giuliano

sabato 2 maggio 2015

AMICI COME PRIMA (16)



















Precedente capitolo:

Litigano in pubblico.... (15)

Prosegue in:

Il volo di Jonathan: dialogo con l'eremita (17)












.... Del litigio. Quello che è successo tra Nikkie ed Hennie si verifica molto spesso… All’inizio del gruppo, le liti e le aggressioni hanno un epilogo quantomeno insolito nel regno (umano quanto) animale: i due individui non solo fanno la pace (agli occhi degli spettatori increduli), ma si abbandonano a contatti amichevoli.
Qual è lo scopo di tutto questo?
I vantaggi della aggressività?
Molti, quando gli animali territoriali combattono per difendere il proprio spazio vitale, oppure quando le specie che amano vivere solitarie devono fare i conti con un intruso; pochi, quando si vive all’interno di un gruppo e il farsi male l’un l’altro potrebbe portare alla fine di tutti. E’ un po’ il caso, per l’animale-uomo, della guerra civile. Ed ecco allora che gli animali sociali appartenenti ad alcune specie, i primati in particolare, stanno molto attenti ai rischi dei litigi in famiglia. E, quando capitano, fanno di tutto per limitarne gli effetti. Proprio come ha fatto Nikkie con Hennie.
Che cosa occorre ad un animale per ‘saper far pace’?
Due qualità, innanzitutto: una buona memoria (purtroppo non scritta nella monolitica ortodossia di intenti e luoghi ed interessi…) – almeno a breve termine, per poter ricordare con chi ha appena litigato – e la capacità di distinguere a prima vista un individuo da un altro. Varie specie di mammiferi possiedono queste doti e non è quindi il caso di affermare che il comportamento riconciliatorio sia una prerogativa soltanto dei primati; è sulle scimmie, tuttavia, che sono state fatte le maggiori osservazioni…. In base a queste, si è arrivati ad una constatazione: perché l’atteggiamento di riconciliazione possa dirsi tale, è necessario che si verifichino alcune condizioni.




Se Lorenz chiama l’aggressività ‘il cosiddetto male’ (ed in merito a ciò, istinto animale quanto umano, sappiamo che veicolare l’aggressività, cioè distribuirla equamente nel  concetto del ‘capro-espiatorio’ quanto in altri più o meno validi espedienti sociali e psicologici tradotti in intenti ‘economici e bellici’, essere prerogativa ‘umana’. In quanto sappiamo l’umanità non immune, ma eterna portatrice di questo naturale istinto giammai morto ma ben  cresciuto e saggiamente seminato in quel terreno ove poggia le radici della sua evoluzione. Osserviamo e formuliamo alcune cifre e statistiche affinché la disquisizione assuma spessore stratigrafico, affinché il creazionista che inneggia a Dio e nemico della comune via, possa guardarsi allo specchio nel ragionamento che vorrebbe contraddistinguerlo dal regno animale inferiore di cui fra l’altro, le scritture del suo ‘creatore’, lo danno padrone e custode…. Enumeriamo alcune cifre: Istat gennaio-settembre 2000 (l’1.. manca perché in viaggio verso Giove…gli altri ci sono alla base del monolito…) rispetto allo stesso periodo dell’anno prima: numero degli omicidi volontari è passato da 661 a 941 (più 42,4%); in aumento i sequestri di persona a scopo di rapina o estorsione (da 98 a 120). Le rapine sono passate da 30.013 a 32.006. Nei primi mesi del 2000, Sicilia, Campania e Calabria sono in testa alla classifica di omicidi volontari in rapporto alla popolazione. La città con il maggior numero di omicidi volontari è Napoli, seguita da Reggio Calabria e Catania. Al capoluogo partenopeo spetta anche il record delle rapine aggravate e intimidazioni, davanti a Palermo e Catania. In 16 anni gli omicidi in Italia, dal 1971 al 1987,  sono aumentati del 51,7%, i tentati omicidi del 53,5%. L’esplosione della violenza si accompagna alla diffusa volontà di appropriarsi delle ricchezze (ma non solo, bisogna vedere anche cosa si intende per ricchezza…) altrui: i reati contro il patrimonio sono saliti dell’87%. Inoltre un mondo di violenze e massacri emerge dall’ultimo rapporto annuale di Amnesty International. Il potere nocivo delle armi è in vertiginoso aumento distruttivo e produttivo (di guerre con eventi ed interessi direttamente e indirettamente ad esse riconducibili…) basti pensare che dal 1945 ai primi anni Ottanta ci sono stati sul pianeta Terra 130 conflitti armati in 100 paesi, per un totale di 35.000.000 di morti.)….
Una ragione più che valida c’è.




Ed è che i combattimenti fra gli animali della stessa specie hanno spesso una finalità biologica. Le motivazioni che portano due (o più…) individui a lottare possono essere tante.
Il motivo più frequente è la difesa del territorio (ma questo per gli umani più evoluti spesso può divenire un’ottima scusante o giustificazione per altri intenti predatori…, intenti tra l’altro affini a diversi comportamenti o istinti sociali… Un esempio storicamente valido anche se in apparentemente fuori luogo: ‘la scusante per taluni ortodossi contro presunti Eretici nel risultato ottenuto e conseguito, la confisca dei beni…oltre la perdita della dignità sociale ancor più preziosa per l’onesta parola… della verità detta…’. Ma abbiamo anche disquisito circa la ‘necessità’ e prerogativa su taluni terreni seminata per l’interesse comune, per il bene comune, inteso come economia confacente. Orbene, questo comporta una semina non corrispondente alla verità confusa barattata e spacciata…, nella grande Notizia diffusa… Ed il raccolto è una pianta o ancor peggio un frutto, che sì, può appagare la fame, togliere la sete, ma nella stratigrafia geologica e sociale di un mondo che solo in apparenza si dice moderno ed evoluto. In verità, antico intollerante e violento ancor più di prima… Lo dicono i numeri e le cifre non certo Giamblico… E lo dice anche l’infante sul ramo cresciuto: ‘non mangiare questa mela nel sapere evoluta perché l’intento a noi non gradito e la verità giammai coltivata dal Gorilla che disciplina ed insegna il tomo della vita… preghiera di ugual via…’).
Chi è riuscito ad accaparrarsi il ‘territorio’ (come la presunta verità, giammai è disposto a mettere in discussione una diversa Via una diversa Rima un diversa Parola in questa immutata geografia, lo sappiamo bene noi Eretici della Memoria così infruttuosamente custodita ma saporita al soldo di una diversa poesia…), non è disposto a mollarlo e lotta con le unghie e con i denti contro qualunque individuo osi accedervi penetrarvi e palesare diversa Parola…




