giuliano

lunedì 17 marzo 2014

L'ASSEDIO DI NAMUR (2)


















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L'assedio di Namur













Zio Tobia ricambiava codeste dimostrazioni di affetto, in quanto se lo sentiva vicino per affinità di gusti: il caporale Trim – lo chiamerò sempre così – nei quattro anni di assistenza al suo padrone era venuto necessariamente a contatto con le sue teorie sulle città fortificate, curiosando e ficcando il naso nelle sue scartoffie; e subito si appassionò ad esse, non tanto perché gli interessassero personalmente, quanto piuttosto per sentirsi più vicino al suo signore. Insomma si impratichì talmente di questa scienza che la cuoca e la cameriera pensavano si intendesse di fortificazioni assai più dello stesso zio Tobia.
Mancherebbe solo una pennellata per completare il quadro del carattere di Trim, ed è proprio quella che guasta un poco il ritratto del nostro uomo. Gli piaceva immensamente dare consigli. O piuttosto, ascoltarsi parlare; però il suo contegno era sempre così rispettoso che non costava fatica farlo tacere, quando lo si desiderasse, o rimettergli di nuovo in moto la lingua.




Trim non aveva una conversazione impegnativa: era soltanto loquace, ecco tutto; e la sua abitudine di intercalare nel discorso le parole ‘Vostro Onore’, indice secondo lui di massimo rispetto, anche se annoiava un poco, non poteva certamente indisporre. Infatti zio Tobia ben di rado aveva mostrato di seccarsene o, per lo meno, questo difetto di Trim non aveva mai portato alla rottura degli ottimi rapporti che intercorrevano fra i due.
Già vi dissi che zio Tobia voleva davvero bene al suo servitore e, siccome lo aveva sempre al suo fianco, fedele e umile amico, non se la sentiva di tappargli la bocca.
Così era il caporale Trim….
‘Se io osassi’, continuò Trim, ‘dare un consiglio a vostro Onore e dire la mia opinione in proposito…’ ‘Le tue opinioni, Trim, mi sono più che gradite’, lo interruppe zio Tobia; ‘dimmi, dimmi dunque il tuo parere sull’argomento, senza troppa paura’. ‘Ecco’, riprese Trim, ‘io penso’, disse Trim, sistemando un po’ in avanti la gamba sinistra, che era poi quella malata, e additando con la mano destra una mappa di Dunkerque, attaccata alla parete con degli spilli, ‘io penso’, ripeté, ‘con tutto il rispetto e la dovuta sottomissione al parere di Vostro Onore, che questi progetti di pivellini, bastioni, cortine e opere a corno vengono realizzati in maniera meschina e spregevole qui sulla carta, mentre se Vostro Onore riflettesse alla mole di lavoro che potremmo svolgere in campagna con uno iugero o magari uno iugero e mezzo di terra a nostra disposizione, non esiterebbe certo nella scelta… L’estate sta arrivando; Vostro Onore potrebbe starsene seduto sull’uscio di casa e darmi la… nografia….’.




‘… Iconografia’, corresse mio zio, ‘iconografia si dice’, ‘della città e della cittadella; e possa io venire impallinato da Vostro Onore in mezzo alle mie fortificazioni se non le costruirò secondo il volere e i desideri di Vostro Onore. ‘Non dubito affatto delle tue capacità, Trim’, rispose mio zio. E il caporale, incalzando: ‘Perché se Vostro Onore mi insegnerà il perimetro, con tutte le righe e gli angoli esatti… tutte cose che potrò fare benissimo… Allora potrei iniziare con il fossato e se Vostro Onore vorrà indicarmi la profondità e la larghezza…’. ‘Me certo, Trim! Ti farò avere le misure precise!’; ‘… e potrei scavare la terra da questo lato, verso la città, per costruire la scarpa e da quest’altro lato verso gli accampamenti d’Inverno per la controscarpa….’; ‘Ottimamente Trim’, fece zio Tobia.
‘Quando avremo sgomberato la mente da questi primi desideri, procederemo, se così piacerà a Vostro Onore, alla costruzione delle trincee come se ne trovano di migliori nelle Fiandre, con le zolle erbose; e quando vostro Onore troverà che anche tutti questi progetti sono stati eseguiti a dovere costruiremo sempre con zolle erbose, valli e parapetti…’. ‘I migliori ingegneri, Trim, li chiamano  gazons’ , suggerì zio Tobia. ‘Che si chiamino gazons o zolle erbose, non ha poi grande importanza’, replicò Trim. ‘Vostro Onore sa che offrono risultati dieci volte migliori di un muro di pietre o mattoni’.




