giuliano

mercoledì 16 marzo 2022

SECONDO ATTO (51)

 









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Del Teatro miniato (50) 


& IL KAPITOLO COMPLETO 


Prosegue con:


Crimini di guerra (53) 


& l'uom, fiero più delle più 


fiere belve (54)


 



 

                      

 

Ciò detto sicuramente non gradito, giacché rivolto al Tiranno avversato compresa l’odierna rappresentazione nostro malgrado, giacché al suo delirio preferiamo la Commedia o la satira di chi lo avversa…

 

Tutta codesta messa in Opera prima che crolli o cali definitivamente il sipario di Scena, e sopraggiunga inattesa la morte in platea, premette una breve Introduzione ad una o più possibili soluzioni, le quali tra l’altro ci permetterebbero di raggiungere - o al contrario - meglio fuggire cotal sgradito Atto con mezzi sicuramente più economici, e sicuramente congeniali con la vera Arte di vivere e/o di sopravvivere, non finanziando la Compagnia della morte!

 

Dacché ne consegue che l’elemento alieno non solo il Tiranno, il quale invade il nostro umile Teatro, ma anche l’Inferno il quale ne incarna - al meglio - senza risparmio alcuno, il futuro aspetto cui destinato, a chi al male asservito, giacché anche il povero o ricco despota servitore del Demonio ha un suo credo. O meglio un antico Ideale forse un po’ frainteso e mal interpretato, non solo per il proprio bene ma anche per tuto il male a cui Ognun arrecato circa la propria ed altrui messa in Opera, compresi tutti coloro che in motivo del solfureo prometeico elemento con lui saranno incatenati e condannati al tormento della ‘lirica’ Scena finale.  




Dacché ammettiamo - in questa o qualsiasi diversa sede giuridica - che gli Dèi hanno sempre Ragione!

 

Se solo facesse un poco di conto vedrebbe l’antica forca accompagnata dalla catena che poco dista dalla sua dimora, anche questa una bella città ove un tempo - e non certo remoto - regnavano derivati sulfurei dèi, di cui poco ne ha dedotto circa il senso della comune mitologica Storia fraintesa, e con lui sullo stesso tribunale - e forca - ne narreranno l’atroce tormento o gesta (dipende anche ciò dagli incaricati onesti avvocati dei diavoli ) al Giudizio finale dell’unico Dio in terra, assieme agli altri dannati dell’Inferno in Terra!

 

La bella Norimberga in trepida attesa, giudicherà la Memoria vilipesa!

 

Per hora in sala d’attesa, questione di antico lume o gas comune?!…




[Non faccia dell’umorismo e prosegua, che ‘marco’ apostolo vigile e non certo ‘franco’ con l’offeso prossimo…]  

 

Comunque proseguiamo, abbiamo accennato essendo incapaci di ‘pugnare’, ad una più concreta e non certo peccaminosa soluzione, circa la funesta orgia in cui il Tiranno si diletta, Ognuno - questo sia chiaro - concepisce l’amore per sé il prossimo e Nessuno, secondo un immutato libero arbitrio, da che ne deriva un proprio punto di vista, e con questa goderne a piacere e negli intervalli dell’andare e venire seminare semenza e futura prole, se qualcuno nato o sopravvissuto.

 

Qualche ottimo regista dell’innominata Compagnia - suo amico - lo ha consigliato, o meglio mi correggo, destinato, al fertile vasto mondo alchemico, che dal fisico trascende al biologico, così da rendere fertile ogni suo e nostro terreno. Dopo la semina, se qualcuno sopravvissuto, comporrà ermetica semenza, e mai sia detto che in questa sede non viene rispettata la decenza e con lei il profanato libero arbitrio d’ammazzare pugnare e al meglio peccare.

 

Questione di stile!   




Quindi dicevamo, senza spargimenti di sangue e budella, e senza permettere di finanziare - nostro malgrado - una Guerra intestina di cui la preghiera, o il sermone sarà di seguito illustrato, in quanto più volte detto che siamo contro il libero culto della morte in qualsiasi Regno questa svolga e adempia alla propria macellata funzione, non richiesta ma sopraggiunta non attesa; anzi dai morti in vita raccogliamo ogni possibile sentenza circa la miserevole esistenza, e immaginiamo, essendosi ricongiunti al Divino Lucifero, sanno bene qual difficile compito attende i presunti vivi, più morti che vivi, vittime dell’eterna guerra.

