dall’India dai primi apostoli del buddismo, ammucchiati uno sopra l’altro, con la testa e le mani mozzate: quei libri gettati negli angoli più bui in un groviglio dal quale è quasi impossibile districare e ricomporre i volumi.




E quando questi monaci che non capiscono più niente, che non conoscono il valore delle cose di cui sono stati affidati in custodia, si fingono coscienziosi, mi diventano veramente odiosi. quelle statue di legno portate forse dall’India dai primi apostoli del buddismo, accatastate una sopra l’altra, con la testa e le mani mozzate: quei libri gettati negli angoli più bui in un groviglio da cui è quasi impossibile districare e ricomporre i volumi.




Qui dimorò un popolo che visse nella propria fede, vi furono anime nobili che si sublimavano nell’ascesi e nella contemplazione, estatiche nell’esaltazione mistica; c’erano artisti che seppero realizzare opere degne di reggere il confronto con i migliori dell’Oriente, re pii sotto il cui governo il paese prosperò e si raffinò. Ora non solo è cancellata ogni traccia di vita, non solo il deserto con le sue sabbie e il suo silenzio distrugge le ultime opere dell’uomo, ma la decadenza spirituale offusca e attanaglia l'anima dei pochi sopravvissuti’.









domenica 10 settembre 2023

A FORMA DI CROCE...

 









Un mandala a forma 


di croce   


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l' 8 Settembre (7)







E il guerriero riparte, ripassa i grigi e verdi lidi, si lancia a galoppo sul mare e cavalca lungamente finché un profumo di fieni freschi e un suono di campane gli annuncia la terra vicina. Balzato sulla spiaggia trasalisce al riconoscersi intorno la sua terra natia, l’Irlanda, ma non quale l’aveva lasciata tre secoli avanti tutta echeggiante gridi di guerra e clamori di festini, ma attediata dalle preghiere e dalle salmodie de’ monasteri.

 

S’avvede allora che tutte le belle imaginazioni della sua terra pagana son morte, e passati sono i cari eroi co’ lor canti e le loro cacce e i cavalli e gli amori e i begli occhi dei Fènia sfavillanti come seta. Si ravviluppa il volto nei capelli e piange, piange lacrime che son grosse come bacche. Poi cavalca verso l’Ovest e s’imbatte nell’apostolo dell'Irlanda, San Patrizio, il quale gli dice come quel suo antico mondo di ferocità e di follia i demoni se lo sono per sempre subissato nelle loro fiamme…

 

Allora Usheen, lampeggiando d’ira:




   Dammi il bordone o chierico.

 

Vo’ andare dai Fènia e cantare quei canti antichi che un tempo li suscitavano

 

Sorgeranno essi facendo nube coi loro fiati, esultando e cantando, innumerevoli; e la terra palpiterà sotto i loro piedi, e i demoni saranno sgominati e calpestati a morte.

 

 E noi svelleremo le fiammeggianti pietre, e percoteremo alle porte di rame, e entreremo, e nessuno dirà:

 

No! quando entrerà la ben armata coorte.

 

E gittato il rosario, spera morire e ricongiungersi ai suoi eroi, siano essi in mezzo alle fiamme dell’inferno o agli splendori del paradiso.




  …Gli Irlandesi della fine del quinto secolo e dei primi anni del sesto trovarono presto una soluzione, da loro definita il MARTIRIO VERDE in opposizione al tradizionale Martirio Rosso, legato allo spargimento di sangue. I Martiri Verdi furono coloro che, rinunciando alle comodità e ai piaceri della comune società umana, si ritirarono nei boschi, o in cima ad una montagna, oppure in un’isola deserta – per farla breve, in una delle VERDI TERRE di nessuno fuori delle giurisdizioni tribali dei clan – per studiare le Sacre Scritture ed essere in comunione con Dio.

