giuliano

domenica 7 giugno 2020

VERSO IL VELOCIPEDE (34)



















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Di una grande 'invenzione' (33)














...Altra data storica e memorabile è quella del ’29 Floreale anno 12°’ (19 marzo 1804), che vide rappresentata in un teatro parigino – il Vaudeville – una commedia intitolata ‘I Velociferi’.

Finalmente, nel 1809, la nuova macchina è anche consacrata alla pubblica utilità, e viene usata ‘per servizio’ dagli impiegati amministrativi. Giungiamo ora fino al 1818. Per passare dal celerifero primitivo al velocipede, era indispensabile che nel campo della tecnica venissero risolti due problemi di capitale importanza: render mobile la ruota anteriore affinché l’apparecchio potesse convenientemente diretto; adattare poi ad una delle ruote un sistema di propulsione che rendesse tale propulsione continua.





Logicamente i due perfezionamenti dovettero seguirsi nell’ordine indicato, poiché l’equilibrio sulla bicicletta è dato appunto dalla mobilità della ruota anteriore, che permette lo sviluppo delle forze centrifughe necessarie alla stabilità. Questo principio indispensabile, di rendere articolata la ruota anteriore alla macchina la libertà di direzione, venne per la prima volta applicato da un barone badese, agricoltore e ingegnere: Drais de Sauerbron. E dal suo nome il nuovo apparecchio venne chiamato draisienne. In fondo, la draisienne non era che un velocifero articolato: il cavaliere sedeva sopra una sella e dirigeva la macchina mediante una specie di manubrio adattato alla ruota anteriore.

Il barone Drais – a quanto riferiscono le cronache del tempo – credette veramente di aver fatta una meravigliosa scoperta, e si dilettò a annunziarla, ‘urbi et orbi’, con non troppa modestia. E come ogni eccesso chiama reazione, così la prima troppo vantata draisienne, presentata in pubblico a Parigi, nel giardino di Tivoli, ottenne più che altro un successo d’ilarità.





La Germania considerava il barone Drais come l’inventore del velocipede: è però certo in ogni modo che la sua invenzione fu molto conosciuta. Egli nacque a Karlsruhe nel 1780 e vi morì nel 1851; indubbiamente fu una caratteristica figura del suo tempo. Fece viaggi a Vienna, a Parigi, a Londra ed anche in America per far conoscere la sua invenzione, ma essa non ebbe, in nessuna parte del mondo, gran favore presso i suoi contemporanei.

In Francia si volle poi contestata al barone Drais la paternità dell’invenzione a lui attribuita. Il ‘Petit Journal’ cita come suo predecessore Achille Vivot, mentre un giornale inglese, ‘The Well World’, rivendica alla Gran Bretagna l’onore della scoperta, attribuendola a Denis Johnson. Pare che l’una e l’altra versione siano dovute a ‘chauvinismes’ locali; è però certo che non si trattava di macchine la cui concezione fosse dovuta a eccessiva genialità. Così infatti può dirsi del successore immediato della ‘draisienne’, il ‘pedestrian hobby-horse, ideato e costruito in Inghilterra verso la fine del 1818, da certo Krnight.





Di nuovo e di notevole l’hobby-horse non poteva vantare che il fatto d’essere costruito interamente di ferro, e d’essere quindi il primo ‘velocipede’ metallico apparso, per quanto ci consti, sulla faccia della Terra. Si ricorda altresì che questa nuova macchina ben che atrocemente perseguitata dai caricaturisti di allora – primo il celebre Cruikshank – ottenne perfino le graziose preferenze delle misses londinesi, che non esitarono – historia docet – a mostrarsi in pubblico graziosamente atteggiate sul novissimo cavallo non ancora d’acciaio.

L’hobby-horse morì, se così storicamente può dirsi, nel 1820, e nessuna delle applicazioni del vecchio principio, tentate negli anni successivi, val la pena d’essere riportata. Ritroviamo nel 1839, una vettura ‘manomotiva’ inventata in Inghilterra, che però non ebbe applicazioni pratiche, e nel 1853 una nuova macchina, composta di una unica ruota gigantesca, portante due persone – pur che fossero di identico peso – su di una sorta di prolungamento del suo assecentrale, dall’uno e dall’altro lato. Questo apparecchio, chiamato ‘pedocaedro’, sembra pure non sia mai stato costruito.





1855: questa data segna una importante pietra miliare della storia del velocipedismo, come quella che vide per la prima volta le emancipazioni dell’antico e vieto sistema, incomodo e inefficace, della spinta con i piedi contro il suolo. L’ingegnoso e semplice perfezionamento della applicazione dei pedali alle ruote è dovuto al fabbro meccanico Michaux di Parigi. Prescindendo dalla infantilità della prima applicazione, che una stampa dell’epoca ci rappresenta in modo rudimentale ma evidente, è certo che lo storico disposto a una certa larghezza di vedute non può a meno di riconoscervi il ‘principio’ di una fase completamente nuova.