 

Dalla loro rinascita raccogliamo preziosa Opera e linfa in questa Selva martoriata dall’eterno ritorno in vita aspirare al karma del botteghino - o ufficio di collocamento -, in quanto all’ufficio di leva non gradita la loro presenza, si rischiano Opere drammatiche con sì vaste rappresentazioni amletiche in cui il veleno seminato diverrebbe d’incanto testimone della Rima con cui si è soliti coniare più nobile e fiero Teatro in nome e per conto della Natura intera.

 

Che il pazzo sia più savio dell’uomo, ogni uomo armato, questo un dato di fatto!  

 

(Giuliano)




BREVE INTRODUZIONE:

 

Chi vi dimora — nella tomba — ha un privilegio che non è esercitato da nessun’altra persona vivente: la libertà di parola. Chi è in vita non è del tutto privo, in senso stretto, di un tale privilegio, ma lo possiede solo come vuota formalità: sa di non poterne fare uso, e non può dunque essere considerato come un effettivo possesso.

 

In quanto privilegio attivo è simile al privilegio di poter commettere un omicidio: si può esercitarlo solo se si è disposti a sopportarne le conseguenze. L’omicidio è proibito sia formalmente che di fatto, la libertà di parola è garantita nella forma, ma è proibita di fatto. Per l’opinione comune sono crimini entrambi, tenuti in grande spregio da tutti i popoli civili. L’omicidio è a volte punito, la libertà di parola lo è sempre — quando viene esercitata.

 

Il che è raro.

 

Ci sono almeno cinquemila omicidi per ogni (impopolare) manifestazione di libera espressione. Questa riluttanza a esprimere opinioni impopolari è giustificata: il prezzo da pagare è molto alto, può comportare la rovina economica di un uomo, può fargli perdere gli amici, può esporlo al pubblico ludibrio e alla violenza, può condannare all’emarginazione la sua famiglia innocente e rendere la sua casa un luogo desolato, disprezzato ed evitato da tutti.

 

Nel cuore di ogni uomo si cela almeno un’opinione impopolare sulla politica o sulla religione, e in molti casi se ne trova ben più di una. Più l’uomo è intelligente, maggiore è la quantità delle opinioni di questo tipo che ha e che tiene per sé. Non c’è individuo — compreso il lettore e me stesso — che non nutra convinzioni impopolari, che coltiva e accarezza, ma che il buon senso gli vieta di esprimere.

 

A volte sopprimiamo un’opinione per ragioni che ci fanno onore, ma più spesso lo facciamo perché non possiamo sostenere l’amaro costo di dichiararla. Nessuno vuole essere odiato e a nessuno piace essere evitato. Il risultato naturale di questa condizione è che, consciamente o inconsciamente, prestiamo più attenzione ad accordare le nostre opinioni con quelle del nostro vicino e a mantenere la sua approvazione, piuttosto che a esaminarle con scrupolo per vedere se siano giuste e fondate.     

 

 Questa abitudine conduce necessariamente a un altro risultato: l’opinione pubblica che nasce e si alimenta in questo modo non è affatto un’opinione, è semplicemente un’abitudine; non suscita riflessioni, è priva di princìpi e non merita rispetto.

 

Quando viene presentato un progetto politico completamente nuovo e mai sperimentato, la gente reagisce con sorpresa, è ansiosa, intimidita, e per un po’ di tempo se ne resta zitta, reticente, incapace di schierarsi. La maggior parte non cerca neppure di capire la nuova dottrina per farsene un’idea, ma aspetta di vedere quale sarà l’atteggiamento della maggioranza.

 

[….] Lo stesso vale per qualsiasi altra grande dottrina politica; perché tutte le grandi dottrine politiche sono piene di problemi difficili — problemi molto al di fuori della portata del cittadino medio. E questo non è strano, dato che sono anche al di sopra della portata delle più acute menti del Paese; dopo tanto chiasso e tante chiacchiere, per nessuna di queste dottrine si è potuta fornire la definitiva dimostrazione che fosse quella giusta, quella migliore.