‘E’ vero Trim, riconosco che in alcuni casi possono offrire dei vantaggi’, assentì zio Tobia con un cenno del capo, ‘perché una palla di cannone può penetrare in un terrapieno in linea retta senza trascinare giù macerie che potrebbero riempire il fossato e facilitare così il passaggio ai nemici’. ‘Giacchè Vostro Onore comprende perfettamente tutti i vantaggi’, incalzò entusiasta il caporale Trim, ‘meglio di un ufficiale al servizio di Sua Maestà, perché non revocare l’ordine di acquisto della tavola e andare invece in campagna, dove io potrei lavorare come un cavallo sotto la direzione di Vostro Onore e costruire fortificazioni più robuste di una pianta di tanaceto, con annesse batterie, trincee e palizzate tali che varrebbe la pena di percorrere venti miglia per venire ad ammirarle?’.
Come Trim proseguiva nella descrizione dei lavori, zio Tobia diveniva ora pallido ora rosso; e non era un arrossire per colpa o modestia o per rabbia, era un  arrossire di gioia, era come se il progetto e la descrizione del caporale Trim gli avessero messo il fuoco in corpo. ‘Fermati, Trim’, gridò zio Tobia. ‘Fermati, hai detto abbastanza!...’. E quell’altro di rimando: ‘Potremmo riprendere la storia della campagna militare dal giorno stesso in cui Sua Maestà e gli alleati scesero in campo e demolirono le fortificazioni, città per città, con una velocità tale…’.




‘Trim, Trim, non dire di più!...’, esclamò lo zio Tobia.
E Trim imperterrito: ‘Vostro Onore potrebbe starsene seduto alla sua poltrona, all’aperto se il tempo sarà bello, e impartirmi ordini; io potrei così….’.
‘Non dir di più, Trim!’, ripeté mio zio….
E quello, ormai lanciatissimo nella sua narrazione: ‘Inoltre Vostro Onore non potrebbe trovare passatempo migliore e più piacevole: aria buona, ginnastica e tanta salute! Son certo che la ferita di Vostro Onore guarirebbe in un mese…’.
‘Hai parlato abbastanza, Trim’, insisté zio Tobia, infilando con forza le mani nelle tasche dei pantaloni, ‘questo progetto mi piace alla…. Follia…’.

domenica 9 marzo 2014

DIVERGENZE DI OPINIONI (2)



















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divergenze di opinioni












Mia nonna, lei correva avanti ai raiders e avvertiva tutti in
modo che potevano nascondere la roba e quello che aveva-
no.
Dicono che la sentivi chiamare a un miglio di distanza. E c'-
era sempre qualcuno in ascolto, e quando la sentivano allora
prendevano la roba e la nascondevano' (Melinda Slusher).
In molti racconti, sono le donne che danno l'allarme, come
se la memoria affidasse a loro il compito di proteggere la co-
munità dal flagello maschile della guerra.
Qualcuna prese anche le armi ('Si racconta che Nancy, figlia
di Moses Cawood, indossò abiti maschili e cavalcò con la
cavalleria confederata'), ma la maggior parte svolsero so-
prattutto il compito di nutrire gli affamati e curare i feriti.




Martha Napier: 'Mia bisnonna Wilson, era vecchia, si mette-
va lì e raccontava a noi piccoli, ma non la stavamo granché
a sentire a quel tempo.
Stava lì e ci raccontava tutte le cose del mondo, quello che
faceva quando era giovane. Che portava da mangiare (ai ri-
fugiati).
C'era una caverna, lei portava da mangiare di nascosto, in
modo che i soldati non scoprissero dov'era. Per non farli am-
mazzare.
Ce ne saranno stati, diceva lei, 150 nascosti lì nei monti in
fondo alle rocce.




