giuliano

mercoledì 18 giugno 2014

VIAGGI ONIRICI: 'migrazioni & relazioni' (24)


















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Viaggi onirici: 'migrazioni & relazioni' (23) &

Migrazioni  &  Relazioni 

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Viaggi Onirici: Gente di Passaggio (25)


























Della Notte!’. Disse il corvo: ‘Mai più’. Molto fui stupito a udir parlare così distintamente quel goffo uccello, quantunque non avesse molto senso, scarsa attinenza avesse anzi la sua risposta; poiché certo ognuno converrà che a nessuna vivente persona toccò mai di vedere un uccello sulla 

porta della sua stanza – uccello o altro animale posato sul busto scultoreo sopra la porta della sua stanza, e con un tale nome, ‘Mai più’. Ma il corvo, solitario sedendo sul placido busto, altro non disse che quella parola, quasi che tutta la sua anima in quella sola parola avesse profuso. Né altro 

più  aggiunse – né piuma più scosse – finché non diss’io in un soffio: ‘Altri amici già volaron via – e domani anch’egli andrà via, come le speranze già tutte volaron via’. Disse allora l’uccello: ‘Mai più’. Attonito per quell’appropriata risposta che così infrangeva il silenzio, ‘Senza dubbio’, io ripresi,




 ‘è quel che dice tutto quel che sa, appreso da un qualche infelice padrone che la sventura strinse dappresso, sempre più, e più, finché ogni suo canto non si ridusse che a quel ritornello – finché gli inni della sua mesta speranza non si ridussero che a quell’unico malinconico ‘Mai – mai più’. E 

mentre il corvo ancora m’induceva al sorriso i tristi pensieri, io sospinsi la mia poltrona fino alla porta, innanzi al busto e innanzi a quell’uccello; quindi, affondato nel velluto, mi diedi a collegare pensiero a pensiero, domandami che cosa mai quel sinistro uccello d’altri tempi – che cosa mai 

questo cupo, goffo avido, infausto e sinistro uccello d’altri tempi volesse dire, gracchiando ‘Mai più’. Così io sedevo, immerso in congetture, e non più mi volgevo all’uccello, i cui fieri occhi ora nel petto mi bruciavano; così io sedevo su questo e su altro ancora pronosticando, chinata la testa sul




velluto del cuscino, su cui la lampada fissava il suo occhio di luce, sul tessuto di viola che la lampada fissava col suo occhio di luce, e che lei non toccherà mai più! Poi, così mi parve, diventò l’aria più densa, quasi fosse profumata da un invisibile incensiere da serafini agitato, col tintinnio dei 

loro passi che sfioravano il tappeto. ‘Ah misero’, gridai, t’offre Iddio per mano di questi angeli, ti offre Iddio  un sollievo – sollievo e nepente per il ricordo della tua Lenora; sorseggia, oh sorseggia questo dolce nepente e dimentica questa tua perduta Lenora!’. Disse il corvo: ‘Mai più’. 

‘Profeta’, io dissi, ‘mostro del male! – profeta pur sempre, uccello o demonio! Sia che il Maligno stesso t’abbia mandato o la tempesta qui gettato Sulla riva, afflitto ma non domato, su questa deserta terra stregata – su questa casa visitata dall’Orrore – dimmi ora, io t’imploro – v è – vi è un balsamo




in Gilead? Dimmelo – dimmelo, io t’imploro!’. Disse il corvo ‘Mai più’. ‘Profeta’, io dissi, ‘mostro del male! – profeta pur sempre, uccello del demonio! Per quel cielo che su noi s’incurva – per quel Dio che entrambi adoriamo dì a quest’anima oppressa se mai nel remoto Eden abbraccerà 

più mai una fanciulla beata che gli angeli chiaman Lenora abbraccerà più mai quella rara e radiosa fanciulla che gli angeli chiaman Lenora’. Disse il corvo: ‘Mai più’. ‘E sia questa tua parola per noi ora segno d’addio, uccello o demonio!’ gridai e balzai in piedi. Ritorna alle tue tempeste e alle tue 