 

Quando un uomo ha aderito a un partito, è probabile che ci rimanga. Se cambia opinione — intendo il modo di sentire, di pensare — è probabile che continui a restarci ugualmente; i suoi amici appartengono a quel partito; terrà quindi per sé il diverso modo di sentire, e pubblicamente continuerà a sostenere quanto ha già rinnegato in privato. Solo in questo modo può godere del privilegio della libertà di espressione. Di questi poveretti se ne trovano in entrambi i partiti, ma non possiamo dire in quale proporzione. Perciò non sapremo mai quale partito abbia realmente ottenuto la maggioranza alle elezioni. La libertà di parola è il privilegio dei morti, il monopolio dei morti.

 

…Essi possono dar voce alle loro oneste opinioni senza offendere nessuno. Abbiamo comprensione per cosa dicono i morti presenti passati e futuri?…   

 

(M. Twain)




 BREVE PROGETTO:   

 

L’esplosione della drammatica guerra in Ucraina ci obbliga ad accelerare ulteriormente la transizione energetica del Paese come unica soluzione per uscire dalla dipendenza dal gas, a partire da quello della Russia.

 

Negli ultimi mesi il tema energia era stato al centro del dibattito politico, anche grazie ad una incessante campagna mediatica sul tema dei rincari in bolletta e a forti dinamiche speculative, alimentate prima dall’aumento dei prezzi di acquisto del gas fossile sui mercati internazionali messi in campo dagli oligopoli delle fonti fossili, in seguito alla ripartenza dell’economia mondiale dopo le prime ondate del Covid-19, e poi dalle tensioni internazionali sfociate nella terribile guerra innescata dall’invasione russa in Ucraina.




Il problema evidente del salasso per famiglie e aziende è urgente da affrontare, ma le soluzioni adottate o prospettate sono anacronistiche e in controtendenza con l’urgente lotta alla crisi climatica: si va dall’aumento della produzione nazionale di gas fossile all’approvvigionamento di idrocarburi gassosi non provenienti dalla Russia, dalla possibile ripartenza di gruppi termoelettrici a carbone a quelli a olio combustibile, dal raddoppio di gasdotti operativi alla realizzazione di nuovi rigassificatori, fino ai nuovi finanziamenti alla ricerca del nucleare di quarta generazione (temi al centro anche della definizione sulla tassonomia verde europea per definire le tecnologie e le fonti energetiche sostenibili per il raggiungimento degli obbiettivi del Green Deal).

 

Il governo, per contenere gli aumenti in bolletta, ha pensato bene infine di tagliare gli extracosti relativi solo alla produzione di elettricità da fonti rinnovabili, senza interessare minimamente quelli vertiginosi delle aziende delle fonti fossili o in modo strutturale tutti gli oneri di sistema in bolletta. Si tratta, come è evidente, di decisioni che non entrano nel merito dell’unica soluzione efficace che ci può permettere di affrontare questo problema in modo strutturale e senza lasciare indietro nessuno: la riduzione dei consumi di gas.




Un obiettivo che si può raggiungere intervenendo soprattutto sulle prime tre voci di consumo: domestico e terziario (33 miliardi di m3 nel 2021), la produzione di elettricità (26 miliardi di m3) e l’industria (14 miliardi di m3), su cui bisogna operare con un forte sviluppo delle fonti rinnovabili, concrete politiche di efficienza energetica in edilizia, l’innovazione tecnologica nelle imprese (fonte: Staffetta Quotidiana sui dati di Snam Rete Gas).

 

Pensare di riattivare gruppi termoelettrici a carbone o a olio combustibile è un’opzione irrilevante: se pure ripartissero 1.000 MW di potenza installata, aggiuntivi a quelli già in attività, con questi due combustibili fossili, ad esempio per 5mila ore all’anno, si potrebbero produrre 5 TWh all’anno che nei fatti permetterebbero di risparmiare solo 1 miliardo di m3 di gas fossile all’anno. Praticamente nulla al confronto del contributo strutturale e rispettoso degli obiettivi climatici e di lotta all’inquinamento atmosferico che garantirebbe uno sviluppo fragoroso delle fonti rinnovabili, dell’efficienza energetica, del sistema di pompaggi e accumuli e della rete di trasmissione e distribuzione.