L’invenzione di Michaux, non appena i contemporanei ne ebbero riconosciuta l’importanza, suscitò polemiche aspre ed ebbe acerrimi nemici denigratori. Al fabbro parigino si volle contestare la paternità della idea geniale, che venne invece attribuita a certo Pietro Lallement, operaio carrozziere, nato a Pont-a-Moussou. Costui avrebbe fatte in Francia, nel 1863, le prime prove che sortirono esito infelice; emigrato in America nel 1866, avrebbe ritentata l’applicazione del suo trovato, e non con fortuna migliore. Ritornato in patria, quando Mchaux già erasi affermato inventore del pedale, ebbe partigiani e fautori che vollero rivendicargli la gloria, allora assai futura, di aver creato il velocipede a pedali.





Se dobbiamo credere a una incisione del tempo, la macchina di Lallement aveva anche non dubbi pregi di estetica, e certo rappresentava un miglioramento notevole del rozzo tipo meccanico di Michaux. D’altronde oggi ancora può solo dirsi che la maggioranza riconosce in Machaux l’inventore del pedale, mancando gli elementi per una unanimità di giudizio.

Il 1867 segna il principio di un periodo importante: il periodo industriale.

Lallement, al suo ritorno, trova che Michaux, industrialmente dotato di non comune iniziativa, ha munita la sua macchina di un freno – un volgare freno a paletta, agente sulla ruota posteriore. Ma è tuttavia un nuovo utilissimo elemento che ritrova la sua pratica applicazione. L’esposizione del 1867 rivela al gran pubblico il nuovissimo sport, e le prime macchine a pedale di ‘marca’ francese sono vendute in Inghilterra al modesto prezzo di 25 sterline!





Lallement ne imprende la fabbricazione, pubblica dei… cataloghi, riceve ordinazioni di macchine ‘su misura, secondo la lunghezza delle gambe del cavaliere’; insegna finalmente ai velocipedisti di allora – e per la prima volta – di premere sui pedali con la parte anteriore del piede. Intanto certo James Carrol, ex socio di Lallement, lancia per suo conto la macchina francese nel Nuovo Mondo. Lellement morì nel 1870, dopo aver conseguita, per tutto il suo lavoro e non senza l’aiuto di un processo giudiziario, la somma di 10.000 franchi. E Michaux padrone del campo fonda la più importante fabbrica di velocipedi dell’epoca, sotto la ragione sociale ‘Michaux & C’. (più tardi Compagnie Parisienne), che impiegò fin da principio 500 operai.

Ben che da questo punto possa veramente iniziarsi la storia del velocipede trasformato per successivi miglioramenti in veicolo sufficientemente pratico nella sua concezione generale, e tuttavia lecito ricordare come e quanto noi dobbiamo oggi riconoscere, in questo breve sguardo retrospettivo, che la macchina lanciata in quei tempi dalla ‘Compagnie Parisienne’ non poteva essere considerata se non un principio, grossolanamente completo del concetto meccanico del velocipede moderno non solo, ma anche dei monumentali congegni oggi scomparsi, e che pure segnavano sul primo tipo di macchina a pedale, un progresso notevolissimo. E gioverà per ciò ricordare che tutte le parti   del velocipede Michaux, nel 1870, erano di legno, con cerchi di ferro alle ruote, costituendo un complesso pesantissimo.





Ma i perfezionamenti furono rapidi e radicali. Si cominciò con l’applicazione di un freno, agente, come già dicemmo, sulla ruota posteriore: nel mezzo de manubrio era attaccata una cinghia di comunicazione con la paletta del freno medesimo il quale si poteva stringere facendo girare il manubrio, mobile nel suo asse, a mezzo delle manopole. Intanto nuove modificazioni erano indispensabili; diminuire le trepidazioni e i sobbalzi della macchina, che ne rendevano faticosissimo l’uso, ed alleggerirne il peso, allora di circa 40 chilogrammi.

Certamente la genialità degli inventori, nel 1870, non trovò l’appoggio e il conforto di una opzione pubblica favorevole; anzi i fautori del nuovissimo mezzo di trasporto ebbero a sostenere asprissime lotte e persecuzioni vere e proprie. Il misoneismo inconsulto dei governanti d’allora – che d’altronde sotto alcune forme rivive ancora oggi, forse meno ingiustificato, in alcune contrade d’Europa, contro lo sport automobilistico – non poté tuttavia opporsi, per nostra fortuna, al graduale progredire della nuova industria.