Erano credo, quelli che stavano dalla parte nostra, che com-
battevano per gli Stati Uniti.
Diceva che una volta passò un soldato che aveva la lingua
mezza tagliata, lei lo curò e lo assistette finché guarì e poté
mangiare e bere di nuovo.
Sapevo come si chiamava ma non me lo ricordo più.
Ero piccola quando ce l'ha raccontato'.
'La courthouse, il municipio di Harlan fu incendiato (dai su-
disti) durante la Guerra civile; così, c'è un sacco di storia da
queste parti che io non so' (Chester Napier).




Mildred Shackleford: 'Il nonno del padre di mia madre si
chiamava Devil Jim Turner.
L'hai sentito dire?
Era un vecchio cattivo.
Mio nonno mi ha raccontato che si diceva che aveva ucci-
so 22 persone in vita sua.
Morì a 91 anni e fu sepolto nello Stato di Washington per-
ché andò laggiù quando la vita qui si fece troppo difficile
per lui.
Una delle storie che mi ha detto mio nonno - lui rapinava
la gente. Sai che le ostetriche che andavano a far nascere
i bambini a quel tempo venivano pagate, mi pare un quar-
to di dollaro a bambino.




E una sera c'era un'ostetrica che aveva avuto un colpo di
fortuna perché aveva fatto nascere due gemelli e aveva
preso 50 centesimi.
Tornava a casa passando per i boschi e Devil Jim la fermò
e le disse di dargli i soldi.
Lei gli diede un quarto di dollaro. Le disse, 'No, anche quel-
l'altro. Lo so che hai fatto nascere gemelli stasera, dammi
anche l'altro'.
Così li perse.
Mio nonno diceva che una sera la gente si era stufata di es-
sere rapinata, picchiata e di tutto quello che lui gli faceva, e
sei membri della comunità si riunirono e decisero che questo
posto sarebbe stato migliore senza di lui, lo picchiarono e
pensavano che era morto.
Lo portarono sulla collina e lo buttarono su un cespuglio e lo
diedero per morto. Restò lì due o tre giorni, poi si riprese ab-
bastanza da strisciare fino a casa.
Ci mise sei mesi per recuperare dalle botte che aveva preso.
E ci mise altri sei mesi per ammazzarli tutti e sei.......
(A. Portelli, America Profonda)
















venerdì 7 marzo 2014

SETTE ANNI PRIMA (Guerra e pace...)


















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Sette anni prima (Guerra e pace...)














A parte il cattivo e accidioso carattere di Sofija, largamente riconosciuto, Tolstoj non doveva essere un marito comodo. Si legge nel suo diario: ‘Mi è indispensabile possedere una donna. La lussuria non mi lascia in pace’.
Henri Troyat ha annotato qualche avventura: da giovanotto seduce Gasa, una serva, e la zia Antoinette, per punire la svergognata, la scaccia; di un’altra, ancora a settant’anni, ricorda ‘il corpo vigoroso’; dalla contadina Aksinja, che è la sua amante per tre anni, ha un figlio, Timofej, che guida la slitta e lo chiama ‘signore’. Confessò poi, nella tarda età: ‘Io ero insaziabile’.  
Alla minima contrarietà si inaspriva, e aveva eccessi di febbre e crampi allo stomaco. Non risparmiava neppure i giudizi severi e ingiusti; Dostojevskij aveva trovato Anna Karenina ‘un romanzo piuttosto noioso e per nulla straordinario’; Tolstoj ricambiava dicendo dei fratelli Karamazov: ‘Non sono riuscito ad arrivare fino in fondo. Basterebbe in tutta la vita, un unico, buon libro’.




