giuliano

martedì 13 maggio 2014

VIAGGI ONIRICI (fra una pagina e l'altra di Storia: Drolerie) (3)



















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Viaggi onirici (2)

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Viaggi onirici (una passeggiata alle Ragged Mountains) (4) 














Ben presto, mi accorsi di uno strano vento proveniente da un punto imprecisato…, o forse da un orifizio nero di un tempio che si trovava ad una grande distanza da me, a sud, quasi fuori dalla mia vista; avanzai allora a fatica lottando contro la soffocante nube di sabbia verso quel tempio che, quando mi avvicinai, si rivelò più grande degli altri e mostrò un’entrata molto meno ostruita di sabbia disseccata. Provavo una paura indescrivibile, ma non sufficiente a lenire la mia sete di meraviglie per cui, non appena il vento scomparve completamente, entrai nella oscura caverna da cui ero uscito.  
… Poi, una vampata più luminosa di quella bizzarra fiamma, mi rivelò quello che stavo cercando: l’apertura su quegli abissi remoti da cui provenivano i venti improvvisi; e mi sentii svenire quando vidi che era un’entrata, piccola e palesemente artificiale, tagliata nella solida roccia.  Vi infilai la torcia, e vidi un tunnel nero con il tetto che si inarcava basso su una rozza rampa in discesa di gradini piccolissimi, numerosi e ripidi. Lo stretto passaggio scendeva all’infinito come uno spaventoso pozzo infestato, e la torcia che tenevo alta al di sopra della testa, non riusciva ad illuminare le ignote profondità verso cui strisciavo. Persi il conto delle ore e del Tempo che scorreva al contrario, c’erano cambiamenti di direzione e di ripidità; e, una volta, arrivai ad un passaggio lungo, basso e piano, dove dovetti strisciare contorcendomi, con i piedi in avanti, sul fondo roccioso, tenendo la roccia tesa al di sopra della testa.




… Il Tempo aveva ormai cessato di esistere quando i miei piedi toccarono di nuovo un piano orizzontale, e mi trovai in un luogo lievemente più alto delle stanze dei due templi più piccoli, ormai rimasti ad una distanza incalcolabile al di sopra di me. Quel luogo non era un rudere primitivo come i templi della città in superficie, ma il monumento di un’arte magnifica ed esotica: disegni e pitture ricchi, vivaci e bizzarri, formavano uno schema continuo di pittura murale, le cui linee e colori andavano aldilà di ogni descrizione….
Comunicare un’idea di quelle mostruosità è impossibile.. erano della famiglia dei rettili, le linee del corpo facevano pensare a volte al coccodrillo, a volte alla foca, ma più spesso a nulla di cui avessero mai sentito parlare il naturalista e il paleontologo, e la cosa più strana di tutte erano le teste, che presentavano un contorno che sfidava tutti i princìpi della biologia. A niente quegli esseri potevano essere comparati: in rapida successione li confrontai al gatto, al buldog, al mitico satiro, e all’essere umano… L’importanza di quelle creature striscianti doveva essere stata enorme, perché occupavano il primo posto tra i bizzarri disegni delle pareti e del soffitto affrescati.




… Quando la luce fu più forte studiai le pitture più da vicino e, ricordando che gli strani rettili dovevano rappresentare gli uomini sconosciuti, riflettei sulle abitudini della Città senza Nome; erano dipinte scene di grande pittoricità e stravaganza: vedute contrapposte della Città senza Nome nel suo abbandono e nel suo crescente decadimento, alla fine mi parve scorgere i segni di un certo decadimento artistico, i dipinti erano meno abili, e molto più bizzarri perfino più strani delle scene precedenti, sembravano documentare una lenta decadenza dell’antica razza, accompagnata da una ferocia crescente verso il mondo esterno da cui era stata cacciata nel deserto….
Nel guardare lo spettacolo rappresentato da quella storia murale, mi ero avvicinato alla fine del passaggio dal basso soffitto, e notai un’apertura da cui proveniva tutta quella fosforescenza luminosa, strisciai fino ad essa e gridai stupefatto nel vedere che cosa c’era aldilà: infatti, invece di altre caverne più luminose, c’era solo un vuoto illuminato di radiazioni uniformi, come ci si può immaginare di vedere guardando in basso dalla cima del monte Everest un mare di nebbia illuminato dal sole.