A tal proposito Greenpeace Italia, Legambiente e WWF Italia avanzano 10 proposte al governo Draghi per affrontare in modo strutturale la dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento del gas, riducendone fortemente i consumi di 36 miliardi di m3 all’anno a fine 2026, e sviluppando al massimo l’eolico offshore e a terra, il fotovoltaico sui tetti e sulle aree compromesse (discariche, cave, etc), il moderno agrovoltaico che garantisce l’integrazione delle produzioni agricole con quella energetica, la produzione del biometano, gli accumuli, i pompaggi e l’ammodernamento delle reti. Come il blackout nazionale del 2003 portò all’infausto decreto sblocca centrali del governo Berlusconi che fece realizzare le centrali termoelettriche a gas che allora sostituirono quelli a carbone e olio, oggi la guerra in Ucraina dovrebbe portare il governo Draghi a varare un decreto sblocca rinnovabili per sostituire il gas.

 

[LE DIECI NUOVE PROPOSTE]








sabato 12 marzo 2022

BREVI FRAMMENTI (48)










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Circa l'umana caricatura (47) 


Prosegue con:


Il teatro miniato (50)





 

 

…Sull’altopiano tibetano vivono oltre cinquecento specie di uccelli, suddivise dagli ornitologi in tre vaste regioni naturali assai diverse per altitudine, clima e vegetazione: quella settentrionale – più estesa ma povera di specie -, comprendente l’altopiano desertico del Cianthàn (tib. Byang-thang) e la regione del lago Kokonor; quella occidentale, meridionale e centro-orientale, corrispondente a un altopiano esterno che comprende il lago Nam (tib. gNam-mtsho), sulle cui rive sud-orientali si estende una riserva di uccelli acquatici e migratori; e l’acrocoro sud-orientale del Kham ( tib. Khams). Gli studi sull’avifauna tibetana sono lontani dall’essere esaurienti. Il diplomatico e tibetologo scozzese Hugh Richardson - che visse in Tibet per nove anni - riteneva probabile che altre specie di uccelli sarebbero state rinvenute nei bacini superiori dei fiumi che percorrono l’altopiano tibetano e scendono a sud attraverso la barriera himalayana.

 

Durante il suo ultimo viaggio in Tibet, nel 1950, Richardson scoprì nella valle del Lhotrak (tib. lHo-brag, un distretto della provincia meridionale dell’Ho-kha, confinante con il Bhutan) un atipico tratto di bosco deciduo, rifugio di diversi uccelli da lui in precedenza avvistati soltanto sul versante meridionale dell’Himalaya.




Secondo le credenze popolari tibetane, gli uccelli sono forieri di fertilità, e Richardson osservava che il fogliame degli alberi nei boschetti che circondano Lhasa raggiunge il suo massimo sviluppo soltanto dopo l’arrivo della maggior parte degli uccelli migratori. Anche nel ‘Bya chos rin-chen ’phreng-ba’, ‘La preziosa ghirlanda degli insegnamenti degli uccelli’ agli uccelli indiani e tibetani viene attribuita la funzione di fecondare il suolo. A tale compito si aggiunge tuttavia quello - dichiarato e ben più importante dal punto di vista della finalità dell’operetta - di fecondarlo spiritualmente trasmettendovi l’etica buddhista; è evidente il parallelo fra la migrazione degli uccelli dall’India in Tibet e i viaggi compiuti dai maestri indiani nel Paese delle Nevi per diffondervi la dottrina buddhista con la collaborazione dei maestri e traduttori tibetani.

 

Protagonisti della ‘Preziosa ghirlanda degli insegnamenti degli uccelli’ sono il cuculo e il pappagallo, ai quali si uniscono altri uccelli indiani e tibetani.




In India il cuculo compare come uccello regale nel ‘kunala-jataka’, il cinquecento-trentaseiesimo dei racconti in pali relativi alle esistenze anteriori del Buddha cui ho già fatto riferimento. In Tibet il cuculo - spesso chiamato ‘uccello turchese’ e ‘re degli uccelli’ - è tradizionalmente considerato sovrano dei pennuti, privilegio che nella ‘Preziosa ghirlanda degli insegnamenti degli uccelli’ condivide con l’avvoltoio. L’importanza assegnata al cuculo dai tibetani ha origini remote; prima dell’occupazione cinese, sul finire di ogni primavera - quando questo uccello migra in Tibet dalle regioni meridionali del Mon - un funzionario governativo soleva recarsi proprio nella valle di Yarlùn per accendere lampade a burro e porre cibo nel cortile di una cappelletta nei pressi della più antica dimora dei re tibetani, allo scopo di accogliere degnamente il cuculo che proveniva dal versante meridionale dell’Himalaya.