plutonie rive della Notte! Non lasciarmi nessuna tua nera piuma a significar la tua menzogna! La mia solitudine lascia a me intoccata, e tu lascia il busto sopra la mia porta! Porta via il tuo becco, dal mio cuore, porta via la tua figura da quella mia porta! Disse il corvo: ‘Mai più’. E mai più 

volando via di lì, il corvo ancora lì posa, ancora lì siede, sul pallido busto di Pallade, sopra la porta della mia stanza; e sembrano i suoi occhi d’un demonio che sogni; e la luce della lampada che l’investe ne getta l’ombra sul pavimento; e la mia anima da quell’ombra che fluttua e tremola sul pavimento non sarà sollevata – mai più!

(Edgar Allan Poe, Il corvo)
















  

lunedì 16 giugno 2014

LA TESTA DEL LUPO (2)








































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La testa del lupo














Ancora una pausa invernale e le stragi ripresero nel 1632: un bambina di undici anni e un’altra di otto vennero sbranate rispettivamente in aprile a Graglia e in maggio a Mongrando; quindi ancora a Graglia, fra giugno e agosto toccò a due bambini di 6 e 9 anni e una ragazza dodicenne. Infine, a ottobre, un dodicenne venne divorato a Sala Biellese.
Dopo l’ormai consueta pausa nel periodo invernale, nell’aprile 1633 ripresero gli attacchi dei lupi ai bambini di Sala Biellese e Graglia, che si conclusero nel successivo settembre con un bilancio di altre cinque piccole vittime. Dopo una nuova tregua, nel successivo agosto morì un bambino di nove anni per le ferite a seguito dell’attacco di un lupo e l’anno seguente, tra la fine di maggio e l’inizio di luglio, furono divorati un ragazzo di 15 anni a Graglia e uno di 14 a Sala Biellese.
Come qui documentati appaiono ‘serial-killer’ più che lupi in cerca di cibo, anche se il comportamento di un animale più che temibile, esclude attacchi ad uomini o bambini….




Comunque, riprendiamo la breve analisi di questi preziosi documenti, documenti conservati in sei differenti archivi parrocchiali hanno consentito di ricostruire un’analoga vicenda di lupi ‘serial-killers’ nel Biellese. Un secolo dopo la tragedia appena descritta i lupi tornarono a seminare il terrore nel territorio delle comunità di Cavaglià, Verrone, Salussa, Zimone.. ed altri borghi…
Era dal 1691 che nel Biellese, a quanto ci risulta, non si registravano morti di fanciulli aggrediti dai lupi, nel settembre 1729, a Cavaglià un bambino di nove anni venne ucciso dagli animali. L’anno precedente, in provincia di Novara, a Ghemme, i lupi avevano divorato molti fanciulli, ma non ci è dato di sapere se la serie di lutti che iniziava allora nel Biellese fosse in qualche modo collegabile a quella. In quel 1729 comunque l’episodio rimase isolato.
Nel 1730, però, di nuovo a Cavaglià, si registrò l’uccisione di un dodicenne ed il mese successivo altri due fanciulli persero la vita allo stesso modo. Nell’anno seguente, sempre a Cavaglià, venne sbranata una bambina di otto anni, ma fu soprattutto nel 1732 che la tragedia assunse proporzioni particolarmente gravi. Nella primavera e nell’estate di quell’anno nelle parrocchie di Verrone e altri borghi circostanti, furono registrate le morti causate dai lupi, di ben otto fanciulli. Nei quattro anni successivi, a quanto è stato possibile rilevare, non vennero registrati altri casi del genere, ma nell’ottobre 1736 ripresero i lutti: una bambina di otto anni fu divorata a Benna, Massazza e Salussola. Infine nel giugno e nell’agosto del 1738 due altre ragazze di Salussola furono divorate da quegli animali.