(U. Grioni, Il ciclista)












sabato 6 giugno 2020

L'INCONTRO CON I CIUKKI (tribù nativa) (32)
















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Della 'Grande Depressione' (31)

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Bicicletta (33/4) 














Il ‘finto’ Capitano, al contrario, era piccolotto, quasi nano, tanto che ai tempi dell’Arena veniva chiamato Salgarello. Nel terzo dei tre necrologi che Salgari scrisse in occasione del suicidio dell’esploratore vengono raccontati nel dettaglio l’arrivo della bara alla stazione di Verona e la partenza verso il Piemonte. Un quarto di secolo dopo, compiendo lo stesso identico percorso – ma in direzione opposta - anche la bara del suicida Salgari passerà dalla stessa stazione, diretta al cimitero di Verona.

Quel mattino di agosto di 130 anni fa, Salgari aveva preso il testimone da Bove. E la realtà dal primo stava per scivolare nel mondo di fantasia del secondo…

Leggendo le biografie dei personaggi di cui stiamo seguendo le tracce, mi imbatto in una matassa di altre coincidenze che ha come fulcro proprio il suicidio.

Strano, penso di fronte a ciò che sembra diventare un vero e proprio tormentone: non solo Bove e Salgari si sono ammazzati. Si suicideranno anche i figli di Salgari, Romero e Omar, e anche il padre Emilio si era tolto la vita gettandosi dalla finestra a Verona. Così pure si suiciderà il futuro marito di Luisa, vedova Bove. E si suiciderà anche Furio, primogenito di un altro personaggio che incontreremo in queste pagine, Edmondo De Amicis: Furio De Amicis si sparerà un colpo di pistola alla tempia sotto un albero (come Bove) al parco del Valentino, a Torino.




Indecifrabili tutti questi suicidi, rifletto davanti ai libri, alle fotografie e alle fotocopie di altri libri sparpagliati sulla mia scrivania. Non riesco più a raccapezzarmi di fronte a tutte queste morti volontarie.

Strano, tanto più che a quel tempo non si era ai primi dell’Ottocento, quando togliersi la vita invocando la propria amata era divenuto un gesto alla moda, mettendo in atto ciò che gli psichiatri hanno poi definito ‘effetto Werther’.

Non c’era pietà per i suicidi nella bigotta Italia di allora.

Le spoglie del Capitano Bove vennero portate a Genova dalla vedova. Ma a Genova la bara fu rifiutata:

‘Niente funerale per un suicida da noi’

le risposero!

‘No, non c’è posto per lui insieme agli altri al campo santo’.




La vedova decise allora di ripiegare su Aqui Terme, la cittadina vicino a Maranzana, paese natale del Capitano. Ma anche qui resistenze a non finire che sfociarono in un clima di tensione. Dicono le cronache riportate dalla Gazzetta di Aqui che il giorno della tumulazione, domenica 14 agosto, il prete non volle officiare il funerale. Alla vedova tra le lacrime venne persino rifiutato di apporre una lapide sulla tomba del marito.

Chi si credeva quello per decidere di andarsene per suo conto?

Lungo la strada del cimitero era accorsa una folla silenziosa: Bove era pur sempre una celebrità nazionale, allora. Curiosi che volevano veder passare la bara del famoso esploratore. Ma tra i presenti non figurava il sindaco di Aqui, tal avvocato Accusani del Partito clericale. E suonava molto stridente, quasi beffardo, ciò che aveva dichiarato Bove nella sua lettera di addio, come avesse ribaltato l’ordine delle cose:

‘Ringrazio Dio di avermi spinto al triste passo’.

Ma sapeva ciò che stava scrivendo? O era talmente disperato da non rendersene conto? Ci vuole una certa dose di presunzione per decidere autonomamente la propria uscita di scena (qualcuno lo pensa ancora oggi).




La vita non appartiene a noi stessi, si sa: c’è ben altro che sovraintende alla nostra esistenza! Colpevole di una tale offesa, la damnatio memoriae cadde inesorabile come una scure sul poveretto. E presto il grande pubblico si dimenticò di lui e del suo significativo passaggio tra i vivi durato trentacinque anni, tra il 1852 e il 1887.

Rimosso per colpa di quell’ultimo, imperdonabile, gesto, Bove entrò nel buio. Eppure un ghiacciaio, un monte e un fiume in Patagonia oggi portano il suo nome. Così come un promontorio sull’isola Dickson oltre il circolo polare artico, e anche una vecchia base scientifica italiana in Antartide. Nel mondo occidentale Giacomo Bove significa qualcosa.

In Italia molto meno.