 

Tra le raccolte fornite da Patrick avevano infatti trovato esempi di anacoreti disseminati nel deserto egiziano, i quali, privati anch’essi del rito purificatore della persecuzione, avevano finito per inventare una nuova forma di santità, la quale consisteva nel vivere da soli in eremi isolati affrontando ogni tipo di disagio fisico e psicologico, e nell’imporsi i più eroici digiuni e penitenze, il tutto allo scopo di avvicinarsi a Dio.

 

…Dopo che ebbero imparato a leggere i Vangeli e gli altri libri della Sacra Bibbia, le vite dei martiri e degli asceti, i sermoni e i commentari dei Padri della Chiesa, cominciarono a divorare la letteratura pagana greca e latina che gli capitasse a tiro. Con il loro cattolicesimo privo di restrizioni sconvolsero gli uomini di chiesa convenzionali, che erano stati abituati ad apprezzare soprattutto la letteratura cristiana e a tenersi alla larga dalla dubbia moralità dei classici pagani.  Secondo John T. McNeill, il più equilibrato di tutti gli storici della Chiesa, fu precisamente ‘l’ampio respiro e la ricchezza dell’erudizione monastica irlandese, derivata dagli autori classici’ che avrebbe assegnato all’Irlanda il suo ‘ruolo unico nella storia della cultura occidentale’.




 Grazie a questi amanuensi è giunto sino a noi un ricco tesoro di letteratura irlandese primitiva, la più antica letteratura europea in lingua volgare sopravvissuta, poiché venne presa abbastanza seriamente da essere trascritta. E sebbene i primi Irlandesi istruiti fossero affascinati dalle tre lingue classiche (il greco, il latino e – in forma rudimentale – l’ebraico), amavano troppo la propria lingua per smettere di usarla. Mentre in Europa un uomo colto non si sarebbe mai sognato di ricorrere ad una lingua volgare, gli Irlandesi consideravano tutti i linguaggi alla stregua di un gioco, troppo divertente ai loro occhi per privarsi di una sola parte di esso. Erano, cioè, ancora troppo fanciulleschi e troppo giocosi per trovare un qualche valore nello snobismo.

 

Gli Irlandesi accolsero l’istruzione a modo loro, come qualcosa con cui giocare. L’unico alfabeto che avevano conosciuto sino allora era ogham, un rozzo insieme di linee basate sull’alfabeto romano, con il quale incidevano laboriosamente gli angoli di pietre verticali per trasformarle in monumenti. Queste iscrizioni simili a rune, che continuarono ad apparire durante i primi anni del periodo cristiano, non suggerivano certo ciò che stava per accadere, dal momento che, nel volgere di una generazione, gli Irlandesi avrebbero padroneggiato il latino e il greco e si sarebbero sforzati di acquisire un’infarinatura di ebraico.




Concepirono delle grammatiche irlandesi, e trascrissero per intero la propria letteratura orale indigena. Tutto questo si rivelò abbastanza semplice, anche troppo, una volta che ebbero capito il trucco. Cominciarono ad inventare delle lingue. I membri di una remota setta segreta, formatasi già verso la fine del quinto secolo, erano in grado di scrivere l’un l’altro adoperando una forma di latino inusitato ed ermeticamente erudito chiamato Hisperica Famina, non dissimile dal linguaggio-sogno del Finnegans Wake, o dai linguaggi inventati da J.R.R. Tolkien per i suoi gobbi e folletti.  

 

Combinarono le nobili lettere degli alfabeti greci e romani con la semplicità talismanica e magica dell’ogham, per produrre maiuscole iniziali e titoli che inchiodavano l’occhio alla pagina, suscitando reverenza nel lettore. 

 

Per il corpo del testo svilupparono due calligrafie differenti; la prima in un carattere maestoso ma arrotondato chiamato ‘semionciale irlandese’ e la seconda in un carattere facile da scrivere detto ‘maiuscola irlandese’, più leggibile, più scorrevole e – diciamolo pure – molto più allegra di qualsiasi grafia inventata precedentemente.