Alle mie spalle c’era un passaggio così stretto che non riuscivo a stare in piedi; e, davanti a me, c’era un infinito fulgore sotterraneo, spalancato contro la parete sinistra del passaggio: il massiccio battente di una porta di ottone, incredibilmente spesso e decorato con fantastici bassorilievi che, se chiuso, poteva isolare completamente tutto il mondo di luce dalle caverne e dalle gallerie di roccia.
Mentre giacevo immobile ad occhi chiusi, pronto a riflettere, molte cose che avevo notato superficialmente negli affreschi mi ritornarono in mente con una gravità nuova e terribile: scene che rappresentavano la Città senza Nome nei giorni del suo splendore, la vegetazione della vallata che la circondava, e le terre lontane con le quali i suoi mercanti facevano commerci. L’allegoria delle creature striscianti mi sorprendeva per la sua preminenza assoluta, e mi chiesi se era mai possibile che fosse stata seguita così rigidamente in una storia murale di simile importanza.
Negli affreschi, la Città senza Nome era raffigurata in proporzioni adatte ai rettili, mi chiesi quali fossero state le sue vere proporzioni e la sua magnificenza, e riflettei per un attimo su certe stranezze che avevo notato nelle rovine, e quando pensai alle creature striscianti, le cui orrende forme mummificate mi erano così vicine, provai una nuova ondata di paura; le associazioni mentali più strane, e rifuggii dall’idea che, tranne per il povero primitivo dilaniato nell’ultimo dipinto, la mia era l’unica forma umana tra i molti resti e simboli di una vita medievale antichissima…..




Ma come sempre nella mia esistenza strana e vagabonda, la meraviglia presto scacciò la paura; infatti, l’abisso luminoso e ciò che poteva contenere, erano un problema degno del più grande esploratore (e ricercatore….). Non potevo dubitare che un mondo soprannaturale di mistero fosse in fondo a quella rampa di strani e piccoli gradini, e speravo di trovare quei ricordi umani che il corridoio dipinto non mi aveva fornito…. Gli affreschi dipingevano città incredibili e vallate, in quel regno inferiore, e la mia fantasia indugiò sulle rovine ricche e colossali che mi aspettavano.
Le mie paure, in realtà, riguardavano il passato più che il futuro (poi riflettendosi nello specchio del Tempo, investirono anche il futuro…), e nemmeno l’orrore fisico della mia posizione in quello stretto corridoio di rettili morti e di affreschi antidiluviani, miglia e miglia al di sotto del mondo che conoscevo e davanti ad un altro mondo di luce e nebbia misteriose, poteva eguagliare il terrore mortale che provavo davanti all’antichità abissale della scena ed il suo spirito.




… D’un tratto arrivò un’altra ondata di quella paura mista a terrore puro, acuta che mi aveva assalito ad intermittenza fin da quando avevo visto per la prima volta la terribile vallata e la Città senza Nome sotto una fredda luna e, malgrado la stanchezza, mi sorpresi a cercare freneticamente di sedermi per scrutare lungo il corridoio buio i tunnel che salivano al mondo esterno. Dopo un momento, però, provai uno spavento ancora più grande a causa di un rumore ben definito; il primo che aveva rotto il silenzio assoluto di quelle profondità sepolcrali.
Era un gemito profondo, basso, come se provenisse da una folla lontana di anime dannate, e proprio dalla direzione in cui stavo guardando. Il suo volume crebbe rapidamente, finché echeggiò lugubremente nel basso corridoio e, nello stesso momento, notai una crescente corrente di aria calda, umida malsana inquinata ed irrespirabile….

Non è morto ciò che può vivere in eterno,
E in strani eoni anche la morte può morire….   

(H.P. Lovecraft, La città senza Nome)

















lunedì 12 maggio 2014

TUMO RESKIAN

















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Viaggi onirici













Camminammo così fino alle due del mattino.
Erano ormai diciannove ore che eravamo in marcia senza esserci fermati
un istante, senza avere né mangiato né bevuto. Cosa assai sorprendente:
non mi sentivo stanca, provavo solo un gran bisogno di dormire.
Yongden era partito alla ricerca di combustibile, quando ne trovai vicino
al fiume, in un luogo dove dovevano campeggiare normalmente, d'estate,
i viaggiatori che si recavano dalla regione di Po a quella di Dainchine o
viceversa.




Chiamavo da lontano il mio compagno e raccoglievo una gran quantità
di sterco di yak, che portavo con un lembo del mio abito. Potevamo
essere sicuri che nessun essere umano si trovasse in questi luoghi solita-
ri; decisi dunque che avremmo piantato la nostra tenda tra i cespugli in
un punto leggermente incassato.