In codesto modo gli esemplari di una specie sono costretti ad ‘esiliarsi’ o tecnicamente ‘distanziarsi’ (ma comunque sempre oggetto della persecuzione… monolitica e secolare persecuzione… in altri contesti e casi…) l’uno dall’altro. Però è bene dire, che l’aggressività (comune e aggregativa negli umani…) è l’‘extrema ratio’, cui gli animali ricorrono soltanto dopo avere segnalato in vario modo ai compagni la notizia di essersi impossessati di un territorio (negli esseri (umani) più evoluti questa caratteristica comporta un comportamento paradossale scritto appunto nei geni della evoluzione stessa e non dettata dalle leggi di Natura,  in quanto diviene strumento proficuo per innescare ragione di presunta ricchezza legata ad altri intenti e finalità di cui a ben dire, l’aggressività e l’istinto di terra con la ricchezza ad essa riconducibile, può portare a quella economia, se ‘intelligentemente’ convogliata, proficua per lo stato più tecnologicamente evoluto… In ragione di questa sua evoluzione intesa come capacità di controllare (più o meno lecitamente) possedere prevedere e creare eventi, se non addirittura modificarne il naturale corso, sono scritte le maggiori differenze e contrasti fra due tipi di Società che si stanno confrontando e misurando con le opposte logiche che le contraddistinguono e governano. Il paradosso riscontrato è l’istinto principio primo associativo degli animali quanto degli umani, nei secondi è ‘coltivato’ e ‘nutrito’ per fini contrari all’evoluzione. Logicamente, qualunque soggetto inteso come singolo e popolo difende i propri interessi e beni, questo è naturale, ma quando le risorse non equamente distribuite da Madre Natura, questo motivo può divenire contrasto e principio di laceranti differenze oggettive che si soggettivano (oltre con l’aumento statisticamente accertato di violenza..) non nei motivi di superamento ed analisi di tal problema, di cui la società evoluta è in grado di risolvere e mai arginare la paura che tali contesti prefigurano; ma motivo di altri ‘eventi’ sociali più affini alla guerra o peggio all’odio… che accomunano e convogliano proficuamente le risorse della violenza non arginata, o peggio, dell’istinto non superato. Quella violenza che il nostro antenato di poche pagine sopra, ha superato e forse anche studiato. La pace è condizione di benessere, la guerra e la violenza sono economicamente e paradossalmente più confacenti con il parente suo stretto al di là della gabbia che lo sta studiando.




Chi il gorilla o l’orango dell’Eretica Rima?
Chi (dovrebbe) in gabbia in questa geografia?
Chi l’animale evoluto?
L’ho detto all’inizio della presente: è certo cosa non gradita dalla loro strana ed evoluta economia… in quanto non si predica l’in-voluzione di ugual via, ma la certezza scritta in una diversa Vita…).
Ogni specie fa la segnalazione a modo suo, gli animali non usano l’istinto per altri fini, ma, segnali olfattivi e non di varia natura per invitare i compagni e consimili o altri a tenersi lontani dai loro territori. E’ come se dicessero: ‘Io ti ho avvistato. Se vuoi capire, bene. Se no, peggio per te’. (Nel paradosso appena detto sovente l’uomo esercita questo stesso principio, ma scopriamo sempre più spesso le ragioni scritte nei ‘geni’ portatori dell’odio o altri istinti e principi affini, avvalersi di una diversa scelta e finalità per renderla economicamente compatibile con le sue esigenze. Da qui una economia dubbia, quanto per il ‘tribale talebano’ quanto per l’‘evoluto occidentale’ portatori di miti e valori al comune mercato dell’evoluzione considerandoli erroneamente unici ed insostituibili. Spesso la moneta di chi compra l’altrui motivo coniata nella paura di quella libertà e territorio violato è principio e motore di una paradossale economia sintomo evoluzione e divario di  terremoti frequenti come le statistiche riportate. Le quali, se aggiornate, superano nei valori accertati di molto la (presunta) soglia di evoluzione sulla quale misuriamo le nostre ed altrui differenze, sia nel regno animale (di cui siamo i  padroni), sia di quelle civiltà che dobbiamo livellare a comuni valori economici e sociali e delle quali  siamo esempi e custodi.
In ragione di una economia globale vera… e non corrotta…

(Airone, maggio 1990; Fra le parentesi commenti del curatore del blog)
















venerdì 24 aprile 2015

IL VOLO DI JONATHAN (14)







































Precedente capitolo:

Il volo di Jonathan (13)

Prosegue in:

Litigano in pubblico poi fanno la pace... (15)













... Fuggito, come quegli uomini nel Tempo di un diverso Dio mai appassito, anche io ho volato nel sudario di quanto da te miniato… Cacciato da un essere troppo vile per essere narrato, troppo meschino per essere appena ricordato, confuso fra un riso compiaciuto per l’inganno arrecato, per la tortura inflitta, per il confino giammai meritato, ed un ghigno di disprezzo per quanto narrato nel volo braccato e cacciato. Perché la caccia al volo antico e per sempre rinato ricordano la Storia in cui affoghi la morale della tua falsa gloria. E come l’uomo perito sognando il volo su un diverso Creato, per la loro colpa ed il loro peccato, pregando una verità Universale pace del Creato, sono stato  umiliato tradito e braccato, volo ‘cacciato’ agnello consumato!
Nella materia mi vedi e controlli, disciplini e dispensi la ‘regola antica’, per questo mai taciterò il canto della Rima, giammai impazzita al porto della tua strana Dottrina, e se la Storia vuoi tacitare, se la vista vuoi annebbiare, se la mente confondere, se la ‘penna’ bruciare, sappi che il Vento mi è amico, il Vento del Primo Dio! E’ Lui che indica la via, è Lui che ricorda la Verità tradita, per questo deve essere narrata alla rinascita di ogni vita perita e torturata. Così da poter di nuovo apparire al foglio ed al bordo del libro miniato ornare con ugual voce antica l’araldo della tua nuova conquista appesa alla ‘parabola’ della nuova via…)




Una seconda campagna illustrativa dal carattere unitario, di sicuro posteriore cronologicamente rispetto al primo intervento pittorico, intrapresa in un momento successivo allo scopo di integrare l’apparato illustrativo (nell’icona che stai guardando, nel piccolo schermo antico e moderno al tuo rigo, miniatura di un falso dio…) del manoscritto, rimasto in un primo tempo incompleto, si individua in 17 riquadri miniati, realizzati in aggiunta negli spazi lasciati appositamente liberi dai ‘copisti’, e si deve, come abbiamo potuto dimostrare, ad una bottega ben riconoscibile originaria della Francia meridionale, operante ad Avignone: quella del manoscritto ‘Speculum Humanae Salvationis’, oggi nella Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana di Roma, datato alla metà degli anni trenta del XIV secolo.
Alcune influenze dello stile lineare dell’Ile-de-France sono preponderanti a Tolosa e nella Linguadoca così come nell’insieme del Sud-Ovest francese, tuttavia l’interpretazione che i miniatori meridionali danno dello stile settentrionale presenta dei caratteri specifici che ben difficilmente possono confondersi con quelli peculiari di altri territori francesi ed europei. Motivi decorativi distintivi della produzione miniata della regione tolosana sono: il repertorio di figure grottesche dai volti lunari e dall’espressione ilare, posate su lunghi colli filiformi dall’andamento sinusoidale; le teste di cicogna che sovente stringono nel becco cerchi o bolli d’oro, abbarbicati in cima ad un collo filiforme e sinuoso oppure arricciato a guisa di molla; le figure mostruose che abitano le anse delle iniziali, caratterizzate da un collo filiforme, ripetutamente annodata, occupanti tutto lo spazio disponibile con la loro coda desinente in uno stelo spiraliforme a foglie tribolate; la superficie degli sfondi dei riquadri miniati trattata a bande verticali di diverso colore affiancate…..