 

La cosa degna di nota e interessante dal punto di vista di una Storia di cui abbiamo perso Memoria in questa nuova èra, è che per ornare i testi dei loro libri più preziosi, gli Irlandesi cercarono istintivamente un modello, anziché nelle rozze linee dell’ogham, nella loro matematica preistorica e nelle tracce più antiche dell’esistenza dello spirito umano in Irlanda, ossia le tombe megalitiche della valle del Boyne.




Queste tombe furono edificate in Irlanda nel 3000 a.C. circa, la stessa epoca della costruzione di Stonehenge in Britannia.

 

Misteriose al pari di Stonehenge, sia per quanto riguarda la loro origine sia per la complessità dell’ingegneria, queste grandi tombe a tumolo rappresentano la più antica architettura irlandese, e sono rivestite dalle indecifrabili forme, a zigzag e a losanga caratteristiche dell’arte primitiva irlandese. Questi imponenti tumoli che raccontano una storia il cui senso possiamo solo congetturare, fornirono per lungo tempo ai fabbri irlandesi la loro ispirazione artistica. Nelle ampie linee delle affascinanti incisioni del Boyne possiamo infatti discernere l’origine dei magnifici gioielli e degli altri oggetti in metallo realizzati, all’inizio del periodo patriziano, dai fabbri, i quali detenevano nell’ambito della società irlandese il rango di indovini. Questa intricata profusione di lavori in metallo si presenta come una serie di variazioni sul tema originale…

 

Di quale tema si trattava?

 

L’equilibrio nello squilibrio!

 

Prendiamo ad esempio l’arguto coperchio della scatola bronzea appartenente al tesoro del Somerset proveniente da Galway: fa mostra di una precisione matematica, eppure è deliberatamente decentrato; forgiato da un fabbro abile nell’uso del compasso, e dotato di ironia. Il suo fascino è Infinito poiché, in quanto variazione/ripetizione sul tema della circolarità, non ha fine… Sembra che dica ‘il cerchio non esiste’, esiste soltanto la spirale che si configura senza fine, non esistono linee rette, ma solo curve… 




Esiste un’espressione presso un antico scrittore cabalistico sull’uomo che cade all’interno della sua stessa circonferenza: ora ad ogni generazione ci troviamo più lontani dalla Vita stessa e l’Anima-Mundi che forma la sua essenza, e cadiamo sempre di più in preda di quell’influenza cui si riferiva Blake quando scrisse:

 

I Re ed il Parlamento (e tutti i loro cortigiani) mi sembrano cosa diversa dalla vita umana (dalla realtà e verità umana)…

 

Perdiamo sempre più la libertà man mano che fuggiamo da noi stessi, e non solo perché le nostri menti sono stravolte dalle frasi astratte e dalle generalizzazioni, riflessi su uno specchio che sono un’apparenza della vita, ma perché abbiamo capovolto la scala dei valori e crediamo che la radice della realtà non stia al centro, ma da qualche parte in quella vorticosa circonferenza. E in che modo potremmo creare come gli antichi, se innumerevoli considerazioni di probabilità esterne o di utilità sociale distruggono il potere creativo, solo apparentemente irresponsabile che è la Vita stessa?

 

…Ogni argomento come abbiamo letto non casualmente circa le valide argomentazioni di Cahill ci riconduce a qualche concezione filosofica-religiosa, e alla fine l’energia creativa degli uomini dipende dalla loro fede di possedere, nel loro intimo, qualcosa di immortale e di incorruttibile (là ove regna sovrana la corruzione sia materiale che spirituale), e che ogni altra cosa non è che un’immagine in uno specchio formare la spirale appena detta…. Sino a che questa fede non sarà soltanto formale, un uomo trarrà le sue creazioni da un’energia piena di gioia, senza cercare tante prove per un impulso che può essere davvero sacro, e senza ricorrere ad alcun fondamento fuori dalla vita stessa…




L’arte, nei suoi momenti più alti, non è una creazione volontaria, ma deriva da un sentimento potente, dalla pura essenza intesa quale Anima-Mundi di vita, ed ogni sentimento è figlio di tutte le età passate (come una Spirale donde la vita) e sarebbe diverso se anche un solo istante fosse stato trascurato. E davvero non è proprio quel piacere della bellezza e dell’armonia che dice all’artista che egli ha immaginato quel che forse non morirà, ed è esso stesso soltanto un piacere delle forme perenni e tuttavia cangianti in spirali di vita, nelle sue stesse membra e nei suoi tratti?

