giuliano

mercoledì 9 aprile 2014

IL PRIMO PENSIERO (25)



















Precedente capitolo:

Il Primo Pensiero (24)

Prosegue in:

La tempestosa nuvola del XIX secolo (26)  &  (27)  














Ma se egli vede solo i fatti comunemente visibili e se, dispiaciuto, vuole modificarli e credere di dover ideare, per far ciò, una regola, allora non ha inventiva. Tutte le regole del mondo non gli gioveranno e se proverà a disegnare una cosa diversa dai fatti materiali visibili, sciuperà la sua vita e produrrà solo assurdità scientifiche…. Colga ciò che può cogliere, subito e con chiarezza, e si accontenti. La pura storia e la pura topografia sono estremamente preziose, spesso assai più utili al genere umano di un’alta opera Immaginativa.
Di certo è stabilito che, tra chi si dedica all’arte, i più non devono aspirare a risultati di maggiore valore. E’ sempre la vanità a spingere gli uomini verso il tradimento della Verità semplice, mai l’amore o altri sentimenti nobili; la vana ricerca di una verità immaginativa destinata a rimanere, per loro, sigillata…. E non si creda che artisti meno dotati di immaginazione debbano essere frenati da un dubbio riguardo alle caratteristiche dei loro poteri. In genere, un’immaginazione assolutamente nobile è irresistibile, dunque coloro che riescono a resisterle dovrebbero farlo. 
Se sei capace di una semplice pittura topografica, fanne pratica; se la Natura ti vuole diverso, ti obbligherà ad esserlo. Ma non fare mai uno sforzo per essere profeta. Svolgi con tranquillità il tuo lavoro nei campi e, se è tuo destino, lo Spirito verrà da te, nei campi….. Soprattutto cerca di essere rapido nel cogliere l’altrui nobiltà di Spirito, nel capire istantaneamente la differenza tra la Sua vera espressione e le malsane imitazioni….




L’artista realmente dotato di inventiva affronta il lavoro con un procedimento in tutto differente. Per prima cosa accoglie dal luogo un’impressione vera e si preoccupa di conservarla alla stregua di un bene irrinunciabile. In effetti, non ha bisogno di presentare attenzione, perché la differenza principale tra la sua mente e quella degli altri consiste nella capacità di accogliere tali sensazioni istantaneamente e con grande forza, e nell’incapacità di perderle una volta provate.
Dopo di ciò, si dispone a riprodurre, per quanto possibile (la materia sarà eterna nemica), la stessa sensazione nella mente di chi osserverà il suo quadro (poesia o rima che sia….). L’impressione generata non dipende mai dal semplice squarcio di paesaggio racchiuso nei limiti del quadro. Dipende dal temperamento indotto nella Mente all’intero paesaggio circostante e dalla realtà osservata nel corso della giornata. 
Nessun luogo specifico su cui può momentaneamente poggiarsi lo sguardo del pittore è, per lui, ciò che, visto in se stesso, apparirà al futuro spettatore del quadro. Non è nemmeno ciò che sarebbe stato per quello spettatore se, anziché vederlo isolato in mostra su di un muro, egli vi si fosse accostato per gradi, seguendo le indicazioni della Natura stessa. Ad esempio, scendendo dal San Gottardo verso l’Italia, subito dopo essere passati attraverso la stretta gola sopra Faido, la strada sbuca in una vallata di un certo respiro, colma di pietre cadute e detriti, in parte riversati dal Ticino quando balza fuori dall’abisso più stretto e in parte portate dalle valanghe invernali giù da un gruppo di montagne sparse e in decomposizione, collocate sulla sinistra. Al di là di questo primo promontorio si vede una catena più alta, ma non imponente, che si eleva sopra il villaggio di Faido…. La scena, di per sé, non ha nulla di interessante o impressionante. Le montagne non sono né alte né particolarmente belle e i cumuli di pietre che intralciano l’andamento del Ticino non mostrano, a uno sguardo comune, alcunché di notevole…. Pur non dominata da montagne di grande altezza, la scena viene sentita come appartenente, nei suoi caratteri essenziali, alla forza delle potenti montagne viste più a nord.