Ma non penso sia stato solo il velo nero della Chiesa ad aver sancito la definitiva rimozione dell’esploratore piemontese. Forse ha concorso in misura maggiore un certo disinteresse degli italiani per lo studio della geografia, di cui esploratori e vecchi alpinisti sono i portabandiera. Nelle scuole della Gran Bretagna si studiano le esplorazioni ai poli come da noi si studiano le guerre d’indipendenza, e si tengono appassionanti lezioni sulle vicende di Shackleton a bordo dell’Endurance. L’esploratore polare e premio Nobel per la pace Fridtjof Nansen è, in Norvegia, un eroe nazionale come da noi lo sono Mazzini o Garibaldi.

E Bove, in Italia, chi lo conosce? 

(Marco Albino Ferrari, La via incantata) 




           

VISITA DI MENKA, CAPO DEI CIUKKI


Questa mattina fummo visitati dal capo dei Ciukki della Penisola omonima, il quale dimora a Markowa e trovasi da queste parti per riscuotere il tributo delle popolazioni poste lungo la spiaggia di questa penisola. Wassily Menka, non appena messo piede a bordo, ci presentò un ‘ukase’ scritto in russo nel quale era considerato come il capo dei Ciukki della parte orientale della baia di Coliucin, i quali dovevano ubbidirgli e pagargli quei tributi che egli sarebbe andato a riscuotere.

Questo ‘ukase’ portava il timbro della Cancelleria imperiale di Ircutsk. Fu fatto scendere nel quadrato, ed egli, vedendo alcuni quadri appesi lungo le parti e credendoli santi, cominciò a gesticolare dinanzi ad essi facendosi a più riprese il segno della croce e borbottando certe preghiere senza darsi il minimo pensiero delle persone che gli stavano intorno. Finita che ebbe la sua preghiera dinanzi ad un quadro che rappresentava una visita notturna di Romeo, ci salutò con lunghi ‘probasci’ (unica parola che sapesse di russo e che vuol dire buongiorno).




Nordquist, che giunge già a farsi capire in ciukkcio, gli rivolse diverse domande. Rispose che veniva da Markowa, distante dieci giorni, e che, lasciate le sue renne ad una giornata di marcia a monte di Pitlekai, s’era spinto con una slitta e due schiavi a detto villaggio, non tanto attiratovi dal tributo che doveva riscuotere dagli abitanti di Pitlekai, quanto dalla notizia del nostro arrivo, che a quest’ora credo abbia già fatto il giro di tutta la penisola. Gli furono offerti dei sigari, che egli fumò colla voluttà che impiega un barbaro quando arriva a mettersi in bocca uno di questi malanni dell'umanità; ma ciò che gli stava a cuore era la bottiglia di cognac.

Il Menka, di capo non ne ha certamente la presenza: è piccolo e con una faccia delle più brutte che si possano immaginare. Gli si domandò quando ripartiva per Markowa, rispose: dopodomani; allora il professor Nordenskiold lo pregò di portare una lettera al Governatore di Anadirsk, ove si diceva che la ‘Vega’ era giunta all’est della Biaia di Coliucin, e si attendeva che le acque si facessero libere per continuare il nostro viaggio.




Gli furono consegnate, chiuse tra due tavolette, anche delle lettere personali, e Hovgaard e Nordquist seguirono Menka sino al suo prossimo accampamento. Menka volle vedere quello che le tavolette contenevano e apertele tirò fuori la lunga lettera al Governatore, la spiegazzò dinanzi al popolo e cominciò con un sangue freddo ammirabile a leggere, benché il brav’uomo non si fosse accorto che il foglio era capovolto.

Menka gode di tutta l’autorità di un capo e su di questo pare non voglia transigere. Ed invero, sia che si trovi nella tenda che lo ha ospitato, sia fuori di essa, i restanti stanno a rispettosa distanza e si fanno un dovere se non un piacere di prevenire qualunque suo desiderio. Del resto la nostra presenza nella rada di Pitlekai deve aver servito non poco ad aumentare la sua autorità, poiché egli ebbe l'onore di scendere nel nostro quadrato.




Intanto Menka non è partito; alle 9 viene nuovamente a bordo e, nel mentre stava nel nostro quadrato, gli fu annunziato l’arrivo di tre distinti personaggi. Si slanciò sulla prua per riceverli e senza avvedersene pose il suo trono presso un luogo poco decente. I tre signori montarono a bordo e levatisi il berretto baciarono per tre volte Menka, che li abbracciò affettuosamente e restituì loro il bacio. Dopo aver salutato anche noi, questi uomini cominciarono con Menka una lunga chiacchierata.