Negli anni compresi tra il 1729 ed il 1738, nel Biellese, l’insorgere del comportamento antropofago del lupo costò la vita ad almeno 19 fanciulli di cui 14 femmine e 5 maschi; per 17 delle vittime è stato possibile rilevarne l’età: le femmine avevano tra i due ed i quattordici anni ed i maschi tra i nove ed i dodici anni.
Nell’ultima grave serie di lutti dovuti all’insorgere del comportamento antropofagico nei lupi risale agli anni compresi tra il 1801 e il 1817 e interessò un’area particolarmente vasta nel Biellese, attraverso il territorio delle attuali province di Vercelli, Novara e Varese, giungeva fino alla parte occidentale delle province di Milano e Como e lambiva il Canton Ticino. Questa nuova tragedia iniziò nell’estate del 1801 quando i lupi, tra giugno e settembre, causarono la morte di almeno una quindicina di fanciulli nel territorio compreso tra Varese, Como, il Canton Ticino ed il Legnanese.
Nell’estate del 1806 altri lutti colpirono il Comasco: ad Appiano Gentile un bambino risultò divorato dai lupi. Nel 1808, in giugno, alla Cascina Montechiaro di Abbiate Guazzone, perse la vita, divorata dal lupo, Giuseppina Martegani; qualche giorno prima, a Vizzola Ticino era stato divorata una tredicenne che con altre due ragazze era alla custodia del bestiame. Nel giugno del 1809 a Garenzano un lupo divorò un ragazzo il cui cadavere viene ritrovato nel bosco, e alla fine di luglio, a Cantù, fu la volta di un ragazzo di 14 anni.
Nelle settimane seguenti, nella zona, subirono l’attacco del lupo un altro ragazzo che perse la vita ed un terzo che, gravemente ferito, fu salvato in extremis dall’intervento di una giovenca. 





COMMENTI SENZA COMMENTI: i cacciatori (Prenderò Old Club Foot!....):
Il cacciatore sportivo e il benefattore si fusero in un personaggio interessante negli anni d’oro in Alaska. Durante la depressione, un certo numero di persone si spostò a nord nella speranza di guadagnare da vivere facendo il trapper (ed in cerca dell’oro…). La maggioranza non ci riuscì, ma alcuni di quelli che se la cavarono scrissero le loro esperienze con i lupi su riviste quali ‘The Alaska Sportsman’.
Questi erano perlopiù persone che ignoravano la vita delle foreste quando vi arrivarono; le loro storie sono piene di errori e di crudeltà verso i lupi e sono disseminate di un odio convinto nei loro confronti. Credevano che attaccassero e uccidessero gli uomini nel nord del paese e sembravano riuscire a controllarsi a malapena quando raccontavano le nefandezze dei lupi sui cervi. Storie intitolate ‘I lupi hanno ucciso ‘Crist Colby’, ‘La mia intelligenza contro i lupi’ e ‘Prenderò Old Club Foot!’ erano parodie inconsapevoli di racconti di frontiera dove i trapper svolgevano il ruolo di sceriffo in perenne inseguimento di lupi con i loro schioppi a tracolla (la realtà dal punto di vista ambientale è ben diversa, questi omuncoli furono il motivo primo, grazie al valore di scambio delle pelli, e non solo quelle di lupo, della scomparsa o meglio della decimazione di intere specie di animali…). 




Gli uomini che riportavano queste storie credevano appassionatamente di servire l’umanità negli altri 48 stati da quel lontano avamposto! Uno di essi, nello scrivere a casa alla famiglia, disse: ‘Mentre faccio del mio meglio per uccidere tutti i lupi nel Ward Cove Game Refuge, gli altri animali non vengono molestati (qui è ancor più chiaro il sogno dell’uomo, e dell’omuncolo cacciatore, sostituirsi al lupo nell’istinto della caccia, perché il cacciatore ed i suoi consimili sono i veri lupi…).
Per concludere, un trapper alaskano di nome Lawrence Carso braccò un lupo che si era trascinato una delle sue tagliole per più di trenta chilometri e lo trovò appeso a testa in giù alla corda usata per lo strascico sul fianco ripido di una collina. Slegò il lupo per scattare una foto, poi gli sparò alla testa. ‘Il lupo era morto come aveva vissuto, in sfregio a tutto ciò che osava conquistarlo….’.

