La rappresentazione topografica dei fatti non potrà mai indurre nella mente dello spettatore le sensazioni che verrebbero suscitate dai fatti stessi se visti nei naturali rapporti tra loro. Il grande paesaggista deve darsi come compito la resa di una Verità più profonda e complessa che si ottiene non con l’osservazione fisica ma con lo sguardo della mente; deve arrivare a una raffigurazione, magari del tutto inutile per geografi ed ingegneri o infedele se sottoposta a una verifica fatta di misure e regole, ma capace di produrre nella Mente dello spettatore l’impressione esatta prodotta dalla realtà, suscitando in lui lo stato d’animo che avrebbe avuto se veramente fosse disceso nella vallata attraverso la gola di Airolo….
Si osservi: se nel tentativo di fare ciò, l’artista non coglie la sacralità della Verità di ‘impressione’ e immagina che, allontanato il suo… Primo Pensiero, potrà avvalersi della filosofia per arrivare a una composizione più graziosa di ciò che ha visto e più potente di ciò che ha sentito, allora non ha speranze. Ogni simile tentativo di composizione sarà assolutamente fallimentare e finirà per non essere né vero né fantasioso, geograficamente inutile e intellettualmente assurdo. Ma se, attenendosi al suo Primo Pensiero, si accorgerà che altre idee si stanno inavvertitamente raccogliendo intorno ad esso, trasformando involontariamente l’immagine e lo Spirito del luogo, si abbandoni alle sue fantasie e le segua ovunque lo conducano….. Anche se si tratta di un errore oggi assai raro, e infatti ‘possibile’ sottoporre quei Pensieri a una verifica matematica, ad una qualche prova di concretezza che indebolisce se non addirittura svilisce del tutto quella potenza, quella Prima Potenza e Facoltà Immaginativa….  




Fin dalla giovane età Turner nutrì una passione nei confronti delle pietre, grandi o piccole, sciolte o incassate, tagliate a spigolo o consunte come ciottoli, colse l’occasione favorevole per fare ciò che chiamò un ‘memorandum’ del luogo: pochi tratti di penna su di un sottile foglio di carta, che successivamente avrebbe arrotolato insieme ad altri simili e sistemato nella propria tasca…. Eleva poi, in misura ancor maggiore le montagne retrostanti, rappresentando tre o quattro catene anziché una, ma unite alla base in un unico massiccio che, nella rappresentazione, sovrasta la vallata facendola quasi apparire un abisso simile a quello appena attraversato. Ottiene così unitarietà tra questo burrone e quello delle valle di pietre. Avverte nei pochi alberi della valle infossata uno spirito in contrasto con le pietre e dunque li abbatte, al pari degli altri.
… Pensa che dovrebbe essere sul percorso del torrente e delle valanghe, così abbatte il ponte più vicino e ripristina quello lontano, dove suppone minore la forza del torrente…, ho detto ‘Pensa’ questo e ‘introduce’ quello. Ma, per esprimerci con maggior rigore, Turner non Pensa affatto! Se avesse pensato, avrebbe immediatamente sbagliato tutto… Solo l’artista goffo e incapace d’Invenzione (che non sia meccanica..).., Pensa! I cambiamenti descritti si affacciano alla sua mente senza esercizio di volontà. E’ posseduto da un Sogno che urla e comanda: “DEVE ESSERE COSI’ ”; non riesce a vedere e ad agire diversamente da come il Sogno comanda…..