 

Quando la vita l’ha donato, non ha forse dato nient’altro che se medesima?

 

Riserva forse mai altra ricompensa, perfino ai santi?

 

Se uno fugge verso il deserto, non è quella luce chiara che cade sull’Anima quando tutte le cose insignificanti sono state allontanate, altri che la vita che l’ha sempre circondato, ora finalmente goduta in tutta la sua pienezza?

 

Se un uomo trascorre tutti i suoi giorni in buone opere sinché nel suo cuore non resti emozione alcuna che non sia colma di virtù, la ricompensa che implora non è forse vita eterna?

 

Allo stesso modo, anche l’artista ha le sue preghiere e il suo monastero, e se non si allontana dalle cose temporali, dallo zelo del riformatore e della passione della rivoluzione, quell’amante gelosa non gli rivolgerà che un’occhiata di scherno… 

(W. B. Yates, Anima Mundi) 





EVOLUZIONE DELLA SPIRALE 

 

È stato a lungo considerato un fatto accertato che le chiese d’Irlanda, prima del XII secolo, erano interamente costruite in legno, o in cannicci imbrattati di argilla. Di conseguenza si ritenne, sulla base dell’autorità di Ware, che nel paese non rimanesse un solo esempio di architettura sacra di un periodo molto antecedente all’AD.1148, anno in cui morì Malachy O’Morgair, che si dice abbia eretto a Bangor il primo edificio ecclesiastico in pietra mai apparso in Irlanda.

 

Gli sforzi ben mirati di George Petrie, nel cercare tra i resti archeologici stessi la prova in base alla quale la loro epoca potesse essere determinata, e nell’addurre la testimonianza di manoscritti irlandesi relativi a strutture che erano in uso al momento della loro composizione, rimossero il velo di oscurità che aveva così a lungo avvolto l’argomento ecclesiastico irlandese.

 

Ha dimostrato che il paese non solo contiene esempi di architettura ecclesiastica del primo periodo del cristianesimo nel regno, ma mostra anche molte caratteristiche di eccezionale interesse. Sebbene il legno sembri essere stato il materiale con cui furono costruite le prime chiese, dove la pietra non era abbondante e altrimenti inutilizzata, successivamente furono costruite in pietra, e per le loro piccole dimensioni e caratteristiche peculiari sono tra i resti più interessanti ora esistenti. Gli edifici chiamati oratori erano evidentemente destinati alla devozione privata dei fondatori, le cui tombe si trovano così spesso nelle loro immediate vicinanze. Più singolari di queste si trovano nell’ovest e nel sud-ovest dell’Irlanda, e si trovano generalmente in luoghi isolati, non solo sulle piccole e quasi inaccessibili isole al largo della costa, ma sulle cime delle montagne e sulle solitarie isole lacustri.




Seguendo le pratiche ascetiche e la vita monastica della primitiva Chiesa orientale, questi luoghi, lontani dalle dimore degli uomini, furono scelti come ritiri dai primi missionari della Chiesa irlandese. Sulla selvaggia e quasi inaccessibile Skellig Rock, sulla Slieve League e sul monte Brandon, nel lago Gougane Barra, su High Island, Inishglora, Inismurray e in numerosi altri luoghi isolati, furono erette celle di pietra e oratori, singolarmente o in connessione con insediamenti monastici.