Questi tre Ciukki vengono dal Colima e sono diretti allo stretto di Bering per fare acquisto di pellicce. Vestono finissime pellicce di renna come veste Menka, il quale oggi però ha pensato bene di indossare una lunga ‘zimatra’, che, a giudicare a lume di naso, doveva essere una volta bianca, ma che oggidì darebbe dieci punti alla famosa camicia della non meno famosa Regina Isabella.

Menka è appassionatissimo della musica e della danza: gli basta di sentire strimpillare uno strumento qualunque che si anima di una gioia quasi selvaggia, e comincia a dimenare le gambe, piedi, testa, sì da farlo credere invaso dal…demonio…

Ed invero, per lui deve essere ben qualche cosa più di un demonio quella piccola scatola la quale senza dar segno alcuno di vita manda suoni che gli scendono fin nel profondo del cuore…











venerdì 29 maggio 2020

THE DAY AFTER THE STORM (24)




































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The Storm (23)

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L'articolo completo (25) &

Verso il ghiacciaio Muir (26)














Nei 30 anni precedenti lo studio danese, la Groenlandia aveva sperimentato un periodo di raffreddamento, ma Broecker si rese conto che la tendenza era temporanea e che l’innalzamento dei livelli di CO2 nell’atmosfera avrebbe presto inaugurato un lungo periodo di riscaldamento globale.

Nell’agosto del 1975, la rivista Science pubblicò un articolo di Broecker,

Il cambiamento climatico: siamo sull’orlo di un pronunciato riscaldamento globale?




In questo pioneristico non men che storico articolo scientifico lo scienziato seminerà ‘serre’ di ‘mele ed arance’ quali fondamenta per i successivi studi sul cambiamento climatico…

si può affermare che l’attuale tendenza al raffreddamento lascerà il posto a un pronunciato riscaldamento indotto dall’anidride carbonica entro un decennio.

Come ha notato Real Climate (un blog per scienziati del clima) nel 2010,

L’articolo di Broecker ricorda che il ‘riscaldamento globale’ era stato effettivamente previsto prima che diventasse evidente nei registri della temperatura globale oltre un anno dopo.




Un secolo e mezzo fa, le regioni montuose erano un po’ più fredde di quanto lo siano oggi. Questi rilevamenti nei documenti storici - scritti, dipinti, documentati con le prime fotografie mostrano che i ghiacciai erano più grandi allora. Nelle Alpi svizzere, l’area per cui la documentazione disponibile risulta più dettagliata, rileva ampi ghiacciai durante la Piccola era glaciale, un episodio di abbassamento termico che dal 1300 al 1860 risulta più o meno costante.

La piccola era glaciale terminò bruscamente.

A partire dal 1860, i ghiacciai del mondo iniziarono un graduale lento progressivo ritiro che è proseguito fino ad oggi. Senza dubbio, quindi, il pianeta Terra è diventato più caldo nel secolo scorso e mezzo. Ma il contributo preciso dell’umanità ad il riscaldamento è ancora in discussione.




Insieme alla maggior parte degli scienziati dell’atmosfera, quindi nelle previsioni e prevedibilità delle oscillazioni climatiche, prende molto sul serio i risultati di simulazioni al computer che mostrano come il contributo dell’uomo dall’avvento dell’èra industriale successiva al 1860 ne abbia influenzato l’aumento nell’ultimo quarto di secolo.

Le registrazioni dei progressi e dei ritiri glaciali forniscono un indicatore accurato delle variazioni di temperatura.

Eppure come fu per il prestigioso incarico offerto dall’allora presidente Roosevelt a Muir, anche Wallace Broecker ha predetto decenni prima circa pericolosi cambiamenti climatici in atto causati dall’uomo.

È stato rapidamente riconosciuto come il padre del ‘riscaldamento globale’.




Nel 1996, il presidente Bill Clinton ha assegnato a Broecker la National Medal of Science, il più alto riconoscimento scientifico della nazione, in riconoscimento dei suoi ‘contributi pionieristici nella comprensione dei cambiamenti chimici nell’oceano e nell’atmosfera’.

Broecker ha testimoniato al Congresso ed è stato intervistato dal The New York Times, The Guardian (UK), Smithsonian Magazine, Foreign Policy , Business Week , PBS, BBC e CBC, tra gli altri. Nel 2007, è stato eletto alla Royal Society di Londra, firmando il suo nome nello stesso registro che Sir Isaac Newton ha fatto più di tre secoli fa.