La cosa più urgente era accendere il fuoco.
Lasciai cadere in terra la 'djoua' che avevo raccolto e Yongden estrasse
l'accendino e i suoi accessori dall'apposita borsetta che teneva legata al-
la cintura, secondo l'uso tibetano.
Ma che succedeva?
Non una scintilla scaturiva dalla selce.
Il giovane si ostinava, tanto valeva che battesse la zolla di terra con le
sue dita per ottenere il fuoco.




Ispezionando la borsa, si accorse che era umida. Si era probabilmen-
te bagnata come pure l'accendino che essa conteneva, mentre attraver-
savamo i campi di neve, salendo verso il valico.
Comunque fosse, restammo senza fuoco - la situazione era seria.
Non ci trovavamo più in cima alla montagna, tra qualche ora il sole si
sarebbe alzato e, nonostante il fiume, accanto a noi, fosse coperto da
uno spesso strato di ghiaccio, non ci saremmo comunque congelati;




ma era altrettanto certo che, in questa notte di dicembre, correvamo
enormi rischi di prenderci una polmonite o qualche altro brutto malan-
no del genere.
- Jetsunema, reverenda signora,
mi disse improvvisamente Yongden, posando in terra il sacchetto conte-
nente l'accendino inutile
- lei è un'iniziata al 'tumo reskian' e può fare a meno del fuoco. Si scaldi
e non badi a me. Salterò e correrò per tenermi il sangue in movimento;
non tema, non mi prenderò un malanno.




Era vero che avevo studiato presso due anacoreti tibetani l'arte partico-
lare di aumentare il calore del corpo. Per molto tempo, le storie riporta-
te nei libri tibetani e quelle che sentivo raccontare intorno a me su que-
sto argomento mi avevano incuriosito.
Poiché ho l'animo piuttosto incline alle indagini critiche e sperimentali,
non potevo fare a meno di sentire il vivo desiderio di vedere io stessa
quanto poteva esservi di vero in questi racconti che ero portata a con-
siderare semplici favole.




Con molte difficoltà, dopo aver mostrato una ostinata perseveranza nel
mio desiderio di essere iniziata a questi segreti ed essermi rassegnata a
subire un certo numero di prove piuttosto faticose e qualche volta anche
un tantino pericolose, riuscii alla fine a imparare e a 'vedere'.
Vidi alcuni di quei maestri nell'arte di 'tumo' seduti sulla neve, notte dopo
notte, completamente nudi, immobili, sprofondati in meditazione, men-
tre terribili raffiche invernali turbinavano e ululavano attorno a loro.




Vidi, al chiarore splendente della luna, il fantastico esame superato dai
discepoli: alcuni giovani venivano portati, nel cuore dell'inverno, sui bor-
di di un lago o di un fiume e lì, spogliati da tutti i loro abiti, asciugavano
direttamente sulla loro carne certi lenzuoli inzuppati nell'acqua gliaciale.
Appena un lenzuolo si asciugava un po', un altro veniva subito a sosti-
tuirlo.




Irrigidito dal gelo appena tirato fuori dall'acqua, diveniva presto fumante
sulle spalle del candidato 'reskian', come se fosse stato appoggiato su
una stufa bollente.
Ma, meglio ancora, appresi il genere di addestramenti che permette di
compiere questi strani 'tours de force' e, curiosa più che mai di portare a
termine l'esperimento, mi esercitai io stessa per cinque mesi invernali, in-
dossando il sottile vestito di cotone delle novizie a 3900 metri di altezza.




Tuttavia, avendo appreso quanto desideravo, era ormai inutile prolunga-
re il mio apprendistato. Non ero affatto stata chiamata a vivere in regio-
ni per le quali queste pratiche sono state inventate.
Avevo quindi ripreso le abitudini più volgari di accendere un fuoco e di
portare vestiti caldi ed ero molto lontana dall'essere padrona nel 'tumo
reskian' come lo immaginava il mio compagno.




- Ritorni dove è situato il campo e raccolga quanto più possibile in ster-
co e rametti,
dissi al Lama.
- L'esercizio le impedirà di raffreddarsi. Mi occuperò del fuoco.
Obbedì, convinto che il combustibile sarebbe stato inutile, ma mi era
venuta un'idea.
L'accendino e i suoi accessori: la piccola selce e la stoppa che riceve
le scintille, pensai, sono fredde, umide o quant'altro, non lo so.




