giuliano

mercoledì 7 settembre 2022

NEGLI STESSI ANNI (18)











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Degli stessi anni (17)  


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Sparta contro Atene







Molta gente in Francia considera l’uguaglianza come il primo male e la libertà politica come il secondo. Quando sono obbligati a subire l’una, si sforzano almeno di sottrarsi all’altra. Io invece dico che, per combattere i mali che l’uguaglianza può produrre, c’è un solo rimedio efficace: la libertà politica. 

 

IN CHE MODO GLI AMERICANI COMBATTONO L’INDIVIDUALISMO ATTRAVERSO LA DOTTRINA DELL’INTERESSE BENE INTESO 

 

Quando il mondo era guidato da un gruppo ristretto di individui ricchi e potenti, questi si compiacevano di farsi un’idea sublime dei doveri dell’uomo: amavano professare che è meritorio dimenticare sé stessi e che conviene fare il bene disinteressatamente, come Dio stesso. Era la dottrina ufficiale del tempo in fatto di morale.

 

Dubito che gli uomini nei secoli aristocratici fossero più virtuosi che negli altri, ma è certo che allora si parlava incessantemente delle bellezze della virtù. Non indagavano che in segreto per quale verso fosse anche utile. A mano a mano però che la fantasia vola meno alta e ciascuno si concentra in sé stesso, i moralisti si spaventano davanti a questa idea di sacrificio, e non osano più offrirla all’animo umano: si riducono quindi a indagare se il tornaconto individuale dei cittadini non sia per caso di lavorare per il benessere di tutti, e, non appena scoprono uno di quei punti in cui l’interesse particolare coincide con l’interesse generale e vi si confonde, si affrettano a metterlo in luce; a poco a poco le osservazioni di questo genere si moltiplicano. Ciò che non era altro che un’osservazione singola, diventa ora una dottrina generale; e si pensa alla fine di avere scoperto che l’uomo, servendo i propri simili, serve sé stesso, e che il suo interesse particolare è di ben fare.




Ho già mostrato in molti passi di quest’opera, come gli abitanti degli Stati Uniti sappiano quasi sempre combinare il loro benessere personale con quello dei loro concittadini. Quello che voglio mettere in evidenza ora è la teoria generale, mediante la quale riescono a farlo.

 

Negli Stati Uniti non si dice quasi affatto che la virtù è bella. Si sostiene che essa è utile, e lo si dimostra di continuo. I moralisti americani non pretendono che bisogna sacrificarsi per i propri simili perché è bello farlo, ma dicono arditamente che sacrifici del genere sono necessari tanto a colui che se li impone, quanto a colui che ne trae profitto.

 

Si sono accorti che, nel loro paese e nella loro epoca, l’uomo veniva come risospinto verso sé stesso da una forza irresistibile e, perduta la speranza di trattenerlo, non hanno più pensato che a guidarlo.

 

Non negano, quindi, che ognuno possa seguire il proprio interesse, ma si sforzano di dimostrare che l’interesse di ognuno è di essere onesto.

 

Non voglio qui entrare nei minuti particolari dei loro ragionamenti, la qual cosa mi allontanerebbe dall’argomento: basti dire che questi hanno convinto i loro concittadini.

 

Già molto tempo fa Montaigne aveva detto:

 

‘Quand’anche non seguissi la dritta via perché è dritta, la seguirei se non altro perché ho scoperto, attraverso l’esperienza, che in fin dei conti è generalmente la più felice e la più utile’.

 

La dottrina dell’interesse bene inteso non è dunque nuova, però in America è stata oggi universalmente accettata, e vi è divenuta popolare: sotto sotto compare in tutte le nazioni, fa capolino in tutti i discorsi. Non la si trova meno sulla bocca dei poveri, che su quella dei ricchi.




In Europa la dottrina dell’interesse bene inteso è molto meno elaborata che in America, ma al contempo è anche meno diffusa e soprattutto meno ostentata, e si fingono ancora quotidianamente grandi dedizioni che non si posseggono più.

 

Gli Americani, invece, si compiacciono di spiegare mediante questa teoria, quasi tutte le azioni della loro vita; mostrano con compiacimento come l’amore illuminato di sé stessi li porti di continuo ad aiutarsi tra loro e li spinga a sacrificare volentieri al bene dello Stato una parte del loro tempo e della loro ricchezza. Penso che in questo molto spesso non si rendano giustizia: giacché molte volte, negli Stati Uniti come altrove, si vedono i cittadini lasciarsi andare a quegli slanci disinteressati e spontanei che sono tipici dell’uomo: gli Americani, però, non confessano mai di cedere a moti di questo genere: preferiscono fare onore più alla loro filosofia che a sé stessi.