  

sabato 14 giugno 2014

IL LIBRETTO DA GUIDA (56)






































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Il libretto da guida (55)













Tita Piaz lo sa, le motivazioni del diniego del libretto da guida, comunicatogli dal capitano distrettuale di Cavalese, che ha avallato la posizione del presidente Mayr, sono del tutto politiche! Nel suo ricorso alla Luogotenenza di Innsbruck egli chiede giustizia contro la persecuzione in cui è incorso dopo la dedica della famosa guglia ad Edmondo de Amicis, che gli ha alienato definitivamente le simpatie dei membri della sezione alpina di Bolzano definita nella sua autobiografia ‘una fucina di pangermanesimo per eccellenza’: ‘Ho la sensazione – egli ribadisce nel ricorso – che mi si voglia opprimere in modo spietato perché non mi lascio indurre a divenire apostolo del Volksbund’.
Il capo dei gendarmi di Vigo, Cozzati, cui vengono chieste informazioni dall’autorità politica, dà un quadro obiettivo del personaggio Piaz e conferma la ‘tesi’ politica. E’ vero – egli scrive al Capitano di Cavalese – che in passato Piaz ha avuto dei contrasti con le guide di Fassa, ma da circa due anni non si è più udito niente di negativo su di lui. Inoltre egli rappresenta




‘uno dei più bravi arrampicatori della zona e non teme nessun pericolo. Tra le sue imprese ci sono le più difficili e le più pericolose ascensioni sia qui che all’estero, sebbene egli possegga solo il libretto da portatore. Piaz è un soggetto pazzo e irascibile, e fu espulso dal D.u.O. Alpenverein di Fassa  presumibilmente solo per dissidi nazionali’




Alcuni mesi dopo, nel settembre 1907, il libretto infine gli viene concesso direttamente dalla Luogotenenza, che ha chiesto un parere alla giunta centrale del DuOAV di Vienna. Si rammenta a tal proposito, che già nell’estate del 1900, prima di partire per il servizio militare, egli aveva urtato gli interessi delle guide di Fassa, di cui era presidente Luigi Rizzi; costui infatti denunciava con ben due lettere ai primi di agosto 1900 lo ‘scalatore G. Batta Piaz’ di sottrarre a lui stesso e alle altre guide autorizzate, portandoli dal Rifugio Vajolet, dove abitualmente soggiornava, sulla cima del Catinaccio, sulla Torre Winkler, sulla Croda di Re Laurino, sulla Grasleitenturm, ecc….
Constata la verità di tali affermazioni, il giovane Piaz venne condannato a 10 corone di multa a favore del Fondo del Comune di Pera e a 24 ore di arresto; a nulla servì il ricorso inoltrato da Piaz alla Luogotenenza adducendo le sue sfavorevoli condizioni economiche, perché i fatti erano comprovati. Con questa attività di ‘guida di frodo’ egli dovette comunque raggranellare alquanto in quell’estate, se poté permettersi anche un viaggio a Roma, Napoli e Pompei con un convoglio di pellegrini trentini dell’Anno Santo: fu questa – detto per inciso – una delle rare occasioni in cui pare facesse felice la madre, commossa per la sua devozione. Era invece la sua curiosità, il suo desiderio di esplorare il mondo che cercava le prime soddisfazioni.




Luigi Rizzi (1869-1949) di Campitello, guida di vecchio stampo, all’epoca molto ammirato nel mondo alpinistico per le sue scalate di grande prestigio, nella denuncia del comportamento scorretto di Piaz e di altri portatori della Val di Fassa rivolta al Capitanato nell’agosto 1900 chiedeva di non essere chiamato direttamente in causa, altrimenti ‘tutti gli avrebbero dato addosso’. Tuttavia Piaz evidentemente lo venne a sapere, lo si deduce dal modo in cui nella sua autobiografia parla, in maniera anonima ma con ogni evidenzia riferita a Rizzi, di ‘una delle più grandi guide di quei tempi, che aveva una fama internazionale’, la quale gli fu sempre ostile e lo osteggiò in ogni modo.
Fra lo spavaldo Tita in cerca di gloria e Luigi Rizzi, ‘schivo e modesto, uomo di poche parole e che mai diceva male degli altri’, si rivelò già a partire dal 1898 una vera e propria incompatibilità di carattere, dal modo di vivere la montagna e di esercitare la professione. La disapprovazione e l’atteggiamento di sufficienza di Luigi Rizzi nei suoi confronti non demoralizzava certo il giovane Piaz, era anzi un invito a nozze: lo induceva a sfidare quella celebrità mettendosi in imprese da tutti giudicate impossibili, come ad esempio la scalata della parete nord-est della Punta Emma.