Tre mesi dopo ‘Of Many Things’, viene pubblicato un nuovo volume di ‘Modern Painters’, il quarto. Finalmente vede la luce la grande opera di John Ruskin sulle Alpi, ‘Of Montain Beauty’. La gestazione è stata lunga: già subito dopo l’uscita del primo volume di ‘Modern Painters’, nel 1843, Ruskin aveva cominciato a pensare a questo progetto; i viaggi nelle Alpi del 1844 e del 1845 ed i successivi erano serviti a raccogliere i materiali per realizzarlo, ma probabilmente John non era rimasto del tutto soddisfatto dei risultati e aveva ritenuto necessario il nuovo viaggio alpino del 1849.
Nel frattempo i nuovi interessi lo avevano portato a concentrarsi sulla storia dell’arte e dell’architettura e solo nel 1854 era riuscito a trovare il Tempo e la voglia di rimettere mano alle carte raccolte. Il risultato è un libro il cui contenuto è molto più compatto e più unitario di quello dei volumi precedenti, un vero e proprio ‘trattato di montagnologia’. Soprattutto, si tratta di un atto di amore verso le montagne. Su questo l’autore è esplicito e netto: ‘Le montagne sono l’inizio e la fine di tutto lo scenario naturale e i miei affetti sono completamente legati ad esse; ed alle forme del paesaggio sottostante che ad esse conduce’.




In che misura l’azione della potenza dovuta alla maturità si sia limitata alla raccolta dei ricordi rimane, come detto, una questione indefinita… In ogni caso, credo che la mente di Turner differisca dalle altre tanto per l’evidente attitudine a trasformare e stabilire delle regole, quanto per l’evidente attitudine a rendersi ricettiva e passiva.
Con il procedere dei miei studi la sua raffinata capacità di percepire e ricordare mi appare sempre più come il fondamento della sua grandezza. Di conseguenza, sempre più mi convinco di quanto ebbi a sostenere, ormai molti anni fa, in merito all’Immaginazione: la sua forza è nella straordinaria, doppia facoltà di intuizione e previsione. Non è dunque una facoltà falsa e ingannevole, al contrario, è proprio la più precisa e veritiera tra le facoltà di cui la mente è dotata.
Soprattutto veritiera, perché il ‘suo’ operare implica un annullamento della vanità e dell’individualismo tipici dell’uomo. L’uomo si trasforma in un semplice strumento, uno specchio al servizio di una Potenza Superiore, utilizzato per rimandare ad altri una verità che non potrebbe contrastare, neppure in uno sforzo supremo. Così ogni Verità matematica, aritmetica o genericamente scientifica appare, al confronto, esteriore e superficiale, incomprensibile e debole!
SOLO LA VERITA’ IMMAGINATIVA E’ PREZIOSA. SE DESIDERIAMO CONOSCERE I DATI ESSENZIALI NON DOBBIAMO RIVOLGERCI A ECONOMISTI, POLITICI O MATEMATICI, MA PIUTTOSTO AI POETI CHE, A MIO PARERE, COLGONO LA REALTA’ MEGLIO DI CHIUNQUE ALTRO….. 

(J. Ruskin, Pittori Moderni;  M. Ferrazza, Le cattedrali della Terra;  Le Cattedrali della Terra)   




















domenica 6 aprile 2014

PREDICA DELLA DOMENICA (2)










































Precedente capitolo:

Predica della domenica














Dalla sofferenza nasce la serietà della mente; dalla salvazione il cuore riconoscente; dalla sopportazione la fortezza; dalla liberazione la fede; ma quando le nazioni hanno imparato a vivere sotto la tutela delle leggi, con decoro e giustizia e riguardo scambievole, e quando si sono liberate dai fomiti esterni e violenti di sofferenza, mali peggiori paiono scaturire dalla loro quiete; mali che sferzano meno ma mortificano di più, che succhiano il sangue, anche se non ne versano, e ossificano il cuore, anche se non lo mettono alla tortura. E per quanti motivi di riconoscenza abbia un popolo in pace con gli altri e unito al suo interno, ha anche motivi di timore, d’un timore più grande di quel che ispirano la spada e la sedizione: che possa cadere nel dimenticatoio la nostra dipendenza da Dio, perché il pane è certo e l’acqua sicura; che possiamo cessare d’essergli grati, perché la costanza della sua protezione ha preso le sembianze di una legge di natura; che la speranza nelle cose del cielo s’indebolisca, quando si consumano con pienezza quelle del mondo; che l’egoismo possa sostituirsi alla devozione spontanea, la compassione sia dissolta dalla vanagloria, e l’amore dalla dissimulazione; che la fiacchezza succeda alla forza, l’apatia alla pazienza, e un rumore di parole sarcastiche, una sciacquatura di pensieri bui, alla purezza, alla serietà della cintura stretta ai lombi e della lampada accesa.