 

Potrei fermarmi qui, e non tentare di esprimere un giudizio su quanto ho descritto. L’estrema difficoltà dell’argomento sarebbe una buona scusa. Non voglio però approfittare di questo e preferisco che i miei lettori, vedendo chiaramente i miei scopi, rifiutino di seguirmi, piuttosto che di essere lasciati in sospeso.

 

L’interesse bene inteso è una dottrina non elevata, ma chiara e sicura. Non cerca di raggiungere grandi obiettivi, raggiunge però senza troppi sforzi tutti quelli cui mira. Siccome è alla portata di tutte le intelligenze, ognuna l’afferra agevolmente e la ritiene senza fatica. Accordandosi splendidamente alle debolezze umane, esercita facilmente un grande dominio, e non le è difficile conservarlo, perché essa rivolge l’interesse personale contro sé stesso e si serve, per dirigere le passioni, dello stesso pungolo che le eccita.




La dottrina dell’interesse bene inteso non spinge a grandi decisioni, suggerisce però, ogni giorno, piccoli sacrifici; da sola non potrebbe rendere un uomo virtuoso, ma crea una moltitudine di cittadini osservanti delle regole, temperati, moderati, previdenti, padroni di sé stessi; e, se non porta direttamente alla virtù, per la strada della volontà, ci fa avvicinare insensibilmente ad essa attraverso l’abitudine.

 

Se la dottrina dell’interesse bene inteso arrivasse a dominare interamente il mondo morale, probabilmente le virtù straordinarie sarebbero più rare. Io penso però che allora sarebbero anche meno comuni i vizi grossolani. La dottrina dell’interesse bene inteso impedisce, forse, ad alcuni uomini di innalzarsi molto al di sopra del livello ordinario dell’umanità, ma un gran numero di altri, che finivano col cadere al di sotto, si imbattono in essa e vi si aggrappano solidamente. Se si considerano alcuni individui, li abbassa; se si guarda alla specie, la innalza.

 

Oserò dire che la dottrina dell’interesse bene inteso mi sembra, tra tutte le teorie filosofiche, la più appropriata ai bisogni degli uomini del nostro tempo, e che vedo in essa la garanzia più solida che rimanga loro contro sé stessi. Verso di essa principalmente deve dunque volgersi lo spirito dei moralisti dei nostri giorni. E, anche se la giudicassero imperfetta, bisognerebbe lo, stesso accettarla come necessaria.

 

Non credo che, a ben considerare le cose, vi sia più egoismo da noi che in America: la sola differenza sta nel fatto che là esso è illuminato, qui, no. Ogni americano sa sacrificare una parte dei propri interessi per salvare il resto. Noi vogliamo tenere tutto, e spesso tutto ci sfugge.




Non vedo attorno a me che persone che sembrano volere insegnare quotidianamente ai loro contemporanei, con la parola e con l’esempio, come l’utile non sia mai disonesto. Non ne scoprirò mai nessuno che voglia fare comprendere loro come l’onesto possa essere utile?

 

Non c’è potere sulla terra che possa impedire che l’uguaglianza crescente delle condizioni non porti lo spirito umano verso la ricerca dell’utile e non spinga il cittadino a chiudersi in sé stesso.

 

Bisogna, dunque, attendersi che in futuro l’interesse personale diventerà più che mai il principale, se non l’unico movente delle azioni umane; resta però da sapere come ogni uomo intenderà il suo interesse personale.

 

Se i cittadini, diventando uguali, restassero ignoranti e rozzi, è difficile prevedere sino a quali sciocchi eccessi potrebbe arrivare il loro egoismo; e non si potrebbe dire in anticipo in quali vergognose miserie tufferebbero sé stessi, per paura di sacrificare qualcosa del loro benessere alla prosperità dei loro simili.

 

Non credo che la dottrina dell’interesse, quale la si predica in America, sia chiara in ogni suo aspetto: essa però racchiude tante verità così evidenti, che basta illuminare gli uomini perché le vedano. Illuminateli dunque a tutti i costi: giacché il secolo delle dedizioni cieche e delle virtù istintive fugge già lontano da noi, e vedo avvicinarsi il tempo in cui la libertà, la quiete pubblica e l’ordine sociale stesso non potranno fare a meno della luce della conoscenza.