… Pasqua…. 1655…
Confortato dai padri gesuiti, il marchese di Pianezza, ministro di Carlo Emanuele II, scatena da Torino una crociata antivaldese (ben organizzata nel ‘canone’ che disciplina la ‘parabola’ della via…) senza precedenti. Non bada a spese, ed anche se gli accidenti provengono da tutt’altri luoghi e personaggi, l’occhio di codesto dio attento osservatore di ogni volo incatena il suo odio, la sua ‘disciplina’, la ‘regola’ di vita alla volontà del martirio voce superba senza alcun dio al nuovo libro miniato icona di un piccolo schermo ‘Creato’, nel traffico della misera ora.. così ingegnosamente distribuita al traffico della Storia… E passerrano alla Storia come ‘le Pasque piemontesi’: 2000 morti, un incubo documentato dal pastore valdese Giovanni Léger, autore della ‘Storia generale delle chiese evangeliche delle valli del Piemonte (1669)’. Un libro degli orrori, illustrato, che la gentile bibliotecaria del Centro culturale valdese di Torre Pellice ancora oggi stenta, comprensibilmente, a mostrare (certo che la Storia fa orrore, la Memoria deve essere braccata ed inquisita… al rogo della nuova Dottrina…).




Ma a metà Seicento, quando esce questo volutone, stava nascendo un fenomeno del quale i Savoia non avevano tenuto conto: il giornalismo moderno. Le ‘Gezzette’ di Parigi, di Londra, di Amsterdam parlano della strage dei riformati valdesi, l’Europa protestante si indigna, il grande poeta inglese John Milton scrive il famoso sonetto sui ‘Massacri in Piemonte’. Non basterà purtroppo. Quando in Francia sale al trono l’ambizioso Luigi XIV, se possibile, la situazione peggiora. Nel 1685 il ‘Re Sole’ revoca l’editto di Nantes, che garantiva libertà a decine di migliaia di ugonotti residenti in Francia. Di più. Costringe il nipote Vittorio Amedeo II di Savoia, un ragazzo di 19 anni, a vietare l’asilo ai rifugiati ugonotti ed a eanare, nel 1686, un editto che suona quasi surreale: siano demoliti i templi valdesi, siano resi cattolici a forza i bimbi valligiani (pena la frusta per le madri), imprigionati i padri e impalati i ribelli. Sono gli anni in cui il filosofo inglese John Locke scrive le ‘Lettere sulla tolleranza’. Ma ai valdesi non resta che l’espatrio, Cioè la fuga verso la vicina e tollerante Svizzera, patria di Calvino.




(Ed ora, vento e dio che hai conferito favella, ecco il Tempo mio. Lo vedi? Un fiocco di neve. Osserva, non è meraviglioso come Dio imbianca il mio cammino come Dio raccoglie e narra la Tortura subita al calvario della tua via. Un fiocco di neve quale eterna e prima simmetria di vita, ed a te io dirò in questo tempo senza ‘ora’, in questo giorno senza alcuna tortura: che il bianco sudario cui hai destinato Parola, possa perdonare il gesto antico cui destini l’eterna avventura di chi fuggito con una barca e la speranza di un mondo più giusto alla tua parola. Un mondo bianco ove la Rima possa essere solo la neve della poesia, e giammai l’eterna tortura cui destini e rinchiudi diverso vento al porto della tua parola)…




Dura tre anni quell’esilio…
I valdesi hanno lasciato 6.000 amici nelle carceri sabaude (ne sopravvivranno la metà) e le loro case in mano a nuovi coloni. La dimensione del ritorno nella terra dei padri diventa mito, gli esuli non parlano d’altro che di un prossimo ‘glorioso rimpatrio’. E così, nella notte tra il 26 e il 27 agosto 1689, 1.000 volontari valdesi, tra cui anche qualche donna vestita da uomo, si raccolgono sulle sponde del lago Lemano presso Nyon: noleggiano qualche barca, ne sequestrano qualcun’altra, e attraversano il lago, sbarcando in territorio savoiardo nei pressi di Yvoire. Comincia insomma quella che lo storico valdese Giorgio Bouchard ha efficacemente chiamato ‘la lunga marcia’. Quindici giorni di battaglie contro gli eserciti del re di Francia e del duca di Savoia, che mettendo in campo 22.000 uomini non riescono a fermare l’eroico monopolio di montanari. I valdesi marciano con disciplina impeccabile, non rubano una gallina, pagano tutto e non toccano le donne. Prendono soltanto qualche ostaggio ad ogni tappa, che trattano bene e rilasciano alla tappa successiva.
Passato al prezzo di molte vite il ponte di Salbertand, sulla Dora, i fuggiaschi – che nel frattempo sono diventati 600 – si arrampicano sui monti, scelgono valichi ed itinerari impervi, si accampano dove è impossibile essere circondati. Non hanno certo bisogno di guide: a differenza dei dragoni di Francia e dei soldati torinesi, conoscono quei posti come le loro tasche. Una volta raggiunte ‘le valli’, è la guerriglia. Che non contempla pietà neppure per i contadini che i partigiani, nel frattempo ridottisi a 400, incrociano sulle mulattiere: i testimoni degli spostamenti furtivi non possono vivere, la delazione significherebbe la fine. Ma come accade in ogni guerriglia, i convertiti a forza rimasti ad Angrogna, a Prali, a Bobbio foraggiano i rimpatriati clandestini, li fiancheggiano, esponendosi al rischio della vita.
… Arriva l’inverno…