Mi mostrano una pesante macchina da scrivere Remington, il registratore che Edison gli mandò in dono; ricordo le memorie di Bulgakov, il segretario che fu testimone delle passioni degli ultimi anni: Lev Nikolajevic ascolta senza emozione la sua voce, riceve tutti, a tutti scrive. ‘Egli stendeva una prima bozza’ ricorda Aleksandra, l’unica figlia superstite ‘che io copiavo con larghi margini tutto attorno, e gliela portavo alle nove del mattino. All’una, o all’una e mezzo, scendeva a colazione, e io riprendevo il manoscritto rielaborato: non rimaneva più nulla della primitiva stesura. Riscriveva nei margini e fra le righe, senza lasciare il minimo spazio. Io allora ribattevo il testo. Un articolo dovetti rifarlo cinquanta volte’.
Questa macchina, penso, ha battuto le pagine della ‘sonata a Kreutzer’; ha raccontato le meditazioni del generale Kutuzov sotto l’incalzare delle truppe napoleoniche, e l’incendio di Mosca; ha risposto alla lettera del contadino di Kolacev che chiedeva a Tolstoj di spiegargli il senso della vita e di Dio; a quella del commerciante di Samara che aveva dubbi sull’oltretomba: ‘Ci sarà per l’anima un premio o un castigo?’; alla ragazza di Pjatigorsk che, disperata e sola, voleva avvelenarsi con l’acido fenico.




Un pianoforte, un samovar d’argento, un barometro.
Guardo alcune fotografie che mostrano il vecchio Lev: ha quasi ottant’anni, e galoppa nella grande pianura, su uno sfondo di rami spogli; guida un aratro trainato da due cavalli bianchi; eccolo sotto l’enorme quercia che chiamavano ‘l’albero dei poveri’, porta un berretto bianco, accarezza una bimba dalla sottana troppo lunga, i capelli nascosti sotto il fazzoletto, come le donne.
Discute con i contadini che al suo passaggio si tolgono il cappello, passa intere notti a parlare della morte, della precarietà delle giornate terrene, dello spirito che continua. Passo per la camera degli ospiti, dove soggiornarono Gorkij e Cechov; Cechov aveva un sorriso sbiadito, gli occhi rassegnati; la faccia da popolano di Gorkij rivela fierezza e duri propositi.
Guardo i libri che Lev consultava spesso: un dizionario enciclopedico, il Corano, la Bibbia, Platone e Confucio. Vicino allo scaffale c’è la riproduzione di una Madonna di Raffaello che amava. A una parete sono appese le corna di un’alce, forse trofeo di una caccia nelle foreste che si distendono qui attorno. I quadri del pittore Orlov, nel salotto, rappresentano le stagioni in campagna: si miete la segale, si portano i puledri ai pascoli, fumano i camini delle isbe, e i bambini giocano nella fangosa piazzetta del villaggio. Anche lui portava la lunga camicia bianca, come i pastori e i contadini, col cinturone di cuoio e gli stivali di feltro.




Mi fermo davanti alla sua scrivania: è posta sotto una finestra, si vedono abeti, faggi e l’erba verde; qui passò lunghe ore a meditare sulla sorte degli uomini e a inventare un destino per Liza, per Natasa, per Anna o per Katjusa, per Nechljudov, per Vronskij, o per Pierre Bezuchov, le sue creature. ‘Tutte le felicità si assomigliano’ ha scritto ‘ma ogni infelicità ha la sua fisionomia particolare’.
Camminava tra questi boschi, lungo i sentieri tracciati tra gli sterpi, spesso solo, alla ricerca di se stesso e della verità, si sedeva incappottato, mentre i pioppi rabbrividivano nel vento dell’autunno, sotto il balcone di legno, a leggere la corrispondenza o a raccontare favole ai nipotini, ascoltava la gente e spiegava ai paesani che presto qualcosa sarebbe accaduto, e anche la Russia sarebbe cambiata….
Dalla Siberia gli arrivò la lettera di un rivoluzionario…




Diceva: ‘Ebbene, Lev Nikolajevic, a voi che vi trovate dinanzi alla morte debbo dire che il mondo affogherà ancora una volta nel sangue e ucciderà non solo i signori, uomini e donne, ma anche i loro figli, perché non possano nuocere. Mi dispiace che non possiate vivere fino a quel tempo, e vi auguro una fine felice’.
Anche Tolstoj sentiva che la tempesta stava per scatenarsi; anche lui voleva una rivoluzione ma senza crudeltà che ogni rivolta trascina. Esortava: ‘Non commettete mai nulla che sia contrario all’amore’.
… Se ne andò sette anni prima….
Aveva detto: ‘Non sono che uno scrittore di un’epoca di transizione….’.  