Non mi dilungo su questo prestigioso scienziato e nella sua preziosa opera, la vera opera con i suoi studi per l’intero pianeta, semmai vorrei evidenziare come da allora, dal riconoscimento ottenuto, si sia consumato nel breve lasso di tempo un vero peggioramento, per taluni o tutti, dedotto in un migliore beneficio economico in cui poter misurare la falsa ottica e prospettiva del globale progresso. In verità e per il vero, in cui gli stessi scienziati e pochi illuminati politici rileveranno, chi avverso ai veri interessi del singolo, pur volendone incarnare un falso beneficio, il quale conduce in tutta la propria limitata conoscenza ad un danno maggiore di quanto la stessa scienza (compresa la sociologica e psicologica con la sua futura costante ‘nevrastenia’) possa o potrà rilevare.

Per quanto detto e non solo circa il regresso ottenuto ma anche per ciò che incarna il suddetto presunto ‘primo cittadino’, il quale porta ed incarna non solo i pandemici mali che arma, ma anche quel male ancor più antico scritto nel delirio affine e simmetrico da questo piccolo paesino donde scrivo, del razzismo.




Sapremo sconfiggere questo antico cancro dal cielo sino alla Terra!

Per ora annovero breve cronologia di come e perché nata la nostra costante Opera…

Sin dall’antichità, le persone credevano che l’attività umana potesse alterare un clima locale, ma non poteva influenzare a malapena i grandi equilibri che governavano il pianeta in generale. A poco a poco gli scienziati, aiutati da giornalisti scientifici, hanno informato la minoranza di persone istruite che la civiltà moderna potrebbe causare il riscaldamento globale, circa il nostro futuro.

All’inizio degli anni 70, la questione cominciò a interessare un pubblico più vasto. A quel punto la maggior parte delle persone aveva temuto danni a livello planetario dalla tecnologia in generale. Ora un improvviso assalto confermato dalla siccità ha suggerito che stavamo già danneggiando il clima. La questione è  dibattuta fra gli esperti i quali hanno discusso se l’inquinamento avrebbe portato al riscaldamento globale o, invece, a una terrificante nuova era glaciale.




Alla fine degli anni 70, l’opinione scientifica aveva deciso sul ‘riscaldamento’ come fu del tutto evidente circa trent’anni dopo, quando intorno all’anno 2000 – la conferma oltre del globale riscaldamento rileva e porta con se anche un futuro remoto e incerto.

Alcuni scienziati, tuttavia, hanno pubblicamente prospettato questo evidente timore per chiedere azioni concrete per evitare il riscaldamento globale, e alcuni politici hanno affrontato il problema.

Le discussioni scientifiche si sono intrecciate con accesi dibattiti politici sui costi di regolazione delle emissioni di gas serra. Le corporazioni che appoggiano i conservatori spesero ingenti somme per seminare incertezza e negare che le emissioni potessero causare gravi danni. Solo nel 2005 i media americani hanno riferito chiaramente che gli scienziati avevano apparentemente risolto la controversia, e di conseguenza la maggior parte degli americani - e non solo – è evoluta nella certezza di dover intraprendere un qualche tipo di azione utile.

Ma la questione li divise sempre più lungo linee partigiane; la negazione (oltre a tanti deleteri principi)  è diventata fondamentale nel pensiero di destra.




L’idea che le azioni dell’uomo possano influenzare un complesso così vasto è molto ripugnante per alcuni.

Ciò che gli scienziati hanno ritenuto plausibile erano semplici argomenti che agitano, senza la dovuta conoscenza in merito, oppure ancor peggio falsandola a beneficio d’una corrotta economia a breve durata non scorgendone la Cima, solo la piccola vallata con il suo paesino con cui accompagnati nei propri riti tribali conditi con gli immancabili cacciatori e nuovi pionieri, ed ove con il razzismo si accompagna e consolida il morbo della falsa prospettiva morale e storica.

La gente non ha compreso il ‘prodigio’ che intercorre circa rapporti e connessioni fra la popolazione ed i suoi bisogni, e l’industrializzazione, i quali stavano esplodendo in un modello di crescita esponenziale: tra l’inizio del XX secolo e la sua fine la popolazione mondiale sarebbe triplicata e l’uso dell’energia da combustibili fossili da parte di una persona media sarebbe quadruplicato.




Pochi giorni dopo la morte del grande scienziato, e circa cento i precedenti e successivi che lo uniscono ad un emerito suo collega riporterò breve ‘articolo’ il quale confermerà la validità di quanto ‘democraticamente’ espresso.

Due scienziati i quali entrambe hanno lasciato e lasceranno ancora nei frutti del loro lavoro saggiamente ‘seminato’ una eredità così vasta che deve essere costantemente aggiornata. E non dilungandomi, oppure ed ancor peggio, distinguendomi nella ‘caratteriale’ falsità di quei proclami ove il ‘politico’ si consolida e ‘conserva’, da ciò impropriamente detto ‘conservatore’, in difetto di conoscenza, giacché il vero ‘conservatore’ di cui si aggiorna costantemente l’opera nel beneficio della vera Storia, colui che per l’appunto vuol conservarla, più o meno come la Memoria.