 

(Alexis De Tocqueville)










giovedì 1 settembre 2022

A CACCIA DI NOI 'LUPI' (4) (13)



















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C'èra una volta o un Tempo passato  (14)














Le teste, appunto.......
Voi certo non immaginate (né io l'immaginavo) che le teste degli attori di legno possano
dare ai fratelli Lupi assai più pensieri che non ne diano ai capocomici le teste degli atto-
ri in carne ed ossa.
Ed è così, poiché essi vogliono una rassomiglianza perfetta nelle teste dei personaggi il-
lustri, morti o vivi che siano, e in quelle di tutti gli altri una corrispondenza rigorosa della
fìsonomia col carattere; e non è cosa facile agli artisti il soddisfare a una tale esigenza at-
tenendosi ad un tempo all'esagerazione dei lineamenti voluta dall'ottica teatrale, senza
spinger neppure questa esagerazione oltre il limite d'una caricatura discreta.
Vi furono in questo genere due scultori genovesi, i fratelli Pittaluga, morti da circa trenta
anni, valenti tanto, che molte delle teste fatte da loro servono ancora di modello e son ri-
prodotte, con poche modificazioni, in centinaia di esemplari. Ma altre moltissime debbo-
no esser fatte d'immaginazione, e non riuscendo alla prima, rifatte, e fino a tre o quattro
volte rimodellate in creta, prese nel gesso, gittate in cartapesta, colorite a olio, con cura
e fatica infinita di chi le ordina e di chi le forma.
E così negli scenari, dopo il vecchio Morgari, che fu insuperabile, son rari i pittori che
ottengano gli effetti speciali voluti da certe rappresentazioni fantastiche d'un teatro di
marionette.




E per il vestiario e per tutto ciò che vi si connette è il medesimo: è diffìcile trovar lavo-
ratori che abbiano l'abilità e il buon volere di far degli stivali minuscoli perfetti in ogni
loro parte, delle scarpettine di signora lunghe quanto un dito, delle parrucche grandi
come la mano, brizzolate, architettate, disordinate con arte, e una quantità innumere-
vole di piccoli oggetti, come parasoli, panierini, portafogli, valigette, attorno a cui le
dita più agili e più delicate si stancano e s'impazientano. E ad ogni nuova produzione
spettacolosa c'è un esercito d'attori, d'attrici, di comparse grandi e piccole da vesti-
re, calzare, incappellare, armare e ingioiellare, secondo l'uso di vari tempi e paesi,
consultando album di costumi, studiando quadri, facendo ricerche di figurini, utiliz-
zando vestiari smessi; di modo che non bastano all'opera la signora Lupi e le sue fi-
gliuole, e vi s'aggiungono modiste e altre collaboratrici, e qualche volta per un solo
spettacolo dura il lavoro per un mese intero. Durante il quale è bellissimo a vedere
il laboratorio, dov'è uno sfoggio di manti regali, di strascichi di dame, di sottanine
di danzatrici, di divise di guerrieri, una profusione di piccole cose strane, graziose
e pompose, un barbaglio di colori e di splendori, da impazzirci un collegio di bam-
bine e uno sciame di gazze.




Tutta la famiglia Lupi lavora al teatro: i due fratelli e la moglie e i figliuoli del primo:
quattro maschi e tre ragazze, di cui due fra i diciannove e i ventidue anni. E biso-
gna vederli tutti là, tranne i due più piccoli, appollaiati sul ponte, appoggiatoio, co-
me lo chiamano, sovrastante al palcoscenico, durante la rappresentazione.
Ecco il soggetto d'un quadro originale per un pittore ardito. La prima volta che,
stando sul palco, vidi di profilo quelle otto teste d'uomini e di donne, l'una dietro
l'altra, sporgenti da quella specie d'inginocchiatoio aereo, illuminate di sotto in su,
ora parlanti ad una ad una, o tutte insieme, con ogni sorta di sforzi violenti delle lab-
bra e di strane intonazioni di voce, da quella di basso cavernoso a quella di soprano
in falsetto, mentre le sedici mani movevano con un centinaio di fili una folla di per-
soncine di sotto, mi parve di vedere una famiglia di numi sorretti da una nuvola che
dirigessero le faccende e si pigliassero spasso d'una piccola umanità agitantesi so-
pra il polo d'un asteroide.
Ma riconobbi subito che il fare i numi a quel modo non doveva essere una delizia.
Stare delle ore in quell'atteggiamento contratto, col caloredi tutti quei lumi nel viso,
forzare e variare continuamente la voce, lavorando a un tempo con le dieci dita e
consultando con lo sguardo obliquo il copione posto nel mezzo che fa l'ufficio di
suggeritore, e mentre si parla e s'opera in alto vigilare e dar ordini a chi lavora in
basso e ruzzolare e arrampicarsi ogni momento per un rompicollo di scaletta da
bastimento quasi verticale, è una fatica da ammazzare anche dei numi.