Sul fiume della vita dell’uomo soffia un vento rigido, anche se splende un sole celestiale; l’iris dà colore alla sua agitazione, il gelo si forma sul suo riposo. Facciamo attenzione che il nostro riposo non divenga come il riposo delle pietre, che finché il torrente le fa rotolare e il fulmine le colpisce serbano la loro maestà, ma quando la corrente tace e la bufera passa, lasciano che l’erba le ricopra e il lichene prosperi su di loro, e la polvere le seppellisce.




E per quanto io creda che ci sia abbastanza sale di menti piene d’ardore e santità da preservarci almeno in parte dagli effetti di questa (immane) decadenza morale, i segni d’essa, però vanno sorvegliati con ansia, in tutte le questioni per quanto banali, in tutte le direzioni per quanto lontane. E in quest’epoca in cui le strade ferrate straziano la superficie d’Europa come la mitraglia le onde del mare; quando la loro grande rete ne impiglia e spreme l’antica impalcatura e l’antica forza, comprimendole tutte le svariate forme di vita, delle montagne che n’erano le braccia alle campagne che n’erano il cuore, in una esigua, limitata, calcolatrice metropoli di manifatture; quando non un solo antico monumento esiste nelle città d’Europa che parli dei tempi passati e di popoli possenti e che non sia sul punto d’essere spazzato via per costruire al suo posto caffè e case da gioco; quando si pensa che l’onore di Dio consista nella povertà del Suo tempio, e la colonna viene scorciata, il pinnacolo abbattuto, il colore negato alla vetrata e il marmo all’altare, mentre si svuotano le casse per il lusso dei ‘boudoirs’ e l’ostentazione dei saloni di ricevimento; quando devastiamo senza mai rifiatare la bellezza di quella creazione che Dio, una volta compiuta, chiamò ‘buona’, e distruggiamo senza un ripensamento opere cui gli uomini dedicarono la propria vita intera e quella dei loro figli, e che hanno lasciato in eredità a tutta la loro specie, un’eredità di sangue ma non solo, perché è piuttosto il frutto dei travagli delle loro anime; ecco che c’è bisogno, acuto bisogno di far risovvenire agli uomini che vivere è niente, se vivere non è conoscere Colui dal quale abbiamo la vita; e che Egli non si conosce sfigurando le opere, e confondendo la traccia del Suo riflesso sopra le Sue Creature; né in mezzo alle folle frettolose o al frastuono delle innovazioni, ma in luoghi solitari, e per mezzo delle radiose intelligenze che Egli diede agli uomini d’un tempo.




Egli non insegnò loro a costruire per la gloria e la bellezza; non diede loro quelle coraggiose, fiduciose energie ereditarie che mettevano al lavoro da morte a morte, generazione dopo generazione, così che noi potessimo consegnare l’opera e l’espressione del loro spirito all’ascia e al martello.
Egli non ha trapunto la terra di fiumi, in modo che le loro bianche libere onde potessero far girare ruote e spingere remi, né al di sotto l’avrebbe sconvolta come il fuoco perché potesse scaldare le sorgenti e curare le malattie; non porta le Sue quaglie sul vento dell’est soltanto per farle cadere, morte e commestibili (neppure i suoi lupi per lasciarli al fuoco incrociato e convulso del predicatore accompagnato al suo carnefice…) sull’accampamento degli uomini.
Egli non ha formato la roccia delle montagne soltanto perché vi si aprano le cave, né vestito l’erba dei campi soltanto per l’essiccatore; né le parole dettate dalla natura al poeta per essere barattate per la più meschina bugia… 

(J. Ruskin)
















  

sabato 5 aprile 2014

IL 'LIBRETTO' DA GUIDA (18)



















Precedente capitolo:

Il 'Libretto' da guida (17)

Prosegue in:

La parete (19/20)