Non potrei metterle in stato di funzionare scaldandole su di me nello
stesso modo con cui asciugavo i lenzuoli bagnati quando studiavo ...
'tumo reskian'?
Non costava niente tentare.
Sistemai l'accendino, la selce e un pizzico di stoppa sotto i miei vesti-
ti e cominciai l'esercizio dello spirito.
Ho detto che sentivo il bisogno di dormire quando mi ero fermata per
campeggiare.




Il moto fatto aiutando a piazzare la tenda e sforzandomi per fare un
fuoco aveva un po' scosso il mio sopore, ma ora che stavo tranquilla-
mente seduta il sonno mi riprese poco a poco.
Eppure la mia mente restava tutta concentrata sull'idea di 'tumo' e,
meccanicamente, senza che nessun altro pensiero la sviasse, continua-
vo in uno stato di quasi sogno la marcia regolare della pratica iniziata.




Vidi presto le fiamme innalzarsi attorno a me - diventavano sempre
più grandi, mi avvilupparono, inarcando le loro lingue rosse al di sopra
della mia testa...
Mi sentivo pervasa da un delizioso benessere..........
(Alexandra David-Néel)

















lunedì 5 maggio 2014

DIO RIDE (2)
















































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Dio ride (1)













... Terra, e crediamo al cielo sulla testimonianza della Terra. Ogni parola del Filosofo, su cui ormai giurano anche i santi e i pontefici, ha capovolto l’immagine del mondo. Ma egli non era giunto a capovolgere l’immagine di Dio (nel suo ultimo lavoro Straniero al nostro sapere ha tentato qualcosa di simile…, ma con gli insegnamenti di Nazianzo abbiamo superato il difficile ostacolo, il nostro Primato è assicurato…). Se questo libro diventasse…. fosse diventato materia di aperta interpretazione, avremmo varcato l’ultimo limite’.
‘Ma cosa ti ha spaventato in questo discorso sul riso? Non elimini il riso eliminando questo libro’.
‘No, certo. Il riso è la debolezza, la corruzione, l’insipidità della nostra carne. E’ il sollazzo per il contadino, la licenza per l’avvinazzato, anche la chiesa nella sua saggezza ha concesso il momento della festa, del carnevale, questa polluzione diurna che scarica gli umori e trattiene da altri desideri e da altre ambizioni…. Ma così il riso rimane cosa vile, per i semplici, mistero dissacrato per la plebe. Lo diceva anche l’apostolo, piuttosto di bruciare, sposatevi. Piuttosto di ribellarvi all’ordine voluto da Dio, ridete e dilettatevi delle vostre immonde parodie dell’ordine, alla fine del pasto, dopo che avete vuotato le brocche e i fiaschi.




Eleggete il re degli stolti, perdetevi nella liturgia dell’asino e del maiale, giocate a rappresentare i vostri saturnali a testa in giù… Ma qui, qui’… ora Jorge batteva il dito sul tavolo, vicino al libro che Gulielmo teneva davanti, ‘qui si ribalta la funzione del riso, lo si eleva ad arte, gli si aprono le porte del mondo dei dotti, se ne fa oggetto di filosofia, e di perfidia teologica…. Tu hai visto ieri come i semplici possono concepire, e mettere in atto, le più torbide eresie, disconoscendo e le leggi di Dio, e le leggi della natura. Ma la chiesa può sopportare l’eresia dei semplici, i quali si condannano da soli, rovinati dalla loro ignoranza.
La incolta dissennatezza di Dolcino e dei suoi pari non porterà mai in crisi l’ordine divino. Predicherà violenza e morirà di violenza, non lascerà traccia, si consumerà così come si consuma il carnevale, e non importa se durante la festa si sarà prodotta in terra, e per breve tempo,  l’epifania del mondo alla rovescia. Basta che il gesto, non si trasformi in disegno, che questo volgare non trovi un latino che lo traduca. Il riso libera il villano dalla paura del diavolo, perché nella festa degli stolti anche il diavolo appare povero e stolto, dunque controllabile.