(e con lui, compagno del mio cammino, esilio in una nuova Terra, compio il volo di Dio, ogni fiocco di neve che prego ed osservo nel silenzio del bosco mi narra una Parola, mi suggerisce la Rima. Su un albero di vita su cui poggiai e riposai il passo stanco, orna la chioma così da sembrare un vecchio saggio. Lui è in questo secolare paradiso per indicarmi la via all’improvvisa smarrita, mi narra la Storia, mi dice che l’uomo che gli rubò la forza per un nuovo condomino, un Tempo gli tolse anche la Parola, perché ebbe la pretesa di tradurre e spiegare al volgo il verbo di Dio. Ebbe la pretesa di predicare e narrare ‘povera novella’ ad un pastore per poi al piccolo borgo spiegare che la vita cela una Verità mai predicata alla ricca mensa di un ugual ‘pastore’, per la stessa via. La sua predica fu un Tempio della Parola inquisita e l’ombra da lì nata divenne rifugio per ogni viandante smarrito: quel grande Spirito racconta nel sogno di una eterna via, la fatica della vita, la persecuzione dell’atroce martirio subito nel fuoco patito. Ogni viandante nell’inverno del suo passo o nella primavera quando disseta la sua venuta e nell’estate quando ‘Re Sole’ brucia…, si riposa, e scorge 




qualcosa,  mira un evento strano, un sogno antico di chi mai perito che per sempre narra la Storia e la fuga. E quando il viandante sudato per il sogno ritrovato mira la via si sente più saggio di prima, ed al Frammento dell’eterna ora quale nuova preghiera si incammina e appoggia per il sentiero di una nuova vita: comprendere l’altrui motivo scritto nella corteccia… di Dio, contare gli anelli del vicino tronco abbattuto per scoprire che il passo ed il sogno confondono il Tempo suo, per essere già vissuto da inquisitore della libera parola, oppure con una scelta degna dell’eterna ora. E mirare quel secolare ‘faggio’ perito nel coraggio, vederlo con occhi diversi ascoltarlo nel silenzio di uno strano Viaggio, sembra di averlo un Tempo vissuto ed ora ritrovato, quale sogno o incubo arrecato nell’oltraggio di quel taglio. Il bivio diviene scelta di un nuovo e più certo cammino in questo Sentiero ove non si ode voce né rumore né vento di un Secondo Dio. Paradiso all’ombra di un albero antico, Divino per il comune sogno smarrito divenuto terreno cammino. Anima che narra la Storia per chi ascoltare la voce della Natura raccolta nell’invisibile Memoria abbattuta e figlia di quel Vento che mai tortura. Ma come una carezza adesso attraversa ogni foglia diventa mio e suo respiro nel comune Tempo di questo Dio… diventa scelta di un miglior cammino al bivio dove ho riposato un lontano mattino….)…




… La banda di irriducibili si rifugia a Balsiglia, un piccolissimo borgo montano ai piedi dei Quattro Denti, in fondo alla via Massello. Fa freddo e c’è poco da mangiare. I guerriglieri si accorgono però che sotto la neve, nei campi, ci sono ancora le spighe di grano che nella baraonda dell’estate precedente i contadini non avevano fatto in tempo a mietere. La sopravvivenza dunque è assicurata, ma il peggio deve venire, 3.800 soldati francesi, appoggiati da 1.400 contadini e cacciatori per i ‘servizi’, cominciano in aprile una faticosa marcia di avvicinamento a….
Ma i valdesi resistono ancora…..

(Airone, aprile 1993 & Giuliano Lazzari)      
















             

domenica 12 aprile 2015

IL VOLO DI JONATHAN (12)






































Precedente capitolo:

Il volo di Jonathan (11)

Prosegue in:

Il volo di Jonathan (13)













Giammai il volo destinerò alla tua meschina via, in quanto tutto il museo dovrai percorrere per conoscere l’opera magnifica che Dio compie per ogni vita. Quella è sacra e non nutre certo la ‘panza’ priva di qualsiasi spirituale e naturale sostanza, cui affidi la terrena paura di una diversa vista che riveste la terrena pretesa di sfamare la solo vita donata con la ricchezza ad ogni Natura rubata. E nell’Ermetica Parola nata è scritta la verità a te sconosciuta e taciuta, perché orni la tua certezza con il pasto Polifemo della cieca tua vista appesantito dalla dottrina al porto di questa terribile Notizia. Pasto ingordo narrato da un Angelo taciuto a cui affido questa preghiera Eretica al condimento della tua ‘ora’, Dio ‘saporito’ della falsa tua parola.
Il mare inghiottì tutte le anime come fosse un boato ed il cielo si è spezzato perché fuggivano da una Terra dove non v’è più Creato, perché fuggivano il deserto dove nulla è mai nato, perché fuggivano un destino non meritato, perché fuggivano la moneta di un vile Dio per essere qui solo narrato. La guerra che ciascun nobile arma per la sua ricca mensa priva di coscienza brucia la vita di chi vittima dell’eterno sacrificio, io che nel Teschio ho patito ugual martirio. Divennero mensa di un mare che accoglie il male subito con la promessa che la fine è solo un nuovo inizio. Tutte quelle vite morte al crocevia di un vento privo di qualsiasi Natura, ricordano il passo antico di chi ha subito il secolare destino per servire un diverso Dio schiavi di un mondo senza Dio. Queste Parole, dettate in quell’ora dal  Vento, custode della Preghiera, appendo al muro del mio Paradiso: venite anime smarrite e rapite, dal fondo di un mare al cielo di una nuova vita condurrò la paura, preghiera raccolta nell’ora infinita!




Continuo il volo ed il ricordo invade la Memoria, mentre il parco del mio Paradiso si trasforma in un inferno senza Dio, mentre quell’Eretica ora mi trascina per un ricordo appassito, ma la Primavera sazia e nutre lo Spirito, il volo proseguo perché lo vuole e comanda Dio, e proprio nel ricordo della stessa ora, quando ugual popolo fuggiva, sorvolo e scendo verso una regione ove è incisa la Memoria perseguitata. Il ricordo non fiacca la vista, altrettanto sublime al vento della Parola, perché nell’Universo di un mondo perseguitato, un vento nato non da un naturale miraggio, ma dall’intollerante parola ha scritto ugual memoria, di chi affogato nel peccato mai consumato di un battesimo scritto nell’acqua di un Dio distante dal gesto troppo piccolo per essere narrato come peccato. L’acqua divenne ugual tomba e martirio, condanna affogata dalla parola quale monolitica certezza, affogata nel fiume e nel mare senza alcun Dio. Il mare mi fa compagnia nel volo di questo ricordo, e nella miniatura cagione e ‘regola di vita’, canone e punizione di un peccato mai consumato, dedico ai martiri periti in quel vento nemico di ogni Dio. Perché il mare e il fiume fu la loro condanna, se pur l’Eresia mai predicata, ma amore e certezza che senza il ‘rito’ l’anima vola in Paradiso. Possiate accogliere e nutrire, in questo comune ricordo, la speranza di un mondo più nuovo, e risorgere a nuova vita, per condividere al porto di Dio chi ha patito e subito l’oltraggio alla Vita.




Il Purgatorio non esiste. Il papa è un collegio di saggi, in cui le donne rappresentano il trenta per cento. I santi sono cadaveri da non idolatrare. Maria una brava persona, ma certo non adorabile. I sacramenti sono soltanto due. La gerarchia ecclesiastica è diabolica.
Non basta?
Progressisti e ambientalisti per vocazione, i valdesi stanno per principio dalla parte dei poveri e dei vinti, predicano la pulizia morale delle loro valli e praticano ogni estate una ‘caccia alla lattina’ tra i boschi, condannano la teologia cristiana che ha permesso ad un’unica specie, l’essere umano, di distruggere e minacciare le altre forme di vita. E per finire, secondo loro pecca di più uno che ruba che un ministro di culto omosessuale. Eppure, sono cristiani. Cristiani da bruciare (o affogare…), come è stato detto. E fatto!
Tutto comincia con la storia di un personaggio simile a san Francesco, il commerciante Pietro Valdo, nato a Lione verso il 1140, il quale un bel giorno dell’anno 1174 decide di rinunciare ai suoi guadagni, di darsi alla predicazione del Vangelo e fin qui va bene: ma osa anche tradurre in dialetto la Bibbia. E’ l’Eresia. Ma mentre Francesco di Assisi, che fece analoghe scelte di vita, alla fine – grazie anche a una genuflessione davanti al pontefice – sarà canonizzato, Valdo viene immediatamente scomunicato (1184). E i suoi seguaci, ‘i poveri di Lione’, censori del lusso e della corruzione del clero, vanno incontro ad una persecuzione che gli storici contemporanei non esitano a chiamare genocidio.