 

Nella letteratura tradizionale tibetana il cuculo appare nei Rotoli dei ministri, titolo dell’ultima sezione del bKa ’-thang-sde-lnga (La quintuplice serie di rotoli), un testo redatto originariamente nell’VIIII-IX secolo quindi nascosto, poi riscoperto ed edito a cura di O-rgycln-gling-pa (1 323/29-1 360/67) verso la metà del XIV secolo. 

(Lo bue)





Per meglio comprendere divario e Natura leggiamo qualche Frammento….



Nella lingua degli dèi e nella lingua di serpenti e demoni nelle lingue di vampiri e uomini, e nei linguaggi di ogni essere vivente, per quanti siano, in tutte le lingue io la dottrina ho insegnato.

 

Dunque, un tempo, anticamente - in questa fortunata èra -, sulla cima del monte Raratna-rga, chiamato ‘Prezioso [e] Piacevole’, ai confini tra India e Tibet, luogo di meditazione del grande realizzato Saraha – montagna ove dimoravano inoltre molti di coloro che si realizzano segretamente - appariva un bianchissimo splendore.

 

Là leoni e leonesse sedevano con aria altera ed esibivano criniere turchesi. Sui fianchi del monte - perfetti nella loro vastità a levante e a mezzogiorno – dimoravano uccelli di buon augurio, capeggiati dal gallo cedrone, e animali selvatici, quali cervi, baral e gazzelle, che saltavano per divertimento con animo tranquillo.

 

Mezzogiorno, ponente e settentrione erano abbelliti da foreste di alberi di sandalo e di numerose altre specie, come l’agalloco, il mirabolano chebulo, il mirabolano bellerico, il mirabolano emblico, il noce e la betulla. Belle erano nella loro eleganza le turchesi di rupi magnifiche ai quattro angoli di questo monte. lvi uccelli regali, come l'avvoltoio, re degli uccelli, e garuda, dimoravano esibendo la destrezza delle loro ali.

 

Su ogni lato della base del monte c’era abbondanza d’acqua: laghi e laghetti, polle sorgive, prati, sorgenti zampillanti dalla roccia, acque di ghiacciaio e freschi torrenti; qui il prezioso monte era adorno di vari uccelli acquatici, oche selvatiche, dam-bya e gracchi corallini, e sulle cime degli alberi era adorno di diversi uccelli dei boschi, pavoni, pappagalli parlanti, tordi e corvi.

 

Il nobile Avalokitesvara, allo scopo di insegnare la dottrina agli alati uccelli, si trasformò nel grande cuculo, re degli uccelli. Quindi rimase immobile in concentrazione giorno e notte per vari anni nel folto di un grande albero di sandalo. A un certo momento il dotto pappagallo giunse al cospetto del grande uccello e gli rivolse queste parole:

 

“Oh, grande uccello prezioso, perché da ormai un anno a questa parte, nella fresca ombra di un albero di sandalo, il [tuo] corpo siede accovacciato immobile, la parola non proferisce verbo, alla maniera di un muto, [e] il comportamento [è quello] di chi ha la mente corrucciata?

 

Mentre, grande uccello, emergi dalla tua contemplazione, ti prego di accettare i frutti che sono l'essenza dei semi!”

 

Così parlò.

 

Allora il grande uccello gli rispose con queste parole:

 

“Ahimè, ascolta! Oh pappagallo, esperto nel parlare, dacché io ho scrutato questo oceano del ciclo dell’esistenza, non ho trovato nulla che avesse una sostanza. Ho visto che la fine di questo corpo, che è nato, è di morire: a togliere la vita per [procurarsi] cibo e abiti ci si avvilisce.

 

Quanto ai castelli, ho visto che la fine di ciò che è stato costruito è di crollare: a innalzare terra e pietre con le mani ci si avvilisce. La fine delle ricchezze accumulate è di essere portate via dal nemico: a celare quanto l’avarizia ha accumulato ci si avvilisce.

 

La fine di parenti e amici uniti è di separarsi: ad affezionarsi ci si avvilisce.

 

Il destino dei figli che si sono cresciuti è di diventare nemici: a prendersi cura dei nati dal [proprio] corpo facendosene carico ci si avvilisce.