 

Fu adottata la forma edilizia a clochaun riscontrata in uso, e fu su questo tipo di rozza struttura che furono eretti in questi luoghi i primi edifici ad uso ecclesiastico cristiano. Le celle monastiche cambiarono presto dalla forma pagana circolare o ovale, e divennero rettangolari, in primo luogo internamente, come troviamo in quelle dei resti di Skellig…

 

Tombe paleocristiane erano solitamente contrassegnate da pietre che non differivano in alcun modo dalla pietra del pilastro pagano, tranne che in alcuni casi erano scolpite con una croce. Questi erano della forma più semplice e tagliati grossolanamente, e consistevano in una linea trasversale elementare, oppure leggermente sviluppata e interna a un cerchio. In genere si adottavano in prima istanza lastre semplici, grezze o pietre grezze, utilizzando lo strumento del tagliatore solo sull'opera incisa. Molte delle pietre di questa classe si trovano in antichi cimiteri cristiani o nell’area dei primi stabilimenti monastici.




Sembra che a questo stile di memoriale sia succeduta una croce di forma rozza, i cui bracci sono poco più che indicati, e che di solito è fissata in una presa, tagliata in una grande pietra piatta. Tali croci raramente presentano alcun tipo di ornamento; ma occasionalmente, anche in esempi molto rozzi, la parte superiore dell'asta è scavata nella forma celtica già descritta, e le porzioni della pietra con cui è indicato il cerchio sono spesso perforate o leggermente incassate. Una bella croce semplice di questo stile può essere vista sulla strada adiacente al cimitero di Tully, nella contea di Dublino; e ce n’è un esempio antico decorato vicino alla chiesa di Finglas, nella stessa contea.

 

Nel processo di sviluppo dell’arte e dell’architettura cristiana troviamo un progresso nel lavoro sulle memorie dei defunti. Il disegno si fa più complicato, gli ornamenti più abbondanti; e nelle iscrizioni c’è un cambiamento nella forma minuscola dell’alfabeto. Dalla rozza colonna di pietra, contrassegnata dal simbolo della Fede cristiana racchiuso entro un cerchio, emblema dell’eternità, si svilupparono le croci finemente proporzionate ed elaboratamente scolpite di un periodo successivo.




In quest’ultimo, il cerchio, invece di essere semplicemente tagliato sulla faccia della pietra, è rappresentato da un anello, che lega insieme, per così dire, l’asta, i bracci e la parte superiore della croce. La sommità del fusto ha solitamente la forma di un tetto con i lati spioventi, somigliante ai santuari dell’epoca destinati a contenere le reliquie dei santi. Gli spazi tra l’anello di legatura e i bracci che si intersecano sono forati; e questi sono finemente alleggeriti da fasce arrotondate attraverso gli angoli di intersezione, o sulla superficie interna dell'anello.

 

L’intera scultura forma così la croce, ed è in netto contrasto con il tipo di memoriale scozzese, che ha la croce scolpita in rilievo su una lastra verticale. Le croci iscritte erano sepolcrali e venivano utilizzate principalmente per coprire la tomba; ma le croci libere furono erette o alla memoria di qualche famoso ecclesiastico o re, oppure dedicatorie, come nel caso delle SS. Patrick e Columba Cross a Kells, o terminale, che segna i confini di un santuario.




Ne restano quarantacinque croci, molte delle quali in discreto stato di conservazione. La caratteristica sorprendente di queste croci è il lavoro ornamentale e pittorico mostrato nell’intaglio. Come nei manoscritti e nella lavorazione dei metalli, e nell’ornamento generale delle chiese, questo è di carattere molto elaborato. C’è una profusione di motivi a spirale, trafori celtici e disegni zoomorfi trovati su queste croci.

 

L’intero corpo della dottrina cristiana trova la sua espressione nelle loro sculture, destinate, senza dubbio, attraverso la rappresentazione simbolica, ad essere grandi lezioni oggettive sulla via della fede per ogni spettatore. L’idea centrale sulla faccia della croce è solitamente la Crocifissione, e sul retro la Resurrezione, o Cristo in gloria; i rimanenti spazi nei riquadri e sui lati furono riempiti con vari soggetti sacri e non.