La guida sa che il ‘signore’ attende una parola di lode, e possibilmente in presenza di terzi che lo gratifichi della sua ‘scaltrezza’, certo la cosa appare ripugnante… Egli sa che nel giorno della vittoria la sua suprema felicità, quando camminerà esultante e facilone con fare da gradasso spaccone… giù nell’albergo, consisterebbe, non tanto nel godimento dello spettacolo Divino della sublime elevazione dell’anima di fronte alla completezza e magnificenza della vista sulle… Alte Vette dell’Anima, quanto nella dichiarazione (sempre possibilmente davanti ai terzi compari suoi…) che ha arrampicato bene ottimamente, che ha dimostrato un coraggio da vecchia volpe (non offendiamo i lupi.. per favore…) di città, che ha usato la corda doppia meglio di uno scimpanzè, e che con un po’ di allenamento riuscirà (grazie agli eterni Secondi maestri….), non soltanto ad arrampicare su tutte le più difficili vette (della vita, con orrore di tutti gli ‘alpinisti’ dell’Assoluto…) con relativa e raccomandata facilità, ma potrà affrontare persino le scalate dei Supremi Gradi (nel Tempio della vita….) ove troneggia la croce dei grandi Alpinisti, poiché, in lui, l’attitudine allo ‘studio dell’alpinismo’ è innata, limpida, onesta, salutare, dovuta e meritevole, inequivocabile; e la migliore documentazione di questa sua attitudine è data dal fatto, che nei passaggi più difficili sa mantenere un sangue freddo sbalorditivo (anche il vecchio Capote ne proverebbe un certo interesse…), nonché quella presenza di arguzia di spirito (alcolico….) che distingue sempre il grande…. scalatore….




La guida sa che il suo giudizio, se lusinghiero, solleticherà la piccola vanità del cliente, e gli servirà d’argomento capitale per un autoincensamento nel lungo inverno della città, in famiglia, in società, nelle assemblee dei club alpini: ‘La mia guida mi disse che io…. Ecc.’, ripeterà con eccessiva frequenza. Essa sa anche che queste piccole miserie della vanità, mentre non danneggiano alcuno, fanno la felicità di un uomo nel grigiore della vita quotidiana, e che durante l’inverno, nel bagliore di nuovi progetti estivi, troverà quel conforto di cui tanto abbisogna nella banalità accompagnata dall’uniformità dell’esistenza quotidiana (come se le vette dello Spirito possano essere così nutrite e conquistate…).
La guida sa che il modo più efficace per conservarsi i clienti è la lode, e possibilmente fatta in pubblico (i pennivendoli della casta ne vanno così fieri….); sa che l’uomo non è come un tovagliolo di carta, che, usato una volta, viene buttato via; sa che la larghezza dell’incensamento gli procurerà, eventualmente, la mancia…, e per legge di compensazione un attestato magnifico che gli scriverà il ‘signore’ nel libretto da guida.




Humboldt disse che importano meno le vicissitudini di un uomo che le conseguenze delle stesse; e la guida manipolerà il ‘signore’ in modo da superare il fachiro napoletano che dà dell’ ‘eccellenza’ e si sprofonda in inchini davanti al più miserabile che gli faccia guadagnare uno scudo, e in modo da far arrossire il più lurido coolie cinese.
Se questi rapporti fra il ‘signore’ e la guida hanno un po’ il sapore della farsa (a cui è destinata la nostra esistenza terrena…), l’epilogo rappresenta davvero una delle più paradossali beffe. Dopo che l’intrepido turista si è consegnato mani e piedi alla guida come ad un angelo custode, dopo avergli affidato la incolumità, la vita, e magari l’avvenire della sua famiglia, dopo aver bevuto dalle sue labbra tutti gli insegnamenti (e rubato l’anima…, così cara ai cinesi…), dopo aver assorbito da lui i segreti della sua scienza arcana necessaria per una buona riuscita (spirituale non certo materiale nelle vette della vita…), questo scolaro si vedrà porgere un libretto con tanto di timbro dell’autorità politica, perché lo scolaro scriva la pagella (nella sua ignoranza burattinesca…) e classifichi il suo maestro!.....