Non mi maravigliai, quando calò la tela, di vederli scendere dall'Olimpo, in mani-
che di camicia e con le braccia nude, bagnati di sudore e anelanti, come scendono
gli acrobati dai trapezi. E allora soltanto m'accorsi che le due signorine portavano
un vestito maschile, camicino e calzoni di traliccio grigio, che le facevano parere
due operai; ma due operai dai quali il più terribile capo fabbrica avrebbe tollerato
qualunque infrazione al regolamento, sostituendo dei sorrisi alle multe.
Ma il dietro scena d'un teatro di marionette, per chi ci sale la prima volta, è pieno
di altre sorprese piacevoli. Stando accanto alle quinte mi veniva fatto di scansarmi
con un leggiero inchino, come si fa con le attrici vive, ogni volta che usciva di sce-
na una signora, e rimanevo poi stupito al vederla tutt'a un tratto sollevarsi in aria,
invece d'andare al suo camerino, e restarmi appesa in faccia come un salcicciotto.
E così avevo un'illusione amenissima al veder tra le quinte del lato opposto una
delle signorine Lupi che dava gli ultimi ritocchi all'abbiglìamento dei personaggi
prima che si presentassero al pubblico, accomodando a uno una spilla, stirando
a un altro il vestito, aggiustando a un terzo il cappello, come si fa ai bambini filo-
drammatici, con atti lesti e carezzevoli, a cui quelli rispondevano, appunto come
i bambini, con gesti che parevano d'impazienza, mossi dalla mano irrequieta che li
reggeva dall'alto.
E mentre vari personaggi agivano alla ribalta, mi pareva che ragionassero davvero
degli affari propri, come fanno gli attori fra due battute, quei due altri più piccoli che
le altre due ragazze, voltate dalla parte interna dell'appoggiatoio, facevano passeg-
giare e gestire pacatamente in fondo al palco, per dar vita alla scena.




E quella confusione che si vedeva lungo i muri, in una mezza oscurità, di personag-
gi della commedia che stava per finire e dello spettacolo coreografico che stava per
cominciare, di ballerine, di mime, di dame scollate, di marionette in giubba e in uni-
forme, con la tuba e con l'elmo, e di comparse di ogni età e d'ogni statura, mi dava
quasi l'illusione di trovarmi sul palcoscenico di un grande teatro quando finisce l'o-
pera e sta per cominciare il ballo.
C'era solo questa differenza, che nella mia qualità di consigliere comunale, com'ero
allora, non potevo trovare là nessun argomento che mi servisse a combattere in no-
me della moralità la dotazione del Teatro Regio. Ma per conoscere a pieno le fati-
che dell'arte e la valentia della famiglia Lupi bisogna vederla all' opera in una gior-
nata campale.
Lo spettacolo, in tal caso, è assai più grandioso e terribile osservato dalle scene
che visto dalla platea. Già è bellissimo veder gli apprestamenti della battaglia: le 
masse d'armati raccolti nell'oscurità, rotta dai lampi delle baionette e delle lance; 
i cavalieri appostati dietro le quinte, come alla vedetta; i muli carichi di munizioni
che s'allungano in ala ai due lati del palco; i  comandanti con la spada sguainata 
che aspettano dalle due parti il gran momento, coi grandi occhi sporgenti e fissi 
davanti a sé, come spianti  il doppio mistero dell'orizzonte e della morte.
Quando l'istante solenne è vicino, i direttori danno gli ultimi consigli, lanciano gli 
ordini supremi.