Oggi i valdesi che vivono in Piemonte, concentrati in tre valli delle Alpi Cozie settentrionali (Chisone, Pellice e Germanasca), sono circa 13.000. Altrettanti sono sparsi nell’Italia centrale e meridionale, e altri 13.000 sono insediati nel Nuovo Mondo, principalmente in Uruguay ed in Argentina. I seguaci di Valdo hanno un loro Sinodo (l’organo collegiale che per questi riformati corrisponde al ‘pontefice’ romano), un consiglio esecutivo chiamato ‘Tavola’ e una  rete capillare di ‘sacerdoti.pastori’ presenti in ogni frazione montana. Gestiscono inoltre un ospedale modello, trasmettono musica e notiziari da una radio, ospitano in villeggiatura tutti i nonni di quei torinesi che ad agosto schizzano in Kenya e a Bangkok.
Eppure in mezzo a queste montagne aspre, tra il Monvisio e il Moncenisio, in questo baluardo naturale da ‘volpi eretiche’, come venivano soprannominati un tempo, i valdesi vivono ancora in riserva. Forse non più nel ghetto, come nei 287 anni trascorsi tra la pace firmata a Cavour da Emanuele Filiberto di Savoia che ne riconosceva l’esistenza fisica (1561) e l’editto di Carlo Alberto che dopo secoli di soprusi e di repressioni concedeva loro finalmente i diritti civili (1848). Ma in una specie di riserva indiana, sì!




(Quanto sublime la Terra vista dall’alto, quanto rigogliosa e prosperosa, ma possibile che tanto male l’ha seminata, tanto odio l’ha nutrita, eppure nel libro miniato, ragione di un comune desiderio pregato, come può la Parola volgere ad un vento nemico di ogni comune ‘ora’, questo io non comprendo e capisco, continuo il volo perché Dio nasce dal vento di un diverso Principio. Dio non può essere racchiuso in un rigo, al crocevia di uno strano bivio dove la via può essere smarrita perseguitata o inquisita. Così che un vento nemico di ogni Natura crea la disavventura per ogni naufrago nero o bianco che sia per perire in un mare profondo quale battesimo di una strana Dottrina.
“Quanto sei ingenuo Jonathan, corri veloce per questi ed altri luoghi con compagna la sola certezza dell’umile preghiera di un mondo limpido e giusto a misura di ogni Pensiero all’uomo muto nello Spirito taciuto”.
Chi sei, non ti vedo!




“Certo che no, perché sono quel Dio pregato dal libro narrato e venerato, mi hai dato del ‘guardiano’ del tuo creato, mi hai rivolto blasfema parola offesa al secolare Verbo. Puoi leggermi su un rigo su una strofa così ben curata e descritta nello stesso secolo di quell’‘ora’, ed io farò nascere quel vento nemico alla tua Prima Parola, poi solleverò la Terra affinché la nebbia si sazi del tuo istinto immaturo. Quelle genti prega(va)no il mio pensiero al bivio di un diverso vento nato e poi risorto, e tu ben sai, visto che cavalchi la Parola dal medesimo Principio partorita, che nascono bufere al crocevia di basse o alte atmosfere, con tutte le perturbazioni che fanno il mio secolo infinito, il tuo un invisibile creato da me per sempre punito ed inquisito. Lo hai detto e descritto, per questo è nata una bufera, sono io che comando l’uomo su questa Terra, anche se Secondo al Primo di un istinto taciuto, pace e tolleranza non appartengono alle ragioni del tuo Sogno pensato e Creato, ho dovuto metterlo per iscritto e dettare il tutto ad un profeta, salì alto nel monte, non fu cosa facile incidere tutte quelle parole, per giunta il mio popolo si era anche smarrito e la legge fu l’ancora di ogni peccato, comandai quell’uomo per disciplinare quanto da te Creato, senza legge e peccato! Son io che disciplino e regolo la rotta, infatti tutti in segreto predicano la tua nuova venuta, in quanto la ‘moneta’ coniata quale eterna certezza araldo di vita, con te, certo, avrebbe esistenza ben dura! La ‘materia’ sulla quale poggi le tue ali quali fossero Divine Parole, per me, che combatto con l’uomo ogni giorno, sono scemenze senza contorno, sono tavolette per la povera favella. Il figlio che hai abbandonato per una lenta agonia nominata da te evoluzione dal mare partorita, conosce una diversa Rima, l’ermetico e intricato pensiero conosce una diversa evoluzione alla Rima dell’Eterna mia venuta, perché io quale custode nominato ho creato in verità ogni creatura...















venerdì 10 aprile 2015

L'ESILIO DI JONATHAN (10)





































Precedente capitolo:

L'esilio di di Jonathan (9)

Prosegue in:

Il volo di Jonathan (11)














... Antico (per essere da noi capito), come se non fosse tuo ingegno ‘meccanico’ con l’ala volontà cui si forma l’istinto nel gene custodito, ma al contrario (immonda Eresia…), il vento ti è, ed era amico, e indica la via della tua Parola quanto il passo quale volo della nostra misera ‘ora’. Il vento io avevo ed ho capito, legge la strofa e l’ingegno di Dio come fosse un suo sospiro, guida il volo nell’attimo in cui la Parola dal Pensiero ‘vola’, dal tuo Dio nutrita e concepita, questo elemento a noi nemico. Questo mistero per noi non può essere accettato o appena tollerato, delle ‘bestie’ come te noi nutriamo il nostro corpo e con esso il suo Spirito, perché la ‘via’ Dio ha indicato quale padrona del tuo martirio. Non tornare per questi luoghi, fuggi dal nostro sentiero, l’esilio sia compagno dell’eterno destino… Siamo noi i padroni del tuo volo, siamo noi il tuo Dio, e da qui il mio terreno occhio non scorge l’Eretico Primo Dio, con questa bestemmia noi nutriamo l’eterno pasto ben condito, tu cacciagione del nostro mortale istinto…. Il nostro vento ed in nostro comune ‘verbo’ corrono veloci da un ‘parabola’ ad un filo… occhio di Dio.  Te osi nominare Polifemo la nostra ‘parabola’? Te osi insultare la nostra ‘parola’? Disciplina e ‘canone’ di vita? Te osi turbare l’economia ed i denari della terrena e comune ricchezza? Osi pronunciare la tua ‘scemenza’ nominata ‘Eresia’, non turbare la ‘via’ non osare altra ‘magia’ da me scorta una mattina, perché ad un fucile appenderò la tua inutile e dannosa vita, ad un chiodo ornerò il mio camino quale trofeo antico la tua testa occhio senza alcun Dio. Testa di un pasto troppo antico per essere discusso al regno della eterna legge di cui leggo il raffinato e ben illustrato libro. ‘Minare’ il tuo volo è mio dovere perché la legge di un papa padrone del creato mi investì del secolare incarico…”
Quell’uomo già ho visto giù da basso, nella valle che forma la mia Rima, come una parentesi una stonatura alla musica dell’Eterna Ora, un colpo di freccia o forse di fucile, una brusca ‘parola’: non è Rima di vita, non è musica ‘trovata’ uno stesso giorno da un altro nobile Signore. Trovatore della Parola accompagna(va) il suo quanto mio motivo. Ma  io ed altri miei fratelli di questo martirio, dopo un ‘viaggio’ troppo lungo per essere qui solo descritto, cantiamo la strofa eterna di Dio, ed il Trovatore apprese e musicò la Poesia, la canzone antica…, apostrofò la vita di nuovo risorta al teschio della terrena vita…)