(E. Biagi)

















lunedì 3 marzo 2014

TRE LAPIDI






































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Mark Twain











Arlo Will



Avete mai visto un alligatore
uscire all'aria dal fango,
fissando senza sguardo il grande bagliore del pomeriggio?
Avete mai visto i cavalli in scuderia, la notte,
tremare e ritrarsi alla luce di una lanterna?
Avete mai camminato nell'oscurità
e poi una porta ignota vi si è aperta innanzi
lasciandovi, pareva, alla luce di mille candele
di cera finissima?
Avete mai camminato col vento nelle orecchie
e intorno la luce del sole
che improvvisamente splendeva di un segreto fulgore?
Tante volte dal fango,
davanti a tante porte di luce,
per sterminati campi di fulgori,
che intorno ai tuoi passi un tacito alone irradia
come neve recente,
tu andrai attraverso la terra, o anima forte,
e attraverso innumerevoli cieli,
verso la vampa finale!





Judson Stoddard




Sulla cima di una montagna, sopra le nuvole
che come un mare mi si stendevano ai piedi,
dissi: quella vetta è il pensiero del Budda,
e quella è la preghiera di Gesù,
e quella il sogno di Platone,
e quella laggiù il canto di Dante,
e quella è Kant e questa è Newton,
e questa Milton e questa Shakespeare,
e questa la speranza della Madre Chiesa,
e questa... ma tutte queste vette son poemi,
poemi e preghiere che fendono le nubi.
E dissi: 'Che cosa fa Iddio, delle montagne
che giungono quasi al cielo?'.





Elijah Browning




In mezzo ad una folla di bimbi
danzavo ai piedi di una montagna.
Una brezza si levò da oriente e li spazzò come foglie,
trascinandone alcuni sopra i pendii... tutto cambiò.
C'eran luci fluttuanti, e lune mistiche, e musica di sogno.
Una nuvola cadde. Quando si alzò, tutt'era mutato.
Adesso ero in mezzo a folle rissanti.
Poi una figura d'oro splendente, e una con la tromba,
e una con lo scettro mi sorsero innanzi.
Mi beffarono e danzarono una ridda e svanirono...
Tutto mutò di nuovo. Da una pergola di papaveri
una donna si denudava i seni e porgeva la bocca aperta alla mia.
La baciai. Le sue labbra sapevano di sale.
Mi lasciò stille di sangue alle labbra. Caddi esausto.
Mi alzai e salii più in alto, ma una nebbia come da un monte di ghiaccio
offuscò i miei passi. Avevo freddo e soffrivo.
Poi il sole tornò a splendermi addosso,
e vidi nebbie sotto di me nascondere tutto.
Allora, curvo sul bastone, mi riconobbi
proiettato contro la neve. E intorno
era l'aria silente, trafitta da un cono di ghiaccio,
e su esso pendeva un'unica stella!
Un brivido d'estasi, un brividi di terrore
mi percorse. Ma non potevo tornare ai pendii -
anzi, non desideravo tornare.
Perché le onde spossate della sinfonia di libertà
baciavano le rocce intorno a me.
Perciò mi diedi a scalare la vetta.
Gettai il bastone.
Toccai quella stella
con la mano distesa.
Mi dileguai del tutto.
Perché la montagna affida alla Verità Sconfinata
chiunque tocchi la stella!


(Masters, Antologia di Spoon River)



















venerdì 28 febbraio 2014

LA CHIESA DI SHILOH (3)















































Precedenti capitoli:

La chiesa di Shiloh (2) &

La chiesa di Shiloh (49)













... Alternativamente (e al contempo) dalle forze belligeranti, e uno scontro violento si era verificato nelle immediate vicinanze della casa dei Lassiter.
Ma di tutto ciò il giovane soldato di cavalleria non sapeva nulla….
Ritrovandosi accampato vicino a casa, provò il desiderio naturale di vedere i genitori e la sorella, con la speranza che in loro l’innaturale animosità della guerra fosse stata addolcita dal tempo e dalla separazione, com’era successo a lui.