Le truppe son pronte? 
Pronte. 
I cannoni sono in batteria?  
Le miccie sono accese? 
Sì. 
E allora avanti e Dio ci guardi! 
Le avanguardie scambiano le prime fucilate, i primi cavalieri scaramucciano, i primi 
feriti battono il capo di cartapesta sul palco, e giacciono irrigiditi; ma alcuni per rial-
zarsi tra poco più indemoniati di prima. Dietro le scene uno batte la grancassa per 
imitare il tuono del cannone, un altro dà nella tromba, un terzo muove la macchina 
che fa correre in lontananza un reggimento, un quarto galoppa intorno al palco ac-
cendendo i razzi fìssi alle quinte che rendono lo strepito del fuoco di fila.
I ferri si scaldano: sul palco è un succedersi tumultuoso di mischie feroci, un coz-
zar di teste e dì petti, un grandinar di colpi, un mucchio di lame, un incalzar di ca-
valli accorrenti, di muli, di cannoni e di mitragliatrici che precipitano dai ponti e dal-
le rocce, con un fracasso d'inferno; e mentre su, sull'appoggiatoio, i fratelli Lupi, 
coi figliuoli, agitano le braccia furiosamente cacciando urli, minacce, gemiti, grida 
di soccorso, frammiste a comandi e ad avvertimenti concitati agli aiutanti di sotto;
questi e le ragazze, con una rapidità fulminea in cui ogni atto è preciso, ogni passo 
misurato, ogni secondo contato, corrono e ricorrono fra le quinte e le pareti, stac-
cano le marionette, le porgono, le riprendono, le riappendono, le riporgono, rac-
cattando di volo armi, elmi, giberne, bandiere, turbinando come fantasmi in una nu-
vola densa dì fumo e in un odore acre di zolfo.




E quando credete che il pandemonio stia per finire, non è che un artificio per cre-
scer l'effetto:  la battaglia riattacca più ardente, raffittisce il foco, raddoppiano i lam-
pi, s'addensa il fumo, s'accelera il turbinio; ai fragori del palcoscenico s'uniscono i 
clamori della platea, con gli urli d'ira dei combattenti si confondono le grida di entu-
siasmo dei ragazzi; è una farsa febbrile e crescente d'uomini che salgono e che scen-
dono, di lumi che girano, di marionette che volano, di fili dì ferro che s'incrocian per 
aria, è un moto vertiginoso di ombre, di bagliori, di teste, di braccia, dì attrezzi, una 
tempesta di schianti, di tonfi e di strida, una nebbia fitta, un rovinìo, un casa del dia-
volo che, quando cala la tela e tutto si quieta, vi lascia sbalorditi, intronati come all'-
uscir da un manicomio dove siano scoppiati insieme una ribellione e un incendio.
Ma più d'ogni spettacolo è divertente l'esame del  personale  artistico. 
La prima cosa che mi stupì, quando visitai per la prima volta il palco scenico, fu la 
statura dei personaggi, che visti dalla platea paiono poco più alti d'un palmo, e son 
più di mezzo metro, come bimbi.




E mi meravigliò l'esattezza minuziosa, perfin superflua, dei vestimenti. Non crediate 
che sian fatti soltanto per ingannar l'occhio da lontano, che possono affrontar l'anali-
si della lente. Ecco, per esempio, un povero diavolo di vagabondo: egli è vestito dì 
panni logori, pieni di sbrani, di rimendature, di toppe, di macchie d'unto, spelati ai 
gomiti e coi bottoni che ciondolano, e ha la cravatta a corda, la camicia di tela rozza 
e rugosa, le scarpe acciabattate e crepate.
Il signore elegante ha il solino di moda, i bottoncini d'oro ai polsini e allo sparato, e 
la catenella dell'orologio che gli pende dal taschino della sottoveste. C'è un vecchio 
medico intabaccato, con un cappello cilindrico che mostra dieci anni di servizio, gli 
occhiali sulle orecchie, e una palandrana d'un color di ragno arrabbiato, che farebbe 
venir l'acquolina in bocca a Ermete Novelli. 
Ma le più belle son le signore, vestite secondo l'ultimo figurino, con un gusto squisito, 
dai fiori del cappellino agli stivaletti, che son piccole meraviglie, con spille, orecchini, 
anelli, borsa, ventagho, con capelli  veri, pettinati all'usanza del giorno, che si ravviano 
col pettine al momento dell'andata in scena, con le sottanine ricamate e insaldate, perc-
hè, se segue un accidente impudico, il pubblico veda che son vestite di tutto punto, da
signore per bene.