‘Preservarla’ come il dono della Natura intera nella sua grande bellezza e beneficio che questa costantemente ci dona.

Oltre l’inesauribile fonte di saggezza, anche l’immancabile insostituibile principio su cui si consolida a la Vita sia materiale che spirituale d’ognuno, conservata nei geni e nella Memoria detta, per chi ne fosse sprovvisto, come il male che respiriamo e non solo pandemico frutto, ne sappia curare ed officiare il ricordo ‘in ciò e per ciò’ in cui distinguiamo e riconosciamo il suo ed altrui vero delirante pericolo!

(il curatore del blog)

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domenica 24 maggio 2020

ARMATO CON IL RICORDO D'UN AMICO SINCERO (22)



















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Viaggio in Alaska (21)

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Tempesta (23/4)













Il signor Young mi ha detto che quando era cucciolo aveva le dimensioni di un piccolo rametto di legno, gli è stato regalato a sua moglie da un cercatore irlandese a Sitka, e che al suo arrivo a Fort Wrangel fu adottato con entusiasmo dagli indiani Stickeen come una sorta di nuovo totem di buona fortuna, fu chiamato ‘Stickeen’ per la tribù e divenne il favorito, accarezzato protetto e ammirato ovunque andasse e considerato una misteriosa fonte di saggezza.

Durante il nostro Viaggio si dimostrò presto un personaggio strano, nascosto, indipendente, silenzioso. Faceva molte cose sconcertanti che attiravano la mia curiosità. Mentre navigavamo settimana dopo settimana attraverso i lunghi e intricati canali e le insenature tra le innumerevoli isole e montagne della costa, trascorreva la maggior parte dei giorni in pigra solenne ammirazione della Natura, immobile come un asceta, se pur apparentemente sembra non osservarla come se fosse assorto nel karma di un antico sogno.




Ho scoperto poi che sa sempre cosa sta succedendo, quando gli indiani stanno per sparare alle anatre o alle foche, o quando qualcosa lungo la riva attira la nostra attenzione, si riposa con il muso adagiato sul bordo della canoa, e guarda con calma come un turista con gli occhi sognanti.

E quando ci sente parlare di un approdo si sveglia immediatamente per vedere in che tipo di posto stiamo andando, prontamente salta in mare per nuotare fino alla riva non appena la canoa si avvicina alla spiaggia. Quindi, con una scossa energica per sbarazzarsi della polvere corre nel bosco per distrarsi con piccoli giochi. Ma sebbene sia il primo a uscire dalla canoa, rimane sempre l’ultimo a entrarci. Quando siamo pronti per partire non si trova mai e si rifiuta di rispondere ubbidiente alla nostra chiamata.




Scopriamo presto, tuttavia, che sebbene in quei momenti non possiamo vederlo, lui ci osserva attraverso i folti cespugli di mirtilli all’interno del bosco con occhio vigile. Non appena usciamo dal bosco arriva trotterellando lungo la spiaggia, si tuffa e nuota dietro di noi, sapendo bene che avremmo smesso di remare per portarlo dentro l’imbarcazione. Quando il piccolo vagabondo contrariato ci arriva accanto lo prendiamo e lo teniamo in braccio per farlo asciugare, ma lui scende immediatamente dalla barca.

Più lunga la nuotata meglio scorre e naviga la barca come fosse lui a condurla, ogni insegnamento che cerchiamo di imporgli non sorte alcun effetto, perché, ci accorgiamo poi, è lui il ‘maestro’: l’acqua del Fiume e il suo Spirito scopriamo ancora, una sol cosa, una sola Natura, non scorgo grande differenza fra lui ed il fiume percorso a nuoto…




Eppure nessuno di noi è stato in grado di capire per cosa Stickeen fosse davvero buono, forse perché siamo da sempre abituati a consideralo qual strumento di lavoro, come animale a noi sottomesso?

Questo limite lo avrei ben presto superato.

Sembra affrontare il pericolo e le difficoltà senza nessuna coscienza, o ciò che più comunemente nominiamo paura della Ragione, poi ho intuito un sol corpo entro e fuori dal bosco, dal Fiume, da ogni Elemento in cui assorbito come un Sogno antico; e questo sognare gli impone, quasi come precetto o comandamento impartito dai tanti Dèi pregati ogni giorno scritto nell’istinto della Natura, di mai obbedire ad un ordine del cacciatore, o tanto meno costringerlo a prendere la selvaggina a cui sparavamo.




La pietà di cui si nutre e composto pari all’equanimità costante che sembra dovuta alla mancanza di sentimento; in realtà l’èstasi troppo antica per essere appena capita o tradotta.