Per chi viene (come Jonathan…) dal cuore della Francia, i Pirenei si materializzano di colpo…., come una sorpresa…..
Dalla verde pianura ondulata allo spartiacque ci sono 3.000 metri di dislivello e non più di una quarantina di chilometri in linea d’aria: creste, cime e nevai sono parte integrante del profilo urbano di Pau, di Tarbes, di Saint-Gaudens, di Lourdes e degli altri centri abitati allineati sul margine della pianura. Verso quelle vette che superano o sfiorano i 3.000 metri (Marboré, Vignemale, Balaitous, Pic du Midi d’Ossau…) salgano valli ripide e incassate, rivestite di faggete e abetaie, percorse da acque spumeggianti. In alto si aprano i pascoli e le pietraie, si alzano creste dentellate e pareti. Poche altre regioni d’Europa offrono l’uno accanto all’altro ambienti che sembrano appartenere a ‘mondi’ così diversi.
Un nibbio reale che prende quota sopra il massiccio del Ribeste, che sovrasta Lourdes, si innalza in un’aria che sa di Mediterraneo, profumata di timo, rosmarino e lavanda, sorvola prati verdi come nella più verde Irlanda e oscuri boschi di faggi e abeti bianchi degni della Foresta Nera, ed in pochi minuti è sopra gli antichissimi graniti del massiccio di Néouvielle punteggiati di laghi glaciali e rivestiti di praterie e torbiere, o tra le pareti verticali dei giovani circhi glaciali di Troumouse, Estaubé e Gavarnie, ciclopici anfiteatri calcarei di origine marina. Anche fauna e flora qui presentano un campionario fuori del comune. Fa effetto vedere i grifoni o i capovaccai, uccelli che viene spontaneo associare alle grandi pianure aride, roteare sopra questi paesaggi alpestri sorvolando le abetaie dove canta il gallo cedrone, le pietraie dove fischia la marmotta o si acquatta la pernice bianca, le creste su cui si avventura il camoscio. E poi ci sono le aquile reali ed il grande avvoltoio degli agnelli; giù nei boschi più impenetrabili, si nasconde l’orso, e nei torrenti vive la sua vita furtiva lo straordinario desman.






Quanto alla flora, conta 150 endenismi, specie che vivono solo qui, come su un’isola, e la bellissima ramondaia, pianta tropicale sopravvissuta ad un’epoca in cui il clima su questi monti doveva essere straordinariamente caldo. Insomma, un patrimonio di ricchezze naturali e ambienti da non perdere. E infatti, in queste valli, dal 1967 c’è uno dei parchi nazionali francesi: il Parco dei Pirenei occidentali. Una striscia larga al massimo 15 chilometri e solo uno e mezzo nel punto più stretto, che corre per un centinaio di chilometri lungo la frontiera con la Spagna, dalla testata della valle d’Aure a quella della valle d’Aspe a ovest. Ha una superficie di 457 chilometri quadrati, a cui si aggiungono i 23 della Riserva naturale di Néouvielle, ma nessuna abitazione sorge nel suo territorio. Il perimetro è ossessivamente marcato da una vistosa segnaletica – una testa di camoscio rossa in campo bianco – come se fosse necessario, a scanso di equivoci, rendere ben chiaro dove comincia la protezione (ugual testa orna il mio camino nel Tempo ciclico del feudo antico, ugual trofeo orna la mia caccia svago della mia ‘ora’, non v’è direzione in codesta ‘Parola’ bada amico che leggi la mia ‘opera’, perché ora vedo il nobile signore chino attento al suo libro. Scorgo l’occhio freddo e lucido mentre contempla la parola, mentre prega Dio, la sala ampia e ricca del fasto della sua ricchezza, della guerra, del commercio cui il nuovo Millennio è padrone della moneta. Ugual metallo pregiato quanto l’armatura ben esposta alla vista, accompagnata dall’arma commissionata al fuoco della fucina, affilata quanto la spada che uccide ogni parola nemica, io servo e custode per conto di Dio. “Se di nuovo resusciti, complice la Storia, la mia anima assopita e custodita nella sacra dimora, Chiesa maestosamente nel Gotico scolpita, come fosse ‘pietra morta’ dalla quali trassi la voce della dottrina, non trascurare di narrare che io fui sempre servitore di Dio, non trascurare di dire che io sempre fui servo della sua parola, perché ora la mia Anima risvegli incatenata ad una strano destino non conforme con la Parola pregata del tuo Primo Dio. Ti scruto ed osservo ora in questa nuova vita, un albero orna la via, fermo immobile, per quanto in tanti pregano le mie spoglie ben custodite, per quanto in tanti guardano la pietra ove è custodito il mio nome, con tanti ‘primi e ‘secondi’ araldi della nobile casata, perché il sangue puro abbiamo in dono da quel Cristo. Forse fu una pretesa figlia dei suoi tempi, ed ora, per punizione del tuo blasfemo Dio, dono immobile linfa alla bestia del mio banchetto antico. Sono in attesa, nel cerchio della mia ora scritta e scolpita nel tronco del secolare destino, di restituire ugual sangue e respiro, nell’errore così ben concepito, di cui facemmo ricco il nostro secolar destino. Spero di narrare per il vero, dopo i tanti secoli trascorsi ed accompagnare il tuo canto, di trapassare a miglior vita. Zitto non ricordare! Ma se vuoi cerca di alleviare questo male antico, vorrei passare dall’immobilità di questa stagione a nuova vita così da poter narrare la vera via, ma se nomini i miei trascorsi forse potrei divenire selvaggina, ed ad un fuoco appendere e condire l’altrui vita. E poi… dopo l’inferno, comprendere la paura, dopo il fuoco ben digerito, comprendere le rime o le parole inquisite… Zitto Jonathan, non narrare o cantare del mio dolore antico, tacita la lingua arguta, miriamo il libro quale foglia antica opera preziosa, miriamo la raffinata arte, mi pento della tortura arrecata, mi pento del dolore in quel nome custodito, e per il nome restituito, ora so che fu l’errore ad indicarmi il passo, ora so che fu l’intolleranza a dissetare la volontà di ricchezza. La croce solo una scusa, il tuo Cristo, una miniatura ben dipinta ad ornare la mia sete di ricchezza. Non compresi mai la sua Parola, anche se ben custodita e incaricata. Zitto Jonathan, sto di nuovo leggendo il libro, capo chino al castello antico, con la tua venuta saprò una nuova vita alla mia ‘ora’, certo contemplerò e conserverò l’opera della stessa ora, ma ugual libro Eretico ed inquisito riscriverò al calvario delle vite uccise e perseguitate, ugual arte adopererò nella volontà nei secoli compresa, al crocevia del ramo di questo Tempo invisibile al terreno cammino….