(E. De Amicis)















martedì 30 agosto 2022

MECCANICI (9)

 










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Interventi (8) 


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al Completo, ovvero, fino 


ad esaurimento scorte [10] 


Prosegue con note 


al precedente capitolo 


& a caccia di noi Lupi  (12/3)







 

Oro avverso alla lingua mannaia del sano palato, bocca del più intonato grammaticato… composto strano nobile verso infierire, quantunque sempre un poco alla ‘tavola’ masticato e da una preghiera ringraziato nonché omaggiato.

 

Giacché fu a loro donato come Comandamento:

 

‘va! Saccheggia il mondo intero, e divora ogni immonda Bestia a tempo pieno, senza più creato e peccato haver commesso’.

 

L’estinzione d’ogni Elemento come un fulmine a ciel sereno ogni tanto rimembra e ravviva la Ragion persa del ‘mostro’: vaga come un prometeico Golem a caccia del suo Signore e padrone.

 

Di colui che lo havea creato più bestia che umano!

 

Tutto ciò al rogo o alla mannaia del camino, allieta il ricco palato accompagnato dal fedele disgraziato ubriaco, con l’intero Teatro esposto al periglioso fuoco nemico, di colui cioè, che di noi si vuol cibar con un sol boccone, come il pluridecorato cuoco detto Mangiafuoco, la più nota osteria del rione.




 Oggi, infatti, più d’un cervello è squilibrato, si potrebbe anzi domandare: qual cervello non è così. La Grecia  ebbe sette Savi, ma qual vanto per lei se il numero de’ suoi Savi avesse agguagliato quello de’ nostri pazzi!

 

Il miglior Teatro meccanico& di prosa, che sia aperto in ogni stagione, è il Teatrino Meccanico dei  Cardinali.  

 

Mi direte che non vi si recita mai prosa.

 

Per questo è il miglior Teatro di prosa!




Quel Teatrino è una meraviglia: nella Compagnia il solo fatto un po’ comune è che non ci è un attore, il quale sappia parlar italiano. Ciò accade in quasi tutte le nostre Compagnie drammatiche. Mi diceva il proprietario del Teatrino Meccanico:

 

‘I miei attori sono di ferro. Li potreste far muovere con ogni calamita: solo quella de’ guadagni o dell’ambizione li muovono come Prometeo! Resistono a ogni fatica; ce ne sono di quelli che, da quarant’anni, vengono ogni sera su la scena: e non sono ne ridicoli né commendatori, né esigenti, ne noiosi. Li vedete sempre freschi, specialmente quando sono stati tinti da poco. L’esser tinti è una loro debolezza, una delle poche, le quali abbiano comuni con i più grandi attori!’.

 

Lo ascoltavo questo filosofo: e, con la mia attitudine, lo incoraggiavo a parlare. Levando dal palchetto di uno scaffale una figurina, le cui giunture cigolavano, disse:

 

‘Ecco la mia prima donna: ha viaggiato con me in Francia, in Spagna, in Germania, in Inghilterra, in Italia. Non mi ha mai costretto a chiuder il Teatro una sera per indisposizione. Ha carattere e viscere di ferro!’.




E continuava a andar qua e là, carezzando or questo or quello de’ suoi minuscoli attori.

 

‘Tutta brava gente, e che posso assicurarvi, non m’ha dato mai un dispiacere! Ciascuno di loro è contento della sua sorte: se una sera, alla rappresentazione, uno è applaudito più dell’altro, non c’è caso che ritornino tra le quinte con l’idea di mangiarsi gli uni agli altri l’accresciuto naso.... Ma lo avete sentito il più bravo detto il Drago? Lo avete ascoltato all’ultima Prima del Teatro? Alla comunione senza liberazione alcuna, ovvero, rimpianta castigata Gerusalemme, ed hora celebrata anche alla Scala, giacché il Duomo infortunato. Così interpretata piangeva per il nobile suo successore, con impareggiabile scena che il palco quasi delirava alla Borsa di Amleto suo vero proprietario. Dopo la banca un nuovo Tempio. Non c’è tra essi chi voglia insegnare allo Shakespeare la letteratura drammatica, al Bismark la politica, ai letterati la critica, ai credenti la buona Fede’.




Quel teatrino è un mondo in piccolo, e un mondo che desta la più spontanea ammirazione.