Ritornando a Piaz poco più che ventenne, ‘guida di frodo’ come lui stesso si qualifica, nell’estate 1905 una nuova denuncia arriva alla sezione di Bolzano del DuOAV firmata questa volta dall’altra famosa guida di Campitello, Luigi Bernard (1859-1937): il ‘portatore Giovanni Piaz’ è accusato di servirsi come ‘seconda guida’ del giovane contadino di Moncion Cristoforo Virginio Dallapozza, tra l’altro puniti per furto, il quale verrebbe consigliato ai turisti nonostante altre guide e portatori siano a disposizione. Il solerte gendarme Cozzatti conferma il fatto.
Non si tratta però di una persecuzione contro Piaz per le sue idee – come costui sembra intendere – ma piuttosto del tentativo delle guide di Campitello di tutelarsi contro una concorrenza scorretta. Anche altre persone vengono denunciate insieme a Pavarin, e non certo per motivi politici. Ad esempio all’ex guida Andrea Jori di Alba – proprietario dell’Albergo Al Cavalletto consigliato agli alpinisti dal periodico di informazione del DuOAV – viene ritirato il distintivo per esercizio abusivo della professione.




Altre volte sono i clienti stessi ad intervenire a difesa di chi li ha portati in montagna con grande perizia: Leo Freundlich, giornalista di Schonberg, saputo dell’accusa rivolta all’ispirante guida Luigi Favè di Campitello che lo aveva accompagnato in montagna, lo difende dicendo di averlo ingaggiato di sua volontà conoscendone la bravura e la prudenza nell’arrampicare, e per questi motivi lo aveva consigliato anche ad alcuni amici. L’indagine in loco del gendarme Cozzatti conferma questa versione.
Nel 1905 le idee socialiste e irredentiste di Piaz sono ancora poco note, mentre ad iniziare dal 1906, dopo la bizzarra conquista della Guglia Edmondo de Amicis, la componente politica sarà fondamentale nelle scelte di Pavarin ed anche nelle risposte da parte delle autorità alpinistiche dell’epoca. La dedica della torre a de Amicis portò Tita la riconoscenza dello scrittore che gli mandò una lettera di ringraziamento con un suo ritratto, e l’amicizia del figlio Ugo, accademico del Cai e membro della sezione di Torino e Aosta, col quale nel giugno 1907 compì parecchie ascensioni….    

(L. Palla, Tita Piaz....)















 

giovedì 12 giugno 2014

LE SFIDE DELLA NATURA: un nobile viaggiatore (4)





















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L'orientamento (3)

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Migrazioni & relazioni (5)














Ma ora soffermiamoci sul più nobile migratore dei cieli, la Sterna Codalunga, le sue migrazioni sono senza dubbio le più importanti che si possano osservare in tutto il mondo avicolo. Questo uccello nidifica lungo le coste settentrionali dell’Europa, dell’Asia e dell’America del Nord (è senza dubbio l’uccello più nordico), passa infatti l’inverno nella parte meridionale dell’Atlantico e del Pacifico e talvolta anche al di là del cerchio antartico.
Questi enormi spostamenti che superano i 17.000 chilometri, hanno fatto dire a Rorbush (in Murphy), che questa Sterna che passa l’estate boreale nel paese degli Esquimesi e l’inverno boreale lungo le coste dell’Antartide, è colui che vede il sole per il tempo più lungo nel corso della vita: ‘Durante circa 8 mesi all’anno, essa ha 24 ore di giorno, e durante gli altri 4 mesi più giorno che di notte’.