Ma questo libro potrebbe insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza. Quando ride, mentre il vino gli gorgoglia in gola, il villano si sente padrone (così come l’Eretico), perché ha capovolto i rapporti di signoria: ma questo libro, potrebbe insegnare ai dotti artifici arguti con cui legittimare il capovolgimento. Allora si trasformerebbe in operazione dell’intelletto e di cultura, la quale appartiene ai lumi della nostra millenaria coscienza, coscienza la quale va’ debitamente controllata e anche se ve ne fosse bisogno purgata o rimossa dal ventre del villano quanto dell’Eretico.
Che il riso sia proprio dell’uomo è segno del nostro limite di peccatori. Ma da questo libro quante menti corrotte come la tua trarrebbero l’estremo sillogismo, per cui il riso è il fine dell’uomo! (Il riso distoglie ed illumina sull’ipocrisia della vita, e peggio sugli ipocriti indegni che ne mantengono privilegio e ricchezza, ma questo non lo posso dire perché questi i cardini su cui si regge il mio Potere…). Il riso distoglie, per alcuni istanti il villano dalla paura che deve avere, sempre avere nei nostri confronti, come il rispetto e la devozione. Ma la legge si impone attraverso la paura il cui nome vero è TIMOR DI DIO, e Dio non ride….




… E da questo libro potrebbe partire la scintilla luciferina che appiccherebbe al mondo intero un nuovo incendio: e il riso si disegnerebbe come specchio sul volto, del nostro volto celato, nascosto, camuffato…
Al villano quanto all’Eretico che ride dinanzi al nostro potere, o dinanzi alla tortura, alla coscienza martoriata, all’oltraggio subito, all’idea rubata, all’inganno arrecato, alla calunnia elevata ed istituzionalizzata, che è in mio potere, non ha paura della morte. Sappi che noi viviamo dal sudore grondante della fatica e della paura, altrimenti sarebbe la fine, e da questo libro come da altri potrebbe nascere la nuova e distruttiva aspirazione a distruggere la morte attraverso l’affrancamento della paura.
E cosa saremmo, allora, noi creature eternamente peccatrici, senza quella paura distillata come miglior antidoto alla vita, su questo si reggono regni millenari di Potere…. Sappilo Guglielmo affinché ti siano manifeste le mie ragioni ed il secolare compito al Tempo e alla Storia……




(All’attenzione del ‘critico’ del presente post…: fu osservato, sia dagli antichi quanto dai moderni, che un vero ‘critico’ ha una qualità in comune con prostitute e politici: quella di non cambiare il proprio titolo o la propria (limitata e limitante) natura. Un ‘critico’ anziano è stato sicuramente un ‘critico’ giovane, essendo i perfezionamenti e le conquiste dell’età soltanto l’affinamento di un talento giovanile (coltivato nei meandri della melma), come accade alla canapa, che alcuni naturalisti ci dicono faccia male, provocando soffocamento, anche se colta in germe. E io reputo che l’invenzione, o almeno la raffinatezza dei prologhi, si debba a questi più giovani esperti, citati di frequente e con onore da Terenzio, sotto il nome di MALEVOLI.
Ora è acclarato che l’istituzione del vero critico era di assoluta necessità per la comunità del SAPERE. Perché tutte le azioni umane sono suddivise per categorie, come Temistocle e la sua compagnia: c’è chi suonava il violino o scriveva poesie, e chi trasformare un piccolo paese in una grande città, e c’è chi non sa fare né l’uno né l’altro, e costui merita di essere sbattuto fuori a calci. Onde evitare una simile sanzione, fu istituita dunque la categoria dei ‘CRITICI’ E DEI ‘CALUNNIATORI’. Ne conseguì poi che i loro detrattori segreti incominciarono a sostenere che il vero ‘critico’ fosse in realtà una sorta di uomo meccanico, assemblato con un insieme di strumenti adatti per il suo mestiere, ma di poca spesa, come un sarto.
Costoro trovarono anche molte analogie tra gli strumenti e le abilità dei due: l’infernale cesta del sarto è simile al trito libro del ‘critico’, mentre l’arguzia di questi e la sua erudizione sono simili al ferro del sarto, e ci vogliono molti di questi per fare un dotto così come ci vogliono ‘molti sarti (e loro compari)’… per fare un uomo (ed aggiungo io, un politico…). Quindi il valore dell’uno e dell’altro si ritiene similare, e le loro armi quasi della stessa portata….).