Le normali Tempeste sono un piacere per lui, e per quanto riguarda la semplice pioggia, vi fiorisce e sboccia come un fiore.

È una sola Natura!

Indipendentemente dai progressi che potresti fare nel comprenderlo, ti prego ‘uomo civilizzato’ non sforzarti sei troppo meschino per capirlo…

E sebbene apparentemente freddo come un ghiacciaio e impervio al pari di questo, colmo di divertimento. Ho comunque cercato di fare la sua conoscenza indovinando chi è ed èra, perché dimora un grande Albero germogliato da un ramo di Terra o Fiume che ora sporge, mentre lo percorriamo, nutrire tanta bellezza mista a coraggio che ci osserva, composto da resistenza e amore per l’avventura selvaggia.




A volte mi ricorda un piccolo cactus del deserto, fermo ed irremovibile, Stickeen al pari di Diogene, chiede solo di essere lasciato solo: un vero figlio del deserto prega la vita con solenne maestoso silenzio qual sereno ritratto della Natura intera.

La forza di carattere risiede nei suoi occhi, sembrano vecchi come le colline, giovani e selvaggi, non mi sono mai stancato di guardarli, è come guardare un paesaggio,  apparentemente piccolo racchiuso nella limitata umana prospettiva da cui sgorga un’Anima profonda.

Sono abituato a classificare piante e animali e osservo sempre più intensamente la ‘sfinge’ come uno studio interessante, ma non si può né stimare né valutare l’arguzia e la saggezza nascoste nei nostri compagni mortali ritenuti inferiori fino a quando non si manifestano con esperienze profonde, poiché attraverso la sofferenza cani e santi adempiendo al loro superiore compito divengono Perfetti.




Sulla via del ritorno dopo queste prime osservazioni ho programmato un’escursione in lungo e in largo per scoprire ancora cose più sorprendenti. Mi sveglio presto, chiamato non solo dal ghiacciaio, presente nei pensieri così come nei sogni per l’intera notte, ma da una grande tempesta e inondazione. Il vento soffia, un vento fortissimo da nord, e la pioggia cade a tamburo battente con le nuvole che promettono imminente alluvione. I principali corsi d’acqua, perenni, stanno esplodendo in alto ben al di sopra delle sponde, e centinaia di onde, ruggendo come il mare, coprono le alte pareti grigie con cascate bianche.

Avevo intenzione di preparare una tazza di caffè e una buona colazione prima di iniziare la giornata, ma quando ho sentito la tempesta e ho guardato fuori con tutta fretta sono rientrato al mio riparo; poiché le più belle lezioni della natura si trovano nelle sue tempeste, e se siamo attenti a mantenere i giusti rapporti con queste potremmo procedere sani e salvi e camminare con loro nel segreto regno dell’eterna invisibile Giustizia, là ove l’uomo non può o vuole, la Natura e Dio provvedono, rallegrandoci e nutrendoci alla ‘corte’ della loro grandezza e della segreta bellezza, non meno delle giuste opere della Natura anche quando ulula, e cantando con i vecchi norvegesi:

L’esplosione della tempesta aiuta i nostri remi, l’uragano è il nostro servitore e ci guida dove desideriamo andare.




Che un uomo accolga le tempeste per la sua musica e il suo movimento esilaranti, e che vada a vedere Dio che crea paesaggi non meno della Giustizia detta, è abbastanza ragionevole; ma quale fascino potrebbe esserci in un tempo così tremendo per un cane?

Sicuramente nulla di simile all’entusiasmo umano per lo scenario o la geologia. Comunque, arriva, all’ora di colazione attraverso una esplosione soffocante. Mi sono fermato e ho fatto del mio meglio per riportarlo indietro.

‘Adesso no’,

dissi, gridando per farmi sentire nella tempesta,

ora no, Stickeen, cosa ti succede, devi essere sciocco, questa giornata selvaggia non promette nulla di buono per entrambe. Torna al campo e tieniti al caldo, fai una buona colazione con il tuo padrone e sii ragionevole per una volta, non posso cercarti per tutto il giorno e poi questa tempesta ti ucciderà.



Ma la Natura, a quanto pare, non fa buoni affari con gli uomini, solo con pochi di loro, i quali a loro volta perdono per tutta la vita con il resto dell’intera ciurma di reietti, e dopo essermi fermato ancora, gridando un buon consiglio di avvertimento, mi accorgo che non si è mosso…

Ora qual pietoso viandante mi fermo lì muto come il vento, inzuppato e sbattendo le palpebre, e ripetendo con ossesso:

Dove andrai io verrò con te.

Poi abbiamo lottato insieme…