La questione della zona di svernamento della Sterna Codalunga è stata molto dibattuta. Infatti taluni esemplari erano stati raccolti già una cinquantina d’anni fa’ nei mari antartici, specificatamente nel mare di Weddel, tra il 64° e il 66° di latitudine Sud; e di qui si pensò che le Sterne svernassero in questa zona. Nuove osservazioni sono venute a dimostrare una diversa realtà, e che in verità il ‘Pack-ice’ antartico costituisce una importante area di ‘svernamento’ della Sterna Codalunga e senza dubbio anche la più importante.
Da quando le nostre conoscenze sulla avifauna dei mari antartici si sono accresciute, si è constatato infatti che un gran numero di Sterne li frequentavano un po’ dappertutto, e specialmente nei settori situati a Sud dell’Oceano Indiano. La scoperta di una Sterna sull’isola Amsterdam è stata confermata da numerose altre osservazioni compiute nei paraggi, come d’altronde in Australia e in Nuova Zelanda. Visto il numero di questi uccelli, non si può pensare che si tratti di individui isolati o dispersi, ma più probabilmente di un movimento regolare.




La Sterna Codalunga è conosciuta in tutto il Pacifico occidentale, tra il Giappone e la Nuova Zelanda; bisogna dunque ammettere che gli individui osservati nei settori antartici a Sud dell’Oceano Indiano e in Australia provengono dall’Atlantico; essi sono spinti verso Est nella zona dei grandi venti, sembra lontanissimo, prima di poter penetrare nei mari antartici dove svernano.
Le Sterne Codalunga sono dunque dei grandi viaggiatori, per non dire i più grandi, tra tutti gli uccelli che migrano. Altre specie di Sterne compiono anch’esse spostamenti stagionali di grande ampiezza. Ma le loro migrazioni, al contrario di quelle della Sterna Codalunga, seguono le coste e non comportano che raramente i lunghi tragitti marittimi propri della Sterna Codalunga. Tra le Sterne quest’ultima specie occupa un posto equivalente a quello del Gabbiano tridattilo tra i Laridi.
In genere, si può osservare, che molti tra i migratori a lunga distanza si spostano dall’Europa centrale, o anche dalla Scandinavia e perfino dalla Siberia al Sudafrica, coprendo distanze che vanno dai 10.000 ai 15.000 chilometri per una tratta, e dunque fino a 30.000 chilometri all’anno.
I migratori europei capaci di prestazioni di tale portata sono la Cicogna Bianca, la Cannaiola Verdognola e il Beccafico.




 Fra i migratori attuali il record di distanza coperta è detenuto dalla Sterna Codalunga, questo uccello migra regolarmente dalla sua area di riproduzione nelle regioni artiche fino alle acque dell’Antartico, dove in qualche caso effettua una circumnavigazione della calotta glaciale. Nella migrazione autunnale sono stati attestati l’inanellamento percorsi fino a circa 22.000 chilometri, che corrispondono a una prestazione totale annua nell’ordine di grandezza di 40.000 chilometri, in taluni individui anche di 50.000 chilometri, ossia l’equivalente del periplo del globo terrestre ogni anno.
Poiché la Sterna Codalunga può superare i 25 anni di vita il percorso coperto nell’intera vita può arrivare all’ordine di grandezza di 1 milione di chilometri, e tali non sono sufficienti per spiegare il comportamento ‘bestiale’ verso questi splendidi esemplari, queste meravigliose ‘macchine della natura’ da cui dobbiamo ancora imparare molto; ed gli antichi quali Plutarco, Pitagora ed Aristotele, non di certo cacciatori, volsero la loro attenzione a questi messaggeri del cielo, cosa a cui il nostro o meglio il vostro occhio non è più abituato... eccetto che per una insana....




La ricerca della migrazione degli uccelli inizia, infatti, con Aristotele, al quale dobbiamo conferire il merito e l’onore di aver elevato lo studio degli uccelli al rango di scienza. Aristotele ci ha tramandato con una sorprendente quantità di  dettagli le sue osservazioni in quelli che sarebbero divenuti i diversi campi della ricerca ornitologica: la sistematica, la morfologia, la fisiologia, l’embriologia, l’etologia ecc..
Aristotele era anche convinto che alcune specie si trasformassero in altre specie per sopravvivere all’inverno o alla lunga estate……