Ottenuta una licenza, un tardo pomeriggio estivo si mise in cammino e, subito dopo che la luna piena si fu levata in cielo, si ritrovò a percorrere il sentiero di ghiaia che conduceva alla casa in cui era nato. I soldati in guerra invecchiano in fretta e, in gioventù, due anni sono un periodo lunghissimo.
Barr Lassiter si sentiva un vecchio, e si era quasi aspettato di trovare l’edificio in rovina e in uno stato di abbandono. In apparenza, non era cambiato nulla… Alla vista di tutti gli oggetti cari e familiari provò una profonda commozione. Il cuore gli batté all’impazzata, soffocò quasi per l’emozione e si sentì un groppo in gola.
Inconsciamente affrettò il passo fin quasi a correre, mentre la sua lunga ombra faceva sforzi grotteschi per stargli dietro….




La casa era buia, e la porta aperta… Quando si avvicinò e si fermò per riprendere il dominio di sé, il padre varcò la soglia e rimase a capo scoperto al chiaro di luna….
‘Padre!’, esclamò il giovane, lanciandosi in avanti con le braccia protese. ‘Padre!’. L’uomo più anziano gli rivolse un’occhiata severa, rimase immobile per un attimo e, senza dire una parola, si ritirò in casa. Amaramente deluso, umiliato, indicibilmente ferito e completamente annichilito, il soldato si lasciò cadere su una rozza panca in preda allo sconforto più profondo, reggendosi la testa con mani tremanti. Ma non poteva sopportare che le cose andassero in quel modo: era un soldato troppo in gamba per accettare di essere sconfitto con un rifiuto.




… Si alzò ed entrò in casa, dirigendosi subito verso il soggiorno… La stanza era debolmente illuminata da una finestra priva di tende, esposta a est. Su un alto sgabello accanto al focolare, l’unico mobile di quella stanza, era seduta la madre, che fissava il cammino cosparso di tizzoni anneriti e cenere fredda. Lui le parlò con tenerezza, con aria interrogativa e con esitazione, ma la donna non rispose, né si mosse, né sembrò mostrare alcun segno di sorpresa.
E’ vero, il marito aveva avuto il tempo di avvisarla del ritorno del figlio colpevole. Barr le si avvicinò e fu sul punto di posarle una mano sul braccio, quando la sorella entrò da una stanza adiacente, lo guardò dritto in volto, gli passò davanti senza far mostra di averlo riconosciuto e lasciò la stanza da una porta alle sue spalle.




Il giovane si era voltato e guardarla, ma quando ella se ne fu andata, i suoi occhi cercarono di nuovo la madre. Anche lei non c’era più….
Barr Lassiter si avviò a grandi passi verso la porta da cui era entrato. Il chiaro di luna fremeva sul prato, come se il manto erboso fosse stato un mare increspato. Gli alberi e le loro ombre nere tremavano come scossi dalla brezza….
Il sentiero di ghiaia dai bordi sfumati sembrava instabile e poco sicuro da percorrere. Il giovane soldato sapeva che si trattava di illusioni ottiche prodotte dalle lacrime. Se le sentì sulle guance e le vide luccicare sulla sua giacca da soldato di cavalleria.
Se ne andò e fece ritornò all’accampamento…




L’indomani senza uno scopo preciso e senza provare un sentimento dominante cui sarebbe stato in grado di dare un nome, si avviò di nuovo verso quel luogo. A meno di un chilometro di distanza dalla casa, s’imbatté in Bushrod Albro, un suo vecchio compagno di giochi e di studi che lo salutò calorosamente.
‘Vado a trovare la mia famiglia’, disse il soldato.
L’altro gli lanciò un’occhiata tagliente, ma non disse nulla…
‘So’, continuò Lassiter ‘che i miei non sono cambiati, ma…’.
‘Dei cambiamenti ci sono stati davvero’, lo interruppe Albro. ‘Tutto cambia. Se non ti dispiace, verrò con te. Possiamo scambiare due chiacchiere strada facendo’.