 

Parenti uniti e amici cari, figli cresciuti e ricchezze accumulate, sono tutti impermanenti, simili a illusioni. Poiché non c’è nulla che abbia una qualsiasi sostanza, ho rinunciato a ogni attività; poi, per realizzare lo scopo ultimo, nella fresca ombra di un albero di sandalo io son rimasto da solo, silenzioso:  senza distrarmi ho meditato in concentrazione.

 

A tutti quelli portati dalle ali, ai grandi uccelli, questo mio discorso tu riferirai!”

 

Così parlò.

 

Allora il pappagallo, esperto nel parlare, modulò un segnale a tutti gli uccelli e uccellini.

 

Tutti gli uccelli, gli uccelli indiani - guidati dal pavone -, gli uccelli tibetani - guidati dall'avvoltoio -, gli uccelli acquatici - guidati dall'oca -, gli uccelli dei boschi - guidati dal pappagallo -, gli uccelli di buon augurio – guidati dal gallo cedrone -, gli uccelli domestici – guidati dal gallo dal petto rosso -, e così via, si adunarono.

 

Poi vennero insieme alla presenza del grande uccello per chiederne gli insegnamenti. Quindi gli uccelli indiani, capeggiati dal pavone, sedettero in fila a destra; gli uccelli tibetani, capeggiati dall’avvoltoio, sedettero in fila a sinistra. Allora quel pappagallo, esperto nel parlare, si fece avanti in mezzo alle file e si prosternò tre volte gettandosi completamente a terra.

 

Poi rivolse questa richiesta:

 

“Oh, grande uccello prezioso, tu, tediato e disgustato del ciclo dell'esistenza! Ti preghiamo di pensare un poco a noi: noi, esseri oscurati dall’ignoranza, poiché [i frutti delle] azioni malvagie accumulate in passato sono maturati, siamo attaccati a questa sofferenza e la desideriamo. Chiedo la santa dottrina che libera dalla sofferenza. Chiedo la lampada che rimuove l’ignoranza. Chiedo gli insegnamenti della medicina che rimuove i tormenti emotivi. Per l’adunanza di uccelli qui riuniti in assemblea, pensando a quella, la santa dottrina chiedo”.

 

Così implorò.

 

Il grande uccello sbatté le ali tre volte.

 

Poi fece questo discorso:

 

“Cucù!

Uccelli qui riuniti, ascoltate senza distrarvi, cù!

Io farò in tre parole un discorso franco, cù!

Riflettete seriamente su impermanenza e morte, cù!

Non commettete alcuna azione nociva, cù!

Producete buoni pensieri virtuosi, cù!

Nella vita presente e futura la [triplice] Gemma è il rifugio, cù!

La sua venerazione è la radice delle benedizioni, cù!

Supplicatela ininterrottamente, cù!

La felicità di questa vita è un sogno, cù!

Lasciate perdere ogni attaccamento a qualunque cosa, cu!

Quanto alle azioni, mettete zelo [nel] compierle, cù!

Con ciò si realizzerà una felicità duratura, cù!

Gli elementi prodotti sono del tutto relativi, cù!

Ponete la vostra mente in uno stato di non azione, cù!

L'intento del Vittorioso è proprio questo, cù!

Per sette giorni meditate su tali precetti, cù!

Poi venite al mio cospetto, cù!”

 

Così parlò!

 

(Bya chos rin-chen  ’phreng-ba zhes bya-ba

bzhugs-so)


[Prosegue con il capitolo completo]







 

IL VELO DI ISIDE (46)

















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Di un soldato valoroso (45) 


Prosegue con...:


La caricatura umana (47)

 

 


 

 

 

A Boccaccio, i cinquanta fiorini che gli aveva lasciato Petrarca fecero un comodo birbone. Era finito male, povero, solo e malato. E fra le sue afflizioni, oltre a un eczema che gli divorava il corpo, c’erano anche quelle dello spirito.

 

Si considerava un fallito.

 

E si vergognava di aver scritto il Decamerone.

 

Era nato sessant’anni prima a Parigi, frutto di una relazione illegittima fra un mercante fiorentino andato lassù a vendere stoffe e una donna di cui non è dubbio soltanto il nome, ma anche i costumi. Forse questa origine bastarda non è estranea al carattere dell’uomo e al suo destino. Suo padre tuttavia riconobbe il piccolo Giovanni, e se lo condusse in patria, a Certaldo, dove il ragazzo crebbe abbastanza malinconicamente sotto le scarse attenzioni di una matrigna.