Zitto Jonathan, una foglia cade come una lacrima da quella antica ‘ora’ nell’inverno di quella strofa ben dipinta, ed ora la ‘primavera’ la resuscita alla verità di una nuova venuta, e nella ‘pace’ scrivere la vera Natura…. Giammai guerra arrecherò alla Vita, ma prego ogni sua opera, quale voce del tuo e mio Destino, ogni Vita è sacra a Dio… E se io orno il tuo libro quale pregiata miniatura del cammino, volo eterno nel terreno cammino scritto, riscriverò per ‘loro’ e ‘mia’ anima al girone della vita, perché una Rima, come da quel Dante così ben concepita, possa restituire giammai volgare lingua, ma grammatica di vita…. all’esule fuggito dalla sua patria tradita…. E risalire la vita al purgatorio della parola cui non mi fu concesso neppure un ‘verso’ di secolare memoria, accetta il mio pentimento qui chino ed assiso nel luogo smarrito, concedimi almeno il ‘verso’ tacitato al respiro per tanto tempo donato alla punizione del tuo Dio…. Concedimi di volare e giammai compiere il completo girone della vita, ora che sto ‘strisciando’ ed implorando clemenza antica…”)








La verità che affrontiamo non è pertanto solamente quella dell’assimilazione ma è anche quella del ruolo dei miniatori nei meccanismi di circolazione dei manoscritti o dei modelli e gli effetti di tale circolazione.
‘Sono dunque gli scambi, gli spostamenti, ciò che (ci) (proprio su quel ‘ci’ mi soffermo, come un ramo fiorito, perché il mio intento non è svilire la ‘Natura’ di quell’arte ma far sì di restituire l’invisibile moneta che l’arte ha sottratto alla dignità di ciascuno, e di essere da tutti indistintamente vissuta, così come è la vera Parola da Dio sacrificata al teschio della tua venuta, nobile che destini il tuo racconto, su cui prenderò giusto appunto, perché in verità a te dico, che quell’arte è ugualmente e per sempre Divina. L’importante è saper cogliere e coltivare il vero frutto, è saper interpretare la giusta Parola, perché ugual commercio in questa stessa ‘ora’ una strana miniatura illumina la falsa parola con le eterne ragioni e stagioni di uno stesso scambio e commercio. Allora poso ben dire: che la tua opera sia contemplata, che la tua arte sia gustata come ebbe a dire quel famoso critico: ‘possedere un libro  miniato è come scrutare l’universo antico, tutto quanto entro un piccolo libro’. Ma ora il miniato e comune camino accendono un diverso libro con tanti geroglifici e parole piccole al palmare della vita, tutto il mondo ugualmente possedere senza essere neppur capito. Tutto veloce e ben curato come una ‘miniatura’ antica, ma ugual terreno cammino circolerà quale linfa dell’eterno umano martirio, e la vita di nuovo tradita. La Natura di nuovo uccisa alla croce di questa verità antica per essere dalla materia capita…)








…. I miniatori stranieri, provenienti dall’Italia o dalla Catalogna, o formatisi in un momento precedente in ateliers italiani o catalani, sono portatori di un trasferimento la cui analisi ci permetterà di meglio valutare quale è stato il ruolo svolto dalla miniatura italiana o catalana del contesto della ‘decorazione’ libraria nel Midi della Francia fra il XIII ed il XIV secolo. Una prolifica ‘bottega’ da cui prendiamo spunto ed appunto per la comune Memoria è quella del ‘Liber Visionis Ezechielis’ dalla prima opera individuata: il ‘Liber Visionis Ezechielis de Rotis’ del francescano Enrico del Carretto (1270-1323), opera conservata in due copie manoscritte, fra loro contemporanee, oggi custodite alla Bibliothèque nazionale di Parigi. In quest’ultimo esempio, ora impoverito di una buona parte del suo apparato illustrativo, Francois Avril ha individuato, nell’esecuzione di due iniziali miniate l’intervento del famoso miniatore italiano conosciuto come Maestro del Codice di San Giorgio.
Anche nell’apparato ornamentale delle ‘Decretali’ senesi, foglie d’acanto dalla fisionomia a mezza palmetta, dipinte di rosso arancio, blu e rosa, profilate in biacca, di matrice italianizzante, si avvicendano ad elementi peculiari della Francia meridionale al confine con la Spagna…, come il repertorio di figure grottesche dai volti lunari e dall’espressione ilare, posate su lunghi colli filiformi dall’andamento arricciato a guisa di molla…, ed accompagnano (…ornano con la parola il nostro comune cammino…. al girone della terrena vita cui è legato il ciclo della Divina Rima compiuta. Commedia recitata ma giammai capita al confino di una nuova via: ora cammina e vola quale verso di una nuova rinascita, per contemplare ed ornare la mia Eterna Venuta: Benvenuta Parola al sentiero del libro della vita. Anche se feroce o dolce come il ruscello ove disseto il nobile pensiero compi il ciclo della Natura, orni il disegno nell’evoluzione di ciò che fu e sarà la parola da qui evoluta. Ucciderai la Rima e la strofa, flora e fauna della vita così ben miniata e dipinta, guardala è un quadro di grande bellezza! Prega, perché questa la tua vera ricchezza! Ma con il tuo nobile ingegno, parola da lì cresciuta, la Poesia sarà così compiuta e sacrificata al teschio della terrena venuta… Parola evoluta…).