 

Sembra che queste croci altamente scolpite siano state erette generalmente tra il X e il XIII secolo; e restano pochi esempi di una data successiva, se eccettuiamo un piccolo numero recante iscrizioni in latino o inglese, che generalmente appartengono alla fine del XVI o al XVII secolo, e che difficilmente può essere considerato irlandese o antico.

 



 




venerdì 8 settembre 2023

LUNGO LA STEPPA

 









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dal 'Bar' al... [5] 


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gelido vento...






C’è forse monotonia, ma c’è anche l’interesse di un’individualità ben marcata in quell’immenso tratto di paese che comprende tutta l’Asia centrale, e si estende nell’Europa meridionale, e che forma la regione delle steppe. All’osservatore superficiale può sembrare cosa facile caratterizzare queste steppe, ma la difficoltà del compito viene presto avvertita dall’osservatore attento. Infatti le steppe non sono così invariabilmente uniformi, così assolutamente immutabili come di solito si suppone. Hanno il loro tempo di fioritura e il loro tempo di appassimento, il loro aspetto estivo e quello invernale, e una certa varietà in ogni stagione è implicita nel fatto che ci sono montagne e valli, ruscelli e fiumi, laghi e paludi. La monotonia è in realtà dovuta alla ripetizione mille volte della stessa immagine, ciò che piaceva e addirittura affascinava quando la prima volta veniva addomesticata dalla familiarità quotidiana.




La vegetazione delle steppe è molto più ricca di specie di quanto si creda abitualmente, molto più ricca di quanto io, non essendo un botanico, possa calcolare. Sul terreno nero l’erba tschi, la tirsa e in alcuni luoghi le spirae soffocano quasi tutte le altre piante; ma negli spazi tra questi, e su un terreno più magro, spuntano ogni sorta di  allegri fiori. Anche negli avvallamenti la vegetazione diventa gradualmente quella palustre, e canne e giunchi, che qui predominano, lasciano abbondante spazio allo sviluppo di una vegetazione varia. Ma nelle steppe il tempo della fioritura è breve, e lungo è il tempo dell’appassimento e della morte.

 

Forse non è eccessivo affermare che in nessun luogo i contrasti delle stagioni sono più vividi che nelle steppe. La ricchezza dei fiori luminosi e la sterilità del deserto, il fascino dell’autunno e la desolazione dell’inverno si susseguono; le forze dirompenti sono forti quanto quelle ricreatrici, il calore del sole distrugge con la stessa sicurezza del freddo. Ma ciò che è stato colpito dal caldo e spazzato via dalle furiose tempeste, viene sostituito nei primi raggi di sole primaverili; e neppure il fuoco divorante è abbastanza potente da distruggere del tutto ciò che è stato risparmiato dal sole e dalle tempeste. La primavera può sembrare più potente nelle terre tropicali, ma in nessun luogo è più meravigliosa che nelle steppe, dove con la sua potenza si oppone, da sola, all’estate, all’autunno e all’inverno.




Le steppe sono ancora verdi quando l’estate le invade, ma il loro massimo splendore è già arrivato. Solo poche piante devono ancora raggiungere la maturità, e appassiscono nei primi giorni di caldo ardente; presto l’allegro abito della primavera viene scambiato con uno grigio e giallo. La tirsa verde e succosa resiste ancora alla siccità; ma le sue barbe fini, fluenti e folte hanno già raggiunto la piena crescita e ondeggiano nella brezza più gentile, gettando un velo argentato sul verde sottostante. Ancora pochi giorni e foglie e reste saranno secche come l’erba tschi già ingiallita, che in primavera appare come il mais in germoglio, e ora è come quella che attende la falce.