All’età di quindici anni - ed era il 1328 - lo mandarono a Napoli a far pratica di contabilità commerciale presso una succursale dei banchieri fiorentini Bardi, con cui messer Boccaccio era in rapporti di affari. Giovanni prese la computisteria e i libri mastri nella stessa uggia in cui Petrarca aveva tenuto il Diritto e i codici. Ma Napoli gli piacque e ne serbò sempre la nostalgia. Quella città rumorosa, colorata e gaia era congeniale al suo temperamento estroverso, disordinato e sensuale.

 

Per fortuna, a tenerlo un po’ in briglia, c’era la vocazione letteraria, che gli si rivelò subito. Perse la testa per Ovidio. Per leggerlo in lingua originale, studiò il latino. Trascorse le notti a declamare a memoria le Metamorfosi. E la mattina arrivava in ufficio così assonnato e intontito che alla fine dovettero licenziarlo. Suo padre si arrese all’evidenza e rinunziando all’idea di ricavare da quel rampollo un banchiere o un mercante, gli garantì l’assegno mensile a patto che s’iscrivesse alla facoltà di diritto canonico. Giovanni promise e seguitò a fornicare con Ovidio e la letteratura.




Alla messa del Sabato Santo del 1331 (o 1336), cioè nelle stesse circostanze in cui quattro anni prima Laura era apparsa a Petrarca, vide per la prima volta Fiammetta e ne rimase incenerito. Ecco un’altra identità difficile da accertare e di cui tuttora si discute. Ma pare che si trattasse di una certa Maria, figlia naturale di Re Roberto, andata sposa a un Conte d’Aquino. Boccaccio, povero ragazzo, si provò a guardarla con gli stessi occhi con cui Dante aveva guardato Beatrice.

 

Il velo di Iside fa’ la sua segreta comparsa…

 

(I. Montanelli)




Si è appena detto che i natali (di Giovanni) sono da stabilirsi a Parigi, e Paris non è para ma Paria Iside: a questa scoperta Jean Tristan, signore di Saint-Amant (1644) giunge basandosi sulle medaglie di Elena, sposa di Giuliano che fu per cinque anni governatore della Gallia e risiedette a Lutezia nel 358 e nel 359. Essa appare ritratta nei panni della dea, con un sistro in mano e la dicitura Isis Paria o Isis Faria. Secondo una diffusa opinione l’epiteto Paria, Pharia o Faria deriverebbe dal Faro di Alessandria, ma per il numismatico il processo è inverso: nel suo secondo libro ‘Ad nationes’ Tertulliano non dice forse che Pharia era la figlia di Farao o Faraone, re d’Egitto?

 

Il dottore della Chiesa narra inoltre che il monarca l’aveva data in sposa a Giuseppe, il quale aveva salvato il popolo egizio dalla carestia ed era stato soprannominato Serapide per l’acconciatura che gli adornava il capo. Ma Serapide era lo sposo di Iside; quello che compare sia nel Pharos alessandrino sia nella capitale francese è dunque il vero, l’antico nome della dea, in cui Pharia deriva da Faraone: ‘I Parigini [Parisiens] avevano preso nome da PARIA ISIS, a causa del culto di questa Dea che essi avevano introdotto tanto in Illiria quanto in Gallia, nella regione vicina al fiume Senna e a Lutezia, chiamata per questo Lutezia dei Parisini o Farisini’.




In un frammento di sant’Ilario, che parla del sinodo di Rimini, la città di Parigi viene chiamata Farisea civitas. Era quindi naturale che Parigi, città faraonica, prendesse come stemma la nave sacra, l’Isidis Navigium venerato nella valle del Nilo, nella terra degli svevi e a Roma. A Parigi, però, il rito era celebrato più religiosamente e più particolarmente che in altri luoghi…

 

Giuliano scelse quindi questa città come capitale non tanto per la salubrità del clima quanto per il culto di Isis Faria, che vi aveva trovato saldamente radicato e di cui era anch’egli adepto: Questa Dea, infatti, era la principale divinità adorata dai Parigini…

 

(J. Baltrusaitis)




Prima che venisse elaborata l’idea di natura s’immaginava che solo gli dèi avessero accesso al funzionamento segreto delle cose visibili e invisibili - un segreto che veniva nascosto agli uomini. Già nell’Odissea; quando Ermete insegna a Ulisse come riconoscere la physis, l’aspetto dell’ erba di vita, gli dice:

 

Non senza sforzo i mortali lo strappano; mentre gli dèi possono tutto.