Ritengo che fra tutti i controsensi, le contraddizioni, le volgarità, le disonestà, le ipocrisie accompagnate dalle falsità dell’eterno Secondo di questa vita, questo sia uno dei più stridenti ed amari. Ecco il banchiere di Francoforte, che per la prima volta ha calzato scarpette da roccia e si è legato ai fianchi una fune, il corpulento banchiere avvezzo alla birra ed ai buoni falò per i libri quanto per i suoi ripugnanti salsicciotti…, e che ha visto per la prima volta una rupe.., un frammento di roccia, una foglia, le forme di un’antica divinità calata nella Natura che non abbia il colore dei suoi verdi denari (lavati conto terzi…), e che sentendo parlare di guide, credeva si trattasse del suo cameriere personale (come i vecchi tempi andati…); e quando gli si presentò il giovanotto col suo bravo distintivo di guida sulla giacca lo scambiò per un facchino del porto, e il distintivo per il contrassegno in uso del ghetto: questo tale iniziato alla montagna, ora inforcando gli occhiali, comprendendo solo vagamente che cosa significhi ‘libretto da guida’ scriverà: ‘Fra il resto arrampica come un camoscio, ha una tecnica perfetta anche se rimeggia con la roccia, non ho mai visto un arrampicatore simile. Il mio ‘amico N.N. è il principe delle guide’ e via di questo passo’.
Se la guida durante la scalata avrà lodato la sua capacità, gli scriverà un ancor più lusinghiero attestato, lungo una pagina, e se lo avrà lodato in pubblico, lo descriverà come il ‘ non plus ultra’ delle guide per esperienza e capacità, e le pagine saranno due e magari tre… (ma se non ha compiuto tali servilismi, se pur una eccellente guida avrà il triste destino del buon ‘Mattia’ che non fu il solo….).




Alla partenza, colto il momento opportuno per una ‘rèclame’ da piazza, davanti ad un gran pubblico, accomiatandosi dalla guida, gli dirà in tono cameratesco: ‘Dunque, Sepp, un altr’anno andremo in Brenta, faremo il Campanil Basso, lo spigolo del Crozzon, la parete dell’Altissimo, e se il tempo si manterrà buono faremo ancora la direttissima della Marmolada e la Nord della Civetta vero? Sarà meglio che porti con me due paia di scarpe, ti pare? Forse un paio Manchon ed un Sextner? Qua il tuo libretto (che la penna mi freme sul bel cappellone alla Tex….)!’.
E l’uomo, che qualche ora prima nella solida fune della guida illustrava praticamente le leggi scoperte da Galileo (m’intendo quelle fisiche!), il gran commerciante berlinese quanto quello italiano, dal pingue sedere che per la prima volta si è sporcato le mani in montagna e sportivamente si è comportato poco meglio di una foca ammaestrata su di un albero, darà la classifica arrampicatoria….!
Per conto mio il libretto da guida non dovrebbe servire che ad annotare la correttezza morale (e spirituale…) della guida o nella peggiore delle ipotesi i suoi difetti, ma mai il grado di abilità sportiva nella miseranda palestra della vita di questo piccolo Creato….  Ricordo vivamente la forte ripugnanza che sentivo e sento, quando, per disciplina di mestiere, dovevo qualche rara volta esibire il mio libretto: mi sembrava un’umiliante ipocrisia. Normalmente non lo esibivo che a gente che me lo chiedeva e mi dava un certo affidamento di serietà e sobrietà di giudizio. 




Pur tuttavia potrei citare degli attestati lapidari atti a dimostrare strepitosamente che l’uomo fra tutti gli animali che infestano le montagne è indiscutibilmente il più ameno… fra le qualifiche più in uso nel libretto da guida è: ‘Arrampica come un camoscio’. Una classifica poco lusinghiera davvero (soprattutto per un Lupo di montagna di queste pagine così braccate ed inquisite dall’eterna Storia nominata vita…), perché è risaputo che i camosci non arrampicano, ma saltano e smuovono un’infinità di pietre, costituendo un grave pericolo per chi segue.
Poi: ‘Non ho mai conosciuto un arrampicatore migliore (è il Primo che ha conosciuto), ‘un compagno impagabile’, ecc. Ecco alcune qualifiche che trovo nel mio libretto: ‘Piaz è un arrampicatore capace di convertire il più convinto cattolico alla teoria di Darwin riguardo alla discendenza dell’uomo (per un assiduo sostenitore della Bibbia questo è di certo un peccato e una bestemmia assieme ad uguale grido di insulto riflesso nello specchio della materia…).
‘E’ superiore ad ogni elogio. Un artista nel più ‘Perfetto’ senso della parola (per questo lo sacrificheremo al rogo della nostra moderna Memoria e ad ogni scaffale della Storia….)’.
‘Piaz è una classe a sé (e noi di classi e scuole ne abbiamo tante senza un Piaz ad illuminarci la retta Via). Non va giudicato alla stregua degli altri (perché, infatti, non è come gli altri…., forse è per questo che anche in codesto momento urliamo un grido da piazza alla vetta di uno strano ed incompreso miracolo…)'. 















         

giovedì 3 aprile 2014

ANDIAMO! (14)



















Precedente capitolo:

Andiamo! (13)

Prosegue in:

Giù nell'albergo.... (16/15)












Mi si consenta qui di dare qualche indicazione a chi intende
scegliere la professione di guida...
Innanzi tutto occorre avere una perfetta conoscenza delle
montagne, così da poter essere certi del percrso anche quan-
do la foschia le avvolge. Bisogna poi sorvegliare sempre con
attenzione i propri clienti, particolarmente quando ci si trova
in luoghi pericolosi.




Prima di organizzare un'escursione, è bene ogni volta infor-
marsi circa le capacità delle persone che si stanno per accom-
pagnare. La guida dovrebbe agire come il capitano di una na-
ve: per quanto illustri possono essere gli individui (spesso non
sono consapevoli delle difficili pagine del Tomo che vorrebbe-
ro conquistare...) che si affidano alla sua sorveglianza, soltanto
a lui spetta di dirigere e governare... (sopratutto se sono giova-
ni ed inesperti...).




Il segreto della guida è la prudenza: io sono sempre all'erta...
Tuttavia esistono differenze anche tra coloro che conoscono
questo (nobile) principio e segreto.
C'è guida e guida: ognuna ha il proprio punto forte. Si dice che
la guida di Zermatt sia la migliore su roccia mentre la guida del-
l'Oberland sia da preferirsi su ghiaccio.
Ciò non è sempre esatto per quanto riguarda i singoli casi, ma
risulta vero parlando in generale. Io stesso sono diventato spe-
cialista sia su roccia che su ghiaccio.




Poi c'è la guida che confida nella fortuna: è pronta a tutto, ma
non sa che cosa l'attede, semplicemente tira ad indovinare quan-
do le si domanda:
- Quanto dista la vetta?
Io però non lo faccio mai; prima di affrontare un itinerario che
non ho mai percorso, lo studio in anticipo, ne disegno il traccia-
to e lo esploro con il binocolo finché non lo imparo a memoria.
Quando dico 'ANDIAMO', sono in grado di rendermi conto i
che cosa mi aspetta...
In montagna devo sempre sapere quel che faccio...




Non che io sia 'scientifico': se qualcuno si rivolge a me per ave-
re una risposta 'scientifica', di sicuro non l'ottiene... Ma cartina
alla mano posso indicare 'SIAMO QUI' (e non certo dove pen-
sano loro che ci scrutano laggiù in quel misero albergo...).
In merito ai pericoli.., è necessario guardarsi dalla guida impru-
dente (che si finge esperta forse perché si immagina furba...),
che prima o poi finisce con il cadere in un crepaccio.
Al mio occhio, per quanto non all'occhio di chiunque, un crepac-




cio è evidente a una distanza di dodici o tredici metri; inoltre non
presenta sempre lo stesso aspetto: talvolta sembra una... superfi-
cie ondulata (e distinta..); altre, quando fa molto freddo, produ-
ce, per così dire, una scia grigia o un'ombra (...nera...).
Ma ora che sono stato in ogni parte del mondo, devo dire che o-
vunque sia andato, non ho commesso errori riguardo ai crepacci.
Se lo si vede, un crepaccio non è pericoloso: lo si può saltare,
oppure - se è troppo ampio - si possono tagliare scalini su un la-
to finché la fenditura è vicina, e poi ancora incidere la via di risa-
lita dall'altra parte.
Il pericolo maggiore a mio avviso è la valanga.....


(Mattia Zurbriggen, Dalle Alpi alle Ande)















martedì 1 aprile 2014

CON 'SATANA' SULLE TORRI (10)


















Precedente capitolo:

Con 'Satana' sulle torri (9)

Prosegue in:

Le bestemmie di Piaz (12/11)














Forse quest'improvviso risorgere della coscienza di ativiche
facoltà istintive è una delle rivelazioni più profonde e più gra-
te che di noi stessi dia a noi la selvaggia contesa col monte,
ed ogni volta ci è cagione di sorpresa e quasi di turbamento,
come se un essere nuovo ed ignoto sia apparso in noi ed ab-
bia per quel tempo soverchiato l'altro individuo, quello pieno
di debolezze e di orgoglio che è solito vestire le nostre spo-
glie nella consueta vita cittadina.
Si direbbe che quest'uomo moderno, civile, sazio di artifici
e di agi, risalendo ai monti primitivi, ritrovi fra le caverne in-
tatto e vivo il fratello preistorico, il fanciullo semplice e rozzo
dal piede sicuro e dall'occhio avvezzo agli orizzonti, e goda
nel riconoscere il superstite delle prime lotte oscure della sua
famiglia con la natura indomita, ed a lui si afferri e si lasci con-
durre, a traverso le terribile visioni di un paesaggio primordia-
le, a rinnovare per un giorno l'antica guerra che temprò l'infan-
zia del genere umano.
Il mio spirito si ridestava lentamente, tutto commosso ancora
del recentissimo sogno, stupefatto di ciò che la propria mate-
ria vigile e generosa, aveva saputo compiere mentre esso dor-
miva, ed un'insolita tenerezza lo prendeva per questa sua vec-
chia oscura compagna che si fa viva nell'attimo del bisogno e
che oggi lo aveva condotto ancora una volta alle belle follie
del pericolo....
E, come per l'affluire di un nuovo sangue ricco e puro, si sen-
tiva più alacre, più sicuro del proprio possesso, pieno di una
trepida gioia quasi fosse in sul punto di scoprire il segreto del-
la vita, di afferrare i vincoli invisibili che la uniscono alla gran-
de vita della natura...
Non so se fosse febbre di fatica od ebbrezza di vittoria, esal-
tazione della ragione o soddisfazione dell'istinto - forse era
tutto questo insieme - io non dubitava punto in quegli istanti
che le rupi immote fossero vissute per me come io per esse,
ché le avevo vedute muoversi, minacciare e deridere, sentite
ribellarsi alle mie strette e chinare la fronte sotto il mio piede.
Ardevo sulle mie membra le graffiature delle scheggie, le fe-
rite delle percosse e degli amplessi crudeli: erano i doni delle
fanciulle di Vajolet; un forte sapore, come di sale, mi era rima-
sto sulle labbra nel frequente aspirare la polvere sottile delle
rupi: era il profumo dei loro baci; mi martelleva alle orecchie
ed entro il cervello un tintinnio insistente; lo seguivo nel silen-
zio e sorprendevo una musica bizzarra, a tocchi, a scatti, una
scala di suoni crescente e decrescente con vece rapidissima,
un incalzare di note ora sottili come un filo ora violenti come
un colpo di mazza, una fuga vertiginosa senza capo né chiusa,
incominciata e cessata di botto, con tre sole pause larghe e
sublimi: era il coro delle tre pazze sorelle che mi ricantava la
canzone della danza ed il mio cuore batteva la misura...
Sognavo ancora ma già comprendevo il significato del sogno....

(G. Rey, Alpinismo acrobatico)