Ma Albro non parlò.
Al posto della casa trovarono solo delle fondamenta di pietra annerite dal fuoco, che circondavano un’area ricoperta di ceneri compatte punteggiate dalla pioggia.
Lassiter rimase estremamente sorpreso.
‘Non sono riuscito a trovare le parole giuste per dirtelo’, confessò Albro. ‘Durante la battaglia dell’anno scorso, una granata dei Federali ha bruciato la tua casa’.
‘E la mia famiglia… dove si trova?’.
‘In Paradiso, spero. Sono stati tutti uccisi dalla granata’.

(A. Bierce)



















sabato 22 febbraio 2014

ETERNO VOLTO DELL'IPOCRISIA DELLA VITA



















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La maschera caduta













... Egli non riuscì a capacitarsi di come i numerosi spettatori fossero spariti senza
che se ne fosse accorto: la sala era quasi vuota.....
Anche le quattro compagne di tavolo si erano defilate in silenzio. In vece loro
trovò un delicato presente sul suo bicchiere; era un biglietto da visita rosa con due
colombe che si baciavano e la scritta:

MADAME GITEL SCHLAMP
aperto tutta la notte
Waterloo Plein n. 21
 15 signore
  palazzo proprio

Allora era vero!
'Il signore desidera forse un biglietto per prolungare la serata?', chiese il came-
riere a bassa voce; sostituì lesto la tovaglia con una bianca di damasco, vi mise al
centro un mazzo di tulipani e apparecchiò con le posate d'argento.




... Un ventilatore gigantesco cominciò a ronzare aspirando l'aria della plebe....
Camerieri in livrea spruzzarono del profumo, una passatoia di velluto srotolò la sua
lingua sul pavimento fino al palcoscenico e comode poltrone di pelle grigia vennero
spinte nella sala.
Dalla strada proveniva un rumore di macchine e carrozze....
Signore in abito da sera di un'eleganza ricercata e signori in frac cominciarono ad
affluire: lo stesso pubblico internazionale e di gran classe, almeno in apparenza, che
Hauberrisser aveva visto poc'anzi accalcava davanti... al circo.....
In pochi minuti il locale si riempì fino all'ultimo posto...
Un leggero tintinnio di catenine di monocoli, risate a mezza voce, un frusciare di
gonne di seta, un profumo di guanti femminili e di tuberosa, lucenti collane di perle
brillanti a goccia, il sibilo emesso dalle bottiglie di champagne, il secco crepitare dei
cubetti di ghiaccio dei contenitori d'argento, l'abbaiare iroso di un cagnolino da salot-
to, bianche spalle di donna discretamente incipriate, morbide cascate di merletti, l'a-
roma innaturale agrodolce di sigarette del Caucaso, e quelle corrette all'oppio; l'im-
magine che la sala aveva offerto di sé solo pochi minuti prima non era più riconosci-
bile.




Al tavolo di Hauberrisser sedevano di nuovo quattro signore: una anziana con la lor-
gnette d'oro e tre giovani, una più bella dell'altra; russe dalle mani sottili e nervose, i
capelli biondi e gli occhi scuri che non ammiccavano mai, non evitavano gli sguardi
degli uomini e tuttavia sembravano non vederli.
Un giovane inglese, il cui frac già da lontano rivelava fattura di prim'ordine, passò
di lì, si fermò un istante e rivolse loro qualche parola cortese: un volto fine, elegan-
te e stanchissimo; la manica sinistra, vuota fino alla spalla, penzolava inerte renden-
do ancor più sottile quella figura alta ed esile, il monocolo era come incassato nell'-
orbita profonda sotto il sopracciglio.
Intorno, soltanto quel genere di persone che il filisteo di ogni nazionalità odia istin-
tivamente, proprio come il bastardo dalle zampe storte odia il cane di razza ben for-
mato. Creature che per la grande massa rimarranno sempre un enigma perché su-
scitano disprezzo e invidia allo stesso tempo; esseri che possono camminare nel
sangue senza batter ciglio, ma svenire se una forchetta stride sul piatto..; che met-
tono mano alla pistola se li guardi di traverso, ma ti sorridono calmi se li scopri a