 

Come deplorava Alcmeone di Crotone, nel VI o V secolo a.C.:

 

Delle cose visibili e invisibili soltanto gli dèi hanno conoscenza certa; gli uomini possono soltanto congetturare.




Non si tratta solo di conoscenza teorica, ma anche di un sapere concernente quanto vi è di più necessario alla vita. Gli dèi, in Omero, possiedono la sophia, ossia il saper fare, l’abilità nella costruzione degli oggetti che permettono all’uomo di migliorare la propria condizione, tipo imbarcazioni, o strumenti musicali, o prodotti in metallo. Mentre gli dèi, grazie al loro sapere, hanno vita facile gli uomini, ignoranti, conducono un’esistenza dura. Come dice Esiodo, è grazie a Prometeo che gli uomini hanno potuto strappare agli dèi alcuni dei loro segreti:

 

Gli dèi hanno celato ciò che fa vivere gli uomini; altrimenti, senza sforzo, ti basterebbe lavorare un giorno per raccogliere di che vivere tutto l’anno, senza fare nulla[ ... ]. Ma Zeus l’ha nascosto il giorno in cui, con l’animo corrucciato, si vide ingannato da Prometeo dal pensiero subdolo. Da quel giorno, egli riservò una triste sorte agli uomini. Nascose loro il fuoco. E fu ancora il coraggioso figlio di Giapeto a rubarlo al saggio Zeus.




Anche per Platone il segreto dei processi naturali è inaccessibile all’uomo, che non possiede mezzi tecnici per scoprirlo. Parlando dei colori, egli dichiara:

 

Se qualcuno, esaminando queste cose, volesse farne la riprova coi fatti, dimostrerebbe di ignorare la differenza che è tra la natura umana e la divina, per ciò che solo un dio ha ad un tempo scienza e potere in grado sufficiente per mescolare i molti in uno e di nuovo da uno scioglierli in molti, mentre degli uomini non ce n’è ora nessuno che sia capace dell’una o dell’altra di queste cose, né ci sarà mai in avvenire.

 

Dopo la comparsa dell’idea filosofica di natura, non si parlerà più di segreti divini, ma di segreti della natura. A poco a poco la Natura personificata diverrà essa stessa la detentrice di questi segreti. A seguito della personificazione della Natura, s’immaginerà che la difficoltà di conoscere la natura si spieghi in qualche modo col comportamento personale della natura che cerca di dissimularsi ed è gelosa dei propri segreti. Così diverrà possibile una nuova interpretazione dell’aforisma 123 di Eraclito: ‘La Natura ama nascondersi’.




[…] Prima di spiegare in che modo gli antichi e i moderni si sono sforzati di svelare e scoprire i segreti della natura, è utile chiedersi ancora che ne è stato della famosa sentenza nella tradizione antica. Ci sono voluti ben cinque secoli perché apparisse una citazione, esplicitamente attribuita al suo autore, di quest’aforisma di Eraclito. Come abbiamo accennato nelle pagine che precedono, l’evoluzione dell’idea di physis e la comparsa della metafora dei ‘segreti della natura’ hanno indotto i filosofi a pensare che l’aforisma di Eraclito significasse: ‘La Natura ama nascondersi’.




Dato che la metafora dei ‘segreti della natura’ era assai diffusa al tempo, ci si sarebbe potuti aspettare che il nostro aforisma fosse citato per illustrare le difficoltà che l’uomo incontra nel conoscere i fenomeni naturali e nel costruire la parte ‘fisica’ della filosofia. Eppure, nulla di tutto ciò. Quando la sentenza è citata da Filone di Alessandria, all’inizio dell’era cristiana, oppure da Porfirio, da Giuliano, da Temistio nel III e IV secolo, benché essa abbia per soggetto il termine ‘Natura’, è sempre applicata al divino, agli dèi e al discorso sugli dèi, vale a dire alla teologia.

 

Ad esempio, Giuliano parla, in proposito, di teologia mistagogica. Si può spiegare il fatto in due modi: mentre per noi la parola ‘teologia’ porta subito alla mente ragionamenti metafisici basati sui dogmi di una religione o sui testi sacri, le cose andavano diversamente per i Greci...


[Prosegue con il capitolo completo]