 

Le larghe foglie del rabarbaro giacciono secche al suolo, la spiraea è secca, il pisello Caragan è senza foglie, il caprifoglio e il mandorlo nano mostrano tinte autunnali; le cime dei cardi sono canute; solo l’assenzio e l’artemisia conservano inalterate le foglie grigioverdi. Il sole splendente e ininterrotto picchia sulla terra assetata, perché è raro che le nuvole si raccolgano in manti di lana nel cielo, e anche se occasionalmente sono pesanti di pioggia, l’acquazzone è scarso abbastanza da depositare la polvere vorticosa che ogni respiro di alzate di vento. Gli animali sono ancora nei loro quartieri estivi, ma i canti degli uccelli sono già sommessi.




Prima che finisca l’estate, le steppe hanno rivestito la loro veste autunnale, un grigio-giallo variamente sfumato, ma senza varietà e senza fascino. Tutte le fragili piante vengono gettate a terra dalla prima tempesta, e l’esplosione successiva le disperde in una danza vorticosa sulle steppe. Aggrappati l’uno all’altro con rami e ramoscelli, si arrotolano insieme in palline, saltando e saltando come spettri davanti al vento impetuoso, seminascosti in nuvole di polvere fluttuante con cui sembrano essere i branchi scuri o carichi di neve nel cielo sopra. correre una gara. Gli uccelli terrestri estivi hanno già da tempo volato verso sud; gli uccelli acquatici, che sono numerosi su ogni lago, si preparano al volo; i mammiferi migratori si spostano in truppe affollate da una promessa di cibo all’altra; i dormienti invernali hanno chiuso le porte dei loro ritiri; rettili e insetti si sono ritirati nei loro nascondigli invernali.

 

Il gelo di una sola notte copre tutti i bacini d’acqua di ghiaccio sottile, ancora qualche giorno di freddo e le catene dell’inverno gravano pesantemente sui laghi e sugli stagni, e solo i fiumi ed i torrenti, più capaci di resistere al gelo, offrono un riparo breve e prolungato agli uccelli migratori che hanno ancora ritardato il loro addio.




I dolci venti da nord-ovest spazzano nuvole scure attraverso la terra e la neve cade a piccoli fiocchi. Le montagne hanno già gettato i loro manti nevosi, ed ora la pianura delle steppe si veste della sua veste bianca.

 

Il lupo, temendo le tempeste, abbandona i canneti e gli arbusti di spirea che finora gli erano serviti bene come nascondigli, e sgattaiola affamato attorno ai villaggi e ai quartieri invernali del pastore nomade, che ora cerca i luoghi più riparati e meno esausto dei bassifondi, per salvare, per quanto possibile, le sue mandrie dalla scarsità, dalle difficoltà e dalla miseria dell'inverno. Contro il lupo avido agisce il pastore in modo aggressivo, così come fanno i coloni e i contadini cosacchi, partono all’inseguimento, seguono la traccia rivelatrice del ladro fino alla sua tana, lo scaccia e lo insegue. Con grida di esultanza sprona il cavallo e spaventa il fuggitivo, brandendo con la destra un forte alberello dalle radici nodose. La neve gira attorno al lupo, al cavallo e al cavaliere; il gelo pungente morde il volto del cacciatore, ma a lui non importa.




Dopo un inseguimento di un’ora, o al massimo due ore, il lupo, che può aver percorso una dozzina o venti miglia, non può andare oltre e si rivolta contro il suo inseguitore. La sua lingua pende fuori dalla gola, i peli della sua pelle puzzolente, ricoperti di ghiaccio, si rizzano rigidi, nei suoi occhi folli si esprime il terrore della morte. Solo per un momento il nobile cavallo esita, poi, incitato dal grido e dallo knout, si lancia contro il crudele nemico. In alto nell’aria il cacciatore agita la sua mazza fatale, verso il basso questa sibila e il lupo giace ansimante e tremante nella sua agonia mortale.

 

 

POI SI E’ ALZATO UN GELIDO VENTO...