(U. Eco, Il nome della rosa;  &  J. Swift, Favola della botte)
















     

giovedì 24 aprile 2014

I COSTRUTTORI (51)

















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I costruttori (navigare nell'Eretico mare dello Straniero) (50)

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Un altro Oceano (52)














… E se chiedessimo poi un piccolo aiuto al botanico, tralasciati i fiori, ci portasse a osservare più attentamente le foglie e i germogli, noi saremmo in grado di giustificare in qualche modo la nostra classificazione infantile…
Per il nostro fine, giusto o non giusto, si tratta della più suggestiva e conveniente. Le piante, infatti, si possono dividere in due grandi classi.
La Prima si può definire, forse non inopportunamente, quella delle PIANTE TENDA, o a sviluppo orizzontale. Vivono sul terreno in gruppi, come i gigli, sulla superficie delle rocce, sui fusti di altre piante, come i licheni e i muschi. Alcune vivono un anno, altre diverse anni, altre ancora molti anni; ma quando muoino, se ne vanno senza lasciare ricordi, solo il seme o il bulbo o la radice per perpetuare la razza.
L’altra classe di piante può essere definita delle PIANTE COSTRUTTRICE, o a sviluppo verticale. Queste non vivono sul terreno, ma con zelo vi costruiscono edifici, e ognuna di esse lavora duramente, con solenne previdenza, per tutta la vita. Quando muore lascia il suo lavoro nella forma che sarà più utile ai suoi successori; il suo monumento, e la loro eredità.




… Queste architetture si chiamano alberi….
… Anche le piante costruttrici, a seconda del loro modo di lavorare, si possono dividere in due grandi classi. Senza forzare il lettore ad accettare una fantasiosa nomenclatura, credo che possa ricordarle come ‘costruttrici con lo scudo’ e ‘costruttrici con la spada’. Le prime hanno foglie ampie, assimilabili a scudi,  le seconde, invece, hanno foglie affilate a forma di spade, li chiamiamo genericamente pini….
… Dobbiamo ora esaminare le forme e la struttura del suo scudo, la foglia che la protegge. Per farvi un’idea generale della foglia piatta delle ‘costruttrici con lo scudo’ pensate all’albero e alla vela  Sarebbe più coerente con la nostra classificazione pensare al braccio che sostiene lo scudo, ma la cosa ci porterebbe troppo lontano perché l’albero si assottiglia come la costola della foglia, mentre la mano che sorregge la cinghia superiore del piccolo scudo si stringe a pugno.
Quindi la similitudine dell’albero e della vela si rivela più adatta…. Qualunque figura useremo ci libererà dalla cattiva abitudine di immaginare una foglia composta da un corto gambo che termina con un’ampia espansione. Dovremmo invece pensare che il gambo percorre tutta la lunghezza della foglia e ne sorregge la parte allungata e allargata, o fogliata, come l’albero di un trabaccolo ne sostiene la vela.




L’analogia ci porta, però, un passo più avanti….
Così come la vela deve rimanere su un lato dell’albero, anche l’espressione di una foglia avviene su un lato della costola centrale, o del sistema di costole. Si appoggia su di esse come se fosse tesa su un’intelaiatura, quindi la superficie superire è liscia mentre quella inferiore è striata.
Sono solito rappresentare le ‘due ali’ della foglia leggermente convesse nella faccia superiore, talvolta le estremità si incurvano, quando la curvatura è particolarmente sviluppata, la foglia assomiglia molto ad una… barca con una chiatta….  Prima di procedere nella nostra indagine circa la struttura degli alberi, ci fermeremo per un nuovo e valido paragone, ogni gruppo di quattro o cinque foglie, nella posizione naturale con la quale si presenta all’occhio, consiste di una serie di forme legate da squisite e complesse simmetrie.




Forme che non sono diverse l’una dall’altra, ma mutano a seconda delle prospettiva.. L’abilità necessaria per disegnare un siffatto gruppo può essere stabilita mediante un paragone: supponiamo che cinque o sei navi, di elegante costruzione e dalla prua affilata, partano da un unico punto; mentre la prima risale il vento con azione efficace, le altre tre o quattro rimangano progressivamente arretrate l’una rispetto all’altra, tanto che il ponte di ciascuna assume un’inclinazione diversa in rapporto all’asse della vela.
Supponiamo anche che le fiancate di queste navi siano trasparenti cosicché si possano vedere, oltre il ponte superiore, anche quelli inferiori. Supponete infine che vi venga richiesto di disegnare tutti e cinque i ponti di ciascuna nave mostrandone tanto il lato inferiore quanto quello superiore, secondo l’inclinazione che ogni barca ha assunto, con la corretta prospettiva e indicando nel contempo l’esatta distanza dal punto di partenza raggiunta da ogni barca in un dato momento.
Solo se siete in grado di fare tutto ciò, sapete disegnare una foglia di rosa….
Altrimenti no….

(J. Ruskin, Pittori Moderni)