barare o a truffare; che si inventano ogni giorno un nuovo vizio di fronte al quale
il 'borghese' si fa il segno della croce, e preferiscono patir la sete per tre giorni
pur di non bere dl bicchiere di un altro, che credono nel buon Dio come a qual-
cosa di ovvio e scontato, ma poi se ne distaccano ritenendolo privo di interesse;
persone considerate fatue da chi, in modo grossolano, crede che sia mera faccia-
ta quel che in realtà, da generazioni, è diventato la loro vera essenza.
Persone che non sono né fatue né profonde; creature che non hanno più un'anima
e per questo agli occhi della massa, che un'anima non l'avrà mai, sono quanto di
più esecrabile; aristocratici che preferiscono morire piuttosto che chinare il capo
e hanno un fiuto infallibile per riconoscere il proletariato, lo considerano inferiore
a un animale eppure inspiegabilmente gli si assoggetano se il caso lo pone sul tro-
no; potenti che diventano più vulnerabili di un bimbo se solo il destino aggrotta
la fronte.... strumento del diavolo e insieme suo trastullo.




Nel frattempo un'orchestra invisibile aveva terminato la marcia nuziale del Lohen-
grin. Una campanella squillò....  In sala si fece silenzio.... Sulla parete sopra il pal-
co si illuminarono delle minuscole lampadine a comporre la scritta:

     La Force d'Immagination!

... e un signore francese con l'aria del parrucchiere, in smoking e guanti bianchi,
coi capelli radi e il pizzetto, le guance flaccide, cascanti e giallognole, una roselli-
na rossa all'occhiello e gli occhi cerchiati, uscì da dietro il sipario, fece un inchino
e si abbandonò in silenzio su una poltrona al centro del palco.
Hauberrisser pensò che fosse la volta di un monologo più o meno licenzioso, di
quelli che si recitano nei cabaret, e irritato distolse lo sguardo quando l'attore -
era imbarazzato o solo il preludio di uno scherzo volgare? - cominciò ad armeg-
giare intorno al suo vestito.




Passò un minuto, nella sala e sul palco regnava ancora il più assoluto silenzio.
Poi, dall'orchestra, due violini attaccarono in sordina e come da grande distanza
si udì il suono struggente di un corno: 'Dio ti protegga, sarebbe stato troppo bel-
lo. Dio ti protegga, non avrebbe dovuto accadere'.
Hauberrisser, stupito, prese il suo binocolo da teatro e lo puntò sul palco.....
Per l'orrore gli cadde quasi di mano.
Che cos'era?
Che fosse improvvisamente impazzito?
Un sudore freddo gli ricoprì la fronte - sì, senza dubbio era impazzito!
Quel che vedeva non poteva davvero svolgersi sul palco, proprio lì davanti a
centinaia di spettatori, signori e signore che solo qualche mese prima appartene-
vano al bel mondo! In un porto nel Nieuve Dyk, magari, o in un'aula di anatomia,
ma lì?!
O stava sognando?




Era forse avvenuto un miracolo e la lancetta del tempo era tornata indietro all'-
epoca di Luigi XV?
L'attore teneva entrambe le mani premute sugli occhi, come chi impieghi tutta la
sua fantasia per immaginare qualcosa il più chiaramente possibile... dopo qualche
minuto si alzò, fece un inchino frettoloso e scomparve.
Hauberrisser gettò uno sguardo veloce alle signore del suo tavolo e agli spettato-
ri vicini: nessuno batteva ciglio. Solo una principessa russa ebbe il coraggio di ap-
plaudire con disinvoltura. Come nulla fosse accaduto la conversazione in sala
riprese allegramente.
Hauberrisser aveva la sensazione di essere seduto in mezzo a tanti spettri; passò
le dita sulla tovaglia e aspirò il profumo dei fiori impregnati di muschio: quel senso
di irrealtà crebbe in lui fino a trasformarsi nel più profondo terrore....
La campanella suonò nuovamente (con tutti i campanellini...) e la sala si oscurò....
Hauberrisser colse l'occasione per andarsene...
Fuori, nel vicolo, quasi si vergognò del suo turbamento...
'Che cos'è successo di così terribile, in fondo?' si domandò.....
Nulla che nella storia dell'umanità non si fosse ciclicamente ripetuto, e in forma
ben peggiore......

(G. Meyrink, Il volto verde)