I protagonisti che si affacciano, a questo punto dell’opera miniata (giammai da noi minata…) sono, con i loro ‘volti’ altrettanto stralunati che ci scrutano per questo sentiero, i padroni o custodi della ‘pagina’ così ben ornata sentiero di vita, personaggi che per la loro ‘simpatia’ e ‘droleries’ dell’Ecosistema osservato, di rara bellezza compostezza riservatezza, e talvolta, feroce consistenza. Si sporgono da una pagina da un rigo, ornano il passo invisibile non visto nel loro secolare invito…








In Primavera la livrea candida dell’ermellino (Mustela erminea) che comincia a riprendere il suo calore fulvo come segnale della fine dell’inverno. Nel fitto dei boschi risuona il canto d’amore del gallo cedrone (Tetrao urogallus). Il bianco capovaccaio (Neophron percuopterus), l’avvoltoio degli Egizi, torna dai quartieri d’inverno africani. Nelle radure e nei canaloni più esposti, fiorisce il giallo giglio dei Pirenei (Lilium pyrenaicum). La remondia (Ramonda pyrenaica), testimonianza di lontani climi tropicali, apre i suoi fiori violetti negli angoli più umidi.
In estate il ritorno delle greggi sui pascoli estivi vuol dire anche più disponibilità di cibo per i grandi rapaci mangiatori di carogne. Il gipeto o avvoltoio degli agnelli (Gypaetus barbatus) perlustra ghiaioni e praterie per scoprire la carcassa di qualche animale morto accidentalmente. Questo grande uccello riesce a consumarne anche la pelle e le ossa. La giovane aquila (Aquila chrysaetos), riconoscibile per le macchie bianche sulle ali e sulla coda, impara a cacciare accompagnata da uno dei genitori. Per il camoscio (Rupicapra pyrenaica) inizia la stagione degli amori, ed i maschi sono impegnati a conquistare un territorio ove attirare le femmine. La marmotta (Marmotta marmotta) imbottisce d’erba secca la tana dove passerà l’inverno. Anche l’orso bruno (Ursus arctos) si prepara al letargo facendo scorpacciate di mirtilli… 

(Airone.... & I libri miniati...; nelle parentesi commenti del curatore del blog...)














                                     


mercoledì 8 aprile 2015

I FARI DI JONATHAN (8)






































Precedente capitolo:

I fari di Jonathan (7)

Prosegue in:

L'esilio di Jonathan (9)














Anche Bérteulé era a La Jument nell’inverno del 1989, ma non a Natale come Théodore Malgorn. Ora sono tutti e due a Kéréon, il faro più elegante della costa bretone, arredato con legni pregiati e con mobili di lusso per volontà della nobile signora Jules Le Baudy, che offrì il 2 gennaio 1910, la bella somma di 585.000 franchi ‘per costruire un faro sullo scoglio ‘Men Tensel’ e intendendo così onorare la memoria del mio pro-prozio, Charles-Marie Le Dall de Kéréon’.
Da Brest a Portsall fino alla punta di Brignogan, dipartimento di Finisterre, Bretagna, su meno di duecento chilometri di costa sono distribuiti 23 grandi fari, 63 segnali luminosi fissi, 14 stazioni di radionavigazione e 258 boe. Illuminano la rotta più trafficata del mondo, percorsa ogni anno da oltre 50.000 imbarcazioni, dai cabinati dei turisti alle superpetroliere, che malgrado tutti i controlli hanno troppe volte lasciato la loro scia di veleni sulla costa bretone: 24 gennaio 1976, ‘Olympic bravery’, 250.000 tonnellate di petrolio in mare a nord di Ouessant; 16 marzo 78, ‘Amoco Cadiz’, 220.000 tonnellate davanti a Portsall; 24 agosto 79, ‘Gino’, 41.000 tonnellate al largo di Ouessant; 7 marzo 80, ‘Tanio’, 27.000 tonnellate, al largo di Portsall; 31 gennaio 88, ‘Amazzone’, 3.000 tonnellate al largo di Ouessant…..




(Che cosa vede, alto Jonathan, nei limpidi cieli azzurri mentre vola, incurante del male riflesso in questo grande mare: non certo una Rima potrà dare sollievo a tanto petrolio incatenato alla superficie della vita; non certo ‘Intelletto’ per i traffici della loro eterna guerra, che nel traffico quale solo e unico motto antico, anche gli uomini fuggono dal loro Dio; e così assieme al petrolio concime del nostro comune futuro, anche uomini donne e bambini che in ugual mare fuggono e sperano di trovare sollievo al loro mal di vivere in una terra contaminata dall’odio, per quella eterna illusione al capezzale della comprensione. Ma troveranno solo l’incertezza di una falsa Poesia mista a compassione antica, ed il mal di vivere, da profugo in questa vita, diverrà nuova fuga per una diversa vita (li abbiamo visti al telefono del loro corrotto mare, anche il rifugiato porta il giusto affare). E l’inganno accompagnerà la loro via, perché il grande politico di turno con occhi tristi ed affranti, mentre presenzia un nuovo ‘disastro’ del mare e non, annuncia che il problema del Tribunale, là dove il guardiano occupato ad altro traffico, rimane nell’arma incauta di chi sparò il colpo improvviso, nel facile tiro cui ogni cittadino può ambire all’arma del suo riscatto antico. Certo, quale guardiano di questo faro in questo mare e porto, posso dirti caro ‘politico’ che il problema non risiede nell’arma di cui in Italia, le statistiche, cacciatori a parte, sono nella totale normalità nell’evoluzione della pietra dell’orango incattivito; ma nel tuo traffico antico dal quale trai nutrimento antico e saporito accompagnato dal voto dell’araldo altrettanto antico, veleno del nostro passo tradito. Le guerre, caro politico del Reame, come i disastri delle petroliere, pur apparentemente distanti nella logica, ma intimamente collegati quali eventi della ricchezza, si prevengono non burlandosi del popolo da cui trai dolce diletto, ma dalle cifre che vogliono il tuo bel Paese terzo o quarto esportatore di armi e 




tecnologie belliche. Tutte quelle ‘schifezze’ e ‘merde’ che fanno ricca e rigogliosa la tua economia. Allora, a detta del guardiano di codesto umil faro, in quanto il portiere è concime di codesta corrotta economia da albergo, non ciarlare ugual al villano, perché la tua parola è truffa a quest’ora, il tuo concime, è come quel petrolio che ogni tanto esce dalla sua rotta, e va ad inquinare l’azzurro mare. Quello ove regna la vita, giammai l’antica tua disciplina, lo sterco del diavolo nella banca ben custodito, annuncia una nuova ‘bugia’ al faro del Primo Dio, mentre il Secondo vede un mare tribolato da governare a detta del suo Dio, all’ombra di un commercio saporito accompagnato dalla fuga di un pianto antico. La guerra un ottimo affare per il fiorentino, ricordiamo i suoi denari in ugual mondo antico! Certo quelle violente tempeste indice di un uragano vanno a nutrire ancor di più la tua gloria, perché nella favella di una lingua arguta, si cela il grande e vero oltraggio alla nobile Natura, in quanto la tua astuta arma si è da lì evoluta, ed ogni tanto nella sua rotta incrocia chi convive con l’eterna sventura, affogata nel petrolio concime della tua eterna tortura! E’ l’Intelletto che saluta la tua venuta, l’Istinto lo lascio al guardiano della tua nobile statura, ma qui dall’alto del mio volo sei come un piccolo verme che striscia la sua terrena avventura, per diventar uomo dovrai imparare il volo, per diventare politico dovrai ricordare la Rima, di chi dalla tua terra fuggito…!        

(Airone, Dicembre 1992)