 

Per esempio, siamo al temporale. Vedete come il vento agita tutto all’intorno, con quanta naturalezza tutto è studiato; eccovi il brav’uomo col suo ombrello in mano, che lotta col temporale, e il fiotto del vento che rovescia l’ombrello: ad un altro porta via di testa il cappello. È curioso vedere andare, tornare indietro uomini donne, curioso vedere il cacciatore che spara un colpo, il fuoco che scintilla, e il cane che corre…

 

A tal proposito voglio hora ravvivare la memoria di così nobile cacciatore con un componimento antico a lui dedicato…





  

Cinque compagni un giorn’ andorn’ a caccia,

E questi furno, se ben mi raccordo,

Un senza piedi, un muto, un ciec’ e un sordo,

Ed un che li mancava ambi le braccia.

 

E mentre ogn’un di questi si procaccia

L’un più de l’altro a la campagna, ingordo,

Cercando non da pazzo o da balordo

Ma da bon cacciator che si procaccia.

 

Ecco, for da un cespuglio appresso un fosso

Una lepre smarrita ferma stare,

Tal ch’ li andorno tutti cinqui addosso.

 

Il sordo prima udì perché squassava

Le foglie ov’era ascosa la meschina,

E che tacess’ ogn’un così parlava.

 

Ma il cieco che guardava

La vide che fuggir facea pensiero,

E il muto gridò forte: “Cavaliero!”

 

Ond’essa sul sentiero

Sbalzò fuggendo lieve com’un vento,

Ma il zoppo a seguitarla non fu lento,

 

E in passi più di cento

La giunse, perché il can l’aveva uccisa,

Onde ciascun crepava dalle risa.

 

E in più parte divisa

La miserabil lepre in quella caccia

Di bocca a il can la tolse il senza braccia.

 

Hor parmi che si faccia

Un consiglio fra lor senza tardare,

A chi di lor la lepre abbia toccare.

 

Dice il sordo: “Mi pare

Ch’ella debba esser mia senz’altro dire,

Perché di voi fui il primo a udire.”

 

“Tu te ne poi mentire”,

Disse il cieco, “E la è mia di ragione,

Perché prima la vidi nel macchione”.

 

“Ed io farò questione”,

Rispose il muto, “Se a me non la dai,

Che il primo fui che ‘cavalier!’ gridai”.

 

“S’io corsi e la pigliai”,

Soggiuns’ il zopp’ con voce umil e pia,

“Perché non deve dunqu’ ella esser mia?

 

Questa non è bugia,

Che se voi stavi saldi, i’ sol voleva

Correrli dietro, s’ella non fuggeva”.

 

Il monchin poi diceva:

“Che state a contrastare, oh voi, se tocca

A me, perché la tolsi al can di boccha.

 

E vo’ con quatte broccha

Cucinarmela, e poi da noi mangiata

Sarà la meschinella, s’a voi quata”.

 

All’hor con faccia irata

Replicò il sordo: “Ella è mia senza dolie,

Perché prima l’udì fra quelle folie.”

 

E con maligne voglie,

Voltossi con molt’ira al senza braccia

E lui li diede un pugno su la faccia.

 

Il cieco, a tal minaccia,

Vedend’ i doi compagni in quella stretta,

Disse col zoppo: “Andiam a far vendetta.”

 

All’hora con gran fretta

Il zoppo corse e seco si mischiava,

E insieme ciaschedun si pettenava.

 

E ben forte gridava il muto

Col dire: “Aiuto! Aiuto!”,

Onde un villan fu a quel rumor ridutto,

 

Qual, essendo venuto

Fori d’un bosco con il suo bastone,

Gridando: “Perché fate voi questione?”

 

Ma, avendo la tenzone

Udita di costor, e lor sermone,

Si risolse di far a quei ragione,

 

E levando il bastone

Incominciò con impeto e ruina

A dare a ciaschedun su per la schina,

 

E poi, con tal rovina,

Gridò: “Fermate! Che con questo legno

Over darete a me la lepre in pegno”.

 

E quei, con poc’ ingegno,

Gli dan la lepre in mano, oh che pazzia,

Esso la tolle e poi si fuggi via,

 

Onde con pena ria

Lasciò quelli scherniti e star in forsi,

E d’aspettarl’ ogn’uno si risolse.

 

Ma poi ogn’un si tolse

Di villa e ritornaron senza caccia,

Il senza piedi, il mut’, il cieco e il sordo,

E quel che li mancava ambi le braccia. 


(G.C.C)


[Prosegue con il capitolo